APPENDICE DI DOCUMENTI
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DOCUMENTO I. (Pag. [52])
LETTERE AL MACHIAVELLI, SCRITTE DA COMMISSARI E DA AMICI NEGLI ANNI 1507-1509.
1 Lettera del Commissario Alessandro Nasi, 30 luglio 1507.[689]
Machiavel gentile et non sciagurato, che ne sei guarito interamente. Havendo per la tua de' xxiij dischorso in modo che sono inluminato di molte cose, alle quale non voglio fare replicha, perchè el tempo non serve, et anche chi scrive à preso pocho foglio; piacemi che ti chachassi la imperial commissione, poi che sei sanifichato in tutto. Et credo sia molto al proposito, maxime tuo, trovarti più presto a Firenze che in Thodescheria, come dischorreremo una volta quando saremo insieme.
Le cose si ristringhano, et interverrà a molti come a' fanciulli, che sono qualche volta lasciati fare corpacciate da' padri o dalle madre, di cose che loro ne hanno gran contento: et poi quello è il propio mezo a torli loro. Però, chi si trova d'uno buono animo, recto, et a Idio et al ben comune, ragionevolmente in tutti li eventi si può fare iuditio si habbia meglio a resolvere, et sia richo o povero, o di qualità o non qualità, come si voglia.
Lo Amicho Napoletano interpetra sì bene spesso le cose al contrario, che se comentò quella male, non fu gran facto. Ho molto charo, acciò che tu conoscha gli homini, che interpetrassi a quel modo, et tu lo habbi saputo.
Quando sarà piovuto et rinfreschato, vi aspetto a ogni modo, cioè Alexandro, Biagio et tu. Et se alle volte in questo mezo tu scrivessi, non sarebbe però pechato mortale. Se el battaglione non è in altro termine che tu mi dicha, posso farne buon iuditio et vero.
Nec alia. Racomandomi a te et al Zampa.
Cascinae, die xxx julii MDVII.
Alexander Nasius
Generalis Commissarius.
Spectabili viro Nicholao de Machiavellis
Secretario florentino......
precipuo, Flo[rentie].
2 Lettera del Commissario Filippo Casavecchia.[690] 30 luglio 1507.[691]
Se io mi dolsi, et hora mi ridolgo. Quando io pensavo che tre huomini della qualità vostra avessino ad esser le gruccie et il sostegno della vita mia, et de risolvermi e' mia dubbi, et che hora me usciate adosso con sì facte cose, le quali mi paiono come addimandare quale fu prima, ho la machina del cielo ho l'astrologia, ho quale sia più densa, ho l'aqua ho 'l globo della terra, ho qual sieno più perfette, ho le figure triangulate ho circuli tondi. Hor non sapete voi che poche poche amicitie sono state quelle che in prociesso di tempo non diventino il suo contrario? Et come l'omo i' nella sua giovanezza, ho per me' dire infantia, se deletta di mano in mano di mutare le vestimenta et di varii colori, così medesimamente si mutano le amicitie: et venendo poi nell'età più matura, chi per defecto de compressione, et chi hopresso da una sordida et meschina povertà, così ancora da emulatione di stati et da varii sdengni, fanno tutte queste cose, con lungezza di tempo, diventare li uomini d'amici inimicissimi. Hor non sapete voi che lo inperio et grandezza di Roma fu disfacto, per conto dell'amicitie, infinitissime volte? Ho chi furono maggiori amici che Collatino et il figliuolo di Sesto Tarquineo? Per le qual cosa ne venne la ruina de' regi et totalmente di quella familglia. Et disciendendo poi a' tempi di Mario et Silla, la quale confederatone non fu mai pari, et finalmente ne seguitò la perturbatione di quel pacifico et populare governo di quella città. Ho non v'è elli noto la fratellanza et congiuntone di Julio Ciesare et il magnio Pompeo? et così ancora de el triumvirato, cioè Antonio et Hottavio et Lepido, che non solamente messono in ruina la patria loro, ma quasi tutto il circulo della terra? Et se non che l'ora è pure tarda, io empierei una lisima di folgli de esempri ebrei e greci e latini. Ma che bisongnia ricie[r]care le cose antiche, quando ne' tempi nostri moderni, et noi conlli nostri hochi abiamo più et più volte veduto per simili efetti la patria nostra in grandissima ruina e angustia? Dove fu maggiore familiarità et amicitia che in fra Dietisalvi et Piero di Cosimo, et così ancora poi in fra Giuliano et Francesco de' Pazi? Et vedete che icielerato fine ne seguitò.
Ma e' mi pare de continuo sentire qualcuno di voi che, legiendo questa letera, non isghingniazzi, et che non dichi: Ho! queste cose non seguitorno quando l'amicitia durava, ma dipoi che fatti furono inimici. Et io rispondo, che tutti li efectti sono generati dalle cause loro; et però si può dire iustificatamente, che quasi pro maiori parte tutte le ruine delle città sieno causate et generate dalle intrinseche et cotidiane amicitie, le quali genorono col tempo, et massime nelli homini grandi, pelle ragioni preallegate di sopra, simili e cotali efetti. Et però, carissimi amici, io ve esorto et conforto et imo priego ad volere usare in fra voi moderatamente et civilmente, prima perchè io giudico sieno più per durare, et etiam per evitare tutte le suspitioni et gelosie, le quali solgliono nasciare in simile città. Ma perchè questa mia lettera non diventassi cantafavola, farò fine al mio sermone, ricordandovi solamente una cosa; e questo è a patientia circa al trionfo di Germania. Et chi si fa bello d'avervelo impedito, non à[692] e non trionferà però dell'Asia. Et di coteste cose non v'à mancare se non quelle non vorrete. Nec alia.
Ex Fivizana, die xxx iulii MDVII.
Io ve priego che e' non vi incresca racomandarmi al magnifico Gonfaloniere, quando capitate su. Ma questa parola bisongnierebbe fussi in sur uno prigetto,[693] che agiugnessi insino a costì, et a mala pena lo faciessi. Ma io sono chiaro d'una cosa: che voi metterete un dì inn'oblivione voi medesimo, e basti. Voi me avisate che state tutti coll'arco teso, che Gigi Mannelli non venga. Se voi l'avete a schochare, schochatelo nel forame a Masino Del Tovalglia. Fatevi con Dio, et atendete a stare lieti; e racomandatemi a Paolo, a Giovanbatista, a Luigi, a meser Francesco, a Tomaso Del Bene; et basti.
Vostro Philippo Casavetia
Commissario.
Spectabili domino Nicolao Macravello
dingnissimo Secretario apud
D.[Novem Mi]litie Reipublicae florentine.
3 Lettera di B. Buonaccorsi. — 20 febbraio 1509.[694]
Magnifice generalis Capitanee, etc. Io non vi scriverrò più, se voi non dite almanco della ricevuta, chè havendo costì 4 cancellieri, lo doverresti pure fare.
El Papa ha mandato per semila Svizeri, at anchora lui comincia ad spendere, et questo stoppino lavora da ogni lato. E' Vinitiani fanno il simile, et aiutonsi con le messe et paternostri; et hanno mandato costà, come harete visto per le lettere vi si mandorono, per Tarlatino et Romeo. Vedete dove si fondano e' casi loro. L'Imperatore, per quanto si ritrahe di queste ultime lettere di Francia, non pare habbi ad passare questo anno in Italia: pure s'intende si prepara et di gente et di danari. Ma di questo con voi non bisogna troppo parlare, sapendo meglio di noi quello può fare. Spagna, come vi dissi, manda in Puglia gente et artiglierie per la impresa delle sua terre: vedreno che seguirà. Qui non si pensa ad altro che ad ultimare le cose di Pisa, et non si guarda ad spesa alcuna. Et el ponte, avanti passi 4 dì, sarà in opera; chè s'è mandato di qui Antonio da Sangallo con assai maestri per questo conto: così si è spinto in giù legname assai, et ogni cosa vola.
Habbiate cura costì, che a uno temporale tristo, ancorachè l'armata sia ritirata, non si mectessino ad intrare etc., chè tutta l'acqua d'Arno non vi laverebbe. Quello vento ch'i' vi dixi s'era levato et non haveva havuto forza, di nuovo cominciò ad trarre, et hebbe el medesimo fine, et harà, se altro non nasce. Et cicali chi vuole.[695]
El Commissario di Cascina scrive che quelli poveri scoppiettieri, così mal guidati da quel traditore ribaldo ubriaco come furono, amazorono 13 cavalli alli inimici et 5 homini, et perironne assai: che ha turato la bocca a chi si faceva huomo alle pancaccie; et hanno dimonstro essere homini come li altri. Qui s'ordina di riscattarli ad ogni modo, et far loro qualche altro bene per inanimire li altri per lo advenire.
Scrivete ad Niccolò Capponi, che bofonchia et duolsi non li havete mai scripto. Et dite a quel c.... di ser Battaglione che vadi adagio, et non si assicuri più, che la scusa del piè non varrà sempre; et ricordateli che facci fare prima la credenza alla mano, innanzi che vadi più là. Et raccomandatemi al Baldovino, che anchora elli è uno cazelloncello.
L'amico non ho visto da parechi dì in qua, perchè non ho potuto; et anche le faccende assai che li ha in questo carnesciale, non patiscono se li dia molta briga. Farenlo in questa quaresima. Advisate se volete facci altro.
Parlai al Fantone di quello vi scrissi hieri: dixemi che vi era surto 4 altre querele; et che non dubitassi, che vi harebbe advertentia.
Florentie, die carnescialis, 1508.[696]
Quem nosti etc.
Nicolao Maclavello Secretario florentino
suo plurimum honorando.
4 Lettera di B. Buonaccorsi. — 21 febbraio 1509.[697]
Niccolò mio honorando. Io vi rispondo poche parole alla parte toccante el caso del Commissario verso di voi: il che non è punto piaciuto allo ufitio. Pure e' più potenti sempre hanno ad haver ragione, et a loro si ha ad havere respecto. Voi solete pure essere patiente et sapervi governare in simili frangenti, benchè questo fia di poco momento, havendo ad stare discosto; et se una o dua lettere lo hanno ad contentare, sarà poca fatica. Et superius, con chi parlai hiersera lungamente di questo, mi commisse ve lo scrivesse, et che io vi confortassi per suo amore ad haver patientia, con altre parole da haverle chare et stimare assai. Della licentia non bisogna ragionare per hora, et questo monstra se satisfate o no: che pure stamani, nel ricercare che voi fate di tenere uno in Mutrone, qualcuno arebbe volsuto vi fussi transferito fino ad Lucca ad domandare questa cosa: tamen, la gelosia che costì non si stessi sanza voi possè più; et si risolverono tentarla per altra via. Una cosa vi vo' ricordare, et questo è, quando scrivete, diciate ogni minimo accidente che segue, così costì come in Pisa; perchè questi particulari satisfanno et empiono la brigata assai, et sono quelli che vi porteranno in cielo. Quando vi paia altrimenti, me ne rimetto a voi. Stasera, da questa ultima in fuora, si leggeranno nelli 80 et Pratica tutte le vostre lettere, et così si seguiterà, sì che mandatecene qualcuna di quelle che voi solete. Se voi non volete rimandare ser Francesco, respondete di haverne bisognio, et farassene quello che voi vorrete.
El ponte si sollicita per tutti versi, nè si può fare più di quello si sia facto. Scrivete anchora qualche volta a' Nove, perchè ogniuno vuole essere dondolato et stimato; et pure bisogna farlo chi si truova dove voi; et quattro buone parole con dua ad vi si satisfaranno, et parrà sia tenuto conto di loro. Fatelo, ve ne prego. Di nuovo non ho da dirvi cosa alcuna, perchè da poi vi scrissi non è innovato nulla.
Hieri andai per visitare l'amico; non era in casa, se mi fu decto el vero, che ne dubito. Pure, sendo il dì che era, non me ne maraviglio. Spero che hora harà più agio. Qui si dice che a ser Battaglione è stato rotto el c.... et che 'l Baldovino è crepato. Advisate quello che ne sia, chè ne stiamo in gelosia grande, et amendua le donne loro fanno mille pazie. Quel matto di ser Antonio dalla Valle ha facto uno modello d'uno ponte, et vuol fare uno ponte levatoio sopr'Arno; et non se li può cavare del capo, in modo dubito non c'inpazi su. Rimediate se voi potete.
Florentiae, die prima quaresimae 1508.[698]
Quem nosti.
Confortate, vi prego, messer Gandino ad rendere quelle bestie sanza andare più oltre, chè non è cosa l'habbi ad richire, et faranne piacere a più d'uno.
Postscripta. Ho ricevuto la vostra de' 20; et circa li scoppiettieri io ho facto el debito in questo come nell'altre cose vostre. Ma bisogna scriviate quanti ne sono presi, quanti morti, et come la cosa sta, chè qui si spasima. La mancia andrà domattina ad casa, et con lo amico farò il debito che fino ad qui non ho potuto. Et quell'altra faccenda non è anchora iudicata. Non so quello ne habbi ad essere.
Niccolao Maclavello Secretario fiorentino
suo plurime honorando in Castris.
DOCUMENTO II. (Pag. [53])
LETTERE DEI NOVE DELLA MILIZIA.
1 Al Vicario di Pescia, Berto da Filicaia. — 2 giugno 1507.[699]
Don Giliberto spagnolo, nostro conestabole, ci scripse per una sua lectera, come el Papa da Fordigla da Uzano, havendo abbassato dopo certe parole uno spiede per darli, et lui defendendosi colla spada, et correndo ad quel rumore un suo garzone, ferì decto Papa; donde noi ti commettemo, facessi d'averlo nelle mani. Venne di poi hieri al magistrato nostro un fratello del Papa, et ci ha referito questo caso al contrario, et dice in sustanza che 'l Papa fu assaltato dal conestabole et dal suo garzone; et facendoci intendere come decto garzone era in Firenze, parendoci approposito, infino che noi intendessino bene la cosa, di haverlo nelle mani, lo facemo pigliare. Et desiderando hora intendere la verità del caso, ti scriviamo la presente, et voliamo che tu intenda quello che dice l'una parte et l'altra, et che tu esamini dipoi e' testimoni che n'allegano, et veggha con ogni debita diligentia d'intendere la verità di questo caso: et intesola, ci manderai per iscriptura tutto quello ne harai ritratto et quanto più presto potrai.
Manderaci le listre de' disubbidienti nell'ultima mostra, et serberatene copia, et da decti disubbidienti trarrai la pena di 20 soldi per ciascuno; et così finirai di risquotere da quelli disubbidienti che ti lasciò l'antecessore tuo, et ci farai rimettere e' danari riscossi infino ad qui.
2 Ad Agnolo da Ceterna. — 31 luglio 1507.[700]
Noi intendiamo quello che tu ci advisi per la tua de' 28; et circha alli accordi che tu hai facti costà, per le questione che vi sono nate. Te ne commendiamo assai, et così seguirai per lo advenire; et quando non potessi comporre alcuna cosa, ce ne adviserai, perchè sopra ad ogni altra cosa desideriamo che cotesti nostri stieno uniti et in pace. Quanto ad Andrea del Bororo preso per condannagione dal podestà del Monte, scriviamo al podestà che lo rilaxi, perchè presupponiamo che tu dica el vero, che fussi condannato avanti che tu li dessi l'armi. Et però farai fede per via di testimoni a decto podestà, del dì che tu li desti le armi, et guarderai di dire la verità, acciò che non potessi accusarti di fraude, perchè l'ordine nostro lo fa securo delle condannagioni che li haveva dal dì che prese le armi indreto. Et quanto ad quello che tu desideri d'intendere come ti habbi ad governare, ti significhiamo che gli scripti non hanno altro privilegio, se non che sono securi dalle condannagioni vechie, et possono portare l'armi. In tucte l'altre cose eglino ànno ad essere tractati da' rectori et da ogni altro magistrato come se non fussino scripti.
Dispiaceci che sieno adoperati da' rectori ad fare le executioni; et però quanto adpartiene ad te, lo prohibirai loro per parte nostra, et noi anche ne advertireno e rectori.
3 A Giovencho de' Medici, potestà di Prato. 3 novembre 1507.[701]
Havendoci facto constare et bene certificato Antonio di Zanobi del Papa, trombetto che fu di don Michele, havere impegnato una sua trombetta per dua ducati d'oro per li sua servitii, et parendoci ragionevole che si vaglia sopra la roba di decto don Michele, voliamo che del cavallo morello che è di don Michele, el quale detto trombetto ti ha facto staggire in mano, tu facci una delle dua cose, o che tu lo consegui a decto trombetto per stima, faccendoti pagare indreto quello più fussi stimato da due ducati in su, o veramente tu lo facci vendere allo incanto. Et del retracto ne darai dua ducati d'oro ad decto Antonio trombetto, et el restante serberai appresso di te per satisfare ad delli altri creditori di don Michele: et ad noi darai ad adviso di quello harai facto. Vale.
DOCUMENTO III. (Pag. [53])
Lettera dei Dieci a Giovanbattista Bartolini. 27 novembre 1506.[702]
Havendo noi inteso hieri per la tua de' 24 et per una del commissario di Libbrafacta in conformità della tua, come el Volterrano fu taglato ad pezi in casa quelli della Chiostra, poi che fu condocto prigione in Pisa; ci dette assai dispiacere tale caso, sì perchè noi amavamo el Volterrano, sì perchè e' ci dispiacque el modo della morte sua, parendoci apto crudele et non conforme a' buoni tractamenti facti da noi alli prigioni che de' Pisani habbiàno et habbiamo hauto sempre in mano. Et perchè ogni huomo conosca che, come noi non siamo per incrudelire qua a' nostri nemici, così non siamo per lasciare impunite le crudeltà loro, facemo questa mattina impiccare alle finestre del palazzo del Capitano nostro Giovanni Orlandi et Miniato del Seppia. Diamoti questo adviso ad ciò lo pubblichi, et che s'intenda in Pisa come e' loro cittadini non sono stati morti da noi, ma da la crudeltà che è stata usata contro a' nostri; et che l'intendino, poichè li usono male la nostra humanità, che e' si diventerà della natura loro. Bene vale.
DOCUMENTO IV. (Pag. [62])
Lettera di Niccolò degli Alberti, Capitano e Commissario ai Signori. — Arezzo, 16 luglio 1507.[703]
Magnifici et excelsi domini, domini mei singularissimi, etc. Per cavallaro a posta di V. Excelse Signorie, cor una de' xiiij del presente, ho ricevuto fiorini cinquanta larghi d'oro in grossoni, a lire 6, soldi 18 per fiorino; et tanti questa mattina si sono pagati a don Michele Coreglia vinitiano, con promissione di partire lui di qui et trasferirsi a Firenzuola, come per le lettere di V. Excelse S. conmecte. Et da lui si è ricevuto la quetanza di detti fiorini 50 larghi d'oro in oro, rogata per mano del mio canceliere in valida forma.
Fece decto don Michele qualche resistentia nello acceptare detti denari, allegando non li essere abastanza per pagare e' debiti sua già facti qui et altrove. Tandem, presentatoli la lettera di V. Excelse S. et le persuasioni che ci occorse mostratoli (sic), disse esser contento ubbidire alle prefate V. Excelse S. Alle quali e lui e me del continuo si rachomandano: que bene valeant.
Ex civitate Arezii, die xvi iulii MDVII.
Nicolaus de Albertis,
Capitaneus et Commissarius.
Magnificis et excelsis dominis domis
Prioribus libertatis et Vexillifero
iustitie perpetuo Populi Florentini
dominis meis singularissimis.
DOCUMENTO V. (Pag. [62])
1 Lettera di don Michele Coreglia al Machiavelli. Firenzuola, 15 settembre 1508.[704]
Magnifico messere Nicholò mio. Ho riceputo una lectera facta a' 10 di setenbre: del che sto el più spantato[705] homo del mondo, a dirmi che si dice che io sia diventato partigiano. È ben verro che io so' partigiano di quelli che serveno la excelsa Signoria vostra, et che sonno obidienti.
A la parte che V. S. mi scrive che vole intendere che io volevo pigliare uno di que' del Bello, che haverà caro sapere la cosa come passò; la cagione si hè questa che, asentato al palazo de la porta del capitano di Castrocara, viene a me una povera donna, dicemi: Signore, vi vorìa dire dieci parolle per l'amor di Dio. Di che io m'apartai con epsa da uno canto per intenderla. Come fu' apartato con epso lei, s'inginochiò et cominciò a piagnere cridando: — Misericordia, iustitia, iustitia. — Dimandai: — Che cossa ài bona donna? levati su, leva su. — Disce: — Signore, c'è uno magniano forestiere, che m'à tolto una mia figliola per forsa, vergine, et à facto quel ch'à voluto con lei: et mo' ricerca di portarmene una altra. — Io li dissi: — Bona donna, hè costui in la terra — ? — Disce: — Signiore sì; datemi due o tre fanti, che io insegnerò chi hè. — Allorra ci donai tre fanti, e epsa donna mandò uno suo parente con quelli fanti a insegnarcelo. Li dui fanti piglioro per una strada che furro bene informati, che veste portava costui, e l'altro andò con el garzon per una altra strada. Quello c'andò con el garzon si scontrò con questo magniano, et haveva commessione da me di pigliarlo et menarlo al palazo, dinanzi al capitano et a me, che l'aspetavamo al palazo.
In questo darli di picca per menarlo, che epso comincia a fare resistentia, per modo che stando apresso a una cassa di uno di questi del Bello, o di Pier Francesco, che io ho poca pratica in quelle casse, entrò dentro, et el fante dirieto, cridando l'uno et l'altro. Sentendo il romore, mi levai da sedere et corsi là. Entrai dentro la cassa, trovai lì Achille del Bello con uno mezo lancione in mano, adosso a quello fante mio, discendo che non lo meneria; che s'andase con Dio, si non, che faria e diria. Io in questo stante, dissemi el fante: — Signore, in questa canbera sta el magniano. — Allorra dissi: — Achille, damolo, sì non, ch'i' farò qualche patìa ogi. — Et mi disse che potía fare, che non era per darmello, et non volìa che si cavasse di là. Io allor li comandai, per quanto haveva car la gratia de' nostri excelsi Signori, c'andasse in palazo. Lui mi disse, che non ci voleva andare. Allor lo pressi per el pecto per menarlo via. In questo giunse el fratello et più di quaranta homini di Achugiano armati. Io allor vedendo questo, andai di fora, et pressi una rotella, et fei armare la compagnia, et ritornai a entrare dentro, deliberando o di haver costui intro le mani o morir, per modo che el capitano medesimo di Castricara venne allì; et per tanta la furia che c'era, io non lo vidi mai et tornosene a iscire. Di poi tornò per me, et loro m'inpromisseno di menare quello magniano in palazo, et venire lorro ancorra. Et cossì m'iscii de la cassa, et andamene in palazo insieme con el capitano; et di poi a uno pocho menarro el malfactore, et loro ancora s'apresentorro dinanzi a la signoria del capitano et a me.
Quando furro allì, io dissi al capitano: — Ecco qua el malfactore —; et a costorro: — adesso che so' dinanzi a la signoria vostra, io non me ne voglio più inpaciare. Basta che io ho facto quello che ogni bon servitore della excelsa Signoria deve farre. — El capitano et uno ser Bacio et uno ser Giovani che mi sonno amici, et lorro ancora mi sonno amici, ma in quello stante mi tochava più la camiscia che il giubone, mi pregarro che fascesemo pace insieme, et che io non scrivessi di questa cossa a Fiorenza nè farne iscrivere; et così l'inpromissi di fare; et che io non erro costumato di scrivere nè fare iscrivere di queste frascarìe. Et così una matina c'invitorno a desinare a la signoria del capitano et a me, et desinamo tutti insieme.
Si ve par che io in questa parte habi pecato di Spirito Santo, prego la Signoria vostra che dicha a questi tali che v'aàno contato questo casso, che insieme con la Signoria vostra mi dièno quella penitentia che pare a lor Signorie; si li par che io habi peccato di Spirito Santo, como ho dicto di sopra: chè io doveva fare altra cossa che io non fei, che tutti son grandissimi servitor di Marzocho di parolle, et gra' merzè al capèllo,[706] di Castricar et di Modigliana et Maradi; chè vedreben la fedelità dove sta. Un dì serò con la Signoria vostra, et vi conterrò cosse e faròvi tocar con mano che vi farò spantare, che non le uso iscrivere; chè io ho servito in questo mondo qualche re et dui pontifici, come la Signoria vostra sa, et non li scripsi mai, che non si degniassen di farmi far la risposta, et maxime in cosse che fusse in servitio de lor Santitate et di lor Signorie. Et di quante volte ho scripto a la exelsa Signoria et al Confalonieri mai ho hauto risposta, di uno ano et mezo che io sto con lor Signorie. Ma credo che sia l'usanza del paese cossì; perciò non mi maraviglio. Io havevo promisso di non scriver di questa cossa, ma m'è stato forza di darne ragione a la Signoria vostra, che so mi ama et volmi bene. Non n'averia scripto per cossa nissuna a persona del mondo. El capitan di Castricarra passato è meglio informato che non so' io, et epso potrà dire el tutto a la Signoria vostra. Et credo che lorro non habino scripto di questa cossa a Fiorenze, perchè io apria el sacheto poi quando credessi avessino scripto niente.
A la parte che dite che io so' diventato parzial de l'arciprete, non voglio altro testimon si non el capitan di Castricara, che per infin al primo giorno li dissi, che serìa el meglio che si levassi e l'arciprete et alcuno altro di Romagnia; de li quali ne mandai la lista per ser Apardo mio cancilier a la exelsa Signoria; et tutti li Retori si acardara con me, che 'l si levaseno di Romagnia per alcuno anno; et uno ce ne costà che non bisognia mandarlo, el quale hè l'arciprete. Guardate si io l'erro parziale, che dite che io vo con li suoi seguaci. Chi l'à dicto a la Signoria vostra, ne mente falsamente per la gola, che io non praticavo con altri si non con uno vechio che si domanda Giorgio de la Golfaia, che pageria la metà de la roba sua et stare in pace. Et esso mi prestò uno lecto in che io dormissi.
A la parte di Macteo Facenda, fo intendere a la Signoria vostra, che v'à dicto la magior falsità del mondo; che da poi so' stato in Castricara, non è mai stato in su el tenitorio de' Fiorentini. Et ci àno rotto la testa al capitan di Castricarra et a me, che lo volessemo fidare per venire a parlare con epso noi a dire la ragion soia. Noi non l'aviem mai volsuto fare nè sentito mentovare: et trovavassi allora a Vagnio a cavallo. Et di questo ne serà bon testimonio el capitan di Castricara. Et perchè cogniosciate voi le tristitie di quelli che vogliono macular l'onore d'uno gentilomo, per ben che di queste cosse non me ne curro niente, ne starò al paragon dinanzi a Dio, non tanto a li homini del mondo: chè dice il proverbio: Piscia chiaro et incacane el medico. Chè ho ancora le strutione che V. S. mi dè già uno ano et mezo fa, et olle in el core et entro la testa: cioè, che mi disse che io non volessi mangiare mai in cassa di capo di parte, et che non volessi pigliare amicitia con esbanditi che haveseno bando del capo, et ribelli della Signoria. È ben verro che in questo tempo ne ho parlato a dui o a tre, che l'ò fidati, solamente che mi veniseno a parlare, perchè m'avevano promisso di farmi havere de li altri inele mane. De li tre me n'è riuscito uno bene.
Preterea. la nocte che arivai a la rocha che veni di Fiorenzola, subito el sepeno a Castricarro; donde c'andò questo Francisco del Bello, et havisò o fe' avisare a Macteo Facenda, che stava in la pieve de l'Arciprete, come io erra in paesse, che s'andassi con Dio. Donde colui subito cavalcò et misesi in via. Donde che 'l diavolo l'aitò, che in questo tenpo lui si scontrò con parechi cavalli di Bartolomeo Moratini inimico suo che sta in Forlì; de che li deno la cacia per infin a Bagnio a Cavallo; et scapò per ugnia di cavallo. De che non caveria del capo a Mateo Facenda che costui non l'avesse facto a posta: de che recercha el dicto Mateo Facenda de far dispiacere a Francesco del Bello, credendo habi facto ispia a Bartolomeo Moratini. Come hai saputo tute queste cosse, don Michele? Io vi dirò: Uno povero homo, parente di Mateo Facenda, parlando con epso meco, me dise questa cossa, come Mateo Facenda haveva questo malo animo verso di costui. Di che me n'andai al Capitano di Castricara, et conta'li questa cossa. Di che mi contò punto per punto come erra verro, che l'aveva saputo ancorra lui; et così avisàno che si guardassi el dicto Francesco Del Bello. Queste sono le parte che tengo io: si vi pare che sieno parte, giudichelo V. S.
A la parte che V. S. me avisa d'una vignia ch'è d'Anton Corsini, vi rispondo, che è ben vero che Feragan di Castricare viene uno balestier de li mei, solo lui et el figliolo, et pregollo che volesse venire con lui a vendemiar una vignia, la qual vignia erra d'Anton Iacomini; et che certi sbanditi non ce la lasavan vendemiar. De che questo balestier, esendo stato servitore d'Anton Iacomini, andò con el decto figliol de Feragano (Como sai tu questo don Michele?). Costor si partiro al serar de le porte, et la matina, come viene el giorno, viene uno compagnio del dicto balestrieri, et dicemi: — El tal se n'è fugito, che se n'andò iersera, et non hè più tornato qua. — Di che io mi levai con furia de lecto, venendo con meco molta gente; et così scontrai Feragan. Disemi: — Come andate così, Signore, infuriato? — Dico: — Ogni dì mi fa un tristo una burla. Me n'è fugito uno balestrieri de li mei. Giuradìo, si qualcun me ne capita per le mani, le mecterò questa spada a mezo del core, a ciò che sia sperientia a li altri. — Disemi Feragan: — Non aviate malinconia, ch'è ito a vendemiar una vignia d'Anton Iacomini con el mio figliolo, che certi sbanditi non la volevan che la vendemiasse. — Dissi allora io: — Come andare di nocte di fora de la terra, senza licentia mia? Al nome di Dio sia. — Como tornò, ogni omo sa la penitentia ch'ebe di questo et de l'altre cose triste che lui à facto. Come dite che io cerchi di sadisfar questa cossa? Io ne so' inocente. Feragan viene ogni giorno in Fiorenze, fatelo pigliare et sadisfar a messer Anton Corsini; o vengami una lectera da li Signori Octo, et vederà se io li farò pagare più che non ha pigliato el vino due volte: chè di questa cossa io ne so' inocente, che non credo che habi condutiero la excelsa Signorìa, che li vogli meglio che io a messer Anton Corsini. Che si io l'avessi saputo allorra, ce l'averei caciato de li ochi: ma Feragan mi disse che era d'Anton Iacomini. Fatemi venire uno minimo cenno de li Signori Octo, et vederete si lo farò sadisfare. Io non voglio mandare la lectera a homo del mondo, si non quando sarò a Castricara, che ci serò presto. Manderò per don Nichola, et serà con epso meco; et io serò con el capitano di Castricara; et vederemo achetar questa cossa per modo ch'abi bon fine. Ma si doveria, quando Feragan viene in Fiorenze, che ci viene spesso, farlo pigliare et punirlo molto bene, a ciò che fusse exemplo a li altri, che non andasseno asasinare a questo modo. Et di quanto scrivo a la Signorìa vostra ne voglio esse' al paragon di Dio et delli homini del mondo, che io so' gentilomo et naqui gentilomo, che non fo cossa che non sia ben facta et chiarra. Et quando V. S. sa niente di queste cosse, prego a V. S. si degni iscrivermi et rispondermi a le lectere che io mando a V. S., che io li scriverìa d'ogni cossa quando credessi che la Signorìa vostra mi rispondessi.
Data in Fiorenzola à di 15 di setembre.
Di V. S. più che servo
don Michel de Orella
man propia.[707]
Non altro si no che Cristo conservia V. S. in quello stato che epsa medesima vole et che voria per la mia vita propio.
Al Magnifico messer Nicholò Machiavelli
secretario de li Magnifici
Signori Novi.... mio honorando
in Fiorenze.[708]
2 Lettera di Pietro Corella al Machiavelli. — Pisa.[709]
Yhs.
Mangificho singior mio. Già ripieno di molte et molte cose, et pure stavo a vedere altri avese a dirne et anche operarne, sequndo la ragione voleva, per esere io persona pocha disiderosa del malle di nissuno. Ora, forzato ad non potere più soportare, fastidioso di abundanzia d'ochasione, m'è parso scriverne alla Signoria vostra la vita del mio capitano di bandiera, et quello ultimamente à fato qui, sollo perlla frega et ribalderia di venirsene a chasa, ma al pigliare danari prontisimo per fare le sue vetine,[710] o volete orcie et enbrici, et non farsi un paio di calze per suo logoro. Et benchè di tuto saria fastidioso darvi ragualgio, non mi distenderò tropo oltre, se non in qualche coseta, et del tuto dal mio cancieliere sarete più a pieno informato.
La Signoria vostra sa che io veni a Firenze, et non fui partito di qui di dua dì, lasandolli charicho della compangia, che lui andò da' comesari et domandolli licienzia per venirsene a chasa a vedere l'amorosa, sanza considerazione della mia partita o di nulla, come un bue sciagurato che lui è. Dove e' mia comesari li diseno tanta vilania che non si direbe a un asino, et chaciònnollo[711] via; trovando squsa aveva un angio,[712] che, quando fuse stato con la candella alla bocha, doveva aspetare a me. Et stetesi qui sbrachato, come credo vedrete che così va sempre, et scalzo come un proprio orciaio. Io gunsi qui da Firenze; subito giunto mi domandò licenzia che voleva venirsene a chasa. Io sì lli risposi, che servisi et poi se ne venise. Lui sì mi dise, che non lo farebe Dio, che lui non venise a chasa. Io sì mi isteti ceto. Et sanza dirmi altro si partì, et andosene 'Anziano[713] a una fornacie del fratello, et lì se stete tre dì, et tornosene ridendo. Quando io lo vidi, lo riprisi, et lui trovò la squsa del da pocho, et io me ne pasai di legiere. Ora, ogi che n'abiamo sedici del presente mese di lulgio, esendo io in casa, costui con uno altro da Santa Maria Inpruneta, se ne venne da me furioso, e contòmi aveva roto il viso et la testa a uno Pistolese sopra cierta merchatantia d'enbrici et d'orcie: che se mi desiderate fare grazia, fatevi contare la mocichoneria sua, et la poltroneria che usò et superchieria, che lui medesimo se ne aqusa come da pocho, contandollo. Et vene da me, et bravava che aveva fato arotare lo spiede per far malle, et che era usato stare sempre in costione[714] et in guerra, et che poi che ebe la bandiera era divenuto frate.[715] Et domandomi consilgio della ribalderia aveva fata; di modo li disi si ritraese et lasasi fare a me. Et subito e' comesari mandonno per me; et io con quelle parolle si convenivano risposi a loro Singiorie; et che loro Singiorie intendesino l'una parte et l'altra, che io non vole o se non quello era ragione; et che chi erava fusi punito. El pover omo con lla testa rota et col viso enfiato, et è una persona da bene. Così mi parti' da comisari, et quasi mezo li plachai, aspetando riducere ongi cosa a buono fine.
El mio buono capitano di bandiera, senza dirmi altra cosa alcuna, la sera se n'era ito et aveva preso la bandiera, et aveva ordine, la matina, venirsene con Dio, con esa,[716] et lasarmi come una bestia. Et davami a intendere starsi in casa el singiore Bandino, tanto la cosa si pasasi. Ora, come la Singioria vostra sa, ci è chi acusa tuta via le cose. Io fui informato di tuto; et subito rinveni la bandiera et portamella a chasa, come quello che l'ò a tenere apreso di me, et che n'ò avere qustodia, et riputarmi onore et disonore a me più che a nisuno altro. El buon omo intendendo quisto, ebe a dire che io avevo saputo più che lui: et che volse fare la cosa el dì, et non aspetare la sera: et che el diavollo l'aveva inganato; et che la bandiera era sua, et che la bandiera era sua, et che la voleva portare dove li pareva sanza licenzia di Cristo et d'omo del mondo; et io ci ero per una bestia.
Insoma la sequente matina l'amico Calcangio, sanza altra licenzia o altro, et così el suo compangio et e' se n'è venuto costi. M'è parso darvene aviso, a ciò che, se costi verà, la Singioria vostra di tuto sia informata. Et se ragualgio più a minuto volesi dare a quella, come bisongiando darò a lui sciagurato, et dinanzi a' mia Singiori et di chi bisongierà, come sanza màqulla nisuna di malivolenza che con lui abia, ma per la verità, come in me sempre troverete et non altrimenti, come publicho sa tuta la conpangia: chè non è omo che non l'abia più in odio che el malle del capo, et che non li volgia malle di morte. Misero come un pidochio, che avendo a entrare in Pisa, entrò con uno paro di calze rote fracide; che più di venti ributi li feci di dete calze, ma lui la vinse che entrò con ese. Et parlate con eso lui, none stima Cristo; et che non laserebbe di dare et di fare. Per e' mia Singiori non è nè per Cristo. Publicho trenta volte l'à dito qui et in champo.
Sa bene lui, el ribaldo, che inanzi pigliasi danari, li disi a lui et a tuti, che chi non facieva pensiero di stare qui, non tochase danari. Ma lui, per lla codigia[717] ribalda di quelli denari della paga intera che l'ebe, li parevano asai, la pigliò, la qualle non facendongiene ristituire, si farà gran malle, benchè quelle sono padroni. Et perchè quella a pieno sapia l'animo mio, arò caro, e' mia Singiori, parendo a quella, sentino la presente letera et siano informati di quello io scrivo: et fóne una a loro Singiorie, che, capitando costì el mio capitano di bandiera, loro intenderanno dalla Singioria vostra el tuto, none scrivendo a loro Singiorie tanto lungo, per non esere proliscio. Sì che, bisongiando o parendo a quella di darla a loro Singiorie, quella per mio amore lo farà.
Pregando la Singioria vostra si richordi di me, et quanto più bene mi farà, serà a uno suo bono servitore; et che di continovo farò pregare Idio per quella, alla mia brigata sopra tute l'altre. Dicendovi che molto milgiore omo et più da bene istante ci è, che potrà portare questa bandiera, quando quelli voranno. Et se a me non si darà fede, troverete et tocherete con mano che ciò che io dicho sarà l'Evangiellio; et al tempo lo vedrete et sarete informato quando a questo s'abia a venire. Et non per nimicizia ma per verità ciò che io parllo: se non Dio non mi aiuti a me. Altro non achade. Son sempre parato a ubidire quella come buono servitore, pregando Idio vi conservi in sanità.
In Pisa, die diciasete di lulgio. M. P.[718]
Della S.ia vostra ubidiente
Servo Pietro Liberio Corella
conestavolle.
Se m'avesi ciesto licienzia lo lasavo venire, et con la bandiera et con ciò che voleva. Sapia quella, che de' compangi n'ò più che io non volgio; et ònne qui dieci de l'Ordinanza che aspetano d'avere lugo,[719] et sonsi molto ben vestiti.
Spectabilis (sic) viro Nicolò Machiavelli
patrone mio onorando, in
Fiorenza.
DOCUMENTO VI. (Pag. [106])
1 Lettera del Commissario Filippo Casavecchia al Machiavelli. Barga, 17 giugno 1509.[720]
Magnifice vir et maior frater honorande, salute, etc. — Io credo, carissimo mio, che adpresso di voi abbi adquistato nome di negrigente hovero stracurato ho di qualche altra cattiva cosaccia, respecto ad lo avermi voi scriptto più giorni sono quando le cose erono dubie, che in verità ne ebbi grandissimo piaciere. Et per due vi feci risposta: l'uno non vi trovò mai, l'altro dicie che vi vide al Ponte ad Era con Alamanno et con li imbasciadori pisani, et non li bastò l'animo di apresantarvi la mia. Pertanto mi rendo cierto, queste iustificationi doveranno esere ad bastanza nel cospecto vostro; et basti.
Mille buon pro vi faccia del grandissimo adquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte: non però per questo biasimando nessuno di cotesti nobilissimi comissari, nè di prudentia nè etiam di solecitudine. Et benchè io ne abia preso un conforto mirabile, et pianto et stramazato et factte tutte quelle cose che fanno li uomini composti et rifatti di pecore vechie, tamen, avendo dipoi ripreso vigore la ragione, ne sto con grandissima gelosia, et non posso per nesun modo pensare nè esermi capace che le cose gravi non corrino al centro, et le cose subtili ad la superficie.
Nicolò, questo è un tempo che, se mai si fu savio, bisongnia eser ora. La vostra filosofia non credo che abbi a eser mai capacie a' pazzi; e' savi non son tanti che bastino. Voi m'intendete, benchè non abbi sì bello porgere. Ongni indì vi scopro el maggiore profeta che avessino mai li Ebrei o altra generatione. Nicolò, Nicolò, in verità vi dico che io non posso dire quello vorrei. Però siate contento, per quella buona amicitia auta insieme, non vi paia fatica per giorni quatro venirvi ad stare con esso meco. Oltre al ragionamento nostro, vi serbo un fossato pieno di trote et un vino no mai più beuto.[721] Questo mi sarà un piaciere che mi farà dimenticare tutti li altri. De! Nicolò mio, compiacietemi in questo utimo solamente per dì 4; significandovi che non venendo sarete cagione che viverò malcontento. Questa non è però sì gran cosa che io non meriti el non eser compiaciuto. O meriti honnò, io vi pongo questa talglia. E verete in un giorno, perchè non ci è se non 26 milglia piana. Et avisatemi del quando, et disponetevi di consolarmi, perchè non venendo, mi metterei ad venire ad trovar voi; et sarebbe la ruina mia, perchè le leggie non mi promettono[722] di potermi partire della provincia, sotto la pena di fiorini 500, et basti. Non vi dirò altro. Ricomandatemi a l'angelico comessario Nicolò Capponi; et diteli che non à facto quello li scripsi, ma che lui sarà el primo ad pentersene, e basti. Bene valete.
Ex Barga. die xvii iunii mdviiij.
Philippus de Casavet.
Comissarius.
Spectabili viro domino Nicolò Machiavelli
dignissimo Comessario in
Pisa honorando. In Pisa o in
Firenze.
2 Lettera di A. Salviati al Machiavelli. — Pisa, 4 ottobre 1509[723].
Yhs.
Carissimo Nicolò. Io ho la tua sutami carissima, maxime che vegho ti sono nel cuore, perchè spesso ti ricordi di me: di che ti resto obligatissimo. E per essa ho visto in che ordine si truova Padova e di dentro e di fuori, che assai m'è piaciuto. Il discorso tuo è bellissimo; quale io ho mostro a questi signori condottieri e signori Consoli, quia omnes homines scire desiderant; e da tutti è stato assai conmendato. Io non lo posso nè aprobare nè riprobare, perchè qui siamo suti abandonati dal padre e dalla madre e da tutti e' parenti et amici: perchè non intendiamo cosa alcuna, salvo da qualche smarrito che vengha al campo di 15 giorni o uno mese: e però male ne possiamo fare qui iuditio, non intendendo qualche particulare come voi costì qualche volta intendete. Io ho bene qualche volta domandato questi signori condottieri che iudicio faccino della expugniatione de Padova; quali unitamente s'achordono, che per forza Padova non si possa perdere, assegnandone buone ragioni. In modo che, prestando loro fede, io inclinerei a quella oppinione volentieri. Ma me ne ritrae alquanto lo essere fratescho, che volentieri mi haderischo a tale oppinione, maxime vedendone e' subcessi im buona parte. E ci s'arogie il vedere e' tempi disposti totalmente contro ad essi Venetiani, adeo che credo sia cosa miracolosa più presto che naturale. Quomodocunque sit, credo che l'officio nostro sia più presto ricorrere a Idio, e pregharlo che lasci seguire il meglio, che poterne fare altro iuditio; anchora che io non sappia come questa conclusione t'abbia molto a satisfare, non perchè io creda che tu manchi di fede, ma sono certo non te n'avanza molta. Ricordovi bene, fate ogni diligentia di mantenere insieme il Cristianissimo, la Santità di Nostro Signore e il Cattolico; et advertite che una desperatione non facessi fare di quelle cose a qualcuno, di che nascessi la totale rovina di Italia; che quello exercito franzese non resti totalmente a discretione d'altri, che importerebbe troppo. Io harò caro haverti satisfatto, e in quello che io manchassi lascerò suplire al mio dottore. Ricordati sono tuo et a te mi rachomando. Idio ti guardi.
In Pisa a' dì iiijº d'ottobre 1509.
tuo Alamanno Salviati Capitano.
Al mio caro Nicolò Machiavelli in
Firenze.
DOCUMENTO VII. (Pag. [120])
LETTERE DI AMICI AL MACHIAVELLI, SCRITTE NEGLI ANNI 1509-1510.
1 Lettera di B. Buonaccorsi al Machiavelli. Firenze, 20 novembre 1509.[724]
Niccolò honorando. — Io riceve' la vostra de' 18 da Mantova, et intendo la suspensione dello animo vostro, etc.: di che mi maraviglio, havendo havuto alle mani altre cure di molto maggiore importantia, et ad pigliare partiti più periculosi che andare fino ad Verona. Bisogna, se mai usasti diligentia in advisare, lo facciate hora ad volere «turare la bocca a le pancaccie. Feci la anbasciata al Gonfaloniere: respose atendessi ad scrivere solecitamente.»[725] Hoggi andrò ad trovare l'amico che ha mandato per me, et farò el bisogno. Nuove non ci sono, che tutte dependono di costà. Fecionsi tutti e' Nove, così quelli cinque che mancavono come li altri 4 che hanno ad intrare ad gennaio. Hanno di già casso Francesco da Cortona, che è stato buona spesa. Non altro.
Florentiae, die xx novembris 1509.
Quem nosti.
Nicolao Maclavello secretario florentino,
in Verona o dove sia.
2 Lettera di B. Buonaccorsi al Machiavelli. Firenze, 30 novembre 1509.[726]
Niccolò honorando. Io vi scripsi pochi dì sono brevemente, perchè non ci era cosa alcuna di nuovo da darvene adviso, et manco ci è di presente. Sì che, in questo caso, se alhora fu' breve, hora sarò brevissimo ec.[727].... Et benchè molti chiachieroni cavassino fuora che fusti stato..., non è vero nulla.... Dio voglia.... Dixivi anchora come havevo visitato l'amico et datoli uno ducato, el quale mi ha renduto Francesco del Nero, perchè ne havevo necessità. Et li dixi havervi mandato certe zachere mi havevi chiesto. Sonvi ritornato dipoi. Hollo trovato che il male di che dubitava era chiaro, et voleva ire ad Prato in casa lo amico. Havevasi tagliato e capelli. Non so come si farà che bisogna patientia, et qui non è punto: et chi ne vuol guarire presto ne guarisce più tardi. Èlli advenuto quello mi ho sempre pensato. Attendete ad scrivere nuove assai, et fareteci piacere. Non attro. A voi mi raccomando.
Florentiae, die 30 novembris 1509.
Quem nosti.
El libro riharò hoggi et renderollo ec.[728]
Nicolao Maclavello secretario florentino
tanquam fratri honorando,
in Verona.
3 Lettera di Francesco del Nero al Machiavelli. Firenze, 22 novembre 1509[729].
Al nome di Dio, addì xxii di novembre 1509.
Nicolò carissimo. Io ò la vostra de' dì xviij, et per quella intendo quanto dite che tutto si farà nel modo scrivete. A Totto Machiavelli scrissi apunto nel modo avixate. Messer Giovanvettorio non si risolveva, però ò fatto scrivere a messer Antonio circha alla causa principale; et in la incompetentia scrisse anchora messer Antonio, et messer Giovanvettorio m'à promisso di soscrivere. Oggi ò avere da messer Giovanvettorio soscritta la incompetenzia, et da messer Antonio la cauxa principale; et subito la farò soscrivere a li altri advocati vostri, et manderolle a posta a messer Antonio, chome ne ordinasti. Da me non si mancha di sollecitarla, di modo sono più ripreso d'importunità che di negligentia; che ogni dì sono quatro volte almancho al palagio del potestà. Achordo non ci spero alchuno, perchè non ò mai intexo cosa alchuna. Andai al magnifico Gonfaloniere, richordandogli la causa vostra, et chome io era procuratore a potere obligarvi: quando gl'intendessi cosa alchuna, sua Magnificentia si degnassi farmelo intendere. Dissemi che Francesco del Pugliese gli aveva a rispondere; et che manderebbe per me quando avessi nulla. Io, chome v'ò detto, con ogni favore, diligentia et sollecitudine attendo a questa vostra causa; et oggi mando al giudice messer Francesco Nelli et Piero; et quando il giudice arà la causa principale, vi manderò e' parenti et amici vostri et ser Giuliano. Io scrissi in vostro nome et feci scrivere da Giovanbatista Soderini a Monsignore Reverendissimo; et detti a ser Filippo del Morello ducato uno, et di mano in mano lo terrò contento. Giovanni Ughuccioni mi disse, il conto nostro esser del pari et che non aveva denari: però mi sono fatto servire de' denari ò auti di bixogno da L.º Machiavelli. À mostrato di farlo volentieri. Non giudicherei fussi fuori di proposito voi gli scrivessi un verso, ringratiandolo; et inoltre, perchè io non so chome mi bixognerà spendere, dirgli che quello m'achade me ne serva; lui ne à posto debitore voi. Se io potrò avere quelli da Giovanni Ughuccioni, non bixognerà gli dia noia. Col priore si farà quanto scrivete; et quanto io abbia da dirvi circha al piato, lo farò sempre. Sono a' chomandi vostri.
Franc.º del N.º in Firenze.
Egregio viro Nicolao Maclavello Segretario
dignissimo apud Maximianum.
DOCUMENTO VIII. (Pag. [125])
1 Lettera del Gonfaloniere Pietro Soderini al Machiavelli. Firenze, 27 giugno 1510.[730]
Niccolò carissimo, etc. Ci è parso farvi questi versi, per allargare più il [tem]po del signor Mar. Antonio,[731] il quale, come sapete, finì la condocta sua a dì XV di maggio; et essendo stato raffermo, non ha voluto acceptare, ma voleva crescere in condocta o in titolo; il che non è stato consentito, per non parere tempo adesso nè a l'una nè a l'altra cosa. Onde havendo lui forse qualche practica, existimando fare meglio e' facti suoi, dixe qua a noi, essersi acconcio con il Re de' Romani, ma che haveva tempo ad ratificare tucto il mese di giugno presente: et domandò qui uno mese di tempo ad levarsi, et così li furono conceduti li alloggiamenti gratis. Doppo il quale tempo si ritirò in quello di Luccha, in sulla campagna; et pare sia stato alloggiato in uno castagneto. Hora, da due giorni in qua, si è levato voce, per lettere di Roma, lui essere acconcio colla Chiesa, «et che debbi fare cinquecento fanti, et altri cinquecento se ne truova facti a Roma, sotto due connestaboli; et si dice si coniungeranno con lui. Ove si habbi ad andare et quello si habbi ad fare non s'intende dicerto. Alcuni dicono, per la guardia di Bologna; alcuni altri per andare contro al Duca o ad Vinegia in favore de' Vinitiani. Puossi ancora dubitare che queste cose non si faccino per li affari di Genova; perchè si dice quella terra essere molto sospesa et sublevata, dopo la morte di messer Gian Luigi.»[732] Anchora è da considerare che «a Serazana si sono murati intorno a' fossi: dove si crede si sieno spesi quindici o 20 mila ducati; et vi è una forteza inexpugnabile. Et se detti fossi et fortificatione è fatta per ordine de Re, è da dubitare manco; ma se fussi facto per ordine de' Genovesi, è d'averne gran suspitione; perchè quello è uno ricetto inexpugnabile, et una porta da tenere il passo della Lombardia ad la Toscana, et havendo ad le spalle quali si vede che favoriscono tucte queste actioni et moti.»
Ci è parso significarvelo, «perchè ne advertiate Monsignore Aubertet, al quale di queste cose di Serezana facemo parlare più mesi sono d'Alexandro. Et ci pare questa cosa sia stata neglecta et straccurata. Recordateglielo per parte nostra et come cosa importantissima: che se v'entrassi messer Ottaviano Fregoso, non ne lo caverebbono per frecta.» Et vedete di porgere queste cose in maniera «che noi non ne riportiamo carico con altri,» come spesso suole intervenire. Et quando «conoscessi che fussi per resultarne carico d'altri, o le tacete o le fate intendere come da voi. Non mancate di ricordarli che tenghino bene le mani in capo a' Svizeri, et che intractenghino lo 'mperadore.» Circa alle altre parte harete lettere dal publico; et a noi non occorre dire altro. Bene valete.
Ex Palatio Florentino, die xxx iunii 1510, raptim.[733]
Petrus de Soderinis
Vexillifer iustitiae perpetuus Populi Florentini.
Amico nostro carissimo [Nicolao]
Machiavello man[datario] Florentino
apud Christianissimam [Maiesta]tem
etc. [Incort]e del Re Christianissimo.
2 Lettera di Francesco Vettori al Machiavelli. Firenze, 3 agosto 1510.[734]
Compare mio charo. Io ho pregato Ruberto[735] che vi rimandi presto, perchè almeno, perdendo lui, rihabbia voi. E per questo siate chontento, poi che lui è giunto, tornarvene presto, che Filippo e io vi chiamiamo tutto dì, poi che vi partisti, chè fu il dì di San Giovanni, se bene ho inteso, che non c'ero. Sono stato del continuo malato, e ho creduto a ogni modo passare nell'altro mondo: pure, da 15 dì in quà, mi sono rihavuto in modo che hora sto bene. Ma intendo tante chose a un tratto, che m'agirano il cervello, perchè, havendo havuto male, non l'ho potute intendere dì per dì, chome hanno facto gl'altri. E prima, Marchantonio Colonna, chon 150 chavalli e 500 fanti, esser ito, per ordine del Pontefice, a rivoltare Genova, et essersi chondocto là presso; et manchando di speranza, esser stato forzato a montare in su l'armata de' Venitiani, che girava là intorno, per questo medesimo effecto; havervi messo su qualche chavallo e parte della chompagnia, e 'l resto havere lasciato a discrezione. Io havevo Marcantonio, per relazione di molti, per huomo di gran iudicio e buon discorso, e molto cauto nelle imprese sue; nè mi posso persuadere qual sia stata sì potente causa che l'habbi chonstrecto chon sì pocha gente a mettere in pericolo la chompagnia, l'honore suo quale stimava tanto, e anchora la vita; perchè, se veniva in mano de' Franzesi, non credo l'havessino salvato. Lascerovi un pocho pensare anchora a voi, e alla tornata vostra ne parleremo.
Ma vegnamo al Pontefice, al quale non si può dire che, poi è in quel grado, il governo suo sia stato di matto; e in quello ha havuto a fare, pare sia ito anchora assai cautamente. Nondimeno pigla una guerra chol re di Francia, nè si vede per anchora che habbi in chompagnia altri che e' Venitiani, mezzi rovinati e disperati; e chomincia in modo a offendere il Re, da non doverne seguire pace presto. Perchè prima pigla come un ladro Monsignore d'Aus,[736] el quale el Re faceva dimostrazione stimare assai. Dipoi cercha, chon parole e chon fatti, farli ribellare Genova; e inanzi vi mandi armata o altro, publica per tutto che Genova si volterà, che non è se non dire al Re: Guardala. E poi che la prima volta non li è riuscito, dice volerla tentare la seconda. Assalta le chose del duca di Ferrara in Romagna, e per esser mal guardate, ne piglia parte. Restava la forteza di Luco che si bombardava: uscirono di Ferrara forse 605 chavalli franzesi, e al sol grido, tutte le gente del Papa si missono in fuga e lasciorono l'artiglerie; e' Franzesi ripresono tutte le terre che havevono prima tolto a Ferrara. In conclusione, io non intendo questo Papa, chome sia possibile che lui solo e' Venitiani voglin piglare la guerra contra a Francia. Dice G.i Chanacci che gli pare che 'l Papa habbi facto chome chi giuoca a fluxi o primiera, e vuole chacciare, e ha facto del resto; et che il Re sta dubbio di tenerla, dicendo fra sè: Se lui non havessi buono, e' non legherebbe sì gran posta. Ma se il Re la tiene, che si chonoscerà, chome chomincia a muovere gaglardo contro a Bologna, el Papa alhora tenterà di farne achordo. E io vi dirò il vero: vorrei che il Re pigliassi Bologna, seguissi la victoria, chacciassi il Papa di Roma, e che uscissimo di lezii, e seguitassi poi quel che volessi.
Restaci hora a vedere, se il Papa ha lo Imperadore e Spagna chon lui, chome molti giudicono. Io mi potrei ingannare, ma credo di no. Credo bene che lo Imperadore, quando havessi e' pacti che lui volessi dal Papa, si volterebbe contro al Re, perchè ha il cervello chome sapete volto a non si fermare. Ma sarebbono tali et tanti, che il Papa rimarrebbe sanza denari, e dubiterebbe di non perdere la guerra chol Re, e se la vincessi, di non havere a temere più lo Imperadore che hora non fa il Re. Hispagna, sanza lo 'mperadore, li parrebbe esser debole chon esso: dubiterebbe che se vincessi, havere a perdere non solo il Reame ma la Chastigla e l'Aragonia, per le ragioni v'à su il nipote.
Compare, io ho facto conto parlare chon voi. E delle cose drento non vo' dir niente, perchè Ruberto vi raguaglerà. L'amico è nelle mani del bechaio, chome era alla partita vostra. Nè altro. A voi mi rachomando.
In F., a dì 3 d'agosto 1510.
Franc.º
Spectabili viro Nicolao de Maclavellis
Secretario florentino apud Christianissimum
Regem Francie.
DOCUMENTO IX. (Pag. [131])
Lettera di un amico a Niccolò Machiavelli. Firenze, 29 agosto 1510.[737]
Carissimo Nicolò. Questi di cancelleria non hanno paura d'una penna; ma l'harebbono bene d'un remo. Et se non ti hanno ragguagliato del termine in che si truovano tucte le cose tue, è stato perchè nessuno vuole fare quello che non se li apartiene. Mogliata è qui, et è viva; e' figliuoli vanno al lor piede. Della casa non si è visto il fumo, et al Pertussino[738] sarà magra vindemia. Et questo è dove tu ti truovi. I'ò hoggi mandato duo volte per il nipote tuo. Non ci è venuto anchora: debbe forse essere fori alla villa. Domani farò di vederlo et li dirò il bisogno. La festa et questo subito spaccio ha facto che li 50 ducati non ti si sono potuti rimettere. Piglieronne il charico io. Et pensa che per la prima che si scriverrà a Lione, vi si scriverrà il bisogno. «Le tue lettere hanno facto di qua sbadigliare ogniuno, et pensa et ripensa, et poi non si fa nulla. Tu ci puoi vedere fino di costà, che si faccia et che si dica; et insomma noi siamo homini, che il caldo ci stempera et il freddo ci ranichia. Insomnia a noi ha a intervenire come a quelli di chi diceva Quintio[739] (sic): sine gratia, sine honore, premium victoris erimus. Questa chiesta delle genti ci conduce in loco dove forse ancora non si vede. Io per me la veglio farci scala a un altro apuntamento con grande iactura nostra, perchè noi manchiamo dell'obligo, et bisognerà ratoparlo forse con più panno che non saria stato tucta la vesta. Così interviene a chi non prevede. Et sare' bene che chi fu causa della partita di Marcantonio provedessi hora a questo disordine, il quale con molti altri nasce da quella lasciata. Ma gli è un bene, o per meglio dire, manco male, che se queste cose vanno avanti, noi faremo un brodecto d'ogni cosa. Io per me credo che gli arà a omni mo' a intervenire del Papa e della Chiesa, come intervenne di Venezia, che tanto pinse che vi entrò. Io non somiti dire altro.» Bene vale.
Florentie, die 29 augusti 1510.
Compater vester.[740]
«Non parlate con altri di questi mia ghiribizi.»
Spectabili viro Nicolò Machiavelli, ec.
DOCUMENTO X. (Pag. [131])
1 Lettera di Antonio della Valle al Machiavelli, Firenze, 5 agosto 1510.[741]
Egregie vir maior honorande, etc. Hiarsera vi si scripse in frecta, et non vi si potè significare quello che per la presente vi si dirà. Per altre havete inteso che la condotta di Marcantonio finì a mezzo maggio, et volendo lui o titolo o augumento di condocta, li fu negato, et per rispecto delli altri condoctieri, et «per i pagamenti che ne corrono ogni fiera a Lione, et per conto de' due Re, et per i donativi.» Essendoli denegato lo aumento et il titolo, lui, come quello che doveva havere prima practiche colla Santità del Papa, si gittò in quello di Luccha, nè mai s'intese di chi lui fussi soldato, se non quando il Papa ne richiese del passo per a Bologna, il quale passo per a Bologna fu conceduto. Volle di poi il Papa particolarmente intendere il cammino che aveva ad fare, et li fu risposto che era per la Valdinievole, per il contado di Pistoia, et per la via della Sambuca, che riescie ad Albergha et al Saxo, in quello di Bologna. Lui finxe di volere andare a campo a Massa de' Marchesi Malespini.
Questo secreto di volere andare alla impresa di Genova a noi non fu mai noto. «Ma dubitandone, lo amico nostro vi scripse et di questo et d'altro sino a' dì ventisei di giugno. Ma Lucchesi dovevano sapernelo intero, che ci feciono, avanti la partita di Marcantonio, minacciare dal Papa delle cose di Bargha; et bisognocci provedere quello luogho in buona forma.» Il cammino suo fu per il Lucchese, per le terre del Marchese di Massa, il quale non poteva obstare, et per i terreni di Serzana: dove, passato la Magra, se ne andò alla Spetie. Dipoi stemo più giorni non potemo havere lingua con verità del progresso suo. L'armata dei Vinitiani comparì in uno tracto, nè mai se ne seppe niente, in modo che se noi non havamo provisto Livorno bene et Pisa, dove havamo messo per MD delle bandiere, il forte di Pescia et Sancto Miniato, non saremo stati senza grande pericolo. «Perchè, poichè l'armata fu passata, il Papa hebbe a dire che se non voltava Genova, verrebbono a Pisa et Livorno; et questo perchè, volendo mandare nuove fanterie drieto a Marcantonio, et richiedendone del passo (perchè venendo da Roma bisognava toccassino il dominio nostro), noi glielo negamo assolutamente, rispondendogli, che se noi havamo conceduto il passo a Marcantonio per a Bologna, lo havamo facto perchè reputavamo andassi per defensione delle cose della Chiesa; ma domandandolo per andare in Genovese, che era contro alle cose del re di Francia, nè per queste nè per altre gente non pensassi che noi havessimo a dare passo per quella via: et così li togliemo la facultà di potere rinfrescare Marcantonio di gente. Il quale Marcantonio se andava diricto alle porte di Genova senza fermarsi, et che l'armata si fussi presentata a una medesima hora,» vi diciamo «con certitudine che Genova voltava. Questo habbiamo da persona prudente, amicissimo nostro, che era in sul luogho.»
Questo vi si significa non per «esaltare le cose di Marcantonio o del Papa, ma perchè voi advertiate il re di Francia et Robertet del pericolo che si è portato; acciò che si provegha per una altra volta, confortandoli ad fare quelli provedimenti» che habbino ad «tenere ferma quella terra,» che bisognano «grandi, mentre che il Papa sta in questa fantasia.» Et il più «importante provedimento che si possa fare,» come per la agiunta hiarsera vi si scripse, «è mandarvi subito uno nuovo governatore, il quale sia» buono et prudente, et sia per tenervi le fanterie che sono pagate da quella terra, «et per non fare di quelle cose che» vi si fanno. Et se non fussi una singulare affectione che noi portiamo al re di Francia, non si metterebbe la falcie nella biada d'altri. Ma li vogliamo havere facto intendere quello che forse non hanno inteso da altri: del governatore passato Genovesi si laudano, «et vorrebbe essere» lui o uno altro simile a lui, che fussi per administrare iustitia. Et ricordate faccino presto. Se piace al Re di Francia et Roberthet, lo tenghino secreto, per non nuocere ad altri sanza proficto alcuno. «Ma se ricercheranno, troveranno questa essere la verità.»
Nel ritornarsene, Marcantonio mandò qui a domandare il passo, et essendoli negato, si misse ad imbarcarsi. Di quelle poche gente haveva Marcantonio a cavallo, imbarchò cavalli buoni da 120 in 130; delli altri ne venderono una parte, 2 o 3 ducati l'uno. Et avendo cominciato ad amazzare quelli che avanzavano, domandandoli in dono alcuni fanti, li donò loro. De' quali, quelli che sono arrivati nel dominio nostro sono stati tucti isvaligiati; benchè fussino ronzini deboli et di pocha qualità. Èssi inteso che il signor Mutio ne ha recuperati qualche uno, come per altra vi si è scripto. Marcantonio per mare isboccò a Porto Baratto,[742] et alla vista della armata franzese, si levò et andossene in quello di Siena sotto Massa, a uno luogho decto Pecora vecchia. Lui per staffecta se n'è andato a Roma, «donde s'intende che il Papa sta in opinione volere rifare la impresa di Genova.»
Il capitano delle galee vinitiane che sono a Civitavecchia si trova a Roma, «et dice aspectare altri legni per decta impresa di Genova, dove dice che hanno ad calare e' Svizeri per la via di Savoia et di Savona, de' quali il Papa haveva chiesti semila. Loro hanno decto che volevano essere octo mila, et ultimamente hanno facto intendere che vogliono essere diecimila almeno. Et il Papa si dice havere mandato là il danaro per altanti.» Se è vero o no, di costà se ne debba havere più certa notitia. Questo è «quanto a Marcantonio et alle cose di Genova.» Quanto alla causa del non havere dato «notitia a buona hora» etc., quello che si potè indovinare si scripse sino al tempo di Alexandro Nasi et a Francesco Pandolfini, apresso il quale ne può essere testimone. Ma si scriveva per coniectura. Quando si sarebbe potuto, «il Papa non ha lasciato venire li advisi prima da Roma, et dipoi da Bologna.»
Circa alla causa perchè lo oratore non è stato in Corte, se ne può assegnare molte. Prima Alexandro era stato di costà più di due anni, et desiderava extremamente tornare; et se cotesta Maestà non se ne contentava, stava a lei il dargli licentia. Lui, sanza licentia di costà, non sarebbe tornato. Et di qua si scontrarono le electioni qualificate ad non fare sì lungho viaggio. Venne di poi la electione di Ruberto Acciaiuoli, il quale per non essere di molto gagliarda complexione, non è potuto venire in questi caldi; ma infra due giorni partirà infallanter; «et non ci è stato artificio di alcuna ragione.» Questa cosa adunche «non debba ombreggiare,» essendovi «maxime stato voi che sete secretario della Signoria,» et per altri tempi «vi conoscono.» Qui non è stato «mai huomo che habbi pensato di partirsi dalle obligationi» etc., se non fussimo «in modo forzati che non havessimo rimedio.» Et quando questo si pensassi fare «da altri, doverrà Sua Maestà ancora lei provedere che noi possiamo persistere in fede,» come è «lo animo nostro. Et a' casi di Roberthet» si è pensato, et dato tale ordine «a Ruberto, che Sua Signoria vedrà» che non ha avuto «da dubitare della fede di qua di persona;» perchè noi «ci guardiamo dallo intromettere. Quando le promesse sono facte, non troverranno nel mondo una fede tanto stabile et tanto ferma quanto quella di qua.» Non si è differito di dare ordine «alli affari suoi per stare ad vedere quello che segue» etc. Perchè havendo una volta «fermo di stare in confederatione con il Re di Francia,» sappiamo molto bene quanto tempo è che «Roberthet è stato il primo secretario, et prima del Re Carlo, et dipoi di cotesta Maestà. Conosciamo la prudentia sua, la pratica grande che ha di cotesti maneggi, lo ingegno elevato che ha, et la cognitione che tiene delle cose di Italia;» et finaliter «quanto sia amato da cotesta Maestà.» Et però, non sia alcuno che existimi che noi habbiamo «immaginato o sognato non che pensato, che la auctorità sua non vengha a crescere in dies, perchè così meritano le sue virtù; et» così è desiderato grandemente da noi. Et però, chi havessi «pensato simile cose, si sarebbe partito molto dalla verità.» È parso di honorare Ruberto nel venire suo, che porti «la mente et ordine di quello che si ha ad fare verso Roberthet.» Et così seguirà et sarà cosa che «lui riconoscerà la fede di ciascheduno di qua, et basti.»
Restami ad farvi intendere che «indebitamente è stato dato carico a Monsignore di Volterra, che lui sia venuto dal canto di qua per operare che la Città si dispongha alla voglia del Papa. Chiamiamo Idio in testimone che questa opinion è falsissima, perchè nè lui enterrebbe in maneggio che tornassi contro S. Maestà, et qui non ne sarebbe udito.» Certificandovi che «S. Santità nuovamente lo chiama, forse per dubio che lui non pigli qualche altro cammino» etc. Fate fede di costà della verità, «chè certo le opere sue non meritano queste sinistre opinioni. Lui partì da Roma indispostissimo, macilento che non si reggeva a cavallo, et però in lettiera venne dal canto di qua, dove si è sempre stato in Casentino et in Mugello, nè qui è mai comparso, per non trovarsi in dispositione da potere negotiare. Pure speriamo in Dio che il male terminerà presto.» Vorremo che di costà si credessi che «lui non pensò mai di fare cosa che tornassi dishonore o damno a S. Maestà, ma sì bene utilità et honore.» Et sempre che «lui lo possa fare sanza incorrere nella indignatione di S. Santità, non porta huomo cappello in testa che lo facci più francamente et più volentieri.» Se sarà creduto così, sarà creduto la verità, sin minus, «harà patientia, seguiterà di fare bene, sperando che se non lo conosceranno li huomini, non mancherà di conoscerlo quello che vede tucto.» Et quelle verità che non appariscono in uno tempo, non mancha che si manifestano in uno altro. Non «fu mai più bella cosa. Noi dal Papa siamo tenuti franzesi naturali et stiecti;» et per questo «si è pensato da S. Santità delle cose che non sono state nè belle nè buone per noi: et i Franzesi dubitano della fede nostra.»
Questo ho voluto scrivervi per satisfare a me medesimo; «et perchè ne diciate di costà tucto a parte, secondo vi parrà conveniente. Tucto reputate scriptovi dallo amico nostro et così l'usate.» La brigata vostra sta bene. Scrivetele che, bisognando cosa che io possi, facci mecho con ogni sicurtà. Et bene valete. In frecta.
Ex Florentia, die vta augusti mdx.
Vester Antonius Iohannis della Valle.
notarius etc.
2 Lettera di Roberto Acciaiuoli al Machiavelli. Blois, 10 ottobre 1510.[743]
Compare carissimo. Io vi scripsi vj giorni sono. Di poi, come per le publiche vedete, el favore che si chiese «al Re, per havere uno condoctiere si mette di qua a entrata, perchè solicitato da qualcheuno desidera si tolga messere Teodoro.[744] Et voi, hora che non havete più paura, non vi ricordate di quello si richiese al Re, che fu di potere trarre col suo favore uno condoctiere di Lombardia. Lui ve l'ha dato, et voi lo lasciate in secco. Et però non vi maravigliate se voi non siate adoperati ad nulla. Voi vorresti uno che non dependessi nè da Francia nè dal Papa nè da Spagna nè da' Vinitiani nè da lo Imperadore. Mandate pel Soffi o al Turco per un bascià, o pel Tamburlano: che vi venga,» dice Monsignore di Cattro foys, «el canchero.»[745] E vi ricordo messer Hercole, che 'l fare et non fare non sta insieme. Il volere consiglio et favore di qua, et chiederlo et non lo acceptare, non sta insieme. Io vi dico che se «voi non torrete qualche uno di Lombardia, voi resterete in mala gratia, perchè io so che 'l Re ha dato intentione che voi torrete messere Teodoro.»[746] Fatelo intendere a chi vi pare, et uscite di questa pratica, che non pare si possa far niente, senza mala gratia et dispiacere di tutto el mondo. Altro non accadendo, mi raccomanderete alla Excellentia del Gonfaloniere, et li amici. Valete.
Ex Blesis. Die x octobris mdx.
Manum agnoscis.
Spectabili viro Niccolao Maclavello,
Secretario excelsi Populi Fiorentini
[compatri] carissmo, in Florentia.
DOCUMENTO XI. (Pag. [134])
Lettera di Biagio Bonaccorsi a Niccolò Machiavelli. Firenze, 22 agosto 1510.[747]
Niccolò, io vi ho scritto hoggi uno verso, dictante D. Mar.,[748] come vedrete. Et se io non vi ho scripto et non vi scriverrò, non ve ne maravigliate, chè li tanti affanni in che mi truovo mi cavono del cervello. Come sapete, la mia donna era malata al partire vostro; et finalmente mi è stata lasciata per morta da ogniuno, et se Dio non mi porge la sua gratia, non la troverrete viva. Et sono condocto ad tal termine che io desidero più la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei. Spendo ogni dì poco meno d'uno fiorino; et così rimarrò abandonato sanza compagnia et sanza roba. Non altro; raccontandomi a voi; et pregate Dio vi dia migliore fortuna che non fa a me, che forse lo merito più di voi.
Florentiae, die xxii augusti 1510.
Vester Blasius.
Nicolao Maclavello secretario florentino
suo plurime honorando. In
corte del Christianissimo Re.
DOCUMENTO XII.[749] (Pag. [137])
Sentenza degli Otto di Guardia e Balia contro Filippo Strozzi, per aver preso in moglie Clarice figlia di Piero de' Medici, ribelle.
Die 16 ianuarii 1508/9.
Magnifici Octo viri Custodie et balie civitatis Florentie, omnes simul in loco eorum solite audientie et residentie collegialiter adunati, pro eorum officio exercendo, ut moris est, visa quadam notificatione, tempore eorum in officio precessorum reperta in tamburis, sub die xijª mensis decembris proxime preteriti, continenti in effectu quabiter Filippus alterius Filippi de Stroziis accepit in uxorem filiam Pieri de Medicis, rebellis huius Civitatis, et inimici huic bono et optimo regimini; et quod in predictis et circa predicta fiat ius et iustitia, prout latius constat et apparet in dicta notificatione, ad quam et contenta in ea dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
item visa quadam alia notificatione, coram dicto Officio exibita, sub die secunda presentis mensis ianuarii, per quam continetur idem effectus contra eumdem Filippum, et qualiter dictus Filippus accepit in uxorem Claricem filiam olim Pieri Laurentii de Medicis, et narratis quam pluribus per dictum Pierum de Medicis attentatis contra Comune Florentie, et contra formam statutorum dicti Comunis, et ibidem concluditur quod filii tam masculi quam femine dicti Pieri de Medicis declarentur rebelles Comunis Florentie;
et visis etiam duabus aliis notificationibus eiusdem effectus, repertis in tamburis dicti Officii, sub die quindecima presentis mensis ianuarii, et una alia notificatione exibita dicto Officio, hac presenti die, effectus predicti; et omnibus et singulis in dictis notificationibus et qualibet earum contentis, et de quibus latius continetur in libro querelarum et notificationum dicti Officii, sub diebus predictis, ad quem quidem librum et ad quas notificationes in omnibus et per omnia dicti domini Octo se retulerunt et referunt, et hic pro expresse narratis, et de verbo ad verbum appositis haberi voluerunt et mandaverunt;
et visis citationibus factis de dicto Filippo de Strozziis et earum relationibus: et visa ipsius Filippi comparitione et responsione et confexione, et qui confexus est matrimonium predictum contraxisse cum dicta Clarice iam sunt menses duo proxime elapsi, non tamen animo et intentione turbandi pacificum statum civitatis Florentie, et prout latius in dicta eius comparitione et responsione, facta coram dicto Officio, sub die quinta presentis mensis ianuarii, continetur et apparet, ad quam dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
et visa etiam alia comparitione responsione et exceptionibus, factis et oppositis per dictum Filippum de Strozziis, sub die duodecima presentis mensis ianuarii, et omnibus et singulis in dicta comparitione contentis;
et visa etiam sententia rebellionis contra dictum Pierum de Medicis lata et data, de anno Domini millesimo quadringentesimo nonagesimo quinto et sub die vigesimaquinta mentis septembris dicti anni, vel alio veriori tempore, per quam in effectu tunc domini Octo Custodie et balie civitatis Florentie, servatis debitis servandis et obtento partito secundum ordinamenta, deliberaverunt et declaverunt dictum Pierum ac etiam Julianum fratres et filios Laurentii de Medicis de Florentia et quemlibet eorum fuisse et esse rebelles Comunis Florentie, et prout latius in dicta sententia continetur, ad quam ad infrascriptum effectum dicti domini Octo se retulerunt et referunt;
et visis omnibus et singulis statutis legibus provisionibus et ordinamentis Populi et Comunis Florentie, disponentibus tam contra rebelles Comunis Florentie et eorum filios et descendentes quam contra contrahentes matrimonium cum dictis rebellibus, et legibus provisionibus et ordinamentis quibuscumque, et maxime hiis de quibus in dictis notificationibus et qualibet vel altera earum fit mentio, et omnibus et singulis in eis contentis;
et visis omnibus et singulis legibus statutis provisionibus et ordinamentis circa predicta et infrascripta disponentibus, et omnibus et singulis in eis contentis;
et habito super predictis et infrascriptis dicti domini Octo inter eos maturo colloquio et consultatione;
Volentes in predictis, ut decet, ius et iustitiam ministrare, visis omnibus et singulis que in predictis et circa predicta videnda et consideranda fuerunt; vigore cuiuscumque eorum auctoritatis potestatis et balie, servatis servandis, et obtento partito secundum ordinamenta, et per omnes fabas nigras, amplectentes omnes notificationes predictas et de quibus supra fit mentio et qualibet earum, deliberaverunt et deliberando declaraverunt:
Filios masculos dicti Pieri Laurentii de Medicis, secundum formam statutorum et ordinamentorum Comunis Florentie, nec aliter nec alio modo, fuisse incursos et esse rebelles Populi et Comunis Florentie; dictam vero et infrascriptam
Claricem, filiam dicti olim Pieri Laurentii de Medicis, declaraverunt non fuisse nec esse rebelle in dicti Populi et Comunis Florentie; et propterea ipsam Claricem liberaverunt et obsolverunt a suprascriptis et supra narratis notificationibus et qualibet earum, et ab omnibus et singulis in eis et qualibet earum contentis, et pro absoluta et liberata haberi voluerunt et mandaverunt.
Quo vero ad dictum Filippum de Strozziis, pro eo quod contraxit matrimonium cum dicta Clarice, pro omnibus et singulis preiudiciis in quibus diceretur esse incursus, ex causis in notificationibus supra narratis et qualibet earum contentis; vigore cuiuscumque eorum auctoritatis potestatis et balie, servatis servandis, et obtento partito secundum ordinamenta et ut supra, deliberaverunt et deliberando relegaverunt et confinaverunt dictum et infrascriptum
Filippum alterius Filippi de Strozziis, civem florentinum, ad eundum, standum et permanendum in regno Neapolitano, pro tempore et termino trium annorum proxime futurorum, initiandorum die qua se ad dicta confinia presentaverit; ad que se presentare teneatur et debeat infra viginti dies proxime futuros a die notificationis sibi fiende de predictis;[750] et infra triginta dies postea subcessive post dictos viginti dies proxime et inmediate sequentes, teneatur et debeat misisse, presentari fecisse et dimisisse eorum Officio fidem, manu publici notarii, talis sue presentationis ad confinia predicta. Et teneatur et debeat predicta omnia et singula attendere et observare, sub pena rebellis Populi et Comunis Florentie. Et quod finitis dictis tribus annis, absque aliquo partito aut deliberatione desuper fienda, redire possit ad civitatem Florentie eiusque comitatum et districtum et ubi sibi libuerit et plaucerit, libere licite et inpune.
Ac etiam, ultra predicta, dictum Filippum condemnaverunt in florenis quingentis auri largis in auro, dandis et solvendis Provisori eorum Officii pro dicto Officio recipienti, secundum ordinamenta, infra tres dies ab hodie proxime futuros, sub pena dupli quantitatis predicte dicto Officio solvende ut supra.
Et salvis predictis supra per dictos dominos Octo deliberatis iudicatis et declaratis et in suo robore permanentibus, eundem Filippum de Strozziis liberaverunt et absolverunt ab omnibus et singulis aliis penis et preiudiciis, in quibus modo aliquo diceretur et allegaretur incursum esse, ex narratis in supra narratis notificationibus et de quibus supra fit mentio et qualibet earum; et pro absoluto et liberato haberi voluerunt et mandaverunt in omnibus et per omnia. Mandantes etc.
Incamerata die 18 ianuarii 1508 per Joannem Malaspina famulum Rotellini dicti Officii; et ita retulit dicta die incamerasse condemnationem et relegationem suprascriptam.
Commissa fuerunt predicta notificare dicto Filippo, die 19 ianuarii 1508, Joanni Malaspine famulo Rotellini dicti Officii.
Qui dicta die retulit mihi notario infrascripto predicta notificasse dicto Filippo personaliter et in personam, dicta eadem die xviiij dicti mensis ianuarii, cum dimissione cedule notificationis predicte.
DOCUMENTO XIII.[751] (Pag. [141-2])
Niccolò Machiavelli disdice ai Senesi una tregua fatta con loro dai Fiorentini.
Die 5 decembris 1510 more florentino, indictione xiiii.
In Dei nomine amen etc. Pateat omnibus etc.: Come lo egregio homo Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, cittadino fiorentino, facendo tucte le infrascritte cose come sindico et procuratore substituto in nome de la excelsa Republica Florentina da li magnifici signori Dieci, come del principale sindicato et mandato di decti magnifici signori Dieci ed de la substitutione di poi di decto et in decto Nicolò facta per li decti magnifici signori Dieci appariscano publici instrumenti, per mano di ser Antonio Vespucci cittadino fiorentino, sotto il dì primo di dicembre; de' quali instrumenti di sindicato et mandato principale et substitutione di poi facta il prefato Nicolò attualmente ha monstro et offertone copia ad questi magnifici signori Officiali di Balìa de la magnifica Comunità di Siena: e constituto a la presentia delle Signorie loro et di voi testimoni, in questo loco de la loro solita residentia, in sufficiente numero coadunati, con ogni miglior modo che sa et può et ha saputo et potuto, ha disdecto et denegato disdice et deniega a la magnifica Comunità di Siena et a li presenti magnifici signori Officiali di Balìa, qui presenti et intelligenti, una triegua et securtà già facta et sequìta tra la prefata magnifica et excelsa Repubblica Fiorentina da una parte et la prefata magnifica Comunità di Siena da l'altra, o vero da li agenti di decte Signorie, in nome loro: de la qual triegua et securtà appare instrumento rogato per mano del prefato ser Antonio Vespucci et ser Pietro di Francesco Landini da Lucignano notaro et cittadino senese, sotto dì vinticinque del mese di aprile, l'anno mdvi: la qual triegua et securtà fu di poi, ciò è sotto dì xxi d'aprile l'anno mdviiii, prorogata per certo tempo; di che ancora apparisce instrumento, per mano de li sopradecti ser Antonio Vespucci et ser Piero Landini notari. Affermando et expressamente declarando intimando et protestando il decto Nicolò, in decto nome, a li prefati magnifici signori Officiali di Balìa presenti et intelligenti, come lo officio de' magnifici signori Dieci di Libertà et balìa de la Republica Fiorentina, et lui ne' modi et nomi sopradecti, non volere che decta triegua et securtà et prorogatione duri et habbi effecto più in futuro, se non per quello tempo et termine che si contiene et si è convenuto in decti instrumenti, ciò è di mesi sei o altro tempo più vero dal dì di tal facta disdecta et denegatione. Et per più effecto et forza di ragione, il decto Nicolò, in decto nome, ha intimato et notificato a li prefati magnifici signori Officiali di Balia la disdecta et denegatione di triegua et securtà per decti magnifici signori Dieci di Libertà et balìa facta, et tucte le sopradecte cose, acciò che per alcuno tempo advenire la magnifica Comunità di Siena o vero decti magnifici signori Officiali di Balìa non possino dire et allegare non avere hauta notitia d'alcuna de le soprapredecte cose. Pregando noi, ser Giovanni di Salvatore notaro fiorentino infrascripto et ser Mariano di Pietro Barletti notaro senese infrascripto, che di tal cosa facciamo istrumento che di ragion vagla et tenga, distendendolo ad senno del savio nostro, non mutando lo effecto predecto.
Actum Senis et in palatio magnificorum dominorum Priorum gubernatorum Comunis et Capitanei populi dicte civitatis Senensis, et in residentia Balìe; coram et presentibus don Petro Tiberio de Corella connestabile ordinum et milicie Reipublice Florentine, Benedicto Mathei Zerini de Florentia tabellario Comunis Florentie, domino Dominico Nerii de Placidis equite et cancellario Reipublice Senensis, et ser Francisco Andree Duccij de Sancto Quirico, civibus senensibus; testibus ad predicta habitis vocatis et rogatis.
(L. S.) Ego Marianus olim Petri Andree de Barlettis civis senensis, publicus et imperiali auctoritate notarius ac iudex ordinarius, predictis omnibus et singulis dum sic agebantur, una cum supradicto et infrascripto ser Johanne olim Salvatoris, interfui; eaque rogatus scribere scripsi et publicavi, et in fidem premissorum propria manu me subscripsi, signumque meum cum nomine apposui consuetum. Laus Deo.
(L. S.) Ego Johannes olim Salvatoris Blasii de Puppio partium Casentini districtus Florentini, imperiali auctoritate notarius publicus florentinus, predictis omnibus et singulis dum sic agebantur, una cum suprascripto ser Mariano, interfui; eaque rogatus scribere scripsi legi et publicavi, et in fidem premissorum propria manu me subscripsi, signumque meum apposui solitum et consuetum.
DOCUMENTO XIV. (Pag. [147-8])
Una lettera di Papa Giulio II (7 settembre 1511) ed una dell'imperatore Massimiliano I (27 settembre 1511) intorno al Concilio di Pisa.
1[752]
Julius PP. II.
Dilecti filij salutem et apostolicam benedictionem. Nunquam putavimus fore, ut Dominium istum inclitum preter spem nobis ac nuntio nostro datam, Pisis locum conciliabulo Cardinalium scismaticorum concessurum esset: populumque istum semper chatolicum et apostolice Sancte Sedis observandissimum, animarum, corporumque et rerum externarum omnium periculis exponere vellet. Nam, quam grave hoc delictum sit, et quantis vos calamitatibus, ultra perpetuam infamiam, involvere possit, etsi pro prudentia vestra considerare potestis, tamen ex ven.li fr.e Guillelmo Ep.º Cortonensi prelato nostro domestico, cive vestro, quem dedita opera ad vos mittimus, latissime uberrimeque intelligetis: hortamur devotionem vestram ut ab hujusmodi errore (nunquam enim sera est ad benefaciendum via) resileatis: populumque in quo summa potestas vobis credita est, talibus calamitatibus, iacturis et erroribus liberetis. Episcopum vero ipsum oratorem et nuntium nostrum quam diligentissime audiatis; cuius verbis monitisque si parueritis, melius vobis et reipublice isti consuletis, cui fidem indubiam adhibeatis.
Dat. Rome apud Sanctum Petrum sub annulo Piscatoris. Die vii septembris Mº.D.XI. Pont. nostri anno octavo.
Sigismundus.
(A tergo) Dilectis filiis Prioribus Libertatis et Vexillifero Justitie populi Florentini.
2[753]
Maximilianus Divina Favente Clementia E.[electus] Romanorum Imperator semper Augustus.
Spectabiles, prudentes, fideles, dilecti. Cum (ut notum jam omnibus esse debet) superioribus mensibus a Nobis ut Ecclesiae Advocato, cum adhesione ser.mi Principis domini Ludovici Francorum Regis fratris n.ri chariss.i ac aliquorum S.cae Ro. Ecclesiae Cardinalium, sub spe etiam quod caeteri christiani Reges, Principes et status, et in primis summus Pontifex, adherere illi deberent, ob urgentissimas et maxime reipub.cae Christianae necessarias causas, Concilium generale universalis Ecclesiae ad civitatem Pisarum indici per Procuratores nostros fecerimus, iamque constitutum et ordinatum tempus ad illud inchoandum et celebrandum advenerit; Existimamus ad Nos pertinere omnia agere, quae ad illud rite fundandum, ac ad saluberrimum et optatum finem perducendum conferre possint. Et quoniam quod pro publico et communi totius Christianitatis bono agitur communi etiam omnium Christianorum consensu, favore et auxilio foveri debet; Ideo ne a tam sancto et pio opere separemini vos, quamvis primo a Procuratoribus nostris per literas indictionis Concilij in genere admonitos et requisitos, per has nostras iterum specialiter duximus hortandos, monendos et requirendos, ut nobiscum dicto Concilio Pisano velitis adherere, assistentiamque praestare, ad illud Oratores vestros destinando. Qui una cum caeteris patribus ibi congregatis, consulere et dirigere habeant, quae Dei honorem ac reipublicae Christianae commoda sint paritura. Quod etsi offitio vestro et debito erga Deum et Mundum conveniat, tamen rem facietis nobis gratissimam, et pro qua v.ram erga nos obedientiam dignam commendatione consebimus.
Dat. in Arce n.ra Hanifels, die vigesima septima mensis Septembris, anno Domini m.d.xi., Regni n.ri Romani vicesimosexto.
(A tergo) Spectabilibus prudentibus n.ris et Imperij sacri fidelibus, dilectis n. [nostris] Vexillifero Justitiae Bailiaeque Civitatis n.rae Imperialis Florentiae.
DOCUMENTO XV. (Pag. [177])
LETTERE DEL CARDINAL GIOVANNI E DI GIULIANO DE' MEDICI, SUL SACCO DI PRATO E SUL RITORNO DEI MEDICI IN FIRENZE NEL 1512.
1 Lettera del cardinal Giovanni de' Medici al Papa. Dal campo presso Prato, 29 agosto 1512.[754]
Sumario e copia de una letera scrita per il R.mo Cardinal di Medici al Summo Pontefice.
Sanctissime ac clementissime pater, post pedum oscula beatorum. Hoggi dandosi per gli Spagnoli su le mura di Prato lo assalto valorosamente, et per il muro roto et per le scale introrno drento circha ad sedici hore; hanno messo la terra ad sacco non senza qualche crudelità de occisione, de la quale non si è possuto far meno. Vi erano drento tre milia battaglioni, de li quali sono campati pochi: è stato preso Luca Savello et el figliolo. La presa di Prato così subita et cruda, quantunque io ne habbia preso dispiacere, pure harà portato seco questo bene, che serà exemplo et terrore a li altri; de modo mi persuado le cosse de qua haveranno ad exequire felice successo. Per essere io sforzato a mandare le lettere per la via de Bologna, son certo la Santità Vostra haverà adviso prima del mio; pure non ho voluto manchare del mio officio, et de le cose sequiranno sarà tuttavia advisata la Sanctità Vostra, alli cui sanctissimi piedi humilissimamente mi ricomando.
Ex felicissimis castris prope Pratum, die xxviii augusti 1512.
2 Lettera del cardinal Giovanni e di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Prato, 31 agosto 1512.[755]
Copia de una letera scrita per il Cardinal et Zulian di Medici, drizzata a Piero di Bibiena; venuta eri per via di Mantoa, lecta ozi in Collegio.
Spectabilis dilectissime noster, salutem. Essendo certi che quella illustrissima Signoria piglierà contento et piacere grande de ogni nostro bene, vi mandiamo a posta Guglielmo di Bibiena, fidelissimo servitore nostro, in diligentia, perchè voi in nome nostro facciate intendere ad quella Illma Signoria, come noi domani, col nome de Dio et della sua gloriosissima Matre, ritorneremo in casa et ne la patria nostra con letitia et satisfatione di tuta quella cità. Et di già sono venuti qui lo Arzivescovo de Firenze, Iacopo Saluiati, et Paulo Vectori, ambasatori di quella Signoria ad questo effecto, per comporre le cose nostre. Infinitissimi citadini, tucti di principali et de' più nobili, sono qui venuti da affectionatissimi nostri ad congratularsi con noi, pieni di soma letizia et contenteza per questa nostra felicissima tornata, la quale per tuti li capi ne satisfa grandemente, come voi pensar potete, ma precipue per esser seguita tal novità senza sangue et senza scandolo alcuno de quella cità.
Hoggi, a le 16 hore, fu deposto da la Signoria et dal Consiglio el Gonfaloniero, et mandatone a casa sua, non senza pericolo de esser per via tagliato a pezi da molti inimici suoi: pur si condusse salvo in casa di Paulo Vectori, che li dete la fede di salvarlo. Molti particulari intenderete da Guglielmo preditto. Il tutto farete intendere a quella Illma Signoria in nome nostro, accertandola che di tanto più potrà valere et servisse, quanto noi più potremo in casa nostra che in esilio; et ad quella humilmente ce recomandate.
Semo ben certi che voi non men piacere di noi prenderete di questa ritornata nostra, come queli che non havete ad godere il ben nostro punto mancho di noi tutti: et così li Magnifici nostri Lippomani,[756] a li quali ce offerirete et racomandate.
Ex Prato, die ultimo augusti 1512, hora 9ª noctis.
Io: Cardinalis et Iulianus De Medicis.
DOCUMENTO XVI. (Pag. [180])
Lettera di Bernardo da Bibbiena a Piero suo fratello in Venezia. — Roma, 6 settembre 1512.[757]
Copia de una letera di Bernardo da Bibiena, secretario dil R.mo Cardinale di Medici, scrita di Roma a dì 6 septembrio 1512 a domino Petro suo fratello, et recevuta a dì....[758] septembre, in Venecia.
Sit nomen Domini benedictum. Pur ha voluto Dio et la sua gloriosissima Matre che le cosse di' patroni nostri habbino quel felice successo che merita la bontà lhoro et che tutti havemo desiderato. Io non vi dirò li progressi de la impresa come siano passati, perchè da Guglielmo nostro, che da Prato vi si mandò per li patroni, harete inteso ogni particularità: quel che so io esser seguito dopo la partita sua, con poche parole vi dirò. Lui partì el martedì nocte da Prato, ove erano 6 oratori per la Cità, per comporre le cose tra la Republica et il signore Vicerè circa la partita di' danari: li tre oratori primi erano quelli che vi stavano al tempo del Gonfaloniero: messer Baldisare Carducci, messer Ormannozo Deti et Nicolò Valori. Questi el martedì havevano havuto il mandato ampio et il partito facto, che Medici et quelli che erano fuora per canto lhoro potessino liberamente tornare in Firenze con satisfactione di tucta la Cità, et praticavano che seguisse tal tornata con unione et acordo tra Medici et Soderini, contrahendo tra lhoro affinità, dando a Iuliano una nepote del Gonfaloniero per moglie. Et il Vicerè era per pigliare sopra di sè la cosa, havendo prima facti abracciare et pacificare li Medici et li oratori, in nome di tucta la cità insieme, quando in gran pressa sopragiunse Gioane Ruzelai, figliolo di Bernardo, a notificare a Monsignore et Iuliano, che non facessino altro, sin che non arrivasino li novi tre altri oratori, Arziuescovo di Firenze, Iacopo Salviati e Paulo Victori, perchè venivano con nova commissione, attento ch'el Gonfaloniero era stato deposto et mandatone a casa, non senza periculo de essere morto tra via: onde la pratica del parentado fu del tutto reserata, stando a posta de' Medici et de' suoi lo entrare in Firenza. Et co li oratori vennero un numero infinito di cittadini quasi di tutta la nobiltà della Cità. Tutto questo fu martedì, nel qual dì et nell'altro poi ad altro non se atendeva, mentre vi stetti, che a comporre col Vicerè li partita de' danari.
Su le XX horre venne Antonio Francesco di Luca de li Albizi, et menorne Iuliano a Firenze. Io, desideroso de exequire presto el desiderio mio, me n'andai drieto a lui, ma non poteti mai arivarlo; onde ce ne entramo drento d'uno Antonio da Ricasoli, suo fratello, Grifone vostro et molti altri di casa sino in X o XII cavalli. Et ce ne andamo prima a' Servi per nostra devotione, e poi a casa de' Medici, credendo Iuliano esser lì, ma in loco suo trovamo tanto populo, et sentimo tante grida di Palle, et havemo tanti tochamenti di mano et tanti baci et abbraciamenti, che fu talhora che nui credemo rimanere suffocati da la calca; chè tirati fummo più volte da cavallo. El bello erra che noi da tutti eravamo conosciuti, et ci chiamavano per nome, et noi pochissimi et quasi nessuno conosciavamo da quelli in fuora che qua o altrove, for di Fiorenza, havevamo revisti. Nè per la molta et strectissima calca potemo mai entrare in casa, sì piene erano le due porte delle genti, oltre che alle finestre se vedevano persone infinite, et drento si sentivano voci grande di Palle, Palle, expetando che Iuliano devessi venir lì. Ma noi intendendo lui essere ito a smontare a casa del prefato Antonio Francesco, ce ne andamo là, et per via c'erano facti tanti motti che impossibil saria poter dir più. Trovammo Iuliano che si lavava la barba, et era piena piena la casa di citadini quasi tucti nobili, che tutti mi baciorono con tanta letitia et contenteza del mondo; et molti mi domandarono di voi, benchè io non li conoscessi, fra' quali fu Poldo de Pazi, che tenerissimamente volse intendere de l'essere vostro. Nicolao non vidi, chè l'harei riconosciuto: la Lucretia vene a vedere Iuliano, et mi fece motto con assai bona ciera; ma molto migliore me la feciono la Contesina et la Clarice, le quali poco da poi trovai per via, che insieme andavano da Iuliano, commendandome con molto buone parole di quel che havevo facto per li lhoro fratelli et zii, mostrando conoscere ch'io mi ero affaticato assai: et invero posson bene haverlo inteso et dirlo liberamente, perchè ho facto per lhoro quanto ho conosciuto et saputo et potuto. Ad Iacomo Salviati nè alli altri suoi collegi non parlai a Prato, perchè non hebi a modo mio la commodità. Nicolao Valori mi parlò avanti si praticasse acordo tra li oratori et Medici, cegnandome sempre le cose nostre dovere passare bene. Stato adunque che io fui un pezo in casa Albizi, da Iuliano, chiesta licentia da lui, montai circa a due hore di note in poste, et me ne venni a la volta di Roma, ove penso vivere et morire: et questo è il desiderio mio che dico di sopra etc. El cardinal doveva intrare al.... che era il.... dil mexe....
DOCUMENTO XVII. (Pag. [182])
Lettera del cardinal Giovanni de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 16 settembre 1512.[759]
Di Fiorenza fo lettere di Vincenzo Guidoto secretario di 14, et in Piero di Bibiena dil cardinal Medici, de' 16: scrive il suo intrar in Fiorenza honoratamente; et meterano novo Governo tutto a beneficio de la sanctissima Liga et di questo Stato, sì chome per la copia di la dita letera qui soto scrita se intenderà.
Copia de una letera dil cardinal Medici a Pietro di Bibiena, data in Fiorenza.
Missier Pietro nostro carissimo. Questa per farvi intendere el felice successo, che continuamente le cose nostre sortiscano, quale è questo: martedì, 14 del presente, accompagnati da gran moltitudine de primarii citadini de questa Cità, intrassemo in epsa honorificentissimamente, et non comune letitia del populo, usque adeo che in questa parte la nostra opinione fuit re ipsa longe superata. Hoggi, XVI del medesimo, questa excelsa Signoria, una con li nobili de la Cità et populo, hanno hauto comune Consiglio publicamente, nel quale hanno constituito certo numero de citadini, attribuendoli ampia facilità de ordinare el stato de la Città: da' quali se darà enixe opera ch'el Stato predicto se ordine et constituisca de sorte tale, che la Serma Lega se potrà accomodatamente servire di quello in le cose concernenti al proposito et stabilimento de epsa. Habiamo queste cose volute significare per questa nostra adligata ad quel Sermo Principe, a la cui Serenità ne recomanderete come se conviene, et comunicherete el tenore di sopra con quelli magnifici patri nostri, quali ve pareranno più accomodati alla participatione. Bene valete.
Florentie, die 16 septembris 1512.
Io: Cardinalis De Medicis legatus.
Spectabili Domino Petro de Bibiena,
Secretario nostro carissimo.
Io: Cardinalis De Medicis[760]
Bononie ac Romandiole, Tuscieque ligatus.
DOCUMENTO XVIII. (Pag. [197])
Lettera di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 19 febbraio 1513.[761]
Copia di una letera dil magnifico Iuliano di Medici drizata a Piero di Bibiena in Venezia.
Carissime domine Petre, salutem. Questa è per significarvi come, per gratia di Dio, essendomi pervenuto a notitia una certa praticha di alcuni maligni citadini che haveno, di far violentia a me et a qualche cosa nostra; hieri dal magistrato de magnifici signor Octo furon presi e' capi et quasi tutti li altri sospecti, et per ancora non si è ritracto se non una mala intentione con poco ordine, senza fondamento o coda, et senza pericolo de lo Stato, quando fusse ben loro riusito el disegno, che haveno pensato fussi in su la morte di nostro Signor et ne la absentia del Rmo Legato. La qualità de li huomini di questa intelligentia sono, benchè nobili, di poco conto et men séguito, et le cose son procedute senza alteratione publica o privata, et più presto da poterne trar fructo che danno, atteso la universal unione et concorso de la Cità, et maxime de' primi parenti de' delinquenti. Procederassi con diligentia di intender bene tutto, et assicurare lo stato de la Cità et nostro, con la grafia de lo Altissimo: et di quello seguirà ne darò adviso. Interim mi raccomando a la Illma Signoria, et bene valete.
Florentie, die 19 februarii 1512.
Iulianus De Medicis.
- Nicolò Valori.[762]
- Agostino Capponi.
- Petro Paolo Boscholi.
- Giovanni Folchi.
- Lodovico de Nobeli.
- Francesco Serragli.
- Nicolò de missier Bernardo Machiavelli.
- Andrea Marsuppini.
- Piero Orlandini.
- Daniele Strozi.
- Cechotto Tosingi.
- El prete de' Martini.
Spectabili domino Petro de Bibiena
Venetiis.
DOCUMENTO XIX. (Pag. [198])
Lettera di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 7 marzo 1513.[763]
Copia de una letera dil magnifico Iuliano de Medici, data in Fiorenza, drizata a Piero Bibiena in Venecia: nara il sequito di retenuti citadini.
Domine Petre carissime. Io non ho vostre dopo l'ultima mia de' 19 del passato, per la quale vi significai la coniura scoperta et la nota de li huomini presi. Di poi si è aperta et purgata ben la piaga, et non si è per la gratia de Dio trovato alcuno fondamento ne la lhor malignità: habbia fuggito el pericolo et facto paragone de li amici et de la fede et benivolentia de la Cità, in forma che ne ho inmortale obligatione. Erono e' capi di questa intelligentia Agostino Capponi et Pietro Pagolo Boscoli giovani, benchè di buona casa, senza reputatione o séguito o facilità, et havién conferito più volte insieme di levarci da terra, consentito et deputato el luogo, et facto una lista di parecchi giovani che credevono fussin malcontenti di noi, et andaronli tentandoli. Riscontrorno in Nicolò Valori et Giovanni Folchi, e' quali prestorno orechie, et interogati più volte de' modi ad far novità, et aperto l'animo loro, vi si adviluporno drento. De' primi dua, Agostino et Pietro Paolo, suplicium capitis sumptum est. Nicolò et Giovanni son confinati nel fondo de la torre de la rocha de Volterra per due anni, et non ne possono ussire, se non col partito del magistrato de li Octo, con tutte le fave nere: di poi son relegati imperpetuo fuor del dominio fiorentino, in certi luoghi determinati: et tutto questo iuditio è facto con pratica et parere unito di buon numero di citadini de' primi ben qualificati. Alcuni altri per haver qualche participatione, come Francesco Seragli, Pandolpho Biliotti, Dutio Adimari, Ubertino Bonciani, son confinati per parechi anni nel contado, in diversi luogi: li altri che non erono in dolo, son relassati a buon sodamento. Noi staremo vigilanti, et con questa occasione, assicurando lo Stato et benefitio publico et privato; et di quello achaderà a la giornata vi faremo advisato el più comodamente si potrà fare, aprendosi come io spero el passo di Ferara. Hora io harò caro che voi largamente mi discoriate quel che ne intendete; et quanto più sarete libero et più particulare, tanto ne harò magior piacere.
Di le nove di Roma penso che ne siate benissimo informati; così de Lombardia, che si intende ch'el Duca et Vicerè si voglino insignorire di Piacenza et Parma. Qui è sparso voce che lo Sor Io. Paulo Baglioni si è partito senza licentia de la Illma Signoria. Quando in simili accidenti possiate advisare, molto ci sarà grato intender e' progressi di costì. Nè per questa mi occore altro se non mi racomando a quella Illma Signoria et bene valete.
Florentie, die 7 martii 1512.
Iulianus De Medicis.
DOCUMENTO XX.[764] (Pag. [198])
Bando degli Otto contro Niccolò Machiavelli.
Die 19 februarii 1512.
Li spectabili e dignissimi Otto di Guardia et balìa della ciptà di Firenze fanno bandire, et pubicamente notificare a ogni et qualunque persona di qualunque stato, grado o conditione si sia, che sapessi o havessi o sapessi chi havessi o tenessi Nicolò di messer Bernardo Machiavegli, lo debba, intra una hora da l'ora del presente bando, haverlo notifichato a decti Signori Otto, sotto pena di bando di ribello et confischatione de' loro beni: notifichando che, passato decto tempo, non se ne riceverà scusa alchuna. Bandito per Antonio di Chimenti sotto decto dì, soscripto, in filza.