II. I PRINCIPALI STATI ITALIANI
1. — MILANO.
La prima trasformazione del Comune italiano che, per mezzo della tirannide, aprì la via alla costituzione dello Stato moderno, noi la troviamo a Milano. Divenuta centro d'una vasta agglomerazione di repubbliche e signorie, che interessi e gelosie diverse ora riunivano ed ora separavano, vide sorgere nel suo seno il dominio della famiglia Visconti, lacerata anch'essa da interni e sanguinosi dissidî. Nel 1378 si trovano di fronte Bernabò ed il nipote Giovan Galeazzo, più noto col nome di conte di Virtù. Ambedue ambiziosi e malvagi del pari, il primo era ciecamente dominato dalle sue passioni, e fu quindi preda del nipote, che sapeva dirigerle ad un fine premeditato. Questi riuscì nel 1385 a farlo con i figli mettere in prigione, donde non uscirono più vivi; e restato così solo, si pose con ardore all'opera di riordinare lo Stato, per liberarlo dall'anarchia.
In mezzo a mille nemici, egli non aveva un esercito, ed era anche privo di valor militare; ma accoppiava ad una grandissima astuzia una profonda conoscenza degli uomini ed un vero ingegno politico. Chiuso nel suo castello di Pavia, prese a stipendio i primi capitani d'Italia, ed i più accorti diplomatici, distendendo con questi le fila della sua tenebrosa politica in tutta la Penisola, che subito riempì d'intrighi e di guerre, dirigendo le operazioni militari dal suo gabinetto. Con un occhio sicuro ed una volontà pronta, egli riuscì a fare una vera ecatombe di piccoli tiranni nella Lombardia, unendosi con gli uni ad abbattere gli altri, per poi rivolgersi contro quelli che lo avevano aiutato, e impadronirsi dei loro Stati. Così formò il Ducato di Milano, di cui ebbe l'investitura dall'Imperatore. Estese poi il suo dominio sino a Genova, a Bologna, alla Toscana, e vagheggiava mettersi sul capo la corona d'Italia, dopo aver vinto Firenze, che già aveva esaurita con le continue guerre. Ma il 3 dicembre 1402 la morte venne a troncare tutti gli ambiziosi disegni.
Mirabile fu vederlo chiuso nelle mura del suo castello, gettarsi in tante guerre, che di là seppe dirigere e vincere fortunatamente. Nello stesso tempo egli creò ed ordinò un nuovo Stato. Occupazione principale del suo governo fu veramente imporre tasse, per alimentare le guerre incessanti; ma la giustizia veniva nei casi ordinarî bene amministrata, le finanze procedevano con ordine, e la prosperità cresceva. Le libere assemblee furono mutate in Consigli amministrativi e di polizia; ogni città ebbe un Podestà, eletto dal Duca, non più dal popolo; il Comune non fu più uno Stato, ma un organo amministrativo, come nelle società moderne; ed un collegio d'uomini autorevoli nella capitale rendeva già immagine dei nostri ministeri. Circondato da letterati ed artisti, iniziatore di molte opere pubbliche, fra cui i due più grandi monumenti della Lombardia, il duomo di Milano e la certosa di Pavia, ove dètte anche nuova vita e splendore alla università, egli fu uno dei primi principi moderni. Con lui le istituzioni del Medio Evo scompariscono affatto, e sorge l'unità del nuovo Stato. Questo fu però una creazione tutta personale del principe, che ebbe di mira solamente il suo interesse personale; e quindi con la sua morte la società ricadde ben presto nell'anarchia, lacerata dalle ambizioni dei capitani di ventura.
Più tardi Filippo Maria, figlio di Giovan Galeazzo, ripigliò in mano le redini del governo, per camminare sulle orme del padre. Egli aveva dovuto dividere il Ducato col fratello Giovanni Maria, uomo feroce, che faceva sbranare le sue vittime dai cani, di cui teneva perciò gran moltitudine; ma il pugnale dei congiurati venne a far vendetta, ed il 12 maggio 1412 Giovanni fu pugnalato in chiesa. Filippo era una copia peggiorata del padre, di cui non aveva l'ingegno politico; astuto, falso, traditore e crudele univa ad una grande conoscenza degli uomini un perfetto dominio delle sue passioni. Timido fino alla viltà, aveva la strana passione di gettarsi in guerre continue e pericolose, le quali conduceva scegliendo, con mirabile accortezza, i primi capitani d'Italia, che poneva gli uni in sospetto degli altri, per essere sicuro dalle loro ambizioni. Circondato di spie, chiuso nel suo castello di Milano, da cui non usciva mai, ingannò sempre e trovò sempre da ingannare; visse in continua guerra con tutti, e si salvò sempre dalle disfatte con l'astuzia. I Fiorentini furono da lui rotti a Zagonara nel 1424; dai Veneziani, che sempre combattè, fu più e più volte vinto; ma dopo paci non sempre accorte ed onorevoli, raccoglieva danari e ripigliava la guerra. Si gettò perfino nella contesa napoletana fra gli Angioini e gli Aragonesi, e riuscì a prendere prigioniero Alfonso d'Aragona, che poi liberò per non lasciar piena vittoria agli Angioini. In mezzo a questo grande turbinìo d'eventi e di nemici da lui provocati, riconquistò e riordinò lo Stato paterno, che tenne sicuro fino alla morte (1447), unicamente per mezzo della sua infernale astuzia.
Egli non aveva eredi legittimi, ma solo una figlia naturale, Bianca, il che aveva reso assai più pericolosa la sua condizione, essendo molti coloro che aspiravano a succedergli. Fra di essi v'era Francesco Sforza, tenuto in Italia il primo capitano del secolo, al cui aiuto il Visconti dovette di continuo ricorrere, trovandosi perciò inevitabilmente in balìa di lui. Questi era un leone che sapeva far la volpe, e Filippo Maria era una volpe che amava mettersi la pelle del leone. Così vissero ambedue lunghi anni, tendendosi a vicenda agguati, e conoscendo ognuno assai bene le intenzioni segrete dell'altro. Lo Sforza fu più e più volte sull'orlo d'una totale rovina, circondato dalle trame del Visconti, che poi invece lo aiutava. Nel 1441 davagli in isposa la propria figlia, e ne alimentava così le ambiziose speranze, per meglio valersene nelle guerre, salvo poi a ordir nuove trame contro di lui, che pur sapeva scamparne senza mai lasciarsi vincere dal desiderio della vendetta. Ed in questo modo, quando, dopo quasi mezzo secolo di regno, il Visconti moriva di morte naturale, lo Sforza si trovò abbastanza potente per riuscire nel disegno lungamente meditato d'impadronirsi del Ducato.
A una dinastia ne succede ora un'altra, ed il principato italiano si presenta a noi sotto un aspetto totalmente diverso. I Visconti erano stati una grande famiglia, e coll'astuzia, l'ardire e l'ingegno politico s'erano impadroniti del Ducato che avevano costituito; gli Sforza, invece, uomini nuovi, usciti di assai basso stato, s'aprirono la via colla spada. Muzio Attendolo, il padre di Francesco Sforza, era nato d'una famiglia romagnola, che viveva in Cotignola una vita di semi-brigantaggio e d'ereditarie vendette. Dicesi che la cucina della loro casa pareva un arsenale di guerra: tra i piatti e le padelle affumicate pendevano le corazze, i pugnali e le spade, che uomini, donne e bambini maneggiavano con uguale ardire. Ancora giovanetto, Muzio fu menato via da una banda di ventura, ed in breve tempo, raggiunto dai suoi, si pose alla testa d'una propria compagnia, e fu noto col nome di Sforza, datogli in campo. D'un coraggio, d'una forza e d'una volontà indomabili, più che un generale fu un soldato che si gettava nella mischia, e scannava i nemici colle proprie mani. D'indole assai impetuosa, commise spesso azioni da brigante, come quando trapassò con la spada Ottobuono III di Parma, mentre questi parlamentava col marchese d'Este. Eppure, sebbene andasse sempre da uno ad un altro padrone, portando scompiglio e desolazione per tutto, riuscì ad esser signore di molte terre, le quali tenne per sè e per coloro che lo avevano seguìto. Nel regno di Napoli, ai servigi della capricciosa regina Giovanna II, ebbe le sue maggiori e più strane vicende: prima generale, poi prigioniero, poi gran contestabile del regno, poi di nuovo in carcere, era per finire i suoi giorni miseramente, quando a Tricarico la sorella Margherita, con la spada in pugno e l'elmo in testa, spaventò per modo i messi reali, che ne ottenne la salvezza del fratello. Fu di nuovo comandante delle forze reali, e poi morì presso Aquila, affogando nel fiume Pescara, quando lo passava a nuoto, per incoraggiare i suoi a seguirlo nella vittoria, che pareva assicurata. E così compiè la vita, non meno agitata del mare, in cui il suo corpo andò finalmente a trovar sepoltura (1424).
Francesco suo figlio naturale, che aveva 23 anni, prese subito il comando delle schiere paterne, e le condusse di vittoria in vittoria, dimostrando un vero genio militare, una grandissima accortezza politica. Sempre padrone di sè, scatenava l'impeto indomito delle sue passioni solamente quando voleva. Servì il Visconti contro i Veneziani, i Veneziani contro il Visconti; attaccò il Papa, togliendogli la Romagna, ed emanando colà i suoi ordini: invitis Petro et Paulo; poi lo difese. Pel suo valor militare divenne l'uomo che tutti volevano a loro servigio, perchè pareva che senza di lui nessuno in Italia potesse vincere, sebbene vi fossero allora capitani come i Piccinini ed il Carmagnola. Ma in mezzo a tutte queste vicende, egli seppe tener sempre fermo l'occhio alla sua mira costante; e quando Filippo Maria morì, si vide subito in che modo il capitano di ventura sapeva mutarsi in uomo di Stato.
Milano aveva proclamato la repubblica; le città sottoposte s'eran ribellate; Venezia minacciava; i partiti interni si scatenavano. Egli offrì la sua spada in servigio della pericolante città, che credette d'aver trovato un'àncora di salvezza, ed invece fu poco di poi assediata dal suo stesso capitano, che il 25 marzo 1450 vi faceva l'ingresso trionfale, avendo già ordinata la propria corte. Il suo primo atto fu d'interrogare il popolo se, a difesa contro i Veneziani, volevano ricostruire la fortezza di porta Giovia, o mantenere piuttosto un esercito permanente in città. Votarono per la fortezza, che fu invece valido baluardo della tirannide contro il popolo. Amici e nemici, se temibili, furono subito imprigionati, spogliati di tutto, ed anche spenti senza esitare. Il territorio dello Stato fu riconquistato; i ribelli furono sottomessi; l'ordine, l'amministrazione, la giustizia dei tribunali ordinarî ristabiliti con maravigliosa rapidità. E in tutto ciò lo Sforza procedeva con la calma dell'uomo che si sente forte, e che vuole aver nome d'imparziale e giusto. Pure quando gli pareva opportuno, nessuno più di lui sapeva, per disfarsi d'amici o nemici, essere perfido e crudele.
La rivolta di Piacenza fu soffocata nel sangue dal suo fido capitano Brandolini. Arrivate le stragi al colmo, e pacificata ogni cosa, si vide con generale maraviglia il Brandolini messo in carcere come sospetto; poi fu trovato con la gola tagliata, e una spada spuntata e sanguinosa accanto. Si disse dal volgo, che il Duca aveva voluto disapprovare e punire le crudeltà eccessive del suo capitano; si disse invece dai più accorti che, dopo essersene servito, gettava via l'inutile strumento, perchè su di esso solamente cadesse l'odio del sangue versato. Nato e vissuto nella guerra, egli voleva ora essere un uomo di pace, e mirava unicamente a consolidare il proprio Ducato ne' suoi naturali confini, abbandonando del tutto gli ambiziosi e pericolosi disegni dei Visconti. E quando, dopo una guerra quasi generale, ma di nessuna importanza, i potentati italiani vennero l'anno 1454 ad una pace comune, egli seppe fare in modo da essere implicitamente riconosciuto da tutti, restando a lui anche il Bergamasco, la Ghiara d'Adda ed il Bresciano. Noto fra i più audaci e tumultuosi capitani di ventura, conosceva meglio d'ogni altro di che grande calamità essi erano agli Stati ordinati e pacifici; quindi fu tra coloro che più contribuirono, se non a farli scomparire del tutto, a far loro perdere assai della passata importanza, come già per forza naturale delle cose cominciava a seguire. Uno solo della vecchia scuola sopravviveva allora, Iacopo Piccinini, ed era veramente di quelli che, rizzando una bandiera, potevano mettere insieme un esercito pericoloso. Costui se ne viveva tranquillo a Milano, quando gli venne voglia d'andare a vedere le sue terre nel reame di Napoli, e fu dal Duca assai incoraggiato, sebbene ognuno sapesse quanto era inviso a Ferrante d'Aragona. Arrivato colà, venne accolto a braccia aperte dal Re, che lo condusse a vedere la reggia e poi lo mise in prigione, dove presto morì. Lo Sforza protestò, strepitò contro la violata fede; ma tutti credettero che, d'accordo con Ferrante, egli si fosse voluto liberare d'un incomodo vicino.
Francesco Sforza, dice felicemente uno storico moderno, era proprio l'uomo secondo il cuore del secolo XV.[16] Grande capitano ed accorto politico, egli sapeva fare a tempo la volpe ed il leone; sapeva, occorrendo, metter le mani nel sangue: ma quando ciò non era necessario, voleva invece giustizia imparziale, e si dimostrava anche generoso e pietoso. Fondò una dinastia; conquistò uno Stato, che lasciò sicuro e bene amministrato; costruì grandi opere pubbliche, come il canale della Martesana e l'ospedale maggiore di Milano. Si circondò d'esuli greci e d'eruditi italiani, e così la corte del già capitano di ventura divenne subito una delle più splendide d'Italia. Sua figlia Ippolita fu celebre pei discorsi latini, che tutti lodavano, esaltavano. Il famoso Cicco (Francesco) Simonetta, calabrese, uomo dottissimo e d'una fedeltà a tutta prova, fu il segretario del Duca; il fratello Giovanni ne fu lo storiografo; Francesco Filelfo, il poeta cortigiano, ne cantò le lodi nella Sforziade. Celebrato così in verso ed in prosa, col nome di giusto, di grande, di magnanimo, moriva il giorno 8 marzo 1466. Tutto aveva tentato ed in tutto era riuscito; i contemporanei lo credettero perciò il più grande uomo del secolo. Ma che cosa era lo Stato da lui definitivamente costituito? Una società in cui tutte le forze s'andavano rapidamente esaurendo; un popolo di cui il sovrano credeva poter fare tutto quello che voleva, materia plastica nelle mani d'un nuovo artista, il cui valore stava solo nel conseguire il fine propostosi, qualunque esso fosse. Nè i Visconti nè lo Sforza ebbero mai alcuna idea politica veramente grande e feconda, perchè essi non s'immedesimarono mai col popolo, ma lo fecero solo servire ai loro propri interessi. Furono maestri nel trovar l'arte di governo; ma non riuscirono a fondare un vero governo, perchè ne avevano colla tirannide disfatti gli elementi essenziali. Le funeste conseguenze di questa politica, che fu pur troppo la politica italiana del secolo XV, si dovevano ben presto vedere in tutta la Penisola, come si cominciarono a vedere in Milano dopo la morte del Duca.
Il figlio Galeazzo Maria, dissoluto e crudele, era di un'indole così triste, che fu perfino accusato d'avere avvelenato la propria madre. Credendo che al principe tutto fosse lecito e possibile, egli, in un secolo che omai si poteva dir civile, fece seppellir vivi alcuni de' suoi sudditi; altri condannò a morir fra torture crudeli, per frivoli pretesti, perdonando solo a coloro che si riscattavano con danaro. Dissipava tesori nelle feste in Milano e nelle cavalcate che faceva per tutta Italia, portando corruzione dovunque andava. Nè gli bastava corrompere le donne delle più nobili famiglie milanesi, che le esponeva egli stesso anche al pubblico disprezzo. Le istituzioni o la volontà popolare non potevano allora metter freno a questo cieco furore, perchè un popolo più non esisteva, e le istituzioni eran tutte divenute congegni atti solo a servir la tirannide. Ben vi pose fine una congiura delle più singolari e notevoli, in quello che può veramente dirsi il secolo delle congiure.
Girolamo Olgiati e Giannandrea Lampugnani, discepoli di Niccola Montano, che li aveva coi classici educati all'amore della libertà e all'odio della tirannide, ingiuriati dal Duca, deliberarono di vendicarsi, e trovarono in Carlo Visconti, per le stesse ragioni, un terzo compagno. S'infiammarono all'impresa colla lettura di Sallustio e di Tacito, si esercitarono tra loro a ferire colle guaine dei pugnali; e quando ebbero fissato ogni cosa pel 26 dicembre 1476, l'Olgiati, entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, si gettò ai piedi della immagine del Santo, pregandolo che non facesse fallire il colpo. Il mattino del giorno stabilito assistevano alle funzioni religiose nella chiesa di Santo Stefano, recitando una preghiera latina, espressamente composta dal Visconti: — Se tu ami la giustizia e odii l'iniquità, — dicevano al Santo, — sii favorevole alla magnanima impresa, e non ti adirare quando fra poco dovremo insanguinare i tuoi altari, per liberare il mondo da un mostro. — Il Duca fu ucciso, ma il Visconti ed il Lampugnani restarono vittime del furore del popolo, che volle vendicare il proprio oppressore. L'Olgiati fuggì e si nascose, ma fu di poi anch'egli preso e condannato all'estremo supplizio. Lacerato dalla tortura, evocava in suo aiuto le ombre dei Romani, e si raccomandava alla Vergine Maria; incitato a pentirsi, dichiarava che, se avesse dieci volte dovuto spirare fra quei tormenti, avrebbe dieci volte consacrato il sangue all'eroica impresa. Vicino a morire, componeva ancora epigrammi latini, rallegrandosi che riuscissero bene; e quando il carnefice gli era già accanto, le sue ultime parole furono: Collige te, Hieronyme, stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua.[17] Qui si vede che, se era spenta nel popolo ogni vera passione politica, in alcuni individui si mescolavano, nel modo più strano, sentimenti pagani e cristiani; l'amore della libertà con un odio personale, irrefrenabile e feroce; un'eroica rassegnazione alla morte con una sete inestinguibile di sangue, di vendetta e di gloria. I rottami di vecchi sistemi, gli avanzi di civiltà diverse si trovano mescolati insieme nello spirito italiano, e con essi s'apparecchia e si feconda il germe d'una nuova forma individuale e sociale, che ancora non è visibile ai nostri occhi. Poco di poi Lodovico il Moro, fratello del morto Duca, ambizioso, timido, irrequieto, usurpò il dominio al nipote Galeazzo, e per mantenere la male acquistata signoria, mise a soqquadro l'Italia intera, come avremo occasione di vedere, quando, dopo esaminate le condizioni dei varî Stati italiani, daremo uno sguardo generale a tutta la Penisola.
2. — FIRENZE.
La storia di Firenze ci conduce in mezzo a condizioni sostanzialmente diverse da quelle di Milano. A prima vista sembra che noi siamo in un gran caos di avvenimenti disordinati, dei quali non si possa comprendere nè la ragione nè il fine. Ma, esaminando poi le cose più da vicino, si ritrova un filo conduttore, e si vede come quella repubblica, attraverso una serie infinita di rivoluzioni, percorrendo tutte le forme politiche che il Medio Evo poteva conoscere, mirò costantemente al trionfo della democrazia, alla distruzione totale del feudalismo, scopo che conseguì cogli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, l'anno 1293. Da quell'anno Firenze, divenuta una città di soli mercanti, non è più divisa in Grandi e popolani; ma in popolo grasso e popolo minuto, in Arti maggiori ed Arti minori. Le prime s'occupano della grande industria e del grande commercio d'importazione e di esportazione; le seconde s'occupano della piccola industria e del commercio interno della Città. Nasce da ciò una divisione, e spesso ancora una collisione d'interessi, da cui scaturisce la nuova formazione dei partiti politici. Quando si tratta d'ingrandire il territorio della repubblica; di combattere Pisa per tenersi aperta la via del mare, o Siena per assicurarsi il commercio con Roma; di respingere gli assalti continui e minacciosi dei Visconti di Milano, il governo cade inevitabilmente in mano delle Arti maggiori, più ricche, più intraprendenti, più audaci e capaci d'intendere e tutelare i grandi interessi dello Stato fuori de' suoi confini. Ma quando posano le armi e comincia la pace, allora subito le Arti minori, sospinte anche dall'infima plebe, insorgono contro la nuova aristocrazia del danaro, che, con le guerre e le tasse continue, le opprime, e chiedono maggiori libertà, più generale uguaglianza. Questo continuo avvicendarsi dura per più di un secolo, fino al tempo, cioè, in cui il territorio della repubblica si è costituito, e le interminabili guerre con Milano hanno termine. Allora diviene inevitabile il trionfo definitivo delle Arti minori, ed esse con la loro inesperienza, colle loro intemperanze, spianano la via alla tirannide dei Medici.
Ben s'illuderebbe, però, chi s'aspettasse di vederli salire al potere con le arti ed i mezzi adoperati dai Visconti e dagli Sforza. Colui che avesse in Firenze cominciato a torturare arbitrariamente i cittadini, a seppellirne vivo qualcuno, a farne sbranare qualche altro dai cani, come fecero i signori di Milano, sarebbe stato subito cacciato a furore di popolo dalle Arti maggiori e dalle minori unite insieme. L'importanza e l'originalità politica tutta propria dei Medici sta anzi in questo, che il loro trionfo è la conseguenza d'una condotta tradizionale, seguita da quella famiglia, per più di un secolo, con una costanza ed un'accortezza impareggiabili, per arrivare ad impadronirsi del potere senza ricorrere alla violenza. E l'essere a ciò riusciti in una città così accorta, così inquieta, così gelosa delle sue antiche libertà, è prova di un vero genio politico.
Sin del 1378, in mezzo all'incomposto tumulto dei Ciompi, noi troviamo la mano di Salvestro dei Medici, che, quantunque delle Arti maggiori, aiuta, eccita le minori a rovesciarne il potere, e acquista così una grande popolarità. Fallito quel tumulto, ricominciata la guerra, e quindi tornate le Arti maggiori e gli Albizzi al potere, noi vediamo Vieri de' Medici rimanersene tranquillo, pensando solo a far danari. Non cessò tuttavia di mostrarsi favorevole sempre al partito popolare, nel quale seppe acquistarsi tanta autorità da far dire al Machiavelli, «che se fosse stato più ambizioso che buono, poteva, senza alcuno impedimento, farsi principe della città.»[18] Vieri però conosceva meglio il suo tempo, e si contentò d'aspettare, agevolando la via a Giovanni di Bicci, che fu il vero fondatore politico della casa. Questi vide chiaramente, che trasformare colla violenza il governo non era possibile in Firenze, e che non avrebbe giovato gran fatto il salire, anche più volte, al potere, in una repubblica che mutava ogni due mesi i suoi principali magistrati. Non v'era che un mezzo solo per ottenere un predominio reale e sicuro: costituire e guidare un partito che avesse la prudenza e la forza di far continuamente entrare nei più importanti uffici della Repubblica i propri aderenti. E gli Albizzi s'avvidero subito che questo disegno cominciava a riuscire, perchè i loro avversari, nonostante il continuo ammonirli ed esiliarli, risultavano eletti in numero sempre maggiore. Invano cercarono di controminare l'opera di Giovanni de' Medici, col proporre inopportunamente leggi intese ad indebolire le Arti minori, perchè essi non potevano farle approvare nei Consigli senza l'aiuto del loro avversario, che invece le combatteva apertamente, e ne diveniva così sempre più potente appresso il popolo (1426). Egli, come afferma il Machiavelli, sostenne la legge del Catasto,[19] con la quale si ordinava che fosse riconosciuta e scritta la fortuna di ciascun cittadino, il che impediva che i potenti, tassando ad arbitrio, gravassero senza misura i più deboli. La legge fu vinta, l'autorità dei Medici ne crebbe sempre di più, e mentre essi salivano volando al principato, pareva invece che dessero solo una forma più popolare alla Repubblica. Questa fu allora e sempre la loro arte.
Quando nel 1429 Cosimo dei Medici, in età di quarant'anni, succedeva al padre, egli, che era per sè stesso uomo di grande autorità e fortuna, trovava la via già spianata dinanzi a sè. Aveva col commercio aumentato assai il ricco patrimonio avìto, e ne usava così largamente, imprestando o donando, che non v'era quasi uomo autorevole in Firenze, che, nei suoi bisogni, non ricorresse a lui e non lo trovasse pronto. Onde è che, senza mai uscire, in apparenza almeno, dalla modestia di privato cittadino, vedeva ogni giorno aumentare la sua potenza, e se ne valeva a demolire gli ultimi avanzi del potere degli Albizzi e de' loro amici. Il che li fece montare in tanto furore, che, levatisi a tumulto, lo cacciarono in esilio, non osando fare di peggio (1433). Ma Cosimo neppure allora perdette la sua calma prudente. Se ne andò a Venezia come un benefattore ripagato d'ingratitudine, e fu da per tutto accolto come un principe. L'anno seguente un tumulto popolare, favorito dal numero infinito di coloro che aveva beneficati o che speravano benefizi, cacciati gli Albizzi, lo richiamò a Firenze, dove essendo partito potente, tornò potentissimo, coll'animo irritato dal desiderio della vendetta. Abbandonò allora l'antica riserva, per mettere a profitto il momento opportuno. Senza spargere molto sangue, colle persecuzioni e gli esilî disfece addirittura il partito avverso, abbassando i potenti, tirando su uomini «bassi e di vile condizione.»[20] Ed a chi lo accusava di trascendere, rovinando troppi cittadini, soleva rispondere: coi paternostri non si governano gli Stati, e con poche canne di panno rosato si fanno nuovi cittadini e uomini da bene.[21]
Cosimo de' Medici era adesso di fatto il padrone della Città; ma legalmente restava sempre un privato, il cui potere, fondato tutto e solo sulla propria autorità personale, poteva da un momento all'altro svanire. Si pose quindi a consolidarlo, dando un passo nuovo e assai accorto. Fece creare una Balìa con facoltà d'eleggere per cinque anni i principali magistrati. Composta di cittadini a lui devoti, essa lo rendeva sicuro per lungo tempo; e facendola ogni quinquennio rinnovare nel medesimo modo, Cosimo potè risolvere questo singolare problema: essere, per tutto il resto della sua vita, principe e padrone assoluto in una repubblica, senza mai entrare negli ufficî, conservando anzi le apparenze di privato cittadino. Ciò per altro non gl'impedì, a suo tempo, di ricorrere anche al sangue. Quando vide sorgere ogni giorno più potente nella Città Neri di Gino Capponi, che, politico accorto e valoroso soldato, aveva anche l'aiuto di Baldaccio d'Anghiari capitano delle fanterie, non potendo assalirlo di fronte, pensò disfarlo, abbattendone gli amici. Infatti, appena che fu eletto gonfaloniere un nemico personale di Baldaccio, questi venne in un improvviso tumulto gettato dalle finestre di Palazzo Vecchio; e molti sospettarono, sebbene nessuno potesse provarlo, che Cosimo fosse stato il principale istigatore del delitto.[22] Ma dopo uno di tali fatti, egli tornava subito a governare con quelli che chiamavano allora i modi civili, e che costituirono sempre l'arte dei Medici. Questo accorto e poco dotto mercante, che non lasciò mai il banco; questo politico senza scrupoli, si circondò di letterati ed artisti: parchissimo nello spendere per sè, profuse tesori nel proteggere le arti belle, costruire chiese, biblioteche ed altri pubblici edificii; passò le ore più felici della sua vita facendosi leggere e comentare i Dialoghi di Platone; fondò l'Accademia Platonica. Così in parte non piccola si deve a lui, se Firenze divenne allora il centro principale della cultura in Europa. Egli aveva capito che le arti, le lettere e le scienze divenivano nella nuova società una potenza, su cui ogni governo doveva fare assegnamento.
Nè fu meno accorto nella politica estera. Avendo protetto e soccorso di danari Niccolò V, quando era cardinale, lo ebbe amicissimo quando fu papa; e così gli affari della Curia vennero affidati al banco de' Medici in Roma, con loro grande guadagno. Aveva anche prima di tutti presentito il futuro destino di Francesco Sforza, e gli s'era perciò fatto amicissimo; onde questi, divenuto signore di Milano, gli fu alleato potente e fido. Cessarono allora le guerre continue fra Milano e Firenze, che si tenne debitrice a Cosimo della lunga pace. Non è quindi da maravigliare se, dopo la morte, continuando sempre a governare i Medici, lo chiamarono Padre della patria. Il Machiavelli dice, che egli fu il più riputato cittadino «d'uomo disarmato,» che avesse mai non solo Firenze, ma qualunque altra città. Secondo lui, nessuno lo raggiunse nella intelligenza delle cose politiche, perchè vedeva i mali discosto, e vi provvedeva in tempo; e solo così potè tenere lo Stato trentun anno, «in tanta varietà di fortuna, in sì varia città e volubile cittadinanza.»[23] Nè diversa è in ciò l'opinione, del pari autorevole, del Guicciardini. Pure, con questa politica, tutte le antiche istituzioni della Città furono ridotte ad un nome vano, senza che si riuscisse a crearne delle nuove; ed una continua accortezza, una serie inesauribile di sempre nuovi ripieghi fu necessaria a reggere il timone dello Stato.
Gli ultimi anni della vita di Cosimo furono assai tristi per Firenze, perchè i partigiani dei Medici, non moderati più dalla prudenza del loro capo, divenuto per l'età impotente, si diedero a parteggiare, e così crebbero a dismisura le persecuzioni e gli esilî. Nè mutarono le cose quando, per breve tempo, gli successe il figlio Piero. Alla costui morte però (1469) compaiono sulla scena Lorenzo e Giuliano, il primo dei quali, sebbene avesse solo ventun anno, era già assai autorevole. Educato dai principali letterati del secolo, s'era dimostrato uguale a molti di essi per ingegno e dottrina; viaggiando l'Italia, per conoscere le Corti ed acquistare esperienza degli uomini, aveva dovunque lasciato grande opinione di sè. Egli afferrò subito con animo deliberato le redini del governo, ed avvistosi che la elezione della nuova Balìa non era d'esito sicuro nel Consiglio dei Cento, fece, con l'aiuto dei più fidi, e come per sorpresa, votare che i Signori in ufficio, insieme con la vecchia Balìa, eleggessero la nuova. Assicuratosi così il potere per cinque anni, si mise all'opera assai più tranquillo.
Lorenzo, simile all'avo per accortezza politica, lo superava di gran lunga per ingegno e cultura letteraria. In molte cose era però assai diverso da lui. Cosimo non lasciò mai il suo banco; Lorenzo lo trascurava, ed era così poco adatto al commercio, che dovette ritirarsi dagli affari, per non mandare a rovina il ricco patrimonio avìto. Cosimo era parco nello spendere per sè, ed imprestava largamente agli altri; Lorenzo amava il vivere splendido, e fu perciò chiamato il Magnifico; spendeva fuor di misura nel proteggere i letterati; si perdeva negli amori più che la sua debole salute non comportasse, tanto che abbreviò i suoi giorni. Questo suo vivere lo ridusse a tali strettezze, che dovette vendere alcuni de' suoi possessi, e ricorrere agli amici per danari. Nè ciò bastando, s'indusse anche a mettere la mani nel pubblico danaro, cosa che non era seguìta mai a Cosimo. Più volte, per avidità d'illeciti guadagni, fece pagare gli eserciti fiorentini dal suo proprio banco; profittò ancora delle somme raccolte nel Monte Comune o cassa del debito pubblico, e di quelle raccolte nel Monte delle Fanciulle, dove erano le doti accumulate dai privati risparmî, danari fino allora rispettati da tutti come sacri. Fu opinione assai generale de' suoi contemporanei, che egli, mosso sempre dalla stessa avidità di guadagno, entrasse l'anno 1471 a parte dei guadagni delle ricche miniere d'allume in Volterra, nel momento in cui quel Comune voleva sciogliersi da un contratto tenuto eccessivamente oneroso. Ed avrebbe allora, colla sua autorità, spinto le cose a tale, che ne seguì nel 1472 prima la guerra, e poi il sacco crudelissimo dell'infelice città, cosa affatto insolita in Toscana.[24] Di tutto ciò fu sempre universalmente biasimato in Firenze. Ma egli era oltre misura superbo, e non si curava d'alcuno; non tollerava uguali; voleva essere il primo sempre ed in tutto, anche nei giuochi. Nell'abbattere i potenti e nel sollevare gli uomini di bassa condizione, non usava nessuno di quei riguardi, di quelle cautele tanto osservate da Cosimo.
Non è quindi da far maraviglia, se i nemici crebbero a segno tale che ne scoppiò la terribile Congiura dei Pazzi, il 26 aprile del 1478. Tramata nel Vaticano stesso, dove Sisto IV era nemico di Lorenzo, vi presero parte molti delle più potenti famiglie fiorentine. In duomo, nel momento in cui s'elevava l'ostia consacrata, si sguainarono i pugnali, e Giuliano de' Medici venne ucciso; ma Lorenzo si difese colla spada, e potè salvarsi. Fu un tumulto tale che pareva ne crollasse il tempio. La plebe si sollevò al grido di palle, palle; i nemici de' Medici furono scannati per le vie, o impiccati alle finestre di Palazzo Vecchio. Ivi si videro fra gli altri sospesi i cadaveri dell'arcivescovo Salviati e di Francesco de' Pazzi, che nella convulsione della morte, s'erano addentati fra loro, e così restarono un pezzo. Da settanta persone perirono in quel giorno, e Lorenzo, profittando del momento, spinse le cose agli estremi con le confische, gli esilî, le condanne. La sua potenza ne sarebbe stata infinitamente accresciuta, se papa Sisto IV, accecato dall'ira, non si fosse indotto a scomunicare la Città, ed a muoverle guerra insieme con Ferdinando d'Aragona. Ma Lorenzo allora, senza esitare, andò a Napoli, e fece capire al Re, come a lui convenisse molto meglio avere in Firenze il governo d'un solo, piuttosto che una repubblica, mutabile sempre, e che certo non gli sarebbe stata mai amica. Così tornò con la pace conclusa, e con un'autorità e popolarità senza limiti. Ora egli poteva dirsi davvero signore della Città, e facile doveva sembrargli distruggere affatto il governo repubblicano. Ambizioso e superbo come era, il desiderio di rendersi uguale agli altri principi e tiranni italiani fu certo in lui vivissimo, tanto più che il riuscirvi pareva allora dipendere solo da lui. Ma Lorenzo mostrò invece che la sua accortezza politica non si lasciava accecare dai prosperi successi, e conoscendo bene la sua Città, non deviò dalla politica tradizionale dei Medici: dominare la Repubblica di fatto, rispettandola in apparenza. Pensò bene a rendere saldo e duraturo il suo potere; ma per ciò fare ricorse ad una riforma accortissima, con cui, senza abbandonare la vecchia strada, ottenne mirabilmente lo scopo.
Invece della solita Balìa quinquennale, istituì nel 1480 il Consiglio dei Settanta, che si rinnovava da sè, e fu come una Balìa permanente con poteri ancora più larghi. Composto d'uomini tutti a lui devoti, gli assicurò per sempre il governo. Con esso, dicono i cronisti del tempo, la libertà fu in tutto sotterrata e perduta;[25] ma con esso ancora gli affari più importanti dello Stato furono condotti da uomini intelligenti e colti, che ne promossero grandemente la prosperità materiale. Firenze si chiamava ancora una repubblica, i nomi delle antiche istituzioni duravano ancora; ma tutto ciò sembrava ed era solo un'ironia. Lorenzo, padrone assoluto di tutto, si poteva veramente dire un tiranno: circondato da staffieri e da cortigiani, che spesso ricompensava coll'affidar loro l'amministrazione delle opere pie; scandaloso pe' suoi amori, teneva uno spionaggio generale e continuo, ingerendosi anche negli affari privati; non permetteva i matrimonî di qualche importanza, se non gli piacevano; e gli uomini più vili, saliti ai maggiori uffici, erano, come dice il Guicciardini, divenuti i «signori del giuoco.»[26] Pure abbagliava tutti col suo ingegno, collo splendore del suo governo; onde lo stesso scrittore osserva, che era un tiranno, ma sarebbe stato impossibile immaginare «un tiranno migliore e più piacevole.»
L'industria, il commercio, le opere pubbliche erano fiorenti. L'uguaglianza civile, propria degli Stati moderni, non aveva allora in alcuna città del mondo raggiunto il grado, a cui era pervenuta non solo in Firenze, ma nel suo contado ed in quasi tutta la Toscana. L'amministrazione, la giustizia civile procedevano nei casi ordinarî assai regolarmente; i delitti comuni scemavano. Soprattutto poi la cultura letteraria era divenuta un elemento sostanziale del nuovo Stato; gli uomini dotti entravano facilmente nei pubblici ufficî, e da Firenze irradiava una luce che illuminava il mondo. Lorenzo, che aveva un intelletto vario ed universale, con una grande penetrazione, un giusto criterio in tutte le parti dello scibile, era un Mecenate che proteggeva, ed era anche egli stesso fra i primi letterati del secolo; partecipava attivamente al lavoro che promoveva non solo per arte di governo, ma anche per un bisogno sincero e reale del proprio spirito. Tuttavia, per far servire le lettere a scopo politico, cercò co' suoi Canti carnascialeschi e colle feste d'infiacchire, corrompere il popolo, e pur troppo vi riuscì. Così senza un esercito, senza un ufficio con cui potesse legalmente comandare, era di fatto non solo il padrone di Firenze e di gran parte della Toscana, ma esercitava un predominio immenso su tutti i potentati italiani. Morto il suo nemico Sisto IV, papa Innocenzo VIII che successe, non solo gli fu amico ma s'imparentò con lui, ne nominò cardinale il figlio Giovanni ancora fanciullo, e si volgeva sempre a lui per consiglio. L'antagonismo che era nato tra Lodovico il Moro e Ferdinando d'Aragona, e minacciava di porre a soqquadro tutta Italia, fu raffrenato da Lorenzo, il quale venne perciò giustamente chiamato l'ago della bilancia d'Italia, e solo dopo la morte di lui si videro le funeste conseguenze di quell'odio. Le sue lettere politiche, che sono spesso monumenti di politica sapienza e d'eleganza, vennero dallo storico Guicciardini dichiarate fra le più eloquenti del secolo.
Ma neppure questa politica poteva riuscire a fondar nulla di stabile. Modello impareggiabile d'accortezza e prudenza, essa promosse e svolse in Firenze tutti quanti i nuovi elementi, di cui la società moderna doveva comporsi, senza riuscir mai a costituirla definitivamente, perchè era una politica di equivoco e d'inganno, diretta da un uomo di molto ingegno, che in sostanza aveva di mira il suo interesse personale e quello della propria famiglia, ai quali era sempre disposto a sacrificare i veri interessi del popolo e dello Stato.
3. — VENEZIA.
La storia di Venezia sembra essere in diretta contradizione con quella di Firenze. Questa, infatti, ci presenta una serie di rivoluzioni che, partendo da un governo aristocratico, arrivano alla più grande uguaglianza democratica, per cadere poi nel dispotismo d'un solo; Venezia, invece, procede con ordine e fermezza alla costituzione di un'aristocrazia sempre più forte. Firenze cerca invano salvare la libertà, mutando sempre più spesso i suoi magistrati; Venezia crea il Doge a vita, rende ereditario il Maggior Consiglio, consolida la repubblica, diviene potentissima e riman libera per molti secoli. Una così grande divergenza però, non solamente si spiega, ma apparisce ai nostri occhi assai minore, se esaminiamo le speciali condizioni, tra cui s'andò formando la repubblica veneta.
Fondata dai rifugiati italiani che popolarono la laguna, sulla quale non arrivarono le invasioni barbariche, non ebbe, o assai poco, il feudalismo nè le altre istituzioni e leggi germaniche, che penetrarono largamente nel resto d'Italia. Così a Venezia, fin dal principio si trovarono di fronte il popolo dato all'industria ed al commercio, e le antiche famiglie italiane, che, non avendo l'aiuto dell'Impero, nè la forza dell'ordinamento feudale, vennero facilmente domate e vinte. E si formò subito l'aristocrazia del danaro o del popolo grasso, cui fu molto facile impadronirsi del governo e tenerlo per secoli. Questo trionfo, che a Firenze fu lento, che seguì dopo molte lotte, dopo lunghe interruzioni, e condusse poi alla signoria de' Medici, fu invece a Venezia rapidissimo e permanente. Sin dal principio la prosperità della laguna venne dalle lontane imprese, dai lontani commerci, che, più o meno dappertutto in Italia, costituirono la forza del popolo grasso. A ciò si aggiungeva da un lato, che il popolo minuto era occupato molti mesi dell'anno in lunghe navigazioni, e dall'altro, che il governo delle colonie dava modo ai più ambiziosi cittadini di comandare senza mettere a repentaglio la Repubblica.
Così la costituzione veneta, cominciata con forme non molto dissimili da quelle degli altri Comuni italiani, s'andò alterando per le condizioni affatto diverse, in mezzo a cui si trovava. Sin dal principio s'ebbe il Doge a vita, perchè la città, divisa in isole che tendevano a rendersi indipendenti l'una dall'altra, sentì assai presto il bisogno d'un accentramento maggiore che altrove. Il Doge era circondato da nove cittadini, coi quali formava la Signoria, e v'erano, come negli altri Comuni, due Consigli, i Pregati o Senato, ed il Maggior Consiglio. Nei casi più solenni si faceva appello al popolo radunato in pubblica assemblea, che chiamavasi Arrengo, come a Firenze era detta Parlamento. Se le cose fossero restate in questi termini, la costituzione di Venezia, salvo il Doge a vita, non sarebbe stata gran fatto diversa da quella di Firenze. Ma la forza assai maggiore che, per le condizioni da noi accennate, prese subito l'aristocrazia del denaro, a poco a poco concentrò quasi tutti i poteri dello Stato nel Maggior Consiglio, che, abolito l'Arrengo e limitata l'autorità del Doge, fu il vero sovrano, e divenne ereditario, mercè una serie di lente riforme (1297-1319), che portarono a quella che si chiamò la Serrata del Maggior Consiglio. Il cerchio fu così chiuso, e si ebbe il governo d'una potente aristocrazia, che più tardi volle il suo Libro d'oro. Sebbene però non s'avesse a lottare contro il feudalismo, tutte queste riforme non seguirono senza forte resistenza delle antiche famiglie, che, vedendosi escluse dal governo, cercarono e trovarono seguito nel popolo minuto. La congiura di Baiamonte Tiepolo (1310) fu tale che, per alcuni giorni, mise a grave repentaglio l'esistenza stessa della Repubblica. Ma, dopo un ostinato combattimento nelle vie della città e fuori, venne anch'essa soffocata nel sangue; e fu creato il terribile Consiglio dei Dieci, tribunale, che con processi sommarî, ma sempre assai bene determinati dalle leggi, puniva di morte qualunque tentativo di rivolta. Allora finalmente non vi furono più pericoli pel governo aristocratico, che acquistò una forza ogni giorno maggiore. La fermezza delle istituzioni aiutò la prosperità del commercio, e le cresciute ricchezze dettero animo a sempre nuove imprese in Oriente, che era il campo dei guadagni e delle glorie veneziane.
Colà aveva la Repubblica incontrato due potenti rivali, Pisa e Genova; ma la potenza marittima dei Pisani venne disfatta alla Meloria (1284) dai Genovesi, che alla loro volta, dopo lunga e sanguinosa lotta, furono irreparabilmente sconfitti dai Veneziani a Chioggia (1380). E così, alla fine del secolo XIV, Venezia si trovò senza rivali, signora dei mari, sicura nell'interno, prosperissima nel commercio. Rivolse allora le sue mire anche alle conquiste di terraferma, ed entrò in un nuovo periodo della sua storia, durante il quale si trovò trascinata fra tutti gl'intrighi della politica italiana; perdette il suo primo carattere di potenza esclusivamente marittima, e cominciò a corrompersi. Di ciò le venne mossa grave accusa dai contemporanei e dai posteri; ma Venezia era spinta nella nuova via da cause irresistibili. Infatti, quando si andavano formando intorno ad essa Stati più grossi assai dei piccoli Municipî d'una volta, il dominio delle lagune non era più sicuro, e non le bastava a tutelare il proprio commercio sulla terraferma. Gli Scaligeri, i Visconti, i Carrara, gli Este odiavano la fiorente repubblica, la minacciavano e cercavano d'isolarla, nel momento appunto in cui essa aveva un bisogno sempre maggiore di trovare nuovi sbocchi alle sue progredite industrie, al suo commercio d'Oriente, che s'alimentava con quello d'Occidente. E quando i Turchi s'avanzarono e cominciarono a fermarla nelle sue conquiste orientali, a minacciare le sue colonie, quella necessità divenne per un altro verso anche più stringente. Certo Venezia, spingendosi nella terraferma, si trovò d'ambo i lati circondata da mille pericoli; ma erano inevitabili, ed essa li affrontò, combattendo per mare e per terra, con un ardimento eroico, e sulle prime con non sperata fortuna.
A promuovere questi suoi nuovi interessi non ebbe di certo molti scrupoli: costretta più volte a combattere in Italia nemici sleali, usò anch'essa la violenza e l'inganno. Pure non era mai il capriccio personale d'un solo, che sottoponeva tutto al proprio volere; ma un'aristocrazia, che aveva il sentimento della patria, e la difendeva colle armi. Primi nel secolo XV a sentire in Italia le unghie del Leone di San Marco furono i Carrara, signori di Padova, che finirono strangolati (1406). Dopo di ciò fu mandato a Padova un rettore pel civile, un capitano pel militare, lasciando intatte le antiche leggi ed istituzioni locali. Lo stesso seguì o era già seguìto altrove, nel Friuli, nell'Istria, a Vicenza, Verona, Treviso. Questa era una politica assai intelligente e liberale per quel tempo; ma i nuovi sudditi perdevano pur sempre, colla indipendenza, ogni speranza di libertà. I paesi conquistati traevano certo grande vantaggio dall'essere sotto un governo forte e giusto, e dal partecipare all'immenso commercio di Venezia; ma se il benessere materiale faceva nelle moltitudini dimenticare l'amore della libertà e della indipendenza, nelle famiglie potenti che avevano governato o sperato di poter governare, restava invece un odio inestinguibile contro la nuova dominatrice, che, invidiata per l'ordine e la forza del suo governo, era giudicata il nemico più temibile di tutti gli altri Stati italiani.
Essa procedeva tuttavia sicura nelle sue conquiste, ed il secolo XV, in cui l'Italia cominciava rapidamente a decadere, sembrava invece aprire a Venezia un'êra di crescente prosperità. La sua aristocrazia, coi grandi sacrifizî fatti per la patria, col coraggio dimostrato nelle battaglie navali che essa comandava, aveva fatto dimenticare la violenza della propria origine. Occupata nella politica, lasciava liberamente partecipare il popolo al commercio ed all'industria, che, tutelati dalla fermezza delle istituzioni e dalle armi, prosperavano maravigliosamente. Lo stesso avanzarsi dei Turchi, che pur doveva recare tanti danni alla Repubblica, sembrava tornarle ora quasi di vantaggio. Infatti molte isole dell'Arcipelago, molte terre, trovandosi in gran pericolo per l'impotenza dell'Impero greco a difenderle dal terribile uragano che s'avanzava, invocarono la protezione di Venezia, e si abbandonarono ad essa, che così cresceva il proprio dominio, ed acquistava nuovi sudditi, pronti a versare il sangue combattendo il comune nemico, che nei primi scontri subì gravissime perdite. Tutto ciò rialzava moltissimo l'animo della Repubblica, che in quel momento si sentiva come destinata ad essere la difesa dei Cristiani e la dominatrice d'Italia. Nella sua condotta politica, nelle relazioni de' suoi ambasciatori, nelle guerre continue per terra e per mare, il sentimento della patria dominava su tutto, ed ispirava una balda fierezza al linguaggio di quei cittadini, che erano sempre pronti a sacrificarsi per essa. L'onore, la gloria di Venezia erano in cima dei loro pensieri, e nella lotta col Turco che s'avanzava, dettero prove di vero eroismo. Quando nel maggio 1416 l'armata veneta s'affrontò col formidabile nemico presso Gallipoli, Pietro Loredano, che l'aveva comandata, scriveva al suo governo: «Virilmente io capitano investii nella prima galera nemica, piena di Turchi che combattevano come draghi. Circondato da ogni lato, ferito da una freccia che mi passò la mascella sotto l'occhio, da una che mi passò la mano, e da altre molte, non mi restai punto, nè mi sarei restato fino alla morte: presi la prima galera e misi la mia bandiera su quella. I Turchi che vi erano sopra furono tagliati a pezzi, il resto della flotta sconfitto.»[27] Di queste ardite imprese, di questo franco linguaggio, solo Venezia era capace in Italia nel secolo XV. La piccola repubblica delle lagune era divenuta uno dei grandi potentati d'Europa, e pareva sorgere a nuova altezza, quando tutti gli altri Comuni decadevano. Ma i pericoli che s'accumulavano intorno ad essa erano immensi e crescevano da ogni lato.
Il doge Tommaso Mocenigo li prevedeva, e dal suo letto di morte, nell'aprile del 1423, pregava, scongiurava i suoi amici, perchè non si lasciassero spingere più oltre alle guerre ed alle conquiste; sopra tutto non eleggessero a suo successore Francesco Foscari, la cui smodata ambizione li avrebbe trascinati in mezzo alle più audaci e pericolose imprese. Ma questi consigli di prudenza erano vani adesso. Filippo Maria Visconti minacciava tutta l'Italia superiore e la centrale; il Turco s'avanzava; Francesco Foscari venne eletto, ed egli non era certamente uomo da voler ricondurre in porto la nave già lanciata in alto mare. E quando i Fiorentini chiesero a Venezia aiuto contro il Visconti, egli esclamò in Senato: Se mi trovassi in capo al mondo, e vedessi un popolo in pericolo di perdere la sua libertà, io lo aiuterei. «Nu patiremo che Filippo tuoga la libertà ai Fiorentini? Sto furibondo tiran scorrerà per tutta Italia, la struggerà e conquasserà senza gastigo?»[28] Così nel 1426 incominciò quella formidabile lotta che, interrotta e ripresa più volte, finì solo colla morte del Visconti l'anno 1447. In questi ventun anno il Foscari dimostrò un patriottismo ed un'energia veramente romani, combattendo contro pericoli esterni ed interni d'ogni sorta. Coi suoi tesori il Visconti metteva ogni anno in campo nuovi eserciti, e la Repubblica era sempre pronta ad affrontarli. Il Carmagnola, che lo aveva disertato per servire Venezia, parve, subito dopo le prime vittorie, divenire a questa infido, e fu perciò, senza esitazione, con regolare processo condannato a morte. Il 5 maggio 1432, cum una sprangha in bucha, et cum manibus ligatis de retro, iuxta solitum,[29] venne condotto fra le colonne della Piazzetta, e decapitato. Nel 1430 vi fu un attentato contro la vita stessa del Doge, e nel 1433 una congiura contro il suo governo; ma i Dieci fecero di tutto pronta ed esemplare giustizia. Più tardi, istigato dal Visconti, l'ultimo dei Carrara tentò di ripigliare i suoi dominî, e fece anche ribellare Ostasio da Polenta, signore di Ravenna, che era sotto la protezione di Venezia. E allora al Carrara fu tagliata la testa fra le colonne della Piazzetta (1435); il Polentano finì esule in Creta, e Ravenna fece parte del dominio veneto. Morto il Visconti, e posata da poco la guerra di Venezia con Milano, seguì la caduta di Costantinopoli (1453), nella quale tanti Italiani, massime Veneti, perderono la vita. Questo fatto, che incominciò un'epoca nuova nella storia dell'Europa, fu un colpo mortale a Venezia. Pure essa riuscì nel 1454 a fare un trattato, che assicurò libero commercio ai proprî sudditi, e le dètte il tempo d'apparecchiarsi a nuove battaglie.
Ma il pericolo maggiore alla Repubblica venne dai nuovi germi di corruzione interna, che cominciarono a minacciare di dividerla. I nemici del Foscari, dopo avere invano cospirato contro la sua vita ed il suo governo, si volsero ora a tormentarlo col perseguitare il figlio Iacopo, unico superstite dei maschi, di carattere leggerissimo, ma pur ciecamente amato dal padre. Esiliato nel 1445, per avere accettato donativi, il che le leggi vietavano severamente al figlio del Doge, fu, dopo ottenuta la grazia, esiliato di nuovo nel 1451 alla Canea, perchè accusato di connivenza nell'uccisione d'uno di coloro che erano stati suoi giudici. Richiamato di là nel 1456, venne sottoposto a nuovo processo, per aver tenuto segreta corrispondenza col duca di Milano, e fu condannato a più lungo esilio. Entrato nella prigione, il vecchio Doge disse, impassibile, al figlio che cercava grazia ai suoi piedi: «Va, obbedisci a quel che vuol la terra, e non cercar più altro.» Ma uscito dal carcere, appoggiato al suo bastone, Francesco Foscari tramortì.[30] Poco dopo Iacopo morì nell'esilio (12 gennaio 1457), ed il cuore paterno di colui che aveva sostenuto con una volontà di ferro una lotta titanica in difesa della repubblica, si spezzò per le persecuzioni patite dal figlio. Invecchiato, abbattuto, prostrato, non aveva più la forza necessaria a condurre gli affari e a difendersi dai nemici. Allora, invitato a dimettersi e non volendo, fu deposto. Spezzatogli l'anello e toltogli il berretto ducale, egli discese, franco e sereno, per la scala medesima per cui era salito all'alto ufficio, discorrendo tranquillo con chi gli era accanto, senza volersi appoggiare ad alcuno. Il suo successore fu eletto il 30 ottobre, ed egli morì di crepacuore il dì 1º novembre, dopo trentaquattro anni di dogato. Francesco Foscari è certo uno dei più grandi caratteri politici del suo tempo.[31] Con lui Venezia giunse al colmo della sua potenza; dopo di lui cominciò subito a decadere, ma fu una decadenza eroica.
Abbandonata da tutti gl'Italiani, si trovò sola di fronte al Turco, che s'avanzava con forze formidabili. Il sopracomito Girolamo Longo scriveva nel 1468, che la flotta turca con cui doveva affrontarsi, era di 400 vele, le quali occupavano sei miglia di lunghezza. «Il mare pareva un bosco: questa a sentirla dire pare cosa incredibile, ma a vederla è cosa stupenda...; or vedete se sia possibile con astuzia aver vantaggio. Ci vogliono forze e non parole.»[32] Sembrano quasi un linguaggio di paura accanto a quello da noi riportato più sopra del Loredano. Infatti i tempi erano mutati: la Repubblica armava sempre altre navi, che combattevano con eroismo; organizzava la resistenza di tutte le popolazioni cristiane, che versavano generosamente il proprio sangue; mandava armi e danari ai Persiani, perchè anch'essi attaccassero Maometto II, che s'avanzava minaccioso; ma tutto ciò era inutile. Negroponte, Caffa, Scutari, altre città e terre cadevano l'una dopo l'altra, sebbene si difendessero con gran valore. E finalmente Venezia, stanca di trovarsi sempre sola a combattere il nemico della Cristianità, venne nel gennaio 1479 ad una pace che le assicurava il proprio commercio, e che nelle tristi condizioni a cui era ridotta, poteva dirsi onorevole. Allora tutti gl'Italiani, che nulla avevano fatto per aiutarla, furono pronti a gridare unanimi contro di essa, specialmente nel 1480, quando il loro spavento giunse al colmo, per avere i Turchi preso la città di Otranto. Ma questi poco dopo si ritirarono per la morte di Maometto II, e per le discordie seguite nel suo impero: allora gl'Italiani non pensaroro più ad altro.
Da questo momento l'orizzonte della Repubblica si va restringendo sempre di più. Occupata solo de' suoi interessi materiali, avviluppata negl'intrighi della politica italiana, essa non pretese più d'essere la guardiana della Penisola e della Cristianità contro gl'infedeli. Tutto allora sembrava seguire a suo danno nella storia del mondo. La scoperta d'America e quella del Capo di Buona Speranza la posero fuori delle principali vie del commercio. Ristretta da ogni lato, perdette a poco a poco con i grandi guadagni la sua storica importanza, che le veniva dall'essere stata l'anello di congiunzione fra l'Oriente e l'Occidente. Ora tutto si ridusse a strappar qualche terra ai vicini; imporre ad essi il proprio commercio, sempre grande e potente. Avanzatasi fino all'Adda da un lato, occupava dall'altro Ravenna, Cervia, Rimini, Faenza, Cesena ed Imola nelle Romagne; nel Trentino teneva Roveredo e le sue dipendenze; aveva anche portate le sue armi sulla costa adriatica del Napoletano, dove si era impadronita di alcune terre. Ma l'aver tolto a tutti qualche cosa, faceva sì che tutti la temessero e l'odiassero.
Da un altro lato questo Stato così vasto era dominato tutto da una sola città, nella quale comandava per diritto ereditario una piccola parte dei cittadini. Neppure in Venezia era quindi possibile aspettarsi il grande ed organico svolgimento dello Stato moderno; essa anzi rimase esempio vivente dell'antica forma repubblicana, sopravvissuta quasi a sè stessa, destinata ad esaurirsi come per mancanza d'alimento. Ma intanto essa era sempre il governo più forte, più morale che vi fosse in Italia. A misura però che si restringeva la cerchia della sua attività, cessavano le magnanime virtù e gli eroici caratteri, sorti fra i grandi pericoli, contro cui avevano dovuto combattere, e i continui sacrifizî che erano stati chiamati a fare. Crebbero invece l'egoismo, l'amore del lusso e del danaro negli ordini dominanti dei cittadini. Le mogli dei patrizî veneti, coperte di gioie, vestite di stoffe preziose, abitavano nel secolo XV quartieri di tanta ricchezza, che non si trovavano neppure nei palazzi dei principi italiani. Gli uomini però, dice il milanese Pietro da Casola, erano sempre assai più modesti e severi che altrove; «parevano a vederli tanti dottori di legge, e chi trattava con essi doveva tener bene aperti gli occhi e le orecchie.»[33] Tuttavia la loro politica, se non era quella dell'egoismo personale, che dominava nel resto d'Italia; se ebbe ancora giorni di grandi sacrifizî e d'eroismo, era anch'essa guidata da un ristretto patriottismo locale e quasi di casta. Guardavano con piacere alla rovina d'Italia, perchè speravano così di riuscire più facilmente a dominarla. E quando gli stranieri s'avvicinarono alle Alpi, li lasciarono passare, credendo di poterli poi cacciare per succedere ad essi. Invece, questo egoismo che non giovava a nessuno e minacciava tutti, portò alla Lega di Cambray, in cui l'Europa s'alleò ai danni della piccola Repubblica, la quale potè qualche tempo ancora resistere con valore, ma non già salvarsi, come aveva presunto, in mezzo alla rovina generale della patria comune.
4. — ROMA.
Fra l'infinita varietà di caratteri e d'istituzioni che ci presenta l'Italia nel secolo XV, la storia di Roma forma quasi un mondo a parte. Centro principale degli interessi di tutti i paesi cristiani, la Città Eterna risentiva, più d'ogni altra, le grandi trasformazioni che seguivano in Europa. La costituzione di Stati grandi e indipendenti aveva spezzata e resa impossibile per sempre quella universale unità, che il Medio Evo in parte aveva conseguita, in parte sognata. L'Impero s'andava sempre più restringendo nei confini della Germania, e l'Imperatore cercava rendersi forte con un dominio più sicuro e diretto ne' suoi Stati proprî e personali. Così i Papi, dovendo omai rinunziare ad ogni pretensione di universale dominio civile nel mondo, sentivano più urgente la necessità di costituire davvero un loro regno temporale. Se non che il trasferimento della sede in Avignone, ed il lungo scisma avevano gettato nel disordine e fatto cadere nell'anarchia lo Stato della Chiesa. Roma era dicerto un Comune libero, con una costituzione simile a quella delle altre città italiane; ma, trovandosi in mezzo ad una campagna deserta, il commercio e l'industria non vi erano mai progrediti, ed il suo organismo politico non s'era mai potuto svolgere con vigore, a cagione anche della eccezionale supremazia esercitata dal Papa, dall'Imperatore, e dalla strapotenza dei nobili, che, favoriti dai Papi, mettevano tutto a soqquadro. Gli Orsini, i Colonna, i Prefetti di Vico erano veri e propri principi nei loro immensi dominî, nei quali tenevano armi ed armati, nominavano giudici e notai, qualche volta coniavano anche moneta. Il territorio di Roma era abbastanza vasto, perchè andava dal Garigliano ai confini della Toscana; ma molte delle città che ne facevano parte erano o cercavano continuamente di rendersi indipendenti.
A che cosa fosse poi ridotto allora il dominio dei Papi in città come Bologna, Urbino, Faenza, Ancona, le quali facevano parte dello Stato della Chiesa, ma erano costituite in repubbliche o signorie affatto indipendenti, può immaginarselo ognuno. Per fondare il dominio temporale, bisognava quindi fare una vera e propria conquista. Innocenzo VI (1352-62) aveva iniziato l'opera, mandando in Italia il cardinale d'Albornoz, che col ferro e col fuoco sottomise una gran parte dello Stato della Chiesa. Ma questa vantata sottomissione si ridusse, in fondo, a costruire nelle principali città, fortezze tenute in nome del Papa; a trasformare i tiranni in vicarî del Papa, e far prestare dalle repubbliche atto d'obbedienza, riconoscendo però i loro Statuti. Così gli Este, i Montefeltro, i Malatesta, gli Alidosi, i Manfredi, gli Ordelaffi furono legittimi signori di Ferrara, Urbino, Imola, Rimini, Faenza, Forlì. Invece Bologna, Fermo, Ascoli ed altre città restarono repubbliche, sebbene riconoscessero anch'esse la supremazia del Papa. La costituzione politica del Comune di Roma cominciò allora ad essere trasformata. I Papi da lungo tempo cercavano mutare in amministrative le sue magistrature politiche, e per questa medesima via continuarono sempre fino a che non riuscirono a distruggere del tutto le libertà comunali della Città Eterna. Un tale lavoro, già molto avanzato, fu alla fine del secolo XIV interrotto dallo scisma che lacerò lungamente la Chiesa, gettò di nuovo ogni cosa nell'anarchia, e impedì la formazione d'ogni forte governo, d'ogni ferma autorità.
L'anno 1417 finalmente il Concilio di Costanza fece cessare lo scisma, deponendo tre Papi, ed eleggendo Ottone Colonna, che prese il nome di Martino V. Così incominciò nella storia del Papato un nuovo periodo, che durò sino al principio del secolo seguente, ed in esso i successori di San Pietro sembrarono deporre ogni pensiero della religione, per occuparsi solo di costituire il loro regno temporale. Divenuti simili affatto agli altri tiranni italiani, adoperarono le stesse arti di governo. Se non che la grande diversità della loro condizione nel mondo, e l'indole propria dello Stato che dovevano governare, dava alle loro azioni un carattere affatto speciale. Eletti generalmente in età avanzata, i Papi si trovavano ad un tratto, in mezzo ad una nobiltà riottosa e potente, alla testa d'uno Stato disordinato, scomposto, in una città tumultuosa, nella quale erano spesso senza parenti o amici, qualche volta stranieri affatto. Quindi, per cercar forza, chiamavano e si davano a proteggere i fratelli, i nipoti che spesso invece erano figli; e così ebbe origine quello scandalo nella Chiesa, che fu noto col nome di nepotismo, e che è proprio più specialmente di questo secolo. Entrati una volta nel turbinoso vortice della politica italiana, i Papi si trovarono costretti a promuovere nel medesimo tempo due interessi, che non di rado erano in collisione fra loro, il politico cioè ed il religioso. Assai spesso la religione divenne il mezzo di cui si valsero per conseguire i loro fini politici, e quindi, sebbene sovrani di uno Stato piccolo e disordinato, poterono, con l'autorità della Chiesa, mettere l'intera Italia a soqquadro; e quantunque non riuscissero mai a dominarla tutta, la tennero divisa, debole e sempre più facile preda degli stranieri, che essi continuamente chiamarono. Da un altro lato cercavano valersi della loro autorità politica, per tener viva quella forza religiosa che s'andava spegnendo negli animi. Uno stato di cose tanto anormale sembrò turbare stranamente la coscienza stessa di coloro che avrebbero dovuti essere i rappresentanti di Dio sulla terra, e che, a poco a poco, perduto ogni pudore, caddero in tali oscenità e delitti, che il Vaticano parve qualche volta essere divenuto un'orgia di avvelenamenti, di congiure e di stupri. Si correva così il rischio di estirpare ogni sentimento religioso dal cuore dell'uomo, di scalzare per sempre le basi stesse della morale.
I primi germi di questa funesta corruzione pur troppo nascevano fatalmente dalle condizioni in cui si trovava allora il Papato, e quindi cominciarono a portare i loro frutti anche sotto Martino V, che fu forse il migliore dei Papi in quel secolo. Egli s'avanzò da Costanza, secondo l'espressione d'un moderno, come un signore senza terra, sì che a Firenze i fanciulli gli cantavano dietro canzoni di scherno. Quando entrò in Roma il 28 settembre 1420, cogli aiuti della regina Giovanna di Napoli, il popolo romano, perdute ormai le libere istituzioni, si presentava a lui come una folla di poveri. La peste, la fame, la guerra avevano per molti anni desolata la Città Eterna; i monumenti, le chiese e le case erano in rovina; le strade piene di macerie e di pantani; i ladri assalivano di giorno e di notte. Nella Campagna era scomparsa l'agricoltura, e immense estensioni di terre erano divenute deserti; le città del territorio combattevano fra loro, e i nobili, chiusi nei loro castelli, che parevano nidi di ladri, sprezzanti d'ogni autorità, intolleranti d'ogni freno e d'ogni legge, facevano una vita da briganti. Martino V si pose all'opera con fermezza, e prima di tutto compiè la distruzione del libero reggimento di Roma, mutandolo addirittura in un municipio amministrativo. Molte terre ribelli furono poi sottomesse, molti capi di bande armate furono presi ed impiccati: cominciò così a ristabilirsi l'ordine, e ad aversi finalmente una forma di regolare governo. Questo fu però ottenuto coi mezzi che abbiamo qui sopra accennati. Il Papa, per trovare fautori ed amici, si gettò addirittura in braccio ai Colonna, suoi parenti, e fece loro concludere ricchi matrimonî, concesse loro nello Stato della Chiesa o fece concedere nel regno di Napoli vasti feudi. Così di potenti li rese strapotenti, ed iniziò il nepotismo. Per mantenere la supremazia pretesa sempre dai Papi nel reame, e per cavarne in ogni modo vantaggio ai suoi, sostenne prima Giovanna II, che lo aveva aiutato ad entrare in Roma; poi Luigi d'Angiò, che la combatteva; poi Alfonso d'Aragona, che trionfò di tutti. E questa funesta politica, continuata anche da' suoi successori, fu precipua cagione della totale rovina del Napoletano, ed in parte anche della rimanente Italia. Pure in Roma si vedeva finalmente un'apparenza almeno di ordine e di regolare governo. Le vie, le case, i monumenti si cominciavano a restaurare; per la città e per molte miglia nella campagna si poteva, dopo tanti anni, camminare senza tema d'esser rubati o assassinati. E però, dopo la morte di Martino V (20 febbraio 1431), fu scritto sulla sua tomba: Temporum suorum felicitas. Nè la iscrizione può dirsi del tutto immeritata, tanto più che le sue colpe vennero ben presto fatte dimenticare da quelle assai maggiori de' successori, ai quali mancarono le sue virtù.
Eugenio IV che s'appoggiò agli Orsini, ed ebbe quindi fieramente avversi i Colonna, venne subito cacciato da una rivoluzione, ed inseguíto a colpi di pietre, quando se ne fuggiva pel Tevere, a mala pena riuscendo a ripararsi in una barca (giugno 1434). Giunto a Firenze, egli dovette rifarsi da capo, e mandò a Roma il patriarca Vitelleschi, più tardi cardinale, che alla testa di bande armate, cominciò col ferro e col fuoco un vero sterminio. La famiglia dei Prefetti di Vico s'estinse in Giovanni, cui fu mozzato il capo; quella dei Colonna fu in parte distrutta dal fiero prelato; la medesima sorte subirono i Savelli. Molti castelli vennero spianati, molte città distrutte, e gli abitanti correvano la Campagna affamati, cercando qualche volta di vendersi come schiavi. Quando finalmente il Vitelleschi, alla testa d'un piccolo esercito, entrava come un trionfatore nella Città Eterna, che tremava ai suoi piedi, il Papa insospettito gli mandò per successore lo Scarampo, altro prelato della stessa tempra; ed il Vitelleschi, che voleva allora resistere, fu subito circondato, ferito, preso e messo in Castel Sant'Angelo, dove morì. Eugenio IV potè finalmente tornare tranquillo e sicuro in Roma; e dopo tre anni anch'egli morì (1447).
Il destino di questo Papa, che sottomise definitivamente la Città Eterna, fu singolare. Quando il Vitelleschi e lo Scarampo facevano correre il sangue a fiumi, egli se ne stava a Firenze tra le feste e gli eruditi. Senza aver grande cultura, nè sentir molto amore per le lettere, trovandosi al Concilio fiorentino, ed avendo bisogno d'interpetri per discutere e trattare coi rappresentanti della Chiesa greca, si vide costretto ad ammettere gli eruditi nella Curia, la quale ben presto ne fu inondata, il che portò poi un notevole mutamento nella storia del Papato. Accanto al suo feretro venne recitato un solenne elogio funebre, in latino classico, dal celebre umanista Tommaso Parentucelli, il quale fu eletto a succedergli unicamente per la gran fama della sua erudizione. Prese il nome di Niccolò V, e si disse allora da tutti, che con lui era salita sulla cattedra di San Pietro l'erudizione stessa. Trovando lo Stato abbastanza sicuro e tranquillo, egli che non aveva un ingegno originale, nè conosceva il greco (gravissima mancanza per un dotto del secolo XV), ma che era il più grande raccoglitore ed ordinatore di antichi codici, portò questa passione sulla sedia apostolica, facendone quasi unico scopo del suo Papato. Il sogno principale della sua vita fu di trasformare Roma in un gran centro di letterati, in una grande città monumentale, con la prima biblioteca del mondo. Potendo, egli avrebbe trasportato tutta Firenze sulle rive del Tevere. Mandò suoi messi in giro per l'Europa, a raccogliere o copiare codici antichi; eccitò molti eruditi a tradurre, con lauti stipendî, classici greci, senza occuparsi delle loro opinioni religiose o politiche. Il Valla, che aveva con gran clamore scritto contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi, fu dei primi ad essere chiamato da lui. Stefano Porcari, che con la lettura dei classici s'era, come Cola di Rienzo, infatuato della repubblica, fu pure colmato di onori. Costui però, avendo addirittura cospirato per sovvertire il Governo e restaurare gli ordini repubblicani, fece finalmente perdere la pazienza al Papa, e venne condannato a morte. Ma nulla poteva intiepidire la passione erudita di Niccolò V: a tutto egli rimediava con qualche discorso latino, come fece per la caduta di Costantinopoli; e continuava sempre a comprare codici, a chiamare eruditi. La Curia divenne un'officina di truduttori e di copiatori; la biblioteca Vaticana s'andò accrescendo con rapidità, e fu arricchita di molti volumi splendidamente legati. Nello stesso tempo s'aprivano strade, si costruivano fortezze, sorgevano chiese e monumenti d'ogni sorta. Era una febbrile attività, perchè il Papa, coll'aiuto dei primi architetti del mondo, fra cui Leon Battista Alberti, ideava un disegno, secondo cui Roma avrebbe vinto lo splendore di Firenze. La città leonina doveva essere trasformata in una grande fortezza papale, in cui San Pietro e il Vaticano dovevano essere ricostruiti dalle fondamenta. Sebbene Niccolò V non riuscisse a compiere questa impresa veramente grandiosa, alla quale sarebbero bastate appena molte generazioni; pure la iniziò con tanto ardore, che sotto di lui Roma mutò totalmente aspetto, ed i lavori immortali, eseguiti al tempo di Giulio II e di Leone X, continuarono l'attuazione del suo medesimo disegno.
Il 24 marzo 1455 Niccolò V moriva da vero erudito, dopo aver fatto cioè un discorso latino ai cardinali ed agli amici. Successe a lui, col nome di Calisto III, uno Spagnuolo, abile giurista, venuto in Italia come avventuriero politico, accompagnando Alfonso d'Aragona. Costui aveva settantasette anni; apparteneva al clero allora corrottissimo della Spagna, non ancora disciplinato e domato dalla politica di Ferdinando e d'Isabella; portava il nome, divenuto poi assai infausto, dei Borgia: il suo breve papato fu come una meteora annunziatrice di futuri guai. Di codici e di eruditi non s'occupò punto nè poco. Con una cieca avidità, senza riguardi e senza pudore, colmò di onori, di possessi e di danari i suoi nipoti, uno dei quali doveva poi prender la tiara col nome ben noto d'Alessandro VI. Riempì la città d'avventurieri spagnuoli, affidando loro l'amministrazione e la polizia, il che fece crescere a dismisura i delitti. Il sangue scorreva, l'anarchia minacciava di tornare in Roma, quando il vecchio Calisto morì (6 agosto 1458), ed allora uno scoppio improvviso di furor popolare mise in fuga gli Spagnuoli, e gli stessi nipoti del Papa a fatica scamparono la vita.
Successe un altro Papa erudito, Enea Silvio Piccolomini senese, uomo vario, versatile d'ingegno e di carattere. Dopo una vita passata prima nei piaceri, poi nelle discussioni di Basilea, dove sostenne l'autorità di quel Concilio contro il Papa; più tardi tra gli affari della cancelleria imperiale in Germania, dove fu primo a propagare la erudizione italiana, egli rinnegò finalmente le sue ardite dottrine, condannò i trascorsi giovanili, e così potè salire di grado in grado negli ordini ecclesiastici fino al Papato (19 agosto 1458), pigliando il nome di Pio II. Continuò sempre a studiare ed a scrivere pregevoli opere; ma non protesse i dotti, come tutti avevano sperato, occupandosi invece di dare ufficî e protezione a' suoi parenti ed a' suoi Senesi. Roma era caduta nuovamente in preda all'anarchia, in conseguenza della pazza politica di Calisto III, il quale, sebbene creatura degli Aragonesi, aveva favorito gli Angioini; ma Pio II, più accorto, favorì gli Aragonesi, e potè col loro aiuto sottomettere i ribelli. Il pensiero dominante di questo Papa, fu la Crociata contro il Turco; ma, uomo del suo secolo, ed umanista, egli era mosso più da entusiasmo retorico che da zelo religioso. In Mantova, dove invitò a solenne congresso i principi cristiani (1459), s'udirono molti discorsi latini; ma fu più che altro un'accademia letteraria, con grandi promesse, che restarono senza effetto. Perseverando nella stessa idea, il Papa erudito scrisse una lettera latina al sultano Maometto II, con la strana pretensione di convertirlo. Invece arrivavano sempre nuovi esuli greci, fuggendo dinanzi ai Turchi, che avevano invaso la Morea; e Tommaso Paleologo, che ne era stato il despota, portava ora in Roma la testa dell'apostolo Andrea. Tutta la città parve allora trasformata in una chiesa in festa, per ricevere la sacra reliquia, che venne accompagnata da 30,000 fiaccole; e Pio II ne pigliò occasione a fare un altro solenne discorso latino in favore della Crociata, ad un popolo scettico, nel quale molti ammiravano la nuova reliquia cristiana solo perchè era portata da gente che parlava la lingua d'Omero.
Nel 1462 il Papa aveva raccolto buona somma di danaro, per l'improvvisa scoperta di ricche miniere d'allume a Tolfa, e tornò da capo all'idea della Crociata, invitando i principi a partire subito per l'Oriente. Vecchio e malato com'era, si fece portare in lettiga ad Ancona, dove s'aspettava di trovar navi ed eserciti, che voleva accompagnare per benedire egli stesso la battaglia, come fece Mosè quando Israele combatteva contro Amalech. Invece il porto era vuoto, e quando arrivarono finalmente poche galee veneziane, Pio II spirò guardando l'Oriente, e raccomandando la Crociata (15 agosto 1464). Questa vita, che a primo aspetto può sembrare soggetto degno di romanzo o anche d'epico racconto, fu in sostanza priva d'ogni vera gloria o santità religiosa. Pio II fu un erudito di molto ingegno, che voleva compiere qualche cosa d'eroico, senza avere in sè stesso nessuna eccezionale grandezza morale. Sebbene fosse, tra i Papi di quel secolo, il più notevole certo per ingegno, non ebbe profonde convinzioni; rifletteva le opinioni e le velleità degli uomini fra cui viveva, mutando sempre, secondo i tempi e secondo le condizioni, in cui si trovava. Il suo regno sembrò avere un certo splendore, e dar molte speranze; ma in fatto poi non lasciò nulla di durabile dietro di sè. Dopo che v'erano stati Papi che avevano colla forza fondato il temporale dominio, e Papi che avevano fatto fiorire a Roma le lettere e le arti; dopo che egli, mantenendo l'ordine, aveva col predicare la Crociata, dato anche l'apparenza d'un risveglio religioso in Italia, poteva aspettarsi un'èra migliore di pace sicura. Invece ora appunto si scatenano le passioni, e sono vicine le più grandi oscenità, i più terribili delitti nella Corte di Roma.
Paolo II, consacrato il 16 settembre 1464, s'avvicinò a questo nuovo e più funesto periodo, senza averlo però ancora cominciato davvero; può anzi dirsi migliore della sua fama. Tuttavia, non curante delle lettere, egli era invece dato ai piaceri della vita, e sebbene non privo di qualità politiche, reputò arte di governo corrompere il popolo colle feste, che promosse profondendo tesori. Il suo nome passò odiato appresso i posteri, perchè, senza riguardi, cacciò gli eruditi dalla segreteria apostolica, per mettervi invece i suoi fidi. E quando gli scacciati levarono i più alti clamori, e nell'Accademia Romana di Pomponio Leto cominciarono a tenere discorsi che ricordavano Cola di Rienzo e Stefano Porcari, sciolse l'Accademia e ne imprigionò i membri. Il Platina allora, chiuso e torturato in Castel Sant'Angelo, giurò vendetta, e la fece nelle sue ben note Vite dei Papi, le quali ebbero una grande diffusione. In esse egli descrisse il suo persecutore come un mostro di crudeltà. Il vero è però che Paolo II, senza punto essere un buon Papa, non fu privo di meriti. Riordinò la giustizia, punendo severamente molti di quei manigoldi, che, a servizio dei magnati, empivano Roma di delitti; fece fare una nuova compilazione degli Statuti romani; combattè con energia i Malatesta di Rimini, e distrusse l'oltracotanza degli Anguillara, che possedevano gran parte della Campagna e del territorio di San Pietro. Nè si può troppo fermarsi a biasimare le sue colpe, quando si pensa ai tempi ed a coloro che gli successero.
I tre Papi che seguono adesso, Sisto IV, Innocenzo VIII ed Alessandro VI, sono quelli che riempiono il più triste periodo nella storia del Papato, e ci mostrano davvero a quali condizioni fosse ridotta allora l'Italia. Il primo di essi era un frate genovese, che, appena eletto (9 agosto 1471), si mostrò subito un tiranno violento, senza scrupoli di sorta. Aveva bisogno di danari, e mise in vendita ufficî, benefizî, indulgenze. Proteggeva con indomabile ardore i nipoti, alcuni dei quali si credeva, invece, che fossero suoi figli. Uno di essi, Pietro Riario, fatto cardinale, ebbe 60,000 scudi di rendita, e s'abbandonò al lusso, alle feste, alle dissolutezze, così perdutamente che ne morì subito, esausto di forze e carico di debiti. Il fratello Girolamo, ugualmente favorito, faceva la medesima vita. Tutta la politica del Papa era diretta dall'avidità d'acquistare o conquistare pei nipoti e pei figli. L'avere Lorenzo dei Medici attraversato questi disegni, fu cagione che la congiura dei Pazzi venisse tramata nel Vaticano stesso; e non essendo riuscita, il Papa mosse guerra a Firenze, e la scomunicò. Più tardi s'unì coi Veneti contro Ferrara, sempre col medesimo intento di strappare qualche provincia pe' suoi, e ne seguì una guerra generale, pigliandovi parte ancora i Napoletani, che assalirono Roma, dove subito si scatenarono le fazioni dei nobili. Roberto Malatesta da Rimini fu chiamato a difendere la Città Eterna, ed essendo morto di febbre malarica, presa nella guerra, il Papa voleva profittarne, spogliando dello Stato l'erede di lui, disegno però che i Fiorentini mandarono a vuoto.
Vedendosi in pericolo, mutò bandiera, e s'unì coi Napoletani contro Ferrara e contro i Veneti, i quali ultimi sembrava a lui che volessero condurre la guerra solo a proprio vantaggio. Si volse inoltre a far vendette contro i nobili, a lui avversi, specialmente i Colonna. Girolamo Riario, avido di sangue, comandava le artiglierie che furono benedette dal Papa stesso, e prese a tradimento il castello di Marino, con la promessa di salvare la vita al protonotario Lorenzo Colonna, che fu invece decapitato. Al funerale in SS. Apostoli, la madre, accecata dal dolore, prese pei capelli la testa del figlio, e mostrandola al popolo esclamò: Ecco la fede del Papa! Tutte queste scene di sangue non turbarono punto nè poco l'animo di Sisto IV. Quando però gli giunse improvvisa la notizia che i Veneti, da lui abbandonati, avevano, senza consultarlo e senza tener conto di lui nè de' suoi, fatto la pace di Bagnolo (7 agosto 1484); allora, assalito da febbre violenta, morì (12 agosto), come si disse da tutti, pel dolore della pace.
Nulla vis saevum potuit extinguere Sixtum;
Audito tantum nomine pacis, obit.[34]
Le case del Riario andavano a sacco, gli Orsini e i Colonna erano in armi, quando i cardinali, accorsi in fretta al Conclave, riuscirono a stabilire una tregua. Ed allora cominciò il più scandaloso mercato di voti per la elezione alla sede apostolica, che si vendeva al maggiore offerente. Il fortunato compratore fu allora il cardinale Cibo, che venne proclamato il 29 agosto 1484 col nome d'Innocenzo VIII. Nemico degli Aragonesi, entrò subito nella congiura dei baroni napoletani, promettendo loro uomini, armi, danari, e la chiamata d'un nuovo pretendente angioino. La città d'Aquila cominciò la ribellione, sollevando la bandiera della Chiesa (ottobre 1485); Firenze e Milano si dichiararono per gli Aragonesi; Venezia e Genova furono, invece, col Papa e coi baroni, i quali erano aiutati dai Colonna: gli Orsini, armati nella Campagna, vennero fin sotto le mura stesse di Roma. La confusione giunse al colmo; il Papa, disperato d'aiuto, armò anche i condannati per delitti comuni; i cardinali erano divisi, il popolo impaurito, e solo il cardinale Giuliano della Rovere passeggiava sulle mura, pronto alla difesa. Da un momento all'altro s'aspettava l'assalto del Duca di Calabria. Se non che, l'invito fatto dal Papa a Renato II di Lorena fece concludere la pace, obbligandosi Ferrante ad un annuo tributo, ed a dare amnistia ai baroni, che invece poi furono uccisi.
L'anarchia s'era, fra tanta confusione, di nuovo scatenata in Roma, nè si vedeva modo di contenerla: ogni mattina si trovavano cadaveri per le vie. Chi pagava, otteneva un salvocondotto; chi non pagava, era impiccato a Tor di Nona. Ogni delitto aveva la sua tariffa, e le somme maggiori di 150 ducati andavano a Franceschetto Cibo figlio del Papa, le minori alla Camera. Il parricidio, lo stupro, tutto poteva essere assoluto per danaro. Il Vice-Camerlengo diceva ridendo: Il Signore non vuole la morte del peccatore, ma che viva e paghi. Le case dei cardinali erano piene di armi, di bravi e di malfattori, cui davano asilo. Nè era molto diverso lo stato delle cose in provincia. A Forlì fu assassinato Girolamo Riario (1488), dicevasi, perchè il Papa voleva dare quello Stato a Franceschetto Cibo; a Faenza Galeotto Manfredi fu ucciso dalla moglie. Il pugnale ed il veleno lavoravano per tutto; le più diaboliche passioni s'erano scatenate in Italia, e Roma era la fucina principale dei delitti.
Intanto Innocenzo VIII si divertiva colle feste. Egli fu il primo dei Papi che riconoscesse apertamente i proprî figli, e ne celebrasse le nozze. Franceschetto sposò Maddalena di Lorenzo de' Medici (1487), ed il fratello di lei, Giovanni, fu in compenso fatto cardinale all'età di 14 anni. In mezzo a queste ed altre splendide feste di famiglia, arrivava un singolare personaggio, il quale veniva a compiere lo strano spettacolo che offeriva Roma in quel tempo. Djem o, come lo chiamavano gl'Italiani, Gemme, era stato vinto e messo in fuga quando contrastava al fratello Bajazet la successione al trono di Maometto II. Capitato a Rodi, i cavalieri di quell'Ordine lo avevano fatto prigioniero, ricevendo da Bajazet 35,000 ducati l'anno, a condizione che non lo lasciassero fuggire. Più tardi Innocenzo riuscì ad avere per sè la ricca preda, ottenendo 40,000 ducati annui da Bajazet, il quale prometteva una somma assai maggiore, quando gli fosse stato mandato il cadavere del fratello, cosa che però al Papa non metteva conto. E così il 13 marzo 1489 Gemme, vestito del suo abito nazionale, immobile sul suo cavallo, impassibile nella sua severa malinconia orientale, entrava solennemente in Roma, ed alloggiava nel Vaticano, dove s'occupava di musica e di poesia. La presa di Granata, ultimo asilo dei Mori nella Spagna, l'arrivo di sacre reliquie dall'Oriente, tutto dava luogo a feste, a processioni, a baccanali romani. Memorabile fu anche l'arrivo del giovane cardinale Giovanni dei Medici, che aveva allora soli diciassette anni. A lui il padre Lorenzo, fra molti savî consigli, scriveva: si ricordasse che entrava nella sentina di ogni male. E così era veramente. I figli ed i nipoti del Papa facevano tutti parlare della loro vita scandalosa. Franceschetto Cibo in una sola notte perdeva 14,000 fiorini, giocando col cardinal Riario, che accusò al Papa come giocatore falso; ma i danari erano già pagati. La Città Eterna era divenuta un gran mercato d'ufficî, che spesso venivano creati a bella posta per essere venduti; nè solo ufficî, ma si vendevano ancora bolle false, indulgenze ai peccatori, impunità agli assassini. L'Infessura afferma che un padre fu con 800 ducati assoluto dell'uccisione di due figlie. Ogni sera si gettavano nel Tevere i cadaveri trovati nelle vie.
In mezzo a queste orgie infernali, il Papa di tanto in tanto cadeva in un sopore che lo faceva creder morto; ed allora i cardinali, i parenti correvano ad assicurarsi di Gemme, dei tesori, e la città era in tumulto. Il Papa si risvegliava, e di nuovo cominciavano le feste, continuavano gli assassinî. Finalmente un altro accesso del male non dava più nessuna speranza. I parenti circondavano ansiosi il letto del moribondo, che pigliava solo latte di donna: si disse ancora che fu tentata la trasfusione del sangue, nel quale esperimento sarebbero morti tre bambini. Ma tutto fu vano, chè il 25 luglio 1492, l'anno stesso in cui chiudeva gli occhi Lorenzo de' Medici, Innocenzo VIII cessava di vivere in età di sessanta anni. Quando era morto Sisto IV, l'Infessura benediceva il giorno in cui Iddio aveva liberato il mondo da un tal mostro; e fu eletto invece un Papa peggiore. Nessuno supponeva ora che fosse possibile peggiorare ancora; eppure venne eletto Alessandro VI, che seppe, colle sue scelleratezze, far dimenticare tutte quelle dei suoi predecessori. Noi ne parleremo quando dovremo narrare la catastrofe che, sotto il suo pontificato e in parte per opera sua, colpì tutta l'Italia.[35]
5. — NAPOLI.
Il regno di Napoli somiglia ad un mare sempre in burrasca, che però, nella immutabile uniformità de' suoi movimenti, ci presenta una continua monotonia. Glorioso senza dubbio era stato il periodo degli Hohenstaufen; ma esso si chiuse colla nobile morte di Manfredi, e colla tragica fine di Corradino (29 ottobre 1268), dramma il cui lugubre eco riempie tutto il Medio Evo. Il trionfo degli Angioini, chiamati dai Papi, stati sempre acerrimi nemici del grande Federigo II e de' suoi successori, fu il principio d'infinite calamità. La mala signoria di Carlo I d'Angiò fece ben presto ribellare i popoli; onde per domarli fu giuocoforza appoggiarsi ai baroni, che divennero potentissimi, si divisero in fazioni, lacerarono quel misero paese, e divennero spesso un'arme potentissima in mano dei Papi, i quali vi chiamarono sempre nuovi pretendenti, ogni volta che videro un principe farsi colà troppo potente. Con questi mezzi cercarono acquistar terre ai loro nipoti, e mantenere la loro supremazia nel Reame, che di continuo desolarono, gettandolo nell'anarchia con danno infinito di tutta Italia. Pagarono nondimeno il fio di questa iniqua politica, perchè i nobili romani, avendo esteso i loro dominî anche colà, divennero sudditi dei due sovrani, e furono così una leva adoperata vicendevolmente dall'uno a danno dell'altro, con inevitabile rovina d'ambedue. Intanto il Napoletano fu sottoposto ad un vero e lungo processo di dissoluzione. Ogni giorno sorgevano nuovi pretendenti, il popolo era sempre oppresso, i baroni sempre in rivolta, nessuna istituzione poteva acquistare stabilità e fermezza, nessun carattere riesciva lungamente a dominare e guidare gli altri. Sotto Giovanna I, che ebbe quattro mariti e morì soffocata con un piumaccio, il Reame era già caduto nell'anarchia, e la corte era un ridotto di avventurieri dissoluti. Più tardi re Ladislao pareva che dovesse iniziare un'èra novella: domati i baroni, vinti i nemici interni, poneva guarnigione in Roma stessa, e s'avanzava alla testa di un forte esercito, facendo credere di volere ed anche di sapere divenire re d'Italia, quando improvvisamente morì a Perugia di veleno, secondo che generalmente fu detto e creduto (1414). Con Giovanna II, sorella di Ladislao, si fu di nuovo tra le oscenità e l'anarchia. Vedova, vecchia, dissoluta, innamorata del suo scalco, fece cadere lo Stato in preda dei nobili, dei capitani di ventura e dei più bassi cortigiani. Martino V, che l'aveva fatta incoronare nel 1419, chiamò l'anno seguente Luigi III di Angiò a combatterla qual nuovo pretendente; ed essa invitò di Spagna Alfonso d'Aragona, che proclamò suo successore, per poi nominare invece Renato di Lorena, il quale ebbe l'aiuto di Eugenio IV e del duca di Milano. Ne seguì una guerra lunga e rovinosa, che finì solo quando Alfonso d'Aragona, vittorioso in molte battaglie, entrò nella capitale pei condotti d'acqua di Porta Capuana, il 2 giugno 1442, e fu finalmente signore del Reame con grandi fatiche e guerre conquistato. Così venne fondata la dinastia aragonese.
In che misere condizioni si trovasse quello Stato, e quanto universalmente fosse allora desiderata la pace, non occorre dirlo. Il trionfo d'Alfonso fu salutato come il principio d'un'èra novella. Egli aveva lasciato la Spagna per venire a fare tra noi una guerra avventurosa, con la quale, sostenendo fatiche e pericoli d'ogni sorta, aveva conquistato un vasto regno combattendo e vincendo i primi capitani del secolo, un numero assai grande di nemici. Straniero all'Italia, comandava ora provincie da lungo tempo lacerate e dominate da stranieri; mutò assai rapidamente il suo carattere nazionale, per divenire in tutto simile ai nostri principi, con uno spirito militare e cavalleresco, però, che essi avevano di rado. Passeggiava disarmato e senza guardie in mezzo al suo popolo, dicendo che un padre non deve temere de' suoi figli. La sua corte era piena di eruditi, e mille aneddoti si raccontavano a provare la sua straordinaria ammirazione per gli antichi.
Passando coll'esercito accanto alle città, in cui qualche scrittore latino era nato, si fermava come dinanzi ad un santuario; viaggiava sempre con un esemplare di Livio o di Cesare. Il suo panegirista Panormita pretendeva di averlo guarito da una malattia, leggendogli alcune pagine di Quinto Curzio; e si diceva che Cosimo de' Medici aveva concluso con lui la pace, inviandogli un codice di Livio. Uomo di guerra e d'animo spregiudicato, spesso in lotta coi Papi, accoglieva tutti quei dotti che altrove erano perseguitati. Così fu del Valla, quando dovè fuggire da Roma per l'opuscolo contro la donazione di Costantino ed il potere temporale dei Papi; così del Panormita, quando il suo Ermafrodito, tanto lodato per la facile eleganza del verseggiare, scandalizzò per la oscenità che allora non erano anche divenute familiari tra gli eruditi, e fu anatemizzato dai pergami. Questi ed altri molti letterati venivano amichevolmente accolti, e splendidamente remunerati con stipendî, anche con case e con ville. Portato a cielo dai dotti, Alfonso ebbe il nome di Magnanimo per la sua generosità e pel suo spirito cavalleresco. Ma come uomo politico, come fondatore d'una dinastia e riordinatore d'un regno, non gli si può dare gran merito. Dopo avere desolate colla guerra le infelici provincie del Mezzogiorno, le dissanguò colle imposte, per pagare i soldati e premiare i nobili suoi fautori, sui quali accumulò immensi favori, rendendoli sempre più prepotenti. Dato ai piaceri della vita, non seppe, in sedici anni di un regno non contrastato, fondare nulla di stabile; nulla che sollevasse il popolo dalla estrema miseria in cui l'aveva colla guerra trascinato; nulla che, consolidando lo Stato, assicurasse la dinastia. Morto in età di 63 anni compiuti (1458), lasciò i suoi dominii ereditarî nella Spagna, con la Sicilia e la Sardegna, al fratello; il regno di Napoli, frutto della conquista, al figlio naturale Ferdinando, la cui origine materna era avvolta nel mistero.
Erede d'un vasto regno conquistato e pacificato dal padre, poteva Ferdinando o Ferrante, come lo chiamavano, sperare di possederlo tranquillamente; ma dovè invece riconquistarlo colle armi, perchè il disordine latente portò subito i suoi frutti. La prima scintilla fu accesa da papa Calisto, il quale doveva tutto ad Alfonso, ed aveva legittimato Ferrante. Invece ora dichiarava estinta la discendenza aragonese, ed il Reame devoluto alla Chiesa come feudo. I baroni angioini furono in armi; Renato di Lorena sbarcò tra le foci del Volturno e del Garigliano; la rivoluzione scoppiò in Calabria ed altrove. Pure, combattendo continuamente, Ferrante riuscì nel 1464 a sottomettere di nuovo tutto il Regno; ed allora non pensò a riordinarlo, ma solo a fare le sue vendette. Egli preferiva spegnere i proprî nemici a tradimento. Con una crudeltà ributtante davvero li abbracciava, li carezzava e li cibava lautamente prima di mandarli a morte. Uomo di singolare ingegno, di grande penetrazione politica e di coraggio, ma pieno di vizî e di contradizioni, mantenne nel Regno un'amministrazione rovinosa, facendo anche commercio per proprio conto. Raccoglieva derrate, ed obbligava i sudditi a non vender le loro, se prima egli non aveva venduto le sue al prezzo che voleva. Tutto era fondato sopra un sistema artificioso, falso, che finiva col distruggere le forze dello Stato, sebbene il re avesse scelto a ministri uomini abilissimi. Fra questi sono noti il segretario Antonello Petrucci ed il Pontano, che era non solamente uno dei più grandi eruditi del secolo, ma anche un accortissimo diplomatico. Egli fu il principale ministro di Ferrante, conduceva le relazioni cogli Stati italiani, scriveva i dispacci diplomatici, concludeva i trattati. Francesco Coppola conte di Sarno, ricchissimo e potente, dirigeva l'amministrazione e le operazioni commerciali per trovare danari, senza alcun rispetto umano o divino. Ma questi abili ministri non erano che strumenti della falsa politica d'un tiranno accorto e d'ingegno, il quale trattava il popolo e lo Stato come una tenuta, da cui voleva, durante la sua vita, cavare più danaro che poteva, lasciando ai posteri la cura del poi. A ciò s'aggiungeva che il Duca di Calabria, Alfonso, più crudele, superbo e tiranno del padre, senza averne l'ingegno nè il coraggio, disgustava chiunque lo avvicinava. Quando i Turchi, che avevano occupato Otranto, si ritirarono per la morte di Maometto II, parve al volgo che fuggissero dinanzi alle armi d'Alfonso, e ciò lo rese più superbo ed insopportabile che mai, in modo che lo stesso Antonello Petrucci ed il conte di Sarno, disgustatissimi del presente, e temendo più ancora dell'avvenire, pel carattere di colui che sarebbe successo al trono, si gettarono a capo degli scontenti, decisi a tentare la rivolta. Papa Innocenzo soffiò nel fuoco, e ne venne la congiura dei baroni, la quale mise in fiamme il Reame, e minacciò di portare una guerra generale in Italia (1485). Ma Ferrante seppe, colla sua astuzia e col suo coraggio, sedare anche questa tempesta; concluse la pace e fece poi le sue vendette.
Questa politica era tale da poter riuscire solamente finchè si trattava di domare un regno esausto e disordinato, esaurendolo ancora di più. Quando invece fosse sorto un pericolo esterno, essa non poteva più trovarsi in grado di riparare. Ed un tale pericolo allora appunto era vicino, perchè Carlo VIII di Francia s'apparecchiava a quella funesta impresa, che doveva ricominciare le invasioni straniere nella Penisola. Ferrante, già vecchio, se ne avvide subito, ed annunziò le vicine calamità a tutti i principi d'Italia, pregandoli d'unirsi a difesa comune. Le lettere che scrisse allora hanno un accento di dolore, un'eloquenza passionata che sembra sollevare e nobilitare il suo animo, e dimostrano un acume politico, che par quasi profetico.[36] Egli ora prevedeva e descriveva mirabilmente tutte le sventure che s'apparecchiavano alla patria ed a quei principi che, come lui accecati dalla propria furberia, avevano reso inevitabile la comune sciagura. Ma era troppo tardi. L'Italia non poteva più salvarsi dall'abisso in cui cominciava a rovinare; Ferrante doveva morire colla coscienza torturata dinanzi alla caduta del suo regno e della sua dinastia, già visibile quando egli chiudeva gli occhi (25 gennaio 1494).
Tutto il lungo dramma che abbiamo esaminato, è un apparecchio alla generale catastrofe che s'avvicina. E se dai più grossi Stati, in cui è divisa la Penisola, ci volgessimo ai minori, troveremmo a Ferrara, Faenza, Rimini, Urbino, dappertutto la stessa serie di delitti, la stessa corruzione. I piccoli principi, anzi, essendo più deboli e fra maggiori pericoli, commettevano spesso più numerose e crudeli violenze, per salvare il minacciato potere. Non tralasciavano però neppur essi di promuovere la cultura delle lettere, delle arti, d'ogni più squisita gentilezza del vivere civile, rendendo sempre più evidente quel singolare contrasto, che è uno dei caratteri propri del Rinascimento italiano, e forma per noi una delle difficoltà principali a ben comprenderlo.
Non pochi scrittori italiani, animati da un patriottismo che non è sempre guida sicura nel giudicare i fatti della storia, vollero dimostrare che la condizione politica e sociale dell'Italia nel secolo XV era simile a quella di tutta l'Europa, e non ha perciò nulla che possa maravigliarci. Luigi XI, si disse, fu un mostro crudele, autore dei più fraudolenti intrighi; i veneficî di Riccardo III non sono ignoti; Ferdinando il Cattolico si vantava di avere più di dieci volte ingannato Luigi XII; il gran capitano Consalvo era un famoso spergiuro, ecc.[37] Pur troppo i grandi Stati s'andavano formando in Europa, distruggendo coll'inganno e con la violenza i governi e le istituzioni locali. In tali condizioni di guerra i più neri delitti, le più atroci vendette avevano luogo dappertutto; e se nella barbarie del Medio Evo ci sembrano fatti quasi naturali, in mezzo alla cultura rinascente per ogni dove, ci appaiono enormi ed inescusabili. Ma più inescusabili assai appaiono in Italia, dove tanto maggiore era la cultura, e quindi più visibile la contradizione che ci presenta questa mescolanza di civiltà e di barbarie, riunite in un medesimo secolo. Nè si deve dimenticare che i principi come Luigi XI e Ferdinando il Cattolico compierono pure, nonostante i loro delitti, un'opera nazionale, facendo della Francia e della Spagna due grandi e potenti Stati, quando i nostri mille tiranni mantennero sempre divisa la patria coll'unico scopo personale di restare sui loro deboli troni. E se la iniqua politica del secolo XV riuscì triste da per tutto, essa venne pure iniziata in Italia, che ne fu maestra alle altre nazioni; e fra di noi il numero di coloro che vi presero parte fu anche infinitamente maggiore che altrove. Ad ogni piè sospinto s'incontravano tiranni, capi di parte, cospiratori, politici, diplomatici; ogni Italiano pareva anzi un politico ed un diplomatico nato. Così la corruzione ebbe modo di diffondersi assai più che altrove, penetrando largamente dal governo nella società. E questa politica italiana, che mise in moto tante e così prodigiose forze intellettuali, e produsse una sì grande varietà di caratteri, finì poi col fabbricar solamente sull'arena.
Certo, discendendo assai basso negli ordini sociali, si trovano sempre saldi i vincoli della famiglia, ancora intatti i costumi antichi, un'assai migliore atmosfera morale. E quando usciamo da quelle regioni in cui, come a Napoli, a Roma, nelle Romagne, una serie continua di rivoluzioni aveva disordinato e sovvertito ogni cosa, noi troviamo in Toscana, nel Veneto, altrove, un popolo più civile, più mite, più culto assai che nel resto d'Europa, ed un assai minor numero di delitti comuni. Di questo gli storici, specialmente gli stranieri, non tennero conto; e giudicando tutta la nazione dagli ordini superiori della società, che erano i più corrotti, furono indotti in errore nel giudicare le condizioni morali dell'Italia, la quale sarebbe caduta assai più basso e non avrebbe potuto sopravvivere a sè stessa, se fosse stata veramente quale essi la descrissero. Ma non si può negare che nella Francia, nella Spagna, nella Germania, appunto perchè la vita politica era serbata a pochi, la corruzione che ne seguiva era assai meno diffusa; e vi erano pur sempre istituzioni e tradizioni ancora salde, opinioni non soggette a discussione, autorità rispettate. Questo creava naturalmente una forza ed una moralità pubblica, che mancava fra noi, dove tutto era sottomesso alla più minuta analisi dall'irrequieto spirito italiano, che cercava gli elementi d'un mondo nuovo, distruggendo quello in cui si trovava. Gli ambasciatori veneti e fiorentini, quando vanno alla corte di Carlo VIII o di Luigi XII, sembrano ridere di tutto. Trovano il principe senza ingegno, i diplomatici rozzi, l'amministrazione confusa, le faccende abbandonate al caso; ma sono maravigliati ancora nel vedere l'autorità immensa che gode il re: quando egli si muove, essi dicono, tutti lo seguono e l'obbediscono. E questo formava la grande forza del paese. Il Guicciardini, nei suoi dispacci dalla Spagna, dimostrava chiaro di odiare e disprezzare quella nazione; pure non si poteva astenere dal notare che gl'interessi personali di Ferdinando il Cattolico, trovandosi d'accordo con l'interesse generale del paese, la politica di quel re traeva da ciò una forza ed un valore grandissimi. I costumi della Germania e della Svizzera sembravano al Machiavelli simili a quelli degli antichi Romani, ch'egli tanto ammirava. Se il disordine e la corruzione morale delle altre nazioni fossero stati in tutto identici a quelli in cui si trovava l'Italia, come si spiegherebbero questi giudizî d'uomini pure assai competenti? Come si spiegherebbe che l'Italia decadeva già prima d'essere invasa dagli stranieri, quando le altre nazioni sorgevano a nuova vita? Ma bisogna, come abbiamo già detto, guardarsi dall'esagerare, perchè altrimenti resterebbe inesplicabile ancora la grande vitalità che pur ebbe la nazione italiana, e più di tutto il suo meraviglioso progresso nelle arti e nelle lettere. Di questo passiamo ora a dare un cenno.