Capitolo XLII. Il lupo e la volpe.
In quello istesso ambiente della rôcca di Busseto, che il cronista battezza del semplice nome di «camera» e ch’era veramente la così detta sala de’ negozi, noi troviamo, dunque, Sua Maestà Cattolica l’imperatore Carlo V, e Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese stretti in segreto ed animato colloquio.
Erano seduti a’ due lati di un piccolo tavolo dai piedi a spirale, coperto di un ricco tappeto di velluto paonazzo e di un cumulo di carte e di libri, sul quale l’imperatore si appoggiava del gomito sinistro, prestando la massima attenzione a quanto gli andava sciorinando il suo sacro interlocutore.
— La Maestà Vostra, lo vede! — diceva questi — facendo conoscere al Cristianissimo il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso se, in tempo che ella forniva la impresa di Algeri in benefizio della cristianità di tutto il mediterraneo e, per conseguenza, pure di Francia, le avesse rivolto contro le armi; io sono riuscito a tenerlo per alquanto tempo tranquillo; ma sino dal cessato anno i suoi umori bellicosi sonosi di bel nuovo risvegli ed in quattro oppositi punti ha fatto attaccare dalle sue genti i domini della Maestà Vostra.... il delfino Enrico, suo primogenito, con poderoso esercito, s’è accinto ad assediar Perpignano, mentre il duca d’Orléans, suo cadetto, se l’è presa col ducato di Lucemburgo: e il duca di Cleves col duca di Longueville son passati nel Brabante, mentre il duca di Vendôme penetrava in Lombardia... vero che i generali della Maestà Vostra seppero tenere a scacco il nimico, il quale pressochè dovunque s’è avuta la peggio; vero, che da quando Francesco I ha commesso il turpissimo atto di stringersi in lega con l’infedele, insultando così a quella santa religione cattolica, che gli è stata madre e di cui dovrebb’essere uno de’ più strenui difensori, non è più possibile che il Signore Iddio sia mai più con le sue armi; ma non manco è vero che le insensate sue smanie e la sua iattanza mettono del continuo a repentaglio la pace publica e procacciano a cristianità tutta una infinita serie di mali!
Carlo V — accarezzandosi il fulvo pizzo con quell’atto che gli era sempre abituale, massime allorchè meditava — faceva un legger cenno affermativo del capo, senza nulla rispondere.
— Di più — continuò il papa, senza mostrarsi sconcertato da un tale silenzio — nel tempo istesso che il monarca francese mette insieme il più di gente che può, per ritentare le sue pazze imprese, Khair-Eddin, il Barbarossa, sta allestendo una formidabile schiera di galee per piombare novellamente su le misere coste del mediterraneo.... la Maestà Vostra, per contrapporre un valido ostacolo alle forze congiunte di Francia e di Turchia, s’è bene stretta in alleanza, con Arrigo VIII, re d’Inghilterra; ma che ne proviene?... la minaccia di nuova, lunga, micidialissima guerra, con grave iattura de’ poveri popoli, con manifesta offesa d’Iddio, il quale vuole precipuamente la misericordia, il perdono e la pace fra tutti i suoi figli.
Il discendente di Ferdinando ed Isabella i Cattolici proseguiva a tormentarsi la barba, senza muover verbo.
— Egli è però — riprese a dire Paolo III dopo una pausa — che io torno a fare appello all’animo mite e generoso di Vostra Maestà, affinchè voglia piegarsi a’ miei paterni consigli ed aiutarmi nell’arduo, ma santissimo còmpito, di comporre gli animi a reciproca benevolenza e di ristabilire la pace nel mondo.
— In qual maniera? — domandò allora Carlo V, affisando il pontefice negli occhi con lo sguardo freddo e penetrante de’ suoi occhi neri ed opachi.
Il Farnese fece uno sforzo sovra sè stesso, per rendersi impenetrabile, ed, incrociando le mani e sporgendo in fuori il labro inferiore, assunse un’aria anche più spiccata di unzione e di mansuetudine.
Indi soggiunse:
— In una maniera, che, già varie volte, mi sono permesso di accennare alla Maestà Vostra.
— Vostra Beatitudine — fece il monarca spagnuolo — intende, senza dubio, riparlarmi della ducea di Milano.
— Appunto! appunto!... — s’affrettò a dire Paolo III — è sempre cotesto il soggetto primo, od almeno il pretesto, di tutte le guerre combattute tra la Francia e l’impero: tolta di mezzo quella ducea, e sarebbe rimossa la cagione di ulteriori conflitti.
— Ah, tôrla di mezzo! — borbottò Carlo V, rimettendosi a stiracchiarsi i peli della barba — tôrla di mezzo.... è presto detto!
— Indubiamente — osservò subito il papa — che io non dico di dare ascolto alle pretese di Francesco I... sarebbe consigliare una umiliazione, quasi una viltà, che dee ripugnare all’animo eletto e giustamente orgoglioso della Maestà Vostra; ma io dico....
— Di investire qualcun’altro di quella ducea, eh?
— È sempre stato il mio pensiero!
— Non ho pena a crederlo.
— E sarebbe il partito meglio acconcio.
— Per Vostra Beatitudine!
— Ed anco per la Maestà Vostra.
— Ne ho i miei serî dubi!
— Che la Maestà Vostra s’affidi interamente e ciecamente nei lumi e nella sperienza del suo indegno padre in Nostro Signor Gesù Cristo.
— Me lo impone Vostra Santità come domma, come atto di fede?
— Non sino a cotesto punto: prego e non impongo.
— E quale sarebbe la persona, che Vostra Beatitudine, mi consiglierebbe d’investire di quella ducea?
— Una persona, che, s’è cara al mio cuore, lo dev’essere pure a quello di Vostra Maestà Cesarea: il giovine monsignor Ottavio Farnese, duca di Camerino.
Era cotesta una manovra furbesca del papa, alla quale Carlo V non era probabilmente preparato, dappoichè, malgrado la storica sua presenza di spirito, non seppe fare a meno dal trasalire e:
— Don Ottavio? — sclamò meravigliando — far Duca di Milano, don Ottavio.... quel fanciullo? oh, che Vostra Santità non ci pensi!
— Badi la Maestà Vostra — soggiunse il pontefice, con un fino soghigno — che io le ho appunto proposto un fanciullo, non un uomo, affinch’ella possa moderarlo a tutto suo piacimento e continuare, per mano sua, a tenersi ugualmente in pugno il dominio ed il governo del milanese.
— Ed è precisamente in cotesto che sta il peggio guaio della proposta: cedendo il milanese, per quanto possa fare a fidanza con la malleabilità e l’ossequenza del cessionario, io lo perdo: ed, in ugual tempo, la istessa persuasione che, per tal modo, io ne serbi parimente governo e dominio, toglie ogni importanza alla cessione.... il cavalleresco sire di Francia non s’accheterebbe, di certo, ad un simile componimento, che rivestirebbe, per lui, tutta l’apparenza di un intrigo.
Paolo III durò somma fatica ad occultare, sotto una larva di rattristata remissione, la viva gioia che tali parole gli producevano. Costantemente fermo nella mira di conseguire il ducato di Milano pel suo Pierluigi, e’ non aveva messo inanzi quella proposta chè nell’intento di dimostrare allo imperatore la propria condescendenza. Considerando, per altro, come a lui poteva sorridere il progetto di contribuire allo ingrandimento del proprio genero, aveva provato, nell’affacciarla, un non so qual batticuore, per tema di vederla accettata. Era, quindi, col più grande sodisfacimento che s’udiva ribattere quelle medesime obiezioni ch’egli stesso aveva, prima di ogni altro, previsto.
— Comprendo! comprendo! — mormorò allora, scuotendo melanconicamente la testa — i motivi che m’adduce la Maestà Vostra sono di natura e di portata tali, che non saprei davvero in quale guisa combatterli!
Carlo V, che indovinava il giuoco dell’avido Vicario di Cristo e, come suol dirsi, lo vedeva venire, ebbe un sorriso di olimpica ironia, che sembrava dire:
— È qui che t’aspettavo!
— Riconosco anch’io — prosegui il Farnese — che il re di Francia non potrebbe tenersi sodisfatto della transazione e che il sacrificio da me richiesto alla Maestà Vostra non approderebbe al desiderato resultamento.
— Per cui?... — domandò, con leggero accento sarcastico l’imperatore.
— Per cui — fece l’altro abbassando gli occhi, quasi sentisse vergogna della propria ostinatezza — non ci sarebbe altro mezzo che.... il mio primitivo progetto.
— Il signor duca di Castro?
— Appunto, Maestà, mio figlio Pierluigi, quello istesso, che la Maestà Vostra si compiacque già di infeudare del marchesato di Novara.
— Ed è però che mi sembra che basti.
— Ma io nulla invoco in pro della mia famiglia; è il bene de’ popoli, è l’amore sviscerato al gregge cattolico, che, da buon pastore, unicamente mi muove!
— Nè di cotesto ho dubitanza veruna; ma siamo schietti, Santità.... si può egli dare che io affidi il retaggio de’ Visconti e de’ Sforza ad uomo della tempra del duca di Castro?
— Pierluigi è il più affettuoso, il più divoto, il più umile tra’ vassalli di Vostra Maestà Cesarea.
— Vuo’ ammetterlo; ma egli è pure quel medesimo che don Fernando d’Avalos dovette cassare da’ registri delle sue truppe per le brutture, ch’egli andava commettendo; è pure quel medesimo, su cui grava sempre la fama del turpe misfatto compiuto su la persona del vescovo di Fano.
— Trascorsi giovanili, Maestà; de’ quali la stessa potestà eclesiastica l’ha, per mio mezzo, pienamente assoluto.
— Ma è stato il pontefice, od è stato il padre che gli ha concesso perdonanza?
— Io mi sono richiamato in pensiero la sublime sentenza di quell’Uomo Dio, che rappresento su la terra: chi è senza peccato scagli la prima pietra sopra di lui! e la ho applicata e come pontefice e come padre!
— Sta bene, Santità; ma perchè un peccatore venga reputato degno del perdono ottenuto fa anche mestieri si appalesi pentito de’ peccati commessi.
— E Pierluigi lo è, lo è sinceramente.
— Ma non lo dimostra coi fatti.
— Ah, Maestà!...
— Santo Padre — fece risolutamente l’imperatore rizzandosi in piedi — non sarà mai che io metta il milanese in balìa del signor duca di Castro!
Il papa si alzò, a sua volta, dando evidente segno della più profonda tristezza.
Nel medesimo tempo si schiuse uno degli usci della sala de’ negozi ed una giovane dama vi penetrò titubante.
Era donna Margherita d’Austria, la figlia naturale dello stesso Carlo V, la moglie di don Ottavio Farnese, duca di Camerino.
— Ebbene? — chies’ella entrando e rivolgendosi al venerando suo bisavolo.
— Figlia mia — le rispose mestamente il pontefice — armate l’animo vostro di rassegnazione, poichè l’augusto vostro genitore non vuole assolutamente condiscendere alle mie ragionevoli proposte.
— Voi, mio padre? — soggiunse la principessa, passando dal papa allo imperatore — e perchè mai vi mostrate tanto ritroso e severo con la nobile famiglia, a cui m’avete imparentato?
— Ve ne prego, Margherita — disse con calma il monarca spagnuolo — non confondiamo questioni di parentado e di sentimento con questioni di politica e ragioni di Stato... Sua Beatitudine conosce i motivi, per cui io mi rifiuto dal secondare i suoi desiderî, e sa quanto sieno fondati e giusti.
— Eh, no, no — intervenne a dire Paolo III — io stimo invece che la Maestà Vostra si lasci sopraffare da una erronea prevenzione, o sobillare da maligne insinuazioni altrui.
Tacciare Carlo V di essere lo zimbello dei maneggi e raggiri di qualche intrigante, era il mezzo più sicuro per farlo andare in bestia. E ben sel sapeva il maliziuto pontefice, il quale contava, in tal guisa, di impermalirlo e di strappargli, per via di reazione e di ripicco, ciò che non aveva potuto ottenere per convincimento.
— Insinuazioni altrui? — sclamò l’imperatore aggrottando la fronte e smettendo dal tormentarsi la barba — no, Santità; nelle mie simpatie, come nelle mie avversioni, non m’ho altro giudice e consigliero fuori di me stesso.
— Voi, dunque, odiate il mio avo? — gli chiese ingenuamente donna Margherita.
— Non odio nessuno io — mormorò Carlo V con impazienza — sono troppo buon cristiano per nodrire simil fatta di basse passioni, io!... ma, per quanta benevolenza porti al signor duca di Castro, essa non può bastare ad acciecarmi al punto di crearlo duca di Milano.
— Ah, non dite cotesto, padre mio — gridò la principessa, gittandosi a’ suoi piedi in umile atto — ve ne prego, ve ne supplico, ve ne scongiuro!... se è vero che mi amate; se è vero, come frequentemente vi compiaceste attestarmi, che io v’ispiri un affetto vivo e profondo, non mi rifiutate la grazia, che imploro piangendo dalla vostra generosità; nominate duca di Milano il padre del mio consorte!
Carlo V oscillava incerto: sua figlia Margherita aveva sempre esercitato un grande impero sopra di lui. Egli l’amava teneramente; e il vedersela a’ piedi, udirla piangere in quel modo, era una tortura pel suo cuore di padre che non sapeva tollerare. Tuttavia gli ricorse il pensiero che quelle preghiere, quelle lacrime non fossero che una indegna comedia appresa alla giovine donna dagli stessi suoi nuovi congiunti. Conosceva troppo a fondo lo spirito obliquo e le manovre artificiose di costoro, per non dover diffidare anche di lei. Impose quindi forza alla propria tenerezza e, rialzando la figlia:
— È inutile — le disse — è inutile che voi vi umiliate in cotesta guisa.... moglie al figlio del duca di Castro od al figlio del duca di Milano voi sarete sempre Margherita d’Austria, figlia di Carlo V.
— Ah, padre mio!... — sospirò la futura governatrice del Brabante — se non cedete alle mie preghiere, egli è che non per nulla il Signore Iddio v’ha situata la testa al disopra del core.
— Margherita!
— Oh, si, si!... rispetto a Beatrice di Portogallo, che è duchessa di Savoia; rispetto a Renata, la cadetta del vostro avversario di Francia, che è duchessa di Ferrara; rispetto a Leonora, la figlia di un semplice vostro vicerè, che è duchessa di Firenze, e cinge quel medesimo diadema strappato dalla mia fronte dal pugnale di scellerato sicario; cosa sono io.... io, la figliuola del più grande e temuto regnator d’Europa?... una meschina duchessa di Castro, signora di Nepi e marchesana di Novara!
— Appartenete sempre a’ reali di Spagna, agli imperiali di Lamagna.
— Ma salga domani altro membro del Sacro Collegio alla cattedra di San Pietro, e questa famiglia de’ Farnesi, cui mi avete legato, scadrà così in basso, che i figli della vostra figliuola, i vostri nipoti, Maestà, saranno poco più di poveri gentiluomini di cappa e spada, vassalli degli stessi vassalli.
Co’ suoi sospetti Carlo V aveva perfettamente colpito nel segno. Margherita parlava infatti, indettata dal marito e principalmente dallo scaltro suo avo. Quand’ella andò sposa in Roma, racconta il Segni, che «si trovò su i principî malcontenta di un tal maritaggio» e che «essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro, suo primo marito, valeva più di Castro, e di quanto aveva casa Farnese.» Paolo III erasi però sollecitato di trar profitto di simile disposizione d’animo della giovine principessa, per accrescerne il malumore e rinfocolarne le ambizioni. Egli che le aveva posto sott’occhi l’avvilente divario fra il di lei stato umile e precario e quello d’altre principesse di assai minori natali; egli che le avea insinuato la paura della propria morte non lontana e de’ gravi danni che potevano conseguirne per tutta la sua famiglia; egli, finalmente, che l’aveva consigliata ad ascoltare, origliando dalla toppa dell’uscio, uno de’ suoi colloqui con l’imperatore e ad intervenirvi allora che ne giudicasse opportuno e propizio il momento, per aggiugnere alle sue le proprie istanze.
Carlo V indovinava gran parte di tali maneggi; ma l’amor suo sviscerato per la figliuola lo acciecava da un lato, mentre dall’altro le di lei savie e considerate riflessioni lo mettevano dassenno sovrappensieri.
Stette un momento in forse; rimeggiò il tu per tu fra il cedere ed il resistere; quindi — con quel fare ambidestro ch’eragli peculiare:
— Ebbene — concluse — mi sia provato che, dopo i trascorsi che ho addebitato poc’anzi al signor duca di Castro, egli s’è dappoi contenuto sempre quale si addice ad intemerato gentiluomo e leal cavaliere, ed io impegno la mia fede di imperatore e di re che lo fo duca di Milano.
Il papa, che aveva assistito, gongolante nell’intimo, ma senza darne alcuno estrinseco indizio, a quel decisivo battibecco tra padre e figlia e al graduale prevalere di questa su l’animo di quello; non seppe rintuzzare una esclamazione di gioia, che, tuttavia corresse a tempo, prima d’aver richiamato sopra di sè l’attenzione dell’imperatore, trasformandola in un atto di pio esaltamento, con lo incrociare le mani e volgere beatamente le pupille al soffitto.
Margherita pure si rasserenò tutta in viso e, stringendo e baciando le mani dello augusto suo genitore, si accomiatò giubilante.
Carlo V avea impegnato la sua reale e imperiale parola di creare Pierluigi Farnese duca di Milano, e però il lieto evento potevasi già considerare come avverato. Non istette, quindi, ad indugiare oltre il felicissimo Paolo III e ne spedì subito il fausto annunzio al figliuolo istesso che, in quel torno, trovavasi a Piacenza, in compagnia del suo segretario Annibal Caro.
Ma padre e figlio Farnesi istituivano i loro calcoli senza dell’oste, e non era impossibile dovessero rifarli. Eglino proponevano; ma chi disponeva era il loro genio malefico.