Capitolo X. Ciò che Terremoto aveva fatto prima e ciò che fece dopo.
Il lettore ha pieno diritto di domandarci come e per quale miracolosa coincidenza il figlio di Luca Rinolfo fosse penetrato nella rôcca di Camia giusto a puntino per trarre a salvamento Bianca della Staffa, e noi ci affretteremo ad appagarne la legittima curiosità.
Congedato egli pure per la supposta inesistenza di ogni pericolo, n’era uscito sul pomeriggio del giorno istesso, e, ridottosi affrettatamente al suo povero abituro, verso cui lo attraeva l’intenso desiderio di riabbracciare i vecchi suoi genitori.
Lo scorgerne spalancata e penzolante su i cardini la porta, con segni manifesti di subìta violenza, gli fu come funesto presagio. — S’arrestò su la soglia, sporgendo inanzi la faccia a speculare nello interno e tese ansioso l’orecchio: il buio pesto, il silenzio di tomba, che vi dominavano, gli strinsero maggiormente il cuore.
Si avanzò allora, facendosi lume con le mani e andò ad aprire una delle finestruole, che davano luce a que’ miseri ambienti, poi volse intorno un trepido sguardo.
Un grido straziante, che ricordava, in qualche modo l’ululato del cane quando è smarrito o patisce di freddo, gli uscì nel tempo istesso dal petto.
Aveva scôrto la sua vecchia madre, col seno orrendamente squarciato da una sconcia ferita, stesa resupina sul proprio letticciuolo.
Le corse presso; si curvò per sollevarla; era freddo, stecchito cadavere.
Non c’era più da dubitare: sua madre era morta assassinata.
E suo padre?
Questo secondo e altrettanto penoso pensiero gli soccorse, con terrore, alla mente; onde — fatta luce anche per le altre finestre — si dètte a percorrere il casolare in ogni senso, a rovistarne, a frugarne ogni angolo più rimoto, a chiamare il padre per nome con voce sempre più commossa, che finì per ispegnersi in un singulto.
Quel colosso piangeva come un fanciullo.
Asciugatesi le lacrime col dorso della mano e fatto un violento sforzo su di sè stesso per padroneggiare la propria emozione:
— Cosa sarà mai avvenuto? — pensò, tornando a contemplare il cadavere di sua madre — cosa sarà mai avvenuto?... Dio buono e misericordioso, come mai avete potuto permettere che la scellerata mano di un sicario scendesse su questa cara ed innocua creatura, che null’altro ha mai saputo al mondo fuorchè amare e pregare?... oh, c’è un mistero in codesto che io debbo penetrare a ogni costo!... forse, per altri, la sarebbe faccenda subito spiccia; ma io sono di cervello sì grosso, sì ottuso che.... ci vorrà pazienza, tempo maggiore, ma a vederci chiaro ci ho anch’io da riuscire!... intanto, è positivo che gli assassini hanno forzata la porta e si sono introdotti qui durante la notte.... la mamma era coricata, poveretta!... ed il babbo anche.... lo si conosce dal suo letto disfatto....
E, in ciò dire, ne palpò le rozze lenzuola e si mise a girargli lentamente d’attorno.
Alcuni oggetti, che vi si trovavano affastellati dappiedi, chiamarono vivamente la sua attenzione.
Erano gli abiti di suo padre; la camicia di canape, la giubba di bigello, le brache di fustagno verghettato, il berretto di pelo di lepre, le calze di lana nera e gli zoccoli di crudo scheriolo.
— Dunque — così tornò a riflettere a quella vista — egli se n’è ito di qua, senza tampoco darsi il tempo di cuoprirsi la persona delle sue vesti!... oh, ma ci ha ad essere il modo di verificarlo: le pedate.
Ed, uscito fuor del limitare, si gittò carpone a studiare accuratamente il circostante terreno.
Vi si scorgevano, infatti, moltissime orme di piedi incrociate, confuse, sovrammesse le une alle altre, ma tutte recanti il segno de’ grossi chiodi ond’erano munite le scarpe di chi le aveva improntate: non una sola che accusasse un piè scalzo.
E Luca Ridolfo non possedeva altra calzatura eccetto quella che si trovava presso il suo letto.
— Non è, dunque, uscito su le sue gambe! — continuò a pensare Terremoto, rientrando in casa — ce lo debbono aver trasportato a braccia, per forza.... ma chi?... il diavolo?...
E si fece, in tutta fretta e con aria paurosa, il segno della croce.
— Eh, no, no — soggiunse poscia — se fosse stato il diavolo, invece delle pedate di cristiani, vi sarebbero quelle de’ piedi di un’oca!... e’ sono stati uomini, uomini, di carne, di pelle e di ossa, e maledetti per giunta.... ma quali?... e perchè assassinarmi la mia povera mamma?... e lui, il babbo, dove me lo avranno menato?
Un’altra circostanza, che in quel punto, gli accadde rimarcare, lo impressionò, lo allarmò maggiormente. Al letto di suo padre mancava una delle due lenzuola.
Che egli pure fosse rimasto vittima de’ notturni invasori della sua casa e quel lenzuolo gli avesse servito di sudario?
A simil dubio un gelo ricercò tutte le fibre del gigante.
Dinanzi alla salma materna, aveva mandato un grido di suprema angoscia; aveva pianto; ma sentivasi già più forte del proprio cordoglio. — Su le anime robuste, le sciagure irreparabili hanno codesto di reattivo che le affortificano vieppiù nel tempo istesso che le colpiscono, attalchè — scorso il primo momento — comincia subito per esse quella lotta contro il dolore da cui escono sempre vincitrici. — Ma, dinanzi alle incertezze che avvolgevano il destino del suo genitore, egli si sentiva scoraggiato, debole, inetto.
Quella sventura risguardava unicamente il suo cuore, cui — da lungo — erasi abituato ad imporre: questo mistero, per contro, toccava la sua fantasia che facilmente si scombuiava.
Gli parve, nullameno, che le orme osservate nei pressi del suo casolare potessero giovargli e guidarlo alla scoperta del vero.
Dopo aver baciato in fronte il freddo cadavere della madre e copertone il capo del lenzuolo; rinchiuse alla meglio l’uscio della propria abitazione e si mise ad esaminar di nuovo ed a seguir le pedate che, da questa, declinavano verso la valle.
L’indagine lo trasse sino ad un punto su l’alveo della Nure, che appariva manifesto aver servito di luogo di sosta a molte persone, tanto quelle orme vi si accavalciavano disordinate e profonde, e dal quale si spiccavano, quindi, per due direzioni diametralmente opposte fra loro, le une seguendo, le altre risalendo il corso delle aque.
Per alcuni istanti, Terremoto — che temeva smarrirne lo itinerario — oscillò perplesso nella scelta; ma finì ad optare per le ultime, che — a breve tratto — lo ricondussero sopra la riva ed, in prossimità della parochia dell’Olmo, lo spinsero di nuovo verso la montagna.
Ma la notte cominciava a cadere; il cielo s’infoschiva rannuvolato; nè però gli restava modo di continuare le ricerche.
Valicati gli aridi greppi di Costalta, si trovava già presso le ruine del monastero di San Savino, attrattovi più da una arcana intuizione che dagl’indizi di nessuna traccia; quando il pesante calpestìo ed il sommesso bisbigliare di molta gente, lo consigliò ad arrestarsi ed a sfuggire la curiosità de’ passanti col nascondersi appunto fra quelle ruine.
I sopravegnenti erano uomini armati, la gente dei Nicelli, che da Castel Canafurone — luogo de’ loro convegni — scendevano alla pianura.
Nel rasentare gli avanzi dello antico chiostro:
— Ehi, dico, Bislacco da Grondone — mormorò l’uno di essi ad uno de’ suoi compagni — il vecchio sarà ancora là dentro!....
— Probabile! — rispose questi — pur che i lupi lo abbiano rispettato!...
E tirarono di lungo.
Terremoto provò come una fitta al cuore.
Perchè?
Siamo tutti fatti così.
Quando ci predomina un pensiero esclusivo, qualunque cosa — per casuale ed avventiccia ella sia — ci capiti sotto i sensi; pare a noi debba intimamente connettersi a quanto ci preoccupa.
Laonde:
— Il vecchio?... i lupi?... — pensò il colosso fra sè — che abbiano voluto parlare del mio povero padre?...
E stette ad un pelo di uscire dal suo nascondiglio, per correr dietro a’ sconosciuti, che avevano scambiato quelle misteriose parole e chiederne loro la spiegazione. Ma, in quello istante medesimo, un certo mugolio, che partiva dallo interno di quelle istesse ruine, tra le quali egli trovavasi celato, e che mal si distingueva se d’animale, o se d’uomo, venne a ferirgli l’orecchio.
Era una specie di braìto roco e monotono, che aveva insieme del rantolo e dello sbadiglio.
Terremoto col sudore ghiacciato su la fronte, tanto era il suo terrore, si diresse a tastoni verso il punto donde procedeva la voce, che, a misura egli le si accostava, andava sempre più assumendo il tuono querimonioso del gemito.
Nel mutare un ultimo passo per farlese anche più vicino, urtò del piede in alcunchè di cedevole e molle, che stette per farlo traboccare.
Chinandosi, allungò allora una mano e — dopo aver brancicato un momento per l’aria — riuscì a posarla su di un corpo steso sul lastrico, che non tardò guari a riconoscere per una creatura umana ravvolta entro un lenzuolo.
Quel lenzuolo fu per lui tutta una rivelazione.
L’uomo in esso racchiuso doveva essere necessariamente suo padre.
Si piegò, quindi, su le ginocchia, stringendoselo fra le braccia e susurrandogli amoroso:
— Babbo, babbo.... oh, siete voi, ne vo’ certo!... mi ascoltate, eh!... è il vostro figliuolo Arcangelo che vi sta presso.... fatevi core!... ma cosa v’è mai accaduto?... oh, parlatemi!... ditemi che siete voi per davvero.... rassicuratemi con una vostra sola parola!...
Ma l’uomo non gli rispondeva verbo: solo reiterava, tratto tratto, il suo primo mugolio.
Palpandolo meglio, Terremoto si avvide come, sotto il lenzuolo, fosse completamente ignudo ed avesse gli stinchi ed i polsi legati con due pezzi di fune.
Mercè un largo coltello da caccia che portava sempre alla cintola, il gigante si affrettò a reciderli, nella speranza che — a pena libere — le braccia di quell’uomo, ch’egli reputava suo padre, dovessero stendersi verso di lui per abbracciarlo: invece gli ricaddero inerti lungo le cosce. Le toccò: erano fredde.
Un nuovo terrore lo colse.
Pure quell’uomo non poteva esser morto. Un alitare frequente ed affannoso ne agitava il petto; la voce — comechè fioca e languente — n’era tuttavia bastevolmente sonora; ma perchè non parlava?... perchè non rispondeva alle sue dimande?
Impaziente d’uscire da una sì penosa incertezza lo sollevò di peso d’in sul pavimento e, raddrizzandosi, se lo tolse in braccio e mosse cauto verso gli sfasciati avanzi di un arco a sestacuto, che serviva d’unico accesso e d’unico sfogo alle ruine del monastero.
Pure al di fuori regnavano fitte le tenebre, perocchè l’ora fosse già molto inoltrata; ma quel biancastro bagliore che schiara sempre le aperte campagne, anco nelle notti più buie, doveva bastargli per riconoscere le sembianze dell’uomo che si recava in collo, massime ove questi fosse veramente suo padre.
E lo era.
Allora soltanto, nell’affisarlo in volto, Terremoto potè rendersi ragione del come nè gli avesse risposto, nè mai potuto articolare parola.
Il misero aveva lo sbadacchio.
Era un grosso frammento di legno, che altri gli aveva confitto tra le mandibole a forza sgangherate.
Terremoto gliel tolse subito di bocca; ma non per questo il vecchio potè far altro che ringraziarlo di un tenero sguardo. — Levò una mano, mosse le labra per dir qualche cosa; ma le forze lo abbandonarono di un tratto e si lasciò cadere su la spalla del figlio privo di sensi.
Così, come portasse un bambino, Terremoto, col suo vecchio genitore tra le braccia, ricalcò lento lento la via già percorsa e — schivando la parochia dell’Olmo con l’obliquare a sinistra — lo riportò su quello istesso suo letticciuolo d’onde le avevano strappato i birri del Monte Ochino e sul quale un sorso di vin generoso ministratogli dal figlio valse a farlo rientrare in sè stesso.
Rinunzieremo a dipingerne il dolore quando si vide al fianco la spoglia inanimata della sua donna e ne riseppe la morte.
Non ebbe nè lacrime, nè sospiri, nè parole: rimase muto a contemplarla, poi volse gli occhi in alto e pregò.
Il suo Arcangelo intanto, nell’apprestargli altro vino e un po’ di cibo, lo andava incalzando perchè lo istruisse di quanto gli era accaduto.
Domata la piena del primo affanno e ripreso alquanto delle sue forze, il padre gli espose, infatti, per filo e per segno tutte le vicende dell’abbominevole violenza, onde i Nicelli lo avevano reso vittime, aggiugnendo come lo scellerato Monte Ochino — giunti a Cogno — lo avesse fatto legare da’ suoi e, con un badacchio alla bocca, abbandonare tra le ruine del convento di San Savino, dov’egli lo aveva rinvenuto e dove trovavasi da tre giorni senza nè moto nè cibo.
Uditi que’ particolari, Terremoto voleva accingersi a dar sepoltura al cadavere della madre; ma Luca vi si oppose; disse quella pia bisogna essere di suo esclusivo diritto ed a lui spettarne, invece, altra non manco doverosa ed ancora più urgente: quella di appurare cosa i Nicelli avessero macchinato d’iniquo di prevenire i signori di Camia del sovrastante pericolo.
Padre e figlio mettevano in cima d’ogni loro dovere il rendere servizio a’ loro padroni.
Terremoto non gli fece, per conseguenza, la minima obiezione, ed — abbracciatolo rispettoso e baciata anco una volta in fronte la salma materna — si ripose immediatamente in cammino. — Solo, in luogo di portarsi, difilato al castello, volle riconoscere prima se nulla avessero tentato i Nicelli e — seguendo le indicazioni fornitegli dal padre — si recò anzitutto in sul punto della Nure dove cadeva lo sbocco della via sotterranea.
Trovatolo aperto, penetrò di là nello interno della rôcca, dove lo vedemmo arrivare in buon punto per trarre a salvamento Bianca della Staffa dalle mani de’ nicelleschi.
Quando fu secolei di ritorno alla propria casuccia, trovò Luca Rinolfo che, nel frattempo, aveva compiuto il pietoso ufficio d’inumare i resti della sua vecchia consorte.
Di fianco della casa, un piccolo rialto di terra allora allora remossa ne segnava la tomba.
A pena la scôrse, Terremoto strappò due rami da un giovine pioppo ed, incastratili l’un nell’altro, ve li collocò sopra a maniera di croce.
Indi pregò.
La Bella Perugina — come Bianca veniva chiamata da’ valligiani — trovavasi in preda d’una specie di orgasmo febrile, che non le consentiva un attimo di requie. — Nè tanto l’agitava il dolore pe’ suoi congiunti e familiari miseramente periti in difesa della rôcca, nè tanto il pericolo onde, a miracolo, era stata sottratta, quanto la sorte ignorata dell’avolo, quanto il ricordo del giovine generoso ch’erasi visto scannare sotto gli occhi, mentre le faceva baluardo del proprio petto.
A’ due rispettosi vassalli, che le si affaccendavano attorno con ogni maniera di sollecitudini e profferte, ella non faceva che ripetere:
— E il nonno?.... e il nonno?.... e quel povero giovine?...
— Dio buono — le chiese un volta Luca Rinolfo — ma che gli è dunque intervenuto a Sua Eccellenza?
— È appunto il non saperlo che mi rattrista così — rispose la fanciulla — que’ furibondi se lo hanno levato in collo e portato via secoloro e sa il cielo dove l’avranno trascinato, cosa gli avranno fatto.... ecco ciò che mi accuora!... e quel povero giovine?...
— Chi è, madonna — le dimandò Terremoto — cotesto giovine, per cui sì vi affliggete?
— È un soldato, che incontrai già a Parma, nell’aprile dell’anno scorso, quando ci fummo ad incontrare il Santo Padre.... e non ci fossimo mai stati, che anche allora ci fu sangue e da quella malaugurata circostanza si rincrudirono le inimicizie.... e anche allora egli si levò in mia difesa ed ha fatto altrettanto pure testè, quantunque mi sia parso militasse contro di noi.... e l’ho visto io stessa cadere.... e adesso non so se sia nè vivo nè morto.
— E com’è, madonna? — fece risolutamente il colosso — come si chiama?
— Si chiama Neruccio Nerucci.... ci disse il suo nome quando lo incontrai la prima volta e non m’è più mai uscito di mente... è un giovine che non conterà ancora trent’anni... bello, oh, bello come un angiolo del Signore!.... ha un’aria dolce, nobile, attraente.... alto, bruno di chiome, con due leggeri mustacchi...
— E in qual modo è vestito?
— Allo incirca come un lanzo imperiale.
— E dov’è caduto?
— Poco scosto dal punto in cui mi avete trovato.... su’ gradini dell’ultima scala.
— E Sua Eccellenza?
— Il nonno?.... oh, di lui, lo ripeto, so nulla.... è in balìa di que’ mostri!
— Ebbene, madonna: io vado e, se Dio non m’abbandona, o di tutti due, o dell’uno, o dell’altro, saprò darvi contezza.
— Oh, grazie, buon Terremoto!
E la donzella gli stese affettuosamente la mano.
Il gigante piegò un ginocchio a terra e glie la baciò reverente.