Capitolo XII. Il pozzo dalle cento taglie.

Diciamo un tratto come fossero andate le cose.

Vendicare la morte del cugino Stefano — se il principale — non era stato l’unico movente del conte di Monte Ochino, il quale — impadronendosi della rôcca di Camia — mirava eziandio ad altro scopo e — come si suol dire — a pigliare due colombi ad una fava.

In quell’anno medesimo, tutta la valle erasi vivamente commossa per un’atroce scena di sangue, ond’era stata teatro l’abazia di San Savino, discosta un tiro di freccia da quelle ruine, entro cui vedemmo Terremoto rinvenire legato ed abbavagliato il proprio genitore.

Reggeva quell’abazia un conte Giambattista Marazzani, uomo bisbetico ed originale che — al dire de’ valligiani — occupavasi più assai di scienze occulte e d’alchimia che non del proprio breviario, e nelle quali occupazioni aveva spesso compagno e confidente il conte Giovanni il Grosso de’ Camia.

Col Marazzani conviveva una giovine donna — non bellissima — ma sovrammodo piacevole ed attraente, ch’egli faceva passare come propria sorella, ma che le dicerie de’ villici accusavano di ben altro.

Malgrado ciò, uno de’ meglio illustri e valenti cavalieri piacentini, il conte Giovanni Anguissola, erasi così perduto di amore per lei, da porre in dimenticanza il livore antico che — per ragioni di parte — divideva la sua famiglia da’ Marazzani, e destreggiarsi in ogni più acconcio modo per rendersi propizio l’abate ed insinuarsi in sua casa.

I loro buoni rapporti non ebbero tuttavia che la durata dell’ignoranza dell’ultimo circa i veri motivi che gli traevano l’altro sì di frequente tra’ piedi.

Come li indovinò, provide subito a’ casi propri, allontanando segretamente da sè la sorella ed affidandola alla custodia di donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, senza che anima viva ne trapelasse e senza mutare però il suo contegno verso del nuovo amico.

Ma altrettanto non accadde dell’Anguissola.

Com’era consueto fare un giorno almeno ogni decade, costui si rese una volta ancora all’abazia, nello esclusivo intento di rivedere l’adorata sua Olimpia, — che tale era il nome della sorella.... o quel che altro fosse del Marazzani. — L’abate lo accolse con l’ordinaria benevolenza, gli fece festa, lo convitò anche, ma di Olimpia non gli tenne parola.

Olimpia non c’era.

L’altro attese paziente l’ora del desinare, persuaso che, a questo, non dovesse mancare d’intervenire. — E l’ora ne giunse, e la campana refettoriale l’annunziò con la sua chiama, e i vari convitati, tra’ quali Giovanni Camia, si assisero a mensa. — Ma non un segno di Olimpia; nemmanco la posata al suo solito posto.

Decisamente Olimpia non c’era.

Messo in sospetto e desioso in pari tempo di uscire d’incertezza, l’Anguissola si volse all’abate, che gli siedeva presso, e francamente glie ne chiese. — L’abate, sbirciandolo di sottecchi con uno sguardo maligno, tutto suo peculiare, crollò un momento la testa in aria beffarda, poi gli rispose Olimpia trovarsi così lontana, che neppure su l’ippogrifo del mago Merlino avrebbe potuto raggiungerla, e si togliesse bene dal capo la matta speranza di mai più rivederla.

Tale risposta risvegliò tutto l’antico e mal sopito odio gentilizio nel cuore dell’Anguissola e gli fece montare il sangue al cervello. — Non disse verbo, non mise fiato; ma — sgranando tanto d’occhi spiritati e digrignando i denti — si scagliò su l’abate e — trattosi di cintura il pugnale — glie lo immerse replicatamente nel petto.

Il Marazzani dètte uno strillo e cadde rovescio.

I convitati accorsero a sollevarlo.

L’Anguissola — quasi uscito di senno — gittò il ferro sanguinolento sul desco, corse alle scuderie, inforcò il suo cavallo e si evase.

Poche ore dopo l’abate spirò.

Ma corse voce che — prima di spirare — egli consegnasse in segreto e gelosamente raccomandasse al Camia un cofanetto di sandalo, borchiellato d’argento, entro il quale indubiamente custodito un tesoro. — Chi diceva diamanti e zaffiri e smeraldi a dovizie già appartenenti a quello infelice Zizimo fratello di Bajazet II, che vuolsi papa Alessandro VI facesse avvelenare; chi preziosi amuleti e talismani, riportati di Terra Santa da un Ugo Marazzano, che aveva seguito Carlo d’Angiò all’ultima crociata; chi, finalmente, lo specifico infallibile per fare la grande opera.

Già il modo di fabbricare oro ispanico era divenuto il segreto di Pulcinella. — Conveniva riporre due galli vecchi tra i dodici e i quindici anni entro una camera sotterranea tutta di pietra, con due finestruole, per cui appena si vedesse traverso, ed ingrassarli di guisa che prendessero caldo ed accoppiatisi insieme facessero ova. A covare queste ova — tolti via i galli — mettere rospi, nutrendoli di mollica di pane, sicchè ne nascessero pulcini maschi, come quei delle chiocce, ai quali, in capo a sei o sette giorni, spuntavano code di serpente. — Questi erano basilischi. — Si pigliavano allora, s’intromettevano in certe bombole di rame a bucherelli, che si sotterravano, lasciando che i basilischi si nodrissero di terra per sei mesi consecutivi: quindi si traevano e, circondate le bombole di fuoco, si faceva che vi abbrustolissero dentro. Macinati poi, vi si misturava aceto, sangue umano e rame rosso, — e l’oro ispanico era fatto.

Ma molti vi si erano cimentati, senza a nulla approdare.

Più de’ gioielli, più delle reliquie di Terra Santa, sarebbe quindi stato prezioso il contenuto di quel cofanetto, se realmente avesse potuto insegnare la vera ricetta per fabricare quell’oro.

Qualunque fosse, d’altronde, tutti convenivano nello attribuirgli uno immenso valore, epperò tra le mire del Monte Ochino eravi appunto quella di venirne in possesso.

Vinti completamente i Camia, allontanato ogni pericolo di nuove sorprese, sua prima cura fu, dunque, rovistare da capo a fondo la rôcca, facendo man bassa su tutto quanto gli parve valerne la pena.

Ma il cofanetto non giunse a trovarlo.

Chiese allora di Giovanni Camia e — risaputo come un drappello de’ suoi gli avesse fatto traghettare la Nure e trascinatolo nell’aperta campagna poco stante da Borgo San Bernardino — vi accorse con tutti gli altri, non lasciando a guardia della rôcca che i tre soli sgherri, che vedemmo sì bene mistificati da Terremoto.

Giunto in sul luogo dove trovavasi il Camia, steso boccone su la nuda terra e con le mani legate al dorso, cominciò a punzecchiarlo con la punta della spada alle reni gridandogli brutalmente:

— Ehi, maledetto stregone, sono qui, perchè regoliamo i nostri conti.... e ne abbiamo di assai vecchi ed infogniti!

— Datemi la morte! — gli rispose pacato il vegliardo — io non vi chiedo altro!

— Ma io ti chiedo di più — gli mormorò all’orecchio il Nicelli, che, per far questo, erasi posto su le ginocchia.

— E che mai?

— Ti chiedo dove tu abbia riposto quel famoso còfano, che ti venne consegnato prima ch’egli morisse, da monsignor abate di San Savino.... che il Signore abbia in gloria.

— Il còfano?.... e quale còfano?.... io di còfani mi so nulla!

— Bada! — ruggì il Monte Ochino — bada che, di grosso che ti si chiama e che sei daddovero, io ti fo divenire sì mingherlino ed allampanato da passare a tuo agio pel taglio delle catene di un ponte!... bada che, se non mi indichi, e subito, dove posso raccapezzare quel còfano, io ti faccio soffrire tali e così acerbe torture, che quelle della Corte di Giustizia.... cosa dico?.... gli stessi spasimi dello inferno, saranno carezze al paragone.

— E voi obedite alla collera vostra, conte Giovanni; ma non isperate con ciò darmi possibilità di sodisfare il vostro desiderio.... di quanto voi dite, ve lo replico, conte.... io so nulla!

— Tu menti per la gola, come un dannato di facitore d’ubbìe, che tu sei!

— Dio mi ascolta e mi giudica!

— Invoca Dio a tutore dell’anima tua scellerata, non delle tue menzogne.

— Conte, io vi dico il vero.

— Sei ben deciso al silenzio?

— Non posso fare altrimenti.

— Preparati, dunque...

— A morire?

— No, ma a penare, come fosti tra le ugne di Satanasso.

E, profferite fra’ denti queste tremende parole, il Monte Ochino si raddrizzò in atto d’impartire a’ suoi birri qualche iniquo comando.

Ma in quel medesimo punto, giunsero correndo dalla banda del torrente i tre, che Terremoto aveva sì felicemente burlato.

Alle dimande che rivolse loro il Monte Ochino, e’ risposero con le esclamazioni di chi sa d’aver fatto una triste figura e vuole non apparire dappoco, e narrarono, esagerando, come fossero stati sovraccolti da uno spaventoso gigante tutto ricoperto di piastre di ferro, il quale li aveva ghermiti, ad uno ad uno, pel collo e lanciati venti passi al di là del ponte; poi — sollevato questo quasi per incanto — precluso loro il reingresso.

La tema di qualche imprevisto tentativo e d’una sorpresa in sul meglio del ballo da parte degli altri Camia, o de’ loro parziali; fece sì che il Nicelli smettesse, pel momento, i suoi crudeli propositi contro Giovanni il Grosso e, col maggior nerbo de’ suoi, si riconducesse alla rôcca.

Prevedendo, per altro, quali ostacoli gli convenisse superare per rientrarvi — transitando pel casolare di Borgo San Bernardino, dove giaceva grosso deposito di materiali edilizî e di arnesi da guerra, destinati alla costruzione ed al munimento di una torre, che papa Paolo III faceva erigere lì presso, per albergarvi i suoi commessarî di giustizia — eccitò taluni de’ suoi birri a provedersi di tavole e scale e a pigliar su una petriera e trascinarsela dietro a forza di braccia.

Sul luogo, la caricarono sino all’orifizio della sua tromba, con la polvere che ciascuno teneva nel fiaschino e con pietre raccattate intorno intorno; poi, — lanciate le scale e le tavole sul fossato — ve la spinsero sopra sino a farla combaciare della bocca co’ ritti della serracinesca, ed allora le misero fuoco.

Fu lo scoppio di quella bombarda che mandò in fascio la porta e che sorprese Terremoto, nel mentre usciva dal dormitorio col suo giovine ferito sovra le spalle.

Al vederlo, i nicelleschi, che il riconobbero perchè teneva la visiera ancora alta:

— Dàlli! dalli! — si misero a urlare.

E gli corsero sopra in massa serrata.

Terremoto comprese d’un tratto come non potesse lottare contro tanto nugolo di gente, senza esporre — se non sè stesso — il suo protetto ad inevitabile morte.

Unico scampo, gittarsi di nuovo per quella via sotterranea, che già una volta gli aveva servito per trarre a salvamento la sua signora.

E non esitò.

Ma la foce esterna di quella via, egli stesso l’aveva nuovamente otturata.

Consci di ciò:

— Bene! meglio! — sclamavano intanto molti dei suoi avversarî — il lupo s’accalappia da sè medesimo!... lo sfogo è ristoppato!.... addosso! addosso!

E si cacciarono inanzi con maggiore irruenza.

Ma — perchè giorno chiaro — non avvisarono di procacciarsi lume, e dentro quel cunicolo, angusto così, che due costa a costa penavano ad inoltrarvisi, regnava il buio cieco della notte.

Malgrado ciò, proseguirono animosi ad accalcarsi sotto la sua volta depressa, tra le sue umide pareti, pigiandosi l’un l’altro alle reni, nell’ansia che animava gli ultimi di raggiungere i primi.

Alle grida clamorose, era susseguito un bisbigliare sommesso, quasi il silenzio.

Era il portato delle tenebre.

Quella infornata di carne umana spariva lenta lenta per l’entratura della intercapedine. — Si capiva che i primi procedevano tastoni. — Ormai non rimaneva più al di fuori che una coda di pochi, i quali marcavano il passo, scalpicciando come i cavalli impazienti.

Quando improvisamente si manifestò un moto regressivo e come di regurgito.

Al riguardoso pissi pissi tornò a succedere il clamore; ma questa volta non erano più voci di collera e di minaccia: erano strida di spavento, d’orrore.

Cos’era accaduto?

Giunto a capo della via, senza che — per una ragione che non tarderemo a spiegarci — i suoi aggressori fossero pervenuti a raggiungerlo; Terremoto aveva, con bel garbo, deposto a terra Neruccio, indi erasi dato a sgomberarne l’uscita, col trarre a sè e gittarsi a tergo le grosse pietre, ch’egli stesso — poche ore prima — vi aveva accumulato.

In breve n’ebbe remosse già tante da schiudersi un primo varco, pel quale uno impaziente guizzo di luce s’insinuò nella via sotterranea e — lambendone il terroso pavimento — la rischiarò, come pallido raggio di luna, sino all’opposto lato su cui scendeva la scala.

Un’orribile vista si affacciò allora a quel tanto di nicelleschi che tuttavia vi si accalcava.

Nello spazio che li divideva da Terremoto, spalancavasi una nera voragine, entro la quale erano andati man mano precipitando tutti coloro che li avevano preceduti.

Quella voragine era un pozzo riquadro, coperto d’una specie di cateratta collegata a cerniera ad uno de’ suoi cigli e che — facendo girare sopra sè stesso un caviglione di ferro infisso alla parete — gli cascava nello interno, tutto irto di larghe lame ricurve a mo’ di falci fienaie suggellate alla camicia e co’ taglienti e le punte rivolti allo insù.

Era il così detto pozzo delle cento taglie, del quale, Luca Rinolfo aveva confidato il segreto al figliuolo, anche prima che questi s’introducesse la prima volta nella rôcca, ma senza che allora se ne fosse potuto servire, e perchè incalzato troppo da vicino, e perchè con ambe le mani occupate, l’una nel sostenere Bianca della Staffa, l’altra, il da Niceto.

In compenso se n’era valuto adesso e con qual esito è facile imaginarlo.

Il primo de’ suoi inseguitori erasi improvisamente trovato a mettere un piede in fallo e traboccare nel vuoto. Chi gli stava alle reni aveva necessariamente dovuto fare altrettanto: poi un terzo, un quarto, un quinto, e via via. — Le falci — ingegnosamente alternate così da non lasciar passare nè trattenere alcunchè — facevano il resto: li squarciavano, li mutilavano, li affettavano. — E tutti vi sarebbero andati a finire come pecore di Panurgio, se la provida striscia di luce, inviata loro dallo stesso Terremoto, non fosse giunta in tempo da trattenere i sopravenienti, che arretrarono esterrefatti.

Un moto istintivo di paura li respinse fuori del sotterraneo a cercare l’aria libera, la chiara luce del sole. — Ivi si chiamarono a nome l’un l’altro, si noverarono: ventun di loro mancavano all’appello; altrettanti doveva averne inghiottito il baratro traditore.

Scemato tuttavia il primo terrore, un sentimento di vergogna a un tempo e un desiderio di vendetta, li animò a tentare la riscossa. — Le tavole, su le quali avevano valicato la fossa circuente il castello, potevano medesimamente servire per traversare l’orifizio del pozzo. — Accorsero a munirsene e scesero di nuovo nella via sotterranea.

Ma troppo tardi.

Il colosso, nel frattempo, ne aveva sgombro completamente lo sfogo esterno e se l’era dato a gambe trasportando seco il loro commilitone ferito.