L’uomo dalla grossa pelliccia o L’uomo stupido

Solevano i fanciulli, maschi e femmine,

Giuocare e cantare,

Saltellando correre e schiamazzare qua e là,

E lasciare le traccie dei loro piedi al margine delle sorgenti.

Lo Stalu preparò le sue trappole di ferro,

Le apprestò nell’acqua, le nascose nel fango.

Il vecchio lappone si accorse

Delle nascoste trappole del mangiatore degli uomini,

Si nascose nella sua stretta pelliccia,

Si pose nella trappola dell’orso.

Stalu visita le sue trappole:

— Aha, haha!

Il vecchio amico ha preso abbaglio,

Egli è morto qui. —

Lo stalu lo porta a casa e lo appicca

Al tetto sopra il fumo.

Il più giovane stalu dice:

— Vedi, vedi

Come egli piagnucola, com’egli grugnisce! —

L’altro (il maggiore) figlio:

— Tu stesso piagnucoli e grugnisci,

Non già questo dono di Dio. —

Il vecchio lappone pensa:

— Di Dio sa anch’egli qualche cosa. —

Stalu:

— Sì, sì, egli incomincia già a dimoiare. —

Dietro il colle egli spacca la legna per il truogolo,

La recide, taglia i rami, spacca e taglia,

La porta ad un truogolo presso la porta posteriore.

Al più vecchio figlio:

— Caro fanciullo, portami la scure (fuori dalla capanna). —

Il vecchio lappone porta via la scure.

Il più giovane stalu:

— Padre, ora egli guarda in alto, ora egli si muove,

Ora egli afferra anche la scure! —

Stalu

Si rallegra, canta e suona,

Egli non ode cosa alcuna, non osserva cosa alcuna, non sa cosa alcuna.

Il vecchio

Percuote (il fanciullo maggiore) sul capo e lo uccide.

Stalu

Trova che egli tentenna, canta ed aspetta.

Egli dice al figlio minore:

— Portami la scure, affrettati, affrettati! —

Il vecchio lappone

Spaccò anche a questo il cranio,

Ne prese fuori il cervello e

Recise il canale dell’aria.

Stalu (ascolta):

— Essi girano per tutti gli angoli

Dimenano teste ed occhi,

Io stesso voglio prendere la scure. —

Il vecchio

Aspetta con cura coll’ascia dietro la porta e il possu,

Aspetta e si muove qua e là.

Egli calò un fendente sul capo dello spaventoso,

Spaccò il largo cranio,

Strappò gli occhi e il naso,

Versò il sangue del divoratore degli uomini

E il sangue schifoso colorì il suolo.

(Il vecchio lappone porta fuori il caduto, lo fa in pezzi e li getta l’uno dopo l’altro a Ludac[29], che in quel frattempo è venuta a casa).

Ludac batte sul suolo qua e là.

Fiuta, annusa e si rallegra

Di ciò che entra nel possu.

Essa riprende la presa,

La batte colle mani e grida in collera:

— Gettami delle zampe di renne

E non dei piedi coperti di calze!

(Essa continua, mentre va mangiando la suppa preparata dal marito e dai figli):

Come è buona: però

Ha proprio il suo sapore!

(Il lappone prende gli occhi della donna, che giacciono sotto la porta, li arrostisce in una padella ed essa se n’accorge e domanda):

Che cosa scoppietta, crepita, sibila,

Che cosa fischia sui carboni,

Scoppia, scroscia, crocchia?

Guardate, o occhi miei,

Diventate chiari sotto la porta,

Diventate chiari, o miei occhi, o mie scintille!

Il lappone:

Ha tuffato la carne di tuo marito, i tuoi occhi nel grasso e se li ha mangiati.

Ludac:

Nello stomaco sono i miei occhi, o mio marito,

La mia piccola civetta, caro ragazzo, mio piccolo![30]

(L’uomo dalla grossa pelliccia, il lappone, se ne parte scherzando).