Capitolo XLVI. L’incognita di Castro.
Carlo V, — nella breve sosta che fece a Cremona, prima di condursi al convegno di Busseto, — avea preso stanza in quel celebre Castel Leone, eretto da’ cremonesi in loro difesa contro l’avversaria Milano, presso le cui mura la superba metropoli lombarda subì, nel 1213, quella memorabile disfatta, che le fece perdere persino il carroccio, e nelle cui sale il famigerato Cabrino Fondulo esercitò, in seguito, gli atti più crudeli della sua tirannica signoria.
A Castel Leone — oltre il seguito dello imperatore — convennero pure, affine di rendere omaggio al medesimo, diversi principi italiani, tra quali il duca Ercole d’Este con la moglie e la costei corte, di cui faceva parte Bianca della Staffa: e sappiamo per qual motivo non si rendesse questa insieme al duca a Busseto, rimanendo invece, con la duchessa e l’altre dame, a Cremona, in attesa ch’egli vi facesse ritorno.
Delle girandole montate da don Ferrante Gonzaga in pregiudizio di Pierluigi Farnese, non ci sarà d’uopo porgere molti schiarimenti al lettore, ond’egli se ne renda pienamente capace. Sapendo, anche per le voci insistenti che ne correvano, come — nel chiedere un abboccamento all’imperatore col solito pietoso artefizio dell’adoprarsi pel ristabilimento della pace — scopo precipuo di Paolo III quello si fosse di conseguire pel suo beniamino la investitura del milanese, cui egli stesso, il Gonzaga, avidamente agognava; pensò spedire inanzi a Busseto il suo fedel Gozzelini a mo’ di scandagliatore e di dargli a compagno il membruto Terremoto, che si fece imprestare dal duca di Ferrara, sì per giovarsene nel modo che abbiamo poi visto e sì perchè, in ogni perigliosa evenienza, a quello servisse di valida scorta e difesa.
Diremo, invece, come in Busseto si trovassero Pellegrino di Leuthen ed Olimpia Marazzani.
Morta, sepolta e resuscita a Perugia, Olimpia erasi ricongiunta al suo Pierluigi e — mentr’egli debellava i faziosi Colonna — tenutasi ascosa nella di lui casa di Ripetta, d’onde poscia aveva tratto al palazzo ducale di Castro, costrutto nel 1537 da Antonio Picconi, e che il suo augusto amatore aveva fatto in quel torno abbellire espressamente per lei da Jacopo Meleghino.
Ivi ella tenevasi nel massimo riserbo ed acciocchè i molti curiosi del piccolo luogo non potessero giugnere a riconoscere chi veramente ella fosse, mai mostravasi in publico se non con la faccia coperta da una maschera di velluto.
Però non andò guari che venne denominata la Incognita di Castro, nè altrimente fu nota che sotto un tal nome.
Le cagioni di un simile contegno si comprendono ovviamente: ella voleva sfuggire alle indagini, che avesse fatto di lei l’Anguissola, e ad ogni contatto con lui.
Nella situazione d’animo, in cui ella trovavasi rispetto al suo antico amante, annidavasi un mistero psichico ch’ella istessa mai era giunta a spiegarsi; per l’uomo, che le aveva consacrato i più caldi affetti e che, per suo amore, s’era macchiato di un nero delitto di sangue, ella provava a un tempo — lo abbiamo già detto — e simpatia e repugnanza. Questa l’aveva sempre distolta dal darsi interamente a lui e spintala tra le braccia di un altro: quella le vietava di atteggiarglisi a nimica aperta e di arrecargli alcun male.
Il saperlo tra gli uficiali a’ soldi del Farnese viemmaggiormente la pose in apprensione ed impiccio.
Come schivarne l’incontro?
Confidarsi anche parzialmente a Pierluigi avrebbe equivaluto ad intorniare l’uomo, che voleva preservato, di rischi e pericoli senza fine: un sospetto, che fosse sbucciato in core del principe poteva facilmente convertirsi per quello in una minaccia di morte.
E per qual via premunirsi altrimenti?
La fede cieca che il Farnese riponeva ne’ suoi astrologi e dottori, le suggerì un ottimo spediente. Col di lui istesso danaro si accaparrò il concorso di un di costoro, dal quale si fece solennemente prognosticare dipendere la sua vita e la sua felicità dalla sua nè troppa vicinanza nè troppa lontananza dal conte Giovanni Anguissola; le stelle collegare il suo al destino di costui; ogni sciagura, o danno, o malore, che a questi intervenisse rimutarsi inevitabilmente in suo malore, danno sciagura: ned esservi laonde più acconcio mezzo a preservarla, se non ch’egli vivesse tranquillo nella condizione e nel luogo in cui si trovava, ma senza che giammai, per niuna cosa al mondo, potesse aversi secolei il minimo contatto.
Tali canzonature venivano congegnate nella casa di Ripetta, dove — al suo ritorno dalla guerra del Sale combattuta in Abruzzo — Pierluigi n’ebbe pienamente a contezza. Sollecito della donna sua ed uso a non discutere, nè a revocare mai in dubio i sentenziati della scienza astrologica; fu egli stesso allora che imaginò di ricovrare Olimpia nel suo palazzo di Castro, esortandola a non uscire mai per le vie se non col volto larvato, e che — per tenerglielo più possibilmente, senza che il fosse troppo, discosto — assegnò per stanza all’Anguissola il castello di Nepi.
Per via di tale accorgimento, le faccende procedettero, infatti, senza mai dar luogo a inconveniente nessuno, e di guisa tale che il conte Anguissola erasi quasi indotto a ritenere d’aver sognato quando eragli parso di rivedere Olimpia su la piazza di Perugia.
Allorchè si trattò del convegno tra il papa e l’imperatore, Pierluigi trovavasi appunto a Castro ed esponeva all’amante sua i dubi forti che lo ingombravano, circa la riuscita del novello tentativo che l’augusto suo genitore proponevasi fare in suo vantaggio. Noto, com’eragli, il poco buon concetto in cui lo si teneva dallo universale, e’ vedeva un emolo, un avversario, un nimico anche in ciascun membro del numeroso suo parentado, persino negl’istessi suoi figli, e temeva però si mettessero al fianco dell’imperatore ed anco di suo padre, ma specie del primo, uomini intesi a scalzarlo ed a lavorare sott’aqua per attraversargli la riuscita. Dolevasi, quindi, di non avere nel luogo, in cui l’importantissimo e decisivo abboccamento doveva effettuarsi, nessun servitore fedele, o schietto amico, che perorasse per lui od, almeno, invigilasse l’andamento delle cose e, nel caso, lo tenesse istruito de’ pericoli che il minacciassero.
Stando in simili angustie, nè sapendo a qual partito appigliarsi, l’arrivo a Castro del nostro vecchio conoscente, il tedesco di Leuthen, gl’ispirò il pensiero di spedire appunto costui su le calcagna del papa e dello imperatore e di affidarsi a lui per quell’uficio di cui non sapeva chi meglio incaricare.
Pellegrino — per la sua qualità di creato e spione de’ Farnesi — era uno de’ pochi — a non dire: il solo — che fosse a parte del segreto d’Olimpia e conoscesse chi veramente ascondevasi sotto la maschera della Incognita di Castro.
Tale circostanza fece scattare una ardimentosa idea nella calda fantasia di quella donna, vaga ed amante più che altra mai di agitazioni e d’arrischiate imprese: questa, di farglisi occultamente compagna nella spedizione a cui lo destinava il Farnese.
E così fu.
Mentre Pierluigi lasciava Castro, per recarsi a Piacenza; ella travestivasi da ragazzo del contado e, così camuffatta, partiva, a sua volta, per Bologna prima e quindi per Parma, in compagnia di Pellegrino, d’onde — al momento dato — si portò, come vedemmo, a Busseto, nel convento de’ Minori Osservanti.
La faccia, le vesti, i modi del Gozzelini non mancarono di svegliare subito i suoi sospetti e di eccitarla e tenerlo d’occhio e a studiare qualche spediente per venire in chiaro delle sue intenzioni. Fu nel mettere in atto il più ardito di tali tentativi, quello, cioè, d’impadronirsi del suo borsello e delle carte, che il medesimo potesse contenere; ch’ella cadde tra le grinfe di Terremoto e che ne susseguì la scena di cui fummo testimoni.
L’incontro fra il gigante e Pellegrino ed il riconoscimento di quello da parte di Olimpia, che ravvisò subito in lui l’uomo formidabile da cui era stata atterrata nel castello de’ Santafiora, le fece nascere il desiderio d’iscuoprire, per di lui mezzo, cosa fosse intervenuto di Bianca della Staffa. Il tedesco, sotto il manto dell’amicizia che avea professato per la famiglia di costei e della fiducia, che, necessariamente doveva però a quello ispirare, servì di mezzano a tali suoi finì. Risaputo, per siffatta via, tutto quanto risguardava la giovane amante del nostro Neruccio, e visto risolversi in isfavore del suo Pierluigi tutto lo armeggio de’ cotidiani colloqui che avevano avuto luogo tra il papa e l’imperatore; ella decise di abbandonare alla chetichella Busseto e di condursi in Cremona, dove tentare un’altra volta d’impadronirsi di colei, contro la quale sentivasi sempre animata da un cieco e quasi istintivo livore.
Il rimanente ci è noto.