Capitolo LVI. Dio non paga il sabato.

Arrivato il primo al castello di Luigi Gonzaga, il nostro Neruccio fu l’ultimo ad uscirne. E fu l’ultimo per molte e diverse ragioni. Anzitutto il suo amico Anguissola lo avea incaricato di regolare e dirigere tutto ciò che concerneva quel loro notturno e misterioso convegno. Gli era occorso però di precedervi gli altri, affine di disporre alquanto la sala, che li doveva accogliere, e le scuderie, in cui riporre le loro cavalcature. Così gli facea d’uopo rimanervi dopo tutti, onde chiudere le porte dietro di loro ed invigilare a che nulla mancasse al momento della loro partenza.

Il castello, di cui Luigi Gonzaga avea rimesso le chiavi al proprio congiunto era affatto inabitato e diserto.

Poi, a trattenere Neruccio, concorreva una serie di tristi pensieri, di penosissime conghietture.

Un segreto impenetrabile erasi sempre addensato intorno a Terremoto e alla donna, che, secondo il dire della gente, il colosso avea strappato dalle carceri della cittadella.

Chi poteva essere questa donna?... cos’era accaduto di lui?

Tali le domande, che, da lunga pezza, gli mulinavano in cervello, ed alle quali non avea mai potuto fare nessuna risposta.

Nel convegno di quella notte, per altro, qualche sprazzo di luce s’era insinuato fra le tenebre de’ suoi dubî e delle sue paure. — Taluni de’ congiurati credeano saper qualche cosa di quanto sì vivamente lo interessava. — Chi diceva la donna una delle molte concubine di Pierluigi, che — stanca di vivere al di lui fianco — avea fatto scappare di cittadella un prigioniero, mettendogli a patto di pigliarsela seco nella fuga: gli uomini del duca li avrebbero inseguiti, raggiunti e massacrati tutti due. — Altri pretendevano, invece — ed era tra questi il capitano Ugoni — che quella fosse una povera creatura, rapita e tenuta captiva dal duca, e da un antico servo di sua famiglia, un gigante, a ciò che si narrava, tratta prodigiosamente a libertà ed a salvamento. E questa versione rispondeva a puntino alle supposizioni di Neruccio, o — direm meglio — all’intima voce del suo cuore.

Il misero giovine sbattuto da un continuo alternìo di timori e speranze per mezzo il pelago delle incertezze; era rimaso a meditare su i proprî casi, dimentico omai che i suoi compagni lo avessero da lungo abbandonato.

Si scosse, finalmente, ed uscì dal castello; ma — nel mentre girava intorno alla sua muraglia esterna, per raggiungere il proprio cavallo, che aveva attaccato ad un albero, onde non ingombrare di troppo le anguste scuderie — un romore improviso lo colpi e lo trattenne.

Era il calpestio di due persone, che s’avvicinavano, camminando caute e sarebbesi detto in punta di piedi. Egli si schivò rapido dietro il pilastro di una stecconaia e stette ad osservare.

Quando gli furono presso, scôrse ch’erano due uomini di bassa statura, i quali si accostavano in silenzio a un punto della campagna, in cui spiccavano due forme nere: i loro cavalli.

Nel passargli accanto, l’uno richiese all’altro sommessamente:

— Afete botute ascoldare?

— Parola per parola — gli rispose l’interrogato — a momenti vi narrerò tutto: oh, è una cosa tremenda!

La voce di costui produsse uno strano effetto su l’animo di Neruccio: credette riconoscerla e — senz’attender altro — sgattaiolò pian piano sino a raggiungere il proprio cavallo e gli balzò in sella.

Nel tempo medesimo i due sconosciuti avean fatto altrettanto e già si slontanavano di trotto.

— Sono spie! — pensò Neruccio.

E — cacciati gli sproni ne’ fianchi del suo cavallo — si slanciò a briglia sciolta dietro di loro, gridando a squarciagola:

— Traditori! traditori! fermatevi!

A tale intimazione, anche coloro, cui veniva indiretta, si dèttero a scappare con tutta velocità e si sarebbero indubiamente sottratti amendue al pericolo, che li minacciava, se il cavallo di uno di loro — incespicando contro un grosso macigno — non fosse d’improviso traboccato a terra.

L’altro tirò via ed, in breve, disparve.

Neruccio raggiunse il cavaliero caduto, scese di sella e lo sollevò.

Affisandolo in faccia, comunque al debole chiarore della notte, subito lo riconobbe: era la stessa persona, con la quale s’era scontrato e battuto ne’ pressi di Perugia, era la terribile Olimpia Marazzani.

Come?... perchè in quel luogo?

Facile a spiegarsi.

Da parecchio tempo, profittando della circostanza che l’Anguissola, suo spauracchio, trovavasi a Genova per la faccenda de’ Fieschi; ell’aveva lasciato Castro e gli abiti muliebri, per rimettersi in ispoglie virili e recarsi a Piacenza. Pellegrino di Leuthen le era — come di solito — compagno.

Ritornato il conte, la prudenza avrebbe dovuto consigliarla ad allontanarsi di nuovo; ma il contegno di lui e di alcuni altri gentiluomini di corte la pose in allarme. Ella sola per prima e forse unica concepì il sospetto che qualche oscura cosa stessero insieme macchinando a pregiudizio del suo amante e signore e si propose spiarne, scuoprirne, sventarne le trame.

L’astuto tedesco serviva egregiamente a’ suoi fini: e’ sapeva — come suol dirsi — dove il diavolo tenesse la coda e le forniva i più esatti e minuti particolari su le abitudini e le pratiche di coloro ch’ella si prefiggeva di tener d’occhio.

Per tale via seppe del convegno loro al castello di Luigi Gonzaga. Vi si recò di buon’ora; fece nascondere il proprio ed il cavallo di Pellegrino dietro un fitto d’alberi e — mentre questi stava in vedetta, acciocchè nessuno potesse sovraccorli e sorprenderli alla sprovista — ella s’insinuò strisciando carpone fino al vano di una finestra, d’onde si ripromise, e le riuscì, infatti, di udire e vedere tutto ciò che si dicesse e facesse dai congiurati.

Terminati i loro armeggiamenti, ella si trattenne ancora a lungo al proprio posto, non volendo scostarsene, sino a che tutti, insino all’ultimo, se ne fossero iti. Ma non fece attenzione o — per meglio dire — non potè pensare a Neruccio, che accidentalmente soltanto erasi tanto più degli altri indugiato.

Come l’ebbe riconosciuta:

— Ah! ah! — sclamò egli in tono di trionfo — la Marazzani?... colei, che io ho scannato alle porte di Perugia?... colei, che è morta e seppellita nel convento de’ padri Agostiniani?... ah! ah! ora tu più non mi sfuggi!

Ed — abbrancatala a’ fianchi — la sollevò di peso e la trasse con sè sul proprio cavallo.

Olimpia fremeva di rabbia: era pallida come un cadavere.

— Per Iddio! — fece il giovine capitano, come si fu messo all’ambio — è un onorevole mestiere quel che tu fai; ma la tua mala stella ti vieta di cavarne alcun frutto!... Tu se’ la druda di quello scellerato del Farnese; tu hai voluto interessarti più che a donna non si competa delle faccende sue; hai sperato scongiurare la tempesta, che si aduna sovra il suo capo maledetto, hai sperato prevenirlo in tempo; sottrarlo al pericolo, che lo minaccia; salvarlo; ma tutto indarno: eccoti ridotta all’impotenza!

— Lo so; oh, lo so! — disse la donna, co’ denti stretti — traggiti pure lo stile di cintola ed assestamene un colpo nel cuore, ch’io nè implorerò misericordia, nè metterò il più debole lagno: sono parata a tutto!... La vita è guerra continua che gli uomini si menano a vicenda: quando l’un prevale e l’altro soggiace, questo, se ha senno, non debbe dare a quello anco il godimento della propria umiliazione. Ed io non tel darò, stanne certo. Uccidimi, è il tuo dritto; ma non allegrartene tanto, che, prima che io muoia, t’ho già fatto tanto male in prevenzione, da lasciartene grossa parte in retaggio.

— Che male m’hai tu fatto?

— Non se’ tu l’amante di Bianca della Staffa?

— Sì... lo sono, lo fui!

— Ebbene, mio bel capitano, conosci tu quale sia attualmente la sorte di quella dilettissima tua?...

— Oh, darei una parte del mio sangue a saperlo.

— Non darai nulla e lo saprai parimente.... Ti ricorda della sua disparsa da Castel Leone di Cremona?... fui io, io con Pellegrino di Leuthen, che la indussi in abbaglio, la eccitai a seguirci e la tradussi in balìa di Pierluigi Farnese.

— Oh, ma perchè... scellerata?

— Perchè la sua ritrosia, la sua castimonia mi ferivano nell’amor proprio; m’erano come un rimbrotto; perchè volevo avvilirla.

— Iniqua.

— E ci sono riuscita, e più ancora di quanto non isperassi.... Ella volle bensì scampare, per tutte le vie, al destino, che le sovrastava; strillò, si svelse i capegli, battè del capo nel muro per darsi la morte; ma a nulla le valse; c’ero io, io, che prestavo mano ed aiuto al mio vendicatore e, fra tutti due, riuscimmo ad averne ragione.

— Infame!

— Da quel giorno, o.... piuttosto.... da quella notte, ella languì in un ritiro della cittadella di Piacenza; ma, da quella notte.... fu madre.

— Che dici tu?

— Il vero, mio bel capitano, null’altro che il vero.

— Anima d’inferno!

— Ultimamente, uno de’ suoi antichi vassalli, il suo fedel Terremoto, giunse a strapparla da quel ritiro e la trasse, con la sua creatura, nella propria casuccia del Valnurese....

— Ah, non mi hanno, dunque, ingannato!

— No, no; ma a nulla le valse.... gli sgherri del duca s’ebbero ragione del formidabile villano e gli ritolsero la sua signora.... Ti ricordi il giorno, in cui tu e l’Anguissola, reduci da Milano, veniste alla presenza del duca?... ti ricordi che, in quel momento, arrivò il Trentacoste e gli mormorò all’orecchio una notizia, che parve ricolmarlo di gioia?...

— Ebbene?

— Ebbene: Trentacoste gli annunziava appunto che Bianca della Staffa era stata ritolta al gigante e riconfinata nella sua muda.

— Maledizione!

— Nevvero ch’io t’ho preparato un sorridente avvenire?

— Ma vero è altresì che io ti scannerò in questo punto medesimo.

E sguainò ferocemente il pugnale.

— Fallo — disse Olimpia imperterrita e quasi con un soghigno di sfida — ci sono pronta.

Neruccio era demente d’odio. Stette un momento col ferro sospeso sul petto di quella femina scellerata; poi — rinvaginandolo:

— No — soggiunse, crollando il capo — la morte è troppo poco pe’ tuoi misfatti: ci vuole di peggio.

Olimpia allibì.

— Cosa intendi fare? — gli chiese.

— Lo saprai fra breve!

E spronò il cavallo al galoppo, e non disse più verbo.

Traversato il Po s’un burchiello menato da quattro uomini della sua compagnia d’arme; e’ giunse pochi istanti dopò a Piacenza.

Nella sua qualità di capitano a’ soldi di monsignore il duca, e’ comandava un corpo di ottanta lanzi, che tenevano caserma presso l’entratura della città. Il suo pensiero di vendetta era infernale.

Arrivato dinanzi alla caserma; smontato d’arcione, trascinandosi dietro Olimpia; penetrò, con essa, dentro i quartieri e — a mezzo del trombetta — fece svegliare e raccorre i propri uomini d’arme.

Come se li ebbe tutti d’attorno, affollati nella più grande sala del luogo, e’ spinse loro trammezzo la Marazzani, sciamando:

— Figliuoli! costei, che vedete sotto abiti d’uomo, non è, invece, che una donna, una giovine donna, che vi abbandono.... fatene ciò che volete.

Olimpia mise un urlo.

E noi tireremo una pietosa cortina su ciò che ne fecero ottanta lanzichenecchi, la maggior parte spagnuoli, svizzeri e tedeschi.

Ed egli — Neruccio — tenendosi, con le bracci conserte, su la soglia del vasto stanzone, assisteva al mostruoso saturnale.

La misera — cui, nella lotta, erano cadute di dosso sino all’ultime vesti — anelante, sfinita, più morta che viva, si dibatteva, si trascinava carpone, cercava inutilmente svincolarsi da’ sordidi amplessi di quei brutali: e’ se la palleggiavano come monelli un cervo volante.

Alla fine Neruccio credette prudenza lo intervenire e:

— Figliuoli — soggiunse — badate che la presenza di costei in questo luogo è un periglio per tutti... se l’accaduto si conoscesse, io n’avrei il patibolo e voi le vergate.

Non avea conchiuso il suo dire, che ottanta ferri balenavano sinistramente su l’ignudo corpo della misera vituperata; ed uno le penetrava dritto nel core; e l’altro le spiccava, d’un manrovescio, il capo dal busto; ed altri la colpivano, la frastagliavano, la recidevano in cento pezzi.

Di lì a un istante, di quella giovine donna feroce e superba non rimaneva più chè un ammasso di informe carname, che quei bestiali, altrettanto vili e paurosi quanto malnati, seppellivano in un canto del cortile entro una buca scavata lì per lì e coperta di poca terra.

Non solo Olimpia Marazzani non era più, ma nessuno poteva nemmanco sapere od imaginare cosa ne fosse seguito.

La vendetta di Neruccio s’era compiuta.

Dio non paga il sabato.