II

Hammerfest, 26 agosto 1879.

Eccomi dunque ritornato da una gita in Lapponia! Se tu mi domandi se io sia contento di esserci stato, rispondo: certo, ma ancora più di esser ritornato. Fin qui non facevo che decantare le bellezze della Norvegia, ma ora che ho visto la Lapponia, faccio per questa parte di terra norvegese le mie brave eccezioni. Non ho mai provato una malinconia, un’uggia profonda come percorrendo quelle lande deserte. Ti aveva giurato di portarti almeno un cranio lappone e mi facevo uno scrupolo di mantenere la mia promessa. Mi risolsi dunque di andare a Kautokeino o, come dicono i lapponi, Guovdagaeino, la città più importante della Lapponia norvegese. Per andarvi da Bossekop vi sono due vie: la via d’inverno e la via d’estate. Questa è un po’ più lunga e si percorre in parte in barca sull’Altenelv. Quella è più diritta e lunga circa 16 miglia norvegiane (180 chilometri). Io per non sbagliare, presi un po’ dell’una e un po’ dell’altra.

Partito da Bossekop con un cavallo per il trasporto del baule e delle provvigioni e con una guida, percorsi a piedi e tutto d’un fiato i primi 28 chilometri, risalendo prima l’Altenelv, poi la graziosa valle di Garkia. Il sentiero passa in mezzo a boschi di pini e di betule. Pioveva dirottamente ed io seguiva a testa bassa il mio cavallo e la mia guida, uno più taciturno dell’altra, meditando sui piaceri d’un viaggio in Lapponia. La mia guida era un uomo di cinquantaquattr’anni, ma che ha le gambe di ferro, ed io che poteva essere suo figliuolo, non voleva mostrarmi meno di lui. Si arrivò quindi in meno di sei ore alla stue di Garkia.

La stue, per chi non lo sapesse, è una specie di chalet in legno con due camere; una per il padrone di casa e l’altra per i viaggiatori. Intorno alle stue un grande steccato racchiude altri chalets minori, che servono di magazzino e di stalle; è insomma una vera seriba. Fra tutte queste «dipendenze» vi è una specie di capanna lapponica, fatta di tronchi di betule e zolle di terra, e serve di albergo per i viaggiatori, che non sono in grado di pagarsi l’alloggio sontuoso della stue. Sulla strada d’inverno tra Bossekop e Kautokeino tu trovi tre di queste stue; furono costruite dal governo norvegiano, il quale paga inoltre 160 corone all’anno al contadino che deve abitare una di esse. I viaggiatori pagano 40 öre al giorno, se occupano la camera aristocratica, e 7 öre se si contentano della capanna lapponica, e con questi pochi centesimi hanno anche diritto all’acqua e al fuoco. Io alloggiai aristocraticamente nella stanza dei forestieri, ed ebbi una bella fiammata, latte di renne e due belle pelli idem, sulle quali dormii saporitamente.

Il giorno dopo fummo raggiunti dalla posta, insieme alla quale si doveva fare viaggio. La posta, che da Bossekop porta le lettere nella Svezia, passando per Kautokeino, si compone di un postino lappone, di un sacco e di un compagno che aiuta il postino quando si deve andare in barca. Questa volta bensì la carovana era più numerosa, e ne facevano parte un bel lappone tipico, dell’altezza di metri 1,40, ed una ragazza norvegese, che andava a prendere servizio dal Lansmand di Kautokeino, uno dei due norvegiani che vi risiedono. Come appendice, aggiungi un cavallo per la roba delle some e un condottiero per il cavallo della serva: una carovana completa di sette bambini e due quadrupedi.

Ci si mise in cammino e dopo una salita di un’ora, vidi sparire anche i poveri alberi di betule, e si giunse sul vasto altipiano di Bescadasfield, dove si doveva camminare per ben quarantacinque chilometri. Figurati una landa deserta, uniforme, una ondulazione continua di terre, che ti restringe l’orizzonte e che non ti lascia mai camminare in piano. Dovunque tappeti di licheni bianchi e gialli, tra i quali crescono rari ciuffi di betula nana, i vaccinium, il sempiterno empetrum, dei carex, delle luzule, delle festuche, dei piccoli salici e poche altre piante. Tutti però camminavano così lesti, che quando io mi soffermavo un solo minuto per raccogliere una pianta, mi trovavo alla coda della carovana.

Tutti i field della Lapponia si rassomigliano, e a conforto della noia continua, non trovi che qualche valle con qualche boschetto di betule e qualche palude torbosa che ti offre qualche fiore. È vero che tu trovi qua e là anche qualche lago, ma colle loro rive basse, colla loro acqua plumbea, che non riflette nè un ramo d’albero nè un profilo di monte ti stringono il cuore invece di dare un po’ di varietà al paesaggio monotono e desolante.

Dopo quattro ore di marcia ci si fermò in una capannetta di rifugio, dove si fece fuoco con legna raccolta nella traversata dell’ultimo bosco. Si prese il solito caffè lapponico, che tu conosci già, e poi altre cinque ore di marcia, e altra fermata con ripetizione dello stesso caffè. La seconda fermata fu più lunga e durò fino alle due dopo la mezzanotte. Un nuovo caffè ci risveglia dal torpore notturno e si entra in una barca, con cui si risale il fiume, ora remando ed ora puntando, secondo la diversa profondità delle acque. Così si giunse a Masi, unico luogo abitato che si trova dopo Garkia.

Masi è la residenza del postino; è un’altra stue, ma il campo chiuso dallo steccato ci rallegra colla vista di pochi montoni e di cinque o sei vacche. È quello il piccolo mondo che basta all’esistenza fisica e psichica di quel povero uomo, che non conosce altro e non desidera altro. Se vuol parlare con anima viva, deve percorrere almeno venti chilometri; vive del prodotto dei suoi montoni, delle sue vacche, della pesca e di quel po’ di farina che compra sulla costa e si porta a casa nell’inverno, quando la neve rende più facili le comunicazioni. Va a segare l’erba, spesso a qualche ora di distanza, e nell’inverno va a raccoglierla colla slitta, o va sui monti a strappare dalle rocce i licheni.

A Masi la carovana si divise: la posta continuò la sua strada, ed io rimasi col postino per la ricerca dei cranii lapponi, che dovevano trovarsi in un antichissimo cimitero, dimenticato da tutti, dove già erano cresciuti arbusti e alberetti, e dove, senza alcuna profanazione di affetti, io potevo sciogliere il mio voto e farti felice.

.... E i cranii si trovarono: appena comparve il primo, posata per un momento la vanga, innalzai al cielo.... il fumo d’una spagnoletta, l’ultima che possedevo e che conservavo da un pezzo. Avevo fatto voto solenne di non fumarla prima di aver avuto un cranio lappone. Non ho bisogno di spiegare a te, paladino degli alimenti nervosi, il dolore che provai, vedendo ridursi in cenere quell’ultima spagnoletta. Rimanere in Lapponia senza quel conforto, senza quell’ultima riserva per i momenti di noia, di malinconia e di fame!

.... Il giorno dopo io era zoppo, e il mio cavallo era destinato al trasporto delle casse dei cranii e dell’altro bagaglio.... Convenne però adattarsi e senza sella mi accomodai fra i cranii e i pacchi di carta sugante. Non era certo il modo migliore di viaggiare: ora paludi nelle quali il cavallo affondava, ora pietre nascoste dai cespugli nelle quali il cavallo inciampava, or boschi folti che mi schiaffeggiavano coi loro rami. Io mi lasciava portare sonnolento, muto e distratto, non senza pericolo. Infatti una volta il mio povero ronzinante fece un buon capitombolo; fortunatamente in un terreno coperto di morbidissimo sfagno. Peccato però che io mi trovai sotto le casse dei cranii!

Non parlo delle zanzare, che sono la prima peste di un viaggio lapponico. Ve ne sono di due specie, una mi sembra essere eguale alla nostra; è soltanto un po’ più grulla, perchè si lascia ammazzare molto facilmente. L’altra è più piccina, ma molto velenosa e ti vola in branchi innumerevoli nel naso, nella bocca e negli occhi, in modo da toglierti il respiro e da accecarti. Per fortuna non ti tormentano nè a tutte l’ore, nè in tutti i tempi; quando tira vento e fa freddo, scompaiono. Io avevo adoperato il barbaro metodo di difesa dei lapponi, dipingendomi il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce, ma benchè mi fossi ridotto un mostro, non trovai che il rimedio fosse troppo efficace.

.... Ti risparmio il monotono racconto della monotona continuazione del mio viaggio e giungo a Kautokeino alle undici di notte. Vi ho veduto le prime stelle, dopo due mesi passati nella luce sempiterna ed ebbi per la prima volta dopo due mesi una candela. Quanta allegrezza! Era però un’allegrezza molto fredda, perchè il termometro segnava cinque gradi solamente sopra lo zero!

Kautokeino è pure una gran bella città! Una ventina di case tutte di legno, 200 abitanti circa in 40 famiglie, e nell’inverno un 600 lapponi nomadi, accampati intorno alla loro metropoli in un raggio di più che 100 chilometri. Vi risiedono un lansmand, un handelsmand e qualche volta anche un prete. Ora, per esempio, non ve n’è e bisogna farne senza. Un paio di volte all’anno viene qui un sacerdote, fin da Tromsoe o da Alten, e battezza, conferma, marita, comunica e dà tutti quanti i sacramenti.

Neanche in questa grande capitale lapponica potei mangiare un po’ di carne fresca di montone. Dicono che le pecore in questa regione sono ridotte dalle zanzare a pelle ed ossa. Dovei quindi contentarmi di carne di renna salata e di pane nerissimo, senza parlare delle altre delicatezze gastronomiche di questi paesi e che tu conosci già.

Uno dei personaggi più interessanti di Kautokeino è la levatrice, che è indigena, ma ha studiato un anno a Cristiania, che è svelta, intelligente, e parla molto bene il norvegiano. Mi dice però che i lapponi nomadi ricorrono raramente a lei, perchè il marito fa da ostetrico alla moglie e poi fa anche da sacerdote battezzando il neonato.

Nel ritorno da Kautokeino fui premiato delle mie fatiche. Figurati che ho trovato la pinguicula villosa e la vahlodea atrapurpurea! Tu, che hai viscere di naturalista, m’intenderai. Ho attraversato il Beskadasfield colla pioggia, con un vento indiavolato e con un freddo.... veramente lapponico. Nella sosta la guida mi fece una specie di muraglia colle casse dei cranii, e raccogliendo lì per lì alcune bracciate di sarmenti di betula nana riuscì ad asciugarmi e a riscaldarmi. Quella povera betula nana era pietosissima; bruciava benchè verde, bruciava benchè bagnata. Scendendo dall’altipiano, salutai il riapparire dei pini colla stessa gioia con cui un arabo, condannato a vivere lungamente nella Norvegia, darebbe il benvenuto alla prima palma, che gli apparisse all’orizzonte. E più tardi salutai con uguale amore il profilo dei monti nevosi e il mare azzurro, che riflettevano un cielo azzurro, anche esso! Una vera orgia meridionale e che nel Circolo polare mi riscaldarono cuore e paracuore agghiacciati da tanta Lapponia! Non ricordò di aver salutato con più caldo amore il divino golfo della Spezia, quando andando a San Terenzio, lo saluto dai colli di Lerici.

Ora eccoti alcune notizie sui lapponi di Kautokeino: i fissi vi sono in numero di circa 200, i nomadi in numero di 600.

I lapponi fissi che ho visti a Kautokeino sono in media più alti e più membruti di quelli nomadi visti a Tromsoe. Alcuni (donne specialmente) sono anche addirittura grassi, cosa mai vista a Tromsoe. La maggioranza è di pelo biondo o castagno non scuro. Ho visto delle famiglie numerose di cinque, di sei, e perfino di nove figliuoli. Vi ho visto della gente vecchia assai e ben conservata, senza infermità (da 80 fino a 90 anni). Il padre della levatrice, morto a 90 anni, andava ancora alla pesca e lavorava come un giovane (dice sua figlia). Non pare che si maritino presto; 16 anni, con maternità a 17 è stato il caso più precoce citatomi. Sono tutti o quasi tutti più o meno imparentati coi quäne: ma su questo punto è difficile avere informazioni esatte; quando si tratta di cose che risalgono oltre due generazioni, non ne sanno, in generale, più nulla. Sono quasi tutti vestiti alla lappona (costume di Kautokeino, che è diverso da quello di Karasuando); per lo più parlano anche quäne e niente norvegese. L’insegnamento nella scuola si fa in lappone, ma pretendono d’insegnare anche il norvegiano (con infelice successo, a quanto pare). L’insegnamento è obbligatorio. Anche i nomadi devono mandare i loro bambini a scuola sei o sette settimane all’anno, se non possono da sè dar loro l’insegnamento della lettura e della religione. Però oltre ai due maestri (lapponi ambedue, che ho conosciuti) che insegnano a Kautokeino, ve ne è un terzo, che gira di accampamento in accampamento per insegnare a domicilio (gratis). Non sono confermati altro che quando conoscono la religione, sanno leggere e fare le lettere: e non possono sposarsi se non sono confermati. (Talvolta però, e non di rado, si dispensano dal matrimonio come lo provano due ragazze (pige), che ho conosciute e che avevano un bambino per una). Nell’inverno hanno molti rapporti con la Finlandia, donde traggono specialmente il legname da costruzione. In quella stagione vengono pure in gran numero alla costa occidentale, ai mercati di Bossekop, ove vendono carne, corna e pelli di renne, burro, e comprano acquavite, farina, caffè, zucchero e stoffe di lana. Molti dei lapponi fissi posseggono renne da tiro e le affidano ai nomadi per il viaggio d’estate alla costa. I nomadi lasciano nei piccoli caseggiati inchiusi nelle seribe dei fastboende (fissi), le loro slitte ed altre cose che non portano seco alla costa. Lasciano inoltre i vecchi, che non possono più fare il viaggio e che vivono in parte a spese pubbliche. I fissi hanno per lo più vacche e montoni la cui lana lavorano da sè; pescano e conservano in parte il pesce salato per l’inverno. Quando vi fui io, erano tutti occupati a segare il fieno e nessuno pescava, per cui non potei assaggiare i natanti abitatori della Kautokeinoelv. La coltura della terra si riduce quasi a nulla; pochissimi e piccolissimi campi di rape, ed un solo di pochi metri quadrati di patate, per le quali il proprietario aveva buone speranze quest’anno; cosa rara! Vedendo il bel sole e sentendo il caldo che ci faceva quando c’ero, pareva impossibile che nei mesi d’estate la terra non potesse produrre altro. Ma bastava per convincersene guardare un pozzo ancora coperto da un grosso lastrone di ghiaccio forato nel mezzo per potere attingere l’acqua, e sentirsi dire che a quattro piedi di profondità la terra è gelata tutto l’anno, che la neve copre ancora il terreno nel principio di giugno e comincia a cadere in settembre, e che ogni inverno vi gela il mercurio ed il vino (anche quello di Porto!)

Ho conosciuto avvocati, che difendono i lapponi quando sono chiamati al tribunale per rispondere di furti (solamente di furti e quasi sempre di renne), e dicono che essi sono di un’abilità ed astuzia grandissima nel difendersi, e che hanno metodi molto ingegnosi per rubar renne, senza che poi si possa provare il loro delitto.

Ho avuto in Kautokeino molti particolari sul famoso furore religioso che ha invaso i lapponi e li ha indotti a massacrare il lansmand, l’handelsmand, ed a bastonare il prete, e che ha procurato al museo di Cristiania lo scheletro di uno dei due lapponi giustiziati in conseguenza di quell’assassinio. Fu opera dei lapponi nomadi, i quali pare fossero persuasi di fare opera grata a Dio. Si deve all’intervento dei lapponi fissi se non fu ucciso anche il prete (oggi vescovo).

Il lappone più intelligente fra quanti ne ho visti è un ex-maestro di scuola, ora pensionato, che vive in Elvebaken presso alla missione cattolica, di cui sua moglie è proselita (egli però non si è voluto convertire). Capisce un po’ di tedesco e un po’ d’inglese, s’interessa a molte questioni d’ordine generale, ha letto molto, e da lui ho saputo che vi è una buona descrizione, con considerazioni geologiche, di Elvebaken, fatta dal De Buch. Mi ha assicurato di essere di origine lappone pura, e stando al tipo, potrebbe anche essere, quantunque abbia barba alle gote. Egli è stato qualche tempo a Throndhjem in un ospedale di alienati, e dicesi, dà ancora di quando in quando segni di pazzia. Questo mi faceva pensare che quando si vuol ficcare in un recipiente, che non è fatto per ciò, troppa roba, qualche volta il recipiente si spacca!

Dei lapponi pescatori (sœlappen) ho visti moltissimi; ed in essi come in quelli di Kautokeino si vede l’effetto del miscuglio con altra razza, specialmente nella statura e nella forza; di quando in quando, trovi tra essi, anche in uomini alti, un tipo prettamente mongolico; t’imbatti in alcune ragazze che, quantunque nella loro faccia si scorga ancora il tipo lapponoide, hanno forme rotonde, e vestite all’europea e pulite si possono chiamare belline. Qualche volta parlano bene norvegese, sono abbastanza intelligenti ed istruite, al punto di conoscere che cosa sia l’Italia, e di sapere che vi crescono gli aranci ed il fico, del cui frutto gl’italiani sono molto ghiotti.

In quanto al tipo dei quäni non ci ho capito nulla. Se ne domandi alla gente del paese, ti dicono che riconoscono subito un quäne dalla sua faccia; e ti descrivono una faccia lapponoide. E difatti di quelle facce ne trovi fra quelli che si dicono quäne, ma che io sospetto di esser tutti più o meno imparentati coi lapponi, sia ora con quelli della costa, sia anticamente nella loro prima patria, ove da secoli sono in contatto coi lapponi, poichè ho visto molti quäne, venuti di recente dalla Finlandia, che non avevano nient’affatto quel tipo.

Ieri un norvegese, vedendo una carriola con me, mi disse: Questo è quello che un vostro compatriotta chiama un guscio di noce sopra due ruote! Le tue lettere al Fanfulla sono state tradotte per intero dal Morgenbladet e riprodotte in molti altri giornali norvegesi, per cui tutti qua le hanno lette.