Capitolo XXXIII. Come Terremoto fosse ritornato in iscena.
Per rendere ragione al lettore del come Terremoto fosse ritornato in iscena e proprio — direbbero i francesi — à point nommé per strappare anche una volta Bianca della Staffa agl’infami abbracciamenti di Pierluigi Farnese, ci è giocoforza retrocedere di alquanto su la via dei casi già da noi narrati e spiegare, anzitutto la presenza del Cavalier Nero sul luogo, che avea servito di palestra al singolar certame combattuto fra Neruccio Nerucci ed Olimpia de’ Marazzani.
Dopo la resa di Castel Torsciano, il Cavalier Nero, in forza della capitolazione della resa istessa, era passato — come ci è noto — a far parte delle truppe pontificie, in uno con Ascanio della Corgna ed Andrea di Arezzo, e gli era stato assegnato il comando di parecchie bandiere in formazione, alle quali appartenevano vari degli uomini, che avevano già militato sotto di lui, nella difesa di quel castello. Solo — e sempre secondo l’accennata capitolazione — ned egli, nè i compagni suoi dovevano partecipare alle offese contra Perugia, ma sibbene venire impiegati nella imminente spedizione contra i Colonna di Palliano e di Rocca di Papa.
Perciò — nel frattanto — trovavasi egli senza occupazione nessuna di molto rilievo, quasi nell’ozio. — Ma un fine lo attraeva e — seguendolo indefesso — sua prima cura, non a pena frammisto alle genti del Farnese, quella si fu di pigliar voce su le costui consuetudini, e massime su le persone di maggior riguardo che gli stavano più da vicino. Naturalmente, nel novero di queste, gli venne indicato e descritto il giovine capitano Tre-Grazie, il quale — a dire di chi lo informava — trovavasi allora assente con qualche segreta missione, relativa probabilmente alla presa di Perugia. — I contrassegni di un tal personaggio non lasciarono il minimo dubio nel Cavalier Nero che Tre-Grazie ed Olimpia de’ Marazzani, malgrado la nominale differenza di sesso, non dovessero essere che un solo e medesimo individuo. Fissò, quindi, in cervello un suo piano e — profittando della sospensione di ostilità, che necessariamente accompagnò e seguì i preliminari e le trattative della reddizione — si dètte a perlustrare le vicinanze della città assediata, con un drappello de’ suoi più fidi. — Se vero che il sedicente Tre-Grazie si trovasse dentro di quella o ne’ dintorni, appariva eziandio logico ed ovvio dovesse trar partito, a sua volta, di quella sospensione, per far ritorno al campo de’ papalini. Il Cavalier Nero si proponeva sbarrargli il passaggio, e in qualche modo, impadronirsi della sua persona.
Come fosse in ciò riuscito e fors’anco al di là di ogni sua presunzione, lo abbiamo veduto. Il caso, questo grande artefice de’ più strani avvenimenti lo aveva condotto presso a Tre-Grazie, o meglio, ad Olimpia de’ Marazzani, giusto nel punto che la feroce donna cadeva trafitta dai colpi del nostro Neruccio.
Fattala adagiare su la lettiga improvisata ed affidato alla custodia de’ suoi il povero Neruccio, che costoro si trassero dietro pel capo della fune strettagli a’ polsi, il misterioso Cavaliere, precedendo lo strano convoglio, s’indirizzò verso Perugia e fece sosta presso una misera casuccia a breve distanza dal luogo su cui sorge la bella chiesa di San Pietro.
La casipola, che si formava di due sole stanzette di pianterreno, era completamente deserta; il demone della guerra ne aveva cacciato il suo unico abitatore, ch’era un chierico non per anco ordinato prete.
Ivi s’aqquartierò il Cavalier Nero, facendo collocare, nella prima delle due stanze, la lettiga su cui giaceva donna Olimpia e chiudere a chiave Neruccio nella seconda.
Era questo un piccolo camerino, che il chierico faceva probabilmente servire da oratorio insieme e da studiolo, poichè, unitamente ad un grande crocefisso grossolanamente scolpito suggellato alla parete al disopra di un monumentale genuflettorio di rovere grezzo, vi si scorgesse, da un canto, presso la finestruola inferriata, un tavolinuccio a copertura di corame borchiellata allo ingiro da chiodetti d’ottone, sul quale un enorme calamaio di peltro e varie penne d’oca e, dall’altro, un tarlato e polveroso scaffale contenente alcuni messali e codici in pergamena.
Neruccio sedette al tavolino; vi si appoggiò su del gomito e ripassò dolorosamente col pensiero le diverse traversie di quella notte. Bianca, la sua diletta Bianca, un momento salva per opera sua, poi, di bel nuovo perduta e forse per sempre; gli si riaffacciava del continuo alla mente e gli metteva nel core un dispetto, una rabbia, una tortura d’inferno. Saperla in balìa del Farnese, su l’orlo del precipizio, che doveva inghiottire il suo onore, il suo avvenire, forse la sua vita; ed egli esser là prigioniero, costretto alla inerzia, impotente a difenderla; era tale schianto che il misero non ci reggeva. Gli pareva essere racchiuso dentro un àmbito di fuoco e che le fiamme di questo, restringendo sempre più il loro cerchio fatale, gli scaldassero il sangue, gli bruciassero le vive carni: le sue tempia martellavano, infatti, come per violento parossismo di febre; i nervi gli si contraevano spaventosamente; sognava ad occhi aperti, delirava.
In quello stato di esaltazione, cacciandosi, per caso, la mano entro una tasca del giustacuore; sentì di tenervi chiuse alcune carte, quelle stesse che aveva tolto a Tre-Grazie o, meglio, a donna Olimpia de’ Marazzani, nell’atto che le scioglieva il farsetto. Le trasse meccanicamente e le esaminò. Erano: una lettera senza firma nè direzione, alcune note insignificanti ed un salvocondotto col nome in bianco del suo portatore e in calce la sottoscrizione di Pierluigi Farnese, duca di Castro, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa.
Mentre la vista di questo nome maledetto dava novello alimento alle strazianti sue smanie, Neruccio si udì chiamare sommessamente per nome da qualcuno, che lo stava contemplando dal di fuori della finestruccia.
Volse gli occhi da quella parte e scorse Terremoto.
— Voi qui? — sclamò allora scattando in piedi sollecito — voi qui?
— Sì, messere.... oh, se sapeste?
— Ditemi, ditemi!...
Il gigante si fece allora a narrargli, il più succintamente possibile, tutto quanto era occorso a lui ed alla sua padroncina, dal momento in cui aveva secolei lasciato il tugurio della Chiappa, per affidarla alla protezione dei Santafiora, sino a quando messer Bartolomeo della Staffa — temendo forte il Baglione non mancasse a presi convegni — lo aveva spedito per le terre dell’Umbria a fare ingaggio d’uomini e di cavalli.
A questo punto Terremoto continuò:
— Sono partito alli nove del mese scorso e tornavo stanotte dalle mie infruttuose ricerche.... nessuno, nemmanco una carogna ha voluto seguirmi.... maladetti!.... tornavo, dunque, quando, a mezza la via che mi riconduceva a Perugia, chi trovo?... messere lo zio di damigella Bianca, a cavallo, tutto solingo, tetro come un mare in procella, che andava via lemme lemme quasi sentisse rimorso di staccarsi dalla città dove ha aperto gli occhi.... la luna batteva in pieno su la mia grinta mal sagomata, ond’egli mi raffigurò di primo acchito e, spronandomi incontro il ronzino: — «Ah, Terremoto — mi disse — quale orribile sciagura!» — «Che è stato, messere? — gli domando io» — «la mia nipote, la tua padroncina....» — «ebbene, ebbene, messere?...» — «ebbene: me l’hanno rapita, strappata proditoriamente dal fianco e portata sa il cielo dove» — «dove? — feci io — non ci è nemmeno a stare un attimo a indovinarlo!... sarà quel dannato di monsignore il figlio di Sua Beatitudine che l’avrà fatta rapire» — «Pierluigi Farnese?» — sclamò messer Bartolomeo tutto compreso di stupore — «eh, sì, eh, sì — continuai io — non vi rammenta, messere, delle sue vituperevoli manovre in casa i Santafiora?» — «è vero; hai ragione; ma tanto peggio se la è così, che io nulla posso tentare a salvarla» — «e voi statevi, messere, che lo tenterò io!» — «tu?» — «io.... io!» — e sopra ciò, ci staccammo, lui continuando il suo ambio verso il Trasimeno; io mettendomi a galoppare come un disperato su’ miei due trampoli verso questa parte..... passando per qui, come è questa la prima abitazione che incontro, ho voluto sbirciarvi dentro per pur vedere.... non si sa mai....
— Ed è stato il Signore Iddio, che ve n’ha suggerito il buon pensiero — lo interruppe Neruccio, il cui volto erasi repentinamente illuminato di un raggio di speranza e quasi di gioia.
— Voi dite?
— Sì, Terremoto: come voi lo avete così bene arguito, donna Bianca è appunto nelle mani di Pierluigi Farnese.... ho udito io, con queste mie orecchie, la persona che l’ha rapita dar ordine ad un suo sgherro di portarla nella tenda di quel mostro e vi assicuro, Terremoto, che se io non fossi qui sotto toppa, prigioniero, schiavo....
— Eh, non c’è uopo vi scarmaniate a giurarmelo.
— Andate, dunque voi stesso.... correte.... strappatela, se vi riesce, alle ugne di quel maledetto.
— Non perdo un istante!
— Un momento, qual’è il vostro nome vero?
— Arcangelo Rinolfo, a servirvi, messere.
Neruccio si curvò un tratto sul tavolino; intinse stentatamente una delle penne d’oca nel calamaio di peltro, il cui inchiostro era già a mezzo essicato e, con essa tracciò su la lacuna lasciata in bianco nel salvocondotto tolto ad Olimpia de’ Marazzani il nome di Arcangelo Rinolfo.
Ciò fatto, porse il foglio al colosso e:
— Prendete — gli disse — con questo potrete facilmente introdurvi e liberamente circolare nel campo de’ papalini.
— Cos’è? — gli chiese Terremoto, guardando con stupore il foglio che doveva essere da tanto.
— È un salvocondotto firmato dallo stesso Pierluigi Farnese.
Terremoto non soggiunse verbo; intascò il foglio; traverso le ferriate della finestra, strinse ruvidamente la mano al giovane capolancia, e si allontanò di tutta corsa.
Ed ecco per qual seguito di circostanze era egli venuto a conoscere dove precisamente si trovasse Bianca della Staffa e per qual modo aveva potuto avvicinarsi sino alla stanza in cui ella era racchiusa.