Capitolo XXXVI. Il conte Giovanni Anguissola.
Dagli ultimi avvenimenti da noi narrati sono trascorsi tre anni.
La guerra del sale, che aveva trovato il suo inizio a Perugia, erasi chiusa in Abruzzo.
Al paro dei perugini, nemmanco messere Ascanio Colonna da Palliano aveva voluto assoggettarsi a prendere per le sue castella il sale da Roma ed avendo perciò sofferto di molte rappresaglie fattegli dal Papa, postosi con vari fanti e cavalli nella sua terra murata di Marino a breve distanza dalla città santa, scorse più volte sino alle porte di questa saccheggiando le fattorie e depredandole di granaglie e bestiame, ed armato quel suo castello, che papa Rodrigo Borgia fece costruire pel suo prediletto figliuolo, il duca Valentino, e che da ciò prese nome di Rocca di Papa, e postosi egli stesso, nell’altro suo castello di Genazzano; si preparò del suo meglio alle difese.
Il Pontefice, pertanto, pensò a radunare le sue genti, il cui maggior nerbo aveva allora finito di sottomettere Perugia. Delle medesime «era general capitano Pierluigi Farnese figliuolo di detto Papa, de le fantarie Alessandro Vitello, de la cavallaria Giovanni Battista Savelli, et maestro di campo Alessandro Terni». Seguiva lo esercito quale legato ad latere il cardinal Giudiccione, i cui rapporti cotidiani su quella guerra si trovano nei cartolari dello Archivio di Stato Parmense.
Chi ne brami più particolareggiati ragguagli vada lassù a compulsarli.
Noi saremo brevissimi, poichè l’onda degli avvenimenti c’incalza.
Portatosi lo esercito pontificio a Rocca di Papa, si cominciò con le artiglierie a battere quel forte, che era stato rifabricato da messere Ascanio, dopo la guerra sofferta da Clemente VII, e veniva soccorso dal conte di Tagliacozzo che vi si teneva dentro di presidio e da settecento pedoni speditivi da Genazzano per distornare l’impresa. Ma questi, imbattutisi presso il monte Cambriti con Alessandro Vitelli e col medesimo Pierluigi e venuti con quest’essi alle mani, s’ebbero la peggio e dovettero raccomandare la pelle alle gambe; mentre il Bombaglino risanato dalle fratture riportate all’osteria della Magione, fatte porre le scale a quella fortezza, vi entrò vittorioso.
Quindi proseguendosi la guerra «il Papa — come dice il cronista — fra il termine di quattro mesi tolse tutto lo Stato ad Ascanio Colonna» cioè: Palliano, Ceciliano, Ruviano, ed ogni altro castello da lui posseduto su quello della Chiesa.
Compiuto l’uficio loro, le soldatesche si ritirarono a’ quartieri o, meglio, si sciolsero per la massima parte, sul cominciar di febraio 1541, come appare da un foglio in cui si legge: «Ill. D. Alexandro Vitello Die XIII Aprilis 1541 mandatum Cameræ pro primo quarterio incepto Kalendis februarii juxta declarationem Illustrissimi et Excellentissimi Ducis Casten. Duc. 750».
Naturalmente la Camera Apostolica conosceva troppo bene le ladre consuetudini di messere Alessandro, per essere sì grulla da sborsargli 750 ducati prima che avesse adempiuto interamente al dover suo.
Tra’ capitani, che — secondo i patti della capitolazione di Castel Torsciano — aveano seguito il Farnese in Abruzzo contavasi il personaggio da noi designato sinora col semplice nome di Cavalier Nero.
Prima di più oltre procedere è necessario diciamo chi veramente egli fosse.
Non sarà caduta di memoria al lettore, la narrazione, da noi fatta, sin dal principio di questa nostra istoria, di un truce caso di sangue, onde era stata teatro, vari anni prima, l’abazia di San Savino nel Valnurese.
L’abate — un conte Giambattista Marazzani, presso del quale viveva, col titolo di nepote, ma diversamente reputata dallo universale, quella feroce Olimpia che vedemmo prima in Castell’Arquato, presso i Santafiora, quindi, in campo sotto Perugia, in abito virile e col nome di capitano Tre-Grazie — l’abate era stato proditoriamente ucciso di pugnale da Giovanni Anguissola amante di costei.
Figlio legittimo al conte Jacopo Anguissola, signore di Riva, di Carmiano, del Ponte d’Albarola, di Spettine e d’altri luoghi molti nel piacentino, e figlio adottivo al proprio avo materno Lazzaro Tedeschi, conte di Corano e Vairasco in Valtidone; cognato al principe Luigi Gonzaga di Castiglione delle Stiviere e di Castel Goffredo; conte egli stesso di Grazzano, cavaliere aurato, cesareo senator di Milano; Giovanni Anguissola poteva di buon dritto annoverarsi tra la più alta e ragguardevole aristocrazia piacentina.
Il suo amore intenso, dissennato, furioso per Olimpia Marazzani lo aveva quasi perduto, dappoichè egli ed il Cavalier Nero non fossero chè una sola ed unica persona.
Abbiamo visto in qual modo, non trovando più la sua diletta appo il supposto zio di San Savino, avesse tratto orrenda vendetta di costui, trucidandolo; abbiamo visto in qual modo e per quale concorso di strane circostanze fosse riuscito a impadronirsi di lei, strappandola dalle braccia di Pierluigi Farnese e dal castello dei conti di Santafiora; abbiamo visto finalmente, per quali altre fortuite accidentalità, Olimpia ferita e moribonda forse cadesse di bel nuovo in sue mani sotto le mura di Perugia; ma ignoriamo tutto quanto doveva essere intervenuto fra eglino due nel lungo intervallo corso dal primo al secondo rapimento.
Come dicemmo nella seconda parte di questa storia — lasciati a Vigolo de’ Marchesi in riva alla Chiavenna, Bianca della Staffa ed il suo fido Terremoto, il Cavalier Nero — che, d’ora in poi, chiameremo sempre col suo vero nome di Giovanni Anguissola — si gittò, con in braccio la sua Olimpia, traverso le agate del Rimore e le madrepore, onde sono cosparsi i pressi della Chiavenna e del Chero, e galoppò diviato sino al villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una delle case dei marchesi Tedaldi.
Olimpia era sempre svenuta.
Quando, sul fare del giorno, recuperò i sensi, ella si vide stesa su di un candido letto entro una piccola stanza riccamente adobbata, dalle cui imposte socchiuse il sole cominciava a saettare i suoi primi raggi.
Volse attorno uno sguardo indagatore, non sbigottito, e scorse al proprio fianco un uomo inginocchiato sul soppidiano, che la stava contemplando, con una specie d’estasi, aspettandone ansioso il risveglio.
Era l’Anguissola.
La giovine donna, senza nessun riguardo pel proprio pudore, si drizzò a sedere sul letto e fulminandolo di uno sguardo tra l’ironia ed il disdegno.
— Che fai tu qui? — gli chiese — perchè mi hai tu rubato alla casa ospitale dei Santafiora ed all’amore senza pari del mio Pierluigi?...
C’era tanta sfacciata inverecondia in simili parole ed un sì schiaffeggiante sarcasmo, che l’Anguissola comprimendosi il cuore affine non gli scoppiasse, dovette levarsi in piedi di scatto quasichè, ginocchione, non potesse sostenere tutto il peso di quell’oltraggio schiacciante.
Per formarsi uno esatto criterio di quanto il giovine gentiluomo dovesse soffrire in quell’orribile momento è mestieri considerare ch’egli amava ed aveva sempre amato la donna, cui stava genuflesso dinanzi, con una passione timida insieme e sfrenata, rispettosa insieme e concupiscente, strana miscela di spiritualismo e sensualità.
Più volte — ne’ brevi e fugaci istanti, in cui erasi trovato solo con lei, alla commenda di San Savino — aveva tentato stringersela fra le braccia e strapparle quelle supreme prove d’amore, ch’ella, col fuoco dei suoi sguardi, con la lascivia dei suoi discorsi e delle sue pose, sembrava impromettergli; ma sempre, ed una specie d’instintiva ed invincibile ritrosia della stessa fanciulla e, più di tutto, l’arguta vigilanza dell’abate, glie ne avevano tolto ogni mezzo.
Abbiamo pur detto che, comunque già affatto pervertita e corrotta, quando soggiacque alla lussuria del Farnese, Olimpia non era per anco materialmente caduta. Ciò doveasi appunto alla sorta d’isolamento in cui ell’era sino allora vissuta presso l’abate di San Savino ed alla sorta di misteriosa repugnanza, che le ispirava l’uomo, a cui aveva concesso più che amore, amicizia.
Per una inesplicabile contradizione, ella sentivasi a un tempo istessa, attratta e respinta dall’Anguissola; le pareva di amarlo contro il proprio medesimo genio; contorcevasi in una mal definita lotta contro sè stessa; epperò, a momenti, cedendo alla imperiosità de’ propri istinti, era in sul punto di darglisi in braccio senza nessun riserbo; subito dopo, invece, quella arcana repulsione la sopravinceva e, nel contrasto, parevale che l’amore nodrito per lui le si rimutasse in altrettanto odio.
Tale continua oscitanza e di affetti e di contegno riverberavasi naturalmente su lo spirito dell’Anguissola, il quale, mal sapendo farsene una accettabile ragione, barellava incessantemente a sua volta fra la certezza di essere e il dubio di non essere riamato e provava per la sua tormentatrice, un attaccamento misto di dispetto, una tenerezza mista di paura, che lo traeva alla disperazione.
Lontano da lei, il suo amor proprio ferito gli suggeriva mille propositi di rappresaglia e di vendetta: l’avrebbe posseduta, contaminata, poi sdegnosamente reietta, offrendola ludibrio alla publica improbazione: ma, vicino, il suo amore gli assopiva nel cervello e nel cuore i malvagi progetti ed altri non sapeva consigliargliene che di affettuosa sollecitudine e d’umile reverenza.
Al paro di Pierluigi Farnese, egli subiva lo irresistibile fascino di quella donna fatata.
Quando ella gli parlò nel modo ingiurioso che abbiamo detto, egli, per conseguenza, si sentì risvegliare in cuore tutti i suoi più atroci divisamenti e, ghermendola per un braccio:
— Bada, Olimpia — le disse — che noi qui siamo soli e che io posso fare a mia posta di te!... è ormai da troppo lunga pezza che ti prendi giuoco dell’amore che io ti porto: sinchè la ho stimata verecondia e castimonia di onorata fanciulla, io ho saputo impor freno al foco che mi divora; ho saputo farti olocausto de’ miei impeti più irresistibili e rispettarti sempre; ma oggi che, alla tua ritrosia, aggiugni il dispregio e l’insulto, o vivaddio, non ho più nulla che mi trattenga: oggi sarai mia ad ogni costo!
Olimpia lo ascoltò senza scomporsi, quindi, scoppiando in una cinica risata!
— Ah! ah! — gli rispose — tu la pigli in cotesto tono tutt’altro che da paladino?... ma, Giovanni mio caro, e perchè strapazzare così la tua Olimpiuccia, che t’ha sempre voluto un bene dell’anima?... ti piace che io mi stia teco?... e ci starò; non iscaldarti il sangue per questo!... oh, non è già mio intendimento il tener teco il broncio e fare la bocca brincia, perchè m’hai tolto a Castell’Arquato e al pazzo umore di monsignor duca di Castro!... t’ho detto che colassù ci stavo oppipare, ed è verità genuina, vangelio; ma poi.... sai come son fatta io!.... l’aqua di Lete è sempre a mio servigio.... non c’è che di te cattivo, che mai ho potuto dimenticarmi!
E gli gittò languidamente le braccia intorno al collo e lo baciò su la bocca.
Tutto lo sdegno dell’Anguissola sbollì, svaporò, come per incanto, al suono di quelle affettuose parole al contatto di quell’amplesso, allo scoccar di quel bacio; egli era già più che conquiso.
Nello slancio della sua gioia, fece egli pure per abbracciarla e stringersela al seno.
Ma ella — respingendolo dolcemente e sorridendogli di un procace sorriso:
— No, no, Giovanni — gli disse in tono di preghiera — lasciami cheta per ora.... le emozioni di questa notte d’inferno mi hanno stanca, spossata: ho bisogno di un po’ di riposo.... voglio dormire!
E, nel dir ciò, si ricacciava stesa sul letto e adagiava il capo su i guanciali, con quella grazia felina tutta propria alle movenze de’ gatti.
Il conte, sedotto, ammaliato, richiamato da quell’amorevole contegno, a’ suoi sentimenti di tenerezza e di ossequio, non seppe più far altro chè sfiorarle le guance con le labra e ritirarsi in silenzio.
Un desiderio di quella donna era per lui una legge.
Sola a pena, Olimpia balzò giù dal suo giaciglio; si rivestì in fretta in fretta; corse alla finestra, la aperse con cautela e guardò per ogni intorno.
Le campagne s’irradiavano allora de’ primi chiarori dell’alba;
Era in quell’ora, che più grave il sonno
Pur de gl’infermi a l’egro ciglio incumbe
Una breve di pace ora fuggente
tutto dormiva: i grilli e le cicale soltanto rompevano l’alto silenzio, che precede il risvegliarsi della natura.
La giovine donna — senza più oltre sprecare il proprio tempo in vani e perigliosi indugi — si dètte a rovistare affrettatamente ogni ripostiglio della sua stanzetta da letto. Ad una delle pareti, addossavasi un largo stipo di rovere intagliato, sostenuto da quattro zampe di bronzo. Lo schiuse. Conteneva oggetti di vestiario maschile: camiciuole, brache, giustacuori, farsetti: era il guardaroba della paggieria de’ marchesi Tedaldi. Olimpia scelse i capi che le parvero attagliarsi meglio alla sua persona e, spogliatasi di bel nuovo, li indossò sollecitamente. Tolse, quindi, le lenzuola dal letto; le congiunse insieme con un solido groppo; annodò un capo al serrame della finestra; poscia — con l’agilità di un leopardo — sgattaiolò lungo il muro della casa, toccò terra e si slanciò di gran corsa traverso i campi.
Quando, alcune ore dopo, Giovanni Anguissola andò a picchiare pianamente all’uscio di quella stanzetta e — non udendosi rispondere — vi penetrò cauto e guardingo; la trovò completamente diserta.
Le spoglie feminili giacenti sul pavimento; le vesti mancanti al guardarobe, le lenzuola penzolanti dalla finestra gli rivelarono chiaro quanto era avvenuto.
Con le sue ipocrite blandizie, la perfida donna non aveva mirato che ad allontanarlo e sfuggirgli.
A tale scoperta, un singulto di pianto rabbioso gli eruppe dal cuore; un denso velo gli offuscò la vista; brancolò intorno intorno quasi stesse per traboccare a terra e non fu che soffolcendosi delle mani al davanzale della finestra che potè reggersi in equilibrio.
Per quel sentimento di rivalità che scatta spontaneo dalla gelosia, tutta la sua collera concentravasi su la persona di Pierluigi Farnese.
Sino a quel giorno, se qualche volta aveva dato sfogo al suo legittimo maltalento, egli era stato soltanto contro della sua donna, lo instabile umore e le improvise reluttanze della quale lo irritavano in sommo grado. Ma le sue bizze avevano sempre durato quanto fuochi di paglia, sì perchè intensamente l’amava; sì perchè ne attribuiva il variabile contegno a sola bizzarria di feminile capriccio. Ma adesso non più; adesso sapeva, e in modo indubitabile, poichè ella medesima glie lo avesse dichiarato, che un altro glie ne rapiva il cuore, che un altro gli era preferito, e quest’altro era monsignor duca di Castro.
Da quel momento, tutto il suo odio ripiegavasi contro di lui.
Livido in faccia per le atroci smanie che lo straziavano; con gli occhi terribilmente fisi nello spazio, quasi volesse dar loro potenza di attingere la mèta dell’odio suo; coi capelli irti e rabuffati; il conte Giovanni Anguissola stese la mano fuori della finestra, ed, agitandosi in atto di tremenda minaccia, sciolse un duplice voto; quello di recuperare Olimpia a ogni costo e di non usarle più nessuna misericordia: quello di vendicarsi di Pierluigi Farnese.
Già, dal momento in cui aveva consumato l’eccidio dello abate commendatizio di San Savino, non s’era più dato un momento di pace. Frugando e rifrugando per tutte le castella del piacentino, era giunto a risapere, per mezzo di spie, che la sua Olimpia trovavasi ricovrata presso i conti di Santafiora. A un Tedaldi, suo intimo, aveva chiesto a prestanza la costui casa di Tavasca, in quel torno affatto deserta. Con fino avvedimento, erasi proposto di trar partito delle cerimonie, che si solennizzavano in Castell’Arquato per gli sponsali di Sforza Sforza con Luisa Pallavicino, affine di riaccostarsi alla sua diletta. Tutto eragli riuscito nel modo quasi miracoloso, che sappiamo; ed ora tutto era nuovamente a rifarsi.
Scese quindi nel cortile; svegliò l’unico valletto, che lo avesse seguito in quel luogo; gli fece rinsellare il cavallo; montò in arcioni e partì.
Per quanto perlustrasse i dintorni, di Olimpia non gli fu dato rinvenire la menoma traccia. Anzi, dalle medesime spie, che le avevano già servito, imparò da lì a poco come, a Castell’Arquato, ella non si fosse punto rivista e come anche lo stesso Farnese se se ne fosse ito.
Subitaneo e fermo sempre nelle sue resoluzioni, egli pensò allora ch’ella dovesse trovarsi dove colui si trovasse e fermò di mettersi in cerca di lui.
Da Fiorenzuola si recò prima a Roma, e, da Roma, lo seguì a Perugia.
Il rimanente ci è noto.