CAPITOLO IV Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma — L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio I e di Agilulfo — S. Colombano
Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove. Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa, cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. La statua che oggi si vede è però del 1740.
Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa fu il 3 settembre 590 consacrato col nome di Gregorio I, rimanendo per quattordici anni sulla cattedra di S. Pietro, fino cioè al marzo del 604. In lui v'era il doppio carattere d'un uomo contemplativo e ardentemente religioso, unito a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due qualità che sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che pur si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. Questo doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, alcuni dei quali, come i Dialoghi, le Omelie e i libri morali ci mostrano l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad uno scopo pratico, come son quelli che danno regole per la liturgia. Queste regole furono lungamente osservate: la messa si celebra anche oggi in gran parte secondo le norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole di quel canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici libri delle sue Epistolae sono un monumento davvero immortale per la sua vita e per la storia dei tempi. In esse impariamo a conoscere con sicurezza il carattere nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il secondo fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, il suo ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse divenuto il primo personaggio del secolo, che guidava non solo la Chiesa, ma la politica italiana, e in parte quella anche dell'Europa. Dovette occuparsi d'amministrare l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in tutta Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza il valore, che si fa da alcuni ascendere ad una estensione di 1800 miglia, con una rendita di 7,500,000 lire. E di questo denaro, che gli dava una gran forza, si valeva per aiutare non solo i conventi, il clero, la Chiesa; ma in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri. Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, di un affetto, di una cura singolare per l'interesse dei contadini. E oltre di ciò egli fa in esse una costante guerra ai Longobardi; anima le popolazioni italiane alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine, invitando qualche volta il clero stesso a prendere le armi. Tutto questo suo ardore operoso, fervido, giovanile si manifesta in mezzo ad un mondo che sembra da ogni parte cadere in rovina, e nel quale egli sta sempre fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa in Dio e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile pel bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli scrive, i campi desolati e deserti, le città vuote, il Senato è morto, il popolo più non esiste, la spada pende sul capo di coloro che sono rimasti: noi siamo in mezzo alla rovina del mondo.» Eppure non cede, non piega, non si scoraggia mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo il Patriarca di Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere il titolo di patriarca ecumenico, che spettava solo al Papa, capo della Chiesa universale. E, come per contrasto, continuava sempre a portare il titolo già assunto di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare fino a che non ebbe ottenuto la vittoria.
Le sue lettere all'Imperatrice sono piene delle più nobili massime in favore degli oppressi, contro la corruzione amministrativa, contro gli eccessi degli agenti del fisco. «Piuttosto, egli le scriveva, che gravar di tasse i miseri a segno tale che per pagarle alcuni son costretti a vendere schiavi i propri figli, mandateci meno danaro per le spese d'Italia, ed asciugate invece le lacrime degli oppressi.» Indefessa, costante fu la sua opera per guadagnare al cattolicismo i Longobardi. Per convertire il loro re Agilulfo si valse della moglie di lui Teodolinda, che già era cattolica. Dell'arcivescovo Costanzo, che raccomandò ai Milanesi, si valse per combattere l'arianesimo nell'alta Italia. Molto fece per diffondere sempre più il cattolicismo tra i Franchi e nella Spagna; ma soprattutto si adoperò per convertire gli Anglo-Sassoni, presso i quali mandò una prima missione nel 596, una seconda nel 601. Rafforzò l'unità della Chiesa, sottomettendo a Roma i vescovi, sulla cui elezione vegliò severamente, per combattere la simonia e la scelta di uomini poco degni, pericolo che allora minacciava assai. A rafforzare la papale autorità in Italia e fuori giovò molto anche il favore che egli dette al monachismo, sul quale il Papato aveva cominciato e continuò sempre più ad esercitare un'azione diretta, restringendo quella esercitata dai vescovi. Ma nello stesso tempo rafforzò il divieto d'accogliere nei monasteri chi ancora non aveva compiuti i diciotto anni, e chi aveva moglie, se questa non si dava anch'essa alla vita religiosa. In tutto si dimostrò un uomo superiore. Un giorno egli rimproverò il vescovo di Terracina, per avere a forza cacciati gli Ebrei dai luoghi in cui celebravano i loro riti religiosi, dicendo che coloro i quali dissentivano dalla vera fede, si dovevano richiamare alla dottrina di Gesù Cristo colla mansuetudine e la persuasione, non colla violenza.
Nell'anno stesso in cui fu eletto Gregorio I, si procedeva alla elezione del nuovo re dei Longobardi. Questi dissero a Teodolinda, di cui avevano giustamente un alto concetto, che si scegliesse un secondo marito, capace di governare, ed essi, fidando nel buon giudizio di lei, lo avrebbero senz'altro accettato per loro re. Teodolinda che aveva già cominciato a governare, e dato subito prova della sua accortezza politica cercando di stringere alleanza coi Franchi, tenuto ora consilium cum prudentibus, scelse Agilulfo duca di Torino, originario della Turingia, parente di Autari, bello, giovane, valoroso, prudente. Deliberata la scelta, si mosse francamente per andargli incontro verso Torino. E trovato che l'ebbe a Lumello, lo invitò a bevere nella stessa tazza, dopo di che, cum rubore subridens, si lasciò baciare in bocca, come per confermare la scelta che aveva fatta. Le nozze furono celebrate con generale letizia; e nel maggio del 591 Agilulfo assunse la potestà regia, solennemente acclamato dal popolo congregato a Milano.
La posizione in cui si trovava ora Agilulfo era assai difficile. Da una parte minacciavano i Franchi, da un'altra i Bizantini. A Roma c'era un Papa avversissimo agli ariani ed agli stranieri, che aveva grandissima autorità sulle popolazioni italiane. Se questi tre nemici si fossero una volta messi veramente d'accordo, ai Longobardi non sarebbe rimasto da far altro che ripassare le Alpi. Ma fortunatamente per essi quest'accordo non esisteva e non era possibile. Il Papa era tutt'altro che contento dei Bizantini, dei quali scontentissime si mostravano le popolazioni. I Franchi, continuamente paralizzati dalle sanguinose discordie interne, quando queste cessavano, si ponevano, è vero, assai facilmente d'accordo coi Bizantini, per muover guerra ai Longobardi. Se non che, tanto essi quanto i Bizantini avrebbero voluto ciascuno l'Italia per sè; e così appena erano sul punto di abbattere i Longobardi, tornava subito la discordia fra di loro, e ognuno di essi cercava d'avvicinarsi al nemico, a danno dell'amico. Si formò così una specie di equilibrio instabile, in mezzo al quale Agilulfo poteva sperare di destreggiarsi a suo modo. A questi pericoli esterni si aggiungevano però anche gl'interni. Alcuni dei Duchi, scontenti per la speranza delusa di salire essi sul trono, minacciavano di ribellarsi. Altri non pochi, sopra tutto quelli assai potenti che erano ai confini, aspirando a sempre maggiore indipendenza, dimostravano di volersi anch'essi ribellare.
In mezzo a tutte queste gravi difficoltà, Agilulfo seppe dar prova di tale e tanta prudenza, da reggersi non solo, ma da riuscire anche ad essere, come fu giustamente affermato dal Ranke, il vero fondatore del regno longobardo. E prima di tutto, seguendo il savio concetto di Teodolinda, riuscì a concludere coi Franchi un accordo, del quale ignoriamo i termini precisi. Sappiamo però che, per lungo tempo, da questo lato vi fu pace. Ma il merito di un tale accordo non deve attribuirsi tutto ad Agilulfo. Childeberto che aveva unito sotto di sè l'Austrasia e la Borgogna, lasciò morendo (596) due fanciulli, che si divisero fra loro le due parti del suo regno, dal quale la Neustria era adesso separata. Così tra i Franchi scoppiò di nuovo la guerra civile; ed il re dei Longobardi seppe trarne profitto, per concludere un accordo, che gli permise di darsi interamente a domare i Duchi ribelli, ed a mettere ordine nel Regno, per poter poi combattere vigorosamente i Bizantini.
Cominciò quindi col rivolgersi contro Mimulfo, duca dell'Isola di S. Giuliano, sul lago d'Orta, che fu da lui vinto ed ucciso. Andò poi contro Gaidulfo, duca assai potente di Bergamo, col quale, dopo averlo vinto, fece la pace; ma fu poi nuovamente assalito da lui, quando combatteva Ulfari duca di Treviso. Ciò non ostante, Agilulfo, vinto ed imprigionato Ulfari, si rivolse subito contro Gaidulfo, che s'era ritirato e fortificato nell'Isola comacina. Gli levò l'isola ed il tesoro ivi raccolto, lo inseguì a Bergamo, vincendolo di nuovo e facendolo prigioniero. Quando però tutti s'aspettavano di vederlo messo a morte, Agilulfo da vero uomo di Stato, dominando l'impeto delle sue passioni, gli fece grazia della vita. Sapendolo assai potente e di alto lignaggio, non voleva aumentar troppo il numero dei propri nemici. Rivolse poi il suo pensiero a Benevento, per far riconoscere anche in quel Ducato, già troppo indipendente, la regia autorità. Colà era morto il duca Zottone, ed Agilulfo invece di fargli succedere un parente come s'era fatto in passato, per arrivare, colla successione ereditaria, alla totale indipendenza di quel Ducato, vi mandò invece Arichi nobile longobardo del Friuli.
Il ducato di Spoleto aveva una estensione assai minore di quello di Benevento, ma gli dava grande importanza la sua posizione geografica. Posto sulla via Flaminia, la quale va da Roma a Rimini, che per altra via è congiunta con Ravenna, esso trovavasi fra la Pentapoli e Roma, che di continuo minacciava. Papa Gregorio infatti si doleva ora amaramente all'Imperatore che l'esarca Romano, il quale pur era un uomo valoroso, lo lasciasse esposto ai nemici assalti, senza muovere un passo in sua difesa, tanto che doveva egli solo provvedere a tutto. Lo pregava perchè si movesse finalmente a difesa della causa Italiae. «Io non so più, egli diceva, se ora adempio l'ufficio di pastore o di principe temporale. Debbo provvedere alla difesa, a tutto; sono divenuto il pagatore dei soldati.» E veramente egli pensava a restaurare le mura, a dare ordini per la difesa; era l'anima della guerra in Roma e fuori; avvertiva i capi dei militi a stare di continuo attenti ai movimenti degli Spoletini. In qualche città inviava soldati, scrivendo che la difendessero sotto l'ordine del Magister militum (27 settembre 591). Con un'altra lettera, circa dello stesso tempo, indirizzata: Clero, ordini et plebi consistenti Nepae, mandava il clarissimum Leontium a difenderla. Nel giugno del 592 scriveva a due Maestri dei militi come a suoi dipendenti, dando loro ordini per la guerra. E nello stesso anno, alla città di Napoli che si trovava senza armi, ed era minacciata da Benevento d'accordo con Spoleto, il Papa mandava il «Magnifico tribuno» Costanzo, ordinando che gli si affidasse il comando dei soldati, perchè potesse dirigere la difesa. E intanto, senza aver dall'Esarca aiuto nè di uomini nè di danari, doveva difendersi da Ariulfo, che s'avanzava per assediare Roma. «I soldati regolari che qui sono, così egli scriveva al vescovo di Ravenna, non avendo più le paghe, hanno abbandonato la Città; gli altri a stento s'inducono a far la guardia alle mura. Ormai non resta che concludere la pace coi Longobardi. Questa è divenuta per Roma questione di vita o di morte.» Ed assumendo sopra di sè ogni responsabilità, quasi fosse divenuto il capo legale, il rappresentante legittimo del Ducato romano, concluse con Ariulfo la pace.
L'Esarca fu di ciò irritatissimo, accusando il Papa d'avere compiuto un atto d'indebita sovranità, quasi fosse indipendente dall'Imperatore. Ormai, egli diceva, Ariulfo, sicuro alle spalle, poteva da un momento all'altro, unendosi con Agilulfo, procedere contro Ravenna. E nell'autunno del 592 s'avanzò verso l'Italia centrale, trovando a un tratto quelle forze che fino allora aveva sempre detto di non avere. S'impadronì di Perugia, di Todi, di Orte, di Sutri, che erano occupate dai Longobardi. Ed il Papa, di buona o di mala voglia, non ostante la pace fatta, dovette secondar questa guerra. Così il suo accordo coi Longobardi fu rotto; ed Agilulfo, nel maggio del 593, si mosse in persona contro Roma. Passato il Po, fece prigionieri alcuni Italiani, che mandò nella Gallia per venderli schiavi; altri arrivarono in Roma mutilati. Il Papa dovette allora solennemente annunziare al popolo, che interrompeva le sue predicazioni sopra Ezechielle, per occuparsi della guerra. «Nessuno ci potrà rimproverare, egli diceva, se cessiamo dal predicare in mezzo a tante tribolazioni, circondati come siamo dalle spade nemiche. Alcuni Italiani già tornarono fra noi colle mani mutilate; altri vennero fatti prigionieri, legati e venduti schiavi; altri uccisi!» Agilulfo intanto aveva già preso Perugia, ed ucciso il duca Maurizio che, dopo aver tenuto quella città pei Longobardi, la teneva ora pei Bizantini, ai quali l'aveva a tradimento ceduta. Pose poi l'assedio a Roma, e sebbene le notizie che abbiamo di questo fatto siano incertissime, sembra tuttavia che in parte la resistenza dei cittadini animati dal Papa; in parte la malaria che, a cagione della state, infieriva nella Campagna; in parte la ribellione dei Duchi non ancora sedata nell'alta Italia, finissero coll'indurre Agilulfo a ritornare verso il Nord, dove l'un dopo l'altro sottomise i ribelli.
In mezzo a tutti questi eventi il Papa andava sempre più divenendo il personaggio principale in Italia, i cui interessi egli ora rappresentava, la cui storia sembrava concentrarsi intorno a lui, che sorgeva gigante in mezzo al secolo, dando al Papato inaspettata grandezza, iniziando un'epoca nuova, tenendo testa a tutti con straordinaria energia. Non poteva andare d'accordo coi Longobardi, stranieri, ariani, barbari, saccheggiatori, nemici del nome romano. Non poteva neppure andare d'accordo coi Bizantini, continui essendo con Costantinopoli i dissensi religiosi, continua essendo colà la pretesa di tenere la Chiesa sottomessa all'Impero. Il patriarca Giovanni era sempre ostinato nell'assumere il titolo di ecumenico; e l'Imperatore aveva, con nuovo editto, proibito a coloro che facevano parte dell'amministrazione, d'accettare uffici ecclesiastici o entrare nei conventi. Contro di ciò il Papa energicamente protestava. Oltre di che la continua velleità d'indipendenza manifestata dal clero di Ravenna, veniva favorita adesso dall'esarca Romano, «la cui condotta, scriveva Gregorio, era peggiore di quella dei Longobardi; tanto che sembrano più benigni i nemici che ci uccidono, dei rappresentanti della Repubblica, i quali dovrebbero difenderci, ed invece colla loro malizia e le loro rapine ci consumano lentamente.» Si valeva di tutti i mezzi per agire sull'Imperatore e sull'Esarca; mediante l'arcivescovo di Milano, agiva anche su Teodolinda. Ma in sostanza neppure a lui conveniva una vittoria o prevalenza decisiva dei Bizantini o dei Longobardi. Avrebbe voluto perciò un accordo, col quale venisse stabilito un equilibrio che lasciasse la Chiesa libera dagli uni e dagli altri.
Agilulfo, che si trovava anch'egli in mezzo a mille difficoltà, pareva da parte sua disposto a stringere accordo col Papa; ma questi, dopo ciò che gli era successo per la pace conclusa con Ariulfo, non poteva arrischiarsi a provocare ora un'altra crisi. Si trovava quindi sempre più angustiato, e nelle sue lettere ripeteva che le continue tribolazioni non gli lasciavano neppur tempo di leggere o di scrivere. Tantis tribulationibus premor, ut mihi neque legere neque per epistolas multa loqui liceat. Ma quello che era peggio, non gli venivano risparmiate calunnie d'ogni sorta: lo accusarono presso l'Imperatore perfino d'avere ucciso un vescovo. Al che egli perdette addirittura la pazienza, e scrisse: «Se avessi voluto macchiarmi le mani nel sangue, a quest'ora la nazione longobarda non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e sarebbe in estrema confusione. Ma io temo Iddio e rifuggo dal macchiarmi le mani del sangue di chicchessia.» L'Imperatore lo aveva accusato d'incapacità e fatuità nella sua condotta verso i Longobardi. «E come! esclamava il Papa indignato, in un'altra lettera del 5 giugno 595, si è rotta la pace da me conclusa con Ariulfo, ritirando i soldati e lasciandomi solo contro Agilulfo. Ho dovuto vedere i Romani presi, legati come cani, e mandati a vendere schiavi nella Francia! L'Imperatore non avrebbe dovuto giammai prestar fede alle parole dei miei nemici, ma guardar solo ai fatti.» E se ne appellava a Gesù Cristo. Intanto i Longobardi di Spoleto e di Benevento si allargavano sempre più nell'Italia meridionale, saccheggiando, conquistando; nè quelle popolazioni potevano trovare aiuto o incoraggiamento in altri che nel Papa, il quale così acquistava sempre maggiore importanza ed autorità, diveniva di fatto il capo legittimo delle popolazioni italiane, che per tale lo riconoscevano.
Nel 595 l'aspetto generale delle cose cominciava a mutare alquanto, perchè moriva il patriarca di Costantinopoli, Giovanni, che era stato causa continua di dissidi, e ne succedeva un altro, Ciriaco, che era più accetto al Papa. Moriva non molto dopo l'esarca Romano, e gli succedeva Kallinicus (per corruzione detto Gallinicus), anche questi a lui molto più favorevole. Tutto ciò avrebbe agevolato non poco le trattative d'una pace generale coi Longobardi, se non si fosse trovato un ostacolo inaspettato nei duchi di Benevento e di Spoleto, i quali, volendo agir sempre per conto proprio, pretendevano di firmarla solo con speciali condizioni da essi imposte. Quindi nel 599 più che una vera pace, si concluse una tregua di soli due mesi. E, come papa Gregorio aveva già preveduto, dicendo: — si farà pace e non sarà pace; — così, quando non era anche scaduto il termine fissato, la tregua fu rotta senza poterla rinnovare. Nel 601 primo a cominciare le ostilità fu l'Esarca, cui rispose subito Agilulfo cercando d'incendiar Padova, che poi prese e distrusse. Egli fu in questa guerra secondato dagli Avari, ai quali mandò, ad faciendas naves, artefici italiani, probabilmente delle antiche scholae o associazioni di mestieri. A sempre più aumentare il disordine s'aggiunse, che da una parte gli Avari assalirono l'Impero e devastarono l'Istria, da un'altra i Longobardi di Spoleto ebbero più d'uno scontro cogl'imperiali di Ravenna.
Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne però a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio era divenuto assai impopolare per la severa disciplina che voleva nell'esercito. Gli Avari gli avevano nel 600 proposto che riscattasse per danaro 12,000 prigionieri, i quali erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente ricusato, li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo contro di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine all'esercito di passare il Danubio e svernare al di là del fiume, lo scontento arrivò a tale che ne scoppiò una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca, il quale manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. Nel novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, dopo averne fatto trucidare i figli sotto gli occhi stessi del padre. Siccome poi si doveva subito occupare della guerra persiana, così concluse la pace cogli Avari, richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra anche in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto con cui riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora gli scrisse una lettera nella quale, augurandogli ogni prosperità, diceva, «che gli angeli stessi del cielo avrebbero cantato un inno di lode al Signore,» per la nuova elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per quanto Foca aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo scopo costante, unico, supremo, a cui Gregorio Magno tutto sacrificava, pure il congratularsi della elezione d'un tal mostro non era scusabile in nessun modo. Bisogna tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei tempi, massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto si diceva con frasi altosonanti. Nè si può con certezza affermare, che quando il Papa scrisse quella lettera, avesse già avuto sicura e precisa notizia del sangue innocente con tanta crudeltà versato.
Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la ferrea volontà del Papa esercitava per mezzo della regina Teodolinda, cattolica e donna d'alti sensi, la quale lasciò gran nome di sè, e grandi opere pubbliche, sopra tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando Agilulfo fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato verso la fine del 602. Alcuni sostengono che si convertisse anch'egli; ma certo è solamente che si dimostrò assai favorevole ai cattolici. Del resto siamo già al principio della generale conversione dei Longobardi, la quale si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però che Agilulfo continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente gli si dimostrasse perciò sempre più avverso. Dopo aver preso Monselice, il re longobardo andò oltre verso Ravenna; e par certo che, in questa occasione, il Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca. Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di questi non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già pronti i loro dromoni (navi rapide) per metterli in mare, e servirsene solamente a proprio vantaggio. Si direbbe, che i Pisani fossero già ordinati in una qualche specie di municipale indipendenza, volendo e potendo deliberare da sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque sia di ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli Avari, assalì ed abbattè Cremona; prese Mantova di cui demolì le mura, e lo stesso fece di altre città, fino a che Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal settembre del 603 all'aprile 605.
In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le malattie di Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi dalle sue lettere, era anche andata sino all'ultimo crescendo sempre la sua prodigiosa attività. Non cessava mai di raccomandare a tutti che si provvedesse alle sorti della misera Italia, adoperandosi costantemente per essa: e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. L'anno 600 egli scriveva: «In undici mesi appena qualche volta la gotta mi ha lasciato levare di letto. La mia vita è divenuta tale che aspetto come un benefizio la morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale, ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» Una delle ultime lettere fu scritta nel gennaio 604, poco prima di morire, per mandare abiti e coperte ad un vescovo assai povero che pativa il freddo; e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. Poco dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, ed era sepolto in S. Pietro.
In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome Giovanni.
Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese. Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria, devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale; poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri, che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a casa sua.
Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo Rex totius Italiae; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia.
Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa. Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò. Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani. Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti, che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che Gregorio I esercitò sempre su tutti.
CAPITOLO V Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — L'Ecthesis — L'editto di Rotari
L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu il re legislatore dei Longobardi.
Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che secondo alcuni era chiamato Lemigius Thrax (611-616), ed a questo un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito un altro esarca.
In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere di là meglio difendere l'Impero.
Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo. Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro.
Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani, questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee. Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli, gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi, somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi, finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati: certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani.
Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano, quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio, ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio.
S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628 cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore. Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto, sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel 632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani, respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia, nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per sempre perduto le terre al di là del Tauro.
La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana. Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura. E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore: peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava l'Ecthesis o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe potuto astenere dal condannare l'Ecthesis, se quando questo pervenne a Roma, egli non fosse già morto.
La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa, ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco, venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò col non volerlo confermare se prima non approvava l'Ecthesis; ma si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'Ecthesis non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con l'Enotikon.
Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero, sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San Giovanni, nella quale fu poi sepolta.
Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani, ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana, avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe perduto 8000 uomini.
In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale, divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì (642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò, morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di Benevento.
L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari fece di più notevole in tutto quanto il suo regno durato fino al 652. Esso è un monumento storico di grande importanza, e costituisce un atto di vera e indipendente sovranità. Era la prima volta che un barbaro osasse legiferare in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero nè, consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo dice nel proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto le consuetudini già prevalenti nel suo popolo, cercando di compierle e migliorarle, levandone il superfluo. Tutto ciò «col consiglio e consenso dei Primati nostri Giudici, e di tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e Primati erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in guerra e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso barbarico, era il popolo stesso dei Longobardi in armi. L'usanza di consultare i Grandi ed il popolo nelle faccende di generale interesse, era antica presso tutti i popoli germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa usanza, per le condizioni affatto speciali di vita, e per l'organizzazione tutta militare dei Longobardi, aveva perduto il suo carattere primitivo, ed era divenuta affare più di forma che di sostanza. I Primati non deliberavano, davano solo un parere, un consiglio; il popolo si limitava ad approvare.
Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari è certo una delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli altri barbari scrissero le loro leggi o consuetudini poco dopo entrati nell'Impero, ed i Longobardi assai più tardi. Sebbene poi questi non se ne avvedessero, è tuttavia per noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del diritto romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina in cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, in un ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, ed in alcune disposizioni che evidentemente non possono essere di origine germanica. L'Editto è diviso in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi dodici sembrano aggiunti più tardi.[35] Si comincia coi delitti contro lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, l'ordine della famiglia e della proprietà; di diritto pubblico v'è poco o nulla.
Si è molto disputato per sapere se questo Editto si applicava solo ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente le leggi barbariche avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei Longobardi però, e non di essi solamente, avevano anche un carattere territoriale, perchè si applicavano a tutti i popoli venuti con loro in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuni, il fatto che i Sassoni, i quali volevano vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni, dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, senza far tra di essi distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto, assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del tutto, d'una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente menzione neppure una volta. Nè si può concepire come i Longobardi, anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva messo radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni giuridiche, molte delle quali erano ai loro vincitori sconosciute in modo, che per esse la loro legge non provvedeva e non poteva provvedere nulla addirittura. Non si capirebbe poi come, ammessa una volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire e del suo riapparire si facesse nei documenti o nelle cronache cenno alcuno. La conclusione più probabile cui bisogna, secondo noi, arrivare è che, sebbene la legge romana non venisse officialmente riconosciuta, pure in molte delle relazioni private che da antico correvano fra gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno consuetudinaria.
Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente indurre la persistenza del diritto romano,[36] questa apparisce manifesta come un fatto normale nella legislazione posteriore di re Liutprando. «Se un Longobardo, noi leggiamo in essa, dopo avere avuto figli, si fa chierico, questi continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto la quale viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire non solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa era sottoposto anche il Longobardo che si faceva chierico. E quale poteva esser mai quest'altra legge se non la romana? Il diritto canonico, che pur vigeva certamente, non era forse pieno d'elementi di diritto romano, e non dovette perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento, che apparisce infatti sempre più manifesto? La longobarda è una legislazione essenzialmente barbarica, sulla quale si scorge sin dal principio l'azione d'una civiltà superiore, esercitata per mezzo del diritto romano e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di raccogliere le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di diritto, e cerca diminuirlo, come cerca di aumentare le composizioni, per mettere un qualche freno alla vendetta (faida) barbarica. In alcuni casi egli condanna l'uccisione delle streghe, come contraria all'umanità ed ai principii del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo a misura che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, più chiari sono in esso apparsi gli elementi nascosti di diritto romano. Risorge perciò sempre più la teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della persistenza del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza, sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. Anche l'esistenza in tutto il Medio Evo di scuole di grammatica e di diritto romano a Ravenna, a Roma ed altrove, apparisce sempre più dimostrata.
La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente germanico, e manifesta costantemente questo suo carattere fondamentale, sebbene in alcuni punti apparisca alquanto alterato dalle condizioni speciali in cui essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi per la campagna, in case separate, con siepi che circondano i campi. Rotari dichiara fin dal principio d'essere mosso dall'interesse dei propri sudditi, «specialmente rispetto ai continui travagli dei poveri, ed alle esazioni inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, come è stato sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte si deve anche attribuire al fatto, che i barbari in generale rivolgevano la loro ostilità sopra tutto contro i latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano, uccidevano i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori dei Bizantini; nè si sa che nelle campagne o nelle città li opprimessero al pari dei ricchi.
La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto la legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; ed è di sua natura intrinsecamente, essenzialmente contraria allo spirito vero del diritto romano. Quello che vi domina non è il concetto giuridico dello Stato, ma il concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e fondamento di una società, in cui il governo è ancora assai debole, si trova fortemente costituita a propria difesa; ma non apparisce giuridicamente coordinata allo Stato, risultando invece unita dai primitivi vincoli del sangue. La donna, come debole, è sottoposta ad una perpetua tutela, che si chiama mundio, da cui non può mai liberarsi: non può mai essere selbmundia. La tutela a cui ella è sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran parte determinata dall'interesse della famiglia, che si vuol tenere unita, e della quale non si vuole perciò dividere il patrimonio. Per questa ragione la tutela romana può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa dal mundio del padre a quello del marito, alla morte del quale va sotto il mundio dei parenti di lui, ed in alcuni casi anche dei propri fratelli o del proprio figlio; in ultimo, della Curtis regia: non essendo capace di portare le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di qualcuno. I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, di cui, quando è nubile, ha solo una piccola parte. La famiglia longobarda non era come la romana una specie di monarchia assoluta, nella quale, massime sotto la Repubblica, il padre aveva un potere illimitato; però anche presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La donna maritata trovava qualche protezione nell'autorità serbata ai suoi parenti; e l'autorità paterna sul figlio aveva dei limiti ignoti alla legge romana. Divenuto atto alle armi, esso poteva separarsi dalla propria famiglia, e costituirne un'altra. La legislazione barbarica in generale, come è noto, non conosceva il regime dotale; ma presso i Longobardi la donna possedeva quello che le veniva dal marito, il quale doveva liberarla dal mundio del padre o dei fratelli, pagandone il prezzo; darle la meta che si può dire una specie di dote, e il dono del mattino, morgengab. Il padre le doveva solo il faderfium, che era un dono a suo beneplacito. Presso di essi la proprietà collettiva germanica era scomparsa quasi del tutto, essendone solo qua e là sopravvissuta qualche debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione del diritto romano, comincia ad apparire, esso è, come la donazione, di sua natura irrevocabile.
Il carattere germanico di questa legislazione, opposto a quello del diritto romano, apparisce più chiaro ancora nel diritto penale. La pena di morte, che era assai rara, si applicava, secondo l'Editto, innanzi tutto a chi attentava alla vita del re, che era tenuta sacra: «il cuore del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio marito; allo schiavo che uccideva il padrone; a chi disertava al nemico, si ribellava contro il re o i duchi, eccitava i soldati alla ribellione. Quanto al resto, tutto il diritto penale longobardo era una serie di composizioni pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati. Ma questa pena era intesa a soddisfare la faida, o sia la vendetta privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta la famiglia; non era destinata, come presso i Romani, a ristabilire la giustizia, a vendicare la Repubblica. Qui era il contrasto fondamentale, che ai Romani doveva apparire una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema della prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul così detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano a scemare i duelli. Il guidrigildo era la pena che si pagava per l'uccisione d'un uomo o d'una donna, ed andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più tardi, parte ad essa, parte al Re.
Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato nessun guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere che dai Longobardi non si desse alla sua vita valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma abbiamo già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, e quindi neppure che alla loro vita non si desse valore alcuno; nessuno più osa dal silenzio della legge dedurre così gravi conseguenze. È superfluo dunque fermarsi a combatterle.