DOCUMENTO XXI. (Lib. I, cap. XVI; lib. II, cap. II e IV)

LETTERE SCRITTE DA FRANCESCO VETTORI IN ROMA AL MACHIAVELLI IN FIRENZE O IN VILLA, DAL NOVEMBRE 1513 AL GENNAIO 1515.

1[765]

Compar mio charo. Io ho usato con voi tanta sobrietà chol chalamo, come dice Christofano Sernigi, che io non ho tenuto a mente dove io ero. Vuolmi bene ricordare, che l'ultima[766] hebbi da voi chominciava dalla novella del lione e della golpe, della quale ho ricercho un pocho tra le mie lettere, et non la trovando presto, ho pensato non ne cerchare più. Perchè, in verità, io non vi risposi alhora, perchè dubitai non intervenissi a voi e a me chome è intervenuto qualche volta a me e al Panzano, che habbiamo cominciato a giucare con carte vechie e triste, et mandato per le nuove, et quando el messo è tornato con esse, a l'un di noi dua sono manchati danari. Chosì noi parlavammo di comporre e' principi, e loro del continuo giucavano: in modo che dubitai che mentre consumavammo le lettere nel comporli, a qualcuno di loro non manchassino e' danari. E poi che fermammo lo scrivere, s'è visto qualchoxa. E anchora che la festa non sia finita, pure pare un pocho ferma; et io credo che sia bene, insino ch'ella non si strigne, non ne parlare.

E per questa lettera ho facto pensiero scrivervi qual sia la vita mia in Roma. Et mi par conveniente farvi noto, la prima choxa, dove habito, perchè mi sono tramutato, nè sono più vicino a tante cortigiane, quanto ero questa state. La stanza mia si chiama San Michele in Borgo, che è molto vicina al Palazo e alla Piaza di San Pietro; ma è in luogo un pocho solitario, perchè è inverso il Monte chiamato dalli antiqui el Ianicolo. La casa è assai buona e ha molte habitationi, ma pichole; et è volta al vento oltramontano, in modo ci è una aria perfecta. Della chasa s'entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito. È vero che la chiesa più presto s'adopera a passeggiare che altro, perchè non vi si dice mai messa nè altro divino uficio, se non una volta in tutto l'anno. Della chiesa s'entra in un orto, che soleva essere pulito et bello, ma hora in gran parte è guasto: pur si va del continuo rassettando. Dell'orto si sagle in sul monte Ianicolo, dove si può andare per viottoli e vigne a solazo, sanza esser veduto da nessuno; e in questo luogo, secondo li antiqui, erano li orti di Nerone, di che si vedono le vestigie. In questa chasa sto con nove servidori, e oltre a questi, il Brancaccio, un cappellano e uno scriptore, e sette chavalli, e spendo tutto il salario ho largamente. Nel principio ci venni, cominciai a volere vivere lauto e delicato, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti e simil choxe. Acorsimi poi che spendevo troppo, et non ero di meglo niente: in modo che feci pensiero non invitare nessuno, et vivere a un buono ordinario. Li argenti restitui' a chi me li haveva prestati, sì per non li havere a guardare, sì anchora perchè spesso mi richiedevono parlassi a N. S. per qualche loro bixogno. Facevolo, et non erono serviti: in modo diterminai di scaricarmi di questa faccenda, et non dare molestia nè charicho a nessuno, perchè non havessi a essere dato a me.

La mattina, in questo tempo, mi lievo a 16 hore, e vestito vo infino a Palazo, non però ogni mattina, ma delle due o tre una. Quivi, qualche volta, parlo venti parole al Papa, dieci al cardinale de' Medici, 6 al magnifico Iuliano; et se non posso parlare a lui, parlo a Piero Ardinghelli, poi a qualche imbasciatore che si truova per quelle camere; e intendo qualchoxetta, pure di poco momento. Facto questo, me ne torno a casa: excepto che, qualche volta, desino col cardinale de' Medici. Tornato, mangio con li mia, e qualche volta un forestiero o dua che vengono da loro, chome dire ser Sano o quel ser Tommaxo che era Trento, Giovanni Rucellai o Giovan Girolami. Dopo mangiare giucherei se havessi chon chi; ma non havendo, passeggio pella chiesa e per l'orto. Poi chavalcho un pochetto fuori di Roma, quando sono belli tempi. A nocte torno in casa; et ho ordinato d'havere historie assai, maxime de' Romani, chome dire Livio chon lo epitome di Lucio Floro, Salustio, Plutarcho, Appiano Alexandrino, Cornelio Tacito, Svetonio, Lampridio et Spartiano, et quelli altri che scrivono delli imperatori, Herodiano, Ammiano Marcellino et Procopio: et con essi mi passo tempo; et considero che imperatori ha sopportato questa misera Roma che già fece tremare il mondo, et che non è suta maravigla habbi anchora tollerati dua pontefici della qualità sono suti e' passati. Scrivo de' 4 dì una volta, una lettera a' signori X, e dico qualche novella stracha et che non rilieva, che altro non ho che scrivere, per le cause che per voi medesimo intendete. Poi me ne vo a dormire, quando ho cenato e decto qualche novelletta chol Brancaccio e chon messer Giovambatista Nasi, el quale si sta meco spesso. Il dì delle feste odo la messa, e non fo chome voi che qualche volta la lasciate indrieto. Se voi mi domandassi, se ho nessuna cortigiana, vi dico che da principio ci venni, n'hebbi chome vi scrissi; poi, impaurito dell'aria della state, mi sono ritenuto. Nondimeno, n'havevo aveza una in modo che spesso ci viene per sè medesima, la quale è assai ragionevole di belleza et nel parlare piacevole. Ho anchora in questo luogo, benchè sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe; e benchè sia di nobil parentado, fa qualche faccenda.

Nicolò mio, a questa vita v'invito; e se ci verrete mi farete piacere, e poi ce ne torneremo chostà insieme. Qui voi non harete altra faccenda che andar vedendo, e poi tornarvi a chasa, a moteggiare e ridere. Nè voglo crediate che io viva da imbasciadore, perchè io volli sempre esser libero. Vesto quando lungo e quando corto, chavalcho solo, cho' famigli a piè, et quando chon essi a chavallo. A casa cardinali non vo mai, perchè non ho a visitare se non Medici, e qualche volta Bibbiena, quando è sano. Et dica ognuno quello che vuole; e se io non li satisfo, rivochinmi; chè in conclusione io me ne voglo tornare a capo uno anno, et esser stato in chapitale, venduto le veste et chavalli: et del mio non ci vorrei metter, se io potessi. E voglo mi crediate una cosa, che la dico sanza adulatione. Anchor che qui mi sia travaglato pocho, nondimeno il chonchorso è sì grande che non si può fare non si pratichi assai. Huomini in effecto a me ne satisfanno pochi, nè ho trovato huomo di miglore iudicio di voi. Sed fatis trahimur: chè quando parlo in lungo a certi, quando leggo le lor lettere, sto da me medesimo admirato, sieno venuti in grado alchuno, che non sono se non cerimonie, bugie et favole, et pochi ne sono che eschino fuori dell'ordinario. Bernardo da Bibbiena, hora cardinale, in verità ha gentile ingegno, et è huomo faceto e discreto, et ha durato a' suoi dì gran faticha; nondimeno, hora è malato; è stato chosì tre mesi, nè so se sarà più quel soleva. Et così spesso ci afatichiamo per posarci, e non riesce. E però stiamo allegri e segua che vuole. E ricordatevi che io sono al piacere vostro, et che mi rachomando a voi, a Filippo e Giovanni Machiavelli, a Donato, a messer Ciaio. Non altro. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator,
die 23 novembris 1513, Rome.

Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo

Machiavelli, in Firenze.

2[767] A' dì 24 dicembre 1513

Compar mio caro. Se io non ho risposto presto a una vostra de' X, e forse non rispondo hora choxì a proposito, ne sono causa il Chasavechia et il Branchaccio, che ogni dì mi perturbano la mente, in ricordarmi la degnità della Città e quello si convenga a l'uficio mio.

Voi sapete che io mi dilecto un pocho delle femmine, e più per stare a cianciare con esse che ad altro effecto; perchè sono horamai tanto oltre che pocho altro posso fare che parlare. Sapete anchora quanto Filippo[768] habbi l'animo alieno da esse; e avanti che lui ci venissi, perchè l'habitatione mia è alquanto fuori di mano, spesso qualche cortigiana veniva a vicitarmi, per vedere la chiesa e l'orto apichati cholla chasa dove habito.[769] Non mi acorsi, quando Filippo giunse, mandare a significare loro che non fussino tanto ardite che ci capitasseno; in modo che, dua giorni appresso lo arrivare suo, a punto in su l'hora del desinare, ne capitò in una camera, che da' famigli, secondo il consueto, era stata lasciata venire liberamente; e giunta quivi, si pose a sedere chome si fussi in casa sua, in modo che io non la seppi licentiare, nè ricoprire la choxa con Filippo, el quale gl'aperse adosso un paio d'occhi admirativi e sdegnosi. Ponemmoci a tavola, e lei a luogo suo. Desinammo, parlammo, e dopo il mangiare, lei, secondo il consueto, per l'orto a spasso se n'andò. Restammo Filippo et io; il quale mi volle cominciare a fare una oratione colle parti sua; e in questo modo aperse la bocha: — Voi non harete per male, magnifico Oratore, che, sendo io insino da pueritia,... — Ma io, cognoscendo che l'oratione haveva a essere lunga, e vedendo quello voleva dire, lo interroppi, con dire che in quelle poche parole havevo compreso la intentione sua, et che non volevo iustificarmi nè udire sua correctione, perchè ero vixuto insino a qui libero et sanza respecto alchuno, et chosì volevo fare questo resto del tempo che ci havevo a vivere: in modo, pur mal volentieri, ha aconsentito che le femmine ci venghino a lor piacere.

Ma hora vi voglio dire la perturbatione m'ha dato il Branchaccio. Credo vi sia noto quanto Iacopo Gianfiglazi mi sia amico, e per molti respecti ho causa non solo d'amarlo ma d'observarlo. Quando lui fu qui imbasciadore mi commisse certa sua causa, la quale non achade dirvi; e stimando forse havessi più faccenda non ho, commesse a ser Sano che me la ricordassi. Lui per questo, quasi ogni settimana, è venuto per parlarmi di questa materia, e qualche volta a desinare mecho. Giuliano,[770] poi che ha visto venirlo una volta et due et tre, m'ha cominciato a dire che ser Sano è un huomo infame; et che in Banchi li è suto domandato da qualche mercante di buona fama, che praticha io habbi chon esso, et che io mi doverrei guardare da simili pratiche: in modo che, a volermi excusare, sono stato forzato a narrarli per ordine tutta la trama tra Iacopo Gianfiglazi e lui. Sì che, compar mio, vedete dove io mi truovo, e chome ho a rendere ragione di ciò che parlo, e d'ogni huomo che mi viene a parlare. E voglo che mi diciate vostra oppenione: chi vi pare che mi riprenda con più ragione, o Filippo o Giuliano? E' quali non di meno ho chari, et chon tutte le loro monitioni et reprensioni, non resterò che non faccia quello mi verrà a proposito.

Voi mi scrivete, et anchora Filippo me l'ha decto, che havete composta certa opera di Stati.[771] Se voi me la manderete, l'harò chara: et anchora che non sia di tanto iudicio, che sia conveniente indichi le chose vostre, non di meno, in quello mancherà la sufficienzia et il iudicio, suplirrà l'amore et la fede: et quando l'harò vista, dirò mia oppenione del presentarla al magnifico Iuliano o no, secondo mi parrà.

El respecto che voi havete a venire qui, mi pare facile a resolvere; perchè se voi andrete a vedere una volta il cardinale de' Soderini, non vi sarà posto cura. Piero ha fermo l'animo suo, nè credo havessi caro esser vicitato, et maxime da voi: et se voi nol vicitassi, non credo vi fussi imputato a ingratitudine; perchè sono ito examinando, nè truovo che lui o suoi v'habbino facto tale beneficio, che habbiate loro havere obligo se non ordinario. L'uficio non l'havesti da loro: cominciasti a essere adoperato tre anni avanti che lui fussi gonfaloniere. In quello poi vi adoperò, lo servisti chon fede, nè di quello ricercasti altro premio che ordinario. Et però, quando habbiate a venire, non voglo che simil respecto vi ritenga; perchè d'una semplice vicitatione non sarete notato, et quando ve n'abstenessi, non sarete da nessuno riputato ingrato.

E per la lettera vostra e da Filippo intendo che voi, sendo asueto a faccende et a guadagnare, con dificultà vi riducete a starvi e logorarvi le vostre poche entrate, perchè havete pure anchora qualche vogla chome io. Siamo iti examinando, et qui a Roma non troviamo choxa à proposito vostro. È stato qualche ragionamento ch'el cardinale de' Medici habbi a essere facto legato in Francia: sopra che ho pensato, quando sia facto, parlare, per essere voi stato là et havere qualche praticha in quella Corte, et notitia de' costumi loro. Se riuscirà, col nome di Dio; se non riuscirà, non haremo perduto choxa alchuna. Chome voi m'havrete mandato quello Tractato, vi dirò se mi pare vegnate a presentarlo.

Hora vegnamo a Donato,[772] el quale desidero assai sia compiaciuto, e questo non credo durar faticha a farlo credere a voi et a lui. Chome io li scripsi, chiesi lettera, et fuori del generale, a Iuliano[773] per lui; et me la promisse largamente. E perchè Piero[774] non è molto presto allo scrivere, per le occupationi assai che ha, vi tenni uno, che vi stette tanto la scripse. E perchè spacciava una staffetta, feci fare una coverta a Donato in mio nome, e ordinai la lasciassi a Piero, che la mandassi. Maraviglomi non sia venuta. Parleronne di nuovo a Iuliano, et entrerrò, in quel modo mi dite, con Piero. Ma non vorrei che per Donato arrogessimo danno a danno, cioè che havessi a donare e non li riuscissi; perchè io non so che modo haremo a chiarirci che lui sia imborsato. Datemi notitia chome è ita la chosa di maestro Manente, ad ciò possa richiedere Iuliano et Piero di simil modo. Et pensate che io non ho a restare a fare choxa alchuna, pure che io li possa giovare.

Raccomandatemi a Filippo e Giovanni Machiavelli, e li fate mia scusa, che qualche volta, per assettare un verso s'esce qualcosa della verità, nè credecti li havessi a tornare alli orechi. E se l'ho offeso, gnene domando perdono.

El Casa è qui nella provincia sua, e credo farà qualche utile per la scarsella e anchora pel corpo; perchè con tre carlini condurrà di buone choxe. Hanno spesso diferentia lui et il Branchaccio; et io ho a mettermi di mezzo a comporli.

Del Romito non v'ho rispondere, perchè, come dite, Firenze è fondato sotto un planeta che simili huomini vi corrono, e sonvi uditi volentieri. Nè altro v'ho a dire per questa, che rachomandarmi a voi. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator.

Spectabili viro Nicolò di Bernardo

Machiavelli, in Firenze.

3[775]

Compare carissimo. Io lodai sempre lo ingegno vostro, e approvai il iudicio et nelle pichole chose et nelle grande. Ma il discorso che mi fate per questa ultima lettera sopra Filippo et il Branchaccio[776] m'è in pochi giorni riuscito in facto. Perchè, chome voi m'havete conosciuto, io credo più a altri che a me medesimo, e sempre voglo prima contentare ogni altro che me. E per questo, mosso dalle persuasioni mi facevono, chome vi scripsi per l'altra lettera, mi disposi a credere loro; e feci intendere in buon modo a ser Sano, che quando Iacopo Gianfiglazi mi scrivessi più choxa alchuna, manderei per lui, et che non durassi faticha a venirmi a trovare. In modo che lui, ch'è in queste chose astuto assai, chonobbe molto bene quello volevo dire. Chosì ordinai a dua femmine, che ci solevono venire spesso, che non venissino se non le faceva chiamare, perchè c'era venuto un mio parente al quale portavo reverentia, nè volevo le vedessi. Stetti in questo modo circa otto giorni, che qui non capitava se non qualche uno per sua faccende, et uno Donato Bossi, che fa professione di grammatico, con un viso austero et strano, et mai parla d'altro se non donde è decto un vocabolo o donde si forma un nome, et se il verbo s'ha a mettere in principio della clausula o in fine, et di simil chose di pocho momento et che danno fastidio assai a chi le ode. E io non facevo altro che domandarlo di queste favole, ad ciò havessi causa di parlarne più liberamente. E anchora che tal vita mi rincrescessi, la sopportavo il meglo potevo, perchè Filippo e Giuliano s'achorgessino dell'errore loro. La qual choxa intervenne presto: che una sera, standoci al fuoco, Giuliano chominciò a dire che io doverrei invitare una certa vicina ho qui, et che il non la chiamare una sera a cena dimostrava salvaticheza, la quale da molti è interpetrata in mala parte, et li huomini che stanno tanto in sul tirato sono tenuti strani et fantastichi. Ma è necessario vi narri la conditione di quella donna, perchè possiate considerare a che fine l'uno et l'altro di loro mi confortavano a invitarla.

Chome altra volta v'ho scripto, l'habitatione mia, anchor sia molto vicina al Palazo, è un pocho fuor di mano et in via non molto frequentata, e con vicini di bassa sorte. Pure a canto a essa, in una casa assai conveniente, habita una donna vedova romana et di buon parentado, che è stata et è buona compagna. E benchè sia oltre d'età, ha una figla di circa anni 20, la quale è bella per excellentia, et ha facta et fa qualche faccenda. Ha anchora un figlo d'età d'anni 14, pulito et gentile, ma di buon chostumi et honesto, chome si conviene a quella etate. E perchè le case son vicine et li orti entrono l'uno nell'altro, non s'è possuto fare non si pigli qualche praticità con decta donna, pure al largo; e spesso è venuta a ricercharmi di favore col Papa o chol Governatore; e io, in quello ho possuto, l'ho aiutata, perchè alle vedove e pupilli siamo tenuti. Questa dunque vedova mi persuadeva Giuliano che io dovessi chiamare a cena, e Filippo, rispetto a quel fanciulletto, ribadiva, allegando l'exemplo di Alexandro Nasi, che altra volta che fu a Roma lo vicitava spesso, e sempre la sera d'invernata lo trovava achompagnato da qualche vicino; e chon più altre ragione, chome sapete usa fare tanto mi seppe e lui e Giuliano dire, che io achonsenti' facessino quello paressi loro. Erano, quando facemmo tale ragionamento insieme, circa a hore dua di nocte, nè credecti però che chiamassino la sera questi vicini. E però, quando loro si partirono da me, mi posi a scrivere una lettera a' signori X, et ero in su fantasia, per ordinarla in modo che io non scoprissi però loro tutti e' disegni di N. S., perchè non sapevo se li piaceva; e anchora non volevo fussi tanto asciutta, che loro iudicassino o che io qua fussi pocho diligente o di pocho ingegno, o vero non tenessi quello conto di loro che s'appartiene, maxime sendo loro, per ogni qualità, primi huomini della città nostra. Et mentre ero in su questo ghiribizo, comparse la vicina colla figla e 'l figlo e da vantaggio un fratello d'essa, che veniva quasi per custode di questa brigata. La quale, chome hebbi veduta, ricevetti chon quello più piacevole modo mi concede la natura; che vi potete esser acorto che simili achoglenze liete et parole adulatorie non chaschono in me. Pure mi sforzai e fini' la lettera in brieve conclusione, col dire bixognava, a volere fare iudicio, aspettare la resolutione de' Svizeri, della dieta della Epifania.

Chosì Giuliano colla figlia femmina si messe a cianciare, e Filippo col maschio; e io per dare loro più commodità, chiamai la vedova e il fratello da canto, e li cominciai a domandare di certo piato hanno; ad ciò che, occupati in questo parlare, dessino tempo a coloro e intanto anchora fussi l'hora della cena. Nè potevo però fare che qualche volta non porgessi l'orecchio a quello diceva Giuliano alla Costantia (che chosì ha nome), ch'erano le più suave parole che voi udissi mai, lodandola della nobiltà, della belleza, del parlare e di tutte le parte si può lodare una donna. Filippo anchora chol maschio non si stava con certe parolette acomodate chol domandare se studiava, se havea maestro, e per entrare più adentro, interrogava se dormiva chon esso, in modo che spesso il vergognoso fanciullo abassava il viso senza risponderli. Venne il tempo della cena, la quale facemo allegramente. Dopo essa, ci ponemmo al fuoco, dove consumammo il tempo in dire novelle, in fare a' propositi, in besticci, o a che è buona la paglia. Ma haresti riso che pocho avanti cena, per interrompere non dirò la nostra, ma la loro quiete, ci capitò Piero del Bene, el quale harei desiderato non fussi entrato in camera. Ma non so dispiacere nè simulare; in modo che lui entrò. Ma acortosi essere racholto da Filippo e Giuliano con mala cera, stette pocho a partirsi. Passammo questa sera dolcemente, e circa a meza nocte le vicine si partirono, e noi restati n'andammo a dormire. Ma, Nicolò mio, non posso fare non mi dogga con esso voi, che per volere contentare li amici sono diventato quasi prigione di questa Constantia. Prima veniva quando una femmina e quando un'altra, e io non ponevo loro affectione: non di meno con esse passavo fantasia. È venuta questa, che ardirò di dire che voi non vedesti mai più bella femmina colli ochi, nè più galante, la quale havevo ben veduta prima, ma discosto; ma sendosi poi appressata, m'è tanto piaciuta che non posso pensare a altri che a lei. E perchè ho veduto qualche volta innamorato voi, e intexo quanta passione havete portata, fo quanta resistentia posso in questo principio. Non so se sarò tanto forte, e dubito di no; e quello seguirà, in questo caso vi scriverrò.

Ho visto e' capitoli dell'Opera vostra,[777] e mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto, non voglio fare iudicio resoluto.

A Donato scripsi della settimana passata quanto mi ochorreva sopra il caso suo. Non di meno, se li achade altro, non mancherò. È ben vero che il caso di maestro Manente è più facile, perchè lui vinse nello squittino, e questo è certo.

Filippo non appruova che voi diciate si getti alle charogne, perchè dice sempre haver volute chose perfecte; et che voi siate quello che vi mettete ogni choxa avanti sanza distintone.

Havevo pensato far questa lettera più lunga, ma per fretta l'ho abarlozata; che leggo tanto volentieri le vostre lettere, che mi pare ogni dì mille di rispondervi, per haverne da voi, al quale mi rachomando. Cristo vi guardi.

Francesco Vettori in Roma oratore,
a' dì 18 di gennaio 1513.[778]

Spectabili viro Nicholò Machiavelli,

in Firenze.

4[779] A' dì 9 di febraio 1513.[780]

Compar mio caro. Non risponderò in questo principio a l'ultima ho da voi, ma seguirò dove io lasciai, che credo fussi, in sul ripugnare all'amore quanto potevo. Nè credete pensassi che non bene conveniant maiestas et amor, perchè a me pare havere più maiestà quando sono Francesco in Firenze, che hora qui sendo oratore. Ma consideravo che ho 40 anni, ho donna, ho figluole maritate e da marito; non ho però roba da gittare; ma che sarebbe ragionevole che tutto quello potessi risparmiare lo serbassi pelle figluole; e quanto vile choxa sia lasciarsi vincere alle voluptà; et che costei era qui vicina, et che in essa spenderei a ogni giorno, n'harei mille fastidi; oltre a questo, per esser bella et giovane et galante, havevo a pensare che, come piaceva a me, piacerebbe anchora a altri e d'altra qualità non sono io, in modo la potrei goder pocho et ne starei in continua gelosia. Et chosì, andandomi raggirando questi pensieri pel capo, fermai il proposito levarmela in tutto dall'animo; e in questa fantasia stetti dua giorni. E già mi pareva essere confirmato in modo da non esser rimosso di mia oppenione. Accadde che il terzo giorno la madre venne a parlarmi, da sera, e menò seco la figla; e io ch'arei giurato difendermi da huom coperto d'arme, con parole et con atti fu' legato. La madre parlò di sue faccende, poi s'uscì di camera, e me la lasciò sola al fuoco: nè io potetti fare non parlassi seco e li tochassi le mani e 'l collo: e mi parve sì bella e sì piacevole che tutti e' propositi havevo facto, m'uscirono del capo, e deliberai darmi in preda a essa, e che mi governassi et guidassi chome li pareva. Nè vi voglio dire quello sia subcesso poi: basta che mi è achaduto e fastidi et gelosia più non stimavo. La spesa è bene insino a qui stata minore, ma l'animo è stato sempre in angustia. E quanto più li parlo, più li vorrei parlare, e quanto più la veggo, più la vorrei vedere. Pure mi è venuto a proposito, che Piero mio nipote ci sia venuto: perchè prima veniva in chasa a cena come li pareva; hora non vien più; e potrebbesi anchora spegnere il fuoco, che non credo però sia apichato in modo che questa aqua non lo debba extinguere. Ma, Nicolò mio, voi non vedesti mai colli ochi la più bella choxa: grande, ben proporzionata, più presto grassa che magra, biancha con un colore vivo, un viso non so se è affilato o tondo, basta che mi piace, galante, piacevole, motteggievole, sempre ride, pocho accurata di sua persona, sanza aque o lisci in sul viso: dell'altre parte non voglo dire dire nulla, perchè non l'ho provate quanto desidererei. Nè crediate però che in su questo non habbi havuto da Filippo e Giuliano qualche riprensione o voglam dire amorevole monitione; e io ho risposto loro quello mi par sia vero, che mai è da riprendere uno quando tu pensi che lui conosca d'errare, perchè questo non è altro che accrescerli passione, nè per quello si ritrahe o rimuove dell'errore....

A chi vive l'intervengono diversi casi; e però non mi maraviglo che la Riccia sopra ira habbi biasimato il consiglo de' savi:[781] nè credo per questo non vi porti amore, et che non v'apra quando volete; perchè la reputerei ingrata, dove insino a hora l'ho iudicata humana et gentile. Et son certo che Antonfrancesco non l'ha facta superba; el quale mandò qui un suo frate, per un benificio, che m'ha decto che lui non dorme più a chasa sua, ma a un orto presso a Bernardo Rucellai, che si chiama la Riccia, e lo fa per havere più commodità di studiare.... Non voglo dimenticare Donato. Io sempre sono stato più rispiarmatore de' danari d'altri che de' mia, e però non ho usata la sua commessione. Io vorrei che Donato intendessi da Iacopo Gianfigliazi, se lui crede che Lorenzo lo facci imborsare chome mi promisse. Se lo crede, non entriàno in spendere più che quello s'è speso insino a hora. Se non lo crede, usereno questi rimedii che lui mi scrive. Et chome fia imborsato, pensereno al farlo vedere;[782] e credo ci riuscirà. Sì che pensate se vi piace questo modo, che io farò quello vorrete. Nè altro v'ho a dire su per questa. Christo vi guardi.

Francesco Victori oratore in Roma.

5[783] A' dì 27 di luglio 1514

Compar mio. Non vi maraviglate che io non v'habbi risposto a una vostra de' x di giugno, perchè aspettavo quella che voi dicevi haver lasciato in villa, e poi vi volevo rispondere. Oltre a questo, voi in essa mi parevi fuor di modo aflicto, e io non potevo consolarvi, chome harei desiderato e chome desidero, perchè non sarebbe charico nè faticha nè incomodo che per voi non piglassi. E anchora che per la mia vi dicessi il rispecto havevo havuto a non vi chiamare qua su, vi dico per questa che, quando crediate sia a vostro proposito, non guardate a quello, e vegnate liberamente chome se venissi in chasa vostra. Perchè, anchora che a me chaschino più dubbii nella mente che a tutti gli altri huomini, nondimeno mi guardo da offendere nessuno; e seguita poi che vuole.

Per la vostra de' 22 di questo, intendo quello mi scrivete circa a Donato; e però io vi voglo replicare tutto quello ho operato in questo caso, e perchè domandavo la lettera de' cento ducati. Un anno fa Donato mi scripse che desiderava esser imborsato; e chosì per sua parte ricerchai il magnifico Iuliano, e lui ne scripse a Lorenzo, nè so che effecto si facessi la lettera. Se non che, Donato mi ricerchava del medesimo; in modo che io, stimando che la lettera di Iuliano non facessi fructo, ne chiesi una al Cardinale de' Medici. Promisse farla; ma intanto Lorenzo venne qui, di dicembre passato, e alhora feci che 'l Cardinale gnene parlò, e anchora io, e lui promisse liberamente farlo imborsare. Successe poi che Donato e anchor voi pensasti che era meglo far vedere,[784] dicendo che in questo spenderesti ducati cento. Io, che non confidavo in una lettera semplice del Cardinale, ne conferi' con quello amico sapete, dicendoli: — Quando ci riesca, ne caveremo ducati cento. — Lui dixe: — Fa' che 'l Cardinale me ne dia commessione, e lascia poi fare a me. — In modo che la feci dare, non una volta ma dua; e alhora vi domandai per lettera, quando era il tempo che tochassi la Minore al nostro Gonfalone.[785] Il tempo era lungo, come, sapete in modo che alhora non si potè fare niente. Cominciai dipoi a ricordare a' Signori, e trovai l'amico non volto chome prima. Dubitai non diffidassi de' cento, con pensare che, havendogli havere da me, farei a sicurtà. E però scripsi a Donato, che ordinassi ch'e danari fussino qui. Nè questo feci perchè, anchor che io sia povero, non habbi modo a spendere cento ducati per uno amico, ma solo per poterli dire: Ecco qui la lettera d'aviso al tal banco, che mi paghi e' danari a posta mia. E accadde appunto ch'una mattina che l'amico desinava mecho, venne una lettera di Donato chon una inclusa a Piero del Bene e compagnia. Domandòmi che lettera fussi, e io gnene dissi. E subito mandai uno a portare la lettera a' Beni, a domandare se me la pagassino quando volessi. Loro risposono che la pagherebbono ogni volta, ma che non volevono stare ubrigati dua mesi, ma bastava loro stare ubrigati sei dì. Questa risposta non li satisfece; e se bene io li dixi: — Io mi farò dare e' danari, e quando la chosa fia condocta, li harete —, non li piacque, chome quello che non li voleva havere haver da me. E io in facto non ero per tochare e' danari, insino l'effecto non fussi seguìto; perchè non voglo che sia mai huomo che pensi che per simil conto mi vogla valere nè far fare nessuno. A me bastava solo ch'e' Beni dicessino che mi pagherieno e' cento ducati sempre, intra sei mesi che io li volessi; e io harei potuto monstrare all'amico mio questo, e forse si saria satisfacto. Ma loro me li volevono dare contanti; il che non era il bixogno. Nientedimeno il chaxo è qui. Di nuovo rapicherò questo filo; e se lui vorrà scrivere in nome del Cardinale, in buona hora; se non, harò a ogni modo una lettera del Cardinale a Lorenzo, e una ne scriverrò io, e vedremo che effecto farà. Non biasimerei però che Donato facessi chostì qualche opera col magnifico Iuliano, che crederrei fussi a proposito. E pensate che di quello potrò fare non ho a manchare; e sono tutto vostro e suo. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome.

6[786] A' dì 15 di dicembre 1514.

Compare caro. Dopo un lungo silentio, in dua giorni passati ho tre vostre, una che mi domandate stamettio azurro per un paio di chalze, el quale vi manderò domani, nè ricercherò per chi lo voglate, che mi satisfarò del contentarvi; l'altra, latina,[787] me la doveva portare un Tafano, amico vostro; e donde sia proceduto, non m'è chapitato inanzi, ma me l'ha facta dare a un bottegaio, che la pose in mano a un mio famiglo. Duolmi non l'havere visto, e per aiutarlo per amor vostro, e per intendere il modo del vivere vostro, di che vi rimettete a lui. Faronne cerchare, e se lo ritroverrò, anchora che sia di pocha auctorità, gli monsterrò che la vostra lettera gli gioverà. L'altra che mi risponde a' quesiti vi feci, hebbi hieri. Anchora non l'ho monstra a Monsignor de' Medici, el quale mi commisse ve li facessi. Credo gli satisfarà, perchè satisfa anchora a me. Quando l'harò monstra, vi risponderò quello mi dirà.

Pluries cum Paulo fratre meo, qui te plurimum diligit, de te loquutus sum. Is, ut spero, intra mensem redibit, et ab illo scire poteris quantum tibi tribuam, et quantum de te cogitem. Sed, crede mihi, fatis agimur. Legi, superioribus diebus, librum Pontani De Fortuna, noviter impressum, quem ipse ad Consalvum magnum direxit: in quo aperte ostendit, nihil valere ingenium neque prudentiam neque fortitudinem neque alias virtutes, ubi fortuna desit. Rome, de hac re, quotidie experimentum videmus. Aliquos enim cognoscimus ignobiles, sine literis, sine ingenio, in summa esse auctoritate. Tamen acquiescendum est; et presertim tu hoc facere debes, qui malorum non es ignarus, et qui graviora passus es. Dabit Deus his quoque finem. Ego hic vivo et valeo, non penitus tamen. Strumma quod in collo, ut scis, habeo, in dies crescit, animique dubius sum an resecandum sit. Pontifici Maximo et reliquis nostris Medicibus sum, meo iudicio, satis gratus: tamen nihil ab illis peto. De salario mihi secundum leges concesso sumptus facio, et mense finito nihil ex illo mihi reliqui est. Ab amore emancippatus sum: in gratiam cum libris redii, et cum lusoriis cartis.

Ho richiesto il magnifico Lorenzo della faccenda di Donato, che non pensassi nè voi nè lui me l'havessi dimentichato. E lui mi ha promesso, alla tornata, farlo ritirare, et che insino a qui non s'è ritirato alchuno; et che tutti quelli che sono seduti o veduti havevon voto. Ma voi et Donato mi facesti entrare a promettere a quello amico, che pensa ogni modo, chome la chosa riesce, trarne; anchor che non ci duri faticha, perchè le lettere lui l'ha scripte, ma io l'ho domandate; et col magnifico Lorenzo ho facta l'opera io et tanto calda quanto ho possuto. Nondimeno lui sa che io ho quella lettera di Piero del Bene, de' cento ducati, perchè gnene mostrai, per farlo andare; e sa ch'ella non dura se non sei mesi, che sono presso alla fine. Et non vorrei che lui, pensando non avere a esser di meglo, s'ingegnassi guastare; che sapete quanto è facile. Però, quando a Donato paressi farla rifare, me ne rimetto in lui; faccendoli sempre intendere che un quatrino non se ne tocherà insino che l'effecto non è seguìto. E anche poi c'ingegneremo rispiarmare, se fia possibile. Ma a non volere che impedisca, bixogna poter monstrare la lettera; che non è anchora dua giorni me lo ricordò. Vostro danno che anchora non potessi tirar tucto a vostro tempo; pure potevi qualchosa, e vi lasciasti uscire e' tordi di mano.[788] Nè altro v'o ha dire, se non che mi rachomando a voi e alli altri Machiavelli. Cristo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome.

Spectabili viro Nicolò Machiavelli,

in Firenze.

7[789] A' dì 30 di dicembre 1514.

Ecce iterum mihi bella movet violenta cupido,

Compater, ecce iterum torqueor igne novo.

Veramente che Ovidio dixe bene che l'amore procedeva da otio. Io che non ho faccenda, vorrei fare chome Mino da Siena, e sto tanto ochupato in questo, che non vi riscrivo chome sarebbe il debito mio. L'una et l'altra lettera vostra circa e' quesiti vi feci, hanno visto il Papa e il Cardinale di Bibbiena e Medici, e tutti si sono maraviglati dello ingegno e lodato il iudicio. E anchora che non se ne chavi altro che parole, e per la mala sorte et perchè io non sono huomo che sappi aiutare gli amici, nondimeno, essere in buona oppenione delli huomini grandi qualche volta vi potrebbe giovare. Io volevo contradire a qualche ragione delle vostre, per passar tempo et darvi materia di scrivere; ma ochupato, chome dicho di sopra, ho posto da chanto lo scripto che havevo chominciato; e forse lo finirò un'altra volta, e manderovelo.

Io non so se havesti il panno per le chalze, che lo mandai pel prochaccio, e ordinai lo lasciassi a chasa Simon chavallaro, e poi a Filippo del Benino che ve lo facessi intendere, nè da lui ne ho risposta, in modo dubito non l'habbiate havuto. Sì che rinvenitelo, che non vorrei per niente, in una choxa m'havete chiesto da cento anni in qua, mancharvi.

Hebbi la vostra sopra il caso di Donato e la sua a' Beni, chon l'ordine di Piero. Diteli che Lorenzo m'ha promesso, chome torna, ritirarlo, e poi farlo vedere. Se lo farà, la experienza lo monstrerrà. A me ha promesso chosì, e avanti si parta, gliene ricorderò: e perchè voi mi chonoscete, lo potete far certo, che se non me l'havessi promesso, non lo direi: perchè mio chostume non è empiere li amici di vane speranze. A danari chon l'amico fareno il meglo potreno; che, ancora non s'habbi adoperare, sendo privato di speranza potrebbe cerchare d'impedire. E però lo terrò chon qualche apicho, che credo sia chosì a proposito. Nè per questa ho da dire altro. Christo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome.

[Spectabili vi]ro Nicholò Machiavelli,

in Firenze.

DOCUMENTO XXII. (Pag. [289] e [471])

Si epiloga la disputa sollevata intorno all'ipotesi che il Machiavelli conoscesse il greco, rispondendo alle ultime osservazioni fatte per sostenere questa ipotesi.[790]

Da qualche tempo il professor C. Triantafillis ha sollevato una nuova questione letteraria, che ha richiamato l'attenzione del pubblico. Egli vorrebbe provare, contro l'opinione finora prevalente fra i dotti, che il Machiavelli conobbe il greco, e lesse gli scrittori della Grecia nella loro lingua originale. Se ciò gli riuscisse, sarebbe certamente utile, come è sempre utile ogni verità accertata, e cadrebbero molte considerazioni fatte da autorevoli scrittori sulle conseguenze che portò nelle opere del Machiavelli la sua ignoranza del greco. Oltre di ciò, a risolvere il problema che si era proposto, il professor Triantafillis, che è nato in Grecia, doveva necessariamente ricercare quali autori greci il Machiavelli aveva, nella lingua originale o nelle traduzioni, letti, studiati, imitati o anche copiati. Nessuno potrà negare che queste indagini sono utili, e che il professor Triantafillis meriti perciò di esser molto lodato. Ma ha egli risoluto il problema che s'era proposto? Che cosa ha trovato di nuovo? Ecco quello che ci proponiamo ora di esaminare, e lo faremo con tutta la franchezza e con tutta la deferenza dovute ad un uomo che si sforza di trovare la verità.

Due sono i lavori che iniziarono la discussione, e vennero alla luce in Venezia l'anno 1875. Avevano per titolo l'uno: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci; l'altro: Sulla vita di Castruccio Castracani, scritta da Niccolò Machiavelli. Ricerche. Nel primo di essi il professor Triantafillis dimostrava tre cose:

1º Che il dialogo Dell'ira e dei modi di curarla, attribuita al Machiavelli, era una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi;

2º Che la brevissima lettera dedicatoria del Principe ha molta somiglianza coi pochi versi, che son come il proemio del Discorso del principato, da Isocrate indirizzato a Nicocle;

3º Che un brano abbastanza lungo e molto importante, perchè discorre delle varie forme di governo, nel secondo capitolo dei Discorsi sulla prima Deca, è quasi tradotto da un Frammento del sesto libro di Polibio.

Lasciando per ora da parte la seconda di queste affermazioni, perchè il professor Triantafillis tornò più tardi, come vedremo, sulle imitazioni da Isocrate, restano la prima e la terza, che meritano di essere ben ponderate. E ciò perchè l'autore vi aggiunge ancora questo ragionamento, che parrebbe molto chiaro e stringente: Secondo il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, l'opuscolo di Plutarco fu tradotto la prima volta nel 1526, i Frammenti del sesto libro di Polibio, nel 1557. Ora il Machiavelli che morì nel 1527, aveva scritto assai prima i suoi lavori; dunque dovette leggere Plutarco e Polibio nell'originale, e così resta finalmente provato che egli conobbe il greco.

Se non che gli fu osservato dal prof. E. Piccolomini, che il ragionamento non era poi così chiaro e stringente come pareva; anzi non reggeva addirittura. Il Lessico dell'Hoffmann cita solo le traduzioni stampate, e l'anno in cui esse vennero alla luce. Or le traduzioni di autori greci, fatte in Italia nel secolo XV e nei primi del XVI, che restano ancora inedite nelle nostre biblioteche, sono infinite, ed il Machiavelli poteva, come fecero tanti altri, leggerle e valersene, senza perciò conoscere il greco. Venendo poi al caso speciale, è assai contrastato se il dialogo Dell'ira sia veramente del Machiavelli, anzi i più lo negano. L'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, era inoltre già assai prima del Machiavelli stato tradotto. Una versione inedita e latina, corretta e raffazzonata da Coluccio Salutati, a cui venne da alcuni senz'altro attribuita, trovasi nella Laurenziana, e di essa, com'è naturale, l'Hoffmann non parlò, nè doveva parlare.

Quanto al brano dei Discorsi, è certo del Machiavelli, ed è imitato, quasi tradotto, da Polibio. Esso è molto importante, ed il fatto quindi abbastanza notevole. Ci duole però di dover qui dire al prof. Triantafillis, che la cosa era stata, assai prima che da lui, osservata già da altri. Nella Bibliotheca Graeca del Fabricio (Amburgo 1718-28), vol. II, p. 757, nota b, trovansi infatti queste parole: Hanc Polybii elegantissimam dissertationem expressisse videri potest Machiavellus, lib. I, diss. in Decadem primam Livii, cap. 2. Il prof. Piccolomini notò inoltre che i Frammenti del sesto libro di Polibio erano di certo stati tradotti nella prima metà del secolo XVI: quello sulla milizia romana da Giovanni Lascaris; l'altro sulle forme dei governi (lo stesso che il Machiavelli aveva imitato) da Francesco Zefi, la cui traduzione latina trovasi nella Laurenziana.[791] Nè si può negare la possibilità che altre traduzioni inedite e più antiche si trovino nelle nostre biblioteche, o che, perdute oggi, esistessero al tempo del Machiavelli.

Il secondo opuscolo del prof. Triantafillis trattava della Vita di Castruccio Castracani, scritta dal Machiavelli. Si sapeva da tutti che questo non era un lavoro storico; molti lo avevano chiamato un romanzo, un ghiribizzo, un capriccio. Il Menagio, ricordato dal Fabricio (vol. III, pag. 352, § 64), affermò che i detti memorabili ivi ricordati eran presi dagli apoftegmi di Plutarco. Ma il prof. Triantafillis dimostrò, e per quanto sembra, fu il primo, che il Machiavelli aveva invece imitato la vita di Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, pigliando non da Plutarco, ma dalla vita di Aristippo, scritta da Diogene Laerzio, i detti memorabili, che pose in bocca del Castracani. A questo però aggiungeva: i libri XIX e XX di Diodoro sono stati, secondo lo Schoell (Storia della Letteratura greca) tradotti la prima volta nel 1578; dunque il Machiavelli non potè leggerli che nell'originale greco, come anche dal greco di Diogene Laerzio dovè togliere i detti memorabili. E così si aveva, secondo lui, una nuova conferma, che il Segretario fiorentino conobbe la lingua di Omero.

Ma quanto alle Vite di Diogene Laerzio, esse furono tradotte in latino da Ambrogio Traversari, la cui versione era già stampata alla fine del secolo XV. È difficile supporre che il Machiavelli non l'avesse letta. Quanto ai libri XIX e XX di Diodoro, fu dal prof. Piccolomini osservato, che se il Bracciolini aveva tradotto solo i primi cinque libri; se un'altra versione inedita e poco nota, che è dedicata a Pio II, e trovasi nella Laurenziana (Cod. 10 del Plut. 67), non va oltre il libro XIV, nulla impediva il supporre che anche degli altri libri vi potessero essere traduzioni inedite, anteriori al Machiavelli. Infatti egli trovò più tardi, che anche dei libri XVI e XVII v'era una traduzione, già stampata a Venezia nel 1517 (Diodori Siculi scriptoris graeci libri duo [XVI e XVII] utrumque latinitati donavit Angelus Cospus Bononiensis. Venetiis, 1517). Da ciò si vedeva sempre più, come non fosse punto vero che gli altri libri non potessero essere stati tradotti: e che, in ogni modo, il volere sopra un fatto così ipotetico fondare la certezza che il Machiavelli avesse conosciuto il greco, quando si avevano affermazioni contrarie di autorevoli scrittori antichi e moderni, non era possibile. La questione, adunque, non aveva in verità dato alcun passo, e dopo gli opuscoli del prof. Triantafillis restava nelle condizioni di prima.

Tale però, come si può bene immaginare, non era la sua opinione. Infatti nelle Veglie Veneziane del 1877 egli pubblicava una lettera a me diretta, e più volte ristampata, con la quale cercava di ribattere tutte le obbiezioni che gli erano state mosse da me e dal prof. Piccolomini. Si doleva sopra tutto, che si tenesse in poco conto il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, del quale faceva molti elogi. Ma nessuno aveva mai negato il merito di quel lavoro. La sua autorità non poteva però, nel caso nostro, essere tirata in campo, perchè fuori di luogo nella questione di cui si trattava. L'Hoffmann fece e professò di far solo una bibliografia delle traduzioni stampate; il Piccolomini parlava invece delle inedite, le quali a torto il prof. Triantafillis aveva escluse dalle sue ricerche.

Quanto alla traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, la quale da alcuni si affermava solo corretta dal Salutati, e da altri era invece a lui stesso attribuita, il professor Triantafillis diceva: «Ma può Ella accertare che sia proprio di lui, e che non sia una traduzione più recente?» Si può accertare invece che è più antica, e lo sappiamo dallo stesso Salutati, che in una epistola premessa alla traduzione, la dice di un tal Symon archiepiscopus thebanus. Il fatto era stato ricordato dal prof. Piccolomini, che nei suoi scritti è sempre preciso ed esatto oltre lo scrupolo. Egli osservò poi che il Fabricio, nella sua Bibliotheca latina med. et inf. aet. (vol. VI, pag. 187), notava che il traduttore era un tal Simon Constantinopolitanus, Iacumaeus vel Sacumaeus ab Allatio dictus..., episcopus a Clemente VI renunciatus, anno 1348. E lo stesso Fabricio aggiungeva che la versione, essendo in più luoghi oscura ed ambigua, per la inesperienza del traduttore, che era greco e non conosceva bene il latino, cultiori stylo illam refinxit Coluccius Salutatus.

Quanto al Frammento di Polibio sulle forme di governo, il prof. Triantafillis sosteneva, che nessuna traduzione poteva essere antecedente al 1587, anno in cui il Frammento stesso fu pubblicato a Basilea. E continuava: «La principale poi delle ragioni per cui non potevano esistere traduzioni di alcuni brani e libri di Polibio, di Diodoro e di altri autori, era la mancanza degli originali: dico la mancanza e non la rarità.» Veramente questo linguaggio pareva allora assai sibillino, perchè non si capiva bene come mai il Machiavelli avesse potuto imitare e tradurre da originali che mancavano. Vedremo più tardi che cosa il prof. Triantafillis volesse con ciò significare. Intanto egli affermava, che in ogni caso la traduzione dello Zefi doveva essere posteriore al 1537, perchè il Negri dice che lo Zefi fioriva nel 1540, e si sa che fu censore dell'Accademia fiorentina dal 1542 al 1544. Veramente tutti sanno che l'autorità del Negri è molto disputabile. Certo è invece che alcuni lodati versi latini dello Zefi si trovano nel Lauretum, stampato dai Giunti verso il 1516, secondo il Bandini. E questi, che è ben più autorevole del Negri, discorrendo del manoscritto della traduzione di Polibio, lo dice: «saec. XVI ineuntis,» aggiungendo che lo Zefi morì nel 1546, valde senex. Nel 1540 non poteva dunque fiorire.[792]

Circa alla traduzione di Diogene Laerzio, fatta dal Traversari e stampata nel secolo XV, il prof. Triantafillis non rispondeva nulla. Si fermava invece a disputare su Diodoro Siculo. Il prof. Piccolomini aveva scritto: «dei libri XIX e XX una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli, non mi è nota.» Ed il prof. Triantafillis diceva: «Confessa che le traduzioni non esistevano al tempo di Machiavelli, ma ciò non ostante egli preferisce di credere che il Machiavelli si valesse delle traduzioni e non degli originali!» Veramente qui ci deve scusare; ma il punto ammirativo sta proprio male. Egli fa dire al Piccolomini quel che non ha mai detto. — Dei libri XIX e XX non ho finora trovato una traduzione anteriore al Machiavelli. Non è impossibile che vi sia, o vi sia stata, ma non mi è nota. — Ciò è ben diverso dal dire: non esiste e più ancora dal dire: non esisteva al tempo del Machiavelli. Strano sarebbe poi il pretendere, che dal non essergli nota un'antica traduzione di quei due libri, egli dovesse cavarne la conclusione che il Machiavelli conosceva il greco. Se dunque i due opuscoli del prof. Triantafillis lasciavano la questione nello stato di prima, la sua risposta alle obbiezioni che gli erano state fatte, mi pare che lasciassero a queste tutta la loro forza.

Egli aveva però accennato ancora ad un'altra questione più grave assai; aveva cioè promesso di dimostrare che il Machiavelli non solo aveva imitato Isocrate nella brevissima lettera dedicatoria del Principe, come abbiamo accennato più sopra;[793] ma aveva dal medesimo autore preso nientemeno che il concetto stesso del libro del Principe. Per quanto la cosa potesse parere poco credibile e assai strana, pure destò subito molta curiosità. Nei secoli XV e XVI era stato tanto generale l'uso di copiare brani, pagine, capitoli interi da autori antichi o contemporanei, senza citarli mai, che qualche cosa di questo genere poteva forse essere avvenuta anche nel Principe. E venne finalmente alla luce l'aspettato lavoro del prof. Triantafillis: Nuovi studii su Niccolò Machiavelli. Il Principe. Venezia, 1878. In esso però la questione era subito ridotta in limiti molto modesti. Da Isocrate non erano cavati i concetti fondamentali del Principe; ma le ultime cinque pagine, la esortazione cioè a liberare l'Italia dai barbari. Queste cinque pagine erano, secondo il prof. Triantafillis, imitate dalle ultime otto del Discorso d'Isocrate a Filippo re di Macedonia.[794] — Quando tutto ciò fosse vero, sarebbe una cosa assai strana, perchè quella conclusione del Principe ha talmente l'impronta del suo tempo, si riferisce talmente a fatti contemporanei, che se fosse davvero copiata dai Greci, non ci sarebbe più da distinguere in nessun modo le epoche e gli uomini fra loro più lontani.

A me sembra, come del resto fu subito notato dal prof. Molmenti nella Nuova Antologia, che chi legge quelle due conclusioni non può in modo alcuno creder l'una copiata e neppure imitata dall'altra. Nell'una Isocrate persuade Filippo, che aveva già compiuto grandi imprese, a mettere la concordia tra i Greci, per assalire poi e domare i paesi barbari dell'Asia. Nell'altra il Machiavelli vuol persuadere Lorenzo dei Medici a liberare colle armi l'Italia dai barbari. Certo nella situazione generale v'è qualche analogia; ma, salvo ciò, chi legge quei due brani molto diversi per idee, per stile ed anche per lunghezza, poco altro può trovarvi di comune. Isocrate parla minutamente degli Argivi, dei Tebani, dei Lacedemoni, dei Macedoni, e consiglia la conquista dei paesi barbari; il Machiavelli parla delle condizioni generali d'Italia, e consiglia la liberazione della patria. Più volte si son fatti paragoni fra la storia dell'Italia e quella della Grecia; e se vi sono alcune vaghe somiglianze fra i due discorsi, ciò può dipendere dalla natura stessa del soggetto. Io non credo che si possa rigorosamente provare, che in quel luogo del Machiavelli siano vere e proprie imitazioni da Isocrate, quantunque non si possa escludere la possibilità di qualche reminiscenza, la quale io sono anzi disposto ad ammettere.[795] Ma a confutare quello che dice il prof. Triantafillis, basta rimandare i lettori al suo libro stesso, dove i due brani sono con molta sincerità messi l'uno dopo l'altro. Chi non si persuadesse da sè, leggendoli, non potrebbe esser persuaso neppure da un lungo ragionamento. E chi poi volesse veder la grandissima distanza che corre fra le idee d'Isocrate e quelle esposte nel Principe, non dovrebbe fare altro che leggere qualche altra pagina del Discorso del Principato d'Isocrate a Nicocle, così ben tradotto dal Leopardi.

Ma il prof. Triantafillis prosegue dicendo che, dopo aver provato che il Machiavelli, «nella parte rettorica del suo lavoro, seguì le tracce d'Isocrate,» proverà che «nella parte politica si valse degli scritti di Aristotele, di Polibio, di Diodoro Siculo e di Plutarco» (pag. 50). Ora, che il Machiavelli si sia valso di Aristotele e di altri autori greci e latini è evidente, è notissimo, egli stesso lo dice più volte. Ma i brani che il prof. Triantafillis cita a conferma di ciò, sono così pochi e di così poca importanza, che se altro non vi fosse, si potrebbe dire provata piuttosto l'assoluta indipendenza del libro del Principe dall'antichità. Il Triantafillis si affatica, per esempio, a dimostrare che il Machiavelli quando, nel secondo capitolo del Principe, dice che non parlerà in esso delle repubbliche, avendone già parlato altrove, non può alludere ai Discorsi, perchè questi furono scritti dopo, e perchè fra essi ed il Principe v'è contradizione, avendo in quelli imitato Polibio, in questo Aristotele, ecc., ecc. A tutto ciò si potrebbe rispondere, e si potrebbe anche provare, che queste presunte contradizioni sono immaginarie. Ma, ammesso pure tutto quello che egli vuole, che cosa finalmente ne risulta? Ne risulta, secondo lui, che quando il Machiavelli diceva: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo,» copiava un tale concetto da Aristotele. Questa, infatti, è la sola cosa che hanno in comune i due periodi dell'uno e quelli dell'altro, che il prof. Triantafillis ristampa a pag. 57 del suo lavoro. Ma val proprio la pena d'occuparsi di ciò? Noi lasciamo da parte anche le altre poche citazioni da Aristotele, perchè troppo poco importanti, e perchè nessuno ha mai messo in dubbio che il Machiavelli avesse letto, studiato e qualche volta anche imitato Aristotele.

Qui sorge però un'altra questione. Il prof. Triantafillis aveva, come vedemmo, detto che di certi autori greci, studiati e imitati dal Machiavelli, non vi potevano allora essere traduzioni, perchè mancavano gli originali. Ora finalmente si capisce che cosa volesse con ciò significare. Egli crede d'avere scoperto, che il Machiavelli aveva conosciuto quella Raccolta del Porfirogenito, in cui erano molti brani di autori greci a noi sconosciuti, e della quale una piccola parte solamente ci è pervenuta. Non s'intende bene, se egli supponga che di questa Raccolta il Machiavelli conoscesse solo il libro Delle Virtù e dei Vizi, pervenuto sino a noi con qualche altro, come par che dica a pag. 52, o pure tutta quanta la Raccolta, come parrebbe a pag. 53. In questo caso, osserva giustamente il Piccolomini, la notizia sarebbe grandiosa davvero. Potremmo sperare di ritrovare molti e molti brani d'autori greci a noi affatto sconosciuti. Sfortunatamente però questi sogni si dileguano appena letto il libro del prof. Triantafillis, perchè in esso si trova invece quanto basta a mandare in fumo tutte le speranze che aveva prima fatte concepire.

Quali sono in vero le ragioni, le prove su cui si fonda l'asserzione, che il Machiavelli avesse conosciuto i famosi Excerpta del Porfirogenito?

1º Il Frammento del sesto libro di Polibio sui governi non era stato tradotto, perchè mancava; ma il Machiavelli lo conobbe, adunque lo lesse in greco, e lo trovò nella Raccolta del Porfirogenito (pag. 53), di cui conservava per suo uso esclusivo una copia. Così è provato ad un tempo che conobbe il greco e la Raccolta. — Ma noi abbiam visto, invece, che quel Frammento di Polibio potè esser tradotto dallo Zefi assai prima di quel che suppone il prof. Triantafillis. Ed in ogni caso, osservava il prof. Piccolomini, esso non venne a noi dalla Raccolta del Porfirogenito, ordinata per materie; ma da quella che procede, libro per libro, dal VI al XVII; fu stampata nell'edizione Hervagiana (Excerpta antiqua), e trovasi nel così detto Codice Urbinate ed in altri ancora.

2º Quel Frammento di Polibio ha nel Machiavelli un titolo speciale, che non si trova nell'originale, nè in alcuna traduzione antica: Di quante spezie sono le repubbliche e di quale fu la repubblica romana. Dunque il Machiavelli lo ha tradotto dalla Raccolta del Porfirogenito (pag. 53). — Prima di tutto il Machiavelli innestò un brano del Frammento di Polibio in un suo capitolo assai più lungo, ed a quel capitolo, come a tutti gli altri, pose un titolo che non era costretto a copiare da nessuno. La Raccolta del Porfirogenito poi, notò il Piccolomini, era divisa per materie, e non aveva un titolo speciale a ciascun estratto, ma un titolo generale a tutti gli estratti raccolti da un libro. Delle ambascerie è il titolo d'un libro, Delle Virtù e dei Vizi è il titolo d'un altro. I titoli in alcune edizioni premessi a Frammenti di Polibio son cavati da codici contenenti l'altra Raccolta, e spesso anche vennero raffazzonati da scrittori più moderni. Lo Schweighäuser, per esempio, si valse molto degli Excerpta antiqua, che procedono, libro per libro, senza seguire un ordine per materie, come la Raccolta del Porfirogenito.

3º Il Machiavelli, prosegue il prof. Triantafillis, citando fatti di storia greca e romana cade in molti errori e contradizioni. — Ciò, quando sia vero, potrebbe provare, che egli non conobbe a fondo la storia e gli scrittori antichi; ma il prof. Triantafillis ha bisogno invece di provare, che il Machiavelli era un erudito, che traduceva, imitava dalla Raccolta del Porfirogenito brani staccati di autori antichi, agli altri eruditi ancora ignoti. Questo spiegherebbe, secondo lui, com'è che nelle sue opere si trovino massime così generose accanto a massime così inique. Copiava da un'antologia, senza coordinare i brani discordanti. E i suoi errori storici nascevano appunto da ciò, che di alcuni autori antichi, ignoti agli altri, egli solo poteva in parte almeno valersi, perchè egli solo ne possedeva dei brani staccati, gli estratti cioè della Raccolta del Porfirogenito.

Nei cap. IX e XIX del Principe, il Machiavelli loda Nabide per la difesa di Sparta, e perchè seppe tenersi amico il popolo. E dopo d'aver ciò notato, il prof. Triantafillis riporta un lungo brano del libro XIII di Polibio, osservando che se il Machiavelli lo avesse conosciuto, avrebbe saputo che tristo uomo era Nabide, come si vede anche da Plutarco e da Diodoro Siculo. E ne conclude che il Machiavelli dovè conoscere qualche estratto della solita Raccolta del Porfirogenito, nel quale si parlava solamente della difesa fatta da Nabide, e non del suo carattere personale. — Se non che appunto il brano del libro XIII di Polibio, citato dal prof. Triantafillis, trovasi nella Raccolta del Porfirogenito anche più intero che negli Excerpta antiqua. Se dunque il Machiavelli avesse di quella conosciuto almeno la parte che ne conosciamo noi, avrebbe certamente letto anche il brano del libro XIII. Il vero è che nei due capitoli del Principe, citati dal prof. Triantafillis, non si parla del carattere di Nabide, ma si loda la difesa che egli fece di Sparta. Tante altre volte il Machiavelli, per fatti simili, lodò il Valentino, di cui pur conosceva assai bene il carattere perverso. In ogni modo non potè, quanto a Nabide, essere ingannato dalla Raccolta del Porfirogenito, la quale conteneva appunto quel brano di Polibio, che avrebbe dovuto trarlo d'inganno, secondo l'opinione del prof. Triantafillis. Il Burd (pag. 240-241) ha poi recentemente dimostrato, che qui il Machiavelli cavò invece le sue notizie da Livio (XXXIV, 22-40).

Nel cap. XII del Principe si legge, che Filippo il Macedone fu fatto dai Tebani, dopo la morte di Epaminonda, capitano delle loro genti, e tolse ad essi, dopo la vittoria, la libertà. Ciò è falso, secondo il prof. Triantafillis. Il Machiavelli fu tratto in errore da un altro fatto simile, avvenuto 150 anni dopo, che trovasi appunto narrato nel libro Delle Virtù e dei Vizi della Raccolta citata. — Ma si può invece notare, che Epaminonda morì nel 362, e Diodoro Siculo (XVI, 59) narra che nel 346 i Beozi chiesero aiuto a Filippo. Giustino poi (VIII, 2), riferendo forse al 352 fatti seguìti nel 346, narra la cosa quasi con le parole stesse del Machiavelli: Thebani, Thessalique.... Philippum Macedoniae regem ducem eligunt, et externae dominationi quam in suis timuerunt sponte succedunt. E altrove (VIII, 3), riferendosi ai medesimi fatti, dice: civitates quarum paulo ante dux fuerat.... hostiliter occupatas diripuit.

4º Il cap. XIX del Principe discorre di dieci imperatori, da Marco Aurelio a Massimino, e il prof. Triantafillis, dimenticando uno di questi imperatori, Marco Aurelio, divide in due un altro, Antonino Caracalla, per una malaugurata virgola che si trova più d'una volta fra i due nomi in molte edizioni italiane, e forse anche perchè, dopo la soppressione del primo imperatore, non gli tornava più il numero di dieci. In ogni modo egli aggiunge, che le notizie date dal Machiavelli su questi dieci imperatori si trovano tali e quali in alcuni brani di Dione Cassio e di Giovanni Antiocheno, riportati fra gli estratti del libro Delle Virtù e dei Vizi. Ed è vero, ma si trovano, come notò il Piccolomini, anche più in Erodiano che fu tradotto dal Poliziano.[796] Ed il trovare nel Machiavelli espressioni affatto simili a quelle di Gio. Antiocheno, non deve trarre in inganno, se si osserva che questo autore copiava addirittura da Erodiano come in genere copiava le altre sue fonti. Intorno ai dieci imperatori sono però in Erodiano particolari dati dal Machiavelli, che mancano nell'Antiocheno.

5º Il cap. XXV del Principe comincia con alcune parole, che il prof. Triantafillis crede copiate da un luogo del XV libro di Polibio. Ma veramente quelle poche righe non si posson dire copiate da Polibio. Non v'è di comune altro che un accenno al potere che ha la fortuna nelle cose umane, idea mille volte ripetuta da tanti, specialmente nei secoli XV e XVI. Il brano di Polibio poi, è bene ricordarlo, fu pubblicato nel 1549 e non appartiene alla Raccolta del Porfirogenito.

6º Tornando indietro, notiamo, che nel cap. VIII del Principe il Machiavelli parla due volte di Agatocle; e secondo il Triantafillis i due brani si contradicono, perchè il primo è preso da Diodoro Siculo, il secondo invece da un Frammento di Polibio. Ma i due brani del Machiavelli non si contradicono, ed il secondo non par copiato dal brano di Polibio, che il Triantafillis ristampa, e che trovasi nella Raccolta del Porfirogenito. Infatti, nel primo il Machiavelli dice che Agatocle fu scellerato, e narra come con le sue scelleratezze seppe divenire sicuro principe di Siracusa, e difenderla dai Cartaginesi. Nel secondo dice che questi fortunati successi dipendono generalmente dalle crudeltà bene usate, cioè quando son necessarie, e smesse subito dopo. Polibio invece adduce, fra molti altri, l'esempio di Agatocle a provare come l'animo e i costumi dei principi mutino, uniformandosi ai tempi, e aggiunge che Agatocle, tenuto prima crudelissimo, fu poi «reputato clementissimo e dolcissimo.» Ora il Machiavelli nè lo dice mutato, nè tenuto dolce e clemente. Abbiam già detto che egli trasse invece da Giustino (libro XXII) le sue notizie su Agatocle.

Il prof. Triantafillis ha ragione, quando osserva (pag. 71) che nel cap. XIV del Principe sono molte reminiscenze del terzo capitolo della vita di Filopemene, scritta da Plutarco, senza che per ciò si debba consentirgli che il capitolo del Machiavelli «sia quasi tutto tolto» da Plutarco, il quale del resto era allora tradotto.[797]

Dopo quanto abbiam detto ci sembra di poter concludere, che il prof. Triantafillis si è, colle sue ricerche, reso benemerito dei buoni studi, cercando le fonti antiche del Machiavelli, tanto più che ne ha anche scoperto qualcuna che finora non era stata osservata da altri (specialmente nella Vita di C. Castracani). Molte volte però ha voluto vedere imitazione dove veramente non ce n'era.

Non ha provato che il Machiavelli conoscesse il greco;

Nè che avesse cavato da Isocrate o da altri i concetti fondamentali del Principe;

Nè che avesse conosciuto gli Excerpta del Porfirogenito.

In tutto ciò si è, secondo noi, grandemente illuso.

Ci pare, invece, ad esuberanza provato, ed è generalmente ammesso dai dotti, che il Machiavelli non conobbe il greco. Sarebbe stato in verità un fatto assolutamente inesplicabile, se, conoscendolo, non lo avesse mai detto nè fatto sapere a nessuno, in un secolo in cui si dava tanta importanza allo studio di quella lingua, che il conoscerla recava non solamente grande onore, ma spesso anche materiale utilità. Il Machiavelli non ne fece mai ne' suoi scritti cenno diretto o indiretto. Una volta sola, che noi sappiamo, si trovò costretto a fare uso di alcune lettere greche, e fu nell'Arte della Guerra, nella quale se ne valse come di segni convenzionali, non bastandogli le lettere dell'alfabeto latino. Ebbene, in quella parte dell'autografo, che ancora ci resta dell'Arte della Guerra, trovasi un foglio, evidentemente del tempo, ma d'altra mano, il quale contiene appunto un alfabeto greco con alcune spiegazioni intorno ai dittonghi, alle vocali, alle consonanti, ecc. Questo può far supporre, che, anche per servirsi del solo alfabeto greco, avesse avuto bisogno di ricorrere ad un amico. Ma su di ciò ritorneremo, quando dovremo ragionare dell'Arte della Guerra.

DOCUMENTO XXIII. (Pag. [355])

Alcune osservazioni di Bongianni Guicciardini sul capitolo 25, lib. I, dei Discorsi del Machiavelli.[798]

I

Capitolo sopra et in contrario de' Discorsi del Machiavello.[799]

Nè lo exemplo di Filippo nè le parole di David, che egli allega, costringono a credere ragionevolmente che, nello stabilire e ordinare uno principato, che la più certa via e il migliore modo per la sicurtà de' principi siano, nello ordinarlo, quegli ordini pieni di sangue, di ruine e di spavento, che egli presuppone sieno e migliori e più sicuri per la sicurtà loro; nè si può, con e discorsi generali, includere tucti quelli particulari, sanza la consideratione de' quali, nelle actione humane, si piglierebbe di molte fallacie. Chè ancora che gli huomini sieno da uno medesimo principio discesi, e de' medesimi fondamenti composta la sua complexione, non di meno la diversità de' tempi, de' luoghi, delli habiti e costumi, li diversi accidenti, le necessità e le occasioni gli fa spesso variare nello animo, e operare diversamente, talmente che quello principe che gli vuole regolare, e con sicurtà sua e con bene loro, è necessario che, quando colla rigidità e iustitia preceda, quando con più pietà e misericordia, e quando allarghi el favore agli amici, e quando lo ristringa. Non potè però Filippo, con tanto travaglo e ruina de' popoli, tramutandoli di ciptà in ciptà e da luogo a luogo, e, come e' dice, come le mandrie, evitare che non vi nascessi uno agnello, e surgessi uno[800] agnello o montone, che hebbe ardire di ammazarlo nel mezo de' suoi satelliti e partigiani, che lui sì impiamente haveva elevati e arrichiti della roba e delli honori d'altri. Nè potè Attalo difenderlo, anzi fu causa per il favore che e' gli haveva dato, ingiuriando disonestamente quello adulescente,[801] che lo offeso rivoltassi la vendetta della ingiuria nello auctore di tanti mali. E David, con tutto che fussi prudentissimo, dottissimo (ancora che pigli a questo fine la sententia di David nello ordinare una provincia o regno), sopportò pure la rebellione di Absalon, e con tanto disordine, che se egli havessi creduto al consiglio di Architofel, harebbe perso el regno, secondo la Scriptura: dove se e' si potessi conoscere tucti e particulari di quello tempo e accidenti, si sarebbe veduti di molti di quegli esaurienti, che David haveva ripieni di beni, essersi ribellati e accostatisi a Absalon contro a di lui. Talmente che si può giudicare che non basta e primi fondamenti nello stabilire una città, una provincia, uno regno: ma bisogna che sia regolato e recto continuamente dalla prudentia e virtù di chi li governa e regge. E se e buoni ordini e legge non bastono sanza essere veghiati e regolati, tanto maggiormente gli scelerati e pieni di sangue, come vuole el Machiavello: ne' quali, per tante offese e ingiustitie, v'è più cagione ne li offesi di alteratione. E perchè sempre è degli huomini ambitiosi avari e inquieti, surge etiandio tra li partigiani, tra e seguaci e favoriti di uno principe, emulatione, invidia, sdegno e molte cupidità, chè non [è] possibile a uno principe tucti contentargli e sadisfargli: in tanto che di quegli pericoli che vogliono che si tema in quegli che non chiamono amici, hanno da temere in epsi. Chi porse e administrò el veleno a Alexandro se non quegli che erono tenuti più amici e familiari suoi? Chi congiurava contro a lui più che Philota e Parmenione, tanto inalzati da lui? Chi si conduxe per ammazarlo più che Hermolao suo pagio, per haverlo facto baetere?

Voglio adunque inferire, che uno principe savio non ha a potere credere di stabilire per sempre el suo imperio, credendo torsi via tucti quelli che egli ha giudicati inimici, per fargli resistentia, e per credere contentare tucti quelli che lo hanno seguitato; perchè el tempo varia, e gli huomini sono mobili, e da varii affecti, accidenti e occasioni sospinti, dalla speranza e dal timore, si mutono e variono. Però spesse volte quegli che sono tenuti sospecti diventono amici, o almanco di animo tale che desiderono vivere quieti e riposati, e quelli che sono tenuti amici diventono inimici. E perchè egli, dove e' può, dà per exemplo e casi e gli accidenti di Firenze, chi nel 12 fece più opera che e' ritornassino in Firenze[802] che lo Arcivescovo de' Pazi, la casa del quale e 'l fratello e gl'altri suoi propinqui furono tanto bactuti da loro? Chi più che Antonio Francesco delli Albizi, el padre del quale fu el primo, nel 94, che corse in piaza armato, e abbassò le arme contro al Cardinale, che fu poi papa Leone? Chi erono tenuti nel principio più amici de' Medici che Baccio Valori, Antonio Francesco e Filippo Strozi? E nel 37, tornando contro a quegli, rimasero presi e morti.

II

Lo exemplo di Filippo è contro a sè medesimo, perchè credendo stabilirsi con modi sì impii e crudeli, el regno, tramutando e popoli, come e' dice, a uso di mandrie, non potè evitare che e' non vi surgessi[803] uno puledro,[804] che havessi ardire di ammazarlo nel mezo de' suoi satelliti e partigiani, che egli haveva con tanta ruina e damno degli altri arrichiti e honorati. Nè Attalo, uno de' primi suoi favoriti e capitani, potè difenderlo, anzi per havergli, come a amico, troppo compiaciuto, fu causa della sua morte: rivoltando lo offeso la vendetta della ingiuria contro a quello che ingiustamente la haveva disprezata in cambio di punirla. E sarebbe quello imperio finito insieme colla sua vita, benchè e' credessi haverlo con tanto sangue e ruina stabilito, se e' non havessi riscontro la virtù et el valore di Alexandro suo figliuolo, che lo tenne fermo, chè benchè e' fussi poi con tante vittorie e fortuna accresciuto in uno tracto (di che si può giudicare quegli ordini che egli lauda tanto), doppo la morte sua si divise in più parte e roppe. Nè le parole che egli allega di David, extorcendole al suo senso, non contradicono che non vedessi la rebellione di Absalon suo figliuolo,[805] col quale (se e' si potessi sapere e particulari di quegli tempi, si conoscerebbe) si congiunse contro a di lui di molti di quegli esurienti, che egli haveva ripieno di beni, insino a Architufel, uno de' suoi primi consiglieri, in tanto gran....[806] lui lo abbandonò; al quale se Absalon havessi dato fede, Architufel gli harebbe tolto el regno. E Salamone, non solamente per gli ordini di David pacificamente lo mantenne, ma per la sua tanta prudentia, che ammiravono gli huomini, nè dovea lasciare nascere particulare alcuno di disordine, o nato, subito ricorreggerlo. Non si mantenne poi doppo la morte, ancora che vi fussino quegli ordini e di David e di Salamone, ma perchè non trovò quello regno successori della loro virtù.

Non fermò lo imperio di Ottaviano la scelerata proscriptione del Triumvirato, alla quale conspirorono, non tanto per credere essere necessaria a dare principio alla loro monarchia, quanto per odio di vendicarsi e satiare le loro passioni. Però cedè a Ottaviano Marcantonio la morte del suo zio, perchè egli gli cedessi Cicerone, e in sino per compiacere a Fulvia sua donna, ne proscrisse, e chi per havere le richeze, e chi per una sadisfatione e chi per una altra, non tucti per conto dello stabilire lo Stato; ma si valsono bene di quella occasione, e sobto quello pretesto. Non fermò però questo che intra loro non si rompessino, che gli exerciti non si dividessino, adherendo chi a l'uno, chi allo altro. Nè mancò chi seguitassi la factione pompeiana, e di nuovo tucto el mondo si riempiecte di arme. Ma la fortuna di Octavio e la sua virtù superorono tucti gli obstacoli e tucte le difficultà: et el mondo stracco da tanti travagli per qualche tempo si quietò, anzi quando Roma cominciò ad venire al sangue, andò sempre multiplicando e suoi disordini, tanto che doppo la rovina degl'altri, rovinò se medesima, et quando Roma doveva per la experientia havere magiori ordini, haveva più riputatione, più imperio, più arme, più exerciti, più denari, la fecie maggiori pazie e maggiori disordini, perchè le legge non potevono quietare nè fermare quegli sì ambitiosi, e che havevono le arme in mano. Ma quando gli huomini erono buoni, e sobto e Re, sobto i Consoli, sobto e Decemviri, sobto e Tribuni militari, sempre andorono migliorando e crescendo; ma quando e' cominciorno a diventare di altra natura, non poterono tenere fermi nè gli ordini che gli havevono imparati, nè....[807], nè le legge, nè la reputatione, nè gli exerciti, nè le richeze, nè lo imperio, che doppo la rovina degli altri e' non rovinassino loro.

DOCUMENTO XXIV. (Pag. [437])

Annotazioni autografe di Cristina di Svezia ad una traduzione francese del Principe di Niccolò Machiavelli.[808]

Les maximes qu'il debite,[809] sont, pour la pluspart absolument nécessaires aux Princes, qui, au dire du Grand-Cosme de Médicis, ne peuvent pas toujours gouverner leurs Etats avec le chapelet en main (Préface) [Sen doute.].[810]

Il faut suposer, dit Wicquefort dans son Ambassadeur, qu'il dit presque par tout ce que les Princes font, et non ce qu'ils devroient faire [Vicquefort se trompe. Machiavel n'a dit ni ce qu'il font ny ce qu'ils devroi faire, mais il a dit ce qu'ils voudroit faire. — Plusieurs prince on envi d'estre contraints qui le sont moins qu'il ne pense.]. C'est donc condanner ce que les Princes font que de condanner ce que Machiavel dit, s'il est vrai, qu'il die ce qu'ils font, ou, pour parler plus juste, ce qu'il sont quelquefois contraints de faire (Ivi).

L'homme, dit-il dans le Chapitre 15 de son Prince, qui voudra faire profession d'être parfaitement bon, parmi tant d'autres, qui ne le sont pas, ne manquera jamais de périr. [Qu'importe.] C'est donc une nécessité, que le Prince, qui veut se maintenir, aprenne à pouvoir n'être pas bon, quand il ne le faut pas être. Et dans son Chapitre 18, après avoir dit, que le Prince ne doit pas tenir sa parole, lors qu'elle fait tort à son intérest il avoüe franchement, que ce précepte ne seroit pas bon à donner, si tous les hommes étoient bons mais qu'étant tous méchans et trompeurs, il est de la sûreté du Prince de le savoir être aussi. Sans quoi il perdroit son Etat, et par conséquent sa réputation, étant impossible, que le Prince, qui a perdu l'un, conserve l'autre (Ivi). [Estre bon quant il ne faut pas l'estre, est estre sot non pas bon. — Il ny a pas d'interest plus gran que cellui de tenir sa parole. — Cela suffit pour ne s'y fier pas, mais ne justifie pas ceux qui sont comme le reste mechans et trompeurs.]

Il n'est pas besoin, lui dit-il, que tu aies toutes les qualités que j'ai dites, mais seulement que tu paroisses les avoir. Tu dois paroitre clément, fidéle, afable, intégre et religieux: en sorte qu'à te voir et à t'entendre, l'on croie que tu n'es pas bonté, que fidélité, qu'integrité, que douceur et religion. Mais céte derniére qualité est celle, qu'il t'importe davantage d'avoir extérieurement (Ivi). [Maxime très sotte et très fause. — Ceux qui croy tromper les gens se trompe fort.]

Il ne dit nullement ce qu'on l'acuse de dire, qu'il ne faut point avoir de Religion [De superstition.]; mais seulement, que si le Prince n'en a point, comme il peut ariver quelquefois, il doit bien se garder de le montrer, la Religion étant le plus fort lien qu'il y ait entre lui et ses sujets; et le manque de Religion le plus juste, ou du moins le plus spécieux prétexte qu'ils puissent avoir de lui refuser l'obéissance. Or il vaut incomparablement mieux qu'un Prince soit hipocrite, que d'être manifestement impie (Ivi). [Cela n'est pas si ayse. — Il auroit raison de ne s'en vanter pas. — Cela n'est pas mal dit. — Il n'y a pas des plus grans impies que les hypocrites.]

Qu'un chacun voit ce que le Prince paroît être, mais que presque personne ne connoît ce qu'il est en éfet (Ivi). [On ne paroist pas longtemps ce qu'on n'est pas.]

D'ailleurs, il faut considerer, que Machiavel raisonne en tout comme politique, c'est-à-dire selon l'Intérest-d'Etat, qui commande aussi absolument aux Princes que les Princes à leurs sujets: jusque la même, que les Princes, au dire d'un habile Ministre de ce siècle, aiment mieux blesser leur conscience que leur Etat. Et c'est tout ce que Juste-Lipse.... trouve à redire à la doctrine de Machiavel, dont il avoüe franchement, qu'il fait plus de cas, que de tous les autres Politiques modernes (Ivi). [Il faut le connoistre. — Cela est presque tousiour vrai. — Il avoit raison.]

Machiavelli ingenium non contemno, acre, subtile, igneum. Sed nimis saepe deflexit et.... aberravit a regia via (Parole di G. Lipsio, riportate in nota). [Que cela est bien dit.]

Ce qu'il[811] se fût bien gardé de dire, s'il eût tant-soit-peu soupçonné Machiavel d'impieté ou d'atéisme (Préface). [On n'en jurerai pas.]

Machiavel.... n'eût jamais osé dedier son Prince à Laurent de Medicis, du vivant du Pape Léon X son oncle, si c'eût été un livre impie (Ivi). [On n'estoit pas si scrupuleux en ce temps là.]

Il loüe les Ordres de S. François et de S. Dominique, comme les restaurateurs de la religion chretienne (Ivi). [Il n'en a pas dit tout ce qu'il en a pensé.]

Il faut interpréter plus équitablement qu'on ne fait de certaines maximes-d'Etat, dont la pratique est devenüe presque absolument nécessaire, à cause de la méchanceté, et de la perfidie des hommes. Joint que les Princes se sont tellement rafinés, que celui qui voudroit aujourdhui procéder rondement envers ses voisins, en seroit bien-tôt la dupe (Ivi). [Il n'y a nulle necessité d'estre infame ni méchant. — On ne corrige pas les méchants en se rendent semblable a eux. — On n'est iamais la duppe si non quant on est infame ou mechant.]

Il fit[812] des actions, qu'un homme-de-bien n'oseroit jamais faire (Ivi). [Cet trop oser.]

Je n'ai rien trouvé chés moi, qui me fût si cher, que la connoissance des actions des grans-hommes, la quelle j'ai aquise par un long usage des afaires modernes, et par la lecture continuelle des anciennes (Nicolas Machiavel.... au Tres-Illustre Laurent de Médicis....). [Les deux escoles des grans hommes.]

J'ai été à l'école de l'adversité (Ivi). [Austre escole admirable.]

Que l'on m'impute point à présomption, si un homme de basse condition ose donner des leçons de gouvernement aux Princes. Car comme ceux, qui disseignent les païs, se métent embas dans une plaine, pour mieux découvrir la hauteur des montagnes, et la qualité des autres lieux élevés; et au contraire montent au sommet des montagnes, pour considérer la constitution des lieux bas; de même il faut être Prince, pour bien connoitre le caractère des peuples, et Populaire, pour bien savoir celui des Princes (Ivi).[813] [Cest le contraire. — Cela est faux.]

Je dis donc, qu'il est bien plus facile de conserver des Etats héréditaires, que des Etats nouvellement conquis. Parce qu'il sufit de ne point outrepasser l'ordre établi par ses ancêtres, et de s'acommoder aux tems. En sorte que si un Prince est médiocrement habile, il se maintiendra toujours dans son Etat, à moins qu'il n'y ait une force excessive qui l'en prive. Encore le recouvrera-t-il, quelque forte que soit l'usurpateur (Le Prince, chapitre II). [San doute. — Il ne suffit pas. — Il est difficil aux princes hereditaires d'estre depouillies. — Il a raison.]

Comme le Prince naturel a moins d'ocasions et de raisons d'ofenser ses sujets, il faut qu'il en soit plus aimé: et si des vices extraordinaires ne le font haïr, ils ont naturellement de l'inclination pour lui (Ivi). [On ne liait gere les vices des princes regnants. — Cela est vrai.]

Au dire de Tacite, il y a toujours moins d'inconvenient à garder le Prince que l'on a, qu'à en chercher un autre. Minore discrimine sumi Principem quam quaeri (Ivi, in nota). [Je pense qu'il a raison.]

Toute mutation d'Etat laisse toujours de quoi en faire d'autres (Chapitre II). — Car au dire de Paterculus, l'on enchérit toujours sur les premiers éxemples. Non enim ibi consistunt exempla unde coeperunt, etc. (Ivi, in nota). [Cela arrive par la faute des princes.]

Les hommes changent volontiers de Prince, dans l'espérance d'en trouver un meilleur (Chap. III). [Les hommes changent touiour ce quils ne trouve presque iamais.]

An Neronem extremum dominorum putatis? Idem crediderant qui Tiberio, qui Caio superstites fuerunt: cum interim intestabilior et saevior exortus est (Ivi, in nota). [Il est dificil d'avoir un pire que le present.]

Ferenda Regum ingenia, neque usui erebras mutationes (Ivi, in nota). [Pourveu quil ne se rendent pas insuportables.]

Se miminisse temporum quibus natus sit:... bonos Imperatores voto expetere, qualescumque tolerare. — Paroles, que Machiavel a raison d'apeller sentence d'or (Ivi, in nota). [Il a raison.]

Quiconque les voudroit conserver, après les avoir aquises,[814] il faudroit faire deux choses. L'une, extirper toute la race de leur ancien Prince. L'autre, ne point changer leurs loix, ni augmenter les tailles (Chap. III). [Tout cela nest pas mal remarqué.]

Les colonies coûtent peu au Prince, qui d'ailleurs n'offense que ceux, à qui il ôte les terres et les maisons, pour les donner aux nouveaux habitans. Outre que ceux, qu'il ofense, ne faisant qu'une tres-petite partie de l'Etat, et restant pauvres et dispersés, ils ne lui peuvent jamais nuire (Ivi). [Il faut craindre ceux qui n'ont rien a perdre s'ils on du coeur.]

Je conclus que les colonies, outre qu'elles ne coûtent rien, sont plus fidéles et ofensent moins: et que les ofensés étant pauvre et dispersés, il ne sauroient nuire (Ivi). [Tout ceci ne seroit pas sot, sil n'estoit impie.]

Mais si au lieu de colonies, on emploie de la milice, la dépense est bien plus grande, et consume tous les revenus de cet Etat en garnisons (Ivi). [Il n'a pas trop de tort.]

Et ce sont là ceux, qui lui peuvent nuire devantage, comme étant ennemis domestiques (Ivi). [Les ennemis domestiques son san doutte les plus dangereux.]

Le Prince, qui aquert une province, qui a des coûtumes diférentes de celles de son Etat, doit encore se faire chef et protecteur des voisins moins puissans, et s'étudier à afoiblir les plus puissans [Tout cela n'est pas sot, et i'en conois qui se sont bien trouvé pour l'avoir pratiqué.]: et sur tout empêcher absolument, qu'il n'entre dans céte Province quelque étranger aussi puissant que lui. Car il arive toujours, qu'il y en est mis quelqu'un par les mécontens de la Province, soit par ambition ou par peur. [Le mond n'est plus fait de la sorte.] Tèmoin les Romains, qui furent introduits dans la Grèce par les Etoliens, et qui, par tout ou ils mirent le piè, y furent toujours apellés par les Provinciaux (Ivi). [Comme les Suedois en Allemange.]

Aussi tôt qu'un étranger puissant entre dans une Provincie, tous ceux de la Provincie, qui sont moins puissans s'unissent volontier avec lui, par un motif de haine contre celui, qui étoit plus puissant qu'eux. [Cela arriva a la Suede en Alemagne.] Tout ce dont il a à se garder, est, qu'ils ne deviennent trop forts, et qu'ils ne prennent trop d'autorité. [Cela ne manque iamais.] Et, pour cet éfet, il doit emploier ses propres forces et les leurs à abaisser ceux qui sont puissans, pour demeurer, lui seul, arbitre de toute la Province. [Cela ce fait assé. Il a raison.] Et quiconque ne saura pas méttre cela en oeuvre, perdra bien tôt ce qu'il aura aquis, et n'aura point de repos tant qu'il le gardera (Ivi). [Nous austre Suedois savons bien pratique ausi.]

Les Romains firent ce que doivent faire tous les Princes sages, qui ont à pourvoir, non seulement aux maux présens, mais encore aux maux à venir. [Il a raison.] Car en les prévoiant de loin, il est aisé d'y remédier; au lieu que si l'on atend, qu'ils soient proches, le reméde n'est plus à tems, dautant que la maladie est devenüe incurable. Les médecins disent, que la fièvre étique est facile à guérir, et dificile à connoître [Comparaison admirable.]: au lieu que dans la suite du tems, elle devient facile à connoître et dificile à guérir, quand elle n'a pas été connüe, ni traitée dans son commencement. Il en est de même des afaires d'Etat. Si l'on connoit de loin les maux qui se forment (ce qui n'apartient qu'à l'homme prudent), on les guérit bien-tôt. [Tout consiste en ce prevoiance.] Mais si, faute de les avoir connus, ils viennent à croitre à un point qu'un chacun le connoisse il n'y a plus de reméde. Comme les Romains prévoioient de loin les inconvéniens, ils y remédiérent toujours si à propos, qu'ils n'eurent jamais besoin d'esquiver la guerre, sachant, que de la diférer, ce n'est point l'éviter, mais plutôt procurer l'avantage d'autrui. [Ce sont des verités qui ne suffre point de contradition.] Ils la firent donc à Filippes et à Antiocus en Grece, pour n'avoir pas à la faire avec eux en Italie. [Que ceci est beau et vrai.] Et quoiqu'ils pussent alors éviter l'une et l'autre guerre, ils ne le voulurent pas. Contraires en cela aux sages modernes, qui disent à tous propos, qu'il faut joüir du bien fait du tems: au lieu qu'eux aimaient mieux éxercer leur valeur et leur prudence. Car le tems aporte du changement à toutes choses, et peut amener le bien comme le mal, et le mal comme le bien (Ivi). [Voila la politique roiale et la seulle solide. — Verité incontestables.]

Loüis fut introduit en Italie par l'ambition des Vénitiens, qui vouloient, par ce moien, gagner la moitié de la Lombardie (Ivi). [Ie pense qu'ils on la mesme envie.]

Et ce fut alors que les Vénitiens purent s'apercevoir de la folie qu'ils avoient faite de rendre Loüis le maitre de deux tiers de l'Italie, pour aquerir seulement des villes en Lombardie (Ivi). [Elle estoit grande sen doutte.]

Aiant à craindre, les uns, le Pape, et les autres, Venise (Ivi). [Qui craint aujour d'hui le P. P.]

Il fit le contraire,...[815] sans s'apercevoir qu'il s'afoiblissoit lui même en perdant ses amis, et ceux qui s'étoient jétés entre ses bras; et qu'il agrandissoit le Pape, en lui laissant aquérir tant de temporel, avec le spirituel, qui rend déjà son autorité si grande (Ivi). [On corrige a present cette faute en France.]

Pour métre fin à l'ambition d'Aléxandre..., il falut, qu'il passât en Italie (Ivi). [Brave P. P.]

Pendant qu'il pouvoit laisser à Naples un Roi tributaire, il l'en chassa pour y en métre un, qui le pût chasser lui même (Ivi). [Ce roy tributaire auroit fait de mesme.]

Toutes les fois que les hommes peuvent s'agrandir, ils en sont loüés, ou du moins ils n'en sont pas blamés. [Cela est constant.] Mais quand ils ont le desir d'aquerir, sans en avoir les forces, c'est là qu'est l'erreur, et qu'ils sont dignes de blâme. [De mesme.] Si donc la France pouvoit ataquer Naples avec ses forces, elle le devoit faire, et si elle ne le pouvoit pas, elle ne devoit point partager ce Roiaume (Ivi). [Cela est bien remarqué.]

On ne doit jamais laisser ariver un désordre, pour fuir une guerre, parce qu'en éfet on ne la fait point, mais on la difére à son dommage (Ivi). [Maxime admirable.]

Ce Cardinal me disant que les Italiens n'entendoient rien au métier de la guerre, je lui répondis, qu'il paroissoit bien, que les François n'entendoient rien aux afaires-d'Etat, eux qui lassoient prendre un si grand accroissement au Pape (Ivi). [Il ne feront plus cette faute.]

L'expérience a montré que c'est la France, qui a fait le Pape et le Roi d'Espagne si puissans en Italie, et que ce sont eux, qui l'y ont ruinée. D'où je tire une conclusion générale, presque infaillible, que le Prince qui en rend un autre puissant se perd lui même (Ivi). [Cependant un prince catolique ne peut iamais devenir gran, si non en agrandissant l'Eglise avec lui.]

Alexandre-le-Grand étant devenu maitre de l'Asie en peu d'années (Chap. IV). [6 annés.]

Tous les Etats.... se trouvent gouvernés en deux manières diférentes, ou par un Prince absolu..., ou par un Prince et par les Grans du païs, qui ont part au Gouvernement (Ivi). [Ces grans son des chimeres.]

Ces Grans ont des Etats et des sujets particuliers, qui les reconnoissent pour leurs vrais Seigneurs, et ont une afection naturelle pour eux. Dans les Etats qui sont gouvernés par le Prince seul, le Prince a plus d'autorité, parce qu'il n'y a que lui dans toute l'étendue de son païs, qui soit reconnu pour maitre (Ivi). [Ces sorte d'estats son un espece des gallimations comme l'Allemange. — L'estats qui sont governes par un prince seul sont monarchiques et meillieur des gouvernements.]

Céte diférence de Gouvernement se voit aujourdhui entre la Turquie et la France. La Turquie est gouvernée par un seul Seigneur, tous les autres sont des Esclaves.... Au contraire la France a une multitude d'anciens Seigneurs, qui ont leur propres sujets et en sont aimés. Et le Roi ne leur sauroit ôter leurs prééminences sans risquer beaucoup. [Cette difference n'y est plus entre la Turquie et la France. Le gouvernement de la France est cellui de la Turchie, mais en miniature. — Il en verra à bout.] A bien considérer ces deux Etats, on verra, qu'il est trés-dificile d'aquerir celui du Turc, mais aussi qu'il seroit tres-facile de le conserver quand on l'auroit conquis. [La primière difficultè est grande, mais la seconde ne l'est gere moins.] Les dificultés de le conquérir consistent en ce que le conquérant ne sauroit être apellé par les Grans de l'Etat, ni espérer que la révolte de ceux qui sont dans le Ministère, lui facilite jamais la conquête (Ivi). [Il y en a d'austres difficultés qui ne son pas moindres.]

Ainsi quiconque veut ataquer les Turcs, doit s'atendre à les trouver unis, et plus espérer de ses propres forces que de leurs désordres. Mais si une fois ils étoient si bien défaits dans une bataille, qu'ils ne pussent remétre une armée sur pié, il n'y auroit plus rien à craindre que du coté de la famille du Prince, qu'il faudroit exterminer (Ivi). [Cela s'appel parler en grandt homme, et ie m'i suscris à son sentiment. — Cela n'arrivera pas aysement. — Je doutte si l'empire du monde vaut un tel prix.]

Il en est tout autrement des Etats gouvernés comme la France. [Cela est changée.] Il est aisé d'y entrer, en gagnant quelque Grand du Roiaume, parce qu'il se trouve toujours des mécontens et des broüillons. Ceux-la, dis-je, pour les raisons aléguées, te peuvent bien fraier le chemins à cet Etat, et t'en faciliter la conquête, mais tu trouves mille dificultés à le conserver (Ivi). [Je tiens la France ayse à conquerir et pas difficile à conserver, n'en depaise a gran politique.]

Il ne te sufit pas d'exterminer la race du Prince, parce que les Grans qui restent se font chefs de parti; [Ce seroit un grandt ouvrage.] et faute de les pouvoir contenter ou exterminer tous, tu perds cet Etat à la première occasion (Ivi). [L'un et l'austre sont impraticables.]

Pour les Etats gouvernés comme la France, il est impossible de les posseder si paisiblement. Têmoin les fréquentes revoltes des Espagnes, des Gaules et de la Gréce contre les Romains, qui venoient toutes de ce qu il y avoit quantités des Principautés dans ces Etats (Ivi). [Qui voudroit establir sa demeure en France apres l'avoir conquis, en viendroit aisement à bout.]

Tout cela bien considéré, l'on ne s'étonnera point de la facilité qu'eut Aléxandre à conserver l'Asie (Ivi). [On fai icy tort a nostre Alexandre.]

Si l'Etat conquis est acoutumé à la liberté et à ses loix, il y a trois moiens de la conserver. Le premier est de le ruiner. Le second, d'y aler demeurer. Le troisième, de lui laisser ses propres loix, à condition de paier un tribut (Chap. V). [Tout ces maximes ne sont pas infalibles.]

Le meilleur moien de conserver celles[816] qu'on a conquises est de les ruiner, etc. (Ivi). [C'est le pire et le plus cruel.]

Quand ce sont des Villes ou des Provinces acoutumées à vivre sous un Prince, et qu'il ne reste plus personne de son sang, comme d'un coté elles sont faites à obéir, et que de l'autre la maison de l'ancien Prince est éteinte, elles ne s'acordent pas entre elles à en faire un autre (Ivi). [Les nations acoutusmes à la monarchie ne peuve s'accommoder d'austre forme de gouvernement.]

Les Républiques ont plus de vie..., et le souvenir de l'ancienne liberté n'y sauroit mourir (Ivi). [Tout meurt en ce monde.]

Comme l'on ne peut pas tenir entiérement la même route, ni même ariver toujours à la perfection de ceux, que l'on imite, l'homme prudent doit toujours suivre les traces des plus excellents personages, afin que s'il ne les égale pas, ses actions aient du moins quelque ressemblance aux leurs, [La lesson est tres bonne.] faisant comme les bons tireurs, qui trouvant que le but est trop éloigné, et connoissant la vraie portée de leur arc, visent beaucoup plus haut, que n'est le but,... pour pouvoir frapper au but en le mirant ainsi. [Belle comparaison.] Je dis donc que le principautés nouvelles, et qui ont un nouveau Prince, sont plus ou moins dificiles à conserver, selon que ce Prince est plus ou moins habile. Or comme de particulier d'être devenu Prince, c'est une marque de valeur ou de bonheur, il semble, que l'un ou l'autre aide à surmonter beaucoup de dificultés (Chap. VI). [C'est en quoi consiste tout. — Pas tousiour. — C'est quelque fois le plus grandes malheurs.]

Celui qui s'est le moins fié à la fortune, s'est toujours maintenu plus longtems, [Il faut ny se fier ni desperer de la fortune.] et cela est encore plus facile a celui, qui, faute d'avoir d'autres Etats, est contraint d'aler demeurer dans sa nouvelle Principauté (Ivi). [Ce n'est pas un gran malheur qu'une telle contrainte.]

Et bien qu'il ne faille rien dire de Moïse, qui n'a fait qu'exécuter les choses que Dieu lui avait ordonnées, si est-ce qu'il merite d'être admiré, [Il merite sen doute l'admiration.] pour céte seule grace, qui le rendoit digne de parler avec Dieu. Mais pour Cirus et les autres, qui ont aquis ou fondé des Roiaumes, tout en est admirable. Et si l'on considére leurs actions, et leurs institutions particuliéres, elles se trouveront peu diférentes de celles de Moïse, qui avoit eu un si grand précepteur. [Tout est de Dieu, de quelque point qu'il vienne.] Et à bien examiner leur vie, il se verra que la fortune ne leur avoit fourni que l'ocasion, qui leur donna lieu d'ètablir la forme de Gouvernement qu'ils jugérent à propos. Et faute d'ocasion leur valeur eût été sans fruit, et faute de valeur l'occasion se fut perdüe (Ivi). [Que cecy est dit divinement.]

Il n'y a point d'entreprise plus dificile, plus douteuse, ni plus dangereuse, que celle de vouloir introduire de nouvelles loix. [Cela est vrai.] Parce que l'auteur a pour ennemis tous ceux, qui se trouvent bien des anciennes, et pour tiédes défenseurs ceux même à qui les nouvelles tourneraient à profit. [Que tout ceci est bien dit.] Et céte tiédeur vient en partie de la peur qu'ils ont de leurs adversaires,... en partie de l'incredulité des hommes qui n'ont jamais bonne opinion des nouveaux établissemens, qu'après en avoir fait une longue expérience (Ivi). [Il on quelque raison.]

Il est besoin.... de voir, si ces législateurs se soutiennent d'eux mémes, où s'ils dépendent d'autrui, c'est-à-dire, si pour conduire leur entreprise, il faut qu'ils prient, et en ce cas ils échoüent toujours; ou s'il peuvent se faire obéir par force, et pour lors ils ne manquent presque jamais de réüssir. De là vient, que tous le Princes que j'ai nommés, ont vaincu aiant les armes à la main, et ont péri étant désarmés (Ivi). [Ha que cela est bien dit. — La force est l'unique segret de faire tout reusir. — S'est l'unique segret.]

Il est aisé de leur persuader[817] une chose, mais il est dificile de les entretenir dans céte persuasion. Il faut donc métre si bon ordre, que lors qu'ils ne croient plus, on leur puisse faire croire par force. [On ne peut faire croire les gens par force, mais on peut les forcer d'en faire le semblent, et c'est asse.] Moïse, Cirus, Tesée et Romulus, n'eussent jamais pû faire observer longtems leurs loix, s'ils eussent été désarmés (Ivi). [C'est là le gran miracle de la religion christienne.]

Quiconque lira la Bible de sens rassis, dit Machiavel.... verra que Moïse, pour rendre ses loix inviolables, fut forcé de faire mourir une infinité d'hommes qui par envie s'oposaient à ses desseins (Ivi, in nota). [C'estoit un malheur.]

Moise.... dit ces paroles: Et occidat unusquisque fratrem et amicum et proximum suum (Nella stessa nota). [Que terrible commandement.]

Ces sortes de gens rencontrent d'abord de grans obstacles, et même de grans dangers sur leur route, et il leur faut un grand courage pour les surmonter. [Tout cela est infalible.] Mais aussi, quand ils l'ont fait, et qu'ils commencent d'être en vénération par la mort de leurs envieux, ils deviennent puissans, hureux et respectés (Chap. VI). [Il faut savoir thrionfer de l'envie sen faire mourir les envieux. Ce seroit leur faire trop d'honeur.]

A ces grans éxemples, j'en veux ajouter un moindre.... C'est celui d'Hiéron, qui de particulier devint Prince de Siracuse, sans en devoir autre chose à la Fortune que l'occasion (Ivi). [Cet lui devoir beaucoup.]

Les écrivains, qui ont parlé de lui,[818] disent que, dans sa fortune privée, il ne lui manquoit rien pour regner qu'un Roiaume (Ivi). [Cet un gran et beau defaux.]

Il quita ses anciens amis, et en fit de nouveaux, [Ce de quoi ie ne le louerai pas.] et aprés qu'il se fut fait des amis et des soldats entiérement dévoués à lui, il lui fut aisé de batir sur ces fondemens. Si bien qu'il eut beaucoup de peine à aquérir, mais peu à conserver (Ivi). [Il est bien fait de faire des nouveaux amis sen faire tort aux anciens. — C'est la dificulté.]

Comme ceux qui de particuliers deviennent Princes seulement par bonheur, ont peu de peine à le devenir, ils en ont beaucoup à se maintenir.... Or ces Princes sont ceux à qui un Etat est donné, [On peut pour la gloire donner les Estats, mais on les donne guere pour sa seureté, et cest y pourvoir que de le donner.] ou pour de l'argent ou en pure grace, tels qu'étoient ceux que fit Darius pour sa sûreté et pour sa gloire, en divers endroits de la Gréce et de l'Hellespont; et ces Empereurs, qui de particuliers parvenoient à l'Empire par la faveur des soldats corrompus. [Ils n'estoit pas touiour corrompus.] Ceux-cy ne se maintiennent que par la volonté et la fortune de ceux qui les ont agrandis. [Cela n'est pas seur.] Or ce sont deux choses très-sujètes à changement (Chap. VII).

Si ce n'est pas un homme de grand esprit, comment saura-t-il commander, aiant toujours vécu dans une fortune privée (Ivi). [Il est san doutte asse difficile.]

Il en est des Etats, qui naissent tout à coup, comme de toutes les autres choses, qui naissent et qui croissent subitament. Ils ne peuvent avoir de si fortes racines.... que la première adversité ne les ruine, [Tout cela est vrai.] si ceux, qui sont devenus subitement Princes, de la maniére que j'ai dit, ne sont assés habiles, pour trouver d'abord les moiens de conserver ce que la fortune leur a mis entre les mains (Ivi). [Il vaut mieux dire asse heureux. On est touiour habile pourveu qu'on soit heureux.]

Je veux raporter deux éxemples.... L'un est de François Sforce, qui d'homme privé devint Duc de Milan par sa grande habiléte, et conserva sans peine, ce qui lui en avoit tant couté à aquerir. [Habilité et la fortune doivent est[re] d'accort ou on ne fait rien qui vallie.] L'autre est de César Borgia,... qui aquit un Etat par la fortune de son Pére, et le perdit aussi tôt que son Pére fut mort, quoiqu'il eût fait tout ce qu'un homme habile et prudent devoit faire pour s'enraciner dans un Etat, qu'il tenoit de la fortune d'autrui. [Cet exemple prouve ce qui a esté dit icy desus.] Car celui, qui n'a pas jeté les fondemens, avant que d'être Prince, y peut supléer par une grande adresse, aprés l'être devenu (Ivi). [Sans la fortune on ne fait rien qui vallie.]

Il jugea[819] si bien des intentions de la France, qu'il résolut de ne plus dépendre de la Fortune, ni des armes d'autrui (Ivi). [Ce l'unique parti que doit prendre tout homme qui a de l'esprit et du coeur.]

Mais aprés qu'il eut rétabli ses afaires, bien loin de se fier, ni à eux, ni aux autres étrangers, à la discrétion de qui il ne vouloit plus être, il mit tout son esprit à les tromper (Ivi). [Le parti qu'il prist estoit scelerat. Il y a des voyes plus nobles et plus seures pour venir à bout de se passer d'autrui.]

Nec unquam satis fida potentia ubi nimia est, dit Tacite (Ivi, in nota). [Nunquam fida nisi nimia.]

Il[820] s'avisa un matin de faire pourfendre Remiro, et de faire exposer sur la place de Cesene les piéces de son corps,... [Action indigne.] pour montrer au peuple que les cruautés commises ne venoient point de lui, mais du naturel violent de son ministre. Ce qui en éfet surprit, et contenta tout ensemble les esprits (Chap. VII). [Meschante maxime, de contenter le peuple par le sacrifice des ministres.]

C'est l'ordinaire des Princes de sacrifier tôt ou tard les instruments de leur cruauté (Ivi, in nota). [Mechante maxime.]

Comme il avoit à craindre, qu'un nouveau Pape ne voulût lui ôter ce qu'Alexandre lui avoit donné, il tâcha d'y obvier par quatre moiens: 1. En exterminant toute la race des Seigneurs, qu'il avoit dépouillés...; 4. En se rendant si grand Seigneur avant que le Pape mourût, qu'il pût de lui même résister à un premier assaut (Chap. VII). [Le dernier estoit le plus seur.]

Il y a du danger à laisser la vie à ceux que l'on a dépouillés. Periculum ex misericordia... (Ivi, in nota). [Cette hydre ne s'esteint iamais.]

Et si cela eût réussi, comme il fût arivé sans doute l'année même qu'Alexandre mourut, il devenoit si puissant et si acrédité, qu'il eût pû se soutenir lui même, sans dépendre nullement d'autrui (Chap. VII). [C'est l'unique segret; quant il ne suffit pas, rien ne suffit.]

Or il étoit si brave et si habile à connoitre, quand il faloit gagner ou ruiner les hommes; [Grandes qualités.] et les fondemens qu'il avoit jetés en si peu des tems étoient si bons, que, s'il eût été en santé ou qu'il n'eût pas eu deux puissantes armées à dos, il eût surmonter toutes les dificultés (Ivi). [Je n'en doute pas.]

Bien que les Baglioni, les Vitelli et les Ursins fussent venus à Rome, ils n'y purent rien faire contre lui, tout moribond qu'il étoit. Et s'il ne pût pas faire élire le Pape celui qu'il vouloit, du moins il fit exclure ceux qu'il ne vouloit pas (Ivi). [C'estoit bien assé pour un moribond.]

Tout cela bien considéré, je ne sai que reprendre dans le conduite du Duc (Ivi). [Sa mechanceté et sa cruautè: tout le reste estoit admirable.]

Aiant un grand courage et de grans desseins, il ne se pouroit pas gouverner autrement. Car ses projets n'ont échoüé que par sa maladie et par la briéveté du Pontificat d'Aléxandre. [Il n'y a poin de grandeur ny de fortune qui merite d'estre achetè aux prix des crimes, et on n'est jamais ny grands ny heureux a ce prix. — Les méchants jouisse rarement de leur mechancete.] C'est pourquoi le nouveau Prince, qui veut s'assurer de ses ennemis, se faire des amis, vaincre par la force ou par la ruse, étre aimé et craint des peuples, respectè et obéi des soldats, se défaire de ceux qui peuvent ou qui doivent lui nuire, introduire de nouveaux usages, étre grave et sevére, magnanime et libéral, détruire une milice infidéle et en faire une à sa mode, entretenir l'amitié et l'estime des Princes...; [Tout cela se tait mieux par la vertu que par le crime.] celui là, dis-je, ne sauroit trouver dex éxemples plus récens que les actions du Valentinois. Tout ce qu'on lui peut reprocher est les mauvais choix qu'il fit en la personne de Jules II. [Machiavelli se trompe.] Car s'il ne pouvoit pas faire un Pape à sa mode, il étoit maitre de l'exclusion de tous ceux qu'il ne vouloit point. Or il ne devoit jamais consentir à l'éxaltation des Cardinaux, qu'il avoit ofensés, ou qui, devenant Papes, avoient lieu de le craindre (Ivi). [C'est sur tout dans l'election des Papes que Dieu se moque de la prudence humaine.]

Tant se trompent ceux, qui croient que les bienfaits nouveaux font oublier aux Grans les anciennes ofenses (Ivi, in nota). [Maxime veritable.]

Les bienfaits ne pénétrent jamais si avant que les injures, parce que la reconnaissance se fait à nos dépens, et la vangeance aux dépense des ceux que nous haïsson. [Conter sur la reconoissance des hommes cest conter sur un fon perdu.] Tanto proclivius est injuriae quam beneficio vicem exolvere, quia gratia oneri, ultio in quaestu habetur (Ivi). [Sentiment de ames basses.]

Agatoclés, sicilien,... fut scélérat dans tous les divers Etats de sa fortune, mais toujours homme de coeur et d'esprit (Chap. VIII). [On est rarement scelerat avec de l'esprit et du coeur.]

Véritablement, on ne peut pas dire, que ce soit vertu de tuer ses citoiens, de trahir ses amis, d'être sans foi, sans religion, sans humanité, moiens qui peuvent bien faire aquérir un Empire mais non une vraie gloire. [Cela est bien dit et tres veritable.] Mais si je considére l'intrépidité d'Agatoclés dans les dangers, et sa costance invincible dans les adversités, je ne vois pas qu'il doive être estimé inférieur à pas un de plus grans capitaines, quoique d'ailleurs il ne mérite pas de tenir rang parmi les grans hommes, vû ses cruautés horribles et mille autres crimes. [Tout est très bien dit.] On ne peut pas donc atribuer à la fortune, ni à la vertu des choses, qu'il a faites sans l'une et sans l'autre (Ivi). [Au contraire tout ces crimes n'enpecherent pas quil n'eust et de vertu et de la fortune. On ne fait rien sen eux.]

Il fit un féstin solennel[821] où il invita Fogliani et tous les premiers de la ville, puis à la fin du repas,... il ouvrit à dessin un entretien sérieux.... Et quand il vit son oncle et les autres conviés entrer en raisonnement, il se leva en sursaut.... [Mechante et indigne action.] et entra avec eux dans une chambre, où étoient cachés des soldats, qui les égorgèrent tous (Ivi).

Il eût eté aussi dificile de le détroner,[822] qu'Agatoclés, si au bout d'un an il ne se fut pas laissè tromper par le Valentinois, qui le prit avec les Ursins à Sinigaille, où il fut étranglé avec Oliverotto son maitre de guerre et de scélératesse (Ivi). [Quel horrer. — Dieu punit le mechant par le mechant.]

Je crois, que cela vient du bon ou mauvais usage, que l'on fait de la cruauté. [Cela n'est pas mal dit.] On la peut apeller bien emploiée, s'il est jamais permis de dire, qu'un mal est un bien, quand elle ne se fait qu'une fois, et encore par nécessité de se métre en sûreté; et qu'elle tourne enfin au bien des sujets. Elle est mal exercée, quand on l'augmente dans la suite du tems, au lieu de la faire entiérement cesser (Ivi). [Il y a sen doutte des maux qui ne se gerisse que par le sang et par le feu. En la politique comme dans la chirurgie les pitoiables chirugin ne guerisse pas les playes, il tuent les malades.]

L'usurpateur d'un Etat doit faire toutes ses cruautés à la fois, pour n'avoir pas à les recommencer tous les jours et pouvoir s'assurer et gagner les esprits par des bienfaits. [Tout ce qui se fait par timidité est mal fait.] Le Prince, qui fait autrement, par timidité, ou par mauvais conseil, est forcé de tenir toujours le couteau en main (Ivi).

Ainsi, le mal se doit faire tout à la fois, afin que ceux à qui on le fait, n'aient pas le temps de le savourer. [Il se trompe.] Au contraire, les bienfaits se doivent faire peu à peu, afin qu'on les savoure mieux. Enfin le Prince doit vivre de telle sort avec ses sujets, que nul accident, bon ou mauvais, ne le puisse faire varier. [Il faut se faire craindre et aimer, cet le seul segret.] Car quand la nécessité te presse, tu n'est plus à tems de te vanger, et le bien que tu fais, ne te sert de rien, parceque l'on ne t'en sait point de gré, persuadé que l'on est que tu y es forcé (Ivi). [Punir et recompenser bien, mais punir avec regret, et recompenser avec ioye. — On peut se venger touiour.]

Comme fit Auguste, qui posito Triumviri nomine, militem donis, populum annona, cunctos dulcedine otii pellexit.... et quae Triumviratu gesserat, abolevit (Ivi, in nota). [Les hommes oublie rarement les offence, mais ils oublie aysement les bienfaits.]

Lorsqu'un citoien devient Prince de sa patrie.... par la faveur des ses concitoiens, (ce qui se peut appeller principauté civile) pour y parvenir, il ne lui faut ni un mérite, ni un bonheur extraordinaire, mais seulement une finesse heureuse (Chap. IX). [Il se trompe.]

Au dire de Tacite, l'avarice et l'insolence sont les vices ordinaires des Grans. Avaritiam et arrogantiam praecipua validiorum vitia (Ivi, in nota). [L'arogance est plus tost les vices des malheureux, quant il on du coeur, les grans coeur ye son iamais insolens dans la bonne fortune.]

La Principauté est introduite par le peuple ou par les Grans (Chap. IX). [Souvent par tout les deux.]

On ne peut pas honnêtement, ni sans faire tort à autrui, contenter les Grans, mais bien le peuple, qui est plus reasonable que les Grans (Ivi). [On ne contente iamais les hommes. — C'est de quoi on peut doutter.]

Tôt au tard il faut toujours gagner l'afection du peuple, sans la quelle on ne sauroit être en sûreté (Ivi, in nota). [Il a raison.]

Le Prince ne se sauroit jamais assurer d'un peuple ennemi, aiant a faire à trop de têtes, au-lieu qu'y aiant peu de Grans il est facil d'en venir ci bout. [Il n ya pas d'austre segret que d'estre le plus fort et le plus alert.] Tout le pis qu'un Prince puisse atendre d'un peuple ennemi, est d'en être abandonné. Mais il n'a pas seulement cela à craindre des Grans, les aiant pour ennemis, mais encore qu'ils ne viennent fondre sur lui, dautant qu'aiant plus de pénétration d'esprit, ils anticipent toujours, pour se métre en sûreté, et cherchent à gagner l'afection de celui, qu'ils espérent qui vaincra. [Il ne raisonne pas trop mal.] Enfin, c'est une nécessité, que le Prince vive toujours avec le même peuple, mais non pas avec le mêmes Grans, lesquels il peut acréditer ou décréditer, conserver ou détruire, quand il lui plait (Chap. IX).

Ceux, qui s'atachent entiérement à la fortune du Prince, doivent être honorés et aimés, pourvu qu'il ne soient point gens de rapine. [Document tres utile.] Ceux qui ne s'obligent pas au Prince, le font manque de courage ou par finesse. [Le bon conseil n'est jamais timide.] Si c'est par crainte, c'est alors que tu te dois servir d'eux, et sur tout de ceux, qui sont de bon conseil, parceque tu t'en fais honneur dans la prospérité, et que tu n'as rien à craindre d'eux dans l'adversité. [Cela n'est pas mal dit.] Mais si c'est par ménagement, et par ambition, c'est signe, qu'ils pensent plus à eux qu'a toi (Ivi). [Quelque sot en douteroit.]

Un Valerius Flaccus Festus qui parloit en faveur de Vitellius, dans ses letres, et donnoit à Vespasien des avis secrets de ce qui se passoit, pour se faire un mérite auprès de l'un et de l'autre, et avoir toujours pour ami celui qui resteroit Empereur, devint justement suspect à tous les deux (Ivi, in nota). [Cette infame conduite se pratique plus que iamais. Mais elle a tousiour le mesme succes.]

Comme les hommes, quand ils reçoivent du bien de celui, de qui ils n'atendoient que du mal, en deviennent plus obligés à leur bienfaiteur, le Prince devient plus agréable au peuple que s'il tenoit de lui sa Principauté (Chap. IX). [Il faut estre generalement bien faisant a tout le monde et ne faire du mal que par une nécessité indispensable.]

Un Prince a besoin de l'amitié du peuple, faute de quoi il n'a point de ressource dans l'adversité (Ivi). [Mechante resource.]

Et que l'on ne m'objecte point le commun proverbe, qui dit, que de faire fond sur le peuple, c'est bâtir sur la boüe (Ivi). [Bien dit.]

L'afection du peuple, se perd aussi aisément qu'elle se gagne (Ivi, in nota). [Sentence d'or.]

Lors que c'est un Prince, qui sait commander, et qui ne manque point de coeur dans l'adversité, ni de ce qu'il faut pour entretenir l'esprit du peuple, il ne se trouvera jamais mal d'avoir fait fond sur son afection. [Grandes paroles et un beau raisonnement.] D'ordinaire, les Principautés civiles périclitent, quand il s'agit d'établir une domination absolüe. [Cela est sujet à con[di]tion, et n'est iamais vrai si non quant on est le plus fort et que l'on veillie l'estre.] Car ses Princes commandent par eux-mêmes, ou par des Magistrats. Si c'est par autrui, le danger est plus grand, dautant qu'ils dépendent de la volonté des citoiens (Chap. IX). [Il raison asse bien.]

L'afection du peuple, ajoute-t-il (Machiavel) se perd aussi aisement qu'elle se gagne (Ivi, in nota). [Sentence d'or.]

Et alors le Prince n'est plus à tems de se rendre maitre absolu, parcequ'il ne sait à qui se fier (Chap. IX). [Il faut ne se fier a soi mesme.]

Alors un chacun court, un chacun promet, un chacun veut mourir pour lui parce que la mort est éloignée (Ivi). [Belle parole.]

L'experience est d'autant-plus dangereuse, qu'on ne la peut faire qu'une fois. [Bonne maxime.] Ainsi, un Prince sage doit faire en sorte, que ses sujets aient besoin de lui en tout tems moiennant quoi il lui seront toujours fidèles (Ivi). [En ce monde on ne peut se passer les uns des autres. Il faut rarement se fie a personne, mais il faut souvent faire semblent de s'y fier.]

Il est bon d'éxaminer la qualité du Prince, c'est à dire, s'il a un si grand état, qu'il puisse de lui même se soutenir dans le besoin, ou bien, s'il ne sauroit se passer de I'assistence d'autrui (Chap. X). [Malheur a ceux qui on besoin d'autrui.]

Ceux-là peuvent se soutenir d'eux mêmes, qui ont assés d'hommes ou d'argent, pour métre une bonne armée sus pié, et donner bataille à qui que ce soit qui les vienne assaillir. [Il n'y a pas d'austre segret que celui là.] Au contraire ceux-là ont toujours besoin d'autrui, qui sont contraints de se tenir enfermés dans leurs villes, faute de pouvoir paroitre en campagne (Ivi). [Quan cela, on est perdu.]

Le villes d'Alemagne.... n'obéissent qu'à leur mode à l'Empereur, qu'elles ne craignent point, ni pas-un autre voisin puissant (Ivi). [Cela est fort changé.]

Comme elles ont toutes de fortes murailles, de grans fossés,... un chacun voit, que les siéges de ces villes seroit long et pénible (Ivi). [Elle son venales.]

Les choses du monde sont si sujétes au changement, qu'il est presque impossible de tenir, un an durant, le siége devant une place (Ivi). [Quelle place durera tant, si elle est attaqué comme il faut, sen estre secourue.]

C'est la coutume des hommes d'aimer autant pour le bien qu'ils font, que pour celui qu'ils reçoivent (Ivi). [Il n'a pas tort.]

Agricola renouvelloit tous les ans les garnisons et les munitions des places, afin qu'elles pussent soutenir un long siége (Ivi, in nota). [Il y a du pour et du contre.]

Il ne me reste plus à parler, que des Principautés Eclésiastiques, qui sont dificiles à aquerir, mais faciles à conserver, parcequ'elles sont apuiées sur de vieilles coutumes des religion, qui sont toutes si puissantes, que de quelque maniére qu'on se gouverne, l'on s'y maintient toujours. [Plus tan.] Il ri y a que ces Princes, qui ont un Etat, et qui ne le défendent point; qui ont des sujets, et qui ne les gouvernent point. [Tout les prince d'aujourdhui son ecclesiastiques a ce propos.] Il n'y a qu'eux, qui ne sons point depoüillés de leurs Etats, quoiqu'ils les laissent sans défense, et qui ont des sujets, qui n'ont ni la pensée, ni le pourvoir de s'aliéner d'eux. [Toutte l'Italie est dans cet estat, et un grande partie de l'Europe.] Ce sont donc là les seules Principautés assurées et hureuses. [Peut on [e]stre plus malheureux que le son le peuples de l'Estat ecclésiastique sous Inn. XI.] Mais comme elles sont régies et soutenües par des causes supérieures, où l'esprit humain ne sauroit ateindre, ce seroit présomption et témérité à moi d'en discourir. [Il a raison.] Néammoins, si quelqu'un me demande, d'où vient que l'Eglise est devenüe si puissante dans le temporel, qu'un roi de France en tremble aujourdhui, et qu'elle l'a pu chasser de l'Italie, et ruiner les Venitiens; [Ce temps est passé.] au lieu qu'avant le Pontificat d'Aléxandre, [On le feroit enco[re] il suffiroit de vouloir. — Alexandre VI estoit un gran Pape quoy que l'on dise.] non seulement le Potentats d'Italie, mais même les moindres barons et seigneurs Italiens la craignoient peu à l'egard du Temporel; il ne me paroit pas inutile de le remémorer.... Avant que Charles, Roi de France passât en Italie, céte province étoit sous l'empire du Pape, des Venitiens, du Roi de Naples, du Duc de Milan et des Florentins. Ces Potentats avoient deux principaux soucis, l'un d'empêcher, que les armes étrangères n'entrassent en Italie, l'autre, que pas-un d'eux ne s'agrandit davantage (Chap. XI). [A presen on ne craint plus ni le temporel ny le spirituel. — Trop de maistres. — Ce soins estoit bien fondé. — Celà ne se pouvoit à la longe.]

Pour humilier le Pape, l'on se servoit des barons Romains, qui étant partagés en deux factions, les Ursins et les Colonnes, [A present on ne se sert que de lui mesme.] avoient toujours les armes à la main, pour vanger leurs queréles, jusque sous les yeux du Pape, ce qui enervoit le Pontificat (Ivi). [Si Machiavel estoit vivant, que diroit il a present.]

Une dixaine d'années, que vivoit un Pape, sufisoit à peine, pour abaisser l'une des factions.... [Il raisonne bien.] Cela faisoit que les forces temporelles du Pape étoient méprisées en Italie. Il vint enfin un Alexandre VI, qui montra mieux que tous ses prédécesseurs ce qu'un Pape est capable de faire avec de l'argent ed des armes. Témoin tout ce que j'ai dit qu'il fit par le moien du Duc de Valentinois, et des François (Ivi). [On peut doutter s'il ont jamais ésté plus méprisés qu'a present. — Que ne peut faire un Pape, qui [a] du savoir faire avec de l'argent et des armes. — Il fist san doutte des grandes choses avec des instruments et moiens detestables.]

Jules, successeur d'Alexandre, trouvant.... un chemin ouvert aux moiens de tesauriser (de quoi nul Pape ne s'étoit encore avisé avant Aléxandre)..., [Je n'en croi rien.] non seulement il suivit ces traces, mais enchérissant même per dessus, il se mit en tête d'aquérir Bologne, de ruiner le Vénitiens, et de chasser les François de l'Italie. [Brave Pape.] Ce qui lui réüssit avec d'autant plus de gloire, qu'il fit tout cela, pour agrandir l'Eglise, et non pour avancer les siens. [Cet la le vray devoir des Papes.] Il laissa les Ursins et les Colonnes au même état qu'il les trouva, et bien qu'il y eût quelque sujet d'altération entre eux, néanmoins deux choses les retinret dans le devoir, l'une la grandeur de l'Eglise qui les abaissoit, l'autre de n'avoir point de Cardinaux de leur maison (Ivi). [C'est le segret.]

Ainsi, Léon X a trouvé le Pontificat à un très-haut degré de puissance: et il y a lieu d'espérer, que comme Aléxandre et Jules l'ont agrandi par les armes, il le rendra encore plus grand, et plus vénérable par sa bonté, et par mille autres bonnes qualités, dont il est doüé (Ivi). [C'est les segrets.]

[ INDICE DEL SECONDO VOLUME]

Avvertenza Pag. [VII]
[LIBRO PRIMO]
Cap.
IX Il Secolo di Giulio II. — Le Belle Arti. — Leonardo. — Michelangelo. — Raffaello. — La nuova letteratura. — Lodovico Ariosto. — Gli scritti giovanili di Francesco Guicciardini [1]
X Il Machiavelli provvede all'ordinamento della Milizia. — Sua gita a Siena. — Condizioni generali dell'Europa. — Massimiliano s'apparecchia a venire in Italia, per prendere la corona imperiale. — Legazione all'Imperatore. — Scritti sulla Germania e sulla Francia [51]
XI Nuovo guasto alle campagne pisane. — Trattative con la Francia e con la Spagna. — Pisa è stretta da ogni lato. — Il Machiavelli va a Piombino per trattare della resa. — Pisa s'arrende ed è occupata dai Fiorentini [91]
XII La lega di Cambray e la battaglia d'Agnadello. — Umiliazione di Venezia. — Legazione a Mantova. — Decennale Secondo. — Piccole contrarietà del Machiavelli. — Il Papa alleato di Venezia, nemico della Francia. — Ricomincia la guerra. — Terza legazione in Francia [107]
XIII Gli avversarî dei Soderini prendono animo. — Il Cardinale de' Medici acquista favore. — Il Soderini rende conto della sua amministrazione. — Congiura di Prinzivalle della Stufa. — Presa della Mirandola. — Concilio di Pisa. — Commissione a Pisa. — Quarta legazione in Francia [134]
XIV La battaglia di Ravenna. — I Francesi si ritirano. — Pericoli della Repubblica. — Il Machiavelli provvede alla difesa. — Ordinanza a cavallo. — Gli Spagnuoli prendono e saccheggiano Prato. — Tumulto in Firenze a favore dei Medici. — Il gonfaloniere Soderini è deposto, e lascia la Città [156]
XV Ritorno dei Medici in Firenze. — Nuova forma di governo. — Persecuzioni. — Scritti del Machiavelli ai Medici. — È deposto da tutti gli uffici. — Morte di Giulio II. — Elezione di Leone X. — Congiura e morte di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi. — Il Machiavelli è accusato d'aver preso parte alla congiura. — Messo in carcere dove riceve alcuni tratti di fune, è poi liberato. — Suoi sonetti [179]
XVI Governo dei Medici in Firenze. — Strettezze del Machiavelli. — Sua corrispondenza epistolare con Francesco Vettori [205]
[LIBRO SECONDO]
Dal ritorno alla vita privata ed agli studi sino alla morte del Machiavelli
(1513-1527)
I Gli scrittori politici nel Medio Evo. — Scuola guelfa e scuola ghibellina. — San Tommaso d'Aquino ed Egidio Colonna. — Dante Alighieri e Marsilio da Padova. — Il secolo XV. — Il Savonarola e il suo libro sul governo di Firenze. — Gli eruditi ed i loro scritti politici. — Gli ambasciatori italiani e le loro legazioni. — Francesco Guicciardini. — Sua legazione nella Spagna, suoi discorsi politici, suo trattato Del Reggimento di Firenze [233]
II Il Principe e i Discorsi. — La Riforma religiosa ed il nuovo Stato. — Paganesimo del Machiavelli. — Sua fede repubblicana. — Il Machiavelli ed Aristotele. — Lo Stato secondo il Machiavelli. — Suo metodo. — La Scienza politica in Grecia e nel Rinascimento. — I Discorsi [270]
III Critica dei Discorsi. — Le Considerazioni del Guicciardini su di essi [323]
IV Il Principe [362]
V I critici del Principe. — I contemporanei. — I Fiorentini dopo il 1530. — I difensori della Chiesa. — I gesuiti. — Carlo V e gli uomini di Stato. — I protestanti. — Cristina di Svezia, Federico di Prussia, Napoleone I, il principe di Metternich. — I filosofi ed i nuovi critici. — Il Ranke ed il Leo. — Il Macaulay. — Il Gervinus ed altri. — Il De Sanctis. — Il Baumgarten [413]
[APPENDICE DI DOCUMENTI]
Doc.
I Lettere al Machiavelli, scritte da commissari e da amici negli anni 1507-1509 [499]
1. Lettera del Commissario Alessandro Nasi. — 30 luglio 1507 [ivi]
2. Lettera del Commissario Filippo Casavecchia. — 30 luglio 1507 [500]
3. Lettera di B. Buonaccorsi. — 20 febbraio 1509 [502]
4. Lettera di B. Buonaccorsi. — 21 febbraio 1509 [504]
II Lettere dei Nove della Milizia [506]
1. Al Vicario di Pescia, Berto da Filicaia. — 2 giugno 1507 [ivi]
2. Ad Agnolo da Ceterna. — 31 luglio 1507 [507]
3. A Giovencho de' Medici, potestà di Prato. — 3 novembre 1507 [508]
III Lettera dei Dieci a Giovanbattista Bartolini. — 27 novembre 1506 [ivi]
IV Lettera di Niccolò degli Alberti, Capitano e Commissario ai Signori. — Arezzo, 16 luglio 1507 [509]
V 1. Lettera di don Michele Coreglia al Machiavelli. — Firenzuola, 15 settembre 1508 [510]
2. Lettera di Pietro Corella al Machiavelli. — Pisa [516]
VI 1. Lettera del Commissario Filippo Casavecchia al Machiavelli. — Barga, 17 giugno 1509 [520]
2. Lettera di A. Salviati al Machiavelli. — Pisa, 4 ottobre 1509 [522]
VII Lettere di amici al Machiavelli, scritte negli anni 1509-1510 [523]
1. Lettera di B. Buonaccorsi al Machiavelli. — Firenze, 20 novembre 1509 [ivi]
2. Lettera di B. Buonaccorsi al Machiavelli. — Firenze, 30 novembre 1509 [524]
3. Lettera di Francesco del Nero al Machiavelli. — Firenze, 22 novembre 1509 [525]
VIII 1. Lettera del Gonfaloniere Pietro Soderini al Machiavelli. — Firenze, 27 giugno 1510 [527]
2. Lettera di Francesco Vettori al Machiavelli. — Firenze, 3 agosto 1510 [529]
IX Lettera di un amico a Niccolò Machiavelli. — Firenze, 29 agosto 1510 [531]
X 1. Lettera di Antonio della Valle al Machiavelli. — Firenze, 5 agosto 1510 [533]
2. Lettera di Roberto Acciaiuoli al Machiavelli. — Blois, 10 ottobre 1510 [538]
XI Lettera di Biagio Bonaccorsi a Niccolò Machiavelli. — Firenze, 22 agosto 1510 [539]
XII Sentenza degli Otto di Guardia e Balia contro Filippo Strozzi, per aver preso in moglie Clarice figlia di Piero de' Medici, ribelle [ivi]
XIII Niccolò Machiavelli disdice ai Senesi una tregua fatta con loro dai Fiorentini [543]
XIV Una lettera di papa Giulio II (7 settembre 1511) ed una dell'imperatore Massimiliano I (27 settembre 1511) intorno al Concilio di Pisa [546]
XV Lettere del cardinal Giovanni e di Giuliano de' Medici, sul sacco di Prato e sul ritorno dei Medici in Firenze nel 1512 [548]
1. Lettera del cardinal Giovanni de' Medici al Papa. — Dal campo presso Prato, 29 agosto 1512 [ivi]
2. Lettera del cardinal Giovanni e di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Prato, 31 agosto 1512 [549]
XVI Lettera di Bernardo da Bibbiena a Piero suo fratello in Venezia. — Roma, 6 settembre 1512 [550]
XVII Lettera del cardinal Giovanni de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 16 settembre 1512 [552]
XVIII Lettera di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 19 febbraio 1513 [553]
XIX Lettera di Giuliano de' Medici a Piero da Bibbiena in Venezia. — Firenze, 7 marzo 1513 [555]
XX Bando degli Otto contro Niccolò Machiavelli [556]
XXI Lettere scritte da Francesco Vettori in Roma al Machiavelli in Firenze o in villa, dal novembre 1513 al gennaio 1515 [557]
XXII Si epiloga la disputa sollevata intorno all'ipotesi che il Machiavelli conoscesse il greco, rispondendo alle ultime osservazioni fatte per sostenere questa ipotesi [575]
XXIII Alcune osservazioni di Bongianni Guicciardini sul capitolo 25, lib. I, dei Discorsi del Machiavelli [588]
XXIV Annotazioni autografe di Cristina di Svezia ad una traduzione francese del Principe di Niccolò Machiavelli [593]