I

Facendo dolce violenza al mio caro amico e compagno di viaggio in Lapponia, mi dichiaro segretario, o dirò meglio, scrivano del signor Stephen Sommier, e sotto la sua dettatura vi narro che cosa avvenisse a un povero fiorentino, il quale agli ultimi dello scorso luglio si trovava a Elvebaken nel Fiord di Alten, colle sue macchine fotografiche, per vedere se i lapponi di Kautokeino e di Karaschok fossero diversi dai lapponi svedesi veduti e studiati insieme a me nell’isola di Tromsoe.

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Ieri sono venuto qui in barca da Bossekop coi pesanti attrezzi fotografici per vedere di ritrarre i dolci sembianti di cinque lapponi, che si trovano sparsi sulla spiaggia del mare. Tre di questi sono un curioso esempio del passaggio dal Lappone nomade al lappone pescatore, un bellissimo specimen di evoluzionismo darviniano preso in flagrante. Sono stabiliti qui da cinque anni e lavorano per i pescatori; si chiamano ancora fieldfinne (lapponi nomadi), ma per verità sono già fisckfinne (lapponi pescatori) e i loro figli soltanto avranno diritto di appartenere alla nuova specie del genere lappone. Anche qui le tradizioni hanno la loro forza irresistibile, anche qui come in Italia l’inerzia è la forza più forte fra tutte. Qui mi assicurano che mai o quasi mai i lapponi s’incrociano coi Quæne (Finni).

Ieri sera, dunque, son andato sopra un naes (promontorio) dove i miei lapponi si erano stabiliti da varii mesi, occupati a seccare il clipfisk (baccalà) per i pescatori norvegiani. Ho veduto la loro tenda alta poco più di un metro, larga meno di due, sotto la quale abitano il padre, la madre e una figlia; che è un vero gioiello etnologico; la faccia più mongolica che abbia veduto fin qui tra i lapponi. Là, in un boschetto di betule, ci siamo seduti sull’erba a confabulare. Espressi il desiderio che quei signori venissero il giorno dopo a Elvebaken per farsi fotografare. La vecchia non ne voleva sapere, e la pige (fanciulla) non si lasciò piegare al mio onesto desiderio se non dopo un’ora di discussione persuadendo il papà; che anche in Lapponia, a quanto pare, fa sempre la volontà della figliuola. È strano come questa gente, avara e avidissima di denaro, si ricusi talvolta, pur di non muoversi, a guadagnare senza alcuna fatica due o tre lire, mentre altre volte ti stanno a seccare ore ed ore per avere dieci centesimi più di quanto si è convenuto di dare.

Oggi, dunque, nuovi disinganni fotografici! Credo davvero che la fotografia, coi suoi capricci, colle sue incognite, per le quali non bastano neppure le tre cifre cabalistiche x, y, z, debba far diventare fatalisti, turchi, anche i cervelli più sodi di questo mondo. Il tempo è bello, sereno, caldo, asciutto, i miei obiettivi tersi come il diamante; i chassis si muovono, come se avessero le rotelle, i reattivi freschi, eccellenti; eppure tutte queste belle cose mi dànno questi splendidi risultamenti: Prima negativa tutta macchie. Seconda negativa tutta nera, Terza negativa tutta rigata. Le meno peggio non sono che densamente velate! Peccato per quella ragazzina splendidamente mongolica, che avreste adorata nel Museo di Firenze! Tutti questi disastri non impediranno che domani, posdomani, fra tre o quattro giorni, io non faccia altre fotografie belle, perfette, e che mi faranno credere di essere il migliore fotografo, che fin qui abbia calcato il suolo lapponico.

In ogni modo oggi le cose andavano molto male, ed io avevo bisogno di far qualche altra cosa, per non dire sospirando alla sera: diem perdidi! Mi risolvo dunque a prendere un bagno finlandese. Il mio buon amico Wikstroem, quäene di nascita e che mi accompagnava come alleato in questa battaglia fotografica, mi andava dicendo già da un pezzo: — Prenderemo un bagno finno, ed ella sentirà che cosa stupenda, proverà come ci si sente rinnovellati di novelle frondi!

Per allestire un bagno finno occorre preparare i preliminari qualche ora prima di sottoporsi alle delizie nordiche di questa abluzione; occorre cioè qualche ora per riscaldare le pietre, che devono jouer le premier rôle nel grande cataclisma. Quando le pietre furono quasi roventi, andai col Wikstroem a visitare il luogo del patibolo. Era una casetta alta due metri, tutta di legno e con un solo finestrino di due decimetri quadri: vi era anche una porta degna in tutto di quell’architettura lillipuziana. Nel centro un fornello, e su questo un gran mucchio di sassi caldissimi; all’ingiro diverse panche molto larghe; fornello, sassi e panche di una sola tinta nera, quella del fumo. Sentii una vampa di forno ardente e scappai prima di entrare. Il compagno non si scoraggì per questa mia ritirata e mi condusse in un’altra casa distante un cento passi da quel forno balneario, dove ci si spogliò e col meno possibile addosso, tanto da non crederci nudi si ritornò al forno; e là, lasciato sull’erba quel meno possibile, penetrai nudo come Adamo, seguendo i passi del mio quäene. Il fuoco era spento, il fumo svanito affatto e il calore più secco e più alto dominava sovrano in quell’antro vulcanico. Wikstroem prese subito da una tinozza acqua fredda e la gettò sulle pietre roventi. Un gran sibilo, e una vampa di vapore caldissimo riempì il piccolissimo ambiente, cambiando ad un tratto il caldo asciutto in caldo umido. Io era attonito e impietrito, quando mi sentii gettare molta acqua fresca sul capo; battesimo di cui aveva un grandissimo bisogno; ma pare che quel refrigerio non mi facesse gran cosa, poichè dopo mezzo minuto, che mi parve mezzo secolo, mi entrò nel petto un’aria così rovente da sentirmi ardere naso, faringe, laringe, bronchi, polmoni e ogni cosa. Mi pareva di vedere disegnato in colore di fuoco, come in un atlante anatomico, tutto il mio albero respiratorio; mi sentii quasi trasformato in una fiamma vivente; e se non avessi veduto dinanzi a me un altro uomo vivo, e che rideva e guizzava come un pesce in quell’aria rovente, avrei creduto che fosse giunta la mia ultima ora e sarei fuggito forzando la porta, o demolendo il tetto. Il quale altro uomo era tanto vispo, che mi gridava allegramente: Acqua fredda, acqua fredda, e niente paura! Vidi infatti, che accanto al fornello vi erano due tinozze, una piena d’acqua fredda e l’altra piena d’acqua calda; e mi misi a tuffare nella prima la mia testa, che pareva essersi trasformata in un forno ardente. Nella tinozza d’acqua calda erano immerse due grosse scope fatte con rami freschi di sorbus aucuparia, e il Wikstroem ne prese una e cominciò a frustarmi di santa ragione dal capo ai piedi. Ormai ero uscito dal mio io, aveva perduto ogni coscienza ben distinta della mia individualità, del mio passato e del mio avvenire e mi lasciava fare perinde ac cadaver. E il cadaver che vi parla fu ben insaponato, poi di nuovo frustato e di nuovo spruzzato d’acqua caldissima. Devo aver espresso qualcosa d’orribile, devo aver dato qualche segno di pazzia, perchè anche il mio carnefice si mosse a compassione, mi aperse la porta e mi disse: Fuori!

Il mio io, senza aver coscienza di quell’altro me, che mi accompagna da tanti anni, uscì fuori e si trovò a ciel sereno in costume di Adamo prima del peccato, e senza punto accorgersi che il clima si fosse mutato intorno a me. Mi sentiva trasformato tutto quanto in una scottatura; la testa, non più mia, un tizzone di fuoco; le narici, i bronchi, il petto tutto un fiume di lava glutinosa, che m’incendiava, mi consumava, m’inceneriva. Passavano uomini e donne, che neppur mi guardavano; ed io là, inchiodato nel mio dolore e aspettando da un momento all’altro di essere cambiato nella statua di sale della Sacra Scrittura. Intanto il Wikstroem nel forno eseguiva sopra se stesso ciò che prima aveva inflitto al suo povero amico. Il bagno però non era ancor finito; il calice rovente non era ancora épuisé; fui invitato a rientrare e anche questa volta lasciai fare. Mi coricarono sopra una delle larghe panche di legno e là, a brevi intervalli, botte da orbi e secchie d’acqua calda e d’acqua fredda che si alternavano. Sudavo e tacevo, tacevo e sudavo, e nei primi crepuscoli della coscienza, che rientrava in casa, sembravami che forse tutto quel pandemonio potesse esser piacevole. Una doccia abbondante d’acqua fredda mise fine al cataclisma balneario e si uscì insieme al fido carnefice all’aria aperta, dove rimasi al sole e al vento per più d’un quarto d’ora, senza accorgermi del sole e del vento; senza sentire nè caldo nè freddo. Poco a poco mi parve di sentirmi molto bene e per la prima volta in mia vita, credetti giusta la teoria dello Schopenhauer, che il piacere non sia altro che la cessazione del dolore. Mi vestii e ritornai a casa, senza mal di capo, senza raffreddore, senza bruciore agli occhi; con un senso di piacevole stanchezza, che durò fino all’ora del pranzo.

Questo bagno si fa qui anche di pieno inverno dagli indigeni quaene, che ritornano a casa in naturalibus, pestando la neve coi piedi nudi. La pasta umana deve essere di una singolare composizione per resistere a un tal uragano!

Avrei meritato un ottimo pranzo; ma il mio desinare invece si ridusse a salmone crudo e affumicato, a burro salato, a formaggio putridissimo (gammel-ost), a pane nero e ad acciughe crude in salamoia. Per bevanda acquavite di patate e un brodetto giallo fatto di latte coagulato e stemperato nell’acqua della torbiera; il tutto accompagnato da un coro di zanzare più feroci di Caligola, più numerose delle arene del mare. Io però era felice, non dovendo più dire: diem perdidi!

Quella mia giornata campale di Elvebaken era stata davvero un giorno ben impiegato.