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A bordo di Olaf Trygvason-Badö
6 settembre 1879

Come vedi dalla data di questa lettera, anch’io sono finalmente sul punto di ripassare il Circolo Artico, e mi ravvicino a tutto vapore alla famiglia, agli amici. Pure, nonostante il piacere che ne provo, dicendo addio a Tromsœ mi parve di dire addio ad un vecchio amico. Quando ci arrivammo insieme appena sbocciavano le foglie della betula: ora digià cadono, ingiallite dall’autunno.

Ho dunque vissuto un’estate intera della vita di Finmarkia e vi ho quasi acquistato i diritti di cittadino! Se vi ho avuto delle ore di scoraggiamento e di stanchezza, ne riporto anche tanti buoni e piacevoli ricordi da far dimenticare quelle. E poi già, colla lontananza le ombre spariscono da sè: quando avrò messo fra me e la Finmarkia questi cinque giorni di mare (che col vento e la pioggia di questi giorni sono un’ombra molto scura) sono sicuro che tutti i ricordi di quest’estate mi appariranno illuminati dalla medesima lieta luce.

Nel mio ultimo breve soggiorno a Tromsœ ho voluto vedere più da vicino i lapponi nei loro rapporti colle renne, e per questo sono andato nell’isola di Qualö, a poche ore di distanza, a chiedere l’ospitalità ad una famiglia di lapponi che vi ha la sua gamme. Quando vi arrivai la sera, avevano nello steccato circa un 500 renne tutte femmine, coi piccini di quest’anno che sono di già divezzati; le donne erano occupate a mungerle, mentre gli uomini le acchiappavano col lasso e le legavano ad un tronco di betula. È straordinario l’occhio che quella gente ha per riconoscere le renne. In quel luogo vi erano otto famiglie di lapponi, e le renne appartenevano un po’ ad ognuna di queste famiglie. Non solo gli uomini non gettavano mai il lasso ad un animale che era già stato munto, ma neppure scambiavano mai una renna di un altro con una propria.

A cena mi diedero della carne di renna fresca eccellente, del formaggio fresco fatto in mia presenza, della ricotta e del latte fresco, tutte cose ottime. Dopo che ebbero fumate parecchie pipe e chiacchierato fra di loro, si sdraiarono sulle loro pelli di renna stese per terra intorno al fuoco, ed io feci come loro. Per il lappone lo spogliarsi per la notte consiste nel levarsi la cintura; alcuni si levano anche gli stivali. In mezzo alla notte volli godere dello spettacolo, che presentava la gamme e mi alzai cheto cheto per non disturbare nè uomini, nè cani. Una vecchia si era già alzata per fare il caffè per gli uomini, che dovevano partire nelle prime ore del mattino per andare coi loro cani a cercare un’altra mandra di renne e condurla nello steccato.

La vecchia aveva gettato sul focolare nuove legna, che con la loro fiamma rossa illuminarono una scena molto caratteristica. Dapprima non vidi altro, guardando per terra, che un pêle-mêle di pelli di renna buttate là alla rinfusa; ma poco a poco potei distinguere qualche testa d’uomo, di donna o di bambino che sbucava fuori, qualche stivale, qualche piede nudo, qualche muso di cane. Pareva che fossero stati tutti buttati lì a caso, senza ordine, senza direzione; impossibile il contarli; fu solamente dopo, che seppi che eravamo stati quindici cristiani (compreso io) a dormire in quella gamme, con un numero corrispondente di cani (delle altre bestie minori che non dormivano, ma furono molto attive tutta la notte, sarebbe difficile il valutare il numero, anche approssimativamente). Sul fuoco brontolava il bugliolo del caffè ed appesi ai rami di betula inclinati, che formano la parete della gamme, stavano appesi gli stomaci di renna pieni di sangue o di latte, e le graticole di legno sulle quali stavano asciugando i formaggi freschi. Fuori della gamme splendeva la luna piena in un cielo limpido, nel quale a tramontana la luce di un sole di pochi gradi sotto l’orizzonte, si confondeva con quella di una debole aurora boreale. Queste tre luci fuse insieme in un dolce ed armonioso chiarore illuminavano profili arditi di monti nevosi, bracci di fjord, che s’insinuano non si sa come fino in mezzo alle terre e la collinetta, sulla quale le quattro gamme che formano l’accampamento lappone, mandavano ognuna una colonnetta di fumo nell’aria tranquilla della notte.

La mattina ricevei dalle mani della padrona di casa una tazza di caffè preparata ad uso lappone e la bevvi in parte per non offendere chi me l’offriva, in parte per conoscere il lappone anche nella sua arte culinare; però mi ci volle un grande sforzo per trangugiarla, e lo capirai facilmente quando ti avrò detto che oltre al caffè ed al latte di renna collo zucchero, conteneva un bel pezzo di burro di renna strutto e diverse fette di cacio salato e stagionato che mandavano un odore, che secondo le nostre idee armonizzava molto poco con quello del caffè. Tutta la mattina i lapponi rimasero nella gamme, occupati alle loro diverse faccende.

Un uomo faceva il burro; una donna faceva bollire della scorza di salice per conciar le pelli; una altra stropicciava una pelle di renne con un rabot per renderla pieghevole; un’altra cuciva le skalle (scarpe); un’altra faceva il filo coi tendini, alcuni battevano il fieno che serve loro di calze e se lo rimettevano nelle scarpe, operazione delicata e che richiede molta abitudine. Mentre erano così occupati fumavano le loro pipe e chiacchieravano, dicendo probabilmente anche delle barzellette, poichè di quando in quando tutta la compagnia dava in scoppii di riso.

Verso mezzogiorno arrivarono le renne e dagli uomini e dai cani furono cacciate nello steccato. Questa volta erano quasi tutti maschi, e non meno numerosi di quelli della vigilia. Vidi come fanno i segni mediante i quali li riconoscono, tagliando via dei pezzi dell’orecchio e facendovi diverse incisioni col coltello, e come li castrano coi denti. Vidi anche il modo barbaro col quale li ammazzano, ficcando un coltello nel torace in modo che l’agonia dura un quarto d’ora.

Fra pochi giorni anche questi lapponi ritornano nell’interno, facendo attraversare il Sund a nuoto alle loro renne. L’estate prossima troveranno le loro gamme come le lasciano, e le loro botti di latte mescolato ad acetosa (miscuglio che ho assaggiato e trovato pessimo!) che seppelliscono nei paduli ad una profondità sufficiente perchè non gelino.