III. LETTERATURA

1. — IL PETRARCA E L'ERUDIZIONE.[38]

Fra Dante Alighieri (1265-1321) e Francesco Petrarca (1304-74) non passa una gran distanza di tempo; ma chi studia la vita e gli scritti loro crederebbe quasi che essi appartengano a due secoli diversi. Dante apre colle sue opere immortali un'èra novella; resta però sempre con un piede nel Medio Evo. Egli si è fatta «parte per sè stesso,» ed ha un supremo disdegno per la compagnia «malvagia e scempia» che lo circonda;[39] ma è anche un partigiano fierissimo, che lotta tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini; impugna la spada a Campaldino. L'Impero che vagheggia ed invoca è sempre l'Impero medievale, che egli difende con ragioni prese parte dalla scolastica, che penetra anche nel suo divino poema, in parte però ispirate ad un senso quasi profetico dell'avvenire. La sua anima è piena di fede religiosa e d'energia morale; la sua immagine ci apparisce come scolpita dalla mano di Michelangelo, in mezzo al tumulto delle passioni del secolo contro cui combatte, ma dal quale non è ancora uscito del tutto.

Il Petrarca invece fa parte d'un altro mondo, e quando si pensa che con lui s'inizia un periodo affatto nuovo dello spirito e della cultura nazionale, riesce assai difficile comprendere, come mai in sì breve periodo di tempo, l'Italia abbia potuto tanto e così rapidamente mutare. D'un carattere più debole, d'un genio poetico meno originale, e, sebbene vesta l'abito ecclesiastico e goda parecchi benefizî, d'una fede religiosa assai più fiacca, egli non è nè guelfo, nè ghibellino; disprezza la scolastica; sente che la letteratura diviene una nuova potenza nel mondo, che egli deve tutta la sua forza al proprio ingegno e valore letterario; ha quasi dimenticato il Medio Evo, e si presenta a noi come il primo uomo moderno. Singolare è però il vedere come tutto questo s'unisca in lui ad un amore, quasi ad un fanatismo per gli scrittori latini, che studiò ed imitò in tutta la sua vita, non sapendo immaginare nè desiderare nulla di meglio, che far rinascere la loro cultura, le loro idee. Spiegare come in questo sforzo costante e continuo per tornare all'antico, si scoprisse invece un mondo nuovo, è, noi lo abbiamo già notato, il problema che deve risolvere lo storico della erudizione del secolo XV. Questo singolare fenomeno assai più chiaramente che in altri si può osservare nel Petrarca, perchè in lui trovasi come in germe tutto il secolo che segue, e i molti eruditi che gli succedono sembrano non fare altro che prendere, ciascuno per sè, una parte sola del molteplice lavoro che egli abbracciò nel suo insieme, se facciamo eccezione dello studio del greco, che egli potè solo promuovere co' suoi consigli.

Fin dai primi anni il Petrarca abbandonò la legge e la scolastica per Cicerone e Virgilio; percorse il mondo; scrisse agli amici per avere antichi codici, di cui formò una preziosa raccolta. Ne copiò di sua mano; cercò autori sconosciuti o dimenticati, sopra tutto opere di Cicerone, che era il suo idolo, e di lui scoprì due orazioni a Liegi, le lettere familiari a Verona.[40] Questo fu un vero avvenimento letterario, perchè la facile ed alquanto pomposa eloquenza di Cicerone divenne il modello costante del Petrarca e degli eruditi, come le sue epistole furono il componimento letterario più diffuso, più ammirato, imitato tra loro, che ne scrissero un gran numero. Quelle del Petrarca incominciano la lunga serie, formano la sua migliore biografia, sono un monumento di grandissima importanza storica e letteraria. Ne scrisse agli amici, ai principi, ai posteri, ai grandi scrittori dell'antichità. In esse v'è luogo per ogni affetto, per ogni pensiero, e l'autore si esercita, sotto la fida scorta di Cicerone, in ogni stile letterario. Da un lato v'entrano la storia, l'archeologia, la filosofia, e formano così come un manuale enciclopedico, adattatissimo a raccogliere e diffondere una cultura nuova, che, incominciata appena, non è capace ancora d'una più scientifica trattazione. Da un altro lato l'autore può manifestare in esse tutto il proprio spirito, dare libero corso ai suoi affetti, descrivere popoli e principi, caratteri e paesi diversi. L'erudito e l'osservatore del mondo reale si trovano in esse uniti; anzi noi vediamo come il secondo nasca del primo, e come l'antichità, conducendo per mano l'uomo del Medio Evo, lo guidi dal misticismo alla realtà, dalla Città di Dio a quella degli uomini, e gli faccia acquistare la indipendenza del proprio spirito.

Se guardiamo alla forma di queste epistole del Petrarca, troviamo che il suo latino non manca d'ineleganze, nè di errori; nessuno oserebbe metterlo accanto a quello dei classici; è inferiore anche a quello che usarono più tardi il Poliziano, il Fracastoro, il Sannazzaro. Bisogna paragonarlo con quello del Medio Evo, per vedere l'immenso cammino che ha fatto, e come esso superi di gran lunga anche il latino di Dante. Ma il merito principale del Petrarca non sta tanto in questa nuova eleganza classica, quanto nell'essere egli il primo che scriva di tutto liberamente, come un uomo che parli una lingua vivente. Egli ha gettato dietro di sè le grucce della scolastica, e dimostra come si possa camminare speditamente, senza appoggiarsi. Inorgoglito di ciò, fa qualche volta abuso della sua facilità, e cade in artifizî nei quali sembra voler dar prova di agilità e di forza, o s'abbandona, osserva giustamente il Voigt, al bisogno di chiacchierare, come un fanciullo, il quale, avendo scoperto che può colla voce esprimere i suoi pensieri, parla anche quando non ha nulla da dire. Qualche volta si vede in lui apparire anche un primo germe di ciò che fu chiamato il Secentismo del Quattrocento. Il Petrarca, in sostanza, ha spezzato la rete medievale, in cui trovavasi allora incatenata l'intelligenza, ed ha col suo nuovo stile trovato il modo di parlar d'ogni cosa, manifestando chiaramente, spontaneamente tutto sè stesso.

Nel leggere le sue epistole, assai spesso ci reca maraviglia il vedere quanto era ardente in lui un amore quasi pagano della gloria. Pare qualche volta che esso sia il movente principale delle sue azioni, lo scopo della vita, e che si sostituisca al vero ideale cristiano. Dante s'era già fatto insegnare da Brunetto Latini come l'uom s'eterni; ma se nell'Inferno del suo poema i dannati si curano molto della loro fama nel mondo, ciò segue assai meno nel Purgatorio, dove Oderisi da Gubbio è condannato «per lo gran desio dell'eccellenza,» e scomparisce affatto nel Paradiso, in cui la terra è quasi dimenticata. Il Medio Evo cercava l'eternità in un altro mondo, il Rinascimento la cercava in questo, ed il Petrarca era già entrato nel nuovo ordine d'idee. La gloria, secondo lui, ispira l'eloquenza, le imprese magnanime, la virtù; ed egli non si stanca mai di cercarla, non ne è mai sazio, sebbene nessun uomo ne ottenesse in vita quanta ne ebbe lui. I Signori della repubblica fiorentina gli scrivevano «ossequenti e riverenti,» come ad un uomo, di cui «nè i passati videro, nè i posteri vedranno mai l'uguale.»[41] Papi, cardinali, principi e re si tenevano onorati d'accoglierlo in casa.[42] Un vecchio cieco, cadente, viaggiò tutta l'Italia, appoggiato a suo figlio e ad un suo discepolo, per abbracciare le ginocchia dell'uomo immortale, baciare la fronte che aveva pensato cose tanto sublimi; ed il Petrarca ci racconta tutto ciò con soddisfazione.[43] Il giorno che ricevette la corona poetica in Campidoglio (8 aprile 1341) fu il più solenne, il più felice della sua vita: non per me, egli dice, ma per eccitare altri alla virtù. Questo sentimento diviene qualche volta come il demone del Rinascimento. Cola di Rienzo, Stefano Porcari, Girolamo Olgiati e tanti altri furono mossi, meno da un vero amore della libertà, che dal desiderio d'emulare Bruto. Vicini al patibolo, non era più la fede in un altro mondo, ma solo la speranza della gloria in questo, ciò che dava loro animo ad affrontare la morte. Ed il Machiavelli esprime il pensiero del suo secolo, quando dice che gli uomini se non possono aver la gloria con opere lodevoli, la cercano con opere vituperevoli, pur che sopravviva la propria fama.[44] Quanto è diverso questo stato d'animo da quello del Medio Evo, e con quale straordinaria rapidità questo mutamento è avvenuto!

Tutto spinge il Petrarca, che trascina con sè i contemporanei ed i posteri, verso il mondo reale; egli ha un grandissimo bisogno di viaggiare, per vedere e descrivere: multa videndi amor ac studium.[45] Corre a Parigi, per riscontrare se son vere le maraviglie che si raccontano di quella città; a Napoli si pone a visitare minutamente gl'incantevoli dintorni della città con l'Eneide in mano, per guida; cerca i laghi d'Averno, d'Acheronte, di Lucrino, la grotta della Sibilla, Baia, Pozzuoli, e descrive tutto minutamente, rapito ad un tempo dalla bellezza della natura e dalle classiche memorie.[46] Virgilio era stato la guida di Dante nei tre regni dell'altro mondo, Virgilio è in questo la guida del Petrarca allo studio della natura. Una spaventosa tempesta scoppia di notte nel golfo di Napoli, ed egli salta dal letto; percorre la città; va alla marina; guarda i naufraghi; osserva il mare, il cielo, tutti i fenomeni: entra nelle chiese dove si prega, e scrive poi una lettera divenuta celebre.[47] Tutto ciò non ha più alcuna novità per noi, che siamo nati nel realismo moderno; ma bisogna ricordarsi che il Petrarca era primo ad abbandonare il misticismo del Medio Evo. Il singolare è che, per uscirne, si avvolgeva nella toga romana. Dante, è ben vero, ha qualche volta con tocchi maravigliosi descritto la natura; ma sono paragoni o sono accessorî che servono a mettere in rilievo le sue idee, i suoi personaggi; nel Petrarca, per la prima volta, la natura acquista un proprio valore, come nei quadri dei Quattrocentisti. Nelle sue descrizioni di caratteri v'è un realismo che ricorda i ritratti che fecero più tardi Masaccio, il Lippi e Mino da Fiesole; anch'egli disegna e colorisce il vero qual'è, solo perchè vero, senza altro scopo. Sente d'una certa Maria di Pozzuoli, donna di straordinaria forza, che vive sempre nelle armi, combattendo una guerra ereditaria, e fa una gita per vederla, parlarle e descriverla.[48] Vivissima è la descrizione dell'osceno disordine in cui era caduta la corte di Giovanna I, e del dominio che vi esercitava il francescano Roberto d'Ungheria. «Piccolo, calvo, rubicondo, colle gambe gonfie, marcio pei vizî, curvo sul suo bastone per ipocrisia e non per vecchiezza, avvolto in un lurido saio, che lascia scoperta metà della persona, per far pompa d'una mentita povertà, percorre silenzioso la reggia in aria di comando, sprezzando tutti, calpestando la giustizia, contaminando ogni cosa. Quasi nuovo Tifi o Palinuro, egli regge in mezzo alla tempesta il timone di questa nave che dovrà presto affondare.»[49] Altrove ci viene dinanzi, con una singolare evidenza, il fiero aspetto di Stefano Colonna, dicendo che, «sebbene la vecchiezza abbia raffreddato l'animo nel suo feroce petto, pure, cercando la pace, egli trova sempre la guerra, perchè deciso piuttosto a scendere nella tomba combattendo, che piegare l'indomito suo capo.»[50] Questi profili evidenti e parlanti, si presentano fra continue citazioni classiche; son come esseri viventi in mezzo a rottami dell'antichità, ed acquistano pel contrasto maggiore evidenza; ci fanno vedere, toccare con mano, come un nuovo mondo vada sorgendo insieme al rinascimento dell'antichità.

Se poi nel Petrarca cerchiamo non il letterato, ma l'uomo, allora troviamo che, per quanto egli fosse buono ed ammiratore sincero della virtù, v'era già in lui quella fiacca mutabilità di carattere, quella eccitabile vanità, quel dare alle parole quasi l'importanza stessa che ai fatti ed alle azioni, che formò più tardi l'indole generale degli eruditi nel secolo XV. Egli è uno di coloro che più hanno esaltato l'amicizia, a tutti prodigando tesori d'affetto nelle sue epistole; ma non sarebbe molto facile trovare nella sua vita esempî d'un'amicizia ideale e profonda come quella, per esempio, che trasparisce dalle parole di Dante per Guido Cavalcanti. Gran parte di quelle effusioni s'esauriva nell'esercizio letterario cui davano luogo. Si potrebbe dire che a ciò contradica la passione costante che il Petrarca ebbe per madonna Laura, la quale gl'ispirò quei versi immortali che egli disprezzò troppo, ma che pur formarono la sua gloria maggiore. Certo nel Canzoniere si trova la più vera, la più fine analisi del cuore umano; una lingua in cui i pensieri traspariscono come in purissimo cristallo, libera da ogni forma antiquata, più moderna della lingua stessa di molti scrittori del Cinquecento. Certo non può dubitarsi d'una passione vera e sincera; ma questo canonico che annunzia il suo amore ai quattro venti, che per ogni sospiro pubblica un sonetto, che fa sapere a tutti come egli sia disperato se la sua Laura non lo guarda, e intanto fa all'amore con un'altra donna, per la quale non scrive sonetti, ma da cui ha figli, a chi farà credere che la sua passione sia nel fatto qual'egli la descrive, eterna, purissima e sola dominatrice del suo pensiero?[51] Ed anche qui sorge dinanzi a noi, e risplende di nuovo la nobile immagine di Dante, che si nascondeva, per tema che altri s'accorgesse del suo amore, e scriveva solo quando la passione, divenuta più forte di lui, erompeva dal suo petto, sotto forma di poesia immortale. La Beatrice di Dante è ancora avvolta in un velo aereo di misticismo, e finisce col trasfigurarsi nella teologia, allontanandosi da noi; la Laura del Petrarca, invece, è sempre una donna vera e reale, di carne e d'ossa, che vediamo vicino a noi, che affascina col suo sguardo voluttuoso il poeta, il quale, anche nel suo maggiore esaltamento, resta sulla terra. Una terra dalla quale, il divino dovrà fra poco essere inesorabilmente escluso.

Nella condotta politica si vede assai chiara la mutabilità, per non dir peggio, del Petrarca. Amico dei Colonna, ai quali diceva di dover tutto, «la fortuna, il corpo, l'anima;»[52] amato da essi come figlio, accolto come fratello, li colmò sempre delle lodi più esaltate, abbandonandoli poi nel momento del pericolo. Quando infatti Cola di Rienzo cominciò in Roma lo sterminio di quella famiglia, il Petrarca, che era pieno d'una sconfinata ammirazione letteraria pel classico tribuno, lo incoraggiò a continuare nella distruzione dei nobili: «Verso di essi ogni severità è pia, ogni misericordia inumana. Inseguili con le armi in mano, quando anche tu dovessi raggiungerli nell'inferno.»[53] Ma ciò non gli impediva di scrivere, quasi nello stesso tempo, pompose lettere di condoglianza al cardinale Colonna: «Se la casa ha perduto alcune colonne, che monta? Resta sempre con te un saldo fondamento. Giulio Cesare era solo e bastò.»[54] Più tardi i Colonna furono per lui di nuovo Massimi e Metelli;[55] ma non cessò tuttavia di rimproverare al tribuno la sua debolezza, per non essersi disfatto dei nemici quando poteva.[56] È ben vero che si scusava dicendo, che egli non mancava di riconoscenza; sed carior Respublica, carior Roma, carior Italia.[57] Chi gl'impediva però di tacere? E questo repubblicano così ardente ammiratore del terzo Bruto, «che riunisce in sè, e supera la gloria dei due precedenti,»[58] poco dopo invitava l'imperatore Carlo IV a venire in Italia, «la quale invoca il suo sposo, il suo liberatore, e non vede l'ora che l'orma de' tuoi piedi si stampi su di essa.»[59] Non molto prima aveva esaltato anche Roberto di Napoli, dichiarando che la monarchia era l'unico mezzo per salvare l'Italia.[60] È noto poi quanti rimproveri facesse ai Papi, perchè avevano abbandonato Roma, che senza di essi non poteva vivere. Eppure il nostro giudizio viene assai temperato, quando vediamo che egli non s'accorgeva punto di queste contradizioni, perchè in sostanza tutti questi discorsi erano più che altro un esercizio letterario, non già l'espressione d'una vera e profonda passione politica, che volesse manifestarsi in atto. Dato il soggetto, la penna correva rapidissima dietro le traccie di Cicerone, seguendo l'armoniosa cadenza del periodo. Ma, e qui ricomparisce di nuovo la grande originalità del Petrarca, che parli di repubblica, di monarchia o d'impero, non è più fiorentino, ma italiano. L'Italia che egli vagheggia, si confonde, è vero, sempre col concetto dell'antica Roma, che vorrebbe ripristinare; ma in tutto questo suo sogno erudito, egli è il primo a vedere l'unità dello Stato e della patria. L'Italia di Dante è ancora medievale; quella del Petrarca, quantunque s'avvolga maestosamente nella toga degli Scipioni e dei Gracchi, è finalmente un'Italia unita e moderna. Così qui, come da per tutto, noi vediamo che il nostro autore, anche in ciò vero rappresentante del suo tempo, volendo tornare al passato, s'apre una via nuova all'avvenire. Veste sempre all'antica, alla romana, ma è sempre moderno. Non dobbiamo però mai dimenticare che la sorgente prima della sua ispirazione è letteraria, altrimenti cadremo in continui errori ed in giudizî fallaci.

Il Petrarca assale fieramente la giurisprudenza, la medicina, la filosofia, tutte le scienze del suo tempo, perchè non dànno mai quel che promettono, e tengono invece la mente inceppata tra mille sofismi. I suoi scritti sono spesso rivolti contro la scolastica, l'alchimia, l'astrologia, ed egli è ancora il primo che osi apertamente rivolgersi contro l'illimitata autorità di Aristotele, l'idolo del Medio Evo. Tutto ciò fa un grandissimo onore al buon senso, che lo sollevò al disopra dei pregiudizî del suo secolo. Ma s'ingannerebbe a partito chi volesse per ciò trovare in lui un ardito novatore scientifico. Il Petrarca non combatte in nome d'un principio o d'un metodo nuovo, ma in nome della bella forma e della vera eloquenza, che non ritrova nei cultori di quelle discipline, come non la ritrova nell'Aristotele mal tradotto e raffazzonato del suo tempo. La scolastica ed il suo barbaro linguaggio s'erano immedesimati con tutto lo scibile del Medio Evo, ed era questo barbaro linguaggio che il Petrarca combatteva in tutto lo scibile. Il Rinascimento italiano è una rivoluzione prodotta nello spirito umano e nella cultura dallo studio della bella forma, ispirata dai classici antichi. Questa rivoluzione, con tutti quanti i pericoli che doveva recare il cominciar dalla forma per arrivar poi alla sostanza, si manifesta la prima volta chiara e ben definita nel Petrarca erudito, che perciò fu a ragione chiamato da alcuni, non solo il precursore, ma il profeta del secolo seguente.

2. — GLI ERUDITI IN FIRENZE.[61]

L'opera iniziata dal Petrarca trovò subito in Firenze un grandissimo numero di seguaci, e di qui si diffuse rapidamente in tutta Italia. A Firenze, però, essa era il portato naturale delle condizioni politiche e sociali di quel popolo, in mezzo a cui anche i dotti d'altre provincie venivano ad istruirsi, a perfezionarsi, e v'acquistavano come una seconda cittadinanza. Nelle nostre antiche storie letterarie, che spesso si occupano troppo di aneddoti biografici e di fatti esteriori, si presentano alla rinfusa i nomi di questi eruditi, che sembrano essere tutti uomini sommi, avere la stessa fisonomia ed il medesimo merito, mirare a un identico scopo. Ma a noi importa conoscere solo quelli, cui si può attribuire una vera originalità in mezzo al lavoro febbrile che migliaia di altri, i quali già sono caduti o meritano di cadere in oblio, ripetevano meccanicamente. Il nostro scopo non è di dare un catalogo esatto dei dotti e dei loro scritti, ma di studiare la trasformazione letteraria ed intellettuale, che per opera loro si compiè in Italia.

I primi eruditi che si presentano sono amici, discepoli o copisti del Petrarca. Il Boccaccio fu dei più operosi nel secondarlo, raccolse molti codici, ammirò i classici latini e li imitò, promosse lo studio del greco, che fu dei primi a conoscere. Con tutto ciò l'opera sua, come erudito, manca di una vera originalità. I suoi scritti latini sulla Genealogia degli Dei; sulle Donne illustri; sui Nomi dei Monti, delle Selve, dei Laghi, ecc., sono più che altro, una vasta raccolta di antichi frammenti, senza grande valore filologico o filosofico. Ma lo spirito dell'antichità è penetrato in lui per modo, che si manifesta in tutte le sue opere, anche nelle italiane. La sua prosa volgare, infatti, se ne risente per la soverchia imitazione del periodo ciceroniano, e sembra annunziare anch'essa che il trionfo del latino sarà fra poco universale.

Dopo che due uomini come il Petrarca ed il Boccaccio s'erano messi per questa via, Firenze sembrò subito divenire come una grande officina d'eruditi. Discussioni e riunioni di dotti si facevano dappertutto, nei palazzi, nei conventi, nelle ville,[62] fra i ricchi, fra i mercanti, fra gli uomini di Stato: si scriveva; si viaggiava; si mandavano messi per cercare, comprare o copiare codici antichi. Tutto ciò non costituiva ancora un lavoro originale; ma pure si raccoglievano grandi materiali, e s'apparecchiavano i mezzi necessarî ad una vera rivoluzione nel campo delle lettere. L'importanza di questa attività non stava finora nei risultati immediati che si ottenevano; ma nell'energia e nelle forze che s'adoperavano e svolgevano per ottenerli. La città delle associazioni d'arti e mestieri era divenuta la città delle associazioni di letterati.

La prima di queste riunioni si formò nel convento di Santo Spirito, intorno a Luigi Marsigli o Marsili, agostiniano e dottore in teologia, che visse nella seconda metà del secolo XIV. Stato già amico del Petrarca, egli era uomo di mediocre ingegno; ma univa ad una grande ammirazione per gli antichi, una straordinaria memoria, il che lo rendeva adattissimo al conversare erudito: per lungo tempo i dotti fiorentini ricordarono nelle loro lettere il profitto cavato da quelle discussioni. Il Comento fatto dal Marsigli sulla canzone del Petrarca all'Italia, dimostra che egli non s'era ancora separato affatto dalla letteratura del Trecento.[63] I due più noti frequentatori della sua cella, Coluccio Salutati[64] e Niccolo Niccoli,[65] erano però entrati addirittura nella nuova via.

Il Salutati, nato in Val di Nievole l'anno 1331, fu anch'egli amico ed ammiratore del Petrarca; grande promotore dell'erudizione e grande raccoglitore di codici; autore di orazioni, dissertazioni, trattati latini in gran numero, pei quali venne a titolo d'onore, chiamato da Filippo Villani vera «scimmia di Cicerone.» Ma il suo stile poco semplice e non sempre corretto, la confusa erudizione non lo avrebbero fatto passare alla posterità, se le qualità morali non avessero dato anche alla sua opera letteraria una impronta originale. Di un carattere esemplare, amante della libertà, fu nel 1375 eletto segretario della Repubblica, che servì con fede ed ardore grandissimi sino alla morte. Animato dall'amore della patria e delle lettere, liberò lo stile della cancelleria fiorentina da tutte le forme scolastiche, sforzandosi di renderlo classico, ciceroniano, e fu così il primo che si provasse a scrivere le lettere diplomatiche e di affari come opere d'arte, ottenendo a' suoi tempi un successo grandissimo. Si narra che Galeazzo Maria Visconti dicesse di temere più una lettera del Salutati, che mille cavalieri fiorentini; certo è in ogni modo, che quando la Repubblica fu in guerra col Papa, le lettere scritte dal Salutati, il quale col suo stile magniloquente evocava le antiche memorie di Roma, contribuirono assai a far sollevare in nome della libertà molte terre della Chiesa. L'entusiasmo che destavano allora nell'animo degl'Italiani i nomi, le reminiscenze, le forme classiche era davvero singolare.

Ma l'opera del Salutati ebbe anche per l'avvenire conseguenze notevoli. L'aver messo la letteratura a servigio della politica contribuì molto a dare alla prima una importanza sempre maggiore, e ad affrettare quella radicale trasformazione della seconda, che ben presto doveva manifestarsi in Firenze. Alle convenzioni e formole antiche s'andò sostituendo una forma sempre più vera e precisa, la quale, come aveva forzato i letterati a passare dal misticismo alla realtà, così esercitò la sua azione anche sulla condotta degli uomini di Stato, e li indusse a trattar gli affari pigliando norma dalla natura delle cose, a dominare principi e popoli studiandone le passioni, senza lasciarsi vincolare da pregiudizi o tradizioni. In questo modo s'arrivò finalmente alla scienza politica del Machiavelli e del Guicciardini, che dovette alla erudizione più d'uno de' suoi maggiori pregi e difetti. L'uso ed abuso della eloquenza, della logica e della sottigliezza, per ottenere i proprî fini politici, condotto sino alla furberìa ed all'inganno, incominciò ben presto a divenire generale. Il Salutati restò però sempre d'animo sincero ed aperto.[66]

Sino all'ultimo giorno della sua vita egli continuò a studiare, ed a promuovere nella gioventù l'amore dei classici.[67] Aveva 65 anni, quando la voce corsa che Emanuele Crisolora di Costantinopoli sarebbe venuto in Firenze ad insegnare il greco, lo mise fuori di sè per la gioia, e parve ringiovanirlo. Nel 1406 morì in età di 76 anni, e fu sepolto in Duomo con solenni esequie, dopo che la sua vita venne celebrata in un discorso latino, alla fine del quale sul suo cadavere fu messa la corona poetica. D'allora in poi la Repubblica elesse a suoi segretarî quasi sempre uomini celebrati nelle lettere. La lunga serie, incominciata col Salutati, continuò fino a Marcello Virgilio, al Machiavelli, al Giannotti,[68] e l'esempio venne imitato anche nelle altre città italiane.

Niccolò Niccoli ebbe al suo tempo una gran fama, sebbene non fosse punto uno scrittore, ma un semplice raccoglitore intelligente di codici, i quali spesso copiava e correggeva di sua mano. Le cure che spese e i sacrifizî che fece per gli studî classici furono infiniti. Le sue ricerche di codici s'estesero in Oriente ed in Occidente, per mezzo di lettere e commissioni date a chiunque partiva da Firenze, o risiedeva per affari lungi dalla patria. Parco nel vivere, spese tutta la sua fortuna, caricandosi poi anche di debiti, per acquistar codici. La sua attività, la sua perizia eran tali, che da ogni parte si ricorreva a lui per aver notizia di antichi manoscritti; ed a lui devesi, in gran parte, se Firenze divenne allora il gran centro librario del mondo; se potè avere librai intelligenti come Vespasiano da Bisticci, che fu pure il biografo di tutti gli eruditi del suo tempo. Infaticabile si dimostrò il Niccoli anche nel chiamare a Firenze i dotti più reputati d'Italia, perchè venissero adoperati nello Studio o altrove. Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, il Traversari, il Crisolora, il Guarino, il Filelfo, l'Aurispa furono per opera sua invitati. Essendo però molto irritabile, la sua amicizia si mutava facilmente in avversione, ed allora egli perseguitava coloro che aveva protetti, e le sue persecuzioni, pel favore che godeva appo i Medici, erano molto pericolose. A lui ed a Palla Strozzi devesi la riforma dello Studio fiorentino, in cui promossero l'insegnamento del greco. Era così invasato dall'amore degli studî, che, quasi fosse un missionario religioso, fermava per via i ricchi giovani di Firenze, esortandoli a darsi alla virtù, cioè alle lettere latine e greche. Piero de' Pazzi che viveva solamente, come egli diceva, per «darsi bel tempo,» fu uno appunto dei convertiti alla nuova vita dell'erudito.[69]

La casa del Niccoli era un museo ed una biblioteca classica; egli stesso pareva una enciclopedia bibliografica vivente. Aveva raccolto 800 codici, valutati 6000 fiorini.[70] Nè deve oggi esser molto difficile immaginarsi la straordinaria importanza che aveva per gli studî una buona biblioteca, in un tempo nel quale la stampa non era trovata, ed il prezzo d'un codice superava assai spesso le forze degli studiosi, oltre di che non sempre si sapeva dove cercarlo. In tali condizioni, essendo la biblioteca del Niccoli liberamente aperta ad ognuno, tutti accorrevano da lui a studiare, a riscontrare, a copiare, a chiedere aiuti e consigli non mai negati. Circondato d'oggetti greci o romani anche nella sua parca mensa, «a vederlo così antico,» dice Vespasiano, «era una gentilezza.» Le puerilità del suo carattere, e gli scandali alquanto ridicoli della sua vita privata, a causa d'una serva che lo dominava, furono dimenticati per l'ammirazione che destava in tutti il suo zelo sincero, costante e disinteressato per le lettere. Morendo nel 1437, in età di 73 anni, l'unico pensiero che ebbe fu quello d'assicurare al pubblico l'uso de' suoi libri, che infatti formarono la prima pubblica biblioteca in Europa, mercè le cure de' suoi esecutori testamentarî, e la munificenza di Cosimo de' Medici, che rinunziò al credito che aveva di 500 fiorini, pagò altri debiti del Niccoli, e, ritenendo per sè una parte dei codici, ne pose in San Marco, ad uso del pubblico, quattrocento i quali aumentò poi a sue spese.[71]

Una terza riunione di dotti tenevasi nel convento degli Angioli, dove era Ambrogio Traversari, nato in Portico di Romagna l'anno 1386, e nominato generale dei Camaldolesi nel 1431. Uomo accorto ed ambizioso, amicissimo dei Medici, che insieme col Niccoli, col Marsuppini, col Bruni ed altri non pochi frequentavano la sua cella, aveva un gran tatto per conservare le amicizie anche dei più permalosi, e per tener viva la discussione, ma ben poca originalità letteraria. Fece traduzioni dal greco; scrisse un'opera intitolata Hodaeporicon, in cui si trovano varie notizie letterarie e le descrizioni de' suoi viaggi; ma le Epistolae sono l'opera sua principale, perchè le molte relazioni che ebbe con i dotti del suo tempo, ne fanno un monumento importante per la storia di quel secolo. Tutto questo però non basta a giustificare la gran fama che ebbe allora, la quale si mantenne viva anche più tardi, perchè il Mehus, pubblicandone le Epistolae, cercò, nella prefazione e nella biografia che le precede, di raccogliere intorno a lui la storia letteraria di quel secolo.

Infinito sarebbe il numero delle riunioni di dotti, se volessimo ricordarle tutte; in ogni modo però non è possibile dimenticare la casa dei Medici, ove ognuno di essi trovava accoglienza, protezione, ufficî. Colà si riunivano anche gli artisti e gli stranieri di qualche fama. Quasi tutti i più ricchi Fiorentini erano allora cultori o protettori delle lettere. Roberto dei Rossi, conoscitore del greco, passò la vita celibe nel suo studio, ed insegnò a Cosimo de' Medici, Luca degli Albizzi, Alessandro degli Alessandri, Domenico Buoninsegni. Il Nestore poi di questi aristocratici eruditi era Palla Strozzi, colui che col Niccoli riformò lo Studio fiorentino; che pagò di suo buona parte della somma necessaria per farvi venire ad insegnar greco il Crisolora, e spese moltissimo per avere codici antichi da Costantinopoli. Esiliato, senza giuste ragioni, si può dire anche iniquamente, da Cosimo dei Medici, all'età di 62 anni, si fece animo a sopportare questa sventura, e la perdita che ebbe poi della moglie e di tutti i figli, studiando a Padova sugli antichi autori fino all'età di 92 anni, quando scese nella tomba.[72]

E finalmente bisogna ricordar lo Studio fiorentino. In generale le Università italiane erano state sedi della cultura medievale e scolastica; l'erudizione era cominciata fuori di esse, spesso anche contro di esse. Ma a Firenze può dirsi invece che lo Studio fiorì e decadde con la erudizione. Fondato nel dicembre del 1321, languì, ora chiuso ed ora riaperto, fino al 1397, quando il Crisolora, coll'insegnamento del greco, iniziò da Firenze l'ellenismo in Italia. Più tardi decadde di nuovo, ma fu poi nel 1414 riformato per opera del Niccoli e dello Strozzi, i quali, valendosi d'un'antica legge, secondo cui gl'insegnanti non dovevano essere Fiorentini, vi chiamarono i più celebri uomini d'Italia e di Grecia, il che valse sempre più ad unire la cultura latina con la greca, e l'erudizione fiorentina con l'italiana. Nel 1473 lo Studio venne da Lorenzo de' Medici trasferito a Pisa, dove fu riaperta la celebre Università; ma a Firenze restarono alcune cattedre di lettere e di filosofia, occupate sempre da uomini celebri.[73]

Questo gran moto di studî, che abbiamo finora esaminato, non aveva prodotto, dopo del Petrarca e del Boccaccio, nessun uomo di grande ingegno. Tutto era stato un raccogliere, copiare, correggere codici; si erano apparecchiati i materiali per un nuovo progresso letterario, che però non era cominciato. Lo scrivere italiano era decaduto, ed il latino non aveva acquistato ancora qualità originali: abbiamo visto grammatici, bibliofili e bibliografi, non veri scrittori. Ma a poco a poco cominciò una nuova generazione d'eruditi, che manifestavano un vero e fino allora insolito valore. Questo era il resultato d'un processo naturale. Gli scrittori, sentendosi finalmente padroni della lingua latina, si cominciavano ad esprimere con una libertà e spontaneità, che dètte origine a nuove qualità letterarie ed anche filosofiche, ad una nuova letteratura. Le questioni grammaticali, esaminate e discusse da uomini di così acuto ingegno e di gusto così fine, com'erano allora gl'italiani, si trasformavano inevitabilmente in questioni filosofiche, il che fu principio di un nuovo progresso scientifico.

Ma vi furono ancora cause estrinseche, le quali affrettarono e provocarono una così notevole trasformazione, e prima fra queste fu lo studio del greco. Con esso vennero a contatto non solo due lingue, ma due letterature, due filosofie, due civiltà diverse. S'allargò ad un tratto l'orizzonte intellettuale, giovando a ciò non solo la maggiore originalità del pensiero e della lingua greca, ma ancora l'essere l'uno e l'altra molto diversi dalla lingua e dal pensiero latino. La mente italiana era così costretta ad uno sforzo maggiore, quasi ad un più lungo e difficile viaggio ideale, che richiedeva e svolgeva una maggiore energia intellettuale. Nel Medio Evo la lingua greca era stata assai poco nota in Italia; e molto fu esagerata la cognizione che n'ebbero in Calabria i monaci di San Basilio. I due Calabresi, Barlaam e Leonzio Pilato, l'avevano empiricamente appresa a Costantinopoli, ed il primo di essi ne insegnò i rudimenti al Petrarca, che, nonostante il grande ardore d'apprenderla, restò sempre col suo Omero dinanzi, senza capirlo.[74] Il secondo fu tre anni professore a Firenze, per opera del Boccaccio, che fece così istituire la prima cattedra di greco in Italia. Ma dal 1363 al 1396 questo insegnamento, che era stato abbastanza povero, tacque di nuovo. Gl'Italiani che volevano averlo, si trovarono, come il Guarino ed il Filelfo, costretti ad andare fino a Costantinopoli. E i primi profughi greci venuti fra noi giovarono meno assai che non si crede, perchè essi, ignorando l'italiano, conoscendo poco il latino, e molto spesso non essendo neppure uomini di lettere, non erano punto in istato di soddisfare una passione che pure stimolavano vivamente colla loro presenza. L'elezione di Emanuele Crisolora a professore dello Studio nel 1396 incominciò veramente un'èra nuova per l'ellenismo in Italia. Già professore a Costantinopoli, e vero uomo di lettere, egli potè dare un efficace insegnamento, ed ebbe per alunni i primi letterati di Firenze. Roberto de' Rossi, Palla Strozzi, Poggio Bracciolini, Giannozzo Manetti, Carlo Marsuppini andarono subito a seguire le sue lezioni. Leonardo Bruni, che allora studiava legge, nel sentire che si poteva finalmente apprendere la lingua d'Omero, e bere alla prima sorgente del sapere, lasciò tutto per poter divenire, come divenne, uno dei più celebri ellenisti del suo tempo.[75] Da quel momento chi non sapeva il greco, fu in Firenze un dotto a metà. E lo studio di questa lingua fece subito rapidi progressi, per l'arrivo di nuovi profughi, i quali erano in generale più colti dei primi, e trovavano il terreno meglio apparecchiato.[76] A tutto ciò s'aggiunse nel 1439 il Concilio fiorentino, che doveva riunire la Chiesa greca e la latina, ma valse invece ad unire lo spirito letterario di Roma e di Grecia. Il Papa ebbe bisogno d'interpetri italiani per capire i rappresentanti della Grecia, e così gli uni come gli altri, indifferenti del pari alle questioni religiose, quando s'avvicinarono, passarono subito dalla teologia alla filosofia, che in generale soleva essere anche più delle lettere coltivata dai Greci. Giorgio Gemisto Pletone il più dotto fra quelli che allora vennero in Italia, ammiratore entusiasta di Platone, seppe infondere la sua ammirazione in Cosimo de' Medici, e così ebbe origine l'istituzione dell'Accademia Platonica. Un grande ardore, una singolare operosità intellettuale cominciarono allora in Firenze, e noi vediamo finalmente da un lato apparire la nuova originalità letteraria, da un altro il principio d'un risorgimento filosofico.[77]

L'erudito che prima di tutti si dimostra adesso scrittore originale, è Poggio Bracciolini, nato a Terranuova presso Arezzo, l'anno 1380. Studiato il greco col Crisolora, andò con Giovanni XXIII al Concilio di Costanza, facendo parte della Curia, e vestendo l'abito ecclesiastico, senza aver preso gli ordini sacri, il che era assai comune fra gli eruditi, i quali, purchè non avessero moglie, si assicuravano così molti dei vantaggi serbati ai preti, di cui solevano dir pure un grandissimo male. Annoiato ben presto delle dispute e contese religiose, il Bracciolini si pose a viaggiare, ed in una sua lettera descrisse mirabilmente la cascata del Reno e i bagni di Baden, facendo di tutto ciò una pittura così viva da potersene anche oggi riconoscere la fedeltà.[78] Il suo latino, quantunque assai più corretto di quello dei predecessori, non manca di molti italianismi e neologismi; ma ha una spontaneità e vivacità tale che sembra una lingua viva: non è una semplice riproduzione, ma un vero e proprio rinascimento. E di certo il fiore dell'umanesimo dobbiamo cercarlo nel Poggio ed in altri suoi contemporanei, non già in coloro che, come il Bembo ed il Casa, ci dettero una imitazione più fedele, ma anche più meccanica e materiale. Dimenticando dizionarî e grammatiche, egli sente il bisogno di scrivere come parla; s'esalta in presenza della natura; cerca il vero e ride dell'autorità; ma resta pur sempre un erudito, il che non bisogna mai dimenticare. L'anno 1416 assisteva al processo ed al supplizio di Girolamo da Praga, descrivendo poi tutto in una sua lettera notissima al Bruni. È singolare l'indipendenza di spirito, con cui questo erudito della Curia papale ammirava l'eroismo del precursore di Lutero, proclamandolo degno della immortalità. Ma che cosa ammirava in lui? Non il martire, non il riformatore; dichiarava anzi che, se Girolamo aveva detto qualche cosa contro la fede cattolica, meritava il supplizio che ebbe. Ammirava in lui il coraggio d'un Catone e d'un Muzio Scevola; ammirava «la voce chiara, dolce, sonora; il gesto dignitoso e bene adatto ad esprimere lo sdegno o a muovere la compassione; l'eloquenza e la dottrina, con cui vicino al rogo citava Socrate, Anassagora, Platone, i Santi Padri.»[79]

Ben presto noi lo vediamo allontanarsi da Costanza per fare lunghi viaggi. Percorse la Svizzera e la Germania, cercando nei conventi antichi manoscritti, dei quali fu il più fortunato scopritore in quel secolo. A lui si debbono opere di Quintiliano, Valerio Flacco, Cicerone, Silio Italico, Ammiano Marcellino, Lucrezio, Tertulliano, Plauto, Petronio, ecc. Quando la notizia di queste scoperte arrivava a Firenze, la Città tutta era in gioia. Il Bruni gli scriveva, a proposito specialmente della scoperta di Quintiliano: «Tu sei ora divenuto il secondo padre dell'eloquenza romana. Tutti i popoli d'Italia dovrebbero muoversi per venire incontro al grande scrittore, che hai liberato dalle mani dei barbari.»[80] Molti altri lo imitavano allora in queste ricerche di codici. Dell'Aurispa s'affermava che ne aveva portati da Costantinopoli 238; del Guarino si ripeteva la favola che lo diceva incanutito ad un tratto, per avere in un naufragio perduti i molti codici che portava d'Oriente.[81] Ma nessuno fu mai operoso e fortunato quanto il Bracciolini.

In Inghilterra, presso il cardinale di Beaufort, egli trovossi come isolato, in una società di ricchi aristocratici senza cultura, che passavano gran parte della vita mangiando e bevendo.[82] In quei desinari, che lo tenevano a tavola perfino quattro ore di seguito, egli era costretto ad alzarsi e lavarsi gli occhi con acqua fresca, per non addormentarsi.[83] Pure il paese offeriva, per la sua novità, vasto campo alle osservazioni del Bracciolini, il quale fin d'allora assai acutamente, fra le altre cose, scorgeva il carattere proprio dell'aristocrazia inglese.[84] Infatti, sebbene venisse da Firenze, già tutta democratica, egli notava con sua grande maraviglia, che colà i mercanti arricchiti, i quali si ritiravano in campagna, a vivere delle loro rendite nelle proprie ville, erano dai nobili accolti e trattati alla pari. E così all'accorto viaggiatore del secolo XV non sfuggiva sin d'allora ciò che solamente parecchi secoli dopo notarono gli storici, che cioè l'aristocrazia inglese assai più facilmente delle altre si mescola con la borghesia e col popolo, di cui sostiene gl'interessi, a differenza di quanto avvenne nei paesi latini, dove essa rimase sempre separata ed ostile al popolo, che perciò ne volle la rovina. Ma la novità del paese, la varietà dei costumi e dei caratteri, le quali a Poggio Bracciolini mai non sfuggivano, che occupavano anzi di continuo la sua attenzione, non bastavano a compensarlo del poco conto in cui erano colà tenuti i dotti, e quindi sospirava l'Italia.

Ben presto, infatti, lo troviamo a Roma segretario della Curia romana, al tempo di Martino V. Ivi egli era di nuovo nel suo elemento. Passava le lunghe serate d'inverno coi suoi colleghi in una stanza della Cancelleria, che chiamavano il Bugiale, sive mendaciorum officina, perchè in essa raccontavano aneddoti veri o falsi, più o meno osceni, coi quali ridevano del Papa, dei cardinali, dei dommi stessi della religione, in difesa della quale scrivevano i Brevi. La mattina attendeva al suo ufficio che gli dava poco da fare, e poi componeva opere letterarie, fra cui furono allora i dialoghi sull'Avarizia e sull'Ipocrisia, vizî che egli diceva proprî del clero, che perciò flagellava a morte. Ma in questa specie di satire non si trova mai una seria intenzione; è invece lo stesso spirito mordace e scettico dei nostri comici e novellieri, che come lui ridevano della religione che professavano. Questi cercavano dipingere i costumi del tempo; gli eruditi volevano principalmente far prova di possedere il latino in modo da saper trattare argomenti sacri e profani, serî, comici ed osceni. Ecco tutto. Non c'era mai da sperare nessun alto scopo morale.

Il Bracciolini, infatti, che flagellava i corrotti costumi del clero, menava poi una vita tutt'altro che morigerata. E quando il cardinale di Sant'Angelo, scrivendo, gli faceva il rimprovero d'aver figli, il che non conveniva ad un ecclesiastico, e di averli poi da una concubina, il che non conveniva ad un laico, egli, senza punto sgomentarsi, rispondeva: «Ho figli, il che conviene ad un laico; li ho da una concubina, il che è antico costume del clero.» E, continuando la lettera, raccontava d'un abate il quale presentò a Martino V un suo figlio, ed essendone da lui biasimato, gli diceva, fra le risa della Curia, che ne aveva ben altri quattro, prontissimi sempre a prendere le armi per sua Santità.[85]

Venuto a Firenze con papa Eugenio IV, si trovò in mezzo ai dotti qui radunati, e fu subito in dispute assai violenti coll'irrequieto Filelfo, che insegnava allora nello Studio. Questi, essendo stato a Costantinopoli dove aveva preso una moglie greca, era quasi il solo in Italia che allora parlasse e scrivesse la lingua di Platone e d'Aristotele. Colla sua sconfinata vanità, col suo carattere irrequieto non dava pace a nessuno: attaccò i Medici e finì col doversi allontanare da Firenze. Allora cominciò a scrivere satire contro i dotti già stati suoi amici e colleghi, ed il Bracciolini gli rispose colle sue Invettive. Fu una guerra d'accuse indecenti, nella quale i due eruditi, ingiuriandosi crudelmente, facevano gara di abilità retorica e di maestria nella conoscenza del latino. Il Filelfo aveva il vantaggio di scrivere in versi, e quindi le sue ingiurie si ritenevano più facilmente a memoria; ma il Bracciolini, avendo maggiore ingegno e brio, scrivendo in prosa, poteva più facilmente dire tutto quello che voleva. Egli respingeva le ingiurie che «il Filelfo aveva vomitate dalla fetida cloaca della sua bocca,» ed attribuiva l'indecenza del linguaggio di lui alla educazione che aveva ricevuto dalla madre, «il cui mestiere era stato, diceva, di vuotar budella d'animali: così il fetore di lei emanava ora dal figlio.»[86] Lo accusava d'aver sedotto la figlia del proprio maestro, per sposarla e poi venderne l'onore, e finiva offrendogli una corona degna di tanta laidezza.[87] Nè ciò bastava, chè essi s'accusavano anco di vizî che il pudore impedisce oggi di nominare, e di cui i dotti parlavano allora senza ritegno, quasi ridendo, istigati dall'esempio degli scrittori greci e romani.

L'animo rifugge dal pensare che grande rovina morale tutto ciò dovesse portare nello spirito italiano. Ma Poggio scriveva le sue lodate Invettive in una deliziosa villa, dove aveva raccolto statue, busti, monete antiche, di cui si valeva a meglio comprendere l'antichità, ed iniziava così l'archeologia, come aveva già fatto a Roma descrivendone i monumenti. A lui pareva che questo fosse il paradiso dovuto ad uno spirito eletto, ad un letterato enciclopedico, destinato all'immortalità. Aveva allora 55 anni, e per sposare una giovanetta di cospicua famiglia, abbandonò la donna con cui aveva sino allora vissuto, da cui gli erano venuti quattordici figli, quattro dei quali, vivi e legittimati, restarono poi senza averi. Ma rimediò scrivendo un dialogo: An seni sit uxor ducenda, in cui difese la propria causa. Bastava uno scritto in latino elegante a risolvere i più difficili problemi della vita, ed a mettere in pace la coscienza. Per l'erudito del secolo XV, già lo dicemmo, le parole valevano quanto e più dei fatti: lodare con eloquenza la virtù era lo stesso che essere virtuoso. I più grandi uomini della Grecia e di Roma non dovevano forse la immortalità alla eloquenza con cui la loro vita era stata narrata da sommi scrittori? Che sarebbe della fama di Annibale, di Scipione, d'Alessandro, d'Alcibiade senza Livio, senza Plutarco? Chi sapeva scrivere con eloquenza il latino, non solo era sicuro della propria immortalità, ma poteva a suo arbitrio concederla anche agli altri.

Dalla Toscana Poggio tornò a Roma, e sotto il pontificato di Niccolò V, valendosi della grande libertà concessa agli eruditi, pubblicò scritti contro i preti, contro i frati, ed il Liber Facetiarum, in cui raccolse tutte le satire e le oscenità altra volta raccontate nel Bugiale, dicendo chiaro nella prefazione, che il suo scopo era di mostrare come il latino potesse e dovesse essere adoperato a dir tutto. Invano i rigoristi biasimarono questo vecchio che aveva ora settanta anni, e contaminava così la sua canizie: dopo che il Panormita aveva pubblicato l'Hermaphroditus, l'orecchio italiano s'era usato a tutto, e Poggio passava tranquillo il suo tempo nello scrivere oscenità, e nelle dispute letterarie. Una disputa l'ebbe allora col Trapezunzio, e finì a pugni; l'altra l'ebbe col Valla, e questa dètte origine da una parte all'Antidoto contro il Poggio, dall'altra a nuove Invettive. La questione versava sulle proprietà del latino e sui precetti grammaticali sostenuti nelle Elegantiae del Valla, il quale, essendo di un acume critico superiore, ebbe il vantaggio nella controversia. Ma anche qui la gara di oscenità fu scandalosa. Accusato d'ogni più disonesto vizio, il Valla rese pan per focaccia, senza gran fatto occuparsi di difendere sè stesso, anzi spesso dando prova d'un singolare cinismo. Così a Poggio che lo accusava d'aver sedotto la fantesca della propria sorella, rispondeva ridendo d'aver voluto provar falsa l'accusa fattagli dal cognato, che la sua morigeratezza, cioè, non derivasse da virtù dell'animo.[88] S'ingannerebbe però assai chi volesse dalla violenza delle ingiurie misurare la forza delle passioni. Le Invettive erano quasi sempre semplici esercizî retorici; i due contendenti scendevano nell'arena come istrioni venuti a dare spettacolo della loro destrezza e della loro nudità. Se però le passioni non erano reali, reale era pur troppo il danno morale che risultava da sì misero spettacolo.

Abbandoniamo dunque questo terreno fangoso e passiamo ad altro, giacche siamo ancora lontani dall'avere descritta tutta la prodigiosa attività del nostro autore. Le orazioni erano, dopo le epistole, il genere più popolare fra gli eruditi. In esse raccoglievano tutte quante le reminiscenze dell'antichità, e tutte quante le figure retoriche. La memoria era spesso la sola facoltà veramente necessaria al buon successo: — aveva una memoria eterna, citava tutti quanti gli autori antichi, — era l'elogio che Vespasiano soleva fare ai più celebri di questi oratori, i quali sembravano aver dei florilegi, cui ricorrere per ispirare la propria eloquenza. Si trattava d'un generale, e ricordavano tutte le grandi battaglie; si trattava d'un poeta, e si sciorinavano precetti di Orazio o di Quintiliano. Il soggetto principale svaniva dinanzi al bisogno di far servire tutto come un'occasione a render sempre più familiare l'antichità: lo stile era falso, l'artifizio continuo, le esagerazioni innumerevoli, e le orazioni funebri riuscivan sempre apoteosi. Un giorno che il Filelfo voleva accusare un suo persecutore, salì la cattedra, e cominciò in italiano: «Chi è cagione di tanti suspecti? Chi è principio di tante ingiurie? Chi è autore di tanti oltraggi? Chi è costui, chi è? Nominerò io tal mostro? Manifesterò io tal Cerbero? Dirollo io? Io certo il debbo dire, io il dico, io il dirò, se la vita n'andasse. Egli è il maledico ed il prodigioso, il detestabile ed abominevole.... Ahi! Filelfo, taci, non dire per Dio! Abbi pazienza. Chi sè medesimo contenere non può, male potrà alcun altro d'intolleranza e d'incostanza ammaestrare.»[89] Ecco ciò che allora sembrava modello d'eloquenza; e però non aveva torto Pio II, quando diceva che un'orazione fatta con arte poteva commovere solo gente di volgare intelligenza.[90] Il cardinale di Estouteville, francese di buon gusto, ascoltando l'elogio di S. Tommaso d'Aquino fatto dal Valla, ebbe ad esclamare: ma quest'uomo è impazzato![91] Eppure quelle orazioni erano allora talmente in voga, che nelle paci, nelle ambascerie, in tutte le solennità pubbliche o private, non poteva farsene a meno. Ogni corte, ogni governo, qualche volta anche le ricche famiglie, avevano il loro oratore ufficiale. E come oggi di rado v'è festa senza musica, così allora un discorso latino in versi o in prosa era il migliore trattenimento d'una società culta. Molti ne furono dati alle stampe, ma sono la parte minore; le biblioteche italiane ne contengono centinaia ancora inediti. Eppure in tutta questa abbondanza non si trovano mai esempi di vera eloquenza, se facciamo eccezione d'alcune fra le orazioni di Pio II, il quale non parlava sempre per mero esercizio letterario, ma spesso anche per giungere ad un fine determinato, ed allora non affogava nella retorica. Poggio Bracciolini era tenuto uno dei gran maestri del genere, e non mancò anch'egli di fare molte orazioni, specialmente in lode dei letterati amici che morivano. La facilità dello stile che pur cadeva spesso in verbose lungaggini, il brio, la disinvoltura ed il buon senso lo rendono più leggibile degli altri, ma non eloquente.

Gli ultimi anni della sua vita li passò a Firenze, dove, per la morte di Carlo Marsuppini (24 aprile 1453), fu nominato segretario della Repubblica, e scrisse il suo ultimo lavoro, che fu la Storia di Firenze dal 1350 al 1455. In quest'opera egli, come aveva già fatto Leonardo Bruni, abbandonò la via tenuta dai cronisti fiorentini, e non ebbe la vivacità ed evidenza di cui essi avevano dato così splendide prove. Non vi si trova mai un aneddoto, non un racconto ritratto dal vero; non si scopre mai una conoscenza personale degli avvenimenti, in mezzo ai quali l'autore era pure vissuto, partecipandovi. Egli sembra narrare fatti greci e romani; non parla mai delle interne vicende della Repubblica, e noi assistiamo solo a grandi battaglie, a lunghi e solenni discorsi latini di Fiorentini vestiti sempre alla romana. Poggio in sostanza mira principalmente ad imitare l'epica narrazione di Livio, e se questo gli fa perdere le spontanee qualità dei cronisti, l'obbliga pure a cercare un legame, se non scientifico e logico, almeno letterario tra i fatti, e la cronaca così comincia a trasformarsi nella storia. Il Bruni è assai superiore per critica storica, il Bracciolini per facilità di stile, spesso però diviene verboso. Questi fu dal Sannazzaro accusato di soverchia parzialità per la sua patria;[92] ma ciò dipende in gran parte dall'attitudine che assume, parlando sempre di Firenze come se fosse la repubblica romana.

Se Poggio Bracciolini fu il principale rappresentante di questo secondo periodo della erudizione italiana, non fu il solo; si trovò anzi in mezzo ad una schiera numerosa d'altri dotti, e fra questi il più celebre era Leonardo Bruni, nato nel 1369 in Arezzo, e chiamato perciò l'Aretino. Noi lo abbiam visto già all'arrivo del Crisolora in Firenze, abbandonare lo studio del diritto, per darsi tutto al greco; ed il profitto che fece fu tale da poter ben presto tradurre non solo i principali storici ed oratori, ma anche i filosofi greci. Con ciò egli rese un immenso servigio alle lettere, perchè le sue versioni furono le prime in cui i classici greci vennero fedelmente tradotti dall'originale, nè solo in un latino elegante, ma senza essere alterati dalle idee del traduttore; e perchè comparivano nel momento appunto in cui il bisogno di averle era universale. Le versioni dell'Apologia di Socrate, del Fedone, del Critone, del Gorgia, del Fedro di Platone, e quelle dell'Etica, dell'Economica, della Politica d'Aristotele, furono un vero e proprio avvenimento letterario. Da un lato veniva rivelata la filosofia platonica, fino allora quasi sconosciuta in Italia; da un altro compariva finalmente quello che fa chiamato il vero Aristotele, ignoto al Medio Evo. Gli eruditi potevano adesso ammirare quella eloquenza, che il Petrarca aveva cercata invano nell'Aristotele travestito e quasi barbaro de' suoi tempi; non erano più costretti a studiare uno scolastico invece del filosofo greco. Così il Bruni dètte un impulso grandissimo alla filosofia ed alla critica. Il suo era infatti un ingegno critico, come apparisce anche dalle Epistole, nelle quali troviamo per la prima volta sostenuta l'opinione che l'italiano sia derivato dal latino parlato, diverso dallo scritto, e ciò con argomenti tali, che l'umanista del secolo XV sembra qualche volta un vero precursore della filologia moderna.[93]

Queste qualità si vedono anche meglio ne' suoi lavori storici, primo dei quali è la Storia di Firenze dalle origini sino al 1401. Di essa noi dobbiamo dare giudizio diverso di quello già espresso sulla Storia del Bracciolini, che ne è la continuazione. Questi, come dicemmo è superiore per la grande facilità dello stile, ma è vinto di gran lunga per lo spirito critico, e per l'esame delle fonti. Il Bruni ricorre anche, il che è notevolissimo, ai documenti d'Archivio, e si occupa assai più dei fatti interni della Repubblica.[94] Più di una volta, come avremo occasione di vedere, egli ci apparisce come un precursore delle Storie del Machiavelli. Tuttavia anche in lui troviamo la stessa tendenza a vestire i Fiorentini alla romana, la stessa mancanza di colorito locale, gli stessi lunghi discorsi retorici, messi in bocca dei personaggi storici per la irresistibile passione d'imitare gli antichi.[95]

Leonardo Aretino era uomo di grandissima autorità personale in Firenze, dove ebbe molti ed importantissimi uffici, fra i quali tenne lungamente quello di segretario della Repubblica.[96] Morto nel 1444, gli successe Carlo Marsuppini d'Arezzo, chiamato perciò Carlo Aretino. Costui scrisse assai poco, e nulla d'importante; pure fu un insegnante di grido, emulo fortunato del Filelfo nello Studio fiorentino, ed ebbe una gran fama, dovuta principalmente alla sua memoria, che gli faceva fare gran figura nei pubblici discorsi. La sua prima Prolusione fu applauditissima, perchè, secondo dice Vespasiano, «non ebbono i Greci nè i Latini scrittore ignuno, che messer Carlo non allegasse quella mattina.»[97] Egli ostentava un gran disprezzo pel Cristianesimo, ed una grande ammirazione per la religione pagana.[98] A lui come al Bruni furono dalla Repubblica decretati solenni onori funebri. Ambedue ebbero sulla bara la corona poetica; ambedue riposano, l'uno di fronte all'altro, in Santa Croce, sotto due monumenti del pari eleganti, con due iscrizioni del pari pompose, quasi seicentistiche, sebbene grande fosse la distanza che passava dall'ingegno dell'uno a quello dell'altro. L'elogio funebre del Marsuppini venne letto dal suo scolare Matteo Palmieri, quello del Bruni, invece, da un altro letterato di sommo grido, e riuscì un avvenimento solenne. In mezzo alla pubblica piazza, accanto alla bara, su cui era il cadavere del Bruni col volume della sua Storia Fiorentina sul petto, in presenza dei magistrati della Repubblica, incominciò a leggere Giannozzo Manetti, che da molti era tenuto, massime per le orazioni, il primo letterato allora vivente. Eppure chi legge adesso questa Orazione, resta maravigliato, e non sa comprendere come in un secolo tanto culto e tanto ammiratore dei classici, si potesse, con un gusto così barocco, riscuotere così universali applausi. Egli incomincia col dire che, se le Muse immortali (immortales Musae divinaeque Camoenae) avessero potuto fare un discorso latino o greco, e piangere in pubblico, non avrebbero lasciato fare a lui quella solenne orazione. Viene poi a parlar della vita del Bruni, ed, arrivato al tempo in cui fu segretario della Repubblica, percorre la storia di Firenze. Tocca delle opere di lui, e poi si distende a ragionare degli scrittori greci e latini, specialmente di Cicerone e di Livio, al di sopra dei quali pone il Bruni, per la gran ragione, che questi non solo traduceva dal greco come il primo, ma scriveva anche storie come il secondo, così riunendo in sè i pregi dell'uno e dell'altro. Avvicinatosi il momento, in cui doveva mettere la corona sulla testa del morto amico, parlò dell'antichità di questo uso e delle varie corone: civica, muralis, obsidionalis, castrensis, navalis, continuando la descrizione per cinque grosse pagine di fittissimo carattere. Affermò che il Bruni meritava la corona come vero poeta, e subito s'abbandonò ad una serie di vuote frasi, per spiegare che significhi la parola poeta, che sia la poesia, e finalmente conchiudeva con una pomposa apostrofe, coronando «il felice ed immortale sonno della maravigliosa stella dei Latini.»[99] Strana è veramente questa gonfiezza di stile in coloro che passavano la vita studiando, imitando i classici!

Il Manetti era nato a Firenze nel 1396, ed in età di 25 anni, morto il padre, lasciò il banco per darsi allo studio con tanto ardore, che dormiva solo cinque ore. Dalla sua casa aprì un uscio che dava nel giardino del convento di Santo Spirito, ove andava a studiare, e per nove anni non passò l'Arno.[100] Imparò il latino, il greco, l'ebraico; aveva una grande facilità di scrivere, una memoria «eterna, immortale,» secondo la solita espressione di Vespasiano. Ma il pregio di quest'uomo era più che altro nel suo carattere morale. Pratico degli affari, religioso, fermo, onestissimo, gli studi lo condussero a formarsi un alto ideale della vita, al quale si mantenne sempre fedele nei molti uffici che gli furono affidati. Vicario o Capitano della Repubblica in più città lacerate dalle fazioni, riuscì a dare sentenze severissime, a porre gravi tasse, senza mai essere accusato di parzialità. Ricusava anche i donativi d'uso, dando invece del suo a chi ne abbisognava, portando la concordia e la pace per tutto. Le ore d'ozio passava scrivendo la vita di Socrate e di Seneca, De dignitate et excellentia hominis, la storia delle città in cui si trovava. Ma il suo caval di battaglia, come erudito, furono le orazioni, che fece nelle molte ambascerìe, cui venne inviato appunto per la grandissima fama d'oratore che s'era guadagnata. A Roma, a Napoli, a Genova, a Venezia venne accolto come un principe; e la sua reputazione era tale, che solo a lui riescì, con una lettera latina, di farsi rendere dal capitano Piccinini otto cavalli che i soldati di lui gli avevano rubati. Essendo andato a rallegrarsi in nome della repubblica fiorentina per la elezione di Niccolò V, la gente accorse dalle città vicine, ed il Papa lo ascoltò con tale attenzione, che un prelato accanto gli toccò più volte il gomito, credendolo addormentato. «Finita l'orazione, a tutti i Fiorentini fu tocca la mano, come se avessino acquistato Pisa e il suo dominio;»[101] e i cardinali veneziani scrissero subito al loro governo, che bisognava mandare a Roma un oratore simile al Manetti, altrimenti ne andava il decoro della Serenissima. A Napoli il re Alfonso sembrava «una statua sul trono,» quando parlò il Manetti. Eppure questi era un oratore senza originalità: i suoi discorsi, d'uno stile gonfio e falso, sono centoni di notizie diverse, florilegi di frasi latine. Ma ciò appunto era quello che piaceva allora, perchè dimostrava la sua vasta lettura, la sua grande memoria, la sua prodigiosa facilità di cucire insieme periodi sonori. Scrisse molte storie e biografie che, senza la vivacità dei cronisti antichi, non hanno neppure i pregi dell'Aretino e del Bracciolini. I suoi trattati filosofici sono vuote dissertazioni; le sue molte traduzioni dal latino e dal greco non hanno la importanza di quelle dell'Aretino, che lo aveva preceduto; le sue versioni del Salterio dall'ebraico e del Nuovo Testamento dal greco mostrano che era poco contento della Volgata; ma s'ingannarono coloro che vollero in ciò vedere un ardimento religioso, di cui egli era incapace. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati dall'invidia che l'obbligò a lasciare Firenze; ma trovò protezione a Roma ed a Napoli, dove morì, stipendiato da Alfonso d'Aragona, il 26 ottobre 1459.

Sebbene la grande reputazione del Manetti sia oggi assai decaduta, pure egli merita un posto d'onore nella storia del secolo XV, perchè la sua vita dimostra chiaramente come non vi sia professione nè secolo corrotto in modo da impedire ad un uomo di serbare una vera nobiltà di animo. Quella stessa erudizione pagana, che lasciava dietro di sè tante rovine morali in Italia, a lui valse invece per levare in alto il proprio spirito. Ed invero è un grande errore, quantunque assai comune, il condannare con una sentenza generale il carattere di tutti gli eruditi. Noi abbiamo già dovuto ammirare Coluccio Salutati e Palla Strozzi; molti altri potremmo citare anche fra i meno noti. Basta leggere il biografo Vespasiano, di cui si può biasimare la troppa ingenuità, ma non si può mettere in dubbio l'ammirazione sincera per la virtù. Egli ci parla di messer Zembrino da Pistoia, che insegnava «non solo lettere, ma costumi,» e, lasciato ogni altro ufficio, «per vivere alla filosofia,» parco e morigerato, dava tutto il suo ai poveri, cibandosi come un eremita; ed era «di un animo interissimo, libero, senza dolo e fraude ignuna, come vogliono esser fatti gli uomini.» Parlando di maestro Paolo fiorentino, dotto in greco, in latino e nelle sette arti liberali, dato anche all'astrologia, aggiunge, che non conobbe mai donna; dormiva vestito sopra un'asse, accanto allo scrittoio; nutrivasi di erbe e di frutta; «solo era volto alla virtù, e quivi aveva posto ogni sua speranza.... Quando non istudiava, andava alla cura di qualche suo amico.»[102] Tutto ciò per altro non può far dimenticare, che la maggior parte di essi erano bensì uomini dati con ardore allo studio, ma pur troppo senza carattere. Il perenne esercizio della mente in questioni assai spesso di pura forma; la vita vagabonda di cortigiani costretti a guadagnarsi il pane con elogi venduti; le continue gare; la mancanza d'ogni sentimento di fratellanza o di casta nel lavoro e nell'ufficio comune che adempivano, e la demolizione che cinicamente facevano di ogni cosa più sacra, non potevano certo contribuire a nobilitare il loro carattere. Se si aggiunge poi, che tutto ciò seguiva in un momento nel quale la libertà era già spenta, la società decadeva, la religione veniva scandalosamente profanata dai Papi stessi, allora solamente si capirà che profonda corruzione morale dovesse ritrovarsi in Italia, quando questi eruditi erano i predicatori della virtù, i distributori della gloria, i rappresentanti della pubblica opinione. Ma ciò non deve impedirci di riconoscere gli onesti, che si salvarono dal generale naufragio. Se non si tien conto di tutti gli elementi di cultura e della diversa indole degli uomini che vissero in quel secolo, si corre pericolo di non poter mai più intendere come lo spirito italiano sapesse allora, fra tanti pericoli, trovare in sè stesso la forza necessaria a promuovere uno straordinario progresso intellettuale, evitando una totale rovina morale, a cui forse ogni altro popolo in simili condizioni sarebbe andato soggetto.

3. — GLI ERUDITI IN ROMA.

Dopo Firenze, la città di maggiore importanza per le lettere è di certo Roma. I Papi sin dai tempi del Petrarca cominciarono a sentire il bisogno di far scrivere i loro Brevi da qualche dotto in latino. E sotto Martino V gli eruditi della Curia già pretendevano nelle pubbliche funzioni d'aver la precedenza sugli avvocati concistoriali, di cui parlavano con disprezzo.[103] Fra di essi, come già vedemmo, Poggio Bracciolini primeggiava, e con lui si trovavano altri di minor fama, come Antonio Lusco, scrittore di epistole in versi e di epigrammi, che aveva cavato dalle Orazioni di Cicerone le regole della retorica, e composto così un formulario da servirsene per trattare in linguaggio classico gli affari della Curia.[104] Gli eruditi però, che a Firenze avevano una vera importanza sociale, ed una grande indipendenza, a Roma invece erano in ufficî subordinati, nei quali spesso guadagnavano bene, ma in sostanza potevano solo aspirare alla condizione di cortigiani favoriti. Tuttavia ogni giorno crescevano di numero, entrando nell'Abbreviatura, dove si trovarono sino a cento scrittori di Brevi, o nella privata segreteria del Papa, dove si portava l'abito ecclesiastico senza obbligo di prendere gli ordini sacri. L'ufficio di abbreviatore era stabile, quello di segretario durava generalmente quanto la vita del Papa; dava però molti incerti guadagni, e la speranza di farsi strada coi possibili favori: ambedue si comperavano a caro prezzo (chè a Roma tutto allora si vendeva), ma il primo era preferito e si pagava di più.[105]

L'età dell'oro per gli eruditi in Roma fu quella di Niccolò V, il quale, potendo, avrebbe portato nella Città Eterna tutti i codici del mondo, tutti i dotti e tutti i monumenti di Firenze. Le economie che fece, e i danari del giubileo nel 1450 gli dettero modo di mettersi all'opera. La Curia e la Segreteria furono subito piene di eruditi che il Papa, il quale conosceva poco o punto il greco, occupava a far traduzioni, pagandole lautamente. Al Valla fu affidata la traduzione di Tucidide, finita la quale ebbe 500 scudi e l'incarico di tradurre Erodoto; al Bracciolini quella di Diodoro Siculo; a Guarino Veronese, che era in Ferrara, quella di Strabone con la promessa di 500 scudi per ogni parte dell'opera; altri ebbero altre commissioni. Solo per una traduzione in versi latini d'Omero, Niccolò V non potè trovare l'uomo adatto, quantunque avesse cercato per tutto, e fatte al Filelfo le più larghe offerte. Anche gli esuli greci Teodoro Gaza, Giorgio Trapezunzio, il Bessarione e molti altri accorsero a Roma, e parecchi di essi ricevettero gli stessi ufficî e le medesime commissioni. La più parte di questi erano però specie d'avventurieri irrequieti, che avevano mutato religione per la speranza di guadagni. Il Bessarione, convertito anch'egli, era invece uomo assai autorevole e sincero, dotto e conoscitore del latino più de' suoi connazionali, cardinale, ricco, gran raccoglitore di codici,[106] e la pretendeva inoltre a Mecenate. Niccolò V lo mandò coll'ufficio di Legato a Bologna, probabilmente, così almeno si disse, per non vederlo quasi suo emulo in Roma.

Tutta questa grande società di traduttori ed emigrati, riuniti dai danari del Papa, si poteva dire un'accozzaglia d'elementi eterogenei. Essa di certo valse assai a diffondere i risultati del lavoro iniziato in Firenze, ma era incapace di opere veramente originali; fece molte utili traduzioni, ma si può anche osservare, che se quelle del Bruni a Firenze avevano aperto una via nuova agli studî, ed erano fatte da un uomo che le aveva intraprese di sua iniziativa, quelle pagate da Niccolò V erano invece lavori di commissione, eseguiti assai spesso da dotti, il cui merito principale non era la cognizione del greco, o da emigrati greci che conoscevano poco il latino. Ciò che di più notevole ed originale produsse questa società romana di dotti, furono opere come le Facezie del Bracciolini, le Invettive dello stesso o l'Antidoto del Valla, con le quali opere abbiam visto che basse ingiurie quegli eruditi si scagliassero fra di loro. Il Papa avrebbe potuto facilmente mettere un freno al poco edificante spettacolo, ma sembrava invece compiacersene. Sotto il suo pontificato però, è necessario notarlo, vennero da coloro che egli proteggeva pubblicate anche opere di argomento grave, e di grandissima importanza; ma queste appunto o non furono scritte in Roma, o non furono incoraggiate da lui.

Era assai naturale che chi aveva formato una così grande officina di traduttori, fondasse ancora una grande biblioteca. Ed infatti, se prima di lui Martino V aveva già cominciato a raccogliere codici; se dopo di lui Sisto IV aprì al pubblico la famosa biblioteca Vaticana, il vero fondatore di essa, come abbiamo altrove accennato, fu Niccolò V. Enoch di Ascoli corse il mondo cercando codici nei conventi, con Brevi che lo raccomandavano, perchè potesse copiare o comprare;[107] Giovanni Tortello, autore d'un Manuale d'ortografia pei copisti,[108] fu il bibliotecario di questo Papa che, secondo Vespasiano, raccolse 5000 volumi, li legò con grandissimo lusso, e spese per essi 40,000 scudi.[109] Oltre di che egli incominciò un grande restauro delle strade, dei ponti, delle mura aureliane; pose le fondamenta d'un nuovo Vaticano; fortificò il Campidoglio e Sant'Angelo; restaurò o costruì di pianta un gran numero di chiese in Roma, Viterbo, Assisi, altrove, e nuove fortezze in molte città dello Stato. Insomma coi consigli dell'Alberti, coll'opera di Bernardo e Antonio Rosselli, Niccolò V seppe trasformare Roma in una grande città monumentale, emulando non solo i Medici, ma i più grandi imperatori antichi.[110]

Da tutto ciò si può facilmente comprendere come senza avere un grande ingegno, egli riuscisse a far passare il suo nome ai posteri. S'aggiunge ancora che il suo pontificato fu illustrato dalla presenza di tre uomini d'ingegno assai singolare, due dei quali adoperati da lui. E sebbene le loro opere più originali o non fossero, come dicemmo, scritte in Roma, o appunto di esse il Papa non sembrasse curarsi affatto, pure gliene venne indirettamente un onore che non meritava.

Il primo di essi fu Lorenzo Valla, che abbiamo veduto tra i segretarî e traduttori, e che aveva per lo innanzi avuto una vita assai avventurosa. Di famiglia piacentina, nato a Roma (1407), si vantava romano. Fino a 24 anni restò in patria dove fu discepolo dell'Aurispa e del Rinucci, ed ebbe anche soccorso di buoni consigli da Leonardo Bruni.[111] Andò poi professore a Pavia, dove subito manifestò il suo carattere irrequieto ed il suo ingegno originale. In quel gran centro di studî legali attaccò fieramente la dottrina del celebre Bartolo, a cagione dello stile barbaro e scolastico di lui. Ignorando, egli diceva, il classico linguaggio dell'antichità, col quale la giurisprudenza romana era e doveva essere scritta, ignorando anche la storia, non poteva Bartolo intendere il vero significato delle leggi di Roma, nè commentarle a dovere. Questa audacia parve un'eresia, e destò tale rumore fra gli studenti di legge, che il povero Valla dovè fuggire da Pavia, ed andare insegnando in altre città.[112]

Pure in mezzo a queste inquietudini, egli dètte alla luce la sua prima opera, De voluptate et vero bono,[113] nella quale troviamo subito un vero pensatore, e vediamo come dall'erudizione nascesse allora lo spirito nuovo del Rinascimento. Ponendo a confronto le dottrine degli stoici e degli epicurei, esaltava il trionfo dei sensi, ribellandosi contro ogni mortificazione della carne. — Scopo della vita, egli dice francamente, sono la felicità, il piacere, e noi dobbiamo cercarli, perchè la natura ce lo impone. La virtù stessa, che deriva dalla volontà e non dall'intelletto, è un mezzo per giungere alla beatitudine, che è la felicità vera, sempre incompiuta su questa terra. Noi non possiamo colla ragione spiegar tutto: i dommi della religione restano spesso un mistero, e la filosofia cerca solo, se può, di esporli razionalmente; non è possibile neppure conciliare il libero arbitrio colla preveggenza divina. La scienza si fonda sulla ragione, che è in armonia colla realtà delle cose; sulla natura, che è Dio stesso. La verità si manifesta in una forma semplice, precisa, vera; la logica e la retorica son quasi una sola e medesima cosa; uno stile confuso e scorretto accusa verità mal comprese, una scienza falsa o incompiuta. — E quindi egli attaccava fieramente la scolastica, Aristotele, Boezio, facendo continuo appello dall'autorità al sano uso della ragione, alla realtà, alla natura, che veniva da lui esaltata in mille modi. Questo bisogno del reale, questa redenzione dei sensi e della natura, formano il concetto dominante e l'anima di tutto il libro; costituiscono l'indole propria degli scritti del Valla: è in sostanza lo spirito stesso del Rinascimento, che viene con lui alla luce. Non si tratta qui di un nuovo sistema filosofico; ma si vede che la natura ed il buon senso trionfano; e l'indipendenza della ragione si presenta a noi come una conseguenza logica dell'antichità risorta, come una conquista ormai compiuta.

Quest'opera avrebbe ottenuto assai migliore successo, se il Valla, spirito irrequieto e battagliero, che amava qualche volta il paradosso, non si fosse lasciato trascinar troppo dalla sua penna. Pigliando la difesa dei sensi, egli dichiara che la verginità è contro natura, e fa dire al Panormita, che se le leggi di questa debbono essere rispettate, le cortigiane sono più utili al genere umano che le monache. Esponendo e difendendo la dottrina di Epicuro contro gli stoici, condannando tutto ciò che significa disprezzo del mondo, si lascia andare a molte espressioni contrarie allo spirito ed alla lettera delle dottrine cattoliche, anzi cristiane. E quantunque dichiarasse di voler rispettare l'autorità della Chiesa, i suoi attacchi contro il clero erano fierissimi, e più pericolosi assai di quelli di Poggio e degli altri eruditi, perchè questi si valevano del frizzo, il Valla, invece, della critica. Per tutte queste ragioni si levò un gran rumore contro di lui, e fu subito accusato d'eretico, d'epicureo e profanatore d'ogni cosa sacra. Nè gli valse difendersi col dire che il vero piacere, la vera felicità eran per lui la beatitudine divina; perchè gli venivan gettate in viso le frasi più aggressive e audaci della sua opera, ricordati i fatti più immorali della sua vita, che prestava il fianco a molti attacchi.

Dopo aver insegnato in varie città, il Valla si trova dal 1435 al '42 presso Alfonso d'Aragona, ne è fatto segretario nel '37, e lo accompagnò nelle imprese militari, che poi portarono quel principe al trono di Napoli.[114] Nel '44 egli era a Roma, ma dovette fuggirne, ricoverandosi di nuovo a Napoli, per le persecuzioni minacciategli a causa d'uno scritto da lui composto nel 1440: De falso credita et ementita Constantini donatione.[115] Il Valla sosteneva in esso che la donazione di Costantino non era stata mai fatta, non poteva farsi, e che l'originale del preteso documento non fu mai visto. Esaminando poi con la critica il linguaggio del documento, ne provava la falsità, dimostrando che non aveva il carattere del latino del tempo. Dopo di che attaccava fieramente la simonia del clero, osando dichiarare che il Papa non aveva il diritto di governare nè il mondo, nè Roma; che il dominio temporale aveva rovinato la Chiesa e privato della libertà i Romani; minacciava poi d'incitarli anche a sollevarsi contro la tirannìa d'Eugenio IV e contro i Papi in genere, che di pastori s'eran fatti ladri e lupi. Quando pure, egli concludeva, la donazione fosse vera, sarebbe nulla, perchè Costantino non poteva farla: in ogni caso i delitti dei Papi l'avrebbero già annullata. E sperava, egli concludeva, di vivere abbastanza per vederli costretti a tornare pastori col solo potere spirituale. — Veramente, già durante il Concilio di Basilea, il Cusano ed il Piccolomini avevano sostenuta la falsità della donazione, con argomenti che si trovano anche nel Valla.[116] Ma a lui più che ad altri si deve la demolizione del falso documento, il che potè fare con la sua critica mordace, e con l'impeto della sua eloquenza ciceroniana. Inoltre, come abbiam detto, egli non si fermava ad un esame letterario e teoretico del documento, ma voleva addirittura abbattere il potere temporale, minacciando di invitare le popolazioni ad insorgere. Non si trattava più d'una semplice disputa teologica o storica; ma era la prima volta che un erudito già celebre, dopo avere ampiamente esposta la questione critica, la rendeva popolare e le dava una pratica applicazione. Allora Alfonso d'Aragona trovavasi in guerra con Eugenio IV, ed il Valla, pigliando le parti del suo protettore, poteva dare libero corso alla sua eloquenza. Attaccato da preti e da frati, egli che combatteva come sotto una fortezza, raddoppiò i colpi con altri scritti. In questi sostenne non esser vera la lettera di Abgaro a Gesù Cristo, pubblicata da Eusebio; che il Simbolo non era stato composto dagli Apostoli, ma dal Concilio di Nicea. E prima aveva già notati molti errori della Volgata, raccogliendoli in un libro d'annotazioni, che Erasmo di Rotterdam ripubblicò più tardi con una lettera di elogio e difesa.[117] Questi scritti e queste dispute lo fecero chiamare dinanzi all'Inquisizione in Napoli; ma egli, sicuro dell'appoggio del Re, si difese in parte col sarcasmo, in parte dichiarando che rispettava i domini della Chiesa, i quali non avevano da far nulla colla storia, colla filosofia e la filologia. Quanto alla donazione di Costantino, non ne fu parlato, per non risollevare una questione troppo spinosa.

Liberato da tale pericolo, continuò le sue lezioni all'Università, e attaccò dispute letterarie con Bartolommeo Fazio e Antonio Panormita, contro i quali scrisse quattro libri d'invettive.[118] Ma insieme con questi lavori pubblicò altre opere storiche, filosofiche e filologiche, dettate sempre col medesimo spirito critico ed indipendente, e fra di esse vanno principalmente notate le Elegantiae e la Dialectica. Le prime[119] ebbero subito una grande popolarità, perchè il Valla in esse fece prova di tutta la sua maestria nel latino classico, che scriveva con eleganza e vigore. Dimostrò anche una conoscenza assai profonda, per quel tempo, delle teorie grammaticali; ma, quel che è più, passava insensibilmente dalle questioni filologiche alle filosofiche. Il linguaggio, egli diceva, è formato secondo le leggi del pensiero, per il che la grammatica e la retorica si basano sulla dialettica, di cui sono il complemento e l'applicazione. Anche di quest'opera si occupò Erasmo di Rotterdam, facendone un sunto che pubblicò.[120] In essa ed in quella De Voluptate et vero bono, si vede tutta quanta l'originalità dell'autore, ed il passaggio dalla erudizione alla critica ed alla filosofia. La Dialectica, lavoro esclusivamente filosofico, ha un merito assai inferiore alle Elegantiae, ma sostiene anch'essa il medesimo concetto, che il vero studio del pensiero si debba, cioè, fare collo studio del linguaggio.[121]

In mezzo a queste battaglie ed a questa attività letteraria, protetto da un re splendido come Alfonso, in una città che per gli studî filosofici ebbe sempre singolare attitudine, il Valla poteva esser contento. Pure egli mirava a Roma, perchè colà era il gran centro dei letterati, e perchè il suo stato presente non era punto sicuro. Il Re poteva conciliarsi col Papa, poteva succedergli il figlio, e le cose sarebbero subito mutate. Infatti, non andò guari che gli Aragonesi tornarono d'accordo coi Papi, ed il Valla dovè pensare ai casi suoi. Colla disinvoltura propria degli eruditi, si decise allora a mutare strada. Cominciò collo scrivere lettere ad alcuni cardinali, dicendo che non era stato mosso da odio ai Papi; ma da amore alla verità, alla religione, alla gloria. Se la sua opera veniva dagli uomini, sarebbe caduta da sè stessa; se veniva da Dio, nessuno avrebbe potuto abbatterla. Del resto, e qui era per lui il punto importante, se con qualche opuscolo aveva potuto far molto male alla Chiesa, dovevano riconoscere che egli era in grado di fare ad essa altrettanto bene. Ma tutto ciò non bastava ancora a calmare Eugenio IV, ed il Valla scrisse addirittura la sua Apologia, indirizzandola al Papa, cui prometteva di ritrattarsi.[122] In essa respingeva le accuse d'eresia, che «l'invidia dei nemici gli aveva scagliate contro,» e conchiudeva: «Se non peccai, restituisci la mia fama nel pristino suo stato; se peccai, perdonami.»

Ma neppure con ciò ottenne il resultato voluto. Solamente dopo la elezione di Niccolò V, egli venne chiamato a Borna (1448), dove fu adoperato a far traduzioni dal greco. Più tardi insegnò nella Università romana, e così fra le lezioni, le traduzioni e le dispute letterarie col Trapezunzio e con Poggio, passò la sua vita, senza occuparsi punto di questioni religiose. Sotto Calisto III arrivò ad essere segretario nella Curia ed anche canonico di San Giovanni Laterano, dove venne finalmente sepolto quest'uomo, che era stato di poco carattere e di costumi corrotti, ma di grandissimo ingegno letterario, critico e filosofico, il novatore e pensatore più originale fra tutti gli eruditi. Cessò di vivere il dì 1º agosto 1457.[123]

Trovavasi allora in Roma un altro erudito di molto ingegno, e questi era Flavio Biondo o Biondo Flavio, secondo altri. Nato a Forlì nel 1388, segretario di Eugenio IV, di Niccolò V, di Calisto III e di Pio II, fu da tutti adoperato e da tutti trascurato, a segno tale che qualche volta indagò se poteva altrove provveder meglio alla sua miseria. Eppure aveva servito Eugenio IV, nella prospera e nell'avversa fortuna, con una fedeltà a tutta prova, e gli dedicò qualcuno de' suoi importanti lavori. Lo stesso fece con Niccolò V, che era il Mecenate di tutti gli eruditi; con Pio II, che si valse delle opere di lui, anzi ne compendiò una, per aggiungervi il bello stile che vi mancava. Questa era la gran colpa del Biondo, e questa lo fece restar quasi oscuro in mezzo agli umanisti, molti dei quali non erano degni neppure di stargli accanto. Egli non conosceva il greco, non era elegante latinista, non era adulatore, non scriveva invettive: una sola disputa ebbe col Bruni, che fu tutta letteraria e scientifica, sull'origine della lingua italiana, senza alcuna personalità. Le sue Epistole non contengono motti nè frasi eleganti, non furono quindi mai raccolte, e nessuno scrisse la biografia di lui. Pure fu uno dei più intemerati caratteri, dei più nobili ingegni in quel secolo, e le sue opere hanno un acume di critica storica, che non si trova in alcuno de' contemporanei, eccettuato forse Leonardo Aretino. Il primo lavoro del Biondo, dedicato ad Eugenio IV, ed intitolato Roma instaurata, è una descrizione di Roma pagana e cristiana, e de' suoi monumenti. In essa abbiamo il primo tentativo serio d'una topografia compiuta della Città Eterna: l'autore apre la via ad una scientifica restaurazione dei monumenti, valendosi degli scrittori con critica singolarissima. Ma, quel che è anche più notevole in un umanista, l'antichità classica non gli fa punto dimenticare i tempi cristiani: io non sono, egli dice, di coloro che, per la Roma dei Consoli, dimenticano la Roma di S. Pietro. E così la sua erudizione fu più universale e profonda, s'estese al Medio Evo ed al suo tempo. La seconda sua opera fu l'Italia illustrata, scritta ad istanza d'Alfonso d'Aragona, e dedicata a Niccolò V. In essa egli descrive l'Italia antica, determinandone le varie regioni, dando una enumerazione delle principali città, con ricerche sui loro monumenti, sulla loro storia antica e moderna, sugli uomini più famosi. La terza opera, dedicata a Pio II, fu la Roma triumphans, in cui propose di esporre la costituzione, i costumi, la religione dei Romani antichi, e fece così il primo Manuale di antichità. Finalmente, oltre ad un libro De Origine et gestis Venetorum, egli scrisse una storia della decadenza dell'Impero romano, Historiarum ab inclinatione Romanorum, etc., lavoro di vasta mole, del quale però abbiamo solamente le tre prime Decadi, ed il principio della quarta. Essa doveva arrivare fino ai tempi dell'autore; ma nello stato in cui si trova, è pure la prima storia universale del Medio Evo, che sia degna d'un tal nome. Ed è singolare il vedere come il Biondo ricorra alle sorgenti, e distingua i narratori contemporanei dai posteriori, paragonandoli fra di loro. Con quest'opera la storia comincia a divenire una scienza, e la critica storica è già nata. Noi avremo occasione di riparlarne, quando dovremo osservare che il Machiavelli se ne valse molto nel primo libro delle sue Istorie, qualche volta traducendo addirittura. Ed anche Pio II ne riconobbe tutta l'importanza, facendo di essa un compendio, per cercare di darle la forma classica. E si valse molto anche d'altre opere del Biondo, che pur lasciò morire povero e quasi oscuro (1463).[124]

Il terzo erudito di cui dobbiamo parlare, è appunto Enea Silvio de' Piccolomini, che successe a Niccolò V col nome di Pio II (1458-64). Noi lo vedemmo già al Concilio di Basilea, dove sostenne l'elezione dell'antipapa Felice V, di cui fu segretario; più tardi lo vedemmo nella cancelleria imperiale, dove restò lunghi anni, e mutò le sue opinioni, divenendo sostenitore dell'autorità papale contro le idee del Concilio, già prima difese da lui. Nella giovinezza s'era abbandonato al suo carattere leggiero, al suo ingegno vario, e aveva scritto poesie, commedie, novelle oscene, lettere in cui parlava con cinico sarcasmo della vita dissoluta che faceva. Come erudito, anche a lui mancava la conoscenza del greco e degli autori greci, dei quali aveva letto solo qualcuno nelle traduzioni fatte in Italia; dei latini però, massime di Cicerone, fece assai lungo studio: mirava alla facilità e semplicità, seguiva l'esempio di Poggio Bracciolini, che era in ciò quasi il suo ideale. Gli scritti del Piccolomini avevano una spontanea disinvoltura che risultava principalmente dalle qualità pratiche del suo ingegno, dalla conoscenza degli uomini e del mondo. Diverso in ciò da tutti gli eruditi, scrivendo, cercava sempre di andare al pratico ed al reale, senza farsi dominare troppo dalle classiche reminiscenze dell'antichità. Perfino nelle sue opere oscene, invece di fermarsi a far prova di stile, ed a citare esempî cavati dagli antichi, raccontava fatti veri seguiti nella sua vita ed in quella degli amici. Le sue Orazioni al Concilio non erano certo saggi di grande eloquenza, ma avevano uno scopo chiaro, volevano ottenere un fine determinato. Nelle Epistole, o si occupava d'affari o descriveva i paesi in cui era; e così vediamo spesso il segretario della cancelleria imperiale, disperato di trovarsi in mezzo a Tedeschi che bevevano birra da mattina a sera. Gli studenti, egli dice, ne tracannano quantità enorme; un padre svegliava i suoi bimbi la notte, per far loro a forza bere del vino. Intanto egli diffondeva l'umanesimo italiano in Germania, e le sue lettere formarono per molti anni l'anello di congiunzione fra i due paesi, ricevendo da ciò la loro principale importanza storica.

Al Piccolomini mancavano il valore d'un pensatore indipendente, l'erudizione del vero umanista e la pazienza del raccoglitore; ma la vivacità, prontezza e spontaneità dell'uomo di lettere e di mondo arrivavano in lui ad un tal grado da fargli giustamente, per questo lato, attribuire una propria originalità. Egli non era un filosofo che avesse un proprio sistema, era anzi talmente pieno dell'antichità, che voleva confondere la filosofia greca e romana con la cristiana. In ciò per altro non sta la vera indole del suo ingegno, la quale si manifesta invece quando egli parla di materie affini alla filosofia, ma più pratiche, come, per esempio, di educazione. Allora cita assai poco Aristotele e Platone; nota invece osservazioni suggerite dalla propria esperienza. Non riuscì mai a scrivere veri trattati scientifici, ma ciò che in tutte le sue opere più ferma la nostra attenzione, è sempre la descrizione dei paesi e dei costumi. Così, se scrive De curialium miseriis,[125] la parte più notevole del libro è quella che narra la vita infelice che faceva egli stesso, insieme coi minori curiali della cancelleria imperiale, i loro viaggi, i loro alloggi in comune, i cattivi alberghi, il pessimo desinare, la nessuna quiete.[126] In altre delle sue opere troviamo descritti i paesi nei quali aveva viaggiato, scene della natura, costumi, istituzioni. Questo è ciò che si presenta a lui con maggiore evidenza, e che con maggiore evidenza egli presenta a noi. Non è un viaggiatore che cerca regioni ignote; ma la natura è sempre nuova per lui, sempre ammirabile, sempre gli parla. Anche quando fu Papa, vecchio e malato, si faceva trasportare per monti e per valli, a Tivoli, ad Albano, a Tuscolo, per contemplare la bellezza di quella campagna, che tanto ammirava, e così bene descriveva. La forma e la varietà della vegetazione, il sistema dei monti e dei fiumi, l'origine filologica dei nomi, la diversità dei costumi, nulla gli sfugge, tutto vede coordinato in unità. Genova, Basilea, Londra, la Scozia sono da lui descritte, notando la estensione del paese, il clima, i costumi, i cibi, il vivere, la costruzione delle case, le opinioni politiche degli abitanti. La descrizione di Vienna è tanto vera, che qualche volta se ne trovano anche oggi dei brani ristampati nelle Guide più recenti di quella città.[127] La sua grandezza, il numero degli abitanti, la vita dei professori e degli studenti, la costituzione politica e amministrativa, il modo di vivere, gli scandali nelle vie, la condizione dei nobili e dei borghesi, la giustizia, la polizia, tutto sembra che avesse quello stesso carattere generale che Vienna serba ancora oggi.[128] Qui non è un dotto che scrive, è un semplice viaggiatore costretto dalla propria curiosità ad osservare e fare osservar tutto. Il Piccolomini è l'uomo del suo tempo; le sue qualità sono nell'atmosfera stessa che egli respira, e le manifesta tanto più facilmente, quanto minore è la sua individuale originalità. Egli visse, è ben vero, nel secolo degli eruditi; ma questo fu anche il secolo in cui nascevano Leonardo da Vinci, Paolo Toscanelli, Cristoforo Colombo, e si educava, si formava il loro genio collo spirito d'osservazione, col metodo sperimentale.

È facile comprendere che le opere storiche e geografiche del Piccolomini sono le più importanti; che in esse il merito principale si trova là dove descrive cose ed uomini da lui veduti, e quando storia, geografia, etnografia si presentano come una sola scienza. La storia greca e romana egli conosceva solamente a brani; quella del Medio Evo trattava leggermente, cavando molto dal Biondo e da altri, esaminando però con acume gli scrittori di cui si serviva, il tempo, il valore, la credibilità delle opere loro, perchè la critica era penetrata nel sangue stesso degli uomini di quel tempo. Tuttavia non giunse mai ad una forma, ad un rigore veramente scientifico; raccoglieva alla rinfusa dalla memoria e da appunti in cui registrava ciò che vedeva, leggeva o sentiva. Questo modo di comporre, unito alla sua mobilità e mutabilità di carattere, gli fece in tempi diversi esprimere giudizî diversissimi sopra lo stesso soggetto, perchè scriveva sempre sotto l'impressione del momento. Ma ciò appunto cresce la spontaneità de' suoi scritti, e ci permette di leggere nella mutabilità delle opinioni, la storia del suo spirito.

Meditò lungamente una specie di Cosmos, in cui voleva scrivere la geografia delle varie regioni allora conosciute, e la loro storia dal principio del secolo fino ai suoi giorni. La sua Europa è un frammento di quest'opera colossale, non mai compiuta, ed in essa la geografia è come il sostrato della storia. Egli ragionò con disordine e senza proporzione dei popoli diversi, scrivendo assai spesso di memoria, come era suo costume. Più tardi scrisse la geografia dell'Asia, valendosi delle tradizioni dei geografi greci, e dei viaggi del veneziano Conti, stato 25 anni in Persia, dei quali Poggio aveva lasciata un'assai minuta narrazione nelle sue opere, raccolta dalla bocca dello stesso viaggiatore.[129] L'ultima e più importante opera del Piccolomini è la sua autobiografia, che egli scrisse quando era già Papa, chiamandola Commentarii, ad imitazione di Giulio Cesare. Usava dettarli quando gli affari lasciavano a lui tempo: sono è ben vero dei brani mal cuciti fra loro; ma forse appunto perciò dànno una più giusta idea delle qualità intellettuali dell'autore, e manifestano, insieme riuniti, i varî e diversi pregi, che si trovano sparsi nelle altre sue opere. Qui infatti egli si mostra qual era veramente come erudito, poeta, descrittore di paesi, ammiratore della natura, pittore di genere, con uno spirito tutto pieno del realismo moderno.[130] Qui sono quelle descrizioni, cui accennammo più sopra, della Campagna romana, di Tivoli, della Valle dell'Anio, di Ostia, di Monte Amiata, dei Monti Albano, che possono anche oggi servire di guida al forestiero, e fanno sentir quasi il soffio della fresca aura dei monti; e qui ancora l'immagine di tutto un secolo si specchia, senza ordine prestabilito, ma fedelmente, nell'animo dello scrittore, il quale appunto perchè non ha un carattere ed una personalità propria, non impone mai un colore subiettivo alle cose ed agli uomini di cui parla. Questi Commentarii vanno dall'anno 1405 fino al luglio del 1464.[131]

Ciò che abbiam detto del Valla, del Biondo e del Piccolomini dimostra chiaro che, sebbene gli eruditi di Roma non avessero l'importanza ed il carattere proprio di quelli di Firenze, pure la Città Eterna fu sempre un gran centro, a cui i dotti accorrevano da ogni parte d'Italia, e fra poco potrà dirsi anche d'Europa. Quando i tre dotti di cui abbiamo parlato, non vivevano più, noi troviamo che vi fiorivano Pomponio Leto, il Platina e l'Accademia Romana. Il primo di essi era noto assai meno pel suo ingegno che per la singolarità del suo carattere, ed era generalmente tenuto figlio naturale dei principi Sanseverino di Salerno. Discepolo del Valla, cui successe nell'insegnamento, era venuto a Roma, lasciando i suoi, ai quali dicesi che rispondesse, quando lo chiamarono, con questa laconica lettera: Pomponius Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis fieri non potest. Valete. Preso d'un amore entusiasta per l'antichità romana, menava una vita da eremita, coltivando una sua vigna secondo i precetti di Varrone e Columella; andava innanzi giorno alla Università, dove l'aspettava un uditorio immenso; leggendo i classici, e abbandonandosi intere ore a contemplare i monumenti romani, era qualche volta in presenza di essi così esaltato che piangeva. Faceva rappresentare le Commedie di Plauto e di Terenzio, e divenne il capo di molti eruditi che raccolse nell'Accademia Romana da lui fondata. In essa ognuno dei membri si ribattezzava pigliando un nome pagano; e nelle ricorrenze dei fasti di Roma, specialmente l'anniversario dei natali di essa, si radunavano ad un desinare, nel quale venivano letti componimenti in verso ed in prosa.[132] Qui si parlava di repubblica e di paganesimo; qui vennero il Platina e molti altri degli eruditi che Paolo II aveva cacciati dalla Segreteria, e davano nei loro discorsi sfogo all'ira contro il Papa. Questi, che era un uomo energico ed impaziente, sciolse l'Accademia: molti degli accademici furono imprigionati, alcuni anche torturati, altri fuggirono (1468). Pomponio Leto era a Venezia, e fu rimandato a Roma, dove si salvò, sottomettendosi e chiedendo perdono, cosa sempre facile agli eruditi, nei quali tutto ciò che pensavano e sentivano prendeva forma e carattere semplicemente letterario.[133] E così potè sotto Sisto IV, in forma alquanto diversa, riaprire l'Accademia, che durò fino al sacco di Roma nel 1527.[134] Morì nel 1498, in età di 70 anni, e i suoi funerali furono solenni. Pubblicò varie edizioni dei classici, qualche lavoro sulle antichità di Roma; ma la sua vera importanza veniva dal suo insegnamento, dall'entusiasmo pagano che seppe infondere negli altri, dalla vita semplice e tutta data allo studio.

Un altro membro dell'Accademia, e di maggiore ingegno, era Bartolommeo Sacchi di Piadena nel Cremonese, soprannominato il Platina. Imprigionato la prima volta, quando protestava contro la perdita del suo ufficio, fu di nuovo chiuso in Castel Sant'Angelo, quando l'Accademia venne sciolta. Posto alla tortura, egli non solo piegò, ma si sottomise al Papa con parole basse, promettendo di obbedirgli, di celebrarlo con altissime lodi, di denunziargli[135] chiunque sparlasse di lui, e tutto ciò avendo l'animo sempre pieno d'un gran desiderio di vendetta. Uscito di carcere, e nominato bibliotecario della Vaticana da Sisto IV, con l'incarico di raccogliere documenti sulla storia del potere temporale, egli si vendicò nelle sue Vite dei Papi, descrivendo Paolo II, come il più crudele dei tiranni, che si dilettava a torturare e straziare gli eruditi in Castel Sant'Angelo, divenuto perciò un vero «toro di Falaride». Avendo le biografie del Platina avuto una grande popolarità, Paolo II passò ai posteri come un mostro, e l'erudito ottenne per qualche tempo il suo scopo. Ma il merito principale del libro e la ragione della sua fortuna stavano sopra tutto nello stile: la critica storica dell'autore era assai debole. Bisogna però convenire che egli tentò un'impresa difficilissima, alla quale neppure oggi basterebbero le forze d'un uomo solo, per quanto dotto e d'ingegno, e riuscì la prima volta a cavare dalle favolose cronache del Medio Evo un compendio storico assai chiaro, nel quale sono molti modelli della biografia erudita del secolo XV, che si leggono volentieri, perchè l'autore cercava sinceramente la verità storica, quantunque non sempre la ritrovasse. Avvicinandosi ai suoi tempi, l'importanza ed il valore delle biografie crescono, quando però non lo acceca la passione. Gli altri suoi lavori storici hanno minor pregio. Egli morì nel 1481, in età di 61 anno.[136]

A Roma, accorrevano anche allora, come già notammo, non solo Italiani, ma stranieri, specialmente Tedeschi, e fra questi meritano una particolar menzione tre giovani, Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz, Ulrich Hahn, i quali avevano nel loro paese lasciato le officine di Faust e Schöffer, e verso il 1464 portarono l'arte della stampa in mezzo a noi. Essi dovettero combattere con la fame, e vincere immense difficoltà, perchè in Italia la passione degli antichi codici era tale, che molti, fra cui, come vedemmo, lo stesso duca d'Urbino, preferivano i volumi manoscritti agli stampati. Pure la nuova industria si diffuse rapidamente, e prima del 1490 si stampava già in più di trenta delle nostre città.

Nel 1469 moriva ed era poi sepolto in San Piero in Vincoli il celebre cardinale Niccola di Cusa, chiamato il Cusano, che, nato da un pescatore della Mosella, aveva studiato a Padova, ed era divenuto uno dei pensatori più illustri del secolo. Egli precedette il Piccolomini ed il Valla nel porre in dubbio l'autenticità della donazione di Costantino, ma non combattè il potere temporale dei Papi. Più tardi mutò alquanto le sue opinioni, e venne poi fatto cardinale; ma il suo carattere si mantenne sempre integro. Avverso all'autorità d'Aristotele, ingegno filosofico di grandissima originalità, panteista, ed in ciò vero precursore di Giordano Bruno, più che erudito fu un vero pensatore.[137] Nel 1461 venne la prima volta a Roma un altro straniero, Giovanni Müller o sia il celebre Regiomontanus, dotto nel greco, sommo per quei tempi nelle matematiche e nell'astronomia; egli fu da Sisto IV incaricato della riforma del Calendario, e morì a Roma nel 1475. Nell'82 venne Giovanni Reuchlin, il quale fece più tardi esclamare all'Argiropulo, professore nell'Università di Roma, che le Muse della Grecia passavano le Alpi per emigrare in Germania.[138] Colà infatti l'erudizione s'era allora propagata, e portava già i suoi frutti. Il sole della nuova cultura italiana, levatosi in alto, illuminava tutta l'Europa; ma sorgeva sempre dall'Italia, che era più che mai l'antica madre del sapere.

Dalla morte di Paolo II a quella d'Alessandro VI, le cose in Roma peggiorarono assai, e i Papi pensarono a ben'altro che agli eruditi, all'erudizione o alle arti belle. Pure Sisto IV aprì la Vaticana al pubblico, e compiè molte costruzioni importanti nella Città. Nè, per lungo tempo ancora, l'ammirazione a tutto ciò che era antico, si spense nel popolo, come prova un fatto seguìto appunto in quegli anni. Nell'aprile del 1485 si sparse la voce che alcuni muratori, scavando nella via Appia, presso il sepolcro di Cecilia Metella, avevano in un sarcofago romano trovato il cadavere d'una «formosa e pulita giovane,» Julia filia Claudi, secondo l'iscrizione, che alcuni pretendevano avervi letta: «era adornata sua trezza bionda da molte e ricchissime pietre preziose.... e erano suoi chiome d'oro ligate cum una bendella di seta verde.»[139] Altri scrivevano invece che i capelli erano neri, che iscrizione nel sarcofago non v'era; ma che Pomponio Leto credeva fosse il cadavere d'una figlia di Cicerone. Certo lettere e cronache del tempo sono piene del fatto, e vanno d'accordo nel ripetere, che il cadavere era maravigliosamente conservato; che gli occhi, la bocca si potevano aprire e chiudere, le membra muovere; la bellezza del volto superava ogni immaginazione. Tutto ciò provava «quanto li antiqui nostri studiavano li animi gentili farli inmortali, ma ancora li corpi, neli quali la natura per farli belli havea posto ogni suo inzegno.»[140] Si disse che i muratori erano fuggiti con le gioie ritrovate; certo è che, quando il cadavere venne portato in Campidoglio, una moltitudine, che qualcuno fece ascendere fino a ventimila persone, andò in pellegrinaggio a vederlo. Vi fu chi suppose ai nostri giorni, che il cadavere avesse una maschera in cera, come se ne trovarono a Cuma ed altrove. Ma dagli scrittori contemporanei apparisce invece, che esso era stato artificialmente conservato, con qualche processo simile a quelli adoperati dagli Egizi. In ogni modo, ciò che destava così grande entusiasmo era la convinzione allora universale, che una bellezza antica dovesse essere immortale e superiore ad ogni bellezza vivente. Tale sembrava davvero il pensiero o meglio l'illusione del secolo. Ma tutto questo mondo erudito era adesso assai vicino a crollare, e ben presto doveva sembrare come l'eco d'una società che s'andava allontanando. Una dura realtà apparecchiava nuove e ben più tristi esperienze: sotto Innocenzo VIII ed Alessandro VI ogni cosa doveva andare a rovina in Italia.

4. — MILANO E FRANCESCO FILELFO.

Dopo di Firenze e Roma, le altre città italiane hanno assai minore importanza per la storia delle lettere. Anche nelle repubbliche come Genova e Venezia, esse fiorirono più tardi assai che in Toscana. Napoli era stata troppo lungamente in una quasi anarchia, ed a Milano poco si poteva sperare sotto un mostro come Filippo Maria Visconti, un capitano di ventura come Francesco Sforza, o un giovane dissoluto e crudele come il figlio di lui, Galeazzo Maria. Eppure tali erano allora le condizioni dello spirito italiano, che nessuno poteva o sapeva allontanarsi affatto dagli studi, e dal proteggere gli studiosi. Lo stesso Visconti sentiva il bisogno di leggere Dante ed il Petrarca, e cercava d'avere intorno a sè alcuni dotti. Era però difficile trovare chi a lungo volesse rimanere presso di lui. Il Panormita, uomo assai poco scrupoloso, non fu trattenuto neppure da un soldo di 800 zecchini, ed andò via a cercare fortuna altrove. L'uomo fatto proprio per quella Corte era solo Francesco Filelfo da Tolentino, che vi trovò un sicuro asilo donde insultare da lontano i suoi nemici, e vivere adulando o vendendo la propria penna. Costui si credeva ed era generalmente creduto uno dei più grandi ingegni del secolo; ma, privo invece d'ogni vera originalità, aveva una dottrina assai confusa ed incerta. Mandato dalla repubblica veneziana ambasciatore a Costantinopoli, dove sposò la figlia del suo maestro di greco, Emanuele Crisolora, tornò in Italia nel 1427, in età di 29 anni. Portò molti manoscritti, parlava e scriveva greco, aveva una grande facilità nel compor versi latini, e ciò bastava allora a farlo subito giudicare uomo straordinario. La sua immensa vanità, il suo carattere irrequieto fecero il resto. Chiamato ad insegnare nello Studio fiorentino, scrisse subito a tutti che aveva avuto felicissimo successo: «perfino le nobili matrone, egli diceva, mi cedono il passo nella via!» Ben presto però fu in guerra con tutti; divenne aspro nemico dei Medici, e si unì a coloro che volevano uccidere Cosimo, quando era ancora prigioniero in Palazzo Vecchio;[141] finalmente dovette fuggirsene a Siena, dove corse pericolo d'essere ammazzato da uno che egli credè sicario dei Medici. Intanto a Firenze era processato e condannato come cospiratore contro la vita di Cosimo, di Carlo Marsuppini e d'altri.

A Siena scrisse le sue Satire oscene contro Poggio; più tardi lo troviamo a Milano, dove riceve uno stipendio di 700 zecchini l'anno, e la casa; esalta la virtù e sopra tutto la liberalità del suo «divino principe,» Filippo Maria Visconti, quel tiranno cui non sarebbe facile trovar l'eguale in perfidia e crudeltà. Morto il Visconti e proclamata la Repubblica Ambrosiana a Milano, lodò i nuovi Padri Coscritti; poi fece parte della deputazione che andò a portare le chiavi di Milano a Francesco Sforza, in onore del quale scrisse il suo gran poema, La Sforziade.

Autore fecondo di biografie, satire, epistole, la sua eloquenza somigliava, come disse il Giovio, ad un fiume non contenuto da argini, che straripa ed intorbida ogni cosa. Pure egli si teneva il dispensatore della immortalità, della fama e dell'infamia. Quando dovè scrivere in italiano un comento al Petrarca, deplorava l'avvilimento cui era condotta la sua epica musa. A vendere però i suoi versi latini e le sue lodi al maggiore offerente era sempre pronto, e non si vergognava.

Le sue opere principali, oltre le Satire, furono due, e restarono inedite, senza gran danno delle lettere. La prima, intitolata De Iocis et seriis, è una raccolta d'epigrammi, divisa in dieci libri, ognuno di mille versi, secondo la retorica, artificiosa sempre, dell'autore. Piena di facezie, d'insulti osceni e poco poetici, sembra avere per unico scopo dimostrare la facilità dell'autore nello scrivere versi, e guadagnar danari con basse adulazioni o più basse ingiurie. Ora è la figlia che non ha dote, o le vesti di lei sono lacere; ora la musa del Filelfo tace per mancanza di danari, ed egli supplica, tra minaccioso ed umile, per averne.[142] Il 18 giugno 1459, quando lavorava a quest'opera, egli scrisse al cardinal Bessarione: «Ora che sono libero dalla febbre, vengo a soddisfare il mio debito verso di voi e verso il Santo Padre Pio II, cioè a scriver dei versi ricevendo in cambio danaro.»[143]

Nè diversamente si condusse, quando scriveva l'altra sua opera, del pari inedita, La Sforziade, in 24 canti, dei quali si trovano nelle biblioteche solo dieci. Essa pretende di essere un poema epico sulle imprese dello Sforza, a cominciare dalla morte di Filippo Maria Visconti. In versi sempre facili, che imitano Virgilio e più spesso Ovidio, l'autore esalta fino alle stelle tutte le azioni, le perfidie stesse del suo eroe. Gli Dei dell'Olimpo, qualche volta anche Sant'Ambrogio o altri santi cristiani, sono i veri attori di questo dramma; ma essi restano sempre mere astrazioni, e riescono solo a togliere ogni personalità all'eroe del poema. La vera poesia manca sempre, ed il Filelfo ha più ragione che non crede, quando dichiara che la musa davvero ispiratrice è per lui il danaro. Quando doveva chiamar sulla scena qualche nuovo personaggio allora vivente, cominciava subito a patteggiare. Guai a chi non lo pagava! E così riceveva danari, commestibili, cavalli, vesti, ogni cosa. Diceva di esser povero e di aver fame, quando viveva nel lusso con sei persone di servizio e sei cavalli. Deplorava la miseria in cui era, secondo lui, tenuta la sua musa immortale; si vergognava di stentare, ma non di pitoccare. E tutti gli davano ascolto, perchè temevano i suoi versi. Perfino Maometto II liberò dalla prigionìa la suocera e la cognata del Filelfo, quando questi gli mandò un'ode ed una lettera in greco, che diceva: «Io sono uno di coloro i quali, celebrando con la eloquenza i fatti illustri, rendono immortali coloro che di natura sono mortali, ed ho intrapreso a narrare le vostre gesta gloriose, che, per le colpe dei Latini e la volontà di Dio, vi hanno dato la vittoria.»[144] Una eguale condotta tenne nello scrivere le Satire, che furono cento, divise in dieci decadi, e ogni satira essendo di 100 versi, era da lui chiamata Hecatostica.

Di Roma non fu molto contento il Filelfo. Ebbe da Niccolò V, è ben vero, un dono di 500 ducati d'oro, quando gli lesse le Satire; fu colmato di gentilezze; gli fu dato l'incarico di tradurre Omero con l'offerta di lauto stipendio, di donativi, casa e altro ancora, se accettava. Ma egli ricusò tutto, avendo altre mire. Dopo la morte della sua prima moglie aveva fatto capire che sarebbe andato a Roma, quando gli avessero dato prima o poi un cappello cardinalizio, e ripetette la stessa dichiarazione dopo la morte della seconda moglie. Non essendo riuscito nell'intento, prese una terza moglie, e respinse per sempre ogni invito. Morto lo Sforza, però, tutto mutò per lui; egli cadde nella miseria, e dovè raccomandarsi a Lorenzo dei Medici, che lo richiamò allo Studio in Firenze, dove, arrivato in età di 83 anni, nel 1481, esausto di danari e di forze, dopo poco morì. Il Filelfo fu un esempio di quel che potevano allora una grande memoria, una grande facilità nello scrivere o parlare varie lingue, una grandissima petulanza e superbia, senza carattere, senza moralità e senza originalità.[145]

Egli non fu certamente il solo erudito a Milano. Al tempo di Francesco Sforza vi troviamo, come già si disse, Cicco Simonetta, segretario dottissimo; Giovanni fratello di lui e storiografo del Duca, di cui narrò le vicende dal 1423 al '66, in una storia che non è senza pregio, perchè egli descriveva ciò che aveva veduto; Guiniforte Barsizza, maestro dei due figli del Duca, Galeazzo Maria e Ippolita divenuta celebre pei suoi discorsi latini.[146] Battista Sforza, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro e fratello di Francesco, anch'ella celebre pei suoi discorsi latini,[147] fu del pari educata in questa Corte. Ma tutto ciò non basta per dare a Milano un valore suo proprio nella storia dell'erudizione.

5. — GLI ERUDITI A NAPOLI.

Alfonso d'Aragona, uomo di guerra, ma anche d'ingegno non comune, seppe dare alla sua Corte una importanza maggiore. Egli abbandonò con singolare rapidità il suo carattere nazionale, per divenire affatto italiano, e gareggiare coi nostri principi nel proteggere le arti; cercare codici antichi; studiare i classici; circondarsi di letterati, pei quali, secondo Vespasiano, spendeva 20,000 ducati l'anno.[148] Tito Livio era il suo idolo, tanto che raccontavano come Cosimo dei Medici, volendo pacificarlo, gl'inviasse un codice prezioso delle opere di quello storico. Ai Veneziani scrisse pregandoli che gli ottenessero da Padova un osso del braccio di Livio, quasi fosse sacra reliquia. Camminando col suo esercito, gli fu un giorno indicata Sulmona, patria di Ovidio, e subito si fermò abbandonandosi ad esclamazioni di gioia: il suo solenne ingresso in Napoli lo fece passando per la breccia, ed imitando in tutto un trionfo romano.

Il Trapezunzio, il Valla, il Fazio, il Beccadelli, Porcellio de' Pandoni furono lungamente alla sua Corte, e per breve tempo vi furono anche il Filelfo, il Gaza, il Manetti, il Piccolomini. Tutti erano trattati con splendore e con gentilezza. Quando il Fazio ebbe finito la sua Historia Alphonsi, il Re, che pur gli dava 500 ducati l'anno, fecegli il dono di altri 1500, dicendo: «con ciò non intendo pagare la vostra opera, che non potrebbe aver prezzo.»[149] Quando invitò il Manetti che fuggiva da Firenze, gli disse: «dividerò con voi il mio ultimo pane.»

Uomo senza pregiudizî, in guerra continua coi Papi, egli dava asilo e protezione ai dotti, quali che si fossero le loro opinioni, e garantiva ad essi piena libertà di parola, difendendoli dall'Inquisizione e da ogni pericolo. Così il Valla, che fu l'erudito più celebre nella Corte, potè scrivere contro i preti, contro i Papi, ed esporre liberamente negli scritti, dalla cattedra, le sue opinioni religiose e filosofiche. Tutto ciò dava una fisonomia propria, una importanza speciale alla società erudita in Napoli. Lo stesso fu di Antonio Beccadelli più noto col nome di Panormita. Nato a Palermo nel 1394, egli dopo avere studiato a Padova, aveva ad un tratto acquistata una clamorosa celebrità, scrivendo un libro che fece grandissimo scandalo per le sue indecenze, allora non anche molto in uso negli scritti degli eruditi. Quest'opera che porta il titolo di Hermaphroditus, è una raccolta d'epigrammi, i quali per arguzie spudorate, per frivolità indecenti, superarono quanto s'era scritto fino allora ad imitazione dei satirici romani. Non solo il mal costume in genere, ma oscenità e vizî d'ogni sorta formavano l'argomento continuo de' suoi versi, i quali non essendo privi d'eleganza, e molte difficoltà di stile o di lingua avendo superate, ottennero grandissimo favore. Ma gli attacchi contro di lui furono pure assai vivi. Egli però, senza punto perdersi d'animo, menò vanto del suo libro, perchè aveva imitato gli antichi, e dimostrato che il latino poteva adoperarsi a dire ogni cosa. Si difese citando Tibullo, Catullo, Properzio, Giovenale, ed anche filosofi o politici greci e romani che, pure essendo virtuosi, avevano scritto simili oscenità, ed aggiungeva che se tali erano le sue poesie, la sua vita era invece senza macchia.[150] Il rumore continuò tuttavia assai grande. Poggio, che non era certo scrupoloso, lo biasimò; i frati Minori lo fulminarono dal pergamo, e secondo il Valla lo bruciarono anche in effigie. Ma Guarino Veronese, dotto assai celebrato, vecchio allora di 63 anni, padre di molti figli, carattere intemerato, incapace egli stesso d'imitarlo, pur lo difese arditamente, deridendone i detrattori, i quali «non sanno, egli diceva, che la vita ha uno scopo, la poesia un altro.» E queste erano veramente le idee del secolo. Sigismondo re dei Romani coronò il Panormita in Siena poeta laureato, e l'Ermafrodito fece scuola, tanto che lo scrivere indecenze latine fu d'allora in poi quasi un pregio per l'erudito italiano. Alfonso, non curandosi punto delle accuse lanciate contro il poeta, fermo nel voler dare asilo a tutti coloro che gli altri perseguitavano, tenne sempre il Panormita in grande onore. E questi scrisse i suoi Dicta et facta Alphonsi, ricevendone in premio mille ducati; poi, Alphonsi regis triumphus, lettere, orazioni, poesie latine, tutte opere che lo dimostrano facile scrittore senza merito singolare. Leggeva e commentava al Re Livio, Virgilio, Seneca; venne dichiarato nobile; ebbe una villa e molti danari. Bartolommeo Fazio e gli altri erano uomini anche di minor valore. Ma l'ingegno veramente originale della Corte restò sempre il Valla, che contribuì non poco ad alimentare in Napoli lo spirito critico e filosofico, cui per natura quel popolo è inclinato. Un altro uomo eminente era colà Giovanni Gioviano Pontano; ma questi fiorì più tardi, ed appartiene ad un periodo successivo nella storia delle nostre lettere.

6. — I MINORI STATI ITALIANI.

Se noi ci volgiamo alle piccole città ed ai minori Stati d'Italia, vi troviamo la società sottoposta ad un numero così grande di scosse continue e violenti, lacerata da tanti e così sanguinosi delitti, che riesce impossibile immaginare come le arti e le lettere vi potessero mai fiorire. I piccoli tiranni erano di continuo esposti agli assalti dei vicini, o alle congiure che scoppiavano ogni giorno nei loro Stati. Quando si trattava di città come Ferrara o Bologna, la posizione strategica della prima, l'importanza del territorio che aveva la seconda, davano certo occasione a sempre nuove e mutabili vicende. Quando si trattava di principi come Alessandro Sforza di Pesaro, che aveva il sostegno del fratello a Milano, o di Federico d'Urbino, che era valoroso capitano di ventura, e poteva difendersi col suo proprio esercito, allora, se non s'evitavano sempre i pericoli, si riusciva almeno più facilmente a salvare lo Stato. Ma là dove simili aiuti mancavano, noi abbiamo una serie non interrotta di fatti sanguinosi, simili a quelli dei Baglioni in Perugia. Questi non arrivarono mai nella città ad una signoria sicura: era il predominio d'una famiglia, con un capo non sempre riconosciuto in essa, e un forte partito avverso, alla testa del quale si trovavano gli Oddi. Tutto era pieno d'armi e di bravi, e da un momento all'altro scoppiavano tumulti violenti. Verso la fine del secolo XV gli scontri dentro e fuori della città furono tanti e tali, che le case del contado ne cadevano in rovina, i campi erano devastati, i contadini facevano gli assassini, i cittadini si davano alle bande di ventura, e i lupi mangiavano «carne di cristiani.»[151] Eppure era questo il tempo, in cui fioriva a Perugia la più nobile, ideale e delicata pittura della scuola umbra: era sempre il contrasto medesimo che allora s'osservava per tutto in Italia.

Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini fu un altro dei piccoli tiranni, e fra i più singolari. Capitano di ventura rinomato, quantunque non avesse mai comandato grossi eserciti, si dimostrò più volte un vero mostro di crudeltà. Respinse la sua prima sposa, dopo averne ricevuta la dote; la seconda e la terza ammazzò per gelosia o vendetta; amò per altro con ardore fino alla morte la sua concubina Isotta. Insanguinato in mille delitti, era irreligioso e cinico oltre misura. Sulla sua tomba volle che si ponesse questa iscrizione:

Porto le corna ch'ogn'uno le vede,

E tal le porta che non se lo crede.

Negava Iddio, negava l'immortalità dell'anima, e quando arrivavano le scomuniche del Papa, domandava se gli scomunicati continuassero a gustare il buon vino ed i buoni pranzi. In occasione d'una gran festa, fece empire d'inchiostro la pila dell'acqua benedetta, per ridere dei fedeli che, senza avvedersene, si tingevano il volto.[152] Eppure anch'egli era circondato di letterati, ad alcuni dei quali donò terre, ad altri assegnò stipendî; e nel suo castello, Arx Sismundea, essi lodavano il principe e il suo amore per la bella Isotta, a cui fu innalzato nella chiesa di San Francesco un monumento, Divae Isottae sacrum, accanto a quello del suo amante. La chiesa stessa, a cui lavorò Leon Battista Alberti dal 1445 al 50, e che riuscì uno dei più eleganti, dei più belli edifizî del Rinascimento, porta in fronte il nome di Sigismondo, e nei fregi le lettere S(igismundus) ed I(sotta). Nei due lati esteriori si trovano nicchie destinate a servir di tomba ai soldati ed agli eruditi della Corte. E tutto questo non era in lui affettazione; rispondeva invece ad un bisogno reale del suo spirito culto ed artistico. Pio II che fu in aspra guerra con lui, e lo bruciò in effigie, scrisse, che egli «conosceva le istorie, aveva una grande cognizione della filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva.»[153]

A Ferrara, a Mantova, Urbino, le cose pigliavano ben diverso aspetto. Senza essere grandi centri, come Roma e Firenze, esse riuscirono ad avere una fisonomia ed importanza propria nella storia delle lettere. Più di tutte fu celebre Ferrara. La sua posizione strategica la rese in mezzo alle sue varie vicende, indipendente, non potendo nessuno dei grandi Stati italiani permettere che altri se ne impadronisse. I Signori d'Este che la dominarono e fortificarono, furono uomini d'ingegno e spesso anche di molto valor militare. Nell'interno del palazzo ducale seguirono spesso scene di sangue. Parisina, moglie del bastardo Niccolò III, innamoratasi d'un figlio naturale del marito, ebbe con l'amante tronca la testa (1425). E il Duca dovette poi consolidare il suo regno, combattendo l'avversa nobiltà, con ogni arte di guerra, con ogni sorta di tradimento. Succedono due bastardi di questo bastardo, Lionello e Borso. Più tardi Ercole, figlio legittimo di Niccolò III, strappa colle armi il dominio di mano al figlio di Lionello, facendo sanguinosa strage dei nemici. E così si continuò anche nel secolo XVI, quando il cardinale Ippolito fece cavare gli occhi al fratello Giulio, altro bastardo, perchè lodati dalla donna che corteggiavano insieme, e che ne adduceva al Cardinale la irresistibile bellezza, come causa della sua preferenza. L'operazione fu male eseguita, e dètte occasione ad altre tragedie nella infausta Corte, perchè Giulio, che era restato con un occhio solo, cospirò insieme con don Ferrante contro il comune fratello, il duca Alfonso I,[154] marito di Lucrezia Borgia. Il Cardinale rivelò la trama (1506), e i due fratelli furono condannati al carcere perpetuo, in cui don Ferrante morì, e donde Giulio fu liberato solo quando successe il duca Alfonso II (1559).

Pure questa appunto fu la Corte tanto celebrata per lo splendore di lettere e di arti fino ai tempi del Boiardo, dell'Ariosto e del Tasso, che la illustrarono coi loro nomi, colle loro opere immortali. Nel Medio Evo essa era stata città longobarda, feudale e cavalleresca, e non aveva nei secoli XIII e XIV partecipato al gran moto letterario che s'era visto a Firenze. Nel secolo XV fu invece una delle città d'Italia per lettere e cultura più fiorenti. I disordini della Corte, circoscritti principalmente dentro le mura del palazzo ducale, sembrava che di rado turbassero la città. Costruita secondo un disegno prestabilito, amministrata con ordine, v'accorrevano esuli da Firenze e da altre parti d'Italia; vi si fermavano, v'edificavano palazzi. Le vie, le case ora deserte, bastavano allora appena a contenere la popolazione. I suoi duchi provvedevano a tutto, e vi chiamavano dotti, fra i quali tiene il primo posto Guarino Veronese, che portando l'erudizione a Ferrara, dove così vive erano le tradizioni feudali e cavalleresche, vi promosse quel rinascimento letterario che ci dètte poi l'Orlando Innamorato, l'Orlando Furioso e tanti altri lavori, di cui la fama non perirà mai.[155]

Nato nel 1370 imparò il greco a Costantinopoli, di dove tornò con una ricca mèsse di codici, che gli erano così cari da far generalmente prestar fede alla favola, che egli incanutisse a un tratto, per averne perduto buona parte in un naufragio.[156] Insegnò prima a Firenze, poi a Venezia, dove ebbe a discepolo Vittorino da Feltre, nel quale infuse la sua dottrina e i suoi principî educativi. Chiamato nel 1424 da Niccolò III, per esser maestro di Lionello e professore nell'Università, dandosi con febbrile ardore al doppio ufficio, scrisse un numero assai grande di opere: traduzioni di Plutarco, Platone, Strabone e Luciano; biografie, grammatiche e più di cinquanta orazioni. Il merito principale di lui sta più che altro nel suo nobile carattere e nel suo insegnamento, nel quale ebbe grande originalità, e da cui ottenne resultati singolarissimi. Buon padre di famiglia, temperato e sobrio nel vivere, non mai maldicente, viveva fra i suoi scolari, dei quali aveva sempre piena la casa. Si diceva che erano usciti più dotti dalla sua scuola che Greci dal cavallo troiano. E veramente più di trenta de' suoi alunni furono celebrati come eruditi,[157] sebbene Vittorino da Feltre fosse il solo che arrivasse ad una fama duratura. Ma l'opera di Guarino va misurata dall'impulso che dètte agli studî in Ferrara, la quale fu dal suo insegnamento e dal governo di Lionello e Borso d'Este, suoi alunni, trasformata in una piccola Atene italiana. Egli continuò a lavorare con lo stesso zelo fino alla sua morte, avvenuta il 4 dicembre 1460, novantesimo della sua età, quando spirò fra le braccia de' suoi, amato e venerato da tutti.

I Gonzaga di Mantova, alcuni dei quali comandarono poderosi eserciti, non commisero mai quei delitti che resero così sanguinosa la storia degli Este. La loro Corte, è vero, fu assai splendida solamente nel secolo XVI, ai tempi del Bembo, del Bandello, dell'Ariosto e del Tasso, massime quando viveva la buona marchesa Isabella. Pure nel secolo XV Mantova fu illustrata dalla dimora colà di Vittorino Rambaldoni da Feltre (n. 1378, m. 1446), il primo educatore moderno, ed il più illustre discepolo di Guarino. Chiamato (1423) da Gio. Francesco Gonzaga, che gli dètte un lauto stipendio ed un locale, fondò in esso il suo celebre convitto, che prese il nome di Casa gioiosa, o semplicemente Gioiosa. Secondo alcuni avrebbe avuto questo nome per l'allegria che vi dominava in conseguenza dei buoni principî pedagogici; ma il vero è che l'edilizio in cui fu messo il convitto aveva già prima il nome di Zoiosa.[158] Vi s'insegnavano le lingue classiche, per le quali furono chiamati Greci assai rinomati, come il Gaza ed il Trapezunzio. A queste e ad altre discipline comuni alle scuole di quel tempo, s'aggiungevano la musica, la danza, il disegno, la ginnastica, l'equitazione. Il principio su cui si fondava la scuola di Vittorino, era: educare con la mente il corpo, per formare il carattere. E ciò potette riuscirgli principalmente perchè egli era un uomo d'animo elevato e nobilissimo, che spendeva tutto il suo stipendio per dare educazione gratuita ai poveri, i quali si trovavano nella sua scuola accanto ai figli del marchese di Mantova ed al giovane Federico da Montefeltro, che fu poi il celebre duca d'Urbino. Ed anche questa comunanza ed uguaglianza d'ogni ordine di cittadini nella scuola, era voluta dai principii pedagogici di Vittorino, che fu il primo a condurre l'istruzione e l'educazione secondo norme scientifiche.[159] I buoni frutti della Casa gioiosa si videro non solo a Mantova, ma anche altrove, giacchè per lungo tempo si riconobbero gli alunni di Vittorino da una lealtà di carattere, che faceva singolare contrasto con la generale corruzione di quei tempi.

Ed a questa educazione si dovette in gran parte, se la Corte d'Urbino divenne un modello fra quelle d'Italia; se il duca Federico fu buono, leale e fedele, sebbene capitano di ventura. Celebrato universalmente per la sua capacità strategica, per la disciplina de' suoi soldati, e per essere allora il solo capitano, che non mancasse mai alla fede giurata o alla parola data: conosceva il latino, la filosofia, la storia; leggeva i classici e disputava assai volentieri di teologia. Queste cognizioni unite a quelle acquistate nel campo e nel governo, lo condussero a possedere, o almeno ad intendere quasi tutto lo scibile de' suoi tempi. La sua vita procedeva con ordine, come un orologio, e dei ritagli di tempo profittava sempre per disputare ed istruirsi. Accompagnando Pio II a Tivoli, sotto la sferza del sole, fra la polvere sollevata dai cavalli, al luccicare degli elmi e delle spade, discorreva col dotto Papa sulle armi degli antichi, sulla guerra troiana, e non riuscivano a mettersi d'accordo intorno ai confini dell'Asia Minore.[160] Il danaro raccolto dalle ricche paghe avute come capitano di ventura, spendeva nella pace a rendere più splendida la città e la Corte d'Urbino. Sembrava che del suo Stato volesse fare quasi un'opera d'arte. Il palazzo da lui costruito fu dei più celebri in Italia, non per ricchezza o sfoggio d'architettura, ma per gusto squisito. Vi teneva più centinaia di persone, a ciascuna delle quali affidava un ufficio determinato, con orario preciso e istruzioni scritte. Era come una grande scuola militare, alla quale molti signori mandavano i loro figli, per educarli alla disciplina delle armi ed alla eleganza dei modi. Il suo tesoro principalissimo era la ricca biblioteca, nella quale spese 30,000 ducati,[161] occupando per quattordici anni da trenta a quaranta copisti, in Urbino, Firenze ed altrove.[162] Procedette nel comporla con ordine grandissimo, seguendo in parte il concetto del Parentucelli,[163] ma cercando d'abbracciare tutto quanto lo scibile antico e moderno.[164] Così riuscì allora una cosa unica al mondo. Circondato da artisti italiani e stranieri, da soldati, non aveva seco gran numero d'eruditi; ma molti di essi corrispondevano con lui, e gli dedicavano le loro opere. Passeggiava disarmato in mezzo al popolo; desinava frugalmente all'aperto, ascoltando la lettura di Livio o d'altri antichi. Verso sera assisteva agli esercizî militari e ginnastici, che facevano i giovani sul prato di San Francesco. Il popolo amava il suo Duca, e i successori di lui ne seguirono le tradizioni.[165] Non si può dire che Urbino dèsse uno straordinario impulso alla cultura letteraria in Italia; ma si può ben dire che fu come uno splendido gioiello in mezzo agli Appennini, una città esemplare, la patria di molti uomini grandi, e di Raffaello che vale per tutti.

7. — L'ACCADEMIA PLATONICA.

Gli scrittori fino ad ora notati vissero, lo abbiamo già detto, in mezzo ad una moltitudine di altri, i cui nomi, celebri al loro tempo, andarono a poco a poco più o meno dimenticati. Non v'è stato invero un secolo che abbia dato luogo nella storia ad una così grande ecatombe di supposte celebrità, come il secolo XV. E ciò si spiega facilmente, perchè allora vi fu un doppio lavoro. Da un lato, volendo far rinascere l'antichità, sì dètte opera ad una imitazione e riproduzione assai spesso meccanica del passato, alla quale cooperarono coloro che sono stati poi dimenticati; dall'altro si ottenne un resultato nuovo ed inaspettato, che fu l'opera d'un numero assai minore di dotti, i cui nomi la storia deve più specialmente ricordare. E questo doppio ordine di fatti e di uomini si ritrova in quasi tutta la cultura del Rinascimento, nella filosofia non meno che nelle lettere. La filosofia sembra avere una grandissima e generale importanza fra gli eruditi; ma la più parte di essi avevano solo cavato dagli antichi scrittori un florilegio di frasi sulla gloria, sull'amicizia, sul disprezzo della morte, sul Sommo Bene, sulla felicità, la virtù, e le ripetevano sempre, senza che valessero mai a dirigere in qualche modo le loro azioni, nè a formare le loro convinzioni. In quelle frasi noi vediamo di continuo una strana mescolanza di Paganesimo e di Cristianesimo, che si trovano accanto ed in contradizione fra loro, senza che di ciò lo scrittore si occupi punto. Ben presto però si manifesta il bisogno di trovare alla vita umana un fondamento razionale, filosofico, il quale valga a spiegare ad un tempo la virtù pagana e la cristiana, facendo scomparire la troppo visibile contradizione. Allora incominciò il lavoro più o meno originale, iniziato dai neoplatonici e dall'Accademia che essi fondarono in Firenze.

Gli esuli greci non contribuirono tanto alla diffusione fra noi della loro lingua, che già s'era cominciata a studiare in Italia, e molto meno poi della erudizione letteraria assai fiorente prima del loro arrivo, quanto a rivolgere l'erudizione stessa verso lo studio dei filosofi antichi. La prima origine del platonismo o, per meglio dire, del neoplatonismo in Italia, si deve infatti a Giorgio Gemisto, soprannominato Pletone, per l'ammirazione che professava a Platone. Nato nel Peloponneso, secondo alcuni, secondo altri solo rifugiato colà da Costantinopoli, egli era il più dotto e autorevole di quanti Greci vennero al Concilio fiorentino. Ed era poi così convinto, anzi entusiasta del platonismo, che s'aspettava da esso anche un rinnovamento religioso. Ciò fece dire ai detrattori di lui, che voleva far rivivere il Paganesimo; ma stando ai suoi scritti, a quelli dei seguaci, ed a ciò che risultò veramente dalle sue dottrine, è più giusto il dire, essere egli convinto che il Cristianesimo avrebbe trovato nuova conferma nella filosofia di Platone, e poteva perciò, sotto altra forma e, secondo lui, più razionale, essere rinnovato. Esaminando le differenze che passano tra la filosofia platonica e l'aristotelica, in un opuscolo che divenne assai celebre,[166] egli dava, come è facile immaginare, la preferenza alla prima, e riduceva tutta la controversia ad una sola questione. I due grandi filosofi ammettono, egli diceva, che la natura operi, non a caso, ma secondo un fine. Aristotele però sostiene che a questo fine si giunge inconsapevolmente, non consulto; Platone invece sostiene più giustamente, che la natura è razionale, è consapevole, consulto agit: la sua è un'arte divina, perchè è Dio che opera in essa.[167] Un'ardentissima disputa sorse intorno a siffatta questione, la quale può sembrare a noi di nessuna importanza, ma ne aveva allora una grandissima. Per essa infatti s'apriva la via al panteismo, ed il concetto del Dio personale, che presso gli Ebrei era stato solo un Dio onnipotente, che nel Cristianesimo era divenuto il Dio padre dei credenti, si trasformava fra noi nel concetto dell'Assoluto filosofico.[168] Gli eruditi greci e italiani, senza rendersi chiara ragione di ciò che facevano, presentivano pure l'importanza grandissima della questione, e però si fermavano tanto intorno ad essa.

Giorgio Scolario e Teodoro Gaza, ambedue greci ed aristotelici, attaccarono fieramente Pletone col solito linguaggio plateale degli eruditi d'allora. Il cardinale Bessarione, volendo metter pace, si lasciò sfuggire che giudicava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio, il quale con più furore che mai si scagliò contro tutti, attaccando lo stesso Platone. Il Bessarione pubblicò allora un'opera voluminosa, In Calumniatorem Platonis, nella quale, pur respingendo gli attacchi di G. Trapezunzio, cercava colla sua facile e molto diffusa eloquenza latina, priva d'ogni originalità letteraria o filosofica, di conciliare tutte le opposte sentenze. Secondo lui Aristotele e Platone dicevano, in sostanza, la medesima cosa. Questa disputa agitata fra i Greci non ebbe una vera importanza filosofica, restando là dove l'aveva lasciata G. G. Pletone; ma richiamò la mente degl'italiani ad una parte dell'erudizione che avevano fin allora troppo trascurata, essendo stato lo studio da essi fatto sui filosofi greci più che altro letterario. G. G. Pletone intanto, senza perder tempo nel rispondere alle ingiurie, prima di tornarsene in patria, seppe infondere nell'animo di Cosimo de' Medici tanta ammirazione per le dottrine platoniche, che lo lasciò deliberato a dare ogni opera per propagarle in Italia, e ripristinare in essa l'antica Accademia.

Ad ottenere questo scopo, Cosimo col suo pratico buon senso, capì che bisognava cercare prima di tutto un uomo adatto, e credè di averlo trovato in un giovinetto che, nato nel 1433 da un medico di Figline, s'era dato a seguir con ardore gli studî del padre. — Tuo figlio, disse Cosimo, è nato a curare gli animi, non i corpi; — e lo accolse, in età di 18 anni, nella propria casa, destinandolo ad essere il futuro campione del platonismo. Questo giovane era Marsilio Ficino, il quale, messosi all'opera con grandissimo zelo, dopo cinque anni di studio, presentò un lavoro sulla filosofia platonica, fatto però solo con le traduzioni. Cosimo lodò molto l'operosità del suo protetto, e gli regalò una villetta presso Careggi, ma gli consigliò di studiare il greco per lavorare sulle fonti. E da quel tempo sino alla fine di sua vita, il Ficino non fece altro che studiare Platone ed i neoplatonici, scrivendo un gran numero di traduzioni e di trattati originali aggiungendo a ciò l'insegnamento che dava ai figli ed ai nipoti di Cosimo, più tardi anche ad una numerosa scolaresca nello Studio fiorentino.

Chi espone le opere del Ficino fa la storia del platonismo in Italia; chi narra la vita di lui fa la storia dell'Accademia Platonica. I suoi seguaci si contentarono di ripeterne le idee, e l'Accademia nacque e morì con lui. Essa non era veramente altro che, una riunione di amici e discepoli, i quali, protetti dai Medici, si radunavano intorno a lui, per discutere di filosofia platonica. Somigliava alle riunioni tenute già nella cella del Marsigli o del Traversari; se non che alle adunanze dell'Accademia, i Medici, specialmente Lorenzo, assistevano più spesso, con più ardore le promovevano, e le materie filosofiche che in esse si disputavano, ebbero un'eco assai più clamorosa in tutta Italia. Alcune delle adunanze si tennero di state nella foresta di Camaldoli; altre più solenni si tenevano ogni anno in Firenze, e nella villa dei Medici a Careggi, il giorno sette di novembre, che, secondo la tradizione alessandrina, era il giorno della nascita e della morte di Platone.[169] L'uso di celebrarlo con solennità, osservato fino ai tempi di Plotino e di Porfirio, veniva ora, dopo 1200 anni, così diceva il Ficino,[170] ripreso. Si cominciava con un desinare, a cui seguiva una disputa filosofica, che finiva generalmente con un'apoteosi e quasi un inno religioso al sommo maestro. Riunioni e dispute meno solenni si tenevano in molte occasioni diverse, ma sempre nello stesso modo familiare e libero.

Il nome di Accademia veniva solo dalle dottrine professate ad imitazione di quelle di Platone. Non aveva, per quanto sappiamo, proprî statuti o regolamenti. S'adunava di solito nella villetta del Ficino presso Careggi; la tenevano unita la sua persona, la sua dottrina, l'ardore de' suoi amici e discepoli.[171] Il che se da un lato la riduce a poca cosa come istituzione, da un altro ne accresce l'importanza storica, perchè la dimostra un prodotto naturale e spontaneo della società in cui nacque. Infatti, mutate appena le condizioni intellettuali e sociali che l'avevano creata, non fu più possibile mantenerla in vita. Essa procedette assai regolarmente fino al 1478; scoppiata allora la sanguinosa congiura dei Pazzi, e incominciate le persecuzioni, gli animi restarono turbati; mancò la tranquillità necessaria alle contemplazioni filosofiche, e le riunioni, già molto diradate, cessarono del tutto colla morte del Ficino. Quelle che si tennero dipoi negli Orti Oricellarî, alle quali assisteva anche il Machiavelli, avevano ben poco da fare col Platonismo, come dimostrano chiaro i suoi dialoghi Dell'Arte della Guerra, e le congiure che ivi si tramarono. Il nome di platoniche, che pure ebbero queste adunanze, si direbbe qualche volta un pretesto per nascondere il loro vero scopo. I tentativi fatti nel secolo XVII da Leopoldo de' Medici per ripristinare l'Accademia, appartengono ad un altro tempo, hanno altro significato, e ben poca importanza nella storia della scienza.[172]

Quasi tutti coloro che scrissero dell'Accademia Platonica e del Ficino, si fermarono a raccogliere minutamente aneddoti biografici e letterarî, cose tutte che hanno un valore assai secondario.[173] Importa invece moltissimo conoscere quale è il merito intrinseco delle dottrine, quale la ragione della grandissima popolarità che ebbero nel secolo XV, quale l'ingegno di coloro che le trovarono o propagarono. In verità, quando si guarda il numeroso elenco dei platonici che si raccolsero intorno al Ficino, reca meraviglia l'osservare che due soli meritano davvero qualche lode come scrittori di opere filosofiche. Uno di essi è Cristoforo Landino, il celebre commentatore di Dante e del Petrarca, ellenista reputato, professore nello Studio, autore delle Disputationes Camaldulenses,[174] nelle quali si dà lungo e minuto ragguaglio delle platoniche discussioni. L'altro è Leon Battista Alberti, sommo artista, poeta, prosatore, erudito, scienziato, uomo universale, precursore di Leonardo da Vinci per la prodigiosa varietà delle sue doti intellettuali. Ad essi s'univano altri minori: Donato Acciaioli, Antonio Canigiani, Naldo Naldi, Peregrino Agli, Alamanno Rinuccini, Giovanni Cavalcanti, che era l'amico più intimo del Ficino, ed altri molti. Pure fra tutti costoro, senza eccettuare neppure il Landino e l'Alberti non se ne trova uno solo che sia vero filosofo: ripetono sempre le stesse idee, e sono le idee del Ficino. Ben si può ricordare che Angelo Poliziano e Lorenzo de' Medici, ingegni certo eminenti, furono anch'essi dell'Accademia Platonica; ma tutti i loro scritti li dimostrano letterati e non filosofi. Pico della Mirandola venne solamente più tardi, neppur lui con originalità filosofica, a farsi propagatore delle idee del Ficino. Ma, pochi o molti, di che cosa parlavano, quali erano e che valore avevano queste dottrine, che trovavano tanti e così ardenti sostenitori?

La nostra meraviglia in vero cresce quanto più noi ci avviciniamo ad essi. Nelle sue Disputationes Camaldulenses il Landino ci rappresenta gli Accademici, durante la state del 1468[175] nel delizioso convento di Camaldoli, adunati colà per godere il fresco, e disputare di filosofia. V'erano Lorenzo e Giuliano de' Medici, Cristoforo Landino e suo fratello, Alamanno Rinuccini, Leon Battista Alberti allora venuto di Roma e Marsilio Ficino. Dopo aver sentito la messa, andavano all'ombra, sotto gli alberi della foresta, ed ivi il primo giorno disputarono sulla vita contemplativa e sulla vita attiva, l'Alberti sostenendo con argomenti assai poco originali, doversi preferire la prima; Lorenzo de' Medici invece opponendogli che l'una e l'altra sono del pari necessarie. Nel secondo giorno si parlò del Sommo Bene, ed abbiamo una serie di vuote frasi e di citazioni classiche. Nel terzo e quarto l'Alberti dimostrò la sua platonica sapienza con un lungo comento su Virgilio, sforzandosi colle più strane allegorie di provare, che nell'Eneide si trova nascosta tutta quanta la dottrina platonica e tutta la dottrina cristiana, le quali in fondo sono per lui una sola e medesima cosa. E queste allegorie, le quali facevano dire ad Angelo Maria Bandini, nel riferirle, che i platonici gli sembravano spesso aver perduto la testa,[176] sono ciò su cui essi più di tutto insistono, quasi fosse parte sostanziale della filosofia.

Noi ci volgiamo ora a cercare i discorsi tenuti in uno dei più solenni desinari dell'Accademia, che fu dato nella villa di Careggi, il 7 novembre 1474,[177] per ordine di Lorenzo il Magnifico, sotto la presidenza di messer Francesco Bandini. Qui è lo stesso Ficino che ne stende la minuta narrazione.[178] Gl'invitati al banchetto, scelti dal Bandini furono nove, perchè nove erano le Muse: Antonio degli Agli vescovo di Fiesole, Marsilio Ficino e suo padre, C. Landino, Bernardo Nuzi, Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci, Carlo e Cristoforo Marsuppini. Finito il desinare, cominciò la lettura del Simposio di Platone, e i discorsi tenuti in casa di Agatone furono stranamente esposti dai convitati. Fedro dice nel Simposio, che l'amore ispira l'eroismo, è nato subito dopo del Caos e prima degli altri Dei, è ammirato da chiunque ammira la bellezza. E il Cavalcanti comenta: Iddio principio e fine di tutti i mondi crea gli angeli, che a loro volta formano per mezzo dell'anima universale, creata da Dio, le terze essenze. Queste sono le anime di tutte le cose, e quindi anche dei varî mondi, ai quali dànno vita, perchè il corpo è formato dall'anima. Quando il Caos incomincia a pigliar forma, sente appetito di bellezza, cioè amore; e perciò appunto, secondo Platone, l'amore precede gli altri Dei, i quali sono una cosa stessa cogli angeli. E qui il Cavalcanti comincia a dimostrare come gli angeli sono la stessa cosa che gli Dei antichi, e come le terze essenze sono le idee di Platone e le forme di Aristotele ad un tempo. Ma non si contenta di ciò, e continua dicendo che le terze essenze, create dagli angeli, divengono a loro volta anch'esse identiche agii antichi Dei; e neppure basta, anzi segue una tal confusione da non potere più tener dietro all'autore. Giove è il cielo, Saturno e Venere sono i due pianeti di questo nome; ma essi sono anche le terze essenze o le anime del cielo e dei due pianeti; sono le tre Divinità degli antichi, ed anche tre angeli; sono finalmente l'anima del mondo in quanto essa intende, muove e genera.[179] Ciò che risulta di più chiaro in mezzo a tanta confusione, si è che per gli accademici, Cristianesimo e Paganesimo debbono formare una sola e medesima cosa col Platonismo. L'allegoria è la chiave di vôlta di questo edifizio, o meglio artifizio, nel quale le cose non significano mai sè stesse, ma divengono geroglifici e simboli di altre; e siccome tutto ciò è arbitrario, così esse possono sempre significar tutto quel che si vuole.

Aristofane, uno degl'interlocutori, dice nel Simposio, che in origine v'erano tre sessi, uomini, donne e promiscui, cioè individui che, uomini e donne ad un tempo, avevano due teste, quattro mani, ecc. Questi esseri promiscui vollero lottare cogli Dei, e furono perciò divisi in due metà, una delle quali cerca sempre l'altra; quindi è che solo nella loro riunione possono gli amanti essere felici. Se però i mortali continuano nel proprio orgoglio, saranno puniti con una nuova divisione; e sarà curioso allora, prosegue Aristofane, vederli girare pel mondo come basso-rilievi, con mezza testa, con un occhio, una mano, un piede solamente. Il Landino, cui tocca comentare questo singolare discorso, non cerca l'origine della leggenda, nè la spiegazione mitologica di essa. L'anima, egli dice, fu creata da Dio integra, ornata di lume divino che guarda alle cose superiori, di lume naturale, ingenito che guarda alle inferiori. Ma l'uomo peccò di superbia, volle uguagliarsi a Dio, credendo che potesse bastargli il lume naturale, ingenito; il suo pensiero restò allora rivolto alle sole cose corporali, e la prima unità fu spezzata. Se continuerà nel suo orgoglio, affidandosi tutto al lume naturale, sarà punito di nuovo col perdere anche questo.[180] Ecco la facile spiegazione di tutto.

Ultimo a parlare fu Cristoforo Marsuppini, il quale concluse comentando il bellissimo discorso di Alcibiade, e le parole che questi, in fine del Simposio, rivolge a Socrate. Il comento è fatto dall'oratore, esponendo le idee di Guido Cavalcanti sull'amore, e parlando del divino furore, pel quale l'uomo, sorgendo al disopra della propria natura, in Deum transit. Per esso Iddio trae l'anima caduta nelle cose inferiori, nuovamente alle superiori. E tutto finisce con un elogio dell'amor socratico, ed un inno al divino Amore o sia allo Spirito Santo, che ha ispirato la discussione ed illuminato gli oratori platonici.[181]

Questi filosofi che vogliono avvicinare il Paganesimo ed il Cristianesimo, lo spirito e la materia, il divino e l'umano, Dio e il mondo, non riuscendo a trovare l'unità razionale di tutto ciò, riducono ogni cosa a simboli, a geroglifici. Eppure la grande popolarità e la immensa efficacia di questa filosofia sulla letteratura e sulla cultura del secolo, non può mettersi in dubbio da nessuno; non le si può quindi negare una grande importanza storica. E questa nasce da un nuovo modo di concepire il mondo, che apparisce chiaro abbastanza, anche in mezzo alla nebbia delle più strane allegorie. Pei platonici il mondo è divenuto il gran Cosmo fisico e morale, creato dall'amor divino, immagine del Dio che l'abita, e che essi risguardano non già come una persona vivente, ma come l'Unità suprema del tutto, lo Spirito universale, l'Assoluto. E questo concetto, per opera loro, penetra nella letteratura della seconda metà del secolo XV, la informa e ne determina il carattere. Quindi è chiaro che il Platonismo italiano, senza nessun grande valore scientifico, è pure un elemento importantissimo della nuova cultura.

Ma, per conoscerlo pienamente, è pur necessario fermarsi sulle opere di colui che seppe meglio formularlo ed insegnarlo. Marsilio Ficino ebbe una sconfinata ammirazione per tutta quanta la filosofia antica; lesse e volle assimilarsi Platone, Aristotele, i neoplatonici, ogni brano che trovava citato di Confucio, Zoroastro, ecc. Tutto ciò che essi dicono è sacro per lui, solamente perchè antico; e così i suoi scritti diventano una vasta congerie di elementi diversi, senza che egli ritrovi un vero principio dominatore ed organico, che possa valere a costituire un sistema, e dargli diritto al nome di filosofo originale. Le allegorie neoplatoniche, che G. Pletone e gli altri suoi connazionali portarono fra noi, sono il solo mezzo con cui egli sappia riunire i diversi elementi. Pure il Ficino si propose uno scopo assai notevole, che comincia a farci intravedere la sua importanza filosofica. In mezzo al trionfo dell'antichità pagana, egli vide che il Cristianesimo non poteva cadere; ma vide del pari che la sola autorità dei profeti, della Bibbia, della rivelazione non bastava più allora a sostenerlo e mantenerlo vivo negli animi. Bisognava dunque ricorrere alla ragione, a quella che era per lui la vera filosofia, cioè alla filosofia antica; ora fra i varî sistemi, quello che meglio di tutti si prestava allo scopo, era senza dubbio il Platonismo. Così nacque in lui il pensiero, e lo dichiara egli stesso, di fondare il Cristianesimo sulla dottrina platonica, di provare anzi che sono una sola e medesima cosa, e che l'uno è la conseguenza logica dell'altra. Questa dottrina parve allora una nuova rivelazione, ed è per essa che egli accendeva le candele innanzi a Platone, e lo adorava come santo. Nel suo libro Della Religione Cristiana, infatti, i più solidi argomenti che egli trovi a sostegno di essa, sono i responsi delle Sibille, i vaticinî che della venuta di Gesù Cristo fecero Virgilio, Platone, Plotino, Porfirio. La vita di Socrate è per lui un simbolo continuo della vita di Gesù, le dottrine dell'uno e dell'altro sono identiche. Così l'antichità veniva ribenedetta dal Cristianesimo, che a sua volta era dimostrato vero dall'antichità. Che cosa poteva avere maggiore importanza per gli eruditi del secolo XV? Il Ficino era così pieno, così entusiasta di queste sue idee, che qualche volta, più che l'inventore d'un nuovo sistema, sembrava credersi il fondatore d'una nuova religione.

Scrisse un gran numero di epistole, traduzioni e trattati in latino; ma il più grande e solido monumento alla sua fama fu la prima e, per molto tempo, la sola buona traduzione di tutte le opere di Platone. A questa lavorò indefessamente gran parte della vita, meditando anche un'opera che doveva raccogliere sistematicamente, in organica unità, le sue dottrine. Al quale proposito egli ci dice, che fu lungamente incerto se quest'opera dovesse essere una esposizione filosofica dell'antica religione pagana, ovvero una dimostrazione del Cristianesimo, fatta coll'aiuto dell'antica filosofia. Prevalse il secondo concetto; ma la nuova opera fu tuttavia intitolata Theologia Platonica, il che ben dimostra qual fosse l'ordine delle idee, in cui era entrato l'autore. Essa riuscì una vasta ed incomposta enciclopedia erudita, scritta con uno stile confuso e scolorito, difetto che si trova in tutte quante le sue opere, perchè, sebbene egli avesse consumata la vita intera sui classici, la incertezza delle idee gli rendeva impossibile acquistare una vera originalità e vigorìa di stile.

Nel leggere attentamente la Theologia Platonica, si direbbe più di una volta, che i materiali ivi accumulati comincino come a fermentare, e che seguano fra loro assimilazioni spontanee, di cui l'autore stesso non si rende conto. Vi è in fatti qualche cosa che può dirsi un resultato del pensiero del secolo, un progresso impersonale della scienza, di cui il Ficino sembra più lo strumento che l'autore. La quistione del consulto o non consulto agit nella natura, diviene, sin dal principio, quella intorno a cui tutte le altre s'aggruppano, ed è da lui risoluta nel modo stesso che aveva fatto Gemisto Pletone. Egli distingue nel mondo due diverse categorie di anime. Le une sono intellettuali ed universali; le altre sensibili, mortali, ma anch'esse razionali. Queste, che chiama le terze essenze delle cose, si trovano in tutta la natura, e l'animano. La terra, la luce, l'aria, i pianeti hanno, ciascuno, la loro terza essenza, e ciò spiega come la terra produca le piante, nell'acqua si generino animali, ecc. Le terze essenze inoltre sono divise in dodici ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco; ma s'uniscono e confondono fra loro, formando anime o terze essenze più generali. Così nel nostro pianeta vi sono l'acqua, la terra, l'aria, che hanno, ciascuna, la loro terza essenza; ma questo pianeta ha anche la sua propria e più generale, che tutte le comprende.

L'uomo poi ha due anime, l'una razionale e sensibile, che è la terza essenza del corpo, col quale essa muore; l'altra, intellettuale, immortale, infusa direttamente da Dio. Per mezzo di questa, la creatura si trova in relazione, e può venire in contatto col Creatore: in essa si specchiano tutte le altre, che infondono vita nell'universo. Così l'uomo è un microcosmo; può discendere fino agli animali, alla natura inanimata, e salire agli angeli, a Dio che gli parla e lo guida. Gli astri, le piante, le pietre stesse hanno poi colle loro terze essenze diretta influenza sulle passioni, sul destino di lui. E con ciò si viene a dimostrare la verità delle scienze occulte, a cui il Ficino prestava una fede quasi puerile. Attribuiva a Saturno la sua continua malinconia; ogni giorno mutava con scrupolosa diligenza i suoi amuleti, dai quali mai non si separava. Su tutte queste cose egli scrisse un trattato, De vita coelitus comparanda,[182] che bisogna leggere per vedere fino a qual punto arrivassero i pregiudizî d'un uomo così dotto, e d'un secolo tanto progredito. La fede che ebbero nelle scienze occulte gli uomini più notevoli del Rinascimento, è un'altra delle non poche contradizioni che noi osserviamo in quel tempo. Pure, chi bene la esamina, s'accorge che essa era alimentata dal bisogno di sostituir sempre alle spiegazioni soprannaturali una naturale, anche quando la scienza non era in grado di trovarla.

Se ora guardiamo questa filosofia del Ficino nella sua generale unità, apparisce assai chiara la tendenza irresistibile a cercare un'anima universale e razionale, la quale sembra infatti, ne' suoi scritti, confondersi col mondo e con Dio stesso. Le sue terze essenze, che sono una cosa sola colle idee di Platone, colle forme d'Aristotele, e s'uniscono poi fra loro in anime più generali, come potrebbero non riunirsi tutte in un'anima sola? Il mondo non è, secondo le stesse parole del Ficino, un grande animale vivente? La natura non ha essa un'anima razionale che consulto agit? Se non che, innanzi a queste che pur sono le conseguenze naturali, inevitabili delle sue premesse, il nostro autore s'arresta quasi spaventato, perchè egli deve accettare e spiegare la creazione dal nulla, e non può rinunziare al Dio personale del Cristianesimo.

Quando però viene ad esporre filosoficamente la creazione, torna sempre alle stesse idee, e s'avvicina di nuovo alle conseguenze da cui rifugge. Iddio concepisce (ed il concepire nella mente divina equivale al creare) l'anima sensibile delle cose, e l'anima immortale, angelica. Con questa Esso forma gli angeli, per mezzo dei quali crea le terze essenze, che sono a lui tanto inferiori che non può degnarsi di crearle direttamente. In noi, però, come vedemmo, oltre l'anima del corpo, ve n'è una immortale, creata, infusa da Dio, e per mezzo di essa la debole creatura umana può ascendere fino al divino ed eterno. A bene esaminarla, la creazione del Ficino è una emanazione; il suo Dio è l'anima e l'unità del mondo, anzi la sola definizione che egli sappia darne è: l'Unità assoluta di tutte le cose. Il Panteismo, conseguenza logica di questo concetto, è nell'aria stessa del secolo XV, che non trova altro modo di conciliare Dio e la natura, il divino e l'umano. Già scientificamente abbozzato dal Cusano, reso popolare dal Ficino, venne poi esplicitamente formulato e sostenuto dal Bruno. Se non che il Cusano ed il Bruno sono veri pensatori e filosofi, il Ficino è invece un erudito che filosofeggia senza vera originalità. Il concetto panteistico si manifesta nelle sue opere in un modo indistinto e confuso, quasi inconsapevole; ma ciò appunto lo dimostra un resultato dei bisogni generali del tempo, lo rende subito popolare, e lo fa penetrare largamente nella letteratura. Nelle poesie di Lorenzo il Magnifico, del Poliziano, dell'Alberti, in molti anche dei prosatori contemporanei, il Dio personale s'è mutato nell'Assoluto, il mondo è il gran Cosmo da esso abitato ed animato, la natura lungi dall'essere disprezzata, è quasi divina anch'essa. Questa trasformazione, come dicemmo, si deve appunto al Ficino ed all'Accademia Platonica, che scompariscono senza lasciare un nuovo sistema, ma lasciano invece un nuovo modo di vedere il mondo, e di concepire Iddio.

L'ardore entusiasta del Ficino, nello spiegare le nuove dottrine, trovò un'eco grandissima in Italia e fuori. Alle lezioni che dava nello Studio, accorrevano uditori d'ogni parte del mondo. Molti Inglesi tornarono in patria, portandovi l'ellenismo italiano; anche il Reuchlin, quando passò per Firenze, fu più che mai convertito alle nuove idee, le quali già trovavano grande favore in Germania, dove aiutarono la Riforma religiosa, che cominciò colla interpetrazione individuale delle Sacre Scritture, e col mettere il credente in diretta comunicazione col suo Creatore, senza bisogno di alcun intermediario: in Italia invece le conseguenze dell'erudizione restarono sempre letterarie e scientifiche.

Giovanni Pico della Mirandola, tanto celebre in tutta Europa, era chiamato fra noi la Fenice degl'ingegni, per la conoscenza che si diceva avesse di ventidue lingue, per la grande erudizione, la straordinaria memoria, al che si aggiungeva la bontà del suo carattere, l'amabile e gentile aspetto, l'avere egli, di famiglia principesca, abbandonato tutto pei suoi studî. Esaltato dalle lodi che gli facevano, e da una filosofia che colle sue allegorie pretendeva di abbracciare l'universo, propose una specie di singolare torneo scientifico, che doveva darsi in Roma. Aveva ridotto lo scibile in 900 conclusioni, su ciascuna delle quali si offeriva pronto a dare risposta a tutti i dotti, che invitava promettendo di pagare il viaggio ai più poveri. L'esperimento non si fece, per le difficoltà frapposte dal Papa, all'autorità del quale Giovanni Pico fu sempre ossequentissimo. Pure anche quest'uomo che levò allora così gran fama di sè, fu in sostanza un ingegno non molto diverso dagli altri seguaci del Ficino. Le sue cognizioni erano estese, ma superficiali; i suoi giudizî, guidati più dall'entusiasmo che dalla critica. Egli trovava le poesie di Lorenzo de' Medici superiori a quelle di Dante e del Petrarca. Della più parte delle ventidue lingue che pretendeva avere studiate, conosceva poco più che l'alfabeto e gli elementi grammaticali. Tuttavia, ellenista e latinista fra i valenti, fu ancora dei primi a promuovere gli studî orientali. Ma nè i suoi scritti italiani o latini, e molto meno la sua filosofia, hanno alcuna originalità. Voleva conciliare Averroè ed Avicenna, Scoto e San Tommaso, Platone ed Aristotele, per combattere i nemici della Chiesa. Ciò doveva portarlo di necessità ad unirsi col Ficino, che voleva appunto combattere «la religione dell'ignoranza e la filosofia della miscredenza.» Amico dei Medici, egli finì ammiratore entusiasta del Savonarola, e fu sepolto in San Marco, dopo che lo ebbero, secondo la sua ultima volontà, vestito dell'abito dei Domenicani.[183] Cessò di vivere nel 1494, anno memorabile nella storia dell'Italia e di tutta l'Europa.

8. — RISORGIMENTO DELLA LETTERATURA ITALIANA.

I Platonici e gli eruditi scompariscono ora assai rapidamente dalla scena, e la letteratura nazionale che s'è andata per sì lungo tempo apparecchiando, comincia a manifestarsi in tutto il suo nuovo splendore.

Nel secolo XV il nostro volgare era assai decaduto, per colpa principalmente degli eruditi, che o scrivevano latino, o forzavano l'italiano ad una artificiosa imitazione del latino. L'anno 1441 fu fatto nel Duomo, in occasione della dimora in Firenze d'Eugenio IV, un solenne esperimento letterario, chiamato Accademia Coronaria, perchè si prometteva una corona d'argento a chi leggesse i migliori versi italiani sull'amicizia. Ed il premio non fu potuto concedere, tanto riuscirono miserabili quelle poesie, che anche oggi nessuno può leggere senza restar maravigliato del gusto corrotto e del puerile artificio. S'ingannerebbe però chi credesse che lo scrivere in volgare fosse stato allora abbandonato del tutto. Canzoni italiane, composte da scrittori poco noti, ma non poco numerosi, venivano cantate dal popolo delle città e delle campagne, e in italiano si scrivevano le lettere familiari, molti racconti, novelle, cronache. Era una letteratura in gran parte fatta pel popolo, ed a cui il popolo in più modi pigliava parte, senza che si potesse dire popolare nel vero senso della parola. Ed andò, col procedere del secolo XV, crescendo sempre d'importanza, fino a che i dotti, abbandonato il latino, tornarono anch'essi all'italiano, iniziando così un secondo grande periodo nella storia delle nostre lettere.

I Platonici vanno messi appunto fra coloro che primi tornarono alla lingua volgare. Cristoforo Landino aveva molto aiutato a ciò, promovendo coi suoi Commenti lo studio di Dante e del Petrarca. Ma a Leon Battista Alberti spetta un luogo ancora più onorevole. Nato (l'anno preciso è incerto) circa il 1404 a Venezia, dove la sua famiglia era esiliata, si dimostrò subito uomo singolarissimo. D'una gran forza e bellezza, egli riusciva mirabilmente in tutti gli esercizî del corpo, in tutte le opere d'ingegno. Era valente nella musica, nel canto, nelle arti del disegno, nelle lettere e nelle scienze, tanto le morali, quanto le matematiche o naturali, nelle quali molte scoperte sono a lui attribuite.[184] Il Landino, il Poliziano[185] ed altri esaltarono, non solo la universalità di questo singolare ingegno, ma, quello che ora più importa notare, anche i suoi meriti nel promuovere lo studio e l'uso dell'italiano, cosa che risulta assai chiara anche dalla lettura delle sue opere, sebbene intorno ad alcune di esse si siano fatte e si facciano molte dispute. Alcune poesie dell'Alberti hanno di certo una freschezza e spontaneità grande;[186] ma ciò potrebbe far meraviglia se il Poliziano e Lorenzo de' Medici non ci dimostrassero che la Musa italiana già si ridestava allora animata da uno spirito nuovo, quasi rinascendo per seconda giovinezza. La sua prosa è veramente molto artificiosa per la continua imitazione del latino; pure merita una particolar menzione l'opera intitolata: La cura della famiglia, e specialmente il terzo libro di essa, L'Economico o Il Padre di famiglia, in cui si descrive appunto il buon padre, ed il miglior modo di governare la casa. Questo è quasi un lavoro a parte, e nella prefazione che lo precede, l'Alberti piglia le difese della lingua italiana, che dichiara non punto inferiore alla latina, ed aggiunge di voler fare uso d'uno stile «nudo e semplice.[187]» Infatti la sua prosa qui è assai più spontanea del solito, tanto che egli sembra voler fare uno sforzo per tornare all'aurea semplicità del Trecento.

L'Economico è generalmente noto nella forma assai più disinvolta e popolare che ricevette da Agnolo Pandolfini, col titolo: Del governo della famiglia; ed è in questa forma uno dei più bei monumenti della nostra letteratura. Si è da alcuni sostenuto che il Pandolfini avesse copiato e migliorato l'Alberti, da altri invece il contrario. Certo è però che il primo scrive in una lingua parlata, molto ricca ed evidente, sebbene non sempre irreprensibile affatto nella grammatica, mentre l'Alberti è più corretto grammaticalmente, ma è più pesante, non ba di certo la semplicità del Pandolfini. Nel suo linguaggio si vede l'innesto della forma popolare con la erudita, le quali non sono ancora ben fuse insieme, rimanendone offuscato il nativo splendore della prima. Non è ancora accertato pienamente quale dei due libri sia l'originale, quale il rifacimento; ma il trovarlo diffuso sotto due forme diverse, prova certo che esso esprime i sentimenti e le opinioni del tempo, il che lo rende importante non solo nella storia della lingua e della letteratura, ma ancora in quella della società italiana.[188]

Quest'opera, massime nella forma che gli ha dato il Pandolfini, sembra scritta da un uomo vissuto tra la fine del secolo XIV e il principio del XV, il quale, dopo aver preso parte al governo della città, si ritira disgustato in villa, per darsi al comporre. Così abbiamo in essa una fedele descrizione dello stato sociale, morale e intellettuale degl'Italiani nel secolo XV, quale vanamente cercheremmo negli storici. Qui v'è sopratutto un profondo disgusto della vita politica, «vita d'ingiurie, d'invidia, di sdegni e di sospetti.[189]» Lo spirito italiano già si sente condannato a rinchiudersi in sè stesso, senza trovare nella sua coscienza il conforto della vita religiosa. La virtù gli sembra risultare unicamente dal bisogno d'un benessere quasi artistico, «è tutta lieta e graziosa.[190]» Ciò che si vuole è solo: non aver l'animo alterato da alcuna cupidigia, pentimento o dolore;[191] mantenere non mai disturbata l'armonia interiore. L'onestà è il più bello ornamento della donna, che il vizio rende volgare e brutta.[192] Trasparisce anche assai chiara la nuova tendenza infusa nello spirito italiano dal Platonismo. In questo libro infatti la virtù risulta da una legge necessaria della nostra natura, non da alcun comando di autorità superiore. Quando il capo della famiglia prende moglie, la conduce innanzi al domestico tabernacolo della Madonna, e là pregano inginocchiati, non la Vergine o i Santi, ma il Sommo Iddio. Nè si raccomandano per avere la felicità di un'altra vita, ma solo perchè sia loro dato di godere i beni di questo mondo. La moglie deve saper governare la casa con l'accortezza e la gentilezza, per mantenere sempre l'armonia generale, e perchè tutti siano felici. Noi siamo come dinanzi a un quadro di Masaccio o del Lippi. Non v'è nessuno slancio, nessuna aspirazione verso l'infinito, v'è un'armonia che si contenta di sè, che è come il principio universale della vita, quale l'intendevano allora gl'italiani. Ogni piccolo accessorio di questo quadro ci pone dinanzi agli occhi la democrazia fiorentina, con la sua raffinatezza e la sua civile uguaglianza. In quasi tutta Europa il contadino era ancora attaccato alla gleba, in una condizione servile; egli qui è già divenuto il tormento del suo padrone. Vuole che gli sia comperato il bue, la giumenta, le pecore; vuole che gli sian pagati i debiti, gli sia data la dote per la figliuola, fatta la casa e fornite le masserizie: nè mai si contenta.[193]

Ma fra le sorgenti della nuova letteratura, specialmente della prosa, che sono pur molte, dobbiamo qui menzionare le corrispondenze politiche e diplomatiche, che in questo secolo divengono davvero uno dei più notevoli monumenti letterarî, che abbia non solo l'Italia, ma l'Europa. Esse non erano scritte per esercizi di retorica erudita, ma per condurre gli affari ad un fine determinato, e giunsero perciò subito ad una semplicità, spontaneità e lucidezza veramente singolari.

Nelle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, recentemente pubblicate,[194] si vede ancora lo sforzo con cui lo scrittore cercava innestare l'incolto, ma ingenuo linguaggio popolare col periodo latino degli eruditi; si vede il processo di formazione della nuova prosa. Questo sforzo è cessato, e la prosa politica italiana ha superato ogni incertezza, senza però ancora nascondere del tutto i due elementi da cui risulta, nelle lettere di Lorenzo dei Medici, delle quali il Guicciardini stesso fece i più alti elogi.[195] In esse si scorge da un lato la popolare disinvoltura con cui scriveva questo discepolo del Ficino e amico del Poliziano, e da un altro quella mirabile prudenza con cui egli cercava mantenere l'equilibrio fra gli Stati italiani, la grande autorità che esercitava su di essi, in tutta la Penisola. Quando Ferdinando di Napoli vuol fare una lega particolare col Papa, Lorenzo subito s'adopera, perchè si levi «questa scintilla d'alterazione in Italia,»[196] e si faccia invece una pace generale. Quando sua figlia Maddalena sposa Franceschetto Cibo, figlio naturale del Papa, egli subito avverte, che non intende stringere legami a danno della pace generale d'Italia, nè fare lontani disegni per l'avvenire, a cui bisogna, invece, «pensare dì per dì, e secondo che si troverà il suono ballare.»[197] Quando il Papa vuol chiamare in Italia il duca di Lorena, egli s'adopera a tutt'uomo per impedirlo, ponendo innanzi i molti pericoli, cui essi sarebbero andati incontro, e ricordando «che non è in mano degli uomini tenere la briglia alla fortuna.» Il duca di Milano, Lodovico il Moro, sempre vario e mutabile ed ambizioso, che ogni ora fa nascere nuove complicazioni, va trattato, egli dice, come porta la sua natura, secondandolo, cioè, fino a che è possibile senza pericolo; ma in modo da «restare a cavallo,» quando egli volesse mutare.[198] È quindi tanto più necessario tenersi amici i Veneziani, «per aver sempre qualche àncora in «mare.»[199] E quando suo figlio Giovanni, a 17 anni già da un pezzo cardinale, parte per Roma, Lorenzo lo avverte dei pericoli, cui va incontro in una città così corrotta, e gli ricorda che a Firenze giova l'unione colla Chiesa, e che «l'interesse della casa nostra ne va con «quello della Città; sicchè voi dovete essere in ciò buona catena, e non vi debbono, in ogni caso, mancare modi di salvare, come si dice, la capra e i cavoli.»[200] — Questa prosa disinvolta, popolare, efficace, divenne subito generalissima in Toscana, e Lorenzo de' Medici fu dei primi ad usarla, come fu dei primi ancora a scrivere poesie volgari.

Nel Trecento era seguìto fra noi un innesto di due poesie, che facilmente si possono distinguere anche oggi nei sonetti, nelle canzoni, nella stessa Divina Commedia. Una era semplice, chiara, spontanea; ispirazione, se non del tutto, certo assai più popolare dell'altra, che era artificiosa, allegorica, scolastica, cortigiana, imitazione francese o provenzale. Da questa unione d'elementi diversi, il genio nazionale aveva, aiutandosi sin d'allora collo studio dei classici, cavata una letteratura nuova. Ed essa discese assai facilmente nel popolo, che, rapìto, dominato da un'arte a lui superiore, e pur da lui intesa e gustata, sembrava non aver quasi più bisogno d'altre canzoni o d'altri racconti suoi proprî. Ma in sul finire del secolo XIV i letterati scrivevano latino, ed il popolo, che in mezzo alle lotte della libertà, aveva assai progredito anche nella cultura, dovette altrimenti provvedere ai bisogni del suo spirito. Per tutta la campagna toscana[201] s'udirono allora nuove canzoni, rispetti, strambotti; e nelle città si moltiplicarono prodigiosamente le novelle, i racconti d'avventure cavalleresche, che dalla Francia s'erano diffusi tra noi, e le sacre rappresentazioni. Tutto ciò naturalmente in lingua volgare.

Alcuni rispetti, alcuni strambotti e qualche canzone sgorgarono veramente dal cuore del popolo. Essi risuonano ancora oggi fra le valli toscane, dove, osserva il D'Ancona, sono come l'eco dell'ultima creazione d'un popolo che perdeva allora la sua libertà.[202] Ma altri non pochi, e i racconti cavallereschi, e le sacre o profane rappresentazioni non si possono dire creazione impersonale del popolo, perchè erano invece composti da una specie di cantastorie, che, sorti dal popolo per il quale scrivevano, non mancavano d'una qualche cultura, sebbene assai imperfetta. Noi vi troviamo spesso reminiscenze classiche ed artificî retorici, ben di rado vera spontaneità popolare. V'è però una certa semplicità ed anche una certa ingenua delicatezza di sentire, che attestano l'origine di questi lavori, e ricordano come il popolo fosse allora assai meno corrotto degli uomini culti e di tutti gli ordini superiori della società. Gli eruditi scrivevano l'Ermafrodito, le Invettive, oscenità d'ogni sorta: i cantastorie narravano le fantastiche prodezze dei cavalieri erranti; gli amori infelici d'Ippolito e Dianora, e la loro eroica abnegazione;[203] le sventure di Ginevra degli Almieri, che, uscita dalla tomba in cui fu sepolta viva, non è riconosciuta nè dal marito nè dalla madre che la fuggono, ma solo dal primo amante, da cui era stata per forza separata, e che ora la salva,

Mischiando la letizia col dolore.[204]

La poesia italiana del secolo XV fu dai letterati fondata in gran parte su questa poesia che spesso è chiamata popolare, quantunque tale propriamente non sia. Ed in verità i canti dei letterati e quelli del popolo s'intrecciano fra noi per modo, e tanta azione e reazione esercitano gli uni sugli altri, che il distinguerli è spesso impresa molto malagevole anche alla critica dei più acuti ed intelligenti. Comunque sia di ciò, uno dei primi, non solo a proteggere, ma a promuovere e coltivare la nuova poesia, fu Lorenzo de' Medici. A lui che fondava la tirannide, appoggiandosi sul popolo contro i Grandi, conveniva molto farsi conoscere anche come poeta del popolo, massime in una città come Firenze, dove il dominio intellettuale era la base più solida al dominio politico. Le stampe del tempo ce lo rappresentano, di fatti, in mezzo alla moltitudine, occupato a cantar poesie.

Per render giustizia al valore letterario di Lorenzo, non è necessario in modo alcuno seguire i ditirambi del Roscoe e del Ruth, che vorrebbero farne addirittura un genio.[205] Egli fu in poesia ciò che era stato in tutto il resto, conoscitore degli uomini, osservatore accorto, di gusto finissimo, senza però un animo abbastanza elevato per giungere alle somme altezze dell'arte. Ne è una prova la storia che ci fa egli stesso delle sue prime ispirazioni. Quando morì la bella Simonetta, amata da Giuliano dei Medici, molti poeti, fra cui il Poliziano,[206] ne scrissero le lodi. Lorenzo, per fare anch'egli qualcosa di simile, s'immaginò d'aver perduto la sua amata; ma poi ne cercò una addirittura, la trovò in Lucrezia Donati,[207] giovane bella e d'ingegno, e si diè subito a scrivere versi d'amore. Tutto ciò non gl'impediva di far trattare pel suo matrimonio con Clarice Orsini a Roma. E la madre Lucrezia Tornabuoni scriveva allora al marito Piero dei Medici, così ragionando della fidanzata: «È di recipiente grandezza, e bianca, et ha sì dolce maniera, non però sì gentile come le nostre; ma è di gran modestia, e da ridulla presto a nostri costumi. Il capo non ha biondo, perchè non se n'ha di qua; pendono i suoi capegli in rosso, e n'ha assai. La faccia del viso pende un poco tondetta, ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma mi pare un po' sotiletta. Il petto non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate; ma mostra di buona qualità.... La mano ha lunga e isvelta. E tutto raccolto, giudichiamo la fanciulla assai più che comunale.[208]» E dopo una così minuta descrizione del corpo, non una parola sola dell'animo, dell'ingegno e del carattere. Lorenzo poi che il 4 giugno 1469, in età di ventun'anno, si fidanzava con questa fanciulla, scriveva nei suoi Ricordi: «Tolsi donna,... ovvero mi fu data.»[209]

E le sue poesie, che pure han molto valore, lo dimostrano degno figlio di questa madre. A diciassette anni descriveva le labbra, gli occhi, i capelli dell'amata; lodava i monti, il praticello fiorito, il fiume, la solitudine campestre, in cui poteva contemplare l'immagine di lei, lungi dal rumore della città. Fin d'allora troviamo in esse gusto finissimo, disinvoltura, forma spontanea e qualche volta anche troppo popolare: egli descriveva la natura ed il mondo reale con una evidenza propria d'osservatore acutissimo. Queste qualità vanno più tardi risplendendo sempre di più nei varî componimenti di Lorenzo, giacchè egli sinceramente ammirava il bello, amava la vita campestre, ed era un vero artista, un pittore del mondo esteriore. Alla potenza descrittiva s'aggiunge nei Beoni uno spirito mordace e satirico; ma l'indole propria della sua poesia apparisce principalmente nelle Canzoni a ballo, che egli prese dal popolo, dando ad esse la loro vera forma, e nei Canti Carnascialeschi, che esistevano appena in germe, e che egli sollevò a dignità letteraria, divenendo così il creatore del genere.

Il pensiero dominante in queste poesie è: godete oggi della vita, abbandonatevi ai piaceri, e non pensate al domani. Non esitate, o giovanetti, colle donne, e voi

Arrendetevi, belle,

A' vostri innamorati,

Rendete e' cuor furati,

Non fate guerra al maggio.[210]

L'accorto politico, che voleva addormentare il popolo nei sensi, ai quali egli medesimo s'abbandonava, qui manifesta tutto sè stesso, ritrovando la sua massima spontaneità di stile e freschezza di forma. Ma qui ancora si vede, che la sua è un'arte corruttrice, la quale in ciò appunto trova la propria condanna. Se nelle Canzoni a ballo è contento del dolce far niente e d'una vita sensuale, nei Canti Carnascialeschi va ancora più oltre. Alcuni di essi ci pongono innanzi, con molto brio, figure mitologiche, piene di vita; altri invece descrivono oscenità tali, che oggi non si potrebbero neppure accennare, e che allora venivano senza ritegno cantate nelle pubbliche vie, ed erano opera d'un principe ammirato in tutto il mondo civile. Egli dirigeva le feste e le mascherate carnevalesche, chiamando in suo aiuto scultori e pittori,[211] per renderle più allegre, e per fare colla eleganza del gusto penetrare più addentro la corruzione dei costumi; faceva comporre la musica che doveva accompagnare le sue oscene canzoni, e mescolandosi coi letterati, cogli artisti e col popolo, era l'anima e la guida di tutti questi baccanali. Non si può tuttavia negare che Lorenzo, trattando varî generi di poesia, che trovò diffusi nel popolo, e sollevandoli a vera dignità di arte, fu promotore d'una rivoluzione letteraria, nella quale, se alcuni dei contemporanei lo superarono, egli ebbe pure una parte che gli torna a sommo onore.[212]

Il vero rinnovatore della poesia italiana nel secolo XV fu però Angelo Ambrogini da Monte Pulciano, chiamato il Poliziano. Nato il 14 luglio 1454, fu sino al 1474 discepolo nello Studio Fiorentino, dove ascoltò il Ficino, l'Andronico, l'Argiropulo, il Landino. A sedici anni aveva cominciato una traduzione d'Omero, che lo fece chiamare dal Ficino l'omerico fanciullo, e gli assicurò per sempre la protezione di Lorenzo, il quale l'accolse nella propria casa, e lo volle maestro di suo figlio Piero.[213] A 29 anni era professore d'eloquenza greca e latina nello Studio, ed alle sue lezioni accorrevano non solo Italiani, come Pico della Mirandola e i Medici stessi, ma stranieri d'ogni nazione. Poco di poi, nel 1486, fu nominato canonico della Cattedrale. In breve tempo la sua fama aveva riempito tutta Italia e passato anche le Alpi. Dimostrò un grande acume critico, specialmente paragonando i testi antichi, nelle sue Miscellanee; collazionando poi l'edizione delle Pandette, pubblicata a Venezia nel 1485, sul codice Laurenziano, conosciuto col nome di Pandette d'Amalfi, fece osservazioni che forse furono troppo lodate, ma che pur dimostravano di che grande aiuto la filologia poteva essere alla giurisprudenza.[214]

Il merito principale del Poliziano sta però nelle poesie, e spesso anche le più belle prolusioni che leggeva dalla cattedra non erano che versi latini, nei quali restò senza rivali fin dalla prima giovinezza. A diciotto anni i suoi versi greci erano stati molto lodati; ma egli aveva addirittura fatto maravigliare il mondo colla sua elegia latina in morte di Albiera degli Albizzi. In essa pare che il sentimento pagano per la bella forma, e l'eterea gentilezza dei pittori del Quattrocento si siano riuniti; che la lingua italiana si sia fusa con la latina, la quale, pur essendo morta, pareva ritornata ad essere lingua parlata e viva, tante erano la sua vivacità, la sua freschezza. Si direbbe che il soffio della poesia popolare italiana rianimi adesso di nuova vita l'erudito, e lo renda capace di ricondurre il suo latino alla primitiva spontaneità greca. In questa elegia troviamo la medesima inarrivabile eleganza, lo stesso lusso di descrizioni, ed anche la stessa composizione, qualche volta alquanto artificiosa, delle immortali Stanze italiane. Bellissime sono le ultime parole della moribonda al marito, che osserva, atterrito, il pallore crescere di momento in momento sul volto dell'amata, la quale

Illius aspectu morientia lumina pascit,

e già si sente come rapire nell'altra vita:

.... Heu! nostro torpet in ore sonus;

Heu rapior! Tu vive mihi, tibi mortua vivam.

Caligant oculi iam mihi morte graves.

Questi pregi che il Poliziano ebbe sin dal principio, aumentarono sempre, come può vedersi, fra le molte altre, nella poesia in morte della bella Simonetta, e in quella stupenda sulle viole.[215] Leggendo questi versi, che sono più classici di quanti se ne scrissero prima dagli eruditi, il lettore qualche volta, quasi obliando sè stesso, crede di vedere il latino trasformarsi nel nuovo e più bel fiore della poesia italiana, la quale rinasce davvero sotto i suoi occhi. È ora infatti che la crisalide italiana rompe l'involucro latino, dentro cui s'era lungo tempo nascosta, e comparisce finalmente alla luce del sole.

Il Poliziano resta immortale nella storia della letteratura italiana, come autore delle Stanze per la Giostra di Giuliano de' Medici, perchè esse incominciano addirittura il secondo e non meno splendido periodo della nostra poesia. Formano il principio d'un poema che non va oltre la quarantesimasesta ottava del secondo libro, restando interrotto, assai probabilmente, per la morte di Giuliano nella congiura dei Pazzi.[216] Esse sono però un lavoro di tal natura, che soffre assai poco da questa interruzione, mancandovi ogni unità, ogni materia epica, a segno tale che riesce in vero assai difficile argomentare come il poeta avrebbe potuto continuarlo e come finirlo. Il suo gran pregio sta tutto in una forma limpida, elegante, cristallina, d'una freschezza impareggiabile. L'ottava, osserva giustamente il Carducci, che era stata diffusa nel Boccaccio, stemperata nel Pulci, aspra ed ineguale in Lorenzo, acquista nel Poliziano unità, armonia, colore, varietà, quel carattere che poi ha sempre serbato. Posto fra la letteratura originale, primitiva del Trecento, e quella più varia, raffinata, e pur sempre d'imitazione, che fiorisce nel Cinquecento, egli riunisce le grazie dell'una col vigore dell'altra, somigliando in ciò ai pittori del Quattrocento, che resero assai più gentile la pittura di Giotto, più perfetta la tecnica dell'arte, senza ancora cadere nel convenzionale, che comincia ben presto nel Cinquecento. Tutto questo però, non bisogna dimenticarlo, è vero solo per la forma; giacchè quanto alla sostanza il Poliziano non ha certo nè l'altezza o il vigore di Dante, nè la fantasia dell'Ariosto. Ma è una forma che può dirsi poesia essa stessa, e riproduce la natura con una eleganza inarrivabile. Le donne del Poliziano non sono così mistiche ed aeree come quelle di Dante, non così sensuali come quelle dell'Ariosto; hanno una delicatezza e dolcezza che innamora; ricordano il Lippi ed il Ghirlandaio. La bella Simonetta è nelle Stanze sensibile e visibile, ma non manca di bellezza ideale:

Ridegli attorno tutta la foresta,

. . . . . . . . . . . . . .

L'aer d'intorno si fa tutto ameno,

Ovunque gira le luci amorose.[217]

Il poeta non cerca che il vero, ma è un vero elegante, gentile sempre. Le immagini, liberate dal misticismo medievale, sembrano giovarsi della veste mitologica, in cui spesso le vediamo avvolte, per meglio fare indovinare le forme del corpo, dal quale non vogliono mai separarsi. La loro nudità apparisce di tratto in tratto splendida, quasi luminosa, per un classico smalto, ed una pagana freschezza tutta propria del Rinascimento. Ed invero, per citare anche un esempio d'altro autore, chi, dopo aver letto, nella Vita Nuova o nella Divina Commedia, la descrizione della Beatrice, sempre vicina a trasformarsi nella teologia, legge la ben nota ballata d'Olimpo da Sassoferrato:

La brunettina mia

Con l'acqua della fonte

Si lava il dì la fronte

E il seren petto, ecc.,[218]

s'accorge subito della distanza, e capisce il mutamento che è seguito nello spirito italiano.

Il Poliziano sollevò i Rispetti o gli Strambotti del popolo a dignità nuova, con tal gusto e tale eleganza, «che primo forse in poesia,» dice il Carducci, «dette l'impronta dell'atticità ai fiorentinismi, e la finitezza dell'arte all'espressione famigliare.[219]» La ballata poi, che già nel Trecento aveva ricevuto una forma letteraria, e, così ingentilita, era rimasta nel popolo; che servì di modello alle molte laudi spirituali composte in tutto il secolo XV, ed anche a Lorenzo de' Medici, che seppe darle nuova forma letteraria, venne dal Poliziano sollevata fin quasi all'altezza dell'ode, senza che con ciò perdesse la sua primitiva semplicità.[220] Non mancano in queste liriche, allusioni sensuali, le quali ricordano che egli era compagno di Lorenzo: il Poliziano però non perdè mai il pudore, come spesso seguì al suo Mecenate. Coll'Orfeo il Poliziano si provò anche nel dramma; ma è un dialogo che riesce qualche volta lirico, senza arrivar mai ad un vero conflitto di passioni. La poesia drammatica nasce tardi assai nella vita d'un popolo, quando cioè il suo spirito e la sua lingua sono arrivati ad una sana e vigorosa maturità. L'Italia v'era appena giunta, quando divenne preda degli stranieri, che distrussero le sue istituzioni e la sua indipendenza, la oppressero e travagliarono per modo, che le impedirono di trovar la via d'uscire, in questo genere essenzialmente nazionale, da quella imitazione latina, da cui s'era altre volte liberata.

Il Poliziano, poi che aveva un gusto assai fine e quasi greco, non poteva in nessun caso essere l'uomo capace di elevarsi alla vera altezza drammatica, creando il teatro che a noi mancava. Si capirà facilmente perchè il suo genio non potesse volare troppo alto, quando si pensi alla vita di cortigiano e d'adulatore che menava. Fa qualche volta sdegno il vedere come l'autore di versi tanto gentili, ne scrivesse altri pieni delle più basse adulazioni. Ciò non può scusarsi neppur col ricordare che pel suo Mecenate egli aveva un affetto veramente sincero e profondo. Era accanto a Lorenzo il giorno che scoppiò la celebre congiura dei Pazzi, e fu primo a chiudere la porta della sagrestia appena lo vide là dentro ricoverato. Quando Lorenzo tornò dal suo pericoloso viaggio di Napoli, egli lo salutò con bellissimi versi latini, che paiono d'un amante all'amata; e quando morì, lo pianse con parole di grandissimo dolore, seguendolo poco dopo nella tomba. Ma ciò non toglie che quando il poeta s'umilia dinanzi al suo protettore, chiedendo perfino abiti vecchi, si senta una profonda compassione, e si capisca che così non si sale mai alle maggiori altezze dell'arte.

La letteratura del Trecento era stata, può dirsi, esclusivamente toscana; quella del Rinascimento fu invece nazionale. Gli eruditi infatti si trovano, come vedemmo, in ogni parte della Penisola, ed ora anche gli scrittori in lingua volgare cominciano a sorgere contemporaneamente e coi medesimi caratteri in diverse provincie. Così se dal Poliziano e da Firenze andiamo verso il Mezzogiorno, incontriamo Giovanni Gioviano Pontano. Nato a Cerreto (1426) nell'Umbria, si recò ben presto a Napoli, dove fu ministro ed ambasciatore di Ferdinando d'Aragona; lo accompagnò per tutto; lo consigliò negli affari più gravi di Stato, nei quali ebbe sempre parte principalissima; fu maestro di Alfonso II. A poco a poco divenne napoletano affatto, e può dirsi che meglio d'ogni altro rappresenti lo stato della cultura in quella Corte ed in quel tempo. Uomo d'affari, diplomatico accorto, ed uno dei più celebri eruditi, istituì l'Accademia Pontaniana, trasformando quella già fondata da Antonio Panormita col titolo di Porticus Antoniana. Scrisse un numero infinito di opere filosofiche, fisiche, astrologiche, politiche, storiche, sempre in latino. Ma in tutte queste opere si vede chiaro che l'erudizione era già vicina a subire una trasformazione. I trattati della Fortezza, della Liberalità, della Beneficenza, ecc., come pure quello del Principe, non sono altro che dissertazioni senza alcuna originalità, raccolte diffuse di sentenze morali. Le sue varie opere astrologiche riuniscono tutti quanti i pregiudizî del tempo, senza neppur tentare di fondarli su qualche pretesa teoria filosofica, come presumeva di fare il Ficino. — Il sole, cuore del cielo e dell'universo, è principio generatore delle cose. La costellazione del Cancro, che influisce sui corpi freddi, si dice casa della luna, perchè quando questo pianeta, di sua natura umido e freddo, si trova in quella costellazione, acquista maggiore efficacia. — Anche la sua storia della Guerra Napoletana tra Giovanni d'Angiò e Ferdinando d'Aragona, sebbene abbia una certa importanza, per essere scritta da un contemporaneo, è piena di digressioni inutili, si perde in considerazioni astrologiche, e manca di critica.[221] Ma chi vuol conoscere davvero il Pontano, e scoprire dove è il valore de' suoi scritti, un valore tutto letterario, deve leggere i Dialoghi e le poesie latine, specialmente le liriche.

Qui si osserva subito lo stesso fenomeno che nel Poliziano: un gusto classico finissimo; uno stile lucido, evidente, spontaneo come di chi usa una lingua viva, perchè anche qui la nuova vita del latino nasce dall'innesto di esso col linguaggio parlato dall'autore, che però non è il fiorentino, ma un italiano napoletanizzato. Dal che deriva, per quanto sia grandissimo l'ingegno poetico del Pontano, una innegabile inferiorità di forma ne' suoi scritti, di fronte a quelli del Poliziano; l'atticismo toscano dà al latino di questo una greca eleganza che non si può del pari ritrovare nell'altro. Tuttavia è certo che anch'egli riesce mirabilmente nell'adoperare il latino ad esprimere il pensiero moderno, e dove non gli basta, latinizza parole italiane o napoletane, e va innanzi spedito come uno che parli la lingua imparata sin dalla cuna. Nei dialoghi, il Caronte, l'Antonio, l'Asino, che sono tutti lavori d'immaginazione, in elegante prosa latina, spesso interrotta da poesie bellissime, v'è una dipintura dei costumi napoletani, di feste popolari, di scene campestri e d'amore; una serie d'aneddoti pieni di brio tale, che par di leggere le pagine più belle del Boccaccio. La festa del porcello a Napoli, l'indole delle città italiane, la corruzione dei preti a Roma, le dispute ridicole dei pedanti, e l'accanimento con cui perseguitano la gente, per una particella o un ablativo non adoperati secondo le loro regole, spesso fallaci, hanno una potenza descrittiva, una freschezza, una vis comica tali da far mettere il Pontano fra gli uomini di vero genio letterario. Egli scrive in latino, ma il suo spirito, il suo ingegno sono moderni, e le sue opere sono perciò un vero gioiello della letteratura italiana. Nel suo Antonius vediamo i Napoletani seduti all'ombra, motteggiare chi passa; il Pontano vivo parlante; un figlio che racconta le querele di casa; un poeta che, preceduto da un trombetto, sale, secondo l'uso napoletano del tempo, sopra un poggio a recitare la descrizione d'una battaglia, di tanto in tanto abboccando il fiasco di vino. Poi leggiamo l'ode di Galatea inseguìta da Polifemo, una delle sue più belle:

Dulce dum ludit Galatea in unda,

Et movet nudos agilis lacertos,

Dum latus versat, fluitantque nudae

Aequore mammae, etc.;

ed in mezzo a tutto ciò sempre un gusto squisito, uno spirito che s'inebbria, anche nella vecchiezza, in una voluttà sensuale ed artistica, uno scetticismo profondo che ride d'ogni cosa.

Nelle liriche si manifesta veramente tutto quanto il genio letterario dell'autore, e si vede più chiaro ancora che in quelle del Poliziano, l'immagine del Rinascimento. Le sue donne, dice il Carducci, denudano ridenti ogni loro bellezza in cospetto del sole e dell'amore. «E con quel suo riposato senso di voluttà e di sincero godimento della vita, il Pontano, in latino, è il poeta più moderno e più vero del suo tempo e del suo paese.»[222] Leggendo le odi, è davvero mirabile il vedere come in quel suo latino egli si muova agile e felice, quasi navighi a seconda d'un fiume; e come il suo italiano napoletano cerchi infondere giovane sangue nel vecchio idioma, anche quando lo altera un po' troppo:

Amabo mea chara Fanniella,

Ocellus Veneris, decusque amoris,

Iube isthaec tibi basiem labella

Succiplena, tenella, mollicella,

Amabo, mea vita, suaviumque,

Face istam mihi gratiam petenti, etc.[223]

Egli ride e motteggia; canta la ninna nanna; s'inebria nella voluttuosa bellezza, fra le molli braccia delle Ninfe, che l'accolgono in riva al mare, in presenza della natura, in mezzo ai fiori. E questo è il suo mondo, il mondo del Rinascimento. Tutte le città, le ville, le isole dei dintorni di Napoli, le strade, le fontane, personificate in esseri fantastici, camminano, danzano intorno al poeta. Le Ninfe Posilipo, Mergellina, Afragola, Acerra, Panicocolis studiosa lupini, e Marianella che canta accompagnando Capodimonte,

et cognita bucellatis

Ulmia, et intortis tantum laudata torallis:[224]

tutte si muovono e vivono nella sua Lepidina.[225] Il Vesuvio, in forma di vecchio, discende dal monte sopra un asino per venire alla festa, e le donne lo circondano. A chi dà un anello da cucire, a chi un fusaiuolo, a chi dice un motto, e tutte fanno a gara intorno a lui ed all'asino, per salutarli con alte e festose grida,

Plebs plaudit, varioque asinum clamore salutant,

Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant.

I medesimi pregi possono notarsi nei due libri degli Amori, negli Endecasillabi, nella Buccolica, e nel poema didascalico, L'Urania, in cui sono mirabili descrizioni della natura. Vi troviamo sempre un singolare impasto di due lingue, l'una viva e l'altra morta, nel quale ambedue sembrano rinascere; e questa varia e ricca unione d'immagini classiche, di bizzarrìe fantastiche, di splendide descrizioni della natura, di sentimenti moderni, tutto mescolato e tutto in fermento nella fantasia dell'erudito, che si trasforma in poeta, ci fa capire come la nuova letteratura nasca dall'antica, e come, in mezzo al mondo classico, con tanta cura evocato, possa sorgere il poema cavalleresco, che pare e non è una contradizione nel secolo degli eruditi.

Qui dovremmo accennare alle lettere politiche di Ferrante d'Aragona, che portano la firma anche del Pontano suo primo ministro, il quale ebbe certo una parte non piccola nel compilarle. Ma, oltre che è ben difficile il determinare con precisione qual fosse veramente questa parte, ci sarà data occasione di parlarne in luogo più opportuno. Per ora ci basti ricordare che anch'esse hanno rarissimi pregi: scritte con verità ed eloquenza, potrebbero stare fra le migliori nostre prose letterarie, se la loro forma italiana non fosse troppo alterata dal dialetto napoletano, che spesso aggiunge forza e naturalezza, ma non può giovare alla unità, nè alla eleganza della lingua.

Accanto al Pontano viveva un altro scrittore, che era nato nel Napoletano, che morì nella seconda metà del secolo XV, e del quale abbiamo un volume di novelle assai notevoli, massime se ricordiamo che quel genere, dopo il Sacchetti, pareva quasi abbandonato. Uomo di mondo e non erudito, ma vissuto in mezzo alla erudizione, egli ci dice di aver voluto imitare, «il vetusto satiro Giovenale, e l'ornatissimo idioma e stile del famoso commendato poeta Boccaccio.»[226] Spesso invoca gli Dei immortali; e Mercurio eloquentissimo Dio gli ragiona degl'inganni fatti dalle donne «al sommo nostro padre Giove, e al radiante Apollo, a noi e agli altri Dei.»[227] Egli, come il Sacchetti, dichiara che vuol raccontare novelle «per autentiche istorie approbate, e certi moderni e altri non molto antichi travenuti fatti.»[228] La sua lingua è molto artificiosa, per la imitazione visibile del latino e del Decamerone; vi si mescolano in buona copia il dialetto napoletano ed il salernitano, che dànno grande vivacità, ma alterano l'italiano, e rendono sconnessa la grammatica di Masuccio, che era nato a Salerno. Il suo brio spontaneo, la sua verità ed evidenza sono tali, che egli sarebbe uno dei nostri classici, se la forma fosse meno scorretta. Tuttavia il suo Novellino, così com'è, ci dà una immagine fedele dei tempi e della Corte di Napoli. Con una grande conoscenza degli uomini e delle cose, con un animo che sembra assai schietto e buono, l'autore sa infondere vita ne' suoi personaggi; sa raccontare con la disinvoltura, la naturalezza ed il sorriso d'un vero scrittore del Rinascimento. Domina in lui un odio profondo contro le immoralità dei preti, i quali egli sferza sanguinosamente, senza perciò essere punto avverso alla religione. Nell'Esordio alla terza novella, che è dedicata al Pontano, di cui esalta le virtù, le quali egli dice macchiate solo dal conversare che esso fa continuo con preti, frati e monache, «atteso che con loro non altro che usurai e fornicatori e omini di mala sorte conversare se vedono.» Tutto ciò non ci maraviglia molto in uno scrittore che viveva nella Corte degli Aragonesi, la quale fu di continuo in guerra coi Papi, ed aveva accolto e protetto Antonio Panormita e Lorenzo Valla. Il vedere però dedicato ad Ippolita, figlia di Francesco Sforza e giovane sposa d'Alfonso II d'Aragona, un libro di novelle assai spesso molto oscene, alcune delle quali sono anche dedicate in particolare a qualche nobile donna, reca certo grande maraviglia, ma è pure un altro segno dei tempi.

Dai Dialoghi del Pontano e dalle Novelle di Masuccio non occorre un gran salto per passare ai poemi cavallereschi, un altro dei generi di letteratura proprî di questo secolo. Veramente erano nati in Francia, e parrebbero in tutto contrarî al genio nazionale dell'Italia. La Cavalleria s'era infatti poco o punto diffusa tra noi; il feudalismo era stato combattuto ed in grandissima parte distrutto; alle Crociate avevamo preso una parte secondaria; Carlo Magno, eroe nazionale della Francia, era fra noi un principe straniero e conquistatore. E questi sono tutti elementi sostanziali, per la formazione del poema cavalleresco. Lo scetticismo religioso, cominciato assai presto in Italia, contrastava anch'esso coll'indole di poemi fondati principalmente sulla guerra dei Cristiani contro gl'Infedeli. Ed il maraviglioso che ne costituisce l'essenza, neppure era adatto all'indole degl'italiani, ammiratori sempre della bellezza classica. Passati da uno stato di decadenza ad una nuova forma di civiltà, essi non avevano avuto la selvaggia e vigorosa giovanezza, in mezzo alla quale era stato creato quel mondo d'eroi, le cui avventure impossibili, i cui caratteri fantastici si mutano e confondono continuamente fra loro. Tuttavia questi poemi francesi, come si diffusero rapidamente in tutta l'Europa feudale, così vennero anche fra noi, e si propagarono assai più largamente che non si crederebbe.

Prima ancora che sorgesse la nostra letteratura, quando nel Settentrione d'Italia molti scrivevano provenzale o francese, avemmo una serie di poemi cavallereschi, compilati da Italiani in un francese italianizzato o in un italiano infranciosato. Nel Mezzogiorno, invece, quei racconti furono portati dai Normanni, e nel Centro della Penisola si diffusero per mezzo di scritti italiani e di poeti vaganti. Ma quegli eroi, nati e cresciuti in una nebbia fantastica, che non era punto adatta alla nostra indole, trovarono fra noi, specialmente nell'Italia centrale, un terreno poco favorevole, e quasi si dileguarono dalla nostra letteratura, per rifugiarsi nelle capanne del contado o nei tugurî del popolo, quando sorse sull'orizzonte il sole della poesia di Dante. In molti lavori del Boccaccio, nei Trionfi del Petrarca, anche nella Divina Commedia, troviamo spesso reminiscenze, che riconfermano come quei poemi fossero sempre assai diffusi nel popolo. Paolo e Francesca ricordano nell'Inferno la lettura che, nei tempi felici, avevano fatta insieme degli amori di Lancillotto; e quando il Sacchetti racconta del fabbro che sciupava, nel recitarli, i versi di Dante, dal quale veniva perciò aspramente rimproverato, egli aggiunge: e così, se volle, dovè invece cantare di Tristano e di Lancillotto: segno evidente che questi racconti erano allora giudicati più adatti alla fantasia popolare anche in Firenze. Quando poi i dotti cominciarono a scrivere in latino, i poemi cavallereschi sembrarono risorgere fra noi da un temporaneo letargo, ed insieme coi Rispetti, gli Strambotti, le Canzoni, le Laudi e le Rappresentazioni, fecero parte di quella letteratura che, come già vedemmo, fu chiamata popolare. Così largamente e così profondamente infatti si diffusero, che ancora oggi il cantastorie napoletano racconta d'Orlando e di Rinaldo ad un popolo estatico, e nella campagna toscana i Maggi, che si rappresentano la primavera, dinanzi ai contadini, pigliano dai medesimi poemi i loro soggetti. Alcuni di questi Maggi e di questi racconti sono composizioni recenti; ma altri non pochi sono addirittura del secolo XV. Allora se ne scrisse un numero sterminato, ed erano letti con l'avidità stessa, con cui oggi si leggono i romanzi. Gl'Italiani non creavano nuovi poemi, nè ripetevano materialmente gli antichi; ma di questi facevano compilazioni in verso o in prosa, e più in prosa che in verso, spesso molti riunendone in uno, e formando così come grandi repertorî di novelle fantastiche, che i cantastorie, il più delle volte essi stessi autori, andavano leggendo al popolo delle città e delle campagne, che li ascoltava con insaziabile avidità. La così detta Cronaca di Turpino, ed in generale il ciclo di Carlo Magno forniscono la materia principale dei racconti italiani; ma il ciclo del re Arturo e della Tavola Rotonda vi ha pure una grandissima parte.

Il più grande di questi compilatori, che può bastare a darci un'idea degli altri, visse nella seconda metà del secolo XIV e nella prima del XV. Egli è Andrea dei Mangabotti da Barberino in Val d'Elsa, che chiama Firenze la mia città, perchè colà visse e fu educato. Di un'attività senza pari, scrisse non solo i famosi Reali di Francia in sei libri, ma ancora l'Aspromonte in tre libri, la Storia di Rinaldo in sette, la Spagna in uno, la Seconda Spagna in uno, le Storie Narbonesi in sette, Aiolfo in un libro lunghissimo, Ugone d'Avernia in tre, e finalmente Guerino il Meschino, che, sebbene continui i fatti narrati nell'Aspromonte, forma un lavoro a sè, la cui popolarità, di poco inferiore a quella dei Reali, dura anch'oggi. Tutti questi lavori sono scritti in prosa, salvo alcune parti dell'Ugone d'Avernia.

L'autore s'era proposto di raccogliere e coordinare la gran moltitudine dei racconti, che fanno parte del ciclo di Carlo Magno. E così nei Reali, che son sempre la sua opera principale, compilò la storia della stirpe del grande Imperatore, senza però fare nè una vera storia, nè un vero romanzo cavalleresco. Egli vuol mettere nesso e precisione là dove era confusione deplorabile, corregge la geografia, ordina le genealogie, ma perde con ciò la ingenuità popolare e l'originalità poetica. Sembra che quel realismo italiano tanto ammirato nelle novelle, che restan sempre il racconto più proprio e nazionale della nostra letteratura, predomini anche qui, ed alteri il poema, formando un lavoro che non è certo senza merito, ma di un genere ibrido. Noi qui non abbiamo veramente nè poesia popolare, nè poesia letteraria, ma piuttosto una materia epica, che si va trasformando, e cerca una forma nuova, senza ancora trovarla. Il linguaggio parlato si mescola colle reminiscenze classiche, familiari allora a tutti gl'Italiani; la narrazione ha una riposata solennità quasi liviana, e l'autore vuol riunire dentro i confini d'una macchina ideale ben disegnata e determinata, una miriade di racconti originariamente germogliati con la ricchezza esuberante e disordinata d'una foresta vergine.[229] Queste qualità degli scritti del Mangabotti sono comuni a quelli di centinaia d'altri compilatori in verso o in prosa.

Da quanto abbiamo detto fin qui risulta chiaro, che il giorno in cui i nostri letterati ricominciarono a scrivere in italiano, e, stanchi della retorica di poemi come la Sforziade e la Borseide, s'avvicinarono al popolo, trovarono in mezzo ad esso diffusi, insieme coi Rispetti e le Ballate, racconti come i Reali di Francia, in verso o in prosa. Si diedero allora a rifare anche questi, provandosi a renderli vere opere d'arte. Lasciarono inalterata la macchina generale della narrazione; la divisione in canti; le ricapitolazioni in principio d'ognuno di essi, indirizzate agli «amici e buona gente» dal poeta del popolo, che di ogni canto era costretto a far come un lavoro indipendente. Anche questi nuovi scrittori usavano leggere a brani i loro racconti, non in piazza, ma nelle Corti, nei desinari dei signori, a gente culta, che però voleva divertirsi, ed era stanca della vuota solennità degli eruditi. Spesso i cambiamenti che portavano nel riscrivere quelli che ora chiameremo anche noi poemi popolari, si restringevano solo a ritoccarli, correggerli, ravvivarli nella forma, aggiungendovi nuovi episodî, nuove descrizioni, qualche volta interi canti. In questo ritoccarli però stava l'arte, che infondeva vita là dove mancava, ed arrivava così ad una creazione nuova ed originale.

I personaggi si staccavano dal fondo ancora fantastico e nebuloso, nel quale erano confusi, per divenire vivi e veri; le descrizioni della natura spiravano come un'aura di primavera, avevano un'insolita fragranza; e quelle parti che restavano inalterate nella loro prima e più rozza forma, facevano meglio risaltare la verità, quasi direi, la giovinezza di tutto ciò che veniva presentato sotto nuovo aspetto, animato di nuova vita. Era quasi una improvvisa ribellione contro ogni retorica convenzionale, contro ogni vincolo artificiale; lo spirito italiano si sentiva come chi ritorna a respirar l'aura fresca dei campi e dei monti, dopo essere stato lungamente rinchiuso in un'atmosfera divenuta insalubre. Cercare in questi poemi profondità di sentimenti, uno svolgimento logico di caratteri, un disegno generale e filosofico, è cercarvi quello che non può e non deve esserci. L'autore anzi disordina a bella posta la narrazione monotona de' racconti che trova già compilati, confonde e ricompone a capriccio le fila intricate della vasta tela, per meglio tener desta la curiosità del lettore. L'importante per lui è che egli sia padrone de' suoi eroi, e che essi appariscano sempre ben definiti e vivi nel momento in cui li chiama sulla scena. Egli cerca un ideale diverso dal nostro; non vuole scendere nelle profondità del cuore umano; vuole ritrarre la mutabile realtà di tutto ciò che fugge, passa e si vede. Se torna di continuo a nascondere nel fantastico fondo del quadro i suoi personaggi, ciò è solo per meglio illuderci, per farcene meglio ammirare la verità e realtà, quando di nuovo li avvicina a noi, presentandoli quasi come quei putti del Correggio, che spingono innanzi la testa di sotto a un bosco di fiori, o come quelli che sulle pareti del Vaticano sembrano muoversi fra un laberinto d'eleganti rabeschi. Così segue che, sebbene ci parli continuo di mostri, di fate, d'incantesimi, di bevande prodigiose, la sua narrazione ha pur tale verità, che crediamo leggere la storia d'avvenimenti reali. È però ben naturale, che in questo stato di cose, un perenne sorriso apparisca sulle labbra dell'autore, rallegrato egli stesso dalla illusione e dalla maraviglia che desta ne' suoi lettori, dei quali sembra pigliarsi giuoco, per poi dominarli e commuoverli ancora più profondamente. S'ingannano coloro che vogliono in tutto ciò vedere una satira o una ironia profonda. Credere sul serio a questi personaggi il poeta stesso non può; a lui basta d'esprimere nel suo racconto tutta la varia vicenda della vita, tutte le contradizioni che sono nel suo spirito, in un secolo così pieno d'elementi diversi e cozzanti fra loro; di rapire e di essere rapito dalle proprie creazioni. La sua fantasia, uscita dalle convenzioni classiche ed artificiali, ha finalmente ritrovato tutta la propria libertà nel mondo fantastico in cui sola comanda. Si richiede quindi un temperamento artistico, per gustare tutto il valore di questi poemi, che si godono anche meglio leggendoli a brani, come li avevano letti al popolo i cantastorie, e come li lessero ai loro protettori o amici il Pulci, il Boiardo e l'Ariosto.

Il primo che fra questi poemi possa veramente chiamarsi un'opera d'arte, è il Morgante Maggiore del fiorentino Luigi Pulci, nato nel 1431. Questo lavoro è un rifacimento d'altri più antichi. I primi ventitrè canti riproducono, ora più ora meno fedelmente, uno di quei poemi che i cantastorie leggevano al popolo, ed in esso si narravano le avventure d'Orlando. Gli ultimi cinque raccontano, invece, la rotta di Roncisvalle, e sono rifacimenti di altre due compilazioni popolari, intitolate La Spagna. Tra l'una e l'altra parte del Morgante passano venticinque o trenta anni; sicchè i personaggi che nella prima erano giovani, sono nella seconda divenuti vecchi, cosa della quale l'autore non si dà gran pensiero.[230] Nè egli si perita punto, specialmente nella prima parte, di andare così fedelmente dietro al suo modello, correggendone o modificandone appena le ottave, da sembrare un vero plagiario.[231] Tuttavia sono questi semplici e leggerissimi tocchi di mano maestra, quelli che mutano un'opera volgare in un'opera d'arte, dànno ai personaggi vita e rilievo, lasciano da parte gli artifizî retorici, per condurci in presenza della natura. Di tanto in tanto però egli abbandona affatto il suo originale, e abbiamo, per esempio, le 275 ottave che narrano l'episodio di Morgante e di Margutte, in cui risplendono tutto lo spensierato scetticismo e la ricca fantasia e la mordace ironia del Pulci.[232] Questo poema, che ad ogni passo rompe il filo principale della narrazione, sembra ritrovare la propria unità solo nella sempre chiara, definita, evidente precisione de' suoi varî ed inesauribili episodî. È un singolare turbinìo d'eventi: scene pietose, ridicole, maravigliose, allegre. Gli elementi che formavano la cultura di quel secolo, Paganesimo e Cristianesimo, scetticismo e superstizione, ironia ed entusiasmo artistico per le bellezze della natura, coesistono tutti, e senza bisogno di sforzo per mettersi d'accordo, sembrano essere in armonia fra loro, perchè il solo scopo del poeta sta nel riprodurre la irrequieta mutabilità degli eventi nella natura e nella realtà della vita. Il Pulci è un impareggiabile novellatore; la sua ironia cade, come quella dei novellieri, sui preti e sui frati, qualche volta anche sulla religione stessa,[233] ma sempre in modo da far poi capire che egli non vuol punto rinnegarla, intende anzi rispettarla. L'antichità non gli è ignota, e penetra nel suo lavoro, quantunque manchi nell'originale che egli imita; la sua musa è, nonostante, essenzialmente popolare:

Infino a qui l'aiuto del Parnaso

Non ho chiesto nè chieggo....

Io mi starò tra faggi e tra bifulci,

Che non dispregin le muse del Pulci.

La sua forma è difatti così popolare, che spesso manca di lima, e quando si scolorisce, non cade mai nel retorico, ma piuttosto nel volgare. La spontaneità di questa forma ha più di tutto contribuito alla fama del Morgante, scritto a richiesta di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo dei Medici, alla cui tavola veniva letto, nelle fuggevoli ore dei lieti desinari.

Il Pulci, che rideva sempre, passò pure giorni molto tristi, perchè il fallimento di suo fratello Luca involse anche lui. Nè gran fatto gli valse l'amicizia di Lorenzo, di cui era intimo ed affezionatissimo, perchè restò sempre, anche nella più grande familiarità, un cortigiano protetto. L'aiutava invece un'indole allegra che mai non si smentiva. Lontano da Firenze, per non cadere in balìa di creditori ai quali egli personalmente nulla doveva, nelle sue lettere a Lorenzo si doleva dell'infausta stella, che lo aveva destinato ad esser sempre preda degli altri. «Pure i ribelli, ladri, assassini ho visto a' miei giorni venire costì, essere uditi, avere qualche termine al morire.» Solo a me tutto è negato, nulla concesso. «Se mi sforzeranno a questo modo, senza udire la mia ragione, io verrò costì in su la fonte a sbattezzarmi, dove fui in maledetta ora e punto e fato et augurio indegnamente battezzato, che certo io ero più tosto destinato al turbante che al cappuccio.»[234] E prometteva che quando sarebbe nella Mecca, manderebbe a Lorenzo versi in lingua moresca, e dall'inferno gliene manderebbe altri per mezzo di qualche spirito.[235] «Non permettere,» gli diceva poi, «nel colmo della tua felicità, che i tuoi amici siano come cani ributtati e straziati. Io però ho paura che quando non mando versi, tutto quello che ti scrivo in prosa, venga da te mal volentieri letto e subito gettato via.»[236] Lorenzo era sempre lo stesso uomo, proteggeva tutti, ma non aveva gran cuore per nessuno, neppure per quelli che come il Pulci erano stati suoi compagni d'infanzia, e lo amavano quale fratello. Più tardi però l'autore del Morgante fu da lui inviato a trattare presso le Corti d'Italia faccende di qualche gravità, ed anche allora le sue lettere non smentiscono punto l'indole propria dell'autore, paiono anzi più di una volta brani del suo poema ridotti in prosa.

Il 20 maggio 1472 scriveva da Fuligno, come era stato in Roma «a visitare la figliuola del dispoto della Maremma, volsi dire della Morea.... Descriverò adunque brevemente questa cupola di Norcia, anzi questa montagna di sugna, che noi visitammo, che non credevo ne fussi tanta nella Magna, non che in Sardigna. Noi entramo in una camera, dove era parato in sedia questo berlingaccio, et avea con che sedere! almeno ti prometto.... Due naccheroni turcheschi nel petto, un mentozzo, un visozzo compariscente, un paio di gote di scrofa, il collo tralle nacchere. Due occhi che sono per quattro, con tanta ciccia intorno e grasso e lardo e sugna, che 'l Po non ha sì grandi argini.»[237] Questa forma tutta popolare è nelle poesie del Pulci assai più ne' suoi sonetti, che correggono la maniera troppo volgare e spesso anche plateale del povero barbiere Burchiello, nella cui bottega, secondo che egli stesso ci dice,

La poesia combatte col rasoio.

Il Pulci scriveva allora gareggiando con Matteo Franco, col quale scambiava ogni sorta di piacevolezze, di oscenità, d'insolenze, per mero passatempo, riducendo i sonetti ad una specie di dialogo in versi, cercando e trovando quella spontanea semplicità, divenuta ora il bisogno irresistibile della nuova letteratura.[238]

A questi facili scrittori di sonetti popolari, che al loro carattere comico, buffo e satirico univano quel gergo toscano proprio del Burchiello, se ne potrebbero aggiungere altri non pochi. Ricorderemo solo il più noto fra di essi, Tommaso Cammelli, che fu chiamato il Pistoia, dalla città dove nacque (1440), in assai umile condizione. A lui disse la musa:

Di tutto quel che vedi fai sonetti.

E continuamente ne scrisse, continuamente tutti gliene chiedevano, in ogni più futile occasione,

Come s'io avessi i versi in un sacchetto.

In questi sonetti il Pistoia descrive i particolari più minuti, più insignificanti, spesso anche più indecorosi della sua vita vagabonda e misera. Noi lo vediamo percorrere le varie Corti d'Italia, andare da Ferrara a Mantova, da Mantova a Milano, altrove, facendo più o meno il poeta cortigiano e buffone, attaccando gli emuli, ridendo di tutto e di tutti, lamentando la sua miseria, questuando, lodando coloro da cui spera danaro o protezione, per schernirli poi quando la ruota della fortuna gira contro di essi. Quello che dà a lui una speciale importanza, e costituisce l'indole propria de' suoi sonetti, è che egli ci ha in essi lasciato quasi un gazzettino politico dei tempi in cui visse, ricordando, giorno per giorno, tutto ciò che avveniva in quegli anni fortunosi davvero per l'Italia. Il Papa e i Cardinali, Carlo VIII e i Francesi, Firenze, il Savonarola, i Medici, Pisa, Venezia, i re di Napoli, tutti sono ricordati, per essere lodati quando si trovano in alto, derisi, sferzati quando cadono in basso. E sebbene queste sue descrizioni o piuttosto rapidi accenni riescano qualche volta assai vivi, sì che la desolante miseria d'Italia, che egli pur freddamente deplora, apparisce evidente, tuttavia, in mezzo a tante sventure, ad una catastrofe che avvolge e trascina la intera Penisola, di rado esce dal suo petto un accento di vero, profondo dolore, una scintilla di nobile, alta poesia. Egli è stato definito quale anello di congiunzione fra il Burchiello ed il Berni. Se però il suo riso è la manifestazione d'uno spirito arguto e satirico, che vede sempre il lato comico della vita, quel ridere continuo, anche quando vi sarebbe materia di pianto, disgusta. Troppo spesso v'è nei suoi versi qualche cosa di cinico e degradante, che opprime. Il Pistoia è un poeta popolare, che frequentando le Corti, ne ha preso tutta la corruzione, senza quella raffinatezza di modi e di forme, che, esteriormente almeno, la correggeva.[239]

Per comprendere quanto più basso da quel che era stato una volta, fosse moralmente e politicamente disceso lo spirito italiano, basterebbe paragonare i versi del Pistoia con quelli d'Antonio Pucci, il poeta popolare del secolo XIV. Animato sempre dalla speranza che 'l giglio di Fiorenza avanzi, questi cantava,

A morte e struggimento de' tiranni,

Che consumati ci hanno già è più anni.

E quando il Duca d'Atene venne a furor di popolo cacciato, egli scriveva una sua ballata, in cui, pieno di gioia, esclamava:

Viva la libertà

Ch'ha rinfrancato il Comun di Fiorenza![240]

Di questa libertà, che andava ad irreparabile rovina, importava assai poco al poeta cortigiano Pistoia.

Ma anche nel secolo XV assai diverso da lui fu Matteo Maria Boiardo, che nacque poco dopo di Luigi Pulci, e del quale tre città si contesero l'onore d'essere state la culla. Questa disputa sorse probabilmente perchè egli, di famiglia reggiana, nacque a Scandiano, e fu educato a Ferrara.[241] Scrittore erudito di egloghe latine, di liriche italiane affettuose e gentili, traduttore dal greco, era un nobile signore ed un nobile carattere; viveva presso gli Este, ma non amava punto la vita di Corte, perchè, come egli stesso scriveva,

Ogni servir di cortigiano

La sera è grato e la mattina è vano.

Fu governatore di Modena e poi di Reggio-Emilia; ebbe altri ufficî importanti; ma sebbene li adempiesse tutti con onore, la sua testa, più che alla politica o all'amministrazione, era vòlta a pensare, a fantasticare di eroi e di racconti cavallereschi. Narrano che, vagando un giorno pei campi, si stillasse il cervello cercando il nome da dare ad uno de' suoi eroi, quando a un tratto gli venne in pensiero di chiamarlo Rodomonte, e la sua allegrezza allora fu tale, che tornò correndo a Scandiano, per farvi sonare a distesa tutte le campane. Credeva sinceramente nella cavalleria, e sperava vederla di nuovo fiorire in Italia. Compose la tela del suo poema, valendosi di racconti che appartenevano a cicli diversi. Grande ammiratore della Tavola Rotonda, cogli eroi di Carlo Magno mescolò quelli di Artù, che secondo il Boiardo, era più grande, perchè non aveva come Carlo il cuore chiuso alla passione d'amore, sorgente d'ogni grandezza. Il suo Orlando infatti è l'eroe d'una virtù che trova nell'amore la prima origine e l'ultimo compenso. Molti episodi sono di sana pianta creati da lui, che ingenuamente credeva e viveva nel mondo evocato dalla propria fantasia, il che forma ad un tempo il suo pregio ed il suo difetto. Egli riesce più sincero e più affettuoso; ma il raccontare seriamente e senza alcuna ironia, avventure impossibili, lo rende necessariamente meno moderno del Pulci. Questi scolpisce assai meglio la individualità de' suoi personaggi; il Boiardo invece descrive meglio il turbinìo generale dei fantastici eventi, con i quali però i suoi eroi s'immedesimano per modo da annebbiare qualche volta la precisione de' loro lineamenti. Troppo spesso bevande incantate ridestano o spengono l'amore, armi incantate dànno la vittoria o la morte. Il Pulci cerca la realtà psicologica anche in mezzo agl'incantesimi; il Boiardo anche in mezzo alla realtà invoca il fantastico ed il soprannaturale. Ma in compenso di ciò v'è sempre ne' suoi eroi e nel suo poema qualche cosa di nobile e di generoso, che manca negli altri. Egli loda ed ammira sinceramente la virtù, esalta il conforto che viene agli animi nobili dall'amicizia:

Potendo palesar l'un l'altro il core,

E ogni dubbio che accada raro o spesso,

Poterlo ad altrui dir come a sè stesso.[242]

Non mancano certo neppur qui sensualità e scherzi osceni; son cose che si trovano nel poema, perchè sono nella vita. E il dare una importanza eccessiva all'amore, come sorgente d'ogni virtù, è prova del secolo in cui il poema fu scritto. In questo è però sempre un fondo di serietà morale, che dà una singolare elevatezza alla nobile parola del Boiardo, massime se si pone a confronto col continuo ridere e sorridere di tutto, che domina negli altri. È un mondo pieno di varietà, d'immaginazione, di affetto; ed in esso il poeta vive e s'illude. Ma pur troppo questa illusione doveva durar poco. Invano egli diceva:

E torna il mondo di virtù fiorito;

chè invece ogni cosa precipitava a rovina. Ben presto dovette avvedersene egli stesso; ed alla fine del secondo libro, la sua malinconia si tradisce:

Sentendo Italia di lamenti piena,

Non che ora canti, ma sospiro appena.

Ripigliò di nuovo il lavoro, e giunse al punto in cui per l'arrivo d'Orlando viene impedito ai Saraceni d'entrare in Parigi. Allora, poco prima della sua morte, che seguì la notte dal 20 al 21 dicembre 1491, i Francesi passarono le Alpi, e la penna gli cadde per sempre di mano, restando interrotto il filo del racconto con quella celebre ottava che comincia:

Mentre ch'io canto, oh Dio redentore!

Vedo la Italia tutta a fiamma, a foco.

Per questi Galli che con gran furore

Vengon per disertar non so che loco....

Sebbene i pregi dell'Orlando Innamorato sieno molti, tali in fatti che il Berni si pose a riscriverlo sotto altra forma, e l'Ariosto lo continuò nel suo Orlando Furioso; pure la mancanza di lima, e quindi una lingua non sempre correttissima, spesso troppo ferrarese, impedirono che divenisse popolare davvero, ed acquistasse quella fama che pur meritavano l'ingegno ed il carattere dell'autore, a cui faceva difetto l'atticismo toscano. Egli era un erudito così profondamente immerso nel suo mondo fantastico, che quando si presentavano a lui le immagini e gli eroi dell'antichità, per renderli più evidenti, li paragonava a quelli della Cavalleria, nella quale si sentiva come più a casa sua.

L'Ariosto, nato a Ferrara dove il Bojardo era stato educato, fu il primo che sapesse superare tutte quante le difficoltà del non essere toscano, e con lui la nostra lingua potò dirsi finalmente italiana. Con una lima paziente, dotato veramente del genio della forma, giunse con l'arte ad una spontaneità meravigliosa, ed aprì la via a coloro che lo seguirono. Non erudito com'era il Boiardo, ignaro del greco, aveva però molto più vivo il sentimento della bellezza classica. Al contrario di ciò che soleva fare il suo predecessore, aveva bisogno di paragonare gli eroi cavallereschi ai personaggi del mondo pagano. I suoi cavalieri erranti hanno il senno di Nestore, l'astuzia d'Ulisse, il coraggio d'Achille; le loro donne son belle come se Fidia le avesse scolpite, hanno la voluttà di Venere, il senno di Minerva. Egli torna di continuo al suo Virgilio ed al suo Ovidio; ma, come osserva il Ranke, sembra tornarvi per ricondurli, colla potenza della sua fantasia, al primitivo Omero. Simile assai più al Pulci che al Boiardo, non si occupa molto di cercare l'intreccio, l'insieme, l'unità degli avvenimenti; ma vuol ritrarre invece i fuggevoli momenti della mutabile realtà, e descrivere le passioni individuali. I fatti della sua vita e del suo tempo s'introducono nel poema sotto forme abbastanza visibili, e qualche volta si crede vederli anche là dove non sono, tale e tanta è l'evidenza che il poeta sa ritrovare. Perciò se l'Orlando Furioso continua il racconto dell'Orlando Innamorato, letterariamente si connette invece col Morgante del Pulci, che si può chiamare il creatore del genere, quantunque tanto si giovasse de' suoi precursori.

Ma l'Ariosto è già fuori del periodo di cui ci siamo finora occupati: dobbiamo dunque fermarci. Osserveremo tuttavia per concludere, che sino dai tempi della Divina Commedia e del Decamerone, la letteratura italiana aveva cominciato col liberare lo spirito umano dalle nebbie medievali, riconducendolo alla realtà. Nella poesia e nella prosa aveva sempre cercato l'uomo e la natura. Fermatasi nel suo cammino, a cagione del disordine politico e della decadenza sociale, che sovvertì ogni cosa nel secolo XIV, essa chiese aiuto all'antichità, per poter continuare nell'antica sua strada. E così, dopo la metà del secolo XV, noi vediamo ricomparire anche più chiaro lo stesso realismo, non solamente nelle lettere, ma nelle scienze, nella società, nell'uomo. Il bisogno infatti di studiare e conoscere il mondo, liberandosi dai vincoli di ogni autorità, di ogni pregiudizio, creò la nuova letteratura e la nuova scienza, iniziò il metodo sperimentale, spinse ai più arditi viaggi, rianimò quasi di una seconda vita tutto quanto lo spirito italiano. Fatto meraviglioso, perchè seguiva in mezzo al più profondo sconvolgimento della società, la quale, corrompendosi e decadendo, faceva germogliare i grandi elementi della cultura moderna.

Allora, come fu giustamente osservato, sembrava che fosse nella società italiana scomparso ogni distinzione di classe e di sesso: i Mecenati e i loro cortigiani, discorrendo di lettere o di scienze, si trattavano come uguali, e si davano del tu; la donna studiava il latino, il greco, la filosofia, e qualche volta governava gli Stati, accompagnava, armata, in campo i capitani di ventura. A noi oggi reca grande meraviglia, quasi profondo disgusto, quando sentiamo i più osceni discorsi fatti in quel secolo alla presenza, non solo di culte matrone, ma anche d'ingenue fanciulle; quando sentiamo ragionar di politica come se la coscienza non esistesse. Ma l'uomo del Rinascimento credeva che si potesse dire, esaminare e descrivere senza scrupoli, tutto quello che si osava fare. E ciò non era sempre effetto della sua corruzione, ma spesso invece conseguenza del suo realismo, bisogno di uno spirito osservatore ed indagatore. Egli sembrava vivere in una calma olimpica, sempre padrone di sè, sempre col sorriso ironico sulle labbra; ma era una calma apparente. Egli in realtà soffriva per la disarmonia interiore del suo animo, per la mancanza d'ogni equilibrio fra il vuoto del cuore e l'attività febbrile della mente, la quale pareva qualche volta che delirasse come in una ebbrezza inconsapevole. I rottami del mondo medievale che l'uomo del Rinascimento aveva distrutto, e quelli dell'antichità che aveva disseppellita, cadevano intorno a lui e su di lui prima che egli avesse trovato il principio generatore d'un mondo nuovo, e potesse convertire in propria ed organica sostanza tutti gli avanzi del passato.

Sia che gl'Italiani, dopo aver create le grandi unità dell'Impero romano e del Cattolicismo, fossero divenuti incapaci di creare una società nuova, fondata solo sul libero individualismo moderno, a cui pure avevano aperto la via, anzi lo avevano con l'opera loro formato; sia che le invasioni straniere li avessero fermati nel mezzo del cammino, certo è che paiono spesso come smarriti e incerti di loro medesimi. Abbandonano ogni fede in Dio, ma credono nel fato e nella fortuna;[243] disprezzano la religione, e studiano con ardore le scienze occulte. Quasi ogni repubblica, ogni principe, ogni capitano di ventura aveva il suo astrologo, a cui chiedeva l'ora propizia per firmare un trattato, cominciare una battaglia. Cristoforo Landino e Battista Mantovano tiravano l'oroscopo delle religioni; il Guicciardini ed il Machiavelli credevano negli spiriti aerei; Lodovico il Moro, che aveva una fede illimitata nella propria prudenza, non osava muovere passo senza consultare l'astrologo. La ragione che voleva tutto spiegare, si trovava invece di fronte alla propria impotenza.

Il sentimento del bello si direbbe che fosse allora l'unica e più sicura guida della vita umana, la quale sembrava cercasse immedesimarsi coll'arte. Nel Cortegiano del Castiglione vediamo fino a qual punto il gentiluomo del secolo XVI poteva, per questa via, ingentilire e nobilitare sè stesso; ma vediamo ancora che debole fondamento aveva la sua morale coscienza. La virtù, quando non risulta in lui da un felice temperamento, viene cercata solo perchè gentile e graziosa ed elegante, come dice il Pandolfini. Grandi, invero, dovettero essere le qualità dell'ingegno e anche del carattere degl'Italiani, se in mezzo a così profonda incertezza, essi non solamente non rovinarono affatto, ma spinsero poderosamente innanzi la scienza, l'arte, la società umana. Del resto, fu quello un periodo di transizione, che mal si può giudicare nella sua irrequieta mutabilità, se non si esamina come conseguenza del passato, e preparazione necessaria dell'avvenire. Ad un tratto le invasioni straniere soffocarono ogni vita politica fra noi, ed il Rinascimento italiano restò come istantaneamente petrificato dinanzi ai nostri occhi, con tutte le sue incertezze, le sue contradizioni. E forse perciò appunto riesce materia di grande insegnamento per noi. In esso vediamo infatti assai chiara la notomia del passato che si trasforma, scorgiamo le origini della società moderna, impariamo a conoscere i primi germi di molti fra i nostri presenti difetti nazionali.