Capitolo XVI. Un figlio di Papa.

Rimontando il corso dell’Arda — piccolo torrente, che, insieme all’Ongina, si versa presso il Polesine tra le braccia del padre Eridano — a dieci chilometri circa al disopra della via Emilia, s’una lieta e fiorente collina, che scende col piede sul greto di quel torrente, giace una terra murata, che si fa risalire a parecchi secoli prima dell’êra cristiana e che, dal nome di un cavaliere quirita che ne fu il fondatore, si volle chiamata Castel Torquato.

Siccome, per altro, il mutare non di natura soltanto, ma eziandio di nome, sembra destino di tutte cose quaggiù; dopo essersi detta, volta volta, Castel Torquato, Castel Quadrato, Castell’Alquadro, Castel Visconti; finì a chiamarsi Castell’Arquato.... e speriamo per sempre.

Un tal messer Magno, altrettanto magno di nome quanto di cuore, che apparentemente poteva disporne a sua posta, la regalò nel 770 al molto onorando e reverendissimo capitolo vescovile di Piacenza. — Nel 1307 se ne impadronì il famigerato Alberto Scotto, cui la tolse, dieci anni dopo, Galeazzo Visconti. — Sottrattisi i piacentini alle spire del biscione, quel discendente di Wirtinger di Landau, ch’ebbe nome Manfredo e fu tra’ stipiti del nobile casato de’ Landi, se la prese per sè nel 1324 e la cesse quindi alla città di Piacenza. — La riebbe il marito d’Isabella del Fiasco, che ne edificò la rôcca e la ribattezzò del suo nome. — Finalmente, nel 1527, la Sede Pontificia, che aveva allora allora recuperato i dominî di Parma e di Piacenza, ne dètte l’investitura a Bosio II Sforza, conte di Santafiora, già signore dei dazî della Rocchetta e della Chiavenna e marito di Costanza Farnese, la figlia di Paolo III, la sorella di Pierluigi.

Morto Bosio nel 1535 e perchè degli undici suoi figliuoli, il primo, Guid’Ascanio, ed il terzo, Carlo, erano destinati alla Chiesa, attalchè l’uno non istette guari a divenir cardinale e vescovo di Parma e l’altro ad essere creato cavaliere dell’ordine gerosolomitano, e poi priore di Lombardia, generale delle galee pontifice e proposto della cattedrale di Piacenza, ed il secondo ed il quarto erano femine: Giustina, maritata al conte Gianfrancesco Bentivoglio di Gubbio, e Camilla, che sposò poi Besso Ferrero di Biella, marchese di Masserano e conte di Lavagna; gli succedette nei feudi, il suo quintogenito, Sforza, giovinetto poco più che trilustre, nel cui nome continuò per alcun tempo a governare la madre.

Al momento in cui vi giunse Bianca col suo fedel Terremoto, c’era corte bandita e gran bombanza e gazzarra nella rôcca e nei dintorni di Castell’Arquato. — Terrazzani e forestieri, valvassori e vassalli, festeggiavano lo sposalizio del giovine signore del luogo, che — appunto in quel giorno — impegnava la propria fede alla vedova di Cagnino Gonzaga da Sabbioneta, Luisa, la vezzosa ed unica figlia del marchese Pallavicino Pallavicini.

Congiunti ed amici erano colà convenuti da’ luoghi più lontani.

Non vi mancava che papa Paolo III, perchè donna Costanza potesse dire di vedersi intorno tutta la sua numerosa famiglia.

Per le vie del borgo, adiacenti al castello, giullari, catabanchi e merciaiuoli ambulanti avevano eretto i loro trespoli, i loro scannelli, le loro bottegucce: e qui si spacciavano imagini sacre grossolanamente miniate su pergamena, e rosari, e scapolari, e aquasantini, e reliquie; là, medaglie da tocchi, e catenelle da collo e da ventaglio, e braccialetti, e anelli, e guanti ricamati, e zibellini; e dove, presine di perle compeste, e miracolosi medicamenti, e grasso d’orso col quale ugnersi per scongiurare la insonnia, e candele di sego umano per iscuoprire tesori; e altrove, focacce di farina col miele, e zuccherini indorati, e pasticche, e treggea. — Più in qua stava il Rinaldo canterellando con voce chioccia e stuonata, le sue burlesche e non sempre decenti canzoni, accompagnate da’ suoni del lirone o del piffero; più in là, il giuntatore, che ripeteva il miracolo dell’uova soppeditate senza schiacciarle, o l’acrobata ed il funambulo, che alternavano i loro meravigliosi esercizî.

Ed una ressa di contadini, di servidorame, di sbirraglia, che loro faceva circolo intorno e — ad ogni nuovo sperimento ben riuscito — batteva freneticamente le palme, gridando a tutti polmoni:

— Viva messer Sforzino! viva madonna Luisa!

Comunque accolta nel modo il più cortese dalla contessa di Santafiora e sollecitata dalle gentili premure delle sue figliuole, Bianca non si sentì di prender parte alle sponsali esultanze: i dolorosi pensieri che la ingombravano, la eccessiva stanchezza che la opprimeva, glie ne toglievano a un tempo il volere e il potere. — Laonde si ritrasse in una stanzetta del secondo piano, che le venne assegnata nell’ala estrema del castello verso settentrione, e — nella solitudine — cercò un po’ di calma e di riposo.

Terremoto si confuse alle genti di servizio.

Levate le mense dopo il meriggio; uno de’ convitati che — alla magnificenza del vestire ed alla familiarità del contegno — rivelavasi per uno de’ più ragguardevoli, tolse commiato dalla sala da pranzo e — nell’uscire — rasentando un omicciatto, che tenevasi ritto sopra uno stipite dell’uscio:

— Mi riduco in camera mia — gli susurrò all’orecchio — fate di raggiungermi tosto.... ho da ragionare con voi.

L’omicciatto finse di nulla; si trattenne qualche momento ancora al suo posto; poi — cogliendo una opportuna occasione — sbiettò via inosservato e gli scivolò dietro.

Ma a pedinare chi gli aveva dato quell’ordine non si trovò da solo.

Qualcun altro pedinava lui pure.

Era una giovine donna.

Nascosta nella penombra del corritoio, che, dal tinello, guidava agli appartamenti; costei aveva sorpreso le poche parole del misterioso convegno e — per un sospetto di cui non tarderemo a scuoprir la ragione — non a pena vide muoversi l’omicciatto che si mise, a sua volta, su le sue pedate.

Giunto alla camera che gli era stata indicata, questi vi entrò senza tampoco picchiare.

La donna, invece, s’arrestò in su la soglia e, chinandosi con la faccia contro la toppa, si trattenne ad origliare.

L’individuo alloggiato in quella stanza era un uomo non lontano alla quarantina, di media statura, un cotal po’ allampanato e male aitante della persona. — Il pelame rossigno, la flacidezza delle carni, lo scialbo della pelle chiazzata di brune volatiche e di bitorzi salsedinosi, caratterizzavano di alcunchè di volgare il suo volto, cui la fronte aperta, l’occhio scintillante ed il naso lungo e dantesco avrebbero dato altrimenti un peculiare suggello di nobiltà non disgiunta da qualche bellezza. — Lunghe, ma sottili basette che gli lasciavano quasi tutto scoperto il labro superiore, gli scendevano a’ lati della bocca confondendosi con la barba, che portava intera e puntuta, come i capelli tagliati brevi, seguendo la moda novella indotta da Francesco I di Francia, dacchè un tizzone ardente cadutogli in capo lo aveva costretto a tondersi raso.

Era seduto e — s’un tavolinetto, cui si soffolceva del gomito — aveva riposto il berretto ricco di preziose medaglie e di vaghissime piume. Sotto una corta giubba di droghetto cenerognolo privo di maniche e orlato di vaio portava un giustacuore di setino violetto ricamato in oro, con sparati e rigonfi di raso nero alla maniera spagnuola e simili le larghe brache, e calzoni di seta bianca con piccole scarpe a fibie tempestate di gemme.

Come vide entrare l’omicciatto, che lo aveva seguito, gl’indicò di sedere e:

— Gran diavolo, per mia fe’, che voi siete — gli disse ridendo — non vi ho così tosto desiderato che subito vi ho.... oh, potessi tagliare su la sagoma vostra tutt’i miei servidori!

— Fostre eccellensce sembre mie pone patrone — gli rispose l’altro, nel quale il lettore non metterà pena a riconoscere quella buona lana di mastro Pellegrino di Leuthen — oppetiensce e serfitù mie prime tofere.

— E tanto meglio, Pellegrino, perchè ho appunto mestieri dell’opera vostra.

— Sembre pronte ortini fostri.

— Avete rimarcato quella ragazza che è giunta stamattina al castello?

— Tonna Pianca tella Sdaffa.... nibote pofere conte Ciofanne de’ Camia?

— Esattamente quella.

— Io conoscere molto.... sembre afer conosciute...

— E tanto meglio ancora!

— Perchè?

— Perchè mi genia, perchè ne sono diabolicamente inuzzolito.

Der teufel!

— È già questa la seconda volta che mi casca tra’ piedi.... la prima fu l’anno scorso a Parma, c’eravate voi pure.... quando le genti sue s’accapigliarono co’ Nicelli per la giumenta di babbo.... mi spiacque solo che ne morì quel malcapitato di Maso, che, per strigliare garbatamente un ginetto, non aveva il secondo.... oh, fu un delizioso affare dassenno!... ed allora la piccola spigolistra mi sguisciò di mano come un gladiatore inoliato.... c’era un farabutto di lanzo che se la tolse sotto il suo patrocinio e, per non levare uno inutile chiasso, la lasciai ire a sua posta.... ma stavolta muta specie!... ella è qui, in casa di mia sorella, sotto il medesimo tetto di me, e converrebbe fossi nato ieri perchè me la lasciassi nuovamente sfuggire!

— Eh! eh! eh! — fece il tedesco grattandosi dietro l’orecchio, com’uomo o che non intenda, o che cominci a sentirsi nello imbarazzo.

— Dico male? — gli domandò riciso il suo interlocutore.

— Anzi, tifinamente!... fostre eccellensce infallipile come sue peatissime patre!

— E dunque?

— Tunque, niente!... io solo tesiterare conoscere fostri intentimenti sopra ti me!

— Oh, sono di poco rilievo: non vi pigli paura!... codesta Bianca, come voi la chiamate, non è intervenuta al pranzo, e penso nemmanco assisterà alle feste nuziali.... mi hanno detto ch’è mesta, dolente, affaticata....

— Crantemente.... poferina.... lo credo!

— A quanto m’è venuto fatto indagare, le è stata assegnata una camera a parte; ma non so ancora quale sia.... ed ecco il servizio che vi richiedo: informarvi del dove abbia il suo alloggio e fare in guisa che questa sera, dopo il coprifuoco, io mi vi possa introdurre, senza nessuna difficoltà.

Mein God mein her!... — farfugliò Pellegrino, balzando dalla sedia su cui stava seduto, come quei missirizzi che certi astucci fanno scattare dal loro fondo.

— Ebbene? — gli chiese l’altro, inarcando le ciglia.

— Oh, eccellensce.... foi folerfi introdurre?.... ma pofere racazze innocente creature.... sue àfole, quontam conte Ciofanne, amiche sincere, fetel serfitore fostra nopile famiglia.... conti di Santafiore crante inderesse, crante penefolensce, crante tifoscione per lui!

— E con questo, cosa vorreste inferirne?

— Niente, eccellensce.... ma mio tofere....

— Pretendereste forse catechizzarmi e farmi scuola di filosofia e morale?

— Mio tofere, eccellensce, inticarfi bericoli; tirfi: questo essere beccato, questo essere cruteltà, questo essere sacrilegio.... poi, foi patrone, io serfitore; voi figliole sue Peatitutine, io pofere pellecrine benitente; foi fare quel che folete!

— Oh, cotesto si chiama parlar ragionevole!... che diamine!... temete dannarvi?... non ce n’è il rischio!... Sua Santità ha la manica larga.... se assolve me, assolverà anco voi per consenso... non ha fatto altrettanto per la spinosa faccenda di Fano?

— Fero.... fero!

— Sto, dunque, riposato.

— Fostra eccellensce può tormire su tue cuanciali.

— E quando abbiate risaputo il necessario e provisto, me ne verrete a riferire?

— Essere mio prime tofere!

— Egregiamente, mastro Pellegrino!... andate e, se il negozio va a bene, vi saranno dieci bei ducati imperiali, di que’ doppi, da aggiungere al vostro gruzzolo.

— Tucati ed assoluscione?... io non sapere cosa breferire!

Ed, inchinandosi, si licenziò.

Non avrem d’uopo di dire al lettore come l’uomo, che macchinava un sì iniquo tranello a danno della misera Bianca, altri non fosse che Pierluigi Farnese, duca di Castro e di Nepi, il figlio prediletto di Sua Beatitudine, papa Paolo III, allora felicemente pontificante.