NOTE:

[1]. Gino Capponi, in uno de' suoi Pensieri, osservando che l'America doveva aver nome da Cristoforo Colombo, e lo ebbe invece da Amerigo Vespucci; il secolo XVI da Giulio II, e lo ebbe da Leone X, conclude: «Coloro cui spettava l'onore secondo presero il primo; due Fiorentini lo tolsero a due Genovesi.» Scritti editi ed inediti. Firenze, Barbèra, 1877, vol. II, pag. 452.

Un altro moderno scrive: «Als den Gründer des Kirchenstaates betrachtet ihn (Julius II) der politische Geschichtschreiber, als den wahren Papst der Renaissance preist ihn der Kunsthistoriker, und gibt ihm zugleich den Ruhmestitel zurück, welchen unbilliger Weise sein Nachfolger Leo X an sich gerissen hatte. Das Zeitalter Julius' II ist das Heldenalter der italienischen Kunst.» A. Springer, Raffael und Michelangelo, pag. 101. Leipzig, Seemann, 1877-78. Questa è una delle migliori opere scritte recentemente sui due grandi artisti e sull'arte italiana nel secolo XVI. — Il Creighton, History of the Papacy, vol. IV, pag. 77 dice: «He (Julius II) may be forgotten as a warrior, as a statesman, but he will live as the patron of Bramante, Raffael and Michelangelo.»

[2]. Jacob Burckhardt così nella sua opera: Geschichte der Renaissance in Italien (Stuttgart, 1868), che tratta principalmente dell'architettura, come nell'altra, intitolata: der Cicerone (dritte Auflage. Leipzig, Seemann, 1874), che è una Guida artistica dell'Italia, fa osservazioni e dà sull'arte giudizî autorevolissimi ed originali.

[3]. Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 145. Stuttgart, 1872.

[4]. Il valore scientifico di Leonardo è stato recentemente, coll'esame de' suoi manoscritti, pubblicati dal Ravaisson, dal Richter, e dall'Accademia dei Lincei, messo in nuova luce dal sig. G. Séailles, nella sua pregevole opera, Léonard de Vinci, l'artiste et le savant. Paris, Perrin et C.ie, 1892.

[5]. A questo proposito osserva il Burckhardt: «Man darf nicht sagen dass er sich zersplittert habe, denn die vielseitige Thätigkeit war ihm Natur.» Der Cicerone. Leipzig, 1874, pag. 946.

[6]. Come è noto, il gran capolavoro fu recentemente trafugato dal Louvre dove si trovava, nè è stato ancora (1912) rinvenuto.

[7]. Un artista che, in mia presenza, dipingendo un ritratto, si provò a fare lo stesso, dovette subito smettere, perchè il suo pennello obbediva al ritmo della musica.

[8]. Vedi il mio libro: Storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi (Firenze, Successori Le Monnier, 1887), vol. I, pag. 314.

[9]. Si riscontri a questo proposito A. Gotti, Vita di M. Buonarroti narrata con l'aiuto di nuovi documenti (Firenze, tipografia della Gazzetta d'Italia, 1875), vol. II, pag. 35 e seg.

[10]. Séailles, op. cit., pag. 128 e seg.

[11]. Alcune sono di Marcantonio e di Agostino Veneziano. Presso il conte di Leicester, in Holkham Hall, trovasi un'antica copia della battaglia, che fu incisa dallo Schiavonetti, e riprodotta poi dall'Harford, nella sua Vita di Michelangelo, ma non è certo che sia stata fatta dall'originale. Lo Springer la suppone condotta col solo aiuto delle antiche incisioni.

[12]. Vasari, ediz. Le Monnier, vol. XII, pag. 177-179.

[13]. Cellini, Vita, ediz. Le Monnier, 1852, pag. 22-23.

[14]. Lo Springer non crede che l'azione artistica di Leonardo su Raffaello cominciasse a farsi sentire collo studio dei cartoni. Le Madonne e i ritratti, che Raffaello dipinse nella sua dimora a Firenze, proverebbero, secondo lui, che egli aveva allora studiato altre opere di Leonardo, ed era lontano ancora da quello stile grandioso che raggiunse più tardi, e di cui il primo germe si trova nei cartoni di Palazzo Vecchio. Springer, op. cit., pag. 57.

[15]. Ciò si vede specialmente nei disegni conservati in Oxford.

[16]. «Durch Raffael ist das Madonnenideal Fleisch geworden.» Springer, op. cit., pag. 58.

[17]. Una prova di tutto ciò possiamo vederla nelle Lettere di una gentildonna fiorentina (Alessandra Macinghi negli Strozzi), pubblicate da Cesare Guasti. Firenze, Sansoni, 1877. Scritte nel secolo XV, dimostrano assai chiaramente come gli affetti di famiglia si mantenessero ancora purissimi in quella parte della cittadinanza che non era guasta dalla vita pubblica. E così vien confermato che allora continuava ad esservi in Italia una società molto diversa da quella descritta dagli storici, i quali troppo spesso non s'occupano di quel che segue nell'interno delle famiglie, nè della vita privata in genere. Anche le lettere di ser Lapo Mazzei, notaio fiorentino, a Francesco Datini, ricco mercante, scritte in sulla fine del secolo XIV e sui primissimi del XV, pubblicate in due volumi dallo stesso C. Guasti (Firenze, Successori Le Monnier, 1880), possono servire al medesimo scopo. Esse manifestano una bontà, purità e pietà cristiane delle quali assai difficilmente si troverebbe negli storici del tempo qualche notizia.

[18]. Per la storia dell'arte italiana in questo periodo, oltre le opere già da noi citate, vedi anche: Grimm, Michelangelo's Leben — Clement, Michelangelo, Leonardo und Raffael deutsch bearbeitet, von C. Clauss. Leipzig, Seemann, 1870. — Crowe and Cavalcaselle, History of Painting in Italy, opera ormai notissima. Il volume che ha per titolo, The fine Arts, e fa parte dell'opera, The Renaissance in Italy, pubblicata da John Addington Symonds. London, Smith, Elder, 1875-1877. La biografia di Michelangelo, scritta da A. Gotti, è la prima che abbia potuto profittare delle Lettere del grande artista, pubblicate da G. Milanesi (Firenze, Successori Le Monnier, 1875). Quella scritta dal signor C. Heath Wilson (London, Murray, 1877) è fondata su di essa, aggiungendovi però giudizi propri e ricerche originali, specialmente sulla cappella Sistina. Vedi anche H. Janitschek, Die Gesellschaft der Renaissance in Italien. Stuttgart, Spemann, 1879. Hermann Hettner, Italienische Studien. Zur Gesch. der Renaissance. Braunschweig, Vieweg, 1879. — Recentemente il Symonds ha pubblicato una nuova vita di Michelangelo in due vol. London, Nimmo, 1893, ed il signor von Scheffler, un breve lavoro intitolato: Michelangelo, eine Renaissancestudie. Altenburg, Geibel, 1892.

[19]. Storia della Repubblica di Firenze, lib. V, cap. VIII.

[20]. Rime scelte dei poeti ferraresi. Ferrara, Pomatelli, 1713, pag. 55.

[21]. Carducci, Delle poesie latine edite ed inedite di L. Ariosto, 2ª ediz. Bologna, Zanichelli, 1876, pag. 189 e seg.

[22]. Sonetti giocosi di Antonio da Pistoia, e Sonetti satirici. Questi sono senza nome d'autore (Bologna, Romagnoli, 1865). Dispensa LVIII della scelta di Curiosità letterarie.

[23]. Il Carducci, op. cit., a pag. 92, cita i versi dello Strozzi.

[24]. Vedi quest'ode nel Carducci, op. cit., pag. 81-82.

[25]. Ibidem, pag. 130.

[26]. L. Ariosto, Opere minori (Firenze, Le Monnier, 1857, in due volumi), vol. I, pag. 267-76.

[27]. Orlando Furioso, canto III, st. 62, e canto XLVI, st. 95.

[28]. I Colonna e gli Orsini.

[29]. Palestrina, feudo de' Colonna.

[30]. Allude alle guerre del Valentino in Romagna, e più particolarmente al fatto di Sinigaglia.

[31]. Ariosto, Opere minori, vol. I, satira I, pag. 159-60.

[32]. Opere minori, vol. I, satira II, pag. 166 e seg.

[33]. Nelle Memorie scritte dal figlio dell'Ariosto, riportate dal Barotti, nella sua Vita di L. Ariosto. Ferrara, Stamperia Camerale, 1773; ed in Carducci, op. cit., pag. 202.

[34]. Baruffaldi, Vita di Lodovico Ariosto: pag. 137. Antonio Cappelli, Lettere di L. Ariosto con prefazione e documenti. Bologna, 1866, 2ª ediz., pag. XLV-VI.

[35]. Orlando Furioso, XIX, 7.

[36]. Ibidem, XIX, 10.

[37]. Oltre le storie letterarie e molte opere assai note sull'Ariosto, vedi le Notizie per la vita di L. Ariosto, tratte da documenti inediti da C. Campori (Modena, Vincenzi, 1871, 2ª ediz.); Panizzi, The life of Ariosto, premessa all'edizione dell'Orlando Furioso, da lui pubblicata in Londra nel 1834; il libro più volte citato del Carducci sulle Poesie latine edite ed inedite di Lodovico Ariosto; e l'altro pubblicato dal Cappelli, Lettere di Lodovico Ariosto, tratte dall'Archivio di Stato in Modena, con prefazione, documenti e note. Bologna, Romagnoli, 1866. — Un'opera di altissimo valore è quella del prof. Pio Rajna, Le fonti dell'Orlando Furioso. Firenze, Sansoni 1876, e nuova edizione nel 1900. Tutta la materia del poema e le sue fonti sono dall'autore esaminate con la sua grande e ben nota dottrina. Nella Introduzione egli ci dà in breve la storia dei poemi cavallereschi, concludendo che con quello dell'Ariosto è cominciata la imitazione, ed è «venuto a termine quel periodo fortunato, quando il classicismo serviva a promuovere l'originalità,» periodo nel quale si trovò il Boiardo. A noi veramente sembra invece, che nell'Ariosto appunto si veda come lo studio dei classici potè promuovere quella originalità poetica, che in lui certamente più che in ogni altro si ritrova. Nell'Ariosto non v'è decadenza, ci pare, ma invece, letterariamente parlando, il più splendido fiore dell'arte e del poema cavalleresco, che solo dopo di lui comincia a decadere. Se si ragiona della materia del poema, il Boiardo ebbe certo maggiore originalità, essendo stato colui che primo la concepì; l'Ariosto non fece che svolgerla e continuarla. Ma, se nell'arte la forma è sostanziale, non si potrà dire, a me pare, che nel Boiardo si veda, più che nell'Ariosto, come il classicismo abbia in Italia promosso la vera originalità poetica. E tanto meno si potrà, se si riflette che la materia del poema cavalleresco ha poco o nulla di comune col classicismo, il quale fece sentir la sua azione benefica appunto nella forma, che non è certo nel Boiardo correttissima. Il prof. Rajna paragona l'Ariosto a Raffaello, che dipingeva Madonne molto umane, e gli contrappone il Beato Angelico, che dipingeva creature veramente celesti. E sia pure. Ma direbbe egli che in Raffaello il classicismo abbia promosso l'originalità meno che nel Beato Angelico? Si potrà dir solo che il sentimento religioso si manifesta più vivo nei Santi e nelle Madonne dell'Angelico. E se è vero, come noi crediamo, che nell'Ariosto ed in Raffaello si trovi maggiore e più vera originalità artistica, non sapremmo sottoscrivere a queste altre parole dell'illustre scrittore: «Al Boiardo, oltre all'attitudine dell'ingegno, era toccata la sorte di nascere al momento opportuno. Nè prima nè poi sarebbe stato possibile neppure a lui di congiungere la freschezza, la spontaneità spensierata del poeta popolare colla castigatezza, colla esatta e chiara conoscenza degli scopi e dei mezzi proprî del poeta d'arte. Nell'Ariosto, giunto un po' tardi, l'artista è sommo; ma la conoscenza dei classici non si trasforma più in forza viva; al processo di ricreazione si sostituisce l'imitazione.» Rajna, op. cit., pag. 33-34.

Questo è ciò che il Rajna scrisse nella prima edizione del suo classico libro. Nella seconda attenuò e modificò alquanto il suo pensiero. Io avrei perciò soppresse le osservazioni da me qui sopra fatte. Le lascio tuttavia per due ragioni. Perchè esse valgono sempre a render più chiaro quale è il mio pensiero nella questione. E perchè, quando si tratta di un uomo illustre come il Rajna, le varie forme che ha prese il suo pensiero serbano un valore storico, anche se hanno poi subìto qualche modificazione.

[38]. Sebbene la schiavitù fosse da lungo tempo abolita in Italia, massime a Firenze, pur v'erano ancora schiave orientali.

[39]. Ricordi autobiografici nelle Opere inedite, vol. X, pag. 32 e seg.

[40]. Ricordi autobiografici, pag. 68.

[41]. Op. cit., pag. 71.

[42]. «Cominciai a scrivere a dì 13 aprile 1508,» dice egli fin dal principio.

[43]. A pag. 250 di essa, parlando della istituzione del tribunale della Ruota nel 1501, scrive: «dura ancora che siamo a dì 23 febbraio 1508,», il che nello stile nuovo risponde al 1509. Notiamo che il Guicciardini, in questa Storia, seguì lo stile fiorentino, secondo il quale, come tutti sanno, l'anno cominciava il 25 marzo (ab Incarnatione); ma in quella d'Italia, invece, seguì lo stile romano, che faceva cominciar l'anno il 25 dicembre (a Nativitate).

[44]. Solo per darne un esempio, giacchè hanno poco importanza, pubblichiamo in Appendice, documento I, qualcuna di quelle che si trovano nelle Carte del Machiavelli, cass. IV, n. 57, 58, 79, 80, 113. Molte altre se ne trovano nelle medesime Carte, ed in archivî privati di Firenze, come avremo occasione di notare. Vedi anche Opere (P. M.), vol. V, pag. 339 e 353.

[45]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXVIII e LXIX, e vol. V, pag. 249.

[46]. Dal novembre 1508 al febbraio 1509 ne propose e ne fece nominare 584. Canestrini, Scritti inediti di N. Machiavelli, pag. 339 e seg., in nota.

[47]. Canestrini, Scritti inediti, pag. 283-365. Abbiamo già notato che questa pubblicazione è molto abborracciata, e che la scelta dei documenti sembra fatta senza un criterio direttivo. Assai migliore, perchè condotta con uno scopo determinato, è quella parte (pag. 383-395) che risguarda la Milizia fiorentina, e che era stata già pubblicata dallo stesso Canestrini nel vol. XV dell'Arch. Stor. It. Il documento LXV però, che trovasi in questo volume, a pag. 258, senza data, senza nome d'autore, e che il Canestrini dice forse scritto dal Machiavelli, a noi non par tale nè per la forma nè per la sostanza. Non vi sono in ogni modo ragioni per poter affermare che sia di lui. Restano tuttavia inedite molte altre lettere del Machiavelli sulla Milizia (Archivio fiorentino, Cl. XIII, 2, n. 159, f. 15-161), delle quali diamo in Appendice, documento II, solamente tre, per mostrare di quali minuzie egli dovesse allora occuparsi. Ne aggiungiamo una quarta, che si riferisce però alla guerra di Pisa. Appendice, documento III.

[48]. Massimiliano I, non essendo stato ancora incoronato, aveva solo il titolo di Re dei Romani. Nell'anno seguente fu — Imperatore eletto, in Germania Re. — E così veniva chiamato ora Re ed ora Imperatore.

[49]. Nelle Opere, vol. VII, pag. 146, v'è una lettera dei Dieci, in data 18 maggio 1507, che lo mandavano a Piombino, per far dimostrazione d'amicizia a quel «Signore assai vicino ai Pisani, e però da tenerne conto.» Ma, arrivato a Volterra, fu subito richiamato indietro, con lettera del 20 maggio (Carte Machiavelli, cass. IV, n. 141), per essere, si diceva, divenuta inutile quella commissione.

[50]. Opere, vol. VII, pag. 147-155. Le lettere sono del 10, 12 e 14 agosto 1507.

[51]. Henry Martin, Histoire de France, tome VII, liv. 45 (4ª ediz.); Dareste, Histoire de France. Paris, Henry Plon, 1866, tome III, liv. XIX, pag. 410 e seg.

[52]. W. Maurenbrecher, Studien und Skizzen zur Geschichte der Reformationszeit (Leipzig, 1874), pag. 101 e seg.; Bryce, The Holy roman Empire (Loudon, Mac-Millan, 1866), chap. XVII; Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlin, Duncker und Humblot, 1852.

[53]. Albèri, Relazioni degli Ambasciatori veneti, serie lª, vol. VI, pagine 26-27. V. Relazione del Quirini.

[54]. Gregorovius, vol. VIII, pag. 68-69; Alb. Jäger, Ueber Kaiser Maximilians I. Verhältniss zum Papstthum (Sitzungsberichte der K. Akad. d. Wissenschaften, XII Band. Wien, 1854); Brosch, Papst Julius II (Gotha, 1878), Fünftes Capitel, pag. 144.

[55]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. III, lib. VII, pag. 281.

[56]. Storia Fiorentina, cap. XXX, pag. 346.

[57]. Guicciardini, Leo, Sismondi.

[58]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. III, cap. VII, pag. 299.

[59]. Parenti, Historia Fiorentina, Biblioteca Nazionale di Firenze, cod. II, 131 (copia), vol. VI, f. 145. Avendo, così pel Parenti come pel Cerretani, preso alcuni degli appunti da due copie antiche, altri dall'autografo, siamo costretti a citare codici diversi.

[60]. Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. XXX, pag. 340.

[61]. Parenti, Historia, ecc., (copia), loc. cit., giugno 1507.

[62]. Parenti, Historia, ecc., cod. II, IV, 171, f. 2, ottobre 1507 (originale). Strano è il vedere come quell'iniquo strangolatore, che fu così lungamente tra i più fidi del Valentino, non solo fosse chiamato a servire Firenze, ma venisse anche protetto da molti cardinali. Quando infatti egli era ancora prigioniero nelle mani di Giulio II, che esitava su quel che doveva farne, l'ambasciatore fiorentino, Giovanni Acciaiuoli, scriveva da Roma ai Dieci, in data 20 ottobre 1504: «Non voglio obmectere dire ad V. S., che per non si trovare, ut aiunt, in D. Michele alcuno peccato, per il quale meriti la morte, et perchè dieci cardinali hanno interceduto per lui, si dice per tucta Roma sarà liberato.» (Archivio fiorentino, cl. X, d. st. 4, n. 82 a c. 46t). E così fu poi di fatto.

Noi abbiamo altrove (vol. I, pag. 397) accennato, come quest'uomo da quasi tutti chiamato (anche dal Parenti) don Michele spagnuolo, fosse poi, sulla fede d'una lettera di Niccolò degli Alberti, creduto da alcuni erroneamente veneziano. Dicemmo allora che la lettera, cui accennava vagamente una nota nelle Opere, non si trovava e, trovata, non sarebbe, secondo noi, valsa contro l'autorità dei cronisti e dei documenti ufficiali. Ora però l'abbiamo trovata in una filza di lettere autografe di varî al Machiavelli, posseduta dalla signora Caterina Bargagli, nata contessa Placidi, che con grande cortesia la mise a nostra disposizione, di che le professiamo qui la nostra gratitudine. Sebbene la lettera non possa mutare il nostro avviso, nè abbia importanza storica, pure essendo molto breve, trovandosi spesso citata, e riferendosi al tempo in cui don Michele fu licenziato, la diamo in Appendice, documento IV. Aggiungiamo poi una curiosa lettera dello stesso don Michele al Machiavelli, che è cavata dalla medesima filza, e dà qualche idea dell'uomo e dei tempi. Vedi Appendice, documento V.

[63]. Parenti, Historia, ecc., cod. II, IV, f. 171 (originale).

[64]. Cerretani, cod. II, III, 76, f. 316 (copia). Ciò che dimostra il mal animo del Cerretani contro il Soderini, è la sua affermazione, che questi mandasse il Machiavelli, perchè scrivesse secondo il loro accordo «con avvisi che molto erano simili a quelli di Francesco Vettori, i quali confermavano la passata, e con gagliardissima mano.» Se ciò fosse vero, sarebbe stato superfluo insistere tanto per mandarlo. Era poi notissimo a tutti, che il Soderini parteggiava per la Francia e non per la Germania. Merita di esser notato, che il Parenti, il Cerretani ed il Guicciardini si mostrano, nelle loro Storie fiorentine, egualmente avversi al Soderini, di cui pure non possono mettere in dubbio l'onestà politica. Un partito a lui contrario s'era già formato, e andava crescendo.

[65]. Così racconta egli stesso nella lettera del 17 gennaio 1508, scritta da lui, e firmata dal Vettori, Opere, vol. VII, pag. 163. Già i Dieci avevano scritto il 21 novembre al Vettori, che il Machiavelli era partito, «acciò che ti portassi la resoluzione nostra, e arrivando male le lettere, ti potessi referire a bocca il medesimo effetto: e speriamo si condurrà salvo.» Il 29 gennaio esprimevano il loro dispiacere per la perdita delle lettere, che avrebbero servito a far meglio intendere l'animo loro. Vedi Opere (P. M.), vol. V, pag. 251 e 272.

[66]. Gli editori delle Opere (P. M.) dicono di avere riscontrato gli autografi, ma è chiaro che l'han fatto solo di tanto in tanto; altrimenti si sarebbero avvisti, che non solo alcune, ma tutte le lettere di questa legazione sono autografe del Machiavelli (Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, responsive, filze 87, 89, 90, 91). Non avrebbero neppure così spesso, come fanno qui ed altrove, riprodotto gli errori delle altre edizioni.

[67]. Vedi la lettera del 17 gennaio e quella del 24, ambedue firmate dal Vettori.

[68]. Nell'enumerare i 12 Cantoni la stampa pone Tona (Thun) invece di Zug.

[69]. In una breve Memoria, letta dal signor Alessandro Daguet a Neuchâtel, nella Società cantonale di storia, l'anno 1875, si dice: «Machiavel en personne est venu en Suisse. Il a passè quelques jours sur notre territoire, bien peu de jours, il est vrai; mais un temps suffisant pour donner à cet esprit pénétrant par excellence l'occasion de se faire une idée exacte de l'organisation politique des Confédérés, du fort et du faible de leurs institutions, et pour qu'il ait appris à connaître les traits distinctifs du droit public qui unissait les 12 Ligues ou Cantons, dont se composait en ce moment le corps helvetique.» Machiavel et les Suisses, Étude d'histoire nationale et étrangère (Extrait du Musée Neuchâtelois, juillet-aôut 1877): Neuchâtel, Wolfrath et Metzner, 1877. — I Cantoni erano in quel tempo dodici, gli altri essendo entrati solo più tardi nella Confederazione.

[70]. Prima lettera del 17 gennaio. In quel tempo era ambasciatore veneto presso Massimiliano Vincenzo Quirini, i cui dispacci trovansi inediti a Venezia; la sua Relazione fu pubblicata dall'Albèri (serie 1ª, vol. VI, pag. 5-58). In essa abbiamo (a pag. 39-41) altre notizie sulla Svizzera, che non è inutile paragonare con quelle date dal Machiavelli. Secondo lui, i dodici Cantoni potevano mandar fuori, lasciando ben fornito il paese, 13,000 fanti. La Lega Grigia poteva darne 6000, i Vallesi 4000, San Gallo ed Appenzel 3800. Ciascun cantone aveva la sua bandiera, i dodici ne avevano una in comune, e così la Lega Grigia. Nessuno poteva combattere, pena la vita e la confisca dei beni, contro il proprio stendardo, nè contro quello della Confederazione, i quali si potevano portare solo dai soldati mandati per accordi fatti coi Cantoni o con la Confederazione. Lodovico il Moro, per tornare nel proprio Stato (1500), assoldò molti di quegli Svizzeri che si chiamavano Freie, perchè andavano alla spicciolata con chi li pagava, senza aver proprio stendardo. E fu questa la ragione per la quale non vollero, e non potevano senza perder la patria e la roba, combattere contro quelli assoldati da Luigi XII, che avevano lo stendardo della Confederazione. Così ne seguì inevitabilmente la sua rovina, almeno secondo la narrazione del Quirini, il quale aggiunge che i Vallesi, i Grigioni, Appenzel e San Gallo avrebbero fatto lo stesso.

[71]. Lettera del 17 gennaio, firmata dal Machiavelli, più sopra citata.

[72]. Le due lettere del 25 e 31 gennaio sono pubblicate nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 271 e 276, tralasciando la più gran parte dei brani in cifra. Gli editori danno però le seguenti parole della lettera 25 gennaio, che sono anch'esse quasi tutte in cifra: — Per questa mi occorre scrivervi come questa lettera non contiene nulla; ma scrivesi acciocchè le vere si salvino, trovando questa. — Esaminando gli altri brani in cifra, si vede che veramente, come osservano gli stessi editori (P. M.), contengono parole che non hanno senso.

[73]. «In diesen späten Neuerung sprach Maximilian den Grundsatz aus, dass die in Deutschland fortdauernde Kaisergewalt von der Krönung durch den Papst unabhängig sei.» Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, volume VIII, pag. 53. — V. anche Ranke, Deutsche Geschichte in Zeitalt. d. Reform., I, 117.

[74]. Il 19 gennaio i Dieci avevano scritto al Vettori, che poteva promettere 40,000 ducati, facendo il primo pagamento di 16,000, quando Massimiliano fosse entrato in paese veramente italiano. Trento non doveva risguardarsi come tale, potendovi esso andare quando voleva, come in terra sua. Si potevano anche promettere 50,000 ducati, e pagarne 20,000 a Trento; ma ciò solo in caso d'urgenza estrema, e quando fossero certi della venuta. Il giudicare di ciò rimettevasi al Vettori. Opere (P. M.), vol. V, pag. 272.

[75]. Opere, vol. VII, lettera 8 febbraio, 186-187. Le parole scritte di mano del Vettori furono nelle varie edizioni stampate in modo scorrettissimo; ma nelle Opere (P. M.) vennero corrette sull'originale. Fra le altre cose, là dove le antiche edizioni dicono: «Al Machiavello manca gran danari; per me non ne mancherà ancora a lui:» bisogna leggere: «Al Machiavello, in mentre arò danari per me, non ne mancherà ancora ad lui.» Opere (P. M.), vol. V, pag. 288.

[76]. Leo, Storia d'Italia, lib. XI, cap. II, § V.

[77]. Abbiamo già altrove spiegato che queste parole significano: con la probabilità di 15 su 20, la lira fiorentina essendo di 20 soldi.

[78]. Opere (P. M.), vol. V, pag. 317, nella lettera dei Dieci al Vettori, 9 aprile 1508.

[79]. Lettera 29 marzo, data che nelle Opere (P. M.) è stata erroneamente mutata in 28 marzo. Essa trovasi in doppio originale nell'Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, carteggio, responsive, filza 90, a c. 423 e 429, col deciferato di mano del Buonaccorsi a c. 434, sempre colla data 29 marzo. V. anche la lettera scritta nei giorni 14, 19 e 23 febbraio, e quella dell'8 giugno.

[80]. Lettera 30 maggio.

[81]. Lettera del 14 giugno. In fine dice come un tal Serentano, che era appresso all'Imperatore, aveva detto al Vettori, che nella tregua v'era posto anche pei Fiorentini, i quali l'Imperatore avrebbe nominati come suoi aderenti, se volevano. Bisognava però decidersi presto. E qui l'autografo ha un brano che manca in tutte le edizioni. Esso viene dopo le parole: «e' Franzesi vi cominciassino a mandare gente,» ed è il seguente: «Crede Francesco che costui (il Serentano) abbi mosso questa cosa, credendo esserne di meglio qualche cosa; e crede che con mille ducati che si dessino fra lui et uno altro, la si condurrebbe. E però prega V. S. li ne dieno subito adviso. Partirà Francesco domani da Trento, per ire ad la Corte. Dio lo conduca.» Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, carteggio, responsive, filza 91, a c. 342.

[82]. Dai documenti che trovansi nell'Archivio fiorentino, e che furono pubblicati dal Passerini (Opere (P. M.), vol. I, pag. LXIX-LXX), apparisce che la elezione del Machiavelli fu fatta dai Dieci il 17 dicembre 1507, cum salario alias declarando. Partì lo stesso giorno, e tornò il 16 giugno 1508. Ebbe per le spese occorrenti 110 fiorini larghi in oro, dei quali 80 e 10 soldi furono, secondo il conto presentato, spesi nel viaggio sino ad Innsbruck. Il suo salario fu di lire 10 di piccioli netti il giorno, finchè era fuori, compreso in esse il suo ordinario salario di lire due, soldi quattro e denari undici il giorno. Così l'aumento fu di lire sette, soldi quindici e denari uno di piccioli; e quindi per 183 giorni d'assenza ebbe il soprassoldo di 1419 lire.

[83]. Nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 375, si afferma, senza provarlo, che è diretta invece a Francesco de' Medici; ma è un errore perchè trovasi in Archivio diretta al Girolami.

[84]. Istruzione fatta per Niccolò Machiavelli a Raffaello Girolami, Opere, vol. IV, pag. 177-182. Ha la data del 23 ottobre, senza indicazione d'anno. Ma Ferdinando d'Aragona morì nel gennaio 1516, e gli successe Carlo nipote di Massimiliano imperatore. Questi morì il 12 gennaio 1519: nello stesso anno Carlo andò in Germania per succedergli nell'Impero, e nel 1522 tornò nella Spagna, dove il Girolami fu a lui inviato. Il signor H. Heidenheimer in un pregevole scritto (Machiavelli's erste römische Legation, Dissertation zur Erlangung der Doctorwürde, etc.: Darmstadt, 1878) discorre anche (pag. 59 e seg.) di questa Istruzione, e dandole, a nostro avviso, troppa importanza, la esamina minutamente e, quasi fosse un vero e proprio trattato scientifico, cerca in essa una precisione matematica di linguaggio, ed in alcune parole anche un significato recondito che non hanno, creando così difficoltà dove non sono. Il Machiavelli dice: «Lo eseguire fedelmente una commissione sa fare ciascuno che è buono; ma eseguirla sufficientemente è difficultà.» Ed il signor Heidenheimer disputa (pag. 60) sul significato vero delle parole buono e sufficientemente in questo luogo, quando è chiarissimo che l'autore vuol dire: ad esser fedeli basta la bontà; ma a riuscire sufficientemente, o sia abbastanza abilmente, occorre anche prudenza e sagacia. Dove il Machiavelli dice che «mettere nella bocca vostra il giudizio vostro sarebbe odioso,» il signor Heidenheimer esamina il significato della parola odioso, e cerca la causa di questo odio. «Worin dieses odium aber bestehe, wird nicht gesagt. Jedenfalls aber ist auf den ausserordentlich starken Ausdruck odioso sehr zu achten» (pag. 64). Ma anche qui è chiarissimo il significato delle parole citate, le quali vogliono dir solamente, che il dare giudizi, in proprio nome, sui paesi e sugli uomini presso cui l'ambasciatore è inviato, e sui probabili eventi, può generare odio, cioè può offendere l'orgoglio di qualcuno, può sembrare presuntuoso, ecc. E per questa ragione, egli conclude, come abbiam visto, col dire che coloro i quali sono pratici del mestiere usano, in simili casi, scrivere, invece: gli uomini prudenti che si trovano qua, giudicano ecc. Nonostante però alcune sottigliezze, il lavoro del signor Heidenheimer è pregevole per diligenza e dottrina.

[85]. Vedi i tre scritti sulla Germania nelle Opere, vol. IV, pag. 153 e segg.

[86]. Gervinus, Historische Schriften, pag. 97: «Seine Ritratti von Frankreich und Deutschland beweisen wie scharf er in die Eigenthümlichkeiten der Völker einzugehen verstand, wie eindringend er die politische Lage, den innem Zustand fremder Länder, die Natur der Nationen und der Regierungen beurtheilte. Seine statistischen Notizen über Frankreich sind ganz vortrefflich, und über den Charakter des Kaisers Maximilian und des deutschen Regiments ist vielleicht nichts besseres noch gesagt worden, als was er in seinen Berichten und gelegentlich sonst vorbringt.»

[87]. «Wir dürfen es heute beklagen, dass einer Auslander schon in kurzer Frist dazu gelangte den Zustand des Reiches.... so zutreffend zu erkennen, ohne dass die Deutschen etlichen Nutzen daraus gezogen haben.» Der Patriotismus Machiavelli's articolo del signor Karl Knies nei Preussische Jahrbücher di Berlino, giugno 1871.

[88]. «Dabei scheinen die Erinnerungen an Tacitus und dessen frische, naturglückliche Urgermanen zuweilen die Phantasie des Machiavelli unwillkürlich bestimmt und verwirrt zu haben. Jedenfalls sind ihm daraus unabweisliche Einflüsse angeflogen, die ihn zu einer so wunderbaren, schon mit der damaligen Wirklichkeit durchaus nicht mehr harmonisirenden, sondern zu einer politischen Fata Morgana verflüchtigenden Malerei verführen konnten.» Theodor Mündt, Niccolò Machiavelli und das System der modernen Politik: Berlin, Otto Janke, 1861, pag. 218.

[89]. «Man weiss in der That kaum, wodurch Machiavelli darauf geführt werden konnte, die Deutschen seiner Zeit auch in ihren Lebenssitten in einem so fabelhaften, der Wirklichkeit nirgend entsprechenden Lichte, zu sehen. Ein Original zu seinen Schilderungen konnte er selbst nicht gesehen, noch aus irgend einer anderen Mittheilung übernommen haben, etc.» Ibid., a pag. 220. — A questi scritti bisogna aggiungerne ora un altro: Rudolf Sillib, Machiavellis stellung zu Deutschland, di pag. 65: Heidelberg, 1892.

[90]. Relazioni degli Ambasciatori Veneti, Serie I, vol. VI.

[91]. Il Burckhardt, come abbiamo già detto, fu dei primi ad avvedersene nel suo libro, Die Cultur der Renaissance in Italien, dritte Auflage: Leipzig, 1877-78, volumi due. Egli infatti, alludendo al Machiavelli scrive: «Seine Gefahr liegt nie in falscher Genialität, auch nicht im falschen Ausspinnen von Begriffen, sondern in einer starken Phantasie, die er öffenbar mit Mühe bändigt.» Vol. I, pag. 82.

[92]. Pubblicato in Parigi e Firenze, Molini, 1837.

[93]. Il Quirini nella sua Relazione più sopra citata, a pag. 15, esamina gli uomini d'arme tedeschi e li paragona agl'Italiani, discutendo in che sono superiori, in che inferiori, per concludere con una osservazione, la quale in bocca d'un ambasciatore veneziano, officialmente proferita, dimostra come gl'Italiani avessero cominciato a perdere la stima di se stessi: «Tutti questi tali uomini alemanni sono naturalmente più feroci dei nostri, e manco stimano il pericolo della morte che non fanno gl'Italiani; non sono però nè così prudenti ed ordinati come questi, nè così esperti.»

[94]. Qui allude, io credo, alle piccole industrie, sin d'allora largamente diffuse nella Svizzera.

[95]. Anche nelle altre sue opere il Machiavelli più volte esalta la Germania. Nei Discorsi (lib. I, cap. LV) ricorda una legge vigente in alcune di quelle repubbliche, secondo la quale era affidato alla buona fede dei cittadini il dichiarare quale era la loro fortuna, e pagare in proporzione la tassa, senza alcun sindacato, e senza che da ciò nascesse alcuno inconveniente, tanta era, secondo lui, la lealtà di quei cittadini. Il Mundt a questo proposito ripete qualche altro suo sarcasmo. Ecco però le parole di un antico scrittore tedesco a questo proposito: «Egregia vero laus ab homine extero, et eo qui institutorum et morum civilium diligens esset atque elegans spectator. Saepius autem illae res Germanorum prae patriis laudare solitus erat. Quod valde probat tributi a civibus accipiendi ex fide iuventum, ad Norimbergensium praeclaram civitatem, in primis, opinor, pertinet: qui illum conferendi in publicum modum appellant die Losung, et praecipuae dignitatis magistratum, quaestores ad id constitutos, die Losunger. Aliqua facultatum pars iureiurando promissa, pro censu cuiusque pecunia aestimato, aerario inseritur, sed clanculum: ne scilicet modus divitiarum aut inopiae cuiusque, utrumque autem sedulo occultare solent cives, facile reliquis pateat.... Nobilem illum adeo et memoratu dignum morem a Vuagenscilio, in elegante copiosaque eius de hac urbe commentatione, nusquam descriptum extare, dolendum est.» Joh. Frid. Christii, De Nicolao Machiavelli libri tres: Lipsiae et Halae Magdeb., 1731, pag. 108.

[96]. Opere, vol. IV, pag. 153-160.

[97]. Ibidem, pag. 168-173.

[98]. Il ritratto che dell'Imperatore fa il Quirini nella sua relazione (pagine 26-27), è simile affatto a questo che ce ne dà il Machiavelli, e conchiude col dire «che salta sempre d'una deliberazione in un'altra, e va tanto di meglio in meglio, che il tempo e l'occasione passa di eseguire cosa alcuna.»

[99]. Rapporto, ecc. Opere, vol. IV, pag. 165-168.

[100]. Ibidem, pag. 133 e seg.

[101]. Opere, vol. IV, pag. 153 e seg. I Guasconi e specialmente i Baschi, che spesso erano confusi con essi, formavano una fanteria leggiera che aveva gran nome in Francia.

[102]. Anche nell'ultima guerra franco-prussiana, i Tedeschi accusavano i Francesi di essere meno buoni in campo aperto, e preferire sempre di combattere coperti in qualche modo. «Coprirsi e sempre coprirsi colle fortezze, è la loro tattica,» così si leggeva allora nei giornali tedeschi, sebbene le guerre della Rivoluzione e le guerre napoleoniche avessero fatto formare assai diverso giudizio.

[103]. Opere, vol. IV, pag. 142. È molto notevole questa osservazione, su cui torneremo più basso.

[104]. Opere, vol IV, pag. 142.

[105]. Opere, vol. IV, pag. 139. Il Guicciardini nella sua Relazione sulla Spagna 1512-1513 (Opere inedite, vol VI, pag. 277) dice degli Spagnuoli: «Sono, per essere astuti, buoni ladri, e però si dice che è migliore signore il Franzese che lo Spagnuolo, perchè tutti a dua spogliano i sudditi; ma il Franzese subito spende, lo Spagnuolo accumula; anche lo Spagnuolo, per essere più sottile, debbe sapere meglio rubare.»

[106]. Sono contenuti tutti in poco più di una pagina. Opere, vol. IV, pag. 151-52.

[107]. Nel suo eccellente libro, La Révolution et l'ancien Régime.

[108]. Il signor H. Heidenheimer (pag. 70 e 71), cerca scusarlo, osservando che il Machiavelli era stato poco o punto nel paese, di cui non capiva la lingua, e ne conobbe i grandi e le Corti, ma non il popolo. Tutto ciò è vero; resta però anche vero, che è una lacuna assai notevole.

[109]. Vedi la Legazione di Francesco Pandolfini nel Desjardins, Négociations diplomatiques, etc., vol. II, pag. 199 e seg.

[110]. Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 351.

[111]. Buonaccorsi, Diario, pag. 134 e seg.; Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 351-352.

[112]. Opere (P. M.), vol. V, pag. 343, e Scritti inediti del Machiavelli, pag. 339-341.

[113]. Lettera del 18 agosto 1508, Opere (P. M.), vol. V, pag. 338. Gli si mandano con essa 500 ducati. Vedi nello stesso volume la patente del 16 agosto. Queste Commissioni al campo e nel territorio si trovano nelle Opere, vol. VII, e nelle Opere (P. M.), vol. V; altri documenti relativi alle stesse trovansi negli Scritti inediti e nelle Opere (P. M.), vol. I e vol. V. Da essi apparisce che il Machiavelli fu nel marzo ed aprile 1508 in giro pel territorio della Repubblica, 34 giorni, «a cappare fanti, ed ebbe per le spese 17 fiorini larghi.» Opere (P. M.), vol. I, pag. LXIX. Il 18 agosto gli si mandarono 800 fiorini larghi, per pagare i fanti e dare il guasto ai Pisani. Ibidem, pag. LXXI. Nell'ottobre fu mandato in giro a cappar fanti per dar nuovo guasto al miglio ed alle biade. Ibidem, pag. LXXI. Nel marzo 1508/9 ebbe 12 fiorini larghi per spese fatte in 24 giorni, che era stato in giro con tre cavalli ad eleggere caporali per le compagnie. Poi gli si mandarono i danari per pagare i fanti: una prima volta fiorini larghi 283, soldi 6, denari 10; una seconda, 285 e lire 5, e così di seguito. Nel maggio lo troviamo a Pescia e Pistoia a raccoglier pane e vettovaglie, nel giugno gli è fatto un pagamento di lire 8 al giorno, per 89 giorni che era stato in giro. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXII. Da tutto ciò si vede che cumulo di faccende gli veniva addosso, e come non restasse mai fermo.

[114]. Desjardins, Négociations, etc., vol. II, pag. 256-297. Vedi più specialmente la lettera 13 marzo 1509 a pag. 293.

[115]. Scritti inediti, pag. 347-348.

[116]. Buonaccorsi, Diario, pag. 138.

[117]. Lettera di Andrea della Valle, 19 febbraio 1508/9. Opere (P. M.), pagina 353.

[118]. Opere, vol. VII, pag. 240. Lettera del 20 febbraio.

[119]. Opere (P. M.), vol. V, pag. 373 e 378.

[120]. Lettera 7 marzo 1508/9. Opere, vol. VII, pag. 240.

[121]. Il Guicciardini, che è sempre poco benevolo al Soderini, dice che questa elezione fu deliberata, perchè le cose «si facessino con più ordine e più riputazione, non si trovando in campo pel pubblico altri che Niccolò Machiavelli, cancelliere dei Dieci.» Storia fiorentina, pag. 381. V'era però, come abbiam visto, anche il Capponi.

[122]. Guicciardini, Storia fiorentina, cap. XXXIII, pag. 387-8; Buonaccorsi, Diario, pag. 138-9.

[123]. L'ambasceria era composta di cittadini e contadini. Il Guicciardini (Storia fiorentina, pag. 332) dice che in tutto erano 20; l'Ammirato (Istoria fiorentina, vol. V, lib. XXVIII, pag. 497: Firenze, Batelli, 1846-1849) dice che il salvocondotto fu concesso a 24 persone. Secondo le stampe il Machiavelli direbbe, che col seguito erano in tutto «una caterva di 161, o più.» Opere, voi. VII, pag. 255. Nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 392, si legge: «una catena di 161, o più.» L'autografo però dice: «una catena di 16, o più.» Fu preso per un 1 il punto che è dopo il 16, e che gli antichi solevano mettere dopo le cifre.

[124]. Vedi la lettera e la Commissione dei Dieci in data 10 marzo 1508/9, Opere (P. M.). vol. V, pag. 384.

[125]. Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 387 e seg.

[126]. Opere, vol. VII, pag. 249 e segg. Lettera del 15 marzo 1508/9.

[127]. La lettera dei Dieci è in data dei 5 aprile, e sopra v'è scritto: Cito
ito [ovunque] sia per via. Gli ordinava di trovarsi in Firenze lo stesso giorno, con tutte quelle genti aveva seco, o quante poteva: «Sollecita quanto puoi, perchè il caso lo ricerca.» Questa lettera è pubblicata nelle Opere (P. M.) fra quelle della Commissione al campo contro Pisa. Ne sono aggiunte altre che si trovano fra le Carte del Machiavelli, scritte da Firenze in nome dei Dieci, indirizzate a lui in campo, e firmate col suo nome. Parrebbe così che il Machiavelli scrivesse da Firenze lettere al Machiavelli nel campo di Pisa, tanto più che gli editori (P. M.) non danno spiegazione del fatto strano. Ma ritenendo egli sempre l'ufficio di segretario dei Dieci, la cancelleria continuava a porre in fine delle lettere d'ufficio, secondo l'uso, il nome del segretario, sia in esteso, sia con le sole iniziali, anche se il titolare era assente. Nè le lettere, nè la firma sono, com'è ben naturale, di mano del Machiavelli.

[128]. Lettera 16 aprile 1509. Opere, vol. VII, pag. 258.

[129]. Opere (P. M.), vol. V, pag. 401. Lettera del 17 aprile 1509.

[130]. Lettera 21 aprile dal campo di San Piero in Grado. Opere, vol. VII, pag. 262.

[131]. Lettera 18 maggio da Pistoia. Opere, vol. VII, pag. 265.

[132]. La lettera trovasi nell'Archivio fiorentino, ed è pubblicata nelle Opere, vol. VII, pag. 267, e nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 413. Era scritta dal campo in Val di Serchio dal Machiavelli, che vi pose di sua mano anche le tre firme dei Commissari.

[133]. La lettera del 21 maggio, scritta dal Machiavelli e firmata dal Salviati, dice che dovevano essere cinque contadini e quattro cittadini; ma la credenziale dei signori di Pisa corregge l'errore. Opere (P. M.), vol. V, pagina 415.

[134]. Lettera del 24 maggio 1509 da San Miniato, scritta dal Machiavelli e firmata dal Salviati. Opere (P. M.), pag. 417.

[135]. Lettera del 3 giugno 1509. Opere, vol. VII, pag. 279. Lettera di Antonio da Filicaia, 3 giugno 1509. Opere (P. M.), vol. V, pagina 423.

[136]. Opere, vol. VII, pag. 284 e seg.; Opere (P. M.), vol. V, pagina 427.

[137]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 40. Opere (P. M.), vol. V, pagina 429.

[138]. Il Guicciardini, Storia d'Italia, lib. VIII, cap. III, dice: «In questo fu memorabile la fede dei Fiorentini, che ancora che pieni di tant'odio, ed esacerbati da tante ingiurie, non furono meno costanti nell'osservare le loro promesse, che facili e clementi nel concederle.»

[139]. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 409-10.

[140]. Sismondi, Hist. des répub. italiennes: Bruxelles, 1838-39, vol. VII, a pag. 244. Capitolazione per la resa della città di Pisa sotto il dominio della Repubblica fiorentina, presso Flaminio Dal Borgo, Raccolta di diplomi pisani, pag. 406-28.

[141]. Carte del Machiavelli, cassetta VI, n. 43. Questa lettera del Vespucci fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 431 in nota.

[142]. Vedi la lettera in Appendice, documento VI. L'originale trovasi nelle Carte di Machiavelli, cassetta IV, n. 45; il brano qui sopra riportato fu in parte pubblicato nelle Opere (P. M.), vol. V, pagina 431.

[143]. Guicciardini, lib. VIII, cap. 2: Sismondi, vol. VII, cap. 7.

[144]. Carte del Machiavelli, cassetta VI, 53.

[145]. La lettera fu pubblicata dal signor Saltini, in appendice ad un suo scritto sul Giustinian. Arch. Stor. ital., Serie III, vol. 26, pag. 72 e seg.

[146]. Ciò risulta ora assai chiaro dai documenti, che il senatore Lampertico ha pubblicati in appendice al Discorso che lesse il 29 gennaio 1893, come Presidente della R. Deputazione Veneta di Storia Patria. Venezia, Fratelli Visentini, 1893.

[147]. Sebbene sul valore della Orazione io avessi portato sempre lo stesso giudizio, pure, specialmente dopo le notizie raccolte dal signor Saltini, ero disposto a crederla opera del Giustinian. Ma, dopo i documenti pubblicati dal senator Lampertico, ne dubito fortemente, come del resto ne avevano dubitato molti scrittori veneti, ai quali, col solito suo acume critico, s'era unito ancora il Ranke.

[148]. Già il Romanin, Storia documentata di Venezia, vol. V, lib. XIII, cap. III, pag. 217, aveva messo in dubbio la verità della tradizione; i documenti pubblicati ora dal senatore Lampertico nel citato suo discorso, confermano l'opinione dello storico veneto.

[149]. Sismondi, Hist. des répub. italiennes, vol. VII, chap. VIII.

[150]. Discorso sopra le cose dì Alemagna e sopra l'Imperatore, al quale abbiamo già accennato. Non sono che due sole pagine. Opere, vol. IV, pag. 174.

[151]. Nardi, Storia fiorentina, vol. I, pag. 419-20. Il signor Gaspar Amico nel suo libro sul Machiavelli (pag. 326, nota 2), cita il trattato originale, che trovasi nell'Archivio fiorentino, pergamena 24 ottobre 1509.

[152]. Il Buonaccorsi, Diario, pag. 144, scrive: «25 novembre;» ma la commissione al Machiavelli dice: «non più tardi del 15.»

[153]. Lettera del 20 novembre, da Mantova. Opere, vol. VII, pagina 297.

[154]. Cioè: fedeli a San Marco.

[155]. Lettera del 26 novembre.

[156]. Lettera del 29 Novembre.

[157]. Lettera del 1º dicembre.

[158]. Lettera del 7 dicembre.

[159]. Questa descrizione egli riprodusse poi, con qualche variante di pura forma, nel libro V delle sue Istorie fiorentine (Opere, vol. II, pag. 45), come fu già notato dal Ranke, Geschichte der romanischen und germanischen Völker von 1494 bis 1514 (zweite Auflage. Leipzig, 1874), pag. *153 della 2ª parte del volume, intitolata: Zur Kritik neuerer Geschichtschreiber.

[160]. Debbo riconoscere che questo verso dà modo di sostenere che il Decennale Secondo sia stato composto più tardi, cioè qualche tempo dopo il 1512, anno in cui cadde la Repubblica e cominciarono davvero le sventure del Machiavelli. Egli avrebbe così cominciato a scrivere quando il decennio di cui voleva discorrere era finito o quasi. Resterebbe solo a spiegarsi, perchè mai si fermasse appunto al 1509, anno che certo ebbe per l'Italia una triste fine, che potè avere assai addolorato l'animo del Machiavelli. Si tratta in sostanza d'una cronica in versi, e non è impossibile che sia stata scritta interrottamente, a misura che gli avvenimenti seguivano, e quando l'autore aveva tempo libero. In ogni modo fra tali incertezze, mi parve opportuno parlare di questo brano del Decennale Secondo quando ebbero luogo gli avvenimenti che esso narra.

[161]. Decennale Secondo, nelle Opere, vol. V, pag. 374-80.

[162]. L'originale di questa lettera trovasi nell'Archivio fiorentino, Carte Strozziane, filza 139, a c. 216. Fu più volte copiata e venne poi pubblicata alquanto scorrettamente ed incompiutamente a pagina 1142, nella edizione delle Opere del Machiavelli, in un sol volume, stampato a Firenze, Usigli, 1857. La ripubblicò per intero il signor E. Alvisi, nel volumetto, Lettere familiari di N. Machiavelli. Firenze, Sansoni, 1883.

[163]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 55. Appendice, doc. VII.

[164]. Vedi nelle Opere (P. M.) i documenti pubblicati, vol. I, pagine LVIII e LIX. Da essi risulta che l'accordo fra Totto e Niccolò era stato fatto il 21 giugno 1508. Il 15 aprile 1511 gli ufficiali del Monte, «deliberaverunt quod onus Xe (Decimae) domini Bernardi de «Machiavellis.... describatur et ponatur poste domini Nicolai domini Bernardi de Machiavellis, etc.» Questi medesimi beni, aggiunge il Passerini, «vegliavano in conto dei figli di Niccolò Machiavelli «nel 1534,» quando si fece di nuovo il catasto.

[165]. Cioè camuffato.

[166]. La lettera autografa lascia così in tronco la frase.

[167]. Questa lettera, che si trova fra le Carte del Machiavelli, venne pubblicata dal Passerini nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXIII e segg.

[168]. Il far ricadere sui figli le conseguenze dei divieti o anche delle condanne pronunziate contro il padre, era assai comune nei costumi ed anche negli Statuti in Firenze. In quei medesimi anni Filippo Strozzi, avendo sposato una figlia di Piero de' Medici veniva, come vedremo, condannato, perchè questi era ribelle. Ed il Guicciardini (Storia fiorentina, pag. 377) osserva che fu mossa, a questo proposito, anche un'altra querela; giacchè, essendo Piero venuto armata mano contro la Città, «era per virtù di uno statuto nostro caduto in pena di rubello e lui e i suoi discendenti; e così, che Filippo Strozzi aveva a essere punito, non come se avessi tolto la figliuola di uno rubello, ma come d'avere tolto una rubella.»

[169]. Il Tommasini (I, 377, nota 3) pubblica una Patente di nobiltà (civilitatis et nobilitatis) del Machiavelli, in data 15 maggio 1507. In essa si dice che la nobile famiglia Machiavelli, «omnes Reipubblicae nostrae honores et Magistratus gessit iampridem et adhuc gerit.... Significamus ob id omnibus Nicolaum Bernardi Iacobi.... etc. ea familia genitum ingenuis parentibus et honestis maioribus carissimus nobis esse; testimonioque nostrarum huiuscemodi licterarum nobilitatis suae fidem omnibus facimus commendamosque omnibus ob merita familiae suae.»

Questa patente di cui, come nota il Tommasini, si ha solo una copia, deve essere in qualche punto errata. Il padre di Bernardo fu Niccolò di Boninsegna, e non Iacobi, come essa dice, il che può essere un errore dell'amanuense. È notevole poi, che nel 1507, senza nessuna visibile ragione, si dia questa patente di nobiltà, si faccia questa raccomandazione per la famiglia Machiavelli, e s'insista tanto sulla onestà e legittimità degli antenati di Niccolò. Ciò riconferma che delle voci calunniose erano state diffuse allora dai suoi nemici contro di lui.

[170]. D. Marzi, La Cancelleria della Repubblica fiorentina, pag. 172. Rocca S. Casciano, Cappelli, 1910.

[171]. Tommasini, I, 665 e segg.

[172]. Marzi, pag. 281.

[173]. Il dì 28 febbraio 1509/10 gli furono dati fiorini, 54 cioè un fiorino al giorno, oltre il suo ordinario salario: «ad ragione di giorni 54, incominciati a dì 10 novembre, et finiti per tutto dì due di gennaio prossimo passato, che tornò in Firenze.» Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIII.

[174]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXV, nota 27.

[175]. Ibidem, nota 28.

[176]. Sommario della Relazione di Roma di Domenico Trevisan, 1º aprile 1510, in Albèri, Relazioni degli Ambasciatori Veneti, serie II, vol. III, a pag. 36.

[177]. Vedi la legazione del Nasi nel Desjardins, Négociations, etc., vol. II.

[178]. Sommario della Relazione di Roma, qui sopra citato.

[179]. Sismondi, Histoire des Républiques italiennes, vol. VII, capitolo VIII.

[180]. Buonaccorsi, Diario, a pag. 148, dice 700 uomini d'arme e 700 fanti; ma varie lettere private danno altre cifre, e 700 uomini d'arme par veramente troppo. Vedi in Appendice, doc. VIII, alcune lettere scritte da amici del Machiavelli, dalle quali apparisce come questo affare del Colonna restasse lungamente un mistero pei Fiorentini, e desse loro molto da pensare. Essi ebbero anche ingiusti rimproveri dalla Francia, che sospettava o mostrava sospettare in ciò della loro buona fede.

[181]. Sismondi, Histoire des Républiques italiennes, vol. VII, cap. IX, pagina 320.

[182]. Opere, vol. VII, pag. 320 e seg. Manca la commissione, v'è solo una prima lettera del Soderini, che poi, come soleva, gliene scrisse anche altre in forma privata.

[183]. Ciò è confermato anche nello stanziamento del 20 giugno 1510, che gli fissava il salario, e che venne pubblicato dal Passerini, Opere (P. M.), volume I, pag. LXXVI. Esso dice infatti, che il Machiavelli fu inviato «per essere rimasto quello luogo vacuo di ambasciatore, et fino ad tanto sarà giudicato necessario vi stia, per dare adviso alla giornata al magistrato loro (cioè ai Dieci) di tutte le cose che occorreranno.»

[184]. Lettera del 18 luglio da Blois.

[185]. Lettera del 21 luglio da Blois.

[186]. Lettera del 26 luglio da Blois.

[187]. Lettera del 3 agosto da Blois.

[188]. Che nello scrivere le lettere di questa legazione il Machiavelli avesse posto maggior cura del solito, è provato dal fatto che di esse troviamo non solo le copie ufficialmente mandate ai Dieci, ma anche le prime bozze, che egli poi correggeva nel copiarle: qualche volta troviamo anche un compendio fatto da lui stesso delle proprie lettere. In generale le antiche edizioni pubblicarono le prime bozze che sono nel Codice Ricci; ma nelle Opere (P. M.) furono pubblicate le lettere ufficiali spedite ai Dieci, le quali sono nell'Archivio fiorentino, e spesso hanno non solo notevoli varianti, ma anche brani in cifra, che mancano nelle bozze, e perciò nelle altre edizioni (Vedi per esempio la lettera 26 luglio). Non è quindi senza utilità il paragonarle fra loro. Il Tommasini, che fu il primo a far questo paragone (I, 494 e segg.), osservò, tra molte altre cose, che là dove la bozza della lettera 3 agosto accenna esplicitamente all'oratore di Roma (che era Camillo Leonini, vescovo di Tivoli), nella copia ufficiale, per maggiore prudenza, è scritto invece: un uomo qui di grande autorità.

[189]. Vedi nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 33, la lettera che gli scrisse il Soderini il 26 luglio.

[190]. Lettera del 3 agosto da Blois.

[191]. Lettera del 3 agosto da Blois.

[192]. Lettera del 9 agosto da Blois.

[193]. Lettera del 13 da Blois.

[194]. Lettera del 18 agosto da Blois.

[195]. Il Machiavelli riceveva continue lettere dai Dieci, dal Gonfaloniere e da amici, che gli parlavano di questi pericoli della Repubblica. Molte di esse sono pubblicate, insieme con quelle della terza legazione in Francia, nelle Opere (P. M.), vol. VI. Vedi anche Appendice, doc. IX.

[196]. Lettera del 27 agosto.

[197]. Come si vede da altre lettere al Machiavelli, pubblicate del pari nelle Opere (P. M.), vol. VI. Vedi anche Appendice, doc. X.

[198]. Sismondi, Hist. des répub. ital., vol. VII, cap. IX, pag. 318.

[199]. Lettera del 2 settembre.

[200]. Lettera del 5 settembre.

[201]. Le lettere dei Dieci all'Acciaioli cominciano sempre con le parole: Magnifice Orator; quelle al Machiavelli, invece, con le parole: Spectabilis Vir.

[202]. Lettera del 5 settembre.

[203]. Lettera del 24 agosto da Blois.

[204]. Lettera del 10 settembre.

[205]. Ebbe lo stipendio di lire 10 il giorno, computato in esse il salario di cancelliere, «che così fu dato altra volta fu mandato in detto luogo.» Corrispondevano a lire 12 di piccioli, in cui venivan comprese lire 2, soldi 4, denari 11 piccioli, pel salario ordinario, che riceveva a Firenze. Il 12 novembre, fatti i conti, risultò che gli spettavano in tutto lire 1416 di piccioli. Aveva già avuto in acconto lire 700; il suo salario ordinario gli dava, per quei giorni, lire 264, soldi 17, denari 2 piccioli; restavano quindi lire 451, 2, 10 che gli furon pagate. Vedi gli Stanziamenti pubblicati dal Passerini, Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXVI.

[206]. Carte del Machiavelli, cass. V, n. 23. Ivi sono anche alcune lettere di Roberto Acciaiuoli al Machiavelli, già tornato in Firenze, le quali accennano alla vita allegra che allora facevano, ai poco leciti amori, ed anche alle insistenze dei Francesi della Corte, per fare aumentare i donativi in danaro (Busta V, 65). Vedi in Appendice, doc. XI, la citata lettera del Buonaccorsi. Non sappiamo se di quella malattia morisse poi la moglie.

[207]. Giov. Cambi, Istorie, vol. II, pag. 253 e seg. (Nelle Delizie degli Eruditi Toscani del padre Ildefonso, vol. XXI).

[208]. Tutto ciò è mirabilmente esaminato e descritto dal Guicciardini nella sua Storia fiorentina, cap. XXXII, ed anche nella sua Storia d'Italia, volume V, lib. X, cap. I, pag. 27. Lo stesso dicono gli altri storici e cronisti del tempo.

[209]. V. la sentenza in Appendice, doc. XII.

[210]. Cambi, loc. cit., pag. 242-3.

[211]. Cambi, Istorie, loc. cit., pag. 243 e seg. L'Ammirato segue fedelmente il Cambi. Il Guicciardini nella Storia d'Italia, in fine del cap. III, lib. IX, vol. VI, pag. 202, accenna alla congiura, dicendo che ebbe «qualche infamia la persona del Pontefice, come se fosse stato conscio e fautore che, per mezzo del cardinale dei Medici, si trattasse con Marcantonio Colonna ed alcuni giovani fiorentini, che fosse ammazzato in Firenze Piero Soderini gonfaloniere, ecc.»

[212]. Cambi, Istorie, vol. II, pag. 249. L'Ammirato parla di questa legge, seguendo il Cambi, e ripetendone le inesattezze, fra le altre quella che con essa fosse stato allora abolito il Parlamento, che era stato invece abolito assai prima, al tempo cioè del Savonarola. La provvisione che è del 20 gennaio 1510/11, trovasi nell'Archivio fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 201, a c. 41-43. Dal suo preambolo, che qui sotto riportiamo, si vede chiaro com'è nato l'errore della pretesa abolizione del Parlamento in quest'anno: «Desiderando i mag.ci et ex.si Signori stabilire et totalmente fermare il presente pacifico stato populare, vivere et libertà, et provedere che per alchuno benchè grave accidente non s'abbi a maculare nè risolvere; et pensando che quando, per alchuno accidente ordinario o extraordinario, manchassi in tutto el numero d'alchuno de' tre maggiori ufici e magistrati della nostra Città, o si diminuisse in modo che non vi restassi el numero sufficiente, cioè i dua terzi, o le borse di quelli da chi volesse malignare fussino state maculate, tolte, arse o ocultate, in modo che non si potessi ritrarre gli schambi, verrebbono a manchare et cessare tucte le actioni del detto presente stato et libertà; et come questo sarebbe causa che, non si potendo altrimenti riordinarle, s'avessi a venire a uno Parlamento, el quale, avendosi a fare co l'arme, si farebbe a proposito di chi fussi più potente, non di chi desiderassi bene e pacificamente vivere; pertanto.... provviddono et ordinarono, etc.» — Gli articoli della provvisione poi dispongono circa il modo di provvedere all'elezione dei magistrati, ed anche alla reintegrazione delle borse, mediante convocazione straordinaria del Consiglio Maggiore.

[213]. In questa città era stato anche inviato, come architetto militare, Giuliano da S. Gallo.

[214]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXVII-IX. In queste gite gli erano pagate solo le spese di viaggio.

[215]. Archivio di Siena, Deliberazioni della Balìa, vol. LII, 2 dicembre 1510: «Venne messer Niccolò Machiavelli mandatario fiorentino, e presentato le lettere di credenza, disdisse la tregua in nome de' Fiorentini, della quale apparisce nel libro de' capitoli tra Fiorentini e Senesi.» V. Appendice, doc. XIII.

[216]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, lib. X, cap. I, pag. 8.

[217]. Buonaccorsi, Diario, pag. 162, copiato dal Nardi, vol. I, pag. 448; Sismondi, vol. VII, pag. 353; Ammirato, ad annum; Gaspare Amico, Vita di N. Machiavelli, pag. 348-50.

[218]. I Fiorentini volevano dapprima fare addirittura col principe di Monaco un trattato per dieci anni (V. Opere, vol. VII, pag. 391); ma poi, considerando che esso esercitava colà una specie di pirateria, credettero che l'accordo fosse «dishonorevole et anche pericoloso,» e mutarono avviso. V. G. Rossi, Il diritto di porto della Città di Monaco e N. Machiavelli, nell'Arch. Stor. It., S. V, vol. IV, pagina 190 e seg. V. anche Opere (P. M.), vol. I, pagina LXXIX e Gaspar Amico, Vita di N. Machiavelli, pag. 352, nota 3 e pag. 353, nota 1.

[219]. Fin dall'aprile 1510 i Veneziani avevano invano avvertito il Papa, che il Cardinale era amico dei Francesi. Vedi Brosch, Papst Julius II, pag. 224. I sospetti che correvano allora intorno alle relazioni del Papa col Cardinale, dimostrano la corruzione dei tempi e la pessima opinione che s'aveva dei costumi di Giulio II. Certo la sua vita giovanile dava ragione a molte accuse; ma i fatti particolari, cui ora si alludeva, erano tutt'altro che provati. E di ciò conviene lo stesso Brosch, il quale, sebbene abbia scritto il suo libro con animo ostile a Giulio II, più di una volta, dopo essersi lungamente fermato ad esporre ed esaminare le oscene accuse, deve anch'egli finir col dire, che non sono in nessun modo provate: «Die empörenden Beschuldigungen, welche deshalb auf Julius' Namen gehäuft wurden, fallen zurück auf die Lästerer jener Zeit, und sind unzweifelhaft ein Nachklang ihrer Reden, während es höchst fraglich ist, ob der Papst solche wirklich verdient habe,» pagina 224.

[220]. Sismondi, vol. VII, cap. IX; Gregorovius, vol. VIII, cap. I, pag. 65-7. Di questi fatti parlano ancora tutti gli storici veneti, come il Bembo, il Priuli, Marin Sanuto, ecc. Ne parla anche Paride de' Grassi, il quale più di ogni altro si mostra avverso al cardinale Alidosi, «qui pastor servare Bononiam debuit et potuit, prodidit et perdidit, die iovis XX Maii, hora circiter XX.» Secondo lui il Cardinale era d'accordo coi nemici, ma ciò non è affermato dagli altri storici. Paridis Grassi, Diarium Pontificatus Julii II, vol. II, a c. 146t (Biblioteca Nazionale di Firenze, Ms. Magliab. ii, II, 145). Ed a carte 147, egli aggiunge che i cittadini più fedeli al Papa volevano difendere le porte di Bologna, e si rivolsero a lui; «sed is qui ad malum natus est, et qui populum et civitatem ac Pontificis honorem barbaris vendere statuit, blande respondit: non timendum esse, quoniam optime rebus omnibus et saluti omnium consuluisset. Itaque, cum alii ad eum confugerent hoc idem annuntiantes, ipse Iudas proditor, simulato habitu, cum suis satellitibus, fere centum, aufugit ex palatio.»

[221]. «Si in manus meas veniet dux nepos meus, quadripartitum eum faciam ex merito suo.» Invece quando gli fu detto della perdita della città e della colpa del legato, annunziò il fatto ai cardinali con poche parole: «Uno verbo captam esse Bononiam ab hostibus indicat, non tamen legatum dixit in hoc peccasse.» Diarium cit., a c. 14t.

[222]. «Bone Deus, quam iusta sunt iudicia tua, unde tibi omnes gratias agimus, quod de proditore perfido dignas prodictionis suae poenas sumpsisti; et licet homo hoc fecerit supplicium, tamen a te sine quo nec folia in arbore movetur, commissum aut saltem permissum credimus, ideoque gratias rursus tibi agimus.» Diarium cit., a carte 148t. Vedi anche Reumont, Geschichte der Stadt Rom. vol. III, parte II, pag. 40 e seg.; Brosch, Papst Julius II, pag. 222 e seg.

[223]. Vedi a questo proposito il documento pubblicato dal Tommasini (I, pag. 702-3), nel quale si discorre di radunare il Concilio a Firenze.

[224]. Filippo de' Nerli, Commentarii dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze. Augusta, 1728, lib. V, pag. 102-3; Guicciardini, Storia d'Italia, lib. IX, cap. 4.

[225]. Gregorovius, Geschichte, etc.; P. Lehmann, Das Pisaner Concil von 1511, Inaugural Dissertation: Breslau, Jungfer, 1874.

[226]. L'Amico, Vita di N. Machiavelli, a pag. 356 e 357, in nota, pubblica, ma con alcuni errori, due lettere, una in data del 7 settembre 1511, scritta dal Papa contro il Concilio, l'altra del 27, scritta dall'Imperatore a favore di esso. Le diamo in Appendice, doc. XIV, dopo averle collazionate cogli originali, che sono nell'Archivio fiorentino.

[227]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 29.

[228]. Lehmann, Das Pisaner Concil von 1511; Brosch, Papst Julius II, pag. 234 e seg.

[229]. Buonaccorsi, Diario, pag. 163.

[230]. Opere, vol. VII, pag. 394. L'originale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cass. V, n. 155.

[231]. Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 528-32. A Gastone di Foix davano il titolo di Luogotenente o anche di Vicerè.

[232]. Opere, vol. VII, pag. 407. Di questa lettera sono nell'Archivio fiorentino (classe X, dist. 4, n. 109, ora Dieci di Balìa, Carteggio, Responsive, n. 105) due copie, una di mano del Machiavelli a carte 99-100; l'altra di mano diversa, con un allegato (carte 94-97) che contiene il deciferato. In ambedue la firma è della stessa mano che ha scritto il deciferato. Nella medesima filza sono altre dieci lettere dell'Acciaiuoli, che vanno dal 2 al 30 ottobre, ed altre ancora ve ne sono nella filza successiva: nessuna di queste è però scritta di mano del Machiavelli.

[233]. La gita durò 54 giorni, essendo egli partito da Firenze il 10 settembre. Ebbe le solite 12 lire di piccioli il giorno, computato in esse il suo salario ordinario, e 60 fiorini d'oro per le spese di viaggio. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXX-I.

[234]. Cambi, Istorie, vol. II (XXI delle Delizie, ecc.), pag. 268 e seg.; Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, lib. X, cap. II, pagine 34-41.

[235]. Ed infatti, quando più tardi i Fiorentini si trovarono vicini ad essere assaliti dagli Spagnuoli, gli ricordarono, sebbene lo facessero invano, le promesse giurate. Vedi nell'Archivio di Siena (Lettere alla Balìa), la lettera 24 agosto 1512.

[236]. Guicciardini, ibid., pag. 41-2.

[237]. Lettera del Pandolfini da Brescia, 13-14 ottobre 1511, in Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 533-37.

[238]. Lettera dello stesso, 15-17 ottobre, in Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 537-40.

[239]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, lib. X, cap. II, pag. 45-6; Buonaccorsi, Diario, pag. 164; Nardi, vol. I, pag. 452.

[240]. Guicciardini, loc. cit.

[241]. Lettera del Machiavelli scritta da Pisa il 6 novembre, nelle Opere, vol. VII, pag. 414 e seg. Ivi (in nota, pag. 415 e seg.) sono anche le Relazioni sulle adunanze del Concilio, alle quali il Machiavelli era presente. Nella lettera che le accompagna, i compilatori di esse dicono: «Circa la solempne messa.... se ne manda un breve sumpto ad VV. SS. di quanto s'è potuto ritenere, rapportandoci in quello mancassimo alla prudentia di Niccolò Machiavelli el quale etiam fu presente, et a queste cose è più pratico di noi.» Gli originali delle Relazioni e della lettera si trovano nell'Archivio fiorentino, classe X, dist. 4, n. 110, ora Dieci di Balìa, responsive, n. 106, a c. 54-55, 102 e 148.

[242]. Opere, ibidem.

[243]. Lettera del Pandolfini in data di Milano 1-7 dicembre, nel Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 543-5.

[244]. Storia d'Italia, vol. V, lib. X, cap. II, pag. 46.

[245]. Lettera di Bernardo da Bibbiena al cardinal de' Medici, legato in Romagna, 19 ottobre 1511, in Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 542-3.

[246]. Altra lettera dello stesso al cardinal de' Medici, 18 dicembre 1511.

[247]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 64.

[248]. Storia d'Italia, vol. V, pag. 74-5. È il numero di quelli entrati in più tempi nella città. Il Buonaccorsi, infatti, che qui è di continuo copiato dal Guicciardini, dice che, prima di entrare in Bologna. Gastone aveva 800 lance e 10,000 uomini. (Diario, pag. 166). Così con quelli che già erano dentro, s'arriva presso a poco al totale che è dato dal Guicciardini.

[249]. Il Buonaccorsi dice: 250 lance e 2000 fanti.

[250]. Queste sono le cifre date da Francesco Pandolfini oratore fiorentino presso Gastone de Foix (Desjardins, op. cit., vol. II, pagina 581 e seg.). Quelle date dal Buonaccorsi e dal Guicciardini, nella sua Storia d'Italia, differiscono alquanto da queste, e non vanno neppure d'accordo fra loro, come sono diverse ancora quelle che Iacopo Guicciardini mandava, in una sua lettera da Firenze, al fratello Francesco, allora nella Spagna. Vedi Guicciardini, Opere inedite, vol. VI, pag. 36 e seg.

[251]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 98.

[252]. Lettera di Iacopo Guicciardini al fratello. Guicciardini, Opere inedite, vol. VI, pag. 41; Relazione dell'Ambasciatore Francesco Pandolfini sulla battaglia di Ravenna, in Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 584.

[253]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 93-113, lib. X, capitolo IV. Questo autore dice che i morti nella battaglia di Ravenna furono 10 mila (pag. 110). Il Buonaccorsi invece (Diario, pag. 174) dice 4 mila Francesi e 12 mila confederati. Piero Guicciardini, scrivendo al figlio nella Spagna, il 30 aprile 1512, scriveva che in tutto morirono 16 mila uomini, un terzo dei quali Francesi (Guicciardini, Opere inedite, vol. VI, pag. 47). Iacopo invece scriveva al fratello (ibidem, pag. 36 e seg.) che, secondo alcuni, i morti erano stati 12 mila, un terzo dei quali Francesi; secondo altri, 20 mila. Francesco Pandolfini, ambasciatore fiorentino presso Gastone di Foix, dice nella sua relazione, come il Buonaccorsi, che erano cioè morti 4 mila Francesi e 12 mila Spagnuoli (Desjardins, op. cit., vol. II, pag. 581). Il Buonaccorsi assai probabilmente prese le sue cifre dal Pandolfini.

[254]. Francesco Vettori, Sommario della Storia d'Italia dal 1511 al 1527, pag. 287 (in Arch. Stor. It., Appendice, vol. VI, p. 287). V. anche Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 143 e seg.

[255]. Le lettere di G. V. Soderini scritte nel luglio ed agosto 1512 e le Consulte e Pratiche tenute negli stessi mesi possono leggersi nel Tommasini, vol. I, Appendice, doc. XIV e XV.

[256]. Il testamento è del 16 maggio 1512, e fu dato in luce da D. S. Razzi, nella sua Vita di Piero Soderini, Padova, 1737.

[257]. Vettori, Sommario, pag. 289-90.

[258]. Trovasi nelle Opere, vol. I, pag. CXXXIII.

[259]. Questo Consulto, che è a stampa senza data (Opere, vol. IV, pag. 455), parla solo del signor Iacopo, senz'altro. Gli editori delle Opere (P. M.) credettero che fosse Paolo Corso (vol. IV, pag. 358), e così credette anche G. Livi (La Corsica e Cosimo I de' Medici, pagine 18-19), il quale lo dice poi eletto capitano delle fanterie nel 1514, per consiglio del Machiavelli, che invece era stato già destituito nel 1512. Nell'edizione delle Opere minori del Machiavelli (Firenze, Le Monnier, 1852), una nota, ripetuta anche nell'edizione fiorentina di tutte le Opere, fatta nel 1857, suppone che si parli invece di Iacopo Savelli. E così deve essere certamente, perchè nel Codice Ricci il Consulto ha, nel titolo, la data del 6 maggio 1511, ed il nome di Iacopo Savelli. Vedi anche il Codice 47, LVIII, pag. 152 della Barberiniana di Roma.

[260]. Opere, vol. VII, pag. 420-1.

[261]. Scritti inediti pubblicati dal Canestrini, pag. 368 e seg.

[262]. Vedi la Provvisione nelle Opere, vol. IV, pag. 447. Il Codice Ricci contiene alcune bozze delle Provvisioni sull'Ordinanza, e qualche frammento, assai monco, di lettere o discorsi sulla stessa. Il Tommasini, fra molti estratti del Codice, pubblica anche questi. Noi diamo qui solo un brano che ci pare notevole, e sul quale avremo forse occasione di tornare. Parlando delle obbiezioni che si facevano al modo di formare l'Ordinanza a cavallo da coloro i quali dicevano di temere che i capi di essa potessero farsi tiranni, il Machiavelli osserva: «Chi pensa ad ogni inconveniente che può nascere, non comincia mai cosa alcuna, perchè questa è una massima, che non si cancella mai uno inconveniente, che non se ne scoprisse uno altro, e sempre si pigliano le cose manco ree per buone. E veramente, quando pure il tiranno venisse, egli è manco male stare a discrezione de' suoi che delli esterni, come stanno le città prive dell'armi che sieno loro, come è la vostra. E così fosse questa cosa, o simile, intesa come ella è necessaria a non volere stare con il più tristo facchino che vesta armi in Italia.» Bibl. Naz. di Firenze, Cod. Palat. E. B. 15, 10 a c. 68.

[263]. Scritti inediti, pag. 382-4.

[264]. Opere, vol. VII, pag. 420-26; Scritti inediti, pag. 378-80.

[265]. Opere, vol. II, pag. 428.

[266]. Scritti inediti, pag. 385-94.

[267]. Opere, vol. VII, pag. 431-8. Le lettere del Carducci furono pubblicate da G. Guasti fra i documenti sul Sacco di Prato, nelle Dispense CLXXVII-VIII delle Curiosità letterarie. Bologna, Romagnoli, 1880.

[268]. Queste due lettere furono pubblicate dal Tommasini nell'Appendice al suo I vol., pag. 738 e segg.

[269]. Storia d'Italia, vol. V, pag. 152.

[270]. Il discorso del Soderini trovasi riferito nella Storia d'Italia del Guicciardini, vol. V, pag. 157. Filippo de' Nerli, ne' suoi Commentarî, lib. V, pag. 108, dice che egli lo sentì, e che fu «bellissimo e molto a proposito.» Venne anche, egli aggiunge, «molto elegantemente scritto da messer Francesco Guicciardini nella sua Storia.» Iacopo Guicciardini, scrivendo al fratello Francesco (Guicciardini, Opere inedite, vol. VI, pag. 95), conferma che in Consiglio furono tutti unanimi pel Gonfaloniere, «perchè l'universale era per lui, e solo gli uomini da bene (intende i più ricchi ed autorevoli) erano scontenti, perchè egli voleva far sempre a suo modo.»

[271]. Queste cifre sono date da Iacopo Guicciardini, nella lettera al fratello più sopra citata. Opere inedite, vol. VI, pag. 95.

[272]. Il Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VI, pag. 158, dice 2000 fanti e 100 uomini d'arme; il Buonaccorsi dice 4000 fanti e 40 uomini d'arme (Diario, pag. 182); Iacopo Guicciardini, nella citata lettera, dice anch'egli 4000 fanti e 100 uomini d'armi; il cardinal dei Medici, nella lettera citata più basso, dice 3000; una lettera scritta dal Machiavelli, e pubblicata dal Guasti nei documenti già citati (II, pag. 77 e 78), ordina che restino colà solo 3000 fanti: gli altri si mandino a Firenze.

[273]. Pitti, Storia fiorentina, nell'Arch. Stor. It., vol. I, pag. 101. Nello stesso volume sono tre narrazioni del sacco di Prato, la più autorevole delle quali scritta dal Modesti. Vedi anche Buonaccorsi, Diario, in fine; Nardi, Istorie, ecc., vol. I, pag. 487-90.

[274]. Narrazione del sacco di Prato, di ser Simone di Goro Brami. Arch. Stor. It., vol. I, pag. 254.

[275]. Buonaccorsi, Diario, pag. 181-2; Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 158 e seg.; Nardi, Storia, vol. I, pag. 487-90.

[276]. Il Buonaccorsi, Diario, pag. 182, dice: «30 agosto ad ore 17;» il Modesti (Arch. Stor. It., vol. I, pag. 238) dice: «il 29 agosto a ore 18,» e Iacopo Guicciardini, nella lettera al fratello, ripete anch'egli che entrarono il 29; il Vettori, nel Sommario, pag. 291, dice: «il 24 agosto;» ma è certo un errore. Infatti il cardinal de' Medici, in una lettera, scritta dal campo al Papa, in data 29 agosto 1512, della quale troviamo nel Sanuto un sommario, dice: «Hoggi.... intrarno drento circha ad sedici hore; hanno messo la terra ad sacco, non senza qualche crudelità de occisione, de la quale non si è possuto far meno. Vi erano drento tre milia battaglioni, de li quali sono campati pochi. È stato preso Luca Savelli et el figliolo. La presa di Prato così subita e cruda, quantunque io ne abbia preso dispiacere, harà portato questo bene, che sarà esempio e terrore alli altri.»

[277]. Arch. Stor. Ital., vol. I, pag. 243.

[278]. Ibidem, pag. 266.

[279]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 18.

[280]. Nardi, Storia, vol. I, pag. 493-4.

[281]. Nardi, Storia, vol. I, pag. 495.

[282]. Lettera di Iacopo Guicciardini più sopra citata.

[283]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 13, e quasi tutti gli storici contemporanei.

[284]. Questo incidente è raccontato dallo stesso Vettori nel suo Sommario, pag. 292, e confermato anche da altri.

[285]. Nardi, Storie, vol. I, pag. 498. L'ultimo di agosto il Cardinale e Giuliano de' Medici scrivevano da Prato a Pietro da Bibbiena in Venezia, che erano a loro venuti ambasciatori Iacopo Salviati e Paolo Vettori, e che lo stesso giorno, a ore 16, il Soderini era stato deposto dalla Signoria e dal Consiglio Grande. Vedi Appendice, doc. XV.

[286]. Sommario, pag. 289.

[287]. Filippo de' Nerli, Commentarî, ecc., pag. 110.

[288]. Discorsi, lib. III, cap. III, nelle Opere, vol. III, pag. 310.

[289]. Vedi la lettera già citata di Iacopo Guicciardini.

[290]. Ibidem.

[291]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 4.

[292]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 17; Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 152 e seg.

[293]. Lettera di Bernardo da Bibbiena a suo fratello Piero in Venezia, scritta da Roma il 6 settembre 1512. Trovasi nei Diarî di Marin Sanuto, e la diamo in Appendice, documento XVI, perchè non solo descrive lo stato della Città in quei giorni, ma parla delle trattative di matrimonio fin d'allora cominciate dai Medici, per dare in moglie a Giuliano una nipote del gonfaloniere Soderini. Gli eventi poi precipitarono, e le trattative andarono in fumo; ma furono, come vedremo, riprese in altro modo più tardi.

[294]. Pitti, Storia, nell'Arch. Stor., vol. I, pag. 103.

[295]. Nardi, Buonaccorsi, Guicciardini.

[296]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 4.

[297]. Pitti, Storia, nell'Arch. Stor. Ital., vol. I, pag. 103 e seg.

[298]. Questa lettera è del 16 settembre, e trovasi anch'essa nei Diari del Sanuto, vol. XV, carte 54t. Vedi Appendice, documento XVII.

[299]. Storia d'Italia, vol. V, pag. 167. A questo punto finisce il Diario del Buonaccorsi, ed il Nardi finalmente dice, la prima ed unica volta, di aver copiato da lui: «dalli cui fedelissimi scritti abbiamo avuto una gran parte di queste memorie.» Storie, vol. II, pag. 10.

[300]. Sommario, pag. 293.

[301]. Lettera di Pandolfo Conti a Francesco Guicciardini, pubblicata nelle Opere inedite del Guicciardini, vol. VI, pag. 145.

[302]. Lettera già citata di Pandolfo Conti.

[303]. Cioè: grosso ramo.

[304]. Nardi, Storie, vol. II, pag. 21; Vasari, Vite, ediz. Le Monnier, vol. XI, Vita del Pontormo, pag. 31 e seg.

[305]. Alcuni supposero anche Caterina Sforza, la quale allora era già morta. Giuliano de' Ricci, che copiò la lettera nel suo Codice, la dice indirizzata forse all'Alfonsina Orsini; ma non si capisce facilmente come mai appunto allora la vedova di Piero de' Medici volesse che il Machiavelli le raccontasse i fatti compiuti in quei giorni dagli amici e parenti di lei: ed anche alcune altre espressioni della lettera confermano questo dubbio.

[306]. Opere, vol. VIII, pag. 23 e seg.

[307]. L'autografo di questo brano trovasi nell'Archivio fiorentino, e fu pubblicato dal Passerini in un giornale di Firenze; poi venne riprodotto nell'edizione delle Opere del Machiavelli: Firenze, Usigli, 1857, pag. 1146.

[308]. Cioè: muovergli contro l'universalità dei cittadini.

[309]. Questo scritto venne per la prima volta pubblicato, in occasione delle nozze Bongi-Ranalli, dal signor Cesare Guasti col titolo: Ricordo di Niccolò Machiavelli ai Palleschi del 1512. Prato, tipografia Guasti, 1868. L'autografo, che non è però sottoscritto dal Machiavelli, trovasi nell'Archivio fiorentino, ed incomincia così: Notate bene questo scripto.

[310]. Ammirato, Storie fiorentine, lib. 29, in principio, vol. VI, pag. 8. Firenze, Batelli, 1849; Paoli, Priorista (pag. CLXXVI-VII) in appendice ai Ricordi storici di Filippo Rinuccini, pubblicati dall'Aiazzi. Firenze, 1840.

[311]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIII.

[312]. Archivio fiorentino, Deliberazioni dei Signori e Collegi, 1511-12, n. 104 (cl. II, dist. 6, n. 176), a carte 116t e 117.

[313]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIII-V.

[314]. Piero Guicciardini scriveva il 20 novembre a suo figlio Francesco nella Spagna: «La Signoria cassò Machiavello e Biagio, e in luogo del Machiavello hanno messo ser Niccolò Michelozzi, per conto delle lettere, che di battaglioni per ora non si parla, e furono cassi tutti i Connestabili loro. Messer Marcello resta nel luogo suo.» Guicciardini, Opere inedite, vol. VI, pag. 155.

[315]. Nerli, Commentarî, pag. 124-5. Le stesse notizie si trovano in altri scrittori contemporanei.

[316]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. V, pag. 196-8.

[317]. Nardi, Storia, vol. II, pag. 31.

[318]. Ibidem, pag. 25 e seg.

[319]. Recitazione del caso di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino Capponi, scritta da Luca della Robbia l'anno 1513. Arch. Stor. Italiano, vol. I, pag. 283-309.

[320]. Questa lettera trovasi nei Diarî di Marin Sanuto. Vedi Appendice, doc. XVIII.

[321]. Queste notizie si cavano da una lettera scritta il 13 febbraio da Firenze, la quale si trova anch'essa nei Diarî di Marin Sanuto.

[322]. Cioè garanzia in danaro. Vedi in Appendice, doc. XIX, questa seconda lettera di Giuliano, che al pari delle altre due, trovasi nel Sanuto.

[323]. Trovasi nell'Archivio fiorentino, in un libro di Partiti e Deliberazioni e Condanne degli Otto di Guardia e Balìa pei mesi di gennaio, febbraio, marzo e aprile 1513, segnato col n.º 155, a c. 35. Ci fu comunicato dall'amico A. Gherardi dall'Archivio stesso, e qui gliene rendiamo grazie. Vedi Appendice, doc. XX.

[324]. Il Priorista del Ricci (Quartiere Santo Spirito, a c. 270) dice che furono quattro tratti di corda; altrove si parla, come vedremo di sei.

[325]. Il 26 giugno 1513 il Machiavelli scriveva al suo parente Giovanni Vernaccia in Pera, dicendogli che non si maravigliasse se non aveva avuto sue lettere: «anzi è piuttosto miracolo che io sia vivo, perchè mi è suto tolto l'uffizio, e sono stato per perder la vita, la quale Iddio e l'innocenza mia mi ha salvata.» Opere, vol. VIII, pag. 59. In tutte le edizioni questa lettera manca degli ultimi quattro periodi, nei quali il Machiavelli dà notizie private di non molta importanza. Il MS. originale trovasi nella Biblioteca Nazionale di Parigi. (MSS. italiani, n. 1555, folio 21). Fu pubblicato dal Sig. L. Auvray (Note sur une lettre de Machiavel) negli Annales de la Faculté des lettres de Bordeaux et des Universités du Midi, IV Série. Bulletin Italien, Tome III, n. 1, Janvier-Mars, 1903.

[326]. Ammirato, Istorie fiorentine, vol. VI, lib. XXIX, pag. 313; Archivio fiorentino, cl. II, dist. 4, n. 19, a c. 101.

[327]. Lettera 13 marzo 1512/3. Opere, vol. VIII, pag. 29.

[328]. Il Ricci, come abbiam visto, parla di soli quattro tratti di corda, il Machiavelli, invece, qui scrive che furono sei. Non dovrebbe quindi esservi dubbio, sebbene, come si vedrà, questi sonetti non siano documenti storici.

[329]. «Parlò in questo epitaffio il Machiavelli come poeta, perchè quando trattava da vero e non da gioco o per burla, e lo lodava e lo hebbe sempre in gran concepto.» Priorista del Ricci, Quartiere Santo Spirito, a c. 27.

[330]. G. Rosini, Luisa Strozzi. Firenze, Le Monnier 1858, pag. 217 e 218; Artaud, Machiavel, son génie et ses erreurs. Paris, 1833, volumi due. Vol. I, pag. 225 e 226. Il Rosini dice in una prima nota (pag. 217): «Gli autografi di questi sonetti furono rinvenuti a caso dal signor Giuseppe Aiazzi fiorentino, che me ne ha favorito la copia. Essi passarono poscia in Inghilterra.» E nella nota seguente: «Pare che sieno P uno e l'altro indirizzati a Giuliano de' Medici, fratello di Leone X.» L'Artaud dice, nella nota a pag. 227 del vol. I, che il signor Aiazzi, il quale anche a lui comunicò i due sonetti, «les a trouvés, écrits de la propre main de Machiavel, sur deux feuilles placées dans un volume anciennement imprimè, comme pour indiquer un passage remarquable. Le propriétaire du livre, après en avoir tiré copie, a vendu les originaux dix louis à un seigneur anglais, qui doit aujourd'hui les posséder à Londres.» Non se ne è però saputo altro.

[331]. In un fascicolo, che trovasi in fondo della cassetta VI, c'è un foglio, su cui sono scritti i due sonetti, con la dichiarazione del Gelli, che li dice copiati dall'autografo venduto a un Mr. Clanton o Clarton (non si legge chiaro), per 34 piastre.

[332]. Di questa opinione fu anche il professore G. Carducci che noi interrogammo.

[333]. Oltre a ciò che abbiamo già osservato sul numero dei tratti di corda avuti dal Machiavelli, i sonetti descrivono con esagerazione l'orrore, il puzzo del carcere e lo strepito delle catene: parrebbe anzi da essi che il Machiavelli stesso fosse incatenato, di che non è cenno alcuno nelle lettere che egli scrisse al Vettori. Certo è però che i prigionieri venivano allora incatenati, ed è possibilissimo che il Ricci non sapesse il numero preciso dei tratti di corda.

[334]. Il Tommasini (II, 69, nota 2) dice: — È singolare che al Villari sia parso prima di poter dubitare dell'autenticità dei sonetti, portandone poi un giudizio morale alquanto artificioso, deplorando che il Machiavelli sia sceso tanto basso da deridere i compagni che subirono l'estremo supplizio. Questa derisione non si trova in alcuno dei due sonetti. Il Machiavelli non aveva compagni; ma cagioni della sua sventura. — Come il lettore può facilmente vedere, io ho detto invece che, secondo me, i sonetti sono del Machiavelli, sebbene qualche cosa potrebbe far nascere dei dubbi; ho aggiunto che suoi sono lo stile e la lingua, che vere prove intrinseche per dubitare dell'autenticità non esistono, come aveva giudicato anche il Carducci. Ho concluso poi che li ritengo uno scherzo satirico, perchè troppo cinico e basso sarebbe stato il dire sul serio a Giuliano: purchè tu mi salvi, vadano in malora i miei compagni. E neppur questo il Tommasini può accettare, dicendo che non erano compagni. Non è però possibile negare, che erano compagni di carcere, accusati delle stesse opinioni politiche.

[335]. Trucchi, Poesie inedite di dugento autori, volumi quattro: Prato, Guasti, 1846 e 1847. Vol. III, pag. 175. Il Sonetto, dice il Trucchi, «è tratto da un codice lucchese, scritto di mano del dottissimo «canonico Biscioni, che lo trovò nel codice del Redi.» Ibidem, pag. 172.

[336]. Nerli, Commentarî. pag. 124-5.

[337]. Nardi, Storia, vol. II. pag. 33.

[338]. Nerli, Commentarî, pag. 120 e seg.: Creighton, vol. IV, pag. 194, e e seg.

[339]. Instructione al Magnifico Lorenzo, pubblicata da Tommaso Gar nell'Arch. Stor. It., Appendice, vol. I (pag. 299-306), fra i Documenti risguardanti Giuliano dei Medici e il pontefice Leone X.

[340]. Vettori, Sommario, pag. 300.

[341]. Opere (P. M.), vol. II, pag. LVIII-IX.

[342]. È in data del 28 ottobre 1513, e trovasi segnata col n. 212 fra le carte dell'Archivio Ricci-Poniatowski, acquistate recentemente dall'Archivio fiorentino. La quietanza è fatta da Pier Francesco del fu Antonio da Rabatta, come procuratore di Leonardo di Piero Pitti a Niccolò di Bernardo Machiavelli ed a suo fratello Totto, per mille fiorini d'oro, pagati in più rate, in virtù di una convenzione stipulata nel 1510.

[343]. Priorista, Quartiere Santo Spirito, a c. 160t.

[344]. Vedi Die Briefe des florentinischen Kanzlers und Geschichtschreibers N. Machiavelli. Aus dem Italienischen übersetzt von D. Heinrich Leo. Berlin, Ferdinand Dümmler 1826. A noi riesce difficile capire come un uomo dell'ingegno e della dottrina del Leo possa, nella prefazione a questa sua traduzione, affermare che il Vettori era un pedante senza ingegno (pag. XXIV-V). Basterebbe il suo Sommario della Storia d'Italia, per provare che egli era uomo di molto ingegno. I non pochi uffici che tenne sempre con grande reputazione, fanno fede ancora del suo politico valore.

[345]. Priorista Ricci, Quartiere Santo Spirito, famiglia Vettori a carte 87t.

[346]. Opere, vol. VIII; lettera IX, del 13 marzo 1512/3.

[347]. Ibidem, lettera XI, del 18 marzo 1512/3.

[348]. Opere, vol. VIII; lettera XII, del 9 aprile 1513.

[349]. Ibidem, lettera XIII, del 9 aprile 1513.

[350]. Ibidem, lettera XIV, del 16 aprile 1513.

[351]. Priorista Ricci, Quartiere Santo Spirito, a carte 284.

[352]. Priorista Ricci, loc. cit., e varie lettere del Vettori e del Machiavelli parlano di questo affare.

[353]. Il magistrato degli Otto di Pratica, in sostituzione dei Dieci di Balìa, entrò in ufficio solo il 10 giugno 1514. Archivio fiorentino, Lettere degli Otto, anni 1514-16, Cl. X, dist. 5, n. 49-50.

[354]. Lettera del Vettori, in data 23 novombre 1513; Carte del Machiavelli, cassetta V, il. 26. Vedi Appendice, doc. XXI.

[355]. Lettera del Vettori, in data del 24 dicembre 1513 e 13 gennaio 1513/4: Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 27 e 28. Vedi Appendice, doc. XXI.

[356]. Opere, vol. VIII; lettera XXIX, del 4 febbraio 1513/4.

[357]. Lettera del Vettori, in data 9 febbraio 1513/4; Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 29. Vedi Appendice, docum. XXI. Opere, volume VIII; lettera XXX del Machiavelli in data del 25 febbraio 1513/4.

[358]. L'Arbitrio e la Decima erano imposte diverse.

[359]. Opere, vol. VIII; lettera XXXI, del 16 aprile 1514.

[360]. Fu pubblicata prima dal Passerini nel giornale fiorentino lo Statuto, poi nelle Opere: Firenze, Usigli, 1857, pag. 1146, in nota.

[361]. Opere, vol. VIII; lettera XXXIII, del 10 giugno 1514.

[362]. Ibidem, lettere XXXIV e XL, del 3 agosto 1514 e 31 gennaio 1514/5.

[363]. Vettori, Sommario, pag. 300-3.

[364]. Vettori, Sommario, pag. 304; Creighton, History of the Papacy, vol. IV, lib. V, cap. XVIII; Nitti, Leone X e la sua politica, secondo documenti e carteggi inediti. Firenze, Barbèra, 1892. Il Nitti riconosce pienamente il carattere doppio di Leone X, ma con nuove indagini e con molto acume cerca dimostrare, che la politica di questo Papa fu assai male giudicata da coloro che la credettero mossa soprattutto dal desiderio di far principi di nuovi Stati Giuliano e Lorenzo, di rendere in ogni modo potente la propria famiglia. La sua politica fu invece, secondo il Nitti, guidata principalmente dal desiderio di assicurare lo Stato della Chiesa. Ammettendo che si sia da alcuni esagerato a danno del Papa, è pur certo che il rendere potente in Italia la propria famiglia, fu, secondo tutti i contemporanei, desiderio ardentissimo di Leone X, il che non esclude punto che suo principale desiderio fosse anche quello di assicurare lo Stato della Chiesa. L'una cosa anzi poteva spesso aiutar l'altra. Ma che in alcuni casi l'interesse pubblico venisse a soffrirne, e restasse di necessità sacrificato a quello della famiglia, ci par difficile negarlo addirittura.

[365]. Opere, vol. VIII; lettera XIII, del 9 aprile 1513.

[366]. Opere, vol. VIII; lettera XVI, del 21 aprile 1513.

[367]. In altra lettera del 16 maggio 1514 esprime, a proposito dei principi, una simile opinione: «Compare mio, io so che questi re e questi principi sono uomini come voi ed io, e so che noi facciamo di molte cose a caso, e di quelle che c'importano bene assai, e così è da pensare che facciano loro.» Opere, vol. VIII; lettera XXXII, pag. 118.

[368]. Opere, vol. VIII; lettera XVII, pag. 46-55. Nelle edizioni mancano alcuni versi in fine, e quindi anche la data e la firma. Tutto ciò si ritrova nel Codice Ashburnham 639 (Biblioteca Laurenziana), e fu pubblicato dal Tommasini (II, 86, nota 1). La lettera ha la data: Florentia, die 29 aprilis 1513, ed è firmata: Vº compare N. Mac. Nel Cod. Ash. manca invece il principio, che si trova nelle stampe.

[369]. Ibidem, lettera XVIII, del 20 giugno 1513.

[370]. Opere, vol. VIII; lettera XX (del Vettori), in data 27 giugno 1513.

[371]. Ibidem, lettera XXI, pag. 66. Quello che qui dice il Vettori, si connette anche con lo strano disegno attribuito all'Imperatore di volersi far Papa.

[372]. Ibidem, lettera XXI (del Vettori), in data 12 luglio 1513.

[373]. Opere, vol. VIII; lettera XVIII, del 20 giugno 1513.

[374]. Federigo d'Aragona morto in Francia nel 1504.

[375]. Opere, vol. VIII; lettera XXII (del Vettori), in data 5 agosto 1513.

[376]. Opere, vol. VIII; lettera XXIII, del 10 agosto 1513.

[377]. Opere, vol. VIII; lettera XXIV (del Vettori), 20 agosto 1513.

[378]. Opere, vol. VIII; lettera XXV, del 26 agosto 1513.

[379]. Opere, vol. VIII; lettera XXXV (del Vettori), 3 dicembre 1514.

[380]. Ibidem, lettera XXXVII. Di questa lettera si trovava a Siena un'antica copia manoscritta, in casa del sacerdote Toti (ora vescovo a Pienza), con la data: 20 dicembre 1514, more florentino. Il manoscritto sembrò del secolo XVI al prof. Carlo Falletti, cui ne dobbiamo la notizia. La stessa data trovasi ripetuta anche nel noto codice (LVII, 47, a pag. 117) della biblioteca Barberini di Roma. Deve però essere errata, invece del 10 dicembre, perchè il Vettori scriveva il 15 d'aver ricevuto la lettera il 14. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 31.

[381]. Ibidem, lettera XXXVIII, del 20 dicembre 1514.

[382]. Opere, vol. VIII; lettera XXXIX, anch'essa del 20 dicembre.

[383]. Lettere del Vettori in data del 15 e 30 dicembre 1514; Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 31 e 32. Vedi Appendice, doc. XXI.

[384]. È ben noto che il trattato con questo titolo, attribuito a San Tommaso, solo in parte è suo. Vedi fra gli altri molti, Franck, Réformateurs et publicistes, Paris, M. Lévy, 1864, pag. 39 e segg.

[385]. Egidio Colonna compose anch'egli un'opera intitolata De Regimine principum, che fu scritta a richiesta del principe ereditario di Francia, il quale fu poi Filippo il Bello. In essa però l'autore non si occupò nè dell'Impero, nè della Chiesa, ma della Monarchia ossia del Regno, e sostiene il potere assoluto del principe sui suoi sudditi.

[386]. Vedi il bel libro di James Bryce, The holy Roman Empire. London, Macmillan, 1866. Ivi, a pag. 291, l'autore osserva: «With Henry the Seventh ends the history of the Empire in Italy, and Dante's book is an epithaph, instead of a prophecy.» — Vedi anche, nei miei Scritti varî (Bologna, Zanichelli, 1912) Il De Monarchia di Dante Alighieri.

[387]. È singolare che Giuseppe Ferrari, nel suo Corso sugli scrittori politici italiani (Milano, Manini, 1862), pur cercando d'esaltare anche esageratamente tutti coloro che difesero le idee ghibelline, non parli affatto di Marsilio da Padova, che ne fu il principale sostenitore.

[388]. Il Neander, discorrendo dell'opera di Marsilio, dice: «Dieses in der That epochemachende Werk.» Allgemeine Geschichte der christhlichen Religion und Kirche, vol. XI, pag. 32. Giudizio non molto diverso esprimono altri scrittori tedeschi.

[389]. Di ciò parlano il Bezold ed il Riezler nelle opere che si troveranno citate più avanti.

[390]. Fra quelli che hanno ragionato con maggiore autorità ed esattezza degli scrittori qui sopra menzionati, e delle questioni che hanno attinenza colle loro principali opere, sono da consultare i seguenti: A. Franck, Réformateurs et publicistes de l'Europe. Paris, 1864. Sigmund Riezler, Die literarischen Widersacher der Päpste zur Zeit Ludwig des Baiers. Leipzig, 1874. F. von Bezold, Die Lehre von der Volkssouveräinität, während des Mittelalters, nell'Historische Zeitschrift di H. von Sybel, anno VIII, fasc. IV. München, 1876. Vedi anche il primo volume dell'opera di Roberto Mohl, Die Geschichte und Literatur der Staatwissenschaften, in tre volumi. Erlangen, 1853-58. Il Gregorovius, nella sua Storia di Roma, ha pure importanti osservazioni e notizie. Citiamo finalmente una tesi di laurea presentata da Paolo E. Meyer alla Facoltà di teologia protestante di Strasburgo, il 25 maggio 1870: Étude sur Marsile de Padoue. Strasbourg, Silbermann, 1870. Questa tesi contiene una esatta esposizione degli scritti di Marsilio, dei quali il Meyer non par grande ammiratore. Egli pone sopra tutto in evidenza come Marsilio, nel sottomettere la Chiesa allo Stato, non distingua le loro diverse attribuzioni nè il loro scopo. — Vedi anche Scaduto, Stato e Chiesa negli Scritti politici dalla fine delle lotte per le investiture fino alla morte di Lodovico il Bavaro (1022-1447). Firenze, Successori Le Monnier, 1882. B. Labanca, Marsilio da Padova. Padova, 1882.

[391]. La Legazione di Spagna (1512-13), nelle Opere inedite di F. Guicciardini, vol. VI.

[392]. Non molto diversa risposta ricevette il De Amicis (come racconta nel suo libro sulla Spagna) da uno Spagnuolo che fu da lui interrogato: La nazione è bella, gli rispose, ma non sa governarsi.

[393]. Relazione di Spagna, nelle Opere inedite, vol. VI, pag. 271-297.

[394]. Opere inedite, vol. I. Ricordi LXXVII e CCLXXIII.

[395]. Ibidem, Ricordo CXLII.

[396]. Opere inedite, vol. X, pag. 89. Queste parole furono scritte, come ivi è notato: In Spagna l'anno 1513.

[397]. Opere inedite, vol. II, pag. 262 e seg.

[398]. Ibidem, pag. 263.

[399]. Ibidem, pag. 267.

[400]. Opere inedite, vol. II, pag. 270 e 271.

[401]. Ibidem. pag. 272.

[402]. Opere inedite, vol. II, pag. 303-4.

[403]. Giannotti, Opere, volumi due: Firenze, Le Monnier, 1850.

[404]. Opere inedite, vol. II, pag. 311-312.

[405]. Ibidem, Discorso IV, pag. 316-24.

[406]. Opere inedite, vol. II. pag. 1-223.

[407]. Ricordi di Gino di Neri Capponi in Rerum Italicarum Scriptores, vol. XVIII: Mediolani, 1731, col. 1149: «Fate de' Dieci della Balìa uomini pratichi, e che amino il Comune più che il loro proprio bene e che l'anima.» Il buon Muratori trova che queste parole impietatem sapiunt, e però vorrebbe credere che anima qui stia «ad significandam aut, more Hebraeorum, vitam, aut intensiorem et delicatiorem illam animae curam.» Praef. col. 1101. Ma le stesse parole, nel loro vero e chiaro significato, secondo cui le intende il Guicciardini, si trovano ripetute anche nelle Storie del Machiavelli.

[408]. Opere inedite, vol. II, pag. 210-12.

[409]. Opere inedite. vol. I. Ricordi VI, CCLVII e CCCXLIII.

[410]. Ibidem, Ricordo XXXV.

[411]. Opere inedite, vol. I. Ricordo CXVII.

[412]. Ibidem, Ricordo CX.

[413]. Ibidem, Ricordo CCCXXXVI.

[414]. Ibidem, Ricordi XXX e XXXI.

[415]. Opere inedite, vol. I. Ricordo XLVIII. Tutto il ricordo è ripetuto nel trattato Del Reggimento di Firenze, a pag. 211.

[416]. Ibidem, Ricordo CVII. Anche il Vettori, dopo aver detto che il governo dei Medici era tirannico, aggiunge che «a parlare libero, tutti i governi sono tirannici.» Al quale proposito è notevole ciò che scrive di quello di Francia (allora assai lodato da molti), perchè sembra anticipare le osservazioni dei migliori storici moderni sulle origini della Rivoluzione francese. «Non resta però che sia una grande tirannide che li gentiluomini abbino l'arme, e li altri no; non paghino gravezza alcuna, e sopra li poveri villani si posino tutte le spese; che vi siano parlamenti nelli quali le liti durino tanto che li poveri non possino trovare ragione; che vi sia in molte città canonicati ricchissimi, de' quali quelli che non sono gentiluomini, sono esclusi.» (Sommario, pag. 294).

[417]. Ibidem, Ricordo CCCXLVI.

[418]. Opere inedite, Ricordo CCXLII.

[419]. Ibidem, Ricordi CIV e CCLXVII.

[420]. Ibidem, Ricordi CXVIII e CCCXXVII.

[421]. Ibidem, Ricordo XXXIV.

[422]. Opere inedite, Ricordo XXXVII.

[423]. Ibidem, Ricordo XXVIII.

[424]. Ibidem. Ricordi CCXXXVI, CCCLVI.

[425]. Nuovi saggi critici di Francesco De Sanctis: Napoli, Morano, 1872, pag. 203-228. Vedi anche Une autobiographie de Guichardin d'après ses œuvres inédites, lavoro pubblicato dal prof. A. Geffroy nella Revue des Deux Mondes, 1 février 1874. Il libro del signor E. Benoist, Guichardin historien et homme d'état italien au XVIe siècle (Paris. 1862), fu pubblicato prima che fossero stampate la più parte delle Opere inedite, e non poteva perciò avere gran valore. Recentemente il signor Carlo Gioda ha pubblicato un grosso volume: Guicciardini e le sue opere inedite: Bologna, Zanichelli, 1880. L'autore dà in esso un sunto ed una esposizione assai minuta delle Opere inedite.

[426]. Vedi la lettera XXVI nelle Opere, vol. VIII, pag. 93 e segg. In essa il Machiavelli, dopo aver detto all'amico Vettori come aveva composto il suo lavoro, aggiunge: «Filippo Casavecchia l'ha visto; vi potrà ragguagliare della cosa in sè, e de' ragionamenti ho avuti seco, ancorchè tutta volta io lo ingrasso e ripulisco.» Questa celebre lettera fu trovata nel codice LVIII, 47 della biblioteca Barberini di Roma, dove ha la data del 10 ottobre 1513, come nella prefazione (a pag. XXXVII) notarono gli editori delle Opere, che primi la pubblicarono, e come abbiamo noi stessi riscontrato. Ma essi poi, senza dirne il perchè, la stamparono invece con la data del 10 dicembre, e noi crediamo che abbiano avuto ragione. Francesco Vettori, nella sua del 24 dicembre, dice, la prima volta, d'averla ricevuta, e in una del 23 novembre, dice che l'ultima lettera del Machiavelli da lui ricevuta è quella del 26 agosto, nella quale si narra la favola del leone e della volpe. Vedi Appendice, doc. XXI.

[427]. L'opera non ha una vera e propria conclusione. Il Giunta, nella edizione del 1543, dice che il Machiavelli andava tuttavia correggendo il suo lavoro, e voleva portarvi nuove modificazioni.

[428]. Il secondo capitolo del Principe incomincia: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, ecc.» Opere, vol. IV. pag. 2. E anche i Discorsi citano più volte il Principe. Nel capitolo I del libro II troviamo: «Sarebbesi da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato dei principati non ne avessimo parlato a lungo, perchè in quello questa materia è diffusamente disputata.» Opere, vol. III, pag. 183. Nel cap. XIX del libro III, dopo aver detto che il principe deve guardarsi più dalla rapina della roba altrui che dal sangue, il Machiavelli aggiunge: «Come in altro trattato sopra questa materia s'è largamente discorso.» Ibidem, pag. 377. Nel capitolo XLII del libro III, dopo aver detto che i principi non osservano le promesse, quando mancano le cagioni che fanno promettere, continua: «Il che se è cosa laudabile o no, o se da un principe si debbono osservare simili modi o no, largamente è dimostrato da noi nel nostro trattato del Principe; però al presente lo taceremo,» pag. 437.

Il signor Carlo Gioda (Machiavelli e le sue opere, Firenze, Barbèra, 1874), a pag. 292, parlando della citazione che nel Principe si fa dei Discorsi, dice: «Questo periodo è stato, secondo l'Artaud, alterato, allorchè i Medici concessero che il libro venisse stampato; eppure non si trova nella copia del 1513, nel qual anno non aveva composto i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio; e dee averlo aggiunto parecchi anni dopo, cioè dopo averlo ingrassato e ripulito.» Ma io non so dove sia questa copia del 1513, in cui manca il periodo. Non lo dicono l'Artaud, nè il Gioda, nè altri. (Vedi Artaud, Machiavelli, son génie, etc., vol. I, pag. 285, nota 1). Del resto l'Artaud, cui si riferisce il Gioda, non ha nè molta autorità, nè molta esattezza. Le due più antiche copie del Principe, che ad alcuni sembrarono di mano del Buonaccorsi, si trovano, una nella Laurenziana (Plut. XLIV, cod. 32), l'altra nella Riccardiana (cod. 2603), e contengono ambedue il periodo citato. La prima lo ha in questa forma: «Io lascerò indrieto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai ad lungo.» La seconda dice: «Io lascerò indreto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne parlai a lungo.» Un'altra copia assai antica, che si trova nella Barberiniana di Roma, cod. LVI, 7, contiene del pari lo stesso periodo.

[429]. Nel cap. 23 del I libro (pag. 83) dei Discorsi, il Machiavelli cita un freschissimo esempio del 1515. Nel cap. 10 del II libro (pagina 213) parla della guerra tra i Fiorentini e il duca d'Urbino, seguìta nel 1517, ed osserva: «pochi giorni sono il Papa e i Fiorentini insieme non avrebbono avuto difficoltà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d'Urbino.» Nel capitolo XXIV dello stesso libro (pag. 217), parla di Ottaviano Fregoso, che disfece la fortezza di Genova, e che, assalito poi dai nemici, li respinse, il che avvenne nel 1521. Nel cap. 27 del libro III (pag. 396), alludendo alle fazioni che lacerarono Pistoia nel 1501, ed ai provvedimenti allora presi dai Fiorentini, dice: quindici anni sono. Queste parole dovrebbero quindi essere state scritte nel 1516. Tutto ciò prova che egli andò per parecchi anni ricorreggendo il suo lavoro.

[430]. Il signor Karl Knies, nel suo scritto intitolato: Der Pratriotismus Machiavelli's (Preussische Jahrbücher, fascicolo del giugno 1871), dopo avere osservato, che se il Machiavelli pensò male degli uomini, anche Martino Lutero e la Riforma cominciarono col non avere nessuna fede nella bontà umana, conchiude anch'egli col dire che uno stesso concetto dell'uomo trovavasi allora nella nuova politica e nella religione riformata.

[431]. Il Tommasini (II, 38-39) crede invece che il Machiavelli adoperi la parola virtù nel senso in cui l'adoperavano Galeno e i medici quando accennavano alla virtù del farmaco. Ed, insistendo sul paragone colla medicina, dice che chi questo non riconosce non può comprendere il sistema filosofico del Machiavelli. In una nota poi (pag. 39 nota 1) aggiunge: — Il Villari riconosce che pel Machiavelli la parola virtù significa sempre coraggio, energia così nel bene come nel male, ma ha torto di credere che tale significazione abbia soltanto «per lui», che alla virtù cristiana «dà piuttosto il nome di bontà.» —

Non mi fermo qui sopra una questione sulla quale più oltre discorro a lungo. Osservo solamente che il Machiavelli spesso deplorò che la religione cristiana spingesse alla mansuetudine mentre quella dei Greci e dei Romani inculcava invece l'energia ed il patriottismo. Nel Principe (cap. VII) egli parla della ferocia e virtù del Valentino. E io non so che altri molti facciano uso della stessa parola nello stesso significato.

[432]. Nella lettera già citata del Vettori, che non era poi un erudito, questi scriveva da Roma al Machiavelli, il 23 novembre 1513 (Vedi Appendice, documento XXI), che, per «passar tempo,» aveva raccolto: «Livio con lo epitome di Lucio, Floro, Sallustio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Tacito, Svetonio, Lampridio, Sparziano, Erodiano, Ammiano Marcellino e Procopio.»

[433]. Fra coloro che si sono recentemente occupati delle fonti antiche del Machiavelli, va citato Georg Ellinger, Die Antiken Quellen der Staatslehre Machiavelli's. Tübingen, H. Laupp, 1888. Questo autore ha senza dubbio fatto molte ricerche, ed è venuto ad alcuni utili resultati; ma esagerandone l'importanza, ha recato danno al suo lavoro. Spesso infatti sembra attribuire il medesimo valore alle imitazioni di parole o di frasi, ed a quelle di dottrine e di idee. Si aggiunge poi che si ferma a notare non solamente imitazioni che egli stesso crede solo possibili, ma anche espressioni che il Machiavelli potè avere imitate non da uno, ma da molti autori, come potè anche non averle imitate da nessuno, perchè sono di quelle che era difficile allora non adoperare.

Il signor L. Arthur Burd, nella edizione da lui fatta del Principe, preceduta da una sua introduzione e da un'altra di Lord Acton, ha, in molte note e comenti, fatto anch'egli assai utili ricerche sulle antiche fonti del Machiavelli. Vedi Il Principe by Niccolò Machiavelli, edited by L. Arthur Burd. Oxford, at the Clarendon Press, 1891.

[434]. Infatti egli, che fu il primo a cercare nel Principe le imitazioni da Aristotele, dice: «Wenn die Wiederholungen aristotelischen Sätze von grosser Merkwurdigkeit sind, so sind die Abweichungen beinahe noch von einer grösseren.» Queste parole si leggono a pag. 169 della sua critica degli storici italiani del secolo XVI, messa in appendice all'opera: Geschichten der romanischen und germanischen Völker, pubblicata prima nel 1824, poi nel 1874 a Berlino. Nella seconda edizione il Ranke riconosce, assai più che nella prima, il valore affatto originale e indipendente del Principe.

Il Burd che più di tutti ha ricercato nel Principe le imitazioni dagli antichi, conchiude riconoscendone tutta l'originalità: «In any case, the value of The Prince is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings.» Op. cit., pag. 173.

[435]. Il primo a sostener questa opinione fu il Leo, nella prefazione (pagina XX) alla sua traduzione delle lettere del Machiavelli. A proposito degli Svizzeri, dei quali il Machiavelli era grande ammiratore, il Vettori, gli scriveva il 20 agosto 1513: «Se voi leggerete bene la Politica e le repubbliche che sono state, non troverete che una repubblica come quella, divulsa, possa fare progresso.» Al che il Machiavelli rispondeva il 26 dello stesso mese: «Nè so quello si dica Aristotele delle repubbliche divulse; ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è, e quello che è stato.» Opere, vol. VIII. pag. 89 e 90. Il Leo da questa risposta deduce, che il Machiavelli non poteva allora aver letto la Politica di Aristotele, altrimenti avrebbe saputo che in essa non si parla, nè poteva parlarsi delle repubbliche divulse, e conclude che il paragone tra Aristotele e Machiavelli (fatto due anni prima, cioè dal Ranke nel 1824): «muss mit Bestimmtheit zurückegewiesen sein.» Vedi, Die Briefe des florentinischen Kanzlers und Geschichtschreibers Niccolò Machiavelli an seine Freunde aus dem Italienischen übersetzt von D.r H. Leo: Berlin, Dümmler, 1826. Ma in verità la conclusione che il Leo tira dalle premesse è arrischiata. Anche avendo letto la Politica, poteva il Machiavelli non ricordarsi bene se in essa parlava o no delle repubbliche divulse. Le due lettere provano però che l'opera di Aristotele era allora assai nota e diffusa.

Un altro scrittore più recente, che si è pure occupato delle relazioni fra Aristotele e il Machiavelli, crede che questi abbia conosciuto la Politica solo di seconda mano, non sapendosi altrimenti spiegare come mai egli, che tanto amava citare esempî storici, «non si sia almeno una volta» valso di quelli assai notevoli e adatti che si trovano nella Politica. E ne conchiude che, non ostante la somiglianza, «dürfen wir Rankes Behauptung, Aristoteles sei die Quelle für Machiavelli gewesen, nicht für bewiesen halten.» W. Lutoslawski, Erhaltung und Untergang der Staatverfassungen nach Plato, Aristoteles und Machiavelli. Breslau, Koebner, 1888, pag. 132-3.

[436]. Basta aprire la Politica di Aristotele per persuadersene. Vedi a questo proposito l'opera: Die Staatslehre des Aristoteles in historisch-politischen Umrissen von prof. Wilhelm Oncken, zwei Hälfte: Leipzig, Engelmann, 1870 e 1875. È dello stesso autore un opuscolo intitolato: Aristoteles und seine Lehre vom Staat. Berlin, 1870.

[437]. Queste idee che si posson dire elementari, si trovano nei trattati più noti. Vedi: Théorie générale de l'État par M. Bluntschli, trad. de M. A. de Riedmatten. Paris, Guillemain, 1877. Nel lib. I, cap. III, l'autore espone l'Histoire du développement de l'idée de l'État. E più estesamente ancora ragiona delle differenze che passano fra lo Stato del Medio Evo e quello dei tempi moderni, in un suo discorso: Ueber den Unterschied der mittelalterlichen und der modernen Staatsidee. Ein wissenschaftlicher Vortrag gehalten zu München, am 5 februar 1855. München, 1855. Vedi anche: Theodore D. Woolsey, Political Science or the State theoretically and practically considered. Part II, chap. I: Opinions on the Nature and Origin of the State: London, Sampson Low.

[438]. Roberto von Mohl, nel suo eccellente lavoro: Die Machiavelli-Literatur, che fa parte della sua grande opera: Die Geschichte und Literatur Staatswissenschaften (Erlangen, Enke, 1855-58, in tre volumi), dopo altre considerazioni sul Machiavelli, aggiunge: «Zweitens aber ist seine Methode eine treffliche. Seit Aristoteles war er wieder der erste, welcher die inneren allgemeinen Gründe der von der Geschichte erzählten, oder von ihm selbst erlebten und beobachteten Thatsachen aufzusuchen sich bemühte, und aus den einzelnen Erscheinungen auf die Ursache schloss. Diess ist allerdings noch nicht vollendete und am wenigsten systematische Wissenschaft, allein es ist die einzig richtige Grundlage für eine Erfahrungslehre, wie diess die Staatskunst ist oder wenigsten sein soll.» Vol. III, pag. 539.

[439]. Questo fu assai bene osservato dall'Oncken, che perciò appunto avrebbe, secondo noi, dovuto riconoscere più esplicitamente anche il cammino fatto dalla scienza politica nel Rinascimento.

[440]. Il Fabricius (4ª ediz.: Amburgo, 1793) cita (III, 309) una edizione s. l. et a. dell'Etica, della Politica e dell'Economia, tradotte dal Bruni, e dice: hanc editionem esse forte omnium primam, saltem ante annum 1477, a Io. Mentlim excusam. Altrove (III, 308) ricorda un'altra edizione: Aristotel. Politicorum, libri VIII, Leonardo Aretino interprete. Florentiae, 1478, in-fol. Dal 1480 al 90 molte nuove edizioni della Politica, tradotta dal Bruni e da altri, in diverse lingue, vennero alla luce in Italia e fuori.

[441]. Opere, vol. III, pag. 1.

[442]. Ibidem, vol. III, pag. 5.

[443]. Opere, vol. III, pag. 6-7. L'Ellinger, pag. 13, 14 e 15, crede che il concetto dell'importanza della storia il Machiavelli l'abbia trovato in Polibio, Dione Cassio, e Isocrate. Poteva aggiungere che si trova anche in Cicerone ed in altri. Ma qui si tratta di prendere, con nuovo metodo, la storia a base della scienza politica, ed è cosa, ci pare, assai diversa.

[444]. Discorsi, lib. I, cap. II.

[445]. La somiglianza che troviamo fra la successione dei governi quale è determinata nella Scienza Nuova e nei Discorsi, non deve meravigliarci, perchè l'una e l'altra teoria è cavata dalla storia di Roma, e sono ambedue suggerite da antichi scrittori. La teoria, del resto, è in parte ammessa anche dai moderni. Sir Henry Maine, nella sua opera, Ancient Law (London, Murray, 1878; cap. I, pag. 10-11), dice: «The proposition that a historical era of aristocracies succeded a historical era of heroic kings, may be considered as true, if not of all mankind, at all events of all branches of the Indo-European family of nations.» E poco prima aveva osservato, parlando degli ottimati, i quali successero ai re: «Unless they were prematurely overthrown by the popular party, they all ultimately approached very closely to what we should now understand by a political aristocracy.»

[446]. Vol. I, nota alla pag. 303 di quest'opera. Vedasi anche nell'Appendice a questo volume, il doc. XXII. Il professor Triantafillis, nel suo scritto, Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875, pag. 9 e seg.) riportò il frammento originale di Polibio, la traduzione italiana del dott. J. Kohen, ed il brano del Machiavelli, per dimostrarne di nuovo la grande somiglianza coll'originale greco, già notata dal Fabricius. Noi abbiamo più sopra citato il Cod. laurenziano (40 del Plut. 89 inf.), che contiene la traduzione latina fatta dallo Zefi dei brani (fra cui quello appunto sui governi) del libro VI di Polibio. Questa parte del Codice (c. 30 a c. 47) è dei primi del secolo XVI, come crede anche il Bandini, il quale dice che lo Zefi morì nel 1442. La seconda parte, da c. 48 in poi, sembra del secolo XVI inoltrato.

Recentemente il Tommasini (II, 165 e seg., nota 1) ha con diligenza confrontato il testo di Polibio, la traduzione dello Zefi e la traduzione o imitazione del Machiavelli, dimostrando come questi s'allontanasse spesso dall'autore greco, più fedelmente riprodotto dallo Zefi. Come abbiamo più volte osservato, il Machiavelli, nel valersi continuamente degli antichi, li riassumeva, e spesso anche li modificava, per meglio valersene a sostegno delle proprie idee.

[447]. Il prof. Crivellucci, nel suo breve scritto, Del Governo popolare in Firenze (1494-5), secondo il Guicciardini (Pisa, Nistri, 1877), a pag. 102 e seg., fa qualche giusta osservazione sul modo in cui allora si diffuse tra noi l'idea del governo misto.

[448]. Discorsi, lib. I, cap. VI.

[449]. Ibidem, cap. III.

[450]. Discorsi, lib. I, cap. IX.

[451]. Il prof. C. Schirren, nel suo discorso inaugurale, Ueber Machiavelli, fatto da lui come Rettore della Università di Kiel (1878), dice che la chiave del Principe si trova nel cap. 8 del libro I dei Discorsi: «Unter den vielen Schlüsseln zum System des Principe ist indess der einfachste in achtzehnten Capitel des ersten Buches der Discorsi gegeben» (pag. 8). Altri scrittori dicono lo stesso di altri capitoli della stessa opera.

[452]. Sebbene quello che diciamo qui sopra sia per sè stesso evidente, pure vogliamo riferire le parole che, a questo proposito, scrive uno storico assai autorevole. Lo Schwegler (Römische Geschichte, vol. I, cap. II, § 29) parlando dei Discorsi, osserva: «Die Schrift ist reich an den feinsten und treffendsten Wahrnehmungen im Gebiete der politischen Psychologie....; über die allgemeinen psychologischen Gesetze des Staats- und Völkerlebens werden darin höchst kluge und geistreiche Urtheile vorgetragen. Was dagegen dem Verfasser fehlt ist ein richtiger Begriff, eine objectivhistorische Anschauung des römischen Alterthums.... Eine eindringende, selbständige Kentniss des römischen Alterthums besitzt er nichts, daher sind seine Urtheile, z. B. diejenigen über Julius Caesar gar oft unhistorisch, und durch conventionelles Vorurtheil dictirt.» Questo difetto diviene naturalmente maggiore là dove Tito Livio ci dà solo tradizioni primitive. Quanto poi al giudizio dato su Cesare, poteva l'illustre tedesco, che tanto lo biasima, ricordarsi quello che di Cesare pensavano e dicevano quasi tutti fino al principio del secolo XIX.

[453]. Discorsi, lib. I, cap. XI e XII.

[454]. Discorsi, cap. XIV. Polibio, nel secondo frammento del libro VI, espone un concetto non molto diverso. Riferiamo le parole della già ricordata traduzione dello Zefi, che forse il Machiavelli ebbe sott'occhio. (Laurenz. 40, Plut. LXXXIX inf., f. 43v. Cfr. Polyb., Hist. (ed. Didot), col. 371, LVI, n. 6 e segg.): «Verum longe ab aliis differunt Romani, meliusque sibi consulere uidentur in iis quae ad Deorum praeceptionem pertinent. Quod enim despicitur apud alios, id mihi uidetur Rem romanam constituere, superstitionem dico. Usque adeo haec illis formidolosa est, atque ita in re tam priuata quam pubblica admittitur, ut supra fidem uideatur. Sed quod multis mirabile fit, hoc ego multitudinis causa puto introductum. Si enim ciuitas ex sapientibus uiris universa cogi posset, non erant forte eiusmodi ceremoniae necessariae. Cum uero plebs ipsa uarium et mutabile sit, refercta emormibus (sic) appetitionibus, temeraria indignatione uiolentique ira, restat ut incerto metu et id genus territamentis contineatur. Quapropter non temere uidentur nostri maiores Deorum cognitionem et inferorum commenta ad multitudinem detulisse. Multo illi inconsideratius faciunt nostra tempestate, qui haec deturbare expungereque conantur.»

[455]. Discorsi, lib. I, cap. XII, pag. 54-56.

[456]. Discorsi, lib. II, cap. II, pag. 188-9. Nell'opera di William E. H. Lecky, History of European Morals (in due volumi: Londra, Longmans, 1869), si trovano alcune pagine che si direbbero copiate dal Machiavelli. Il concetto fondamentale che il Lecky più volte espone a questo proposito, è certamente identico a quello dei Discorsi. «A candid examination will show that the Christian civilisations have been as inferior to the Pagan ones in civic and intellectual virtues, as they have been superior to them in the virtues of humanity and chastity. We have already seen that one remarkable feature of the intellectual movement that preceded Christianity, was the gradual decadence of patriotism, etc.» Vol. II, pag. 148.

[457]. Discorsi, lib. III, cap. XLI.

[458]. Abbiamo già detto che lo Schwegler biasima il Machiavelli per questo suo giudizio su Giulio Cesare; ed abbiamo aggiunto la nostra opinione in proposito.

[459]. Discorsi, lib. I, cap. X, pag. 46-48.

[460]. Tucidide (Didot), I, 22 e III, 82; Polibio (Didot), VI, 4 e 9. Lo stesso concetto si ritrova nella Poetica di Aristotele e nel De republica di Cicerone. E non senza ragione il Burd, pag. 208, dice a questo proposito: «Such ideas are indeed part of the classical prejudice of the Renaissance.»

[461]. Discorsi, lib. I, cap. XXXIX. Vedi anche libro III, cap. XLIII.

[462]. Prologo della Clizia; Asino d'oro, cap. V.

[463]. Questa, che può parere un'idea assai singolare, è stata ai nostri giorni sostenuta ampiamente dal Buckle.

[464]. È singolare che qui ricordi Roma e l'Impero d'Oriente, non la Grecia repubblicana, cui indirettamente accenna poco dopo. La vera, la grande antichità il Machiavelli la vedeva nella Repubblica e nell'Impero romano.

[465]. Discorsi, Proemio al II libro.

[466]. Discorsi, lib. III, cap. VIII.

[467]. Ibidem, lib. III, cap. IX.

[468]. Discorsi, lib. II, cap. 29, pag. 288. Grandissimo era il potere che, nelle cose umane, s'attribuiva allora alla fortuna. Qualche volta ho trovato pubblici documenti che incominciano: In nomine Domini; e dentro l'I maiuscolo è scritto: Fortuna in omni re dominatur.

[469]. Ibidem, lib. I, cap. XVI, pag. 65.

[470]. Ibidem, lib. I, cap. XVI, pag. 66.

[471]. Ibidem, lib. III, cap. III.

[472]. Discorsi, lib. I, cap. XVII.

[473]. Discorsi, lib. I, cap. XVIII, pag. 74-5.

[474]. Discorsi, lib. I, cap. LV.

[475]. Discorsi, lib. I, cap. XXV.

[476]. Ibidem, lib. I, cap. XXVI.

[477]. Ibidem, lib. II, cap. XXIII.

[478]. Discorsi, lib. III, cap. XXVII, pag. 397.

[479]. Discorsi, lib. I, cap. XXVII.

[480]. Ibidem, lib. II, cap. XIII.

[481]. Discorsi, lib. III, cap. XL.

[482]. Ibidem, lib. III, cap. VI.

[483]. Ibidem, pag. 316.

[484]. Discorsi, lib. III, cap. VI, pag. 331.

[485]. Discorsi, lib. II, cap. II, pag. 191.

[486]. Si vede che ora aveva mutato le sue idee intorno alle «repubbliche divulse,» delle quali gli parlava il Vettori, e che era alquanto diminuita la sua fede esagerata nella futura potenza degli Svizzeri.

[487]. Discorsi, lib. II, cap. IV.

[488]. Discorsi, lib. II, cap. XXI, pag. 257.

[489]. Invece di loro. È uno dei tanti idiotismi, che si trovano nel Machiavelli.

[490]. Discorsi, lib. II, cap. XXI, pag. 258.

[491]. Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, lib. VI, cap. VII, pag. 366.

[492]. Io credo che s'inganni l'Ellinger quando vuol vedere l'origine di questa teoria in Sallustio, Cat. II, là dove dice: «Nam imperium facile eis artibus retinetur, quibus initio partum est, verum ubi pro labore desidia, pro continentia et aequitate lubido atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus immutatur. Itaque imperium semper ad optimum quemque a minus bono transfertur.» Sallustio dice che gl'imperi colla virtù si acquistano e si mantengono; il Machiavelli non parla qui solo di virtù o di vizî, nè d'impero, ma d'istituzioni e dei principii che le informano. Quando esse decadono, il miglior modo di correggerle è il ricondurle ai loro principii.

[493]. Discorsi, lib. III, cap. I.

[494]. Discorsi, lib. I, cap. LVIII.

[495]. Ibidem, lib. II, cap. II.

[496]. Ibidem, lib. III, cap. XXV, pag. 392-94.

[497]. Discorsi, lib. I, cap. XXXIV.

[498]. Ibidem, lib. I, cap. XXXV.

[499]. Ibidem, lib. I, cap. XL.

[500]. Discorsi, lib. II, cap. XXIV.

[501]. Discorsi, lib. I, cap. XXI, pag. 79, e lib. III, cap. XXXVIII, pagina 430.

[502]. Ibidem, lib. III, cap. XXIX, intitolato: Che gli peccati dei popoli nascono dai principi.

[503]. Non si può negare però che più di una volta egli osserva che dove c'è grande uguaglianza e amore alla libertà, ivi non è facile fondare un principato, come non si riesce a fondare una repubblica dove tali qualità fanno difetto. Occorrono allora mezzi violenti, e non sempre si ottiene l'intento.

[504]. Il Macaulay, nel suo eloquente Saggio sul Machiavelli, osserva: «The whole man seems to be an enigma, a grotesque assemblage of incongruous qualities, selfishness and generosity, cruelty and benevolance, craft and simplicity, abject villany and romantic heroism.... An act of dexterous perfidy and an act of patriotic self-devotion call forth the same kind and the same degree of respectful admiration. The moral sensibility of the writer seems at once to be morbidly obtuse and morbidly acute. Two characters altogether dissimilar are united in him. They are not merely joined, but interwoven.» Macaulay's Essay, Leipzig, 1850, vol. I, pag. 63. Dei meriti e difetti di questo lavoro parleremo altrove.

[505]. Tutto ciò fu con molta verità e dottrina esposto anche dal prof. Andrea Zambelli nelle sue belle considerazioni sul Principe, ripubblicate nel volume: Machiavelli, Il Principe, ecc. Firenze, Le Monnier, 1857. Ma l'autore, come vedremo, fu di quelli che spiegano tutto coi tempi. Egli sembra credere, che a giustificare il Machiavelli e l'Italia del Rinascimento, basti provare che il resto dell'Europa era corrotto del pari, e seguiva una politica non meno immorale.

[506]. Bryce, The Holy Roman Empire. London, Macmillan, 1866, cap. XV, pag. 287.

[507]. Vedi Sir Henry Main, Ancient Law, cap. III e IV. London, Murray, 1878, settima edizione.

[508]. Machiavelli, Storie, nelle Opere, vol. I, pag. 166.

[509]. «He who begins to read the history of Middle Ages, is alternately amused and provoked by the seeming absurdities that meet him at every step. He finds writers proclaiming amidst universal assent magnificent theories, which no one attempts to carry out.» La divergenza fra la teoria e la pratica è stata sempre grande, osserva lo stesso scrittore, ma nel Medio Evo «this perpetual opposition of theory and practice was peculiarly abrupt. Men's impulses were more violent and their conduct more reckless than is often witnessed in modern society, while the absence of a criticizing and measuring spirit made them surrender their minds more unreservedly than they would now do, to a complete and imposing theory.» Bryce, The Holy Roman Empire, pag. 145-46.

[510]. «Le prince, quand une urgent circonstance, et quelque impetueux et inopiné accident du besoing de son estat luy faiet gauchir sa parole et sa foy, ou aultrement le iecte hors de son debvoir ordinaire, doibt attribuer cette necessité à un coup de la verge divine: vice n'est ce pas, car il a quitté sa raison à une plus universelle et puissante raison; mais, certes, c'est malheur; de manière qu'à quelqu'un qui me demandoit: — Quel remède? — Nul remède, feis ie, s'il feust véritablement gehenné (tourmenté) entre ces deux extrèmes, sed videat ne quaeratur latebra periurio. Il le falloit faire; mais s'il le feit saus regret, s'il ne luy greva de le faire, c'est signe que sa conscience est en mauvais termes.» — Montaigne, Essais, vol. IV, lib. III, cap. I, pag. 351-2: Paris, Tardieu-Denesle, 1828.

[511]. Chi vuol vedere quanto sia incerta ancora la scienza moderna su tal questione, può leggere un trattato qualsiasi di politica. Citeremo quello del dottor Holtzendorff (Die Principien der Politik. Berlin, 1869) e specialmente ciò che si legge a pag. 151 e segg., nel capitolo intitolato: Das Verhältniss der Moral zur Politik. L'autore, al solito, combatte il machiavellismo come immorale; riconosce però che la morale politica è diversa dalla privata; insiste sulle loro relazioni, sui comuni principii, e combatte ogni immoralità in politica. Ma poi si presentano (a pag. 175) alcune Streitfragen, nelle quali ricomparisce l'opposizione, che egli non riesce a spiegare.

[512]. Citiamo a questo proposito alcune brevi e chiare osservazioni del dottor Bluntschli, nel suo scritto intitolato: Über den Unterschied der mittelalterlicher und der modernen Staatsidee. Ein wissenschaftlicher Vortrag. «Indem das Mittelalter von Gott aus den Staat betrachtete, konfundirte es noch vielfache Politik und Religion, Staat und Kirche (pag. 10).... Die heutigen Streitigkeiten zwischen dem Staat und der Kirche sind daher unbedeutend im Vergleich mit denen des Mittelalters (pag. 15). Das Mittelalter vermengte ferner öffentliches und Privatrecht: wiederum eine natürliche Folge seines Gedankenganges.... Daher vermischten sich die beiderlei Rechte in der Vorstellungen und in den Institutionen. Daher nahm das Mittelalter keinen Anstoss daran, dass alle öffentlichen Aemter mit dem Grundbesitz verbunden wurden, und erblich von Vater auf Sohn überging wie diese» (pag. 16-17). Tutto questo è quello appunto che il Machiavelli mirava a distruggere, per arrivare ad un chiaro concetto dello Stato moderno.

[513]. «The full grandeur of his indomitable will, his large and patient statemanship, the loftiness of aim which lifts him out of his age, had still to be disclosed. But there never was a moment from his boyhood when he was not among the greatest of men.... His vengeance had no touch of human pity. William tore out the eyes of the prisoners he had taken, cut off their hands and feet, and flung them into the town. At the close of his greatest victory he refused Harold's body a grave.» J. R. Green, A short history of the English People. London, Macmillan, 1878, a pag. 71-72.

[514]. «Machiavelli hat gesündigt, aber noch mehr ist gegen ihn gesündigt worden.» Mohl, op. cit., pag. 541.

[515]. Guicciardini, Opere inedite, vol. I: Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sulla prima Deca di Tito Livio. Esse si riferiscono ai ventotto capitoli del primo libro dei Discorsi, al proemio ed ai sette capitoli del secondo libro, e finalmente ai tre capitoli del terzo libro. Vedi la Considerazione sul cap. I del lib. I dei Discorsi.

[516]. Considerazione sul cap. IX del lib. I dei Discorsi.

[517]. Considerazione sul cap. X del lib. I dei Discorsi.

[518]. Considerazione sul cap III del lib. I dei Discorsi.

[519]. Considerazione sul cap. XVI del lib. I dei Discorsi.

[520]. Considerazione sul cap. XXVI del lib. I dei Discorsi.

[521]. Considerazione sul cap. XIII del lib. II dei Discorsi. — A sempre meglio provare, che non pochi erano allora quelli che non osavano arrivare fino alle ultime conseguenze che il Machiavelli tirava dalle sue premesse, anzi spesso lo biasimavano, diamo in Appendice, documento XXIII, lo scritto di un fratello di Francesco Guicciardini. Esso ci è stato, durante la stampa, comunicato dall'amico A. Gherardi, cui ne rendiamo le dovute grazie; e conferma ancora, che il concetto del Principe trovavasi in germe nei Discorsi. Infatti l'autore, facendo la critica di un capitolo dei Discorsi (lib. I, cap. 25), è indotto a fare, nello stesso tempo, quella del Principe.

[522]. Considerazione sul cap. IV del lib. I dei Discorsi.

[523]. Considerazione sul cap. XL del lib. I dei Discorsi.

[524]. Considerazione sul cap. V del lib. I dei Discorsi.

[525]. Considerazione sul cap. LVIII del lib. I dei Discorsi.

[526]. Considerazione sul cap. XLIX del lib. I dei Discorsi.

[527]. Considerazione sul cap. XXIV del lib. II dei Discorsi.

[528]. Considerazione sul cap. XXIV del lib. II dei Discorsi.

[529]. Considerazione sul cap. XII del lib. I dei Discorsi.

[530]. Quando furono pubblicate le Opere inedite del Guicciardini, il Cavour cominciò subito a leggerle, e poi disse ad un amico: — «Questi era un uomo che conosceva veramente gli affari, e li conosceva assai meglio del Machiavelli.» — Anche Gino Capponi soleva insistere, nei suoi familiari colloqui, come fa pure nella sua Storia, sulla superiorità pratica del Guicciardini, e sulla più sicura conoscenza che questi aveva degli uomini. A lui sembrava che gli scritti del Machiavelli «non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate.... Parve a me sempre, che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l'uomo; gli conoscesse per quello che fanno in comune, e che importa alla vita pubblica; ma non gli guardasse e intendesse per quello che sono ciascuno in sè stesso e in casa e in famiglia, le quali cose fanno ostacoli, ai quali non pensano gl'ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del governo.» Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 65. Bisogna però osservare, che il Machiavelli voleva studiare la vita politica e non la privata; i popoli, i governi e i principi, non l'individuo o la famiglia. Fu anzi il primo a distinguere chiaramente i due ordini di ricerche, il che era pur necessario allora.

[531]. Questa villa si trova a poco meno di sette miglia toscane da Firenze, sulla strada Romana, circa tre miglia prima d'arrivare a San Casciano in val di Pesa, in un luogo chiamato Sant'Andrea in Percussina. Assai piccola e modesta, porta anche oggi il suo antico nome l'Albergaccio, ed è divenuta in gran parte abitazione d'un fattore. Pervenne alla famiglia Serristori insieme coi poderi annessi, i quali costituivano quasi tutto il paululo patrimonio del Machiavelli, e conservano anch'essi i loro antichi nomi. Ippolita Machiavelli (in cui s'estinse la famiglia di Niccolò) figlia di Alessandro di Bernardo di Niccolò, andò in moglie (1610) a Pierfrancesco de' Ricci, e la loro figlia Cassandra sposò (1639) in seconde nozze il senatore Antonio Serristori, matrimonio da cui nacque (1647) Luigi Serristori che così ereditò i beni del Machiavelli.

Nell'interno della villa si legge:

NICCOLÒ MACHIAVELLI
ABITÒ QUESTA SUA VILLA NELL'ANNO 1513.

L'anno 1869 il Comune di San Casciano pose sul muro esterno della villa quest'altra iscrizione dettata dal prof. Atto Vannucci:

A NICCOLÒ MACHIAVELLI
CHE QUI MEDITÒ E PROPUGNÒ LA LIBERAZIONE d'ITALIA
SCRIVENDO LE SUE OPERE IMMORTALI
SULL'ARTE DI REGGERE E DIFENDERE CON ARMI PROPRIE GLI STATI


IL COMUNE DI SAN CASCIANO
POSE QUESTA MEMORIA
NEL IV CENTENARIO DELLA NASCITA
DEL GRANDE STATISTA ITALIANO.

Anche il testamento del Machiavelli dice chiaro che la sua villa e i suoi poderi erano in Sant'Andrea in Percussina, e il documento in cui sono minutamente descritti i suoi beni, cioè la Portata davanti agli ufficiali del Catasto, pubblicata nel primo volume delle Opere (P. M.), pag. LV, conferma che la villa modestissima dal Machiavelli abitata, era in Sant'Andrea in Percussina. A Sant'Angelo in Bibbione, dove possedeva un altro ramo della famiglia, trovasi un antico e grandioso castello, che certo non poteva essere la modestissima villa del Machiavelli, come vorrebbe far credere una tradizione ancora vivente colà (Fanfulla della Domenica, 30 novembre, 1879). Vedi anche nel Dizionario geografico, fisico, storico del Repetti, l'articolo Percussina (Sant'Andrea in).

[532]. Il Principe, cap. XIII. Il Tommasini osserva che il Machiavelli qui non parla in genere, ma allude al caso speciale delle milizie ausiliari e mercenarie. Nel Principe, egli aggiunge, molti sono gli esempi tratti dalla storia antica. Ed è vero. Forse la mia espressione era in questo luogo troppo assoluta; l'ho perciò attenuata, aggiungendo le parole qualche volta. Non è però men vero che, pur citando gli esempi antichi, che io stesso ho di continuo ricordati, il Principe è tutto animato dallo spirito del Rinascimento, e sostanzialmente ispirato da uomini vissuti, da fatti avvenuti in quel tempo. Una prova, fra le molte altre, se ne ha nelle frequenti allusioni al Valentino ed ai Borgia.

[533]. Assai giustamente, a questo proposito, il Ranke osserva: «Alles aber hat erst dann wahrhaft Hand und Fuss, wenn er auf seine eigne Zeit zu reden kommt.» Pag. 165.

[534]. Ciò apparisce chiarissimo anche dalle lettere che di là scrisse il Guicciardini nel 1516, quando andò governatore dell'Emilia. Vedi la sua Legazione dell'Emilia nelle Opere inedite, vol. VII; e la monografia del signor Giovanni Livi, Il Guicciardini e Domenico d'Amorotto (Nuova edizione: Bologna, Romagnoli, 1879). Merita qui di essere pure ricordato lo scritto di A. Geffroy: Une Autobiographie de Guichardin d'après ses œuvres inédites. (Extrait de la Revue des Deux Mondes, 1er février 1874).

[535]. Qui le stampe dicono Monsignore..., e manca il nome. È certo però che il Machiavelli vuol parlare di messer Rimino o Ramiro d'Orco come lo chiamava, ma che si firmava Remigius de Lorqua.

[536]. Lettera XL nelle Opere, vol. VIII.

[537]. Il Baumgarten, a pag. 525 della sua Geschichte Karls V, vol. I (Stuttgart, Cotta, 1885), non osservando che, anche nella prima edizione del mio libro (II, 364), io dicevo che di quel disegno parlavasi, nel gennaio del 1515, di nuovo e con maggiore insistenza, trova naturalmente assurdo che un fatto, il quale egli suppone la prima volta seguìto nel 1515, potesse avere ispirato un libro che, come io stesso poco dopo dicevo, era stato già scritto nel 1513. Ma l'errore è nato dal non essersi egli accorto che il fatto, o piuttosto discorso ripetuto nel 1515, era assai più antico, come avevo notato anche a pag. 362. Nell'esame che farò della critica del Baumgarten, risponderò all'accusa, che egli muove a me ed al prof. Ranke, circa la impossibilità (secondo lui) che un libro, ispirato da un fatto particolare, con uno scopo pratico determinato, possa avere anche un carattere scientifico e generale.

[538]. Questa lettera, citata nella Storia di Carlo V del Baumgarten (vol. I, pagina 526), trovasi in parte pubblicata nei Manoscritti Torrigiani, ecc., Arch. Stor. It., serie III, vol. XIX, pag. 231. — Il Tommasini (II, 105, nota 3) la pubblica intera nell'Appendice VIII. Mi era sfuggita nella prima edizione di quest'opera; la ricordai nella seconda.

[539]. Cricca, giuoco di carte; tric trac, giuoco di dadi.

[540].

che non fa scienza

Senza lo ritenere, avere inteso.

Paradiso, Canto V, 41-42.

[541]. Anche queste parole han dato occasione a molte dispute sul vero titolo del libro. È assai probabile che, quando il Machiavelli scriveva la sua lettera, non avesse ancora fissato il titolo preciso che voleva dare al suo lavoro. Nei Discorsi lo chiamò prima (lib. II, cap. I, pag. 183) il «nostro trattato dei Principati,» e poi (lib. III, cap. XLII, pag. 437) il «nostro trattato del Principe,» titolo che esso ebbe quando, dopo la morte dell'autore, fu nel 1532 la prima volta pubblicato. Si è anche fantasticato per indovinare da quale autore greco o romano il Machiavelli avesse preso, imitato questo titolo; quale ne fosse la fonte. Ma è un titolo che somiglia a quello di tanti altri libri scritti da S. Tommaso in poi sullo stesso soggetto (De Monarchia, De Regimine principum, De Principe, Institutio principis, etc.), che parmi inutile andarsi su di ciò stillando il cervello. Io non credo neppure che i Discorsi d'Isocrate o il Ierone di Senofonte abbiano ispirato il Principe, come si è qualche volta supposto. Basta un paragone anche superficiale per convincersene. Il concetto fondamentale è sostanzialmente diverso.

[542]. Il Casavecchia era stato già commissario della Repubblica a Barga, Fivizzano ed altrove, donde aveva scritte più lettere al Machiavelli, alcune delle quali abbiamo pubblicate nell'Appendice.

[543]. Da quanto abbiam visto precedentemente, l'Ardinghelli, tenuto uomo molto intrigante, non doveva esser punto amico del Machiavelli.

[544]. Opere, vol. VIII; lettera XXVI, del 10 dicembre 1513.

[545]. Lettera del Vettori, in data 18 gennaio 1514. Vedi anche la lettera precedente dello stesso, in data 24 dicembre 1513. Le diamo ambedue in Appendice, documento XXI.

[546]. Vedi in Appendice, doc. XXI, le lettere del Vettori più volte citate.

[547]. Vedi la lettera nelle Opere, in principio del vol. IV.

[548]. Io non ho accettato, ho anzi combattuto la conclusione, cui volle venire il Triantafillis, che il Machiavelli conoscesse il greco (Vedi Appendice, documento XXII). Debbo perciò tanto maggiormente riconoscere che, se prima il Cristio aveva notato le imitazioni da Polibio, ed il Ranke quelle da Aristotele, spetta a lui il merito di aver primo iniziato nuove ricerche per scoprire gli altri autori greci di cui il Machiavelli si valse. Dopo di lui l'Ellinger le estese, occupandosi anche delle imitazioni dai molti autori latini. Il Burd finalmente le continuò con grandissima diligenza, tanto che potè darci (p. 172) un elenco di tutti gli autori greci e latini che il Machiavelli ricorda nelle sue opere, aggiungendovi ancora quelli di cui fece uso senza citarli. Fra questi sono principalissimi, come era già noto, Polibio, del quale molto si valse nei Discorsi, e Vegezio, De re militari, che fu la principal fonte dell'Arte della Guerra.

Gli autori che cita sono: Livio, Tacito, Cicerone, Cesare, Sallustio, Quinto Curzio, Svetonio, Terenzio, Tibullo, Ovidio, Giovenale, Ausonio, Virgilio, Plutarco, Diodoro Siculo, Erodiano, Aristotele, Tucidide, Senofonte, Procopio, Giuseppe Flavio. Quelli di cui poco o punto ricorda il nome, ma dei quali si valse, sono, secondo il Burd: Polibio, Vegezio, Giustino, Seneca (De Clementia), Plauto, Orazio, Erodoto, Isocrate, Diogene Laerzio e forse Plinio (Panegyricus).

Ripetiamo però, come già notammo altrove, che dopo tutte queste ricerche, il Burd conclude giustamente che il Principe (e lo stesso si può dire dei Discorsi) is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings: it still remains an original work.

[549]. Questa ipotesi fu, tra gli altri, messa innanzi dal Triantafillis e dal Lutoslawski. Non è però in nessun modo accettabile l'idea che il Machiavelli conoscesse gli Excerpta del Porfirogenito (Vedi Appendice, doc. XXII).

[550]. Il Principe, cap. II, pag. 2.

[551]. Il Principe, cap. III.

[552]. Il Principe, cap. V.

[553]. Ibidem, cap. VI.

[554]. Per questi particolari vedi anche i Discorsi, lib. III, cap. XXIX.

[555]. Il Principe, cap. VII.

[556]. E. Alvisi, Cesare Borgia, Duca di Romagna. Imola, Galeati, 1878.

[557]. Il Principe, cap. VII.

[558]. Il Triantafillis sostenne, che pel racconto di questi fatti il Machiavelli si valse di Diodoro Siculo e di Polibio, i quali avrebbe letti nell'originale greco; ma il Burd (p. 231-232) ha dimostrato invece, con opportuni confronti, che tutto è cavato dal libro XXII di Giustino.

[559]. Il Principe, cap. VIII.

[560]. Il Principe, cap. IX.

[561]. Ibidem, cap. X.

[562]. Ibidem, cap. XI.

[563]. Il Principe, cap. XII.

[564]. Il Principe, cap. XIII.

[565]. Ibidem, cap. XIV.

[566]. Il Principe, cap. XV.

[567]. Il Principe, cap. XVI.

[568]. Ibidem, cap. XVII.

[569]. Mad. de Rémusat nelle sue Mémoires, parlando di Napoleone I, dice: «Toujours il se défiait des apparences d'un bon sentiment; il ne faisait nul cas de la sincérité, et n'a pas craint de dire qu'il reconnaissait la supériorité d'un homme au plus ou moins d'habilité avec laquelle il savait manier le mensonge; et à cette occasion il se plaisait à rappeler, que l'un de ses oncles, dès son enfance, avait prédit qu'il gouvernerait le monde, parce qu'il avait coutume de toujours mentir. M. de Metternich, dissait-il encore, est tout près d'être un homme d'État, il ment très-bien.» Mémoires (Paris, C. Lévy, 1880), vol. I, pag. 105. E altrove riferisce queste altre parole di Napoleone I: «Tenez, au fond, il n'y a rien de noble ni de bas dans ce monde; j'ai dans mon caractère tout ce qui peut contribuer à affermir le pouvoir, et à tromper ceux qui prétendent me connaître.» Ibidem, vol. I, pag. 108.

[570]. Questo è un modo di dire assai diffuso ed antico. I Francesi hanno il proverbio: «il faut coudre la peau du renard à celle du lion.» Ma già Plutarco, nella Vita di Lisandro faceva dire a questo, che dove non giunge la pelle del leone, si vuol cucire quella della volpe. E Pindaro, nella terza delle Odi Istmiche, aveva descritto chi lottava con la forza del leone e l'astuzia della volpe. Più volte Cicerone fece lo stesso paragone, ma per venire a conclusioni ben diverse, anzi opposte a quelle del Machiavelli. Nel De Officiis (I, xiii, § 41) dice che vi sono due modi di combattere, di fare ingiuria, «aut vi, aut fraude» e poi continua: «fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur; utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna maiore. Totius autem iniustitiae nulla capitalior est, quam eorum qui, quum maxime fallunt, id agunt ut viri boni videantur.» V. il Burd nel suo comento al cap. XVIII del Principe.

[571]. Il Principe, cap. XVIII. Qui l'autore sembra alludere a Ferdinando il Cattolico, tenuto in Italia e fuori grande maestro d'inganni.

[572]. Politica (Didot), lib. V, cap. IX.

[573]. Questo comento venne spesso stampato insieme con la Politica tradotta da Leonardo Bruni, traduzione che assai probabilmente fu, come suppone il Ranke, quella di cui si valse il Machiavelli. Citiamo l'ediz. colla data: Venetiis, apud Juntas, 1568.

[574]. Comentando Aristotele, S. Tommaso dice: «expedit tyranno ad salvandum tyrannidem, quod non appareat subditis saevus, sive crudelis, et ratio huius est quia ex hoc quod apparet subditis saevus, reddit se odiosum eis...: reverentia enim debetur bono excellenti, et si non habeat illud bonum excellens, debet simulare se habere illud.... Et ideo tyrannus debet se reddere talem quod videatur subditis ipsos eccellere in aliquo bono excellenti.» È ben chiaro che qui le parole debet, simulare, appareat, che si trovano così spesso ripetute anche nel Principe, hanno significato diversissimo, se non vogliam dire opposto. Lo stesso può dirsi delle parole di Aristotele, che paiono imitate dal Machiavelli. Il tiranno deve fare il contrario di ciò che si è detto del re. «Contrariumque agendum est supradictorum fere omnium. Corroboranda enim et ornanda est civitas ab eo, tanquam a curatore, ac non tyranno. Videri enim oportet ipsum erga religionem Deorum affici vehementer, minus enim formidabunt populi ne quid contra iustitiam fiat, si religioni deditum illum existimabunt.... Hos autem honores ipsemet tribuere debet tyrannus. Poenas vero et animadversiones per alios infligere, per magistratus videlicet et iudicia.... Insuper ab omni contumelia abstinendum, praecipue tamen a duabus, ne in corpus flagris, neve in aetatem libidine insultet. Maximeque id cavendum in illis hominibus, qui honorem magnifaciunt. Nam in pecunias illatam iniuriam avari homines graviter ferunt, in honorem vero illatam, et qui boni sunt viri, et qui honorem magnifaciunt permoleste patiuntur.» lib. V, Lectio 12, fol. 88. Tutte queste sentenze e molte altre ancora si possono, più o meno, ritrovare nel Machiavelli, ma sempre con diverso significato. V. la Politica, ediz. Didot. lib. V, cap. 9, pag. 586-587.

[575]. Erodiano, Tacito, Quinto Curzio, Livio, Giustino, Sallustio, Erodoto, Tucidide, Platone. Naturalmente agli esempi di congiure cavati dalla storia antica, il Machiavelli ne aggiunse moltissimi cavati dalla storia italiana. Vedi Burd nel comento al capitolo XIX del Principe.

[576]. Anche qui si può credere che vi sia imitazione da Aristotele, ma il concetto del Machiavelli è sempre assai diverso. Secondo la Politica il governo dei re si fonda sull'aristocrazia, la tirannide rampolla della moltitudine a danno dei potenti. La storia prova che quasi tutti i tiranni cominciarono col farla da demagoghi: «Tyrannis vero originem habet a populo ac multitudine contra nobilitatem, ut populus iniuriam ab illis non patiatur. Patet hoc ex ipsis his quae contingerunt. Fere enim tyranni ut plurimum facti sunt ex ducibus populorum.» Lib. V, lectio 8, fol. 82. Ediz. Didot, lib. V, cap. 8, pag. 582.

[577]. Il Principe, cap. XIX.

[578]. Ibidem, cap. XXI.

[579]. Il Principe, cap. XXI.

[580]. Gli sforzi fatti a provare il contrario riuscirono sempre vani, poichè troppo evidentemente in contradizione col fatto. Il signor Karl Knies pubblicò un diligente lavoro col titolo: Niccolò Machiavelli als volkswirthschaftlicher Schriftsteller, nella Zeitschrift für die gesammte Staatswissenschaft (Achter Jahrgang, zweites und drittes Heft). Tübingen, 1852. Egli vorrebbe provare che il Machiavelli aveva idee originali anche in economia politica; ma non riesce ad altro che a cavare dalle opere di lui una serie di frasi e di osservazioni, che risguardano più o meno direttamente fenomeni economici, e che sarebbe difficile non trovare del pari in molti altri storici o politici del tempo. Nei cronisti del Trecento, come per esempio il Villani, si trovano in assai maggior numero registrati fatti ed osservazioni, che hanno valore economico e finanziario. Pur lodando questo scritto, il Mohl assai giustamente osservò, che esso dimostra più l'acume e la diligenza del signor Knies, che il valore economico delle opere del Machiavelli. «Mit grossem Fleisse sind die ganz gelegentlichen und zerstreuten Sprüche Machiavelli's über wirthschaftliche Beziehungen zusammengestellt; das Hauptergebniss dürfte aber doch wohl mehr ein Beweis von dem Scharfsinne des Bearbeiters, als ein Nachweis von irgend bemerkenswerthen Kenntnissen und Gedanken des Florentiners über die Wirthschaft der Völker und Staaten sein. Sagt er doch selbst in einem seiner Briefe, dass er über die Verarbeitung von Seide und Wolle, über Gewinn und Verlust nicht zu reden wisse.» Mohl, Op. cit., pag. 532, in nota.

[581]. Il Principe, cap. XXII.

[582]. Il Principe, cap. XXIII. Intorno alla necessità di fuggire gli adulatori, di saper dare ascolto ai buoni consigli, anzi provocarli, spesso ragionarono gli antichi ed i moderni, senza che perciò si debba dire che il Machiavelli li copiasse.

[583]. Ibidem, cap. XXIV.

[584]. Il Principe, cap. XXV.

[585]. Qui c'è forse un'allusione al Valentino.

[586]. Il prof. Triantafillis sostenne, che questa esortazione sia imitata dal Discorso sul Principato d'Isocrate a Nicocle. Ma, come dico altrove (Appendice, doc. XXII), è una opinione già combattuta da altri, e che io non credo punto accettabile.

[587]. L'Ellinger nella Vierteljahrsschrift für Kultur und Litteratur der Renaissance (vol. II, pag. 17 e segg., Berlin, 1886) osserva che nell'Utopia si trovano alcuni concetti assai poco morali, che ricordano il Principe. Gli abitanti dell'isola, per far la guerra, si valgono di un altro popolo, che pagano bene, ma che espongono a tutti i pericoli, salvo alcuni casi, nei quali difendono essi con grandissimo valore la loro patria. E quando debbono combattere un qualche Stato vicino, cercano, con tutte le arti lecite ed illecite, di promuovere in esso la guerra civile, ed anche di farne ammazzare il sovrano, con promesse di larghi premi. Da ciò il sig. Ellinger conclude, che certe massime sono proprie dei tempi di guerre e di odii religiosi, nei quali, senza scrupolo di sorta, si ricorre ad ogni mezzo onesto o disonesto. Ma bisogna notare che tutto quello che viene dal critico tedesco giustamente osservato e biasimato, è nell'Utopia affatto secondario ed eccezionale, nè costituisce punto il carattere generale del libro, che è invece animato da un alto senso morale: si potrebbe dire piuttosto che si tratta d'una delle fantastiche bizzarrie, che non mancano in lui. Quanto al Machiavelli, non è possibile parlare di passioni o di odii religiosi, che nè egli, nè la società in cui viveva, sentivano allora.

[588]. Parecchie notizie furono raccolte nel Theatrum prudentiae elegantioris del Reinhard (pag. 37 e seg.) pubblicato nel 1702, e nella Bibliotheca politico-heraldica (pag. 38-68), pubblicata nel 1706. Molto si trova ancora (spesso sono riportati per esteso i brani degli autori citati) in Joh. Frider. Christii, De Nicolao Machiavello libri tres, da noi già ricordato, e così pure nella prefazione alla grande edizione delle opere del Machiavelli fatta nel 1782 a Firenze, e nell'Elogio di Niccolò Machiavelli, scritto da Giovan Battista Baldelli, pubblicato colla data di Londra, 1794. Da questi autori moltissimi poi copiarono senza citarli. Il lavoro eccellente del Mohl, Die Machiavelli-Literatur, lo abbiamo già più sopra citato.

[589]. Questa edizione contiene anche la Vita di Castruccio Castracane, la Narrazione del modo in cui il Duca Valentino si disfece degli Orsini e degli altri suoi nemici in Sinigaglia, i Ritratti delle Cose della Francia et della Alemagna. È qui da notare che in questa edizione i titoli così dell'opera come dei capitoli di essa sono in italiano, mentre nei Mss. più antichi erano in latino, come fu notato anche dal prof. Lisio.

[590]. G. Lisio, Il Principe di Niccolò Machiavelli, testo critico con introduzione e note. Firenze, Sansoni, 1899. Di quest'opera si occuparono il Tommasini nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei (Seduta del 17 giugno 1900); M. Brosch, in Beilage zur Allgemeine Zeitung (26 marzo 1900); Cian, nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XXXV, pag. 106 e seg. (anno, 1900).

[591]. Dopo un attento esame, del Mss. ciò è messo in dubbio, o addirittura negato dal Lisio e da altri. Il prof. Marzi, sopraintendente dell'Archivio di Stato in Firenze lo nega affatto. Recentemente il Tommasini, nell'Appendice alla sua opera (doc. V), ha dato una minuta e diligente descrizione dei vari Mss. del Principe. Mentre stiamo correggendo le bozze di stampa, il sig. Adolfo Gerber c'invia un suo nuovo lavoro, in cui con grande diligenza descrive, e con molti fac-simili illustra i manoscritti, le edizioni e traduzioni delle varie opere del Machiavelli, nei secoli 16 e 17. Adolph Gerber, Niccolò Machiavelli: Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke im 16. und 17- Jahrhundert mit 147 Fac-similes. Erster Theile. Die Handschriften. Manca ancora la seconda parte che dovrà descrivere le edizioni.

[592]. Questa lettera, già più volte pubblicata, trovasi nella copia apografa del Principe, che si conserva nella Laurenziana di Firenze, banco XLIV, cod. 32.

[593]. Augustini Nifi, Medices, philosophi suessani, De regnandi peritia. Il libro, dedicato a Carlo V, fu finito di scrivere a Sessa nel 1522, e stampato a Napoli nel 1523, aedibus Catharinae de Sylvestro.

[594]. Fu infatti pubblicato insieme con lettere ed epigrammi laudativi. Uno di questi dice, che il libro contiene:

Quid laetos faciat populos urbesque beatas,

Quid regem similem reddat in orbe Deo.

Una lettera di Pietro Gravina lo dice «aureum quidem et vere regium,» aggiungendo che come Alessandro teneva presso di sè l'Iliade, «sic tuum hoc opus in augustissimo Caesaris nostri pectore perpetuo reponendum putem.» A questa lettera lo stesso Gravina aggiunse versi latini, nei quali diceva che il piccolo e prezioso volume doveva essere il fido Acate dei re.

[595]. Corso sugli scrittori politici italiani. Milano, 1862, pag. 338.

[596]. Così disse nella seconda edizione delle sue Lezioni di letteratura italiana (vol. II, pag. 171. Napoli, Morano, 1870), dove espresse anche il dubbio che ambedue avessero imitato Aristotele. Nelle edizioni successive, dopo che il Triantafillis ebbe (1875) notato nel Principe qualche imitazione da Isocrate, modificò la sua prima opinione.

[597]. Nourrisson, Machiavel, cap. XII, XIII, XIV, Paris, Didier, 1875. Non ho trovato che egli ricordi il Settembrini, il quale non pare che conoscesse il libro del Nourrisson, non citandolo nelle edizioni della sua opera, posteriori alla pubblicazione di esso.

[598]. Del Principe del Machiavelli e di un libro di Agostino Nifo nel Giornale Napoletano di filosofia e lettere, scienze morali e politiche. Nuova serie, anno I, fascicolo I, anno 1879.

[599]. Il sig. Ninian Thomson, che ha mirabilmente tradotto in inglese varie opere del Guicciardini e del Machiavelli, fra cui il Principe, possiede una copia dell'edizione giuntina, e richiamò la mia attenzione sulle parole qui sopra riferite. Di ciò mi fu grato, nella 2ª ediz. di quest'opera (vol. III, pag. 211, in nota), testimoniargli tutta la mia riconoscenza, che qui nuovamente ripeto.

[600]. Questa edizione del Blado, e quelle in diversi tempi pubblicate dai Giunta si trovano descritte nel Gamba; nell'opuscolo intitolato: Quarto Centenario di Niccolò Machiavelli (Firenze, tip. Succ. Le Monnier, 1869), e nel Burd, op. cit.

[601]. Il cardinale Reginaldo Polo, grande avversario del Machiavelli, fu dei primi a parlare di ciò nella sua Apologia ad Carolum V Caesarem, super libro de Unitate. Brixiae, 1744, tom. I, pag. 152. Egli dice che nell'anno 1534, cioè appena sette anni dopo la morte del Machiavelli, sentì come gli amici scusavano l'autore del Principe, specialmente per avere scritto esser meglio governare ispirando timore piuttosto che amore. «Illi responderunt idem quod dicebant ab ipso Machiavello, cum idem illi aliquando opponeretur, fuisse responsum: se non solum quidem iudicium suum in illo libro fuisse sequutum, sed illius ad quem scriberet, quem cum sciret tyrannica natura fuisse, ea inseruit quae non potuerunt tali naturae non maxime arridere; eadem tamen si exerceret, se idem iudicare quod reliqui omnes, quicumque de Regis vel Principis viri institutione scripserant, et experientia docet, breve eius imperium futurum; id quod maxime exoptabat, cum intus odio flagraret illius principis ad quem scriberet: neque aliud spectasse in eo libro quam, scribendo ad tyrannum ea quae tyranno placent, eum sua sponte ruentem praecipitem si posset dare.»

Matteo Toscano nel suo Peplus Italiae (Parisiis, 1578), a pagina 52, dice: «Sed iuvat commemorare quid ipse responderit se eo nomine arguentibus. Ideo enim impiis praeceptis a se imbutos principes affirmavit, ut qui tum Italiam tyrannice vexabant, sua institutione deteriores redditi, eo celerius scelerum suorum poenas penderent. Fore enim ut cum se penitus vitiis immersissent, statim meritam Numinis iram experirentur.» È da ricordare che nè il Polo nè il Toscano furono contemporanei del Machiavelli.

[602]. Lettere di G. B. Busini a Benedetto Varchi, ripubblicate per cura di Gaetano Milanesi in Firenze, Le Monnier, 1861. Lettera IX in data di Roma, 23 gennaio 1549, pag. 84.

[603]. Varchi, Storie fiorentine. Firenze, 1843, a spese della Società editrice del Nardi e del Varchi, vol. I, lib. IV, pag. 266 e seg.

[604]. L'abbiamo citata più sopra.

[605]. De libris a Christiano detestandis. Romae, 1522.

[606]. De Nobilitate Christiana, libri III. Florentiae, 1552.

[607]. Apponendovi questa iscrizione: «Quoniam fuit homo vafer ac subdolus, diabolicarum cogitationum faber optimus, cacodaemonis auxiliator.» Vedi fra gli altri Ugo Foscolo, Prose letterarie, vol. II, pag. 452. Firenze, Le Monnier, 1850. Il Foscolo cita anch'egli molti di coloro che assalirono o difesero il Machiavelli.

[608]. Apostolo Zeno, Annotazioni al Fontanini, parte II, pag. 14; Ginguené, Histoire littéraire d'Italie, vol. VIII, pag. 72 (Paris, 1819); Nourrisson, Machiavel, pag. 5. Più tardi, volendo mostrare qualche indulgenza, la Commissione dell'Indice propose a Giuliano de' Ricci ed a Niccolò Machiavelli, nipoti del Segretario fiorentino, di apparecchiare un'edizione purgata delle Opere, levando non solo tutto ciò che poteva essere contrario alla Chiesa, ma anche il nome stesso dell'autore. Essi accettarono l'incarico, e nel 1573 presentarono il lavoro compiuto. Ma quando i cardinali incaricati di rivedere l'Indice, non contenti che il nome del Machiavelli fosse cancellato, volevano ancora che al suo ne fosse sostituito un altro, i nipoti ricusarono d'accettare una condizione così umiliante, e non se ne parlò più. Vedi Ginguené, op. cit., pag. 75 e segg.; Nourrisson, op. cit., pag. 7. Un volume contenente le Storie del Machiavelli (Firenze, 1551), che trovasi presso di me, è corretto dai due nipoti, i quali v'hanno cancellato il nome dell'autore e tutte le espressioni contrarie alla Chiesa romana. In fine poi la stessa mano, che ha segnato le cancellature e fatto le poche alterazioni, ha scritto le seguenti parole: «Questo libro è 194 carte, Historie di Niccolò Machiavelli, riviste prima da Niccolò Machiavelli e Giulia' de' Ricci, e poi dal teologo dell'Ill. Cardinal Alessandrino, per ordine de' superiori.»

[609]. Possevinus A., De N. Machiavelli etc. quibusdam scriptis: Romae, 1592. Fu poi dall'autore ristampato nella sua Bibliotheca selecta. Discorre del Machiavelli e de' suoi avversarî.

[610]. De religione et virtutibus Principis christiani adversus Machiavellum, libri II. Madrid, 1597.

[611]. Questa lettera, che fu riportata anche dal Cristio (capitolo XIII), trovasi nella edizione italiana dell'opera del Ribadeneira, e fu omessa nella latina. Vedi anche l'altra opera dello stesso autore: De simulatione virtutum fugienda.

[612]. Anche qui i titoli stessi delle opere dicono abbastanza: — De imperio virtutis, sive imperia pendere a veris virtutibus, non a simulatis, lib. II, adv. Machiavellum. Coloniae, 1594. — De robore bellico, diuturnis et amplis catholicorum regnis, lib. I, adversus Machiavellum. Coloniae, 1594. — De Italiae statu antiquo et novo, lib. IV, adversus Machiavellum. Coloniae, 1595. — De ruinis gentium ac regnorum, adversus impios politicos, lib. VIII. Coloniae, 1598.

[613]. Pubblicato in Alcalà, 1687.

[614]. Pubblicato in Roma, 1697.

[615]. Vedi Reiffemberg, Particularités inédites sur Charles V, in Mémoires de l'Académie royale de Bruxelles, vol. VIII. Vedi anche la prefazione del Leo alla sua traduzione tedesca delle lettere del Machiavelli, nella quale sono a questo proposito giuste osservazioni, specialmente a pag. VII e VIII.

[616]. Il Brosch (Geschichte von England, vol. VI, pag. 259. Gotha, Perthes, 1890), sostiene che la notizia pubblicata dal cardinal Polo (Epistolarium. Brixiae, 1774, I, 126 e 136) sia una favola da lui inventata per odio al Machiavelli ed a Tommaso Cromwell. Perchè fosse vera, sarebbe stato necessario, egli dice, che il Cromwell avesse conosciuto il Principe prima del 1532, anno in cui il libro fu la prima volta pubblicato, ed in cui il cardinal Polo venne in Italia, non tornando più in Inghilterra, durante tutto il regno di Enrico VIII. Il Cromwell avrebbe quindi dovuto avere un manoscritto dell'opera, il che è possibile, ma non è probabile. Ma lasciando da parte che il plagio del Nifo dimostra (e se ne hanno ancora altre prove), che il Principe, prima d'esser pubblicato, era già assai conosciuto in Italia, dove era stato il Cromwell, e lasciando da parte che la mala fede del cardinal Polo non si può quindi dir sicuramente provata, resta il fatto indubitabile, che la sua asserzione venne, senza discuterla, generalmente creduta, il che basta a provare quello che qui sopra diciamo.

[617]. Raymond Céleste. Louis Machon, apologiste de Machiavel et de la politique du cardinal Richelieu. Bordeaux, Gounouilhon, 1883.

[618]. Vedi gli articoli pubblicati dal signor Derôme, nella Rivista francese, Le Correspondant, dell'anno 1882. Nel terzo articolo, fascicolo del 10 luglio, pagina 157, l'autore dice: «Machiavel n'a vraiment regné qu'en France, où il a exercé une autorité en quelque sorte dynastique par Catherine des Médicis, par les Valois, par l'Hôpital, par les Guines, par le rôle qu'il a joué dans les guerres de religion, et à la Cour. Par l'action lente de ses doctrines sur les errements de notre diplomatie, il est plus Français qu'italien.... Sa glorie française est due à Catherine des Médicis.»

[619]. L'autografo di questo sunto è citato da coloro che nel 1782 fecero la grande edizione delle Opere del Machiavelli, ed una copia dello stesso era presso di chi fece l'edizione colla data d'Italia 1813, come è affermato nella prefazione, vol. I, pag. XLIII.

[620]. Gentillet, Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un royaume.... contre N. Machiavel le Florentin: Lausanne, 1576. La traduzione tedesca, di cui comparve una seconda edizione nel 1583, fu intitolata Anti-Machiavellus; la traduzione latina: Commentariorum de regno et quovis principatu vite ac tranquille administrando, libri III, 1576. Nel 1577 ne fu fatta una traduzione inglese da Simon Patericke, la quale venne pubblicata nel 1602. La diversità dei titoli ha qualche volta indotto in errore, facendo credere che si tratti di opere diverse. Riportiamo qui alcuni periodi della lettera dedicatoria e del proemio al primo libro dell'edizione latina, nei quali si vede chiaramente il rancore del Gentillet contro il Machiavelli, ed in parte si vedono anche le origini di questo rancore. «Sathanam ut pestiferum illud inde usque ab Italia virus spargeret instrumentum in Galliis peridoneum nactum fuisse, Reginam Matrem (Catharinam Mediceam), quae Machiavelli civis sui scripta in tantum honorem et dignitatem adduxerit, ut nemo eo tempore in aula gallica isti Medeae acceptus esset quin Machiavellum italice, gallico legeret, teneret, edisceret, quin eius praecepta ut Apollinis oracula in mores et in negotia transferret.» Ed altrove: «Ab excessu Henrici II regis Galliam peregrinis arbitriis sive placitis ac praeceptis Machiavelli regi et agitari coeptam.... Neminem in Gallia adeo hospitem esse ut nesciat Machiavelli libros eo tempore a quindecim annis haud minus assidue aulicorum manibus teri suevisse, quam breviarium a sacrificis.» Vedi anche Christii, De Nicolao Machiavello, etc., che a pag. 33 riporta questi brani, ed altrove ne riporta molti altri simili.

E. Meyer in un suo lavoro, Machiavelli and Elisabethan Drama (Weimar E. Felber, 1897), trova, negli scrittori inglesi di quel tempo, ricordato il Machiavelli un gran numero di volte (395). Dal modo come è ricordato egli ne induce che quegli scrittori conobbero il Machiavelli solo indirettamente, per mezzo del libro del suo avversario Gentillet.

[621]. Il Bodino scrisse il suo De Repubblica in francese, e la tradusse poi nel 1584 in latino, facendovi alcune aggiunte. Si possono consultare l'edizione francese del 1593 e la latina del 1591. Scrisse anche un'opera intitolata: Methodus ad facilem historiarum cognitionem.

Secondo il Lerminier, il De republica è «le début de la science politique dans l'Europe moderne, ébauche d'une raison ferme, mais incertaine dans ses voies, qui flotte tour à tour entre les théories a priori et la méthode d'observation, entre la République de Platon et la Politique d'Aristote, où l'érudition étouffe souvent la pensée, où l'esprit de l'auteur, en voulant monter dans le monde des idées et des systèmes, s'abat presque toujours dans son vol impuissant sans méthode, sans lumière; mais cependant témoignage irrécusable de vigueur et de génie, monument du seizième siècle, etc.» Lerminier, Introduction général à l'histoire du droit. Bruxelles, 1836, pagine 29-30. Vedi ancora J. Bodin et son temps, tableau des théories politiques et des idées économiques au seizième siècle, par Henri Boudrillart. Paris, Guillaumin, 1853. Questo libro contiene un esame ed un sunto minutissimo delle opere del Bodino.

[622]. Vedi Aforismi Politici 28, 29 e 35, in Opere di T. Campanella, scelte, ordinate ed annotate da A. D'Ancona. Torino, Pomba. 1854, vol. II, pagine 16 e 17.

[623]. Barthélemy Saint-Hilaire, Politique d'Aristote, traduite en finançais. Paris, 1848.

[624]. Barthélemy Saint-Hilaire, op. cit., Préface, pagine CXXVI e segg.

[625]. Il volume annotato di mano di Cristina ha questo titolo: Le Prince de Nicolas Machiavel, secretaire et citoien de Florence, traduit et commenté par A. N. Amelot, sieur de la Houssaie. Amsterdam, Wetstein, 1683. In fine della lettera dedicatoria a Lorenzo dei Medici, trovasi segnata in manoscritto, forse di mano della stessa annotatrice, la data 1684. Il prof. Ernesto Monaci della Università di Roma, con una grande cortesia, di cui gli siamo riconoscentissimi, ci permise di valerci liberamente di questo volume, che egli possiede. Vedi Appendice, doc. XXIV.

[626]. L'Antimachiavel fu dal Voltaire pubblicato, senza nome d'autore, nel 1740, con la data: À la Haye, Van Duren, 1741. La Réfutation du Prince de Machiavel, di cui fu trovato il manoscritto originale, meno il secondo capitolo, che manca, fu pubblicata l'anno 1848, nel vol. VIII della grande edizione di tutte le Opere di Federigo il Grande, diretta dal professor Preuss, e stampata dalla Tipografia Reale di Berlino, per commissione del Governo prussiano.

[627]. Réfutation du Prince de Machiavel, chap. I, pag. 190 e seg., nel volume sopra citato.

[628]. «Vielmehr ist die ganze Arbeit des Prinzen, ein grosses Missverständniss.» Laonde egli, così continua il Mohl: «bekämpft nur ein selbstgeschaffenes Scheinbild.... Dass diese Arbeit also eine im Wesentlichen verfehlte und eine des künftigen grossen Staatsmannes, welcher sie schrieb, nicht würdig ist, unterliegt keinem Zweifel. Es ist nicht zu hart geurtheilt, wenn sie als eine Schülerarbeit über einen falsch aufgefassten Gegenstand bezeichnet wird.» Mohl, op. cit., pag. 553.

Assai più benigno è il giudizio del Trendelenburg, che tuttavia non conduce a conclusioni molto diverse. Egli fa un esame più particolareggiato dello scritto di Federigo, ma dimostra una minore conoscenza delle altre opere del Machiavelli. Oltre di che, discorrendo in occasione della festa in onore del gran Re, doveva sforzarsi d'essere più benevolo nel giudicarne il libro. Machiavell und Antimachiavell, Vortrag zum Gedächtniss Friederichs des Grossen, gehalten am 25 Januar 1855, in der königlichen Akademie der Wissenschaften, von Adolf Trendelenburg. Berlin, bei G. Bethge, 1855.

[629]. Mémoires de Mad. de Rémusat. Paris, Lévy, 1880. Tome I, pagine 335-38.

[630]. Tutto questo è confermato, quasi con le stesse parole, così nei Mémoires de Mad. de Rémusat, come in quelli del Principe di Metternich.

[631]. Mémoires de Mad. de Rémusat, loc. cit. Vi può essere qualche esagerazione nella forma; ma sono concetti che rispondono all'indole dell'uomo, ed a ciò che molti ne han detto.

[632]. «Je crois avoir lu quelque part que Napoléon faisait grand cas de Guicciardini; ce qui est certain, c'est qu'il admirait sincèrement Machiavel.» Così scrive il principe di Metternich. V. Mémoires, etc. (Paris, Plon, 1880), vol. I, pag. 281, in nota.

[633]. La nota qui sopra citata.

[634]. Metternich, Mémoires, etc., vol. I, pag. 289-92.

[635]. J. Lipsius, Liber adversus dialogistam, pag. 37, ediz. del 1594. Vedi anche dello stesso autore, Politicorum, lib. VI, nella prefazione.

[636]. «Gratias agamus Machiavello et huiusmodi scriptoribus, qui aperte et indissimulanter proferunt quid homines facere soleant, non quid debeant.» De augumentis scientiarum, lib. V, cap. II.

[637]. Boccalini, Ragguagli di Parnaso, Centuria I, ragguaglio 89.

[638]. De Legationibus, lib. IV, cap. IX.

[639]. «En feignant de donner des leçons aux rois, il en a donné des grandes aux peuples. Le Prince de Machiavel est le livre des républicains.» Ed in nota aggiunge: «Machiavel était un honnête homme et un bon citoyen; mais attaché à la maison des Médicis, il était forcé, dans l'oppression de sa patrie, de déguiser son amour pour la liberté. Le choix seul de son exécrable héros manifeste assez son intention secrète, et l'opposition des maximes de son livre du Prince à celles de ses Discours sur Tite-Live, et de son histoire de Florence, démontre que ce profond politique n'a eu jusqu'ici que des lecteurs superficiels ou corrompus.» Rousseau, Œuvres. Genève, 1782, volume I, pag. 272.

[640]. Del Principe e delle Lettere, lib. II, cap. IX.

[641].

Io, quando il monumento

Vidi, ove posa il corpo di quel grande,

Che, temprando lo scettro ai regnatori,

Gli allôr ne sfronda, ed alle genti svela

Di che lacrime grondi e di che sangue, ecc.

[642]. Foscolo, Prose letterarie: Firenze, Le Monnier, 1850, vol. II, pag. 433.

[643]. A. Ridolfi, Pensieri intorno allo scopo di N. Machiavelli nel libro del Principe: Milano, 1810.

[644]. «Er wird, wie Machiavelli, dieser grosse italienische Staatsmann lehrt, das Wohl des Volkes heilig halten, aber dem Auslande gegenüber weder Milde noch Grausamkeit, weder Treue noch Wortbruch, weder Ehre noch Schande, sondern nur Einheit, Grösse und Unabhängigkeit des Vaterlandes kennen. Solch' ein Fürst aber wird alle Hindernisse besiegen, er wird gross, mächtig, unwiderstehlich sein. Wann wirst Du erscheinen, König der Zukunft?» etc., etc. Karl Bollmann, Vertheidigung des Machiavellismus, pagina 102: Quedlinburg, 1858.

[645]. Fr. Schlegel, Geschichte der alten und neuen Literatur, opera molte volte tradotta. Raumer, Über die geschichtliche Entwickelung der Begriffe von Recht, Staat und Politik. Leipzig, 1832, pag. 27.

[646]. Matter, Histoire des doctrines morales et politiques des trois derniers siècles. Paris et Genève, 1836. In tre volumi. Vol. I, pagg. 68-88.

[647]. A. Franck, Réformateurs et Publicistes de l'Europe, pag. 287 e seg.: Paris, M. Lévy, 1864.

[648]. Pasquale Stanislao Mancini, Prelezioni con un saggio sul Machiavelli, pag. 245-46: Napoli, Marghieri, 1873.

[649]. Mancini, op. cit., pag. 263.

[650]. Ibidem, pag. 311.

[651]. Ibidem, pag. 303.

[652]. Mancini, op. cit., pag. 317.

[653]. A. W. Rehberg, Das Buch vom Fürsten von Niccolò Machiavelli, übersetzt und mit Einleitung und Anmerkungen versehen: Hannover, 1810.

[654]. Histoire littéraire d'Italie. Paris, 1811-1823, vol. dieci; vol. VIII (1817), pag. 1-184.

[655]. Zur Kritik neuerer Geschichtsschreiber, pagg. 182-202. Leipzig und Berlin, 1824. Non citiamo qui la seconda edizione (Lipsia, Duncker, und Humblot, 1874), come abbiam fatto altrove, perchè dobbiamo ora esaminare lo scritto del Ranke nella forma in cui comparve la prima volta.

La parte che si riferisce al Machiavelli è del resto riprodotta integralmente nella 2ª edizione, salvo alcune aggiunte e modificazioni a proposito del Principe. Ma anche in esse rimane inalterato, come dice l'autore stesso, il concetto fondamentale, del quale solamente dobbiamo ora occuparci: «Auch in Bezug auf den Principe halte ich an den wesentlichen Momenten der ersten Auffassung fest,» pag. 159. — Il Baumgarten mi fece rimprovero di non essermi qui servito della 2ª edizione, che suppose non avessi allora vista; ma non tenne nessun conto della ragione che adducevo per valermi della 1ª edizione, quando esaminavo le diverse critiche nel tempo e nella forma in cui erano venute alla luce.

[656]. Qui il Ranke cita le parole del poeta Flaminio a Giulio II:

Dux opus est acris, populos qui cogat in unum:

Qui male concordes iungat ad arma manus.

Cita anche Polidoro Virgilio, che, venti anni dopo, scrivendo a Londra il suo libro De Prodigiis, e dedicandolo a Francesco Maria duca d'Urbino (1º agosto 1526), gli manifestava la speranza che da lui venisse il risorgimento d'Italia. E finalmente il Varchi, che scrisse più tardi. Questi, parlando dei Veneziani che volevano indebolire l'Italia per impadronirsene, aveva aggiunto: «E per vero dire mai le fatiche e gl'infortuni d'Italia non cesseranno in fino che essi (poichè sperare dai Pontefici un tale benefizio non si dee) o alcuno prudente e fortunato principe non ne prenda la signoria.» Storia Fiorentina, vol. I, pag. 117. Firenze, 1843.

[657]. Come abbiamo già osservato, nella seconda edizione insiste su di ciò anche più che nella prima.

[658]. Dicemmo altrove, che ciò fu riconosciuto anche dal Leo.

[659]. «Genug Alles zeigt dass diess Buch nicht allein Lorenzo'n dedicirt, sondern ganz und gar auf ihn berechnet ist.» Op. cit., pagina 199.

[660]. Ecco le parole, con cui conchiude il Ranke: «Uns lasst endlich gerecht sein. Er suchte die Heilung Italiens; doch der Zustand desselben schien ihm so verzweifelt, dass er kühn genug war, ihm Gift zu verschreiben.» Op. cit., pag. 202.

[661]. Questo difetto è nella seconda edizione assai attenuato.

[662]. «Das ist überkûhner Scharfsinn,» osservò anche il Mohl, Die Machiavelli-Literatur, pag. 580.

[663]. Abbiamo più sopra citato questo libro pubblicato a Berlino nel 1826.

[664]. Nella citata prefazione, a pag. VII, VIII e passim.

[665]. Qualche altro scrittore tedesco volle supporre che quest'ultimo capitolo fosse stato più tardi aggiunto al libro. Ma, come abbiam visto, ciò non è vero. Esso trovasi in tutte le più antiche copie del Principe finora conosciute, comprese quelle del Buonaccorsi, una delle quali fu fatta quando il libro era stato nuovamente composto dal Machiavelli.

[666]. Leo, op. cit., pag. VIII e seg.

[667]. Questo Saggio fu molte volte pubblicato nei Critical and historical Essays del Macaulay, e fu anche tradotto in più lingue.

[668]. Historische Schriften. Frankfurt a/M., Warrentrapp, 1833.

[669]. Vedi pag. 280 di questo volume, ed Appendice, doc. XXII.

[670]. Questa teoria il Gervinus la sostenne anche nella sua Introduzione alla Storia del secolo XIX, che menò tanto rumore al suo tempo. Vedi a questo proposito il lavoro critico pubblicato dal prof. K. Hillebrand, nei suoi Zeiten, Völker und Menschen, vol. II. Berlin, Oppenheim, 1875.

[671]. Gervinus, Historische Schriften, pag. 142.

[672]. Ibidem, pag. 155.

[673]. Gervinus, op. cit., pag. 159-60.

[674]. Milano, Pirola, 1840. Furono poi ristampate, insieme col Principe e i Discorsi, a Firenze, dal Le Monnier, nel 1857.

[675]. «Eine Erklärung ist möglich, aber nur auf eine einzige Weise. Machiavelli muss in seiner Zeit begriffen, und als ein Erzeugniss derselben betrachtet werden.» Mohl, op. cit., pag. 537.

[676]. «Von Anfang an ein Anachronismus war.» Op. cit., pag. 540.

[677]. «Er ist eine Warnung für alle Zeiten; ein betrübendes Beispiel einer vortrefflich angelegten, aber unvollkommen ausgebildeten Natur; ein mächtiges aber verstümmeltes Bruchstück eines grossen Mannes.» Mohl, op. cit., pag. 541.

[678]. Ricordiamo di nuovo, fra le opere recentemente pubblicate in Germania, quella del dott. Th. Mündt: Niccolò Machiavelli und das System der modernen Politik. Dritte neu bearbeitete Ausgabe: Berlin, Janke, 1867.

[679]. Zur Machiavelli-Frage von Emil Feuerlein, nell'Historische Zeitschrift, herausgegeben von H. von Sybel, anno X (1868), fascicolo I: München.

[680]. Feuerlein, op. cit., pag. 3-4.

[681]. «Eine Art Richtergewalt im alttestamentlichen Sinne.» Ibidem, pagina 7.

[682]. Feuerlein, op. cit., passim.

[683]. Napoli, Morano, 1870.

[684]. Il primo a richiamar l'attenzione sul valore di questa critica del Machiavelli fatta dal De Sanctis, fu il benemerito, gentile e dotto suo ammiratore, il prof. A. Gaspary, così dolorosamente rapito alla scienza ed agli amici. V. il suo articolo, Die neuesten Kritiker des Machiavelli, nella Rivista In neuen Reich, N. 39: Leipzig, Hirzel, 1894.

[685]. Geschichte Karls V, vol. I, pag. 327-32, e nell'Appendice, pagina 522-36: Stuttgart, Cotta, 1885.

[686]. Pag. 370, nota (2), di questo volume.

[687]. La traduzione delle Opere fu pubblicata in dodici volumi, a Parigi, Michaud, 1823-26. L'Histoire de Machiavel occupa metà del primo volume. 288 pagine.

[688]. Fra i molti lavori recentemente pubblicati, ricordiamo quello del signor Tréverret, che ha parlato a lungo del Machiavelli nel suo volume: L'Italie au XVI Siècle. Première série. Paris, Hachette, 1877. Infinito è poi il numero di opuscoli, articoli di Riviste, discorsi e lavori d'ogni sorta, più o meno lunghi. Noi li abbiamo citati quando ce ne siamo valsi, e così faremo in seguito. Del Machiavelli parla molto anche il prof. U. A. Canello, nella sua Storia della Letteratura italiana nel Secolo XVI. Milano, Vallanti, 1880.

Fra le nuove biografie, comparve prima quella del signor Carlo Gioda: Machiavelli e i suoi tempi. Firenze, Barbèra, 1871. Essa contiene principalmente una esposizione delle dottrine. Un anno dopo venne alla luce il lavoro del signor Gaspar Amico: La Vita di Niccolò Machiavelli, Commentari storico-critici. Firenze, Civelli, 1875. Più tardi il signor Francesco Nitti pubblicò il primo volume di un'altra biografia intitolata: Machiavelli nella vita e nelle opere, studiato da Francesco Nitti. Napoli, Detken e Rocholl, 1876. Questo volume narra la vita del Machiavelli fino al 1512, e non tratta ancora delle opere. Il secondo non venne mai alla luce, essendo l'autore immaturamente morto. L'avvocato Francesco Mordenti pubblicò un libro intitolato: Diario di Niccolò Machiavelli. Firenze, tipografia della Gazzetta d'Italia, 1880. È inteso principalmente a raccoglier notizie intorno alla vita. Di gran lunga superiore a tutti è senza dubbio il lavoro di O. Tommasini: La Vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col Machiavellismo. Il primo volume fu pubblicato colla data: Roma, Torino, Firenze, 1883; il secondo, diviso in due parti, è stato pubblicato nel 1911.

È giusto qui riconoscere che quasi tutti questi scrittori si sono giovati non poco, come abbiamo fatto anche noi, della nuova edizione delle opere del Machiavelli, cominciata dai signori L. Passerini e Fanfani, nel 1873, a Firenze (tipografia Cenniniana), e continuata poi dai signori L. Passerini e G. Milanesi fino al sesto volume, pubblicato nel 1877, quando l'edizione rimase interrotta per la morte del Passerini. Essa contiene le Storie e le Legazioni, con molti documenti, massime lettere del governo di Firenze al Machiavelli, quando era in legazione. Come abbiam detto altrove, i documenti non hanno tutti lo stesso valore; ma, se alcuni sono veramente superflui, altri invece riescono utilissimi al biografo, sebbene la correzione della stampa lasci spesso non poco a desiderare. In questi ultimi anni non sono venuti alla luce, che io sappia, altri lavori di gran mole sul Machiavelli.

[689]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 57. Al n. 58, nella stessa cassetta, v'è un'altra lettera del Nasi al Machiavelli.

[690]. Questi è l'amico a cui il Machiavelli fece leggere il Principe, appena che l'ebbe scritto, e del quale parla nelle sue lettere a Francesco Vettori.

[691]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 113.

[692]. Qui pare che manchi trionfato.

[693]. Forse, proiettile.

[694]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 79.

[695]. Qui e in fine della lettera allude probabilmente alle mene dei nemici del Machiavelli, delle quali parlò ancora nella lettera del 28 dicembre 1508, pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXIII-V. Ne abbiamo discorso a pag. 121 di questo volume.

[696]. Stile nuovo: 1509.

[697]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 80. L'Archivio di Stato in Firenze ha recentemente acquistato alcuni documenti, fra i quali è una lettera del Buonaccorsi al Machiavelli in Roma. Essa ha la data di Firenze, 5 febbraio 1506/7, e comincia: «Niccolò carissimo. Io vi ho scripto più volte, et la prima vostra doverrà dirne la ricevuta: così vi ho mandato per Michelagnolo scultore quelli danari della Δ (staffetta) in uno legatuzo, che sono quelli medesimi riscossi. Dixemi sarebbe costì domenica proxima et vi troverebbe, havendolo anche ad fare per sue faccende: non vi sarà grave anchora di questo dirne una parola.» — Il resto non ha importanza.

[698]. Stile nuovo: 1509. Il primo di quaresima fu quest'anno il 21 febbraio.

[699]. Archivio Fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 159, f. 82t-83. Autografo del Machiavelli.

[700]. Archivio Fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 159, f. 118t. Autografo del Machiavelli.

[701]. Archivio Fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 159, f. 160. Autografo del Machiavelli.

[702]. Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 121, f. 88t. Autografo del Machiavelli.

[703]. Questa lettera, come abbiamo già detto a pag. 62, si pubblica solo perchè è quella più volte citata da noi, sulla quale si volle da altri fondare l'asserzione che don Michele non fosse spagnuolo, ma veneziano. Si trova nella filza di lettere autografe a Niccolò Machiavelli, che conservasi nell'archivio della signora Caterina Bargagli, nata contessa Placidi.

[704]. Anche questa lettera trovasi nella citata filza dell'archivio Bargagli. Nell'originale manca l'anno, che deve però essere il 1508, perchè don Michele dice che è a servizio della Repubblica da un anno e mezzo. Ed egli fu chiamato con deliberazione dei IX d'Ordinanza, il 27 febbraio 1506/7. «Dicti Domini deliberorno, etc. Michele Corigla spagnolo si conducessi per capitano di guardia del contado et distrecto di Firenze, con 30 balestrieri ad cavallo et 50 fanti per uno anno fermo et uno altro ad beneplacito.» Archivio Fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 70 (Deliberazioni dei IX d'Ordinanza), a c. 9t; di mano del Machiavelli.

[705]. Per spaventato. V. anche a pag. 512, verso la fine.

[706]. A parole ed a scappellate, non però a fatti.

[707]. Firma in diversi modi; generalmente: Michel de Corella. In italiano lo chiamarono anche don Coreglia o Coriglia, ma più spesso, don Michele o don Micheletto.

[708]. Queste parole son fuori della lettera, e pur fuori, di traverso, in margine: Prego vostra Signoria mi mandi el cavalaro indereto.

[709]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 48. Questa lettera non ha la data dell'anno, ma dev'essere del 1509 o del 1510. La pubblico perchè può dare un'idea di quel che erano le fanterie dell'Ordinanza e sopra tutto della loro poca disciplina. Chi sia poi questo conestabile Pietro Corella non so. Non lo direi parente di don Michele, perchè non mi pare Spagnuolo, sebbene scriva anch'egli assai scorrettamente l'italiano.

[710]. Cioè, Vetrine. Vetrina chiamano la materia che si dà sui vasi che vanno nella fornace, e che li rende lustri.

[711]. Cioè, cacciaronlo.

[712]. Forse, un'angina.

[713]. Forse, Azzano, nella Diocesi di Pisa.

[714]. Cioè, questione.

[715]. Era divenuto tranquillo come un frate.

[716]. Aveva stabilito venirsene, la mattina, con la bandiera a Firenze.

[717]. Cioè, covidigia, cupidigia.

[718]. Manu Propria.

[719]. Cioè: d'aver luogo, d'essere adoperati.

[720]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 45.

[721]. Sembra che il Machiavelli non andasse allora a Barga, ed il Casavecchia gli mandò quindi le trote, con altra lettera dallo stesso luogo, il 25 luglio 1509, la quale diceva: «Vi mando queste poche trote, ad ciò che la sensualità si pasca, e lo spirito dipoi sia più pronto ad le cose di questo mondo, le quali in questi tempi son tante grande, che in epse mi pasco.» Gli chiede nuove dell'alta Italia, aggiungendo che non presume avere da lui una lettera lunga e particolareggiata come l'ultima, della quale si giudica quasi indegno: «Significandovi, che non altrimenti e' frati dicono l'ufitio sera et mattina, che io mi legga la vostra, che di già la credo sapere tutta ad mente.» Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 52.

[722]. Permettono.

[723]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 52. Riportiamo questa lettera, perchè, oltre a qualche parola intorno alla non molta fede religiosa del Machiavelli, accenna all'assedio di Padova, il che ci sarà utile quando parleremo dell'Arte della guerra.

[724]. Archivio Bargagli, nella filza già più volte citata. Questa e la lettera seguente si pubblicano solo perchè sembrano accennare anch'esse alla misteriosa accusa fatta al Machiavelli, della quale parla il Buonaccorsi nella sua lettera in data, xxviii decembris, hora secunda noctis 1509, da noi già citata a pag. 121 di questo volume.

[725]. Le parole riportate fra virgolette sono nell'originale in cifra, così in questa come nelle lettere che seguono.

[726]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 56.

[727]. Qui i puntolini rappresentano alcune parole in cifra.

[728]. Segue l'elenco dei nuovi Dieci, che omettiamo per brevità.

[729]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 55. Questa lettera accenna allo stesso affare, cui si riferiscono le due precedenti. Francesco del Nero era parente del Machiavelli, come confermano anche moltissime lettere di contemporanei. Ma quale fosse precisamente questa parentela, non possiamo con certezza determinare. Da una lettera inedita e autografa del Machiavelli, che trovasi nella Biblioteca Nazionale di Firenze (codice II, III, 432, Cl. VIII, n. 1402, Strozziano, a carte 93) il Del Nero apparirebbe suo cognato. «Honorando cognato. Patienza delle brighe che io vi dò. Le chiese sono scomunicate, come per la inclusa vedrete, et per cagione dello Studio; pregovi mi mandiate per il Bologna la liberatione, il quale vi mando apposta; altrimenti io farò rimurare quel cammino et raccomanderovvi a' polli. Vostro sono. A dì 26 di septenbre 1523.» La lettera è firmata: Niccolò Machiavegli in villa, ed è indirizzata: Magnifico viro et cognato honorando Francisco del Nero in Firenze. È certo però che la moglie del Machiavelli era una Corsini, e non già una del Nero. Non v'è memoria che egli avesse avuto altra moglie prima, nè, molto meno, dopo, perchè la Marietta gli sopravvisse.

Fra le lettere indirizzate al Machiavelli, che si trovano nell'Archivio Bargagli, ve n'è una in latino che certamente è del tempo, quantunque non abbia firma nè data. In essa lo scrittore gli dice: «Dubitas ne Francisci Nigri sales tibi nocere possint; et iure dubitas. Cur enim tibi non noceant qui diebus preteritis etiam illi nocuere?» E narra poi una lunga storia di Francesco del Nero con certe monache, le quali nel tempo della peste erano andate ad abitare in una sua villa, e da lui vennero sdegnosamente mandate via, dopo averle prima invitate, di che «fuit in toto notissima fabula celo.» Aggiunge finalmente: «Cui ergo mireris de filio tuo Lodovico? Quind mirum ergo cum Franciscus moniales ruri habuerit, si Lodovicus sororis filius confessorem secum habere vult, cum ad hec non dicam pater Eneas sed avunculus excitet Hector?» In altri termini: perchè ti maravigli della condotta di tuo figlio Lodovico? Avendo a casa il confessore, esso segue l'esempio, non voglio dire del padre, ma certo dello zio materno, che ebbe le monache in villa. Ma Lodovico era figlio della Marietta Corsini, e non già d'una del Nero. Come dunque si possono mettere insieme tutte queste notizie contraddittorie? L'unica ipotesi possibile è, secondo noi, che la Cambioni, moglie di Luigi Corsini e madre della Marietta avesse già prima sposato un del Nero, da cui nascesse poi Francesco, il quale sarebbe così stato fratello uterino della Marietta, cognato di Niccolò Machiavelli, e zio materno di Lodovico.

Di Francesco del Nero parla anche il Priorista Ricci, dicendolo molto amico dei Medici, avarissimo e ricchissimo. Nulla però scrive della parentela col Machiavelli.

[730]. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 111.

[731]. Marcantonio Colonna.

[732]. I brani riportati fra virgolette si trovano decifrati di mano del Machiavelli.

[733]. Nella più volte citata filza dell'Archivio Bargagli trovasi un'altra lettera del Soderini, in data 22 febbraio 1508/9 al Machiavelli, in campo. Essa incomincia: «Nicolò carissimo. Habbiamo ricevuto, due vostre alle quali brevemente risponderemo. Ricordandovi che il naturale di questo mondo è ricevere grande ingratitudine delle grandi et buone operationi, non però appresso a ciascuno. Fate bene, come havete facto insino a qui, et prima N. S. Idio, di poi qualche persona vi aiuterà.» Da queste parole si direbbe quasi, che il Gonfaloniere cominciasse a prevedere la propria caduta e l'ingratitudine de' suoi concittadini verso di lui.

[734]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 66.

[735]. Roberto Acciaiuoli.

[736]. Il cardinal d'Auch, francese, che Giulio II fece chiudere in Castel Sant'Angelo.

[737]. Archivio Bargagli.

[738]. Forse, Sant'Andrea in Percussina, dove erano la villa e i beni del Machiavelli.

[739]. Tito Quinzio Flaminio (Livio, lib. XXV, cap. 49).

[740]. Dalla scrittura si vede chiaro che non è il Buonaccorsi, ma un altro della cancelleria.

[741]. Archivio Bargagli.

[742]. Sul littorale toscano, presso Populonia.

[743]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 64.

[744]. Teodoro Trivulzio, capitano ai servigi di Francia, e molto raccomandato dal Re.

[745]. Qui la cifra è decifrata di mano del Machiavelli, che tralasciò solo di decifrare le parole, che vi venga ed el canchero.

[746]. Anche qui il decifrato è di mano del Machiavelli.

[747]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 23.

[748]. Marcello Adriani.

[749]. Libro di Partiti e Deliberazioni degli Otto di Guardia e Balìa dal gennaio all'aprile 1508-9, nell'Archivio di Stato di Firenze, n. 143, a c. 23-25.

[750]. Qui di fronte, nel margine: «Presentavit se ad confinia predicta die 8 februarii. Fides in filza, manu ser Christofori Peronis de Santo Germano.»

[751]. A. Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico, cartaceo, S. Trinita.

[752]. Archivio fiorentino, Atti pubblici, pergamena n. 344. — 7 settembre 1511.

[753]. Archivio fiorentino, Atti Pubblici, tomo II, n. 324, cartaceo.

[754]. Marin Sanuto, Diari, vol. XV, a c. 14. Avevamo già stampata la nostra narrazione del Sacco di Prato, quando il comm. Cesare Guasti pubblicò Il Sacco di Prato e il ritorno de' Medici in Firenze nel 1512: Bologna, Romagnoli, 1880. Sono due volumetti, che fanno parte della Scelta di curiosità letterarie inedite o rare (disp. 177 e 178), e contengono le già conosciute narrazioni in verso ed in prosa, con molti documenti editi ed inediti. Questi volumi confermano le cose da noi già dette, e aggiungono molti nuovi particolari.

[755]. Marin Sanuto, Diari, vol. XV, a c. 27 tº.

[756]. I Lippomano, antica famiglia di patrizi veneti.

[757]. Marin Sanuto, Diari, vol. XV, a c. 30.

[758]. Lacuna nel manoscritto.

[759]. Marin Sanuto, Diari, vol. XV, a c. 54 tº.

[760]. Il nome del Cardinale è qui ripetuto a tergo della lettera, insieme coll'indirizzo, per indicare da chi essa veniva.

[761]. Marin Sanuto, Diari, vol. XV, a c. 321.

[762]. Questi sono i nomi de' congiurati o sospetti, imprigionati dagli Otto.

[763]. Marin Sanuto, Diari, vol. XVI, a c. 10.

[764]. Da un libro di Partiti e Deliberazioni e Condanne, ecc. degli Otto di guardia e balìa di Firenze pei mesi di gennaio, febbraio, marzo e aprile 1512 e 13, che si conserva nell'Archivio di Stato, segnato di n. 155, a c. 35t. A c. 36t-37 dello stesso libro è la sentenza capitale pronunziata contro Agostino Capponi e Pierpaolo Boscoli, sotto dì 22 dello stesso mese di febbraio 1512/13.

[765]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 26.

[766]. La lettera del 26 agosto 1513, che è la XXV nelle Opere.

[767]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 27.

[768]. Filippo Casavecchia.

[769]. La lettera precedente dice, infatti, che un orto ed una chiesa erano annessi alla casa.

[770]. Giuliano Brancacci.

[771]. Il Principe, già letto da Filippo Casavecchia in Firenze.

[772]. Qui si allude a Donato del Corno, che voleva essere imborsato fra gli eleggibili alle magistrature, del quale affare parlano spesso le lettere del Vettori e quelle del Machiavelli.

[773]. Giuliano de' Medici.

[774]. Piero Ardinghelli, segretario del Papa.

[775]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 28.

[776]. Allude alla lettera del 5 gennaio 1513/4, che è la XXVIII nelle Opere.

[777]. Il Principe.

[778]. Stile nuovo: 1514.

[779]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 29.

[780]. Stile nuovo: 1514.

[781]. Qui risponde a ciò che il Machiavelli dice nella sua lettera del 4 febbraio 1513/4, che è la XXIX nelle Opere.

[782]. I nomi degl'imborsati s'estraevano, o per sedere, cioè assumere effettivamente gli ufficî, o per essere semplicemente veduti, il che era solo un onore. Si diceva quindi: i veduti o seduti gonfalonieri, ecc.; e nel fare le estrazioni si eleggeva spesso uno per essere seduto, un altro per esser solo veduto.

[783]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 30.

[784]. Cioè: farlo eleggere come veduto.

[785]. Cioè: quando il nostro Gonfaloniere di compagnia dovesse eleggersi fra coloro che sono iscritti alle Arti Minori.

[786]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 31.

[787]. È la lettera XXVI nelle Opere, colla data: Ex Percussina, 4 decembris 1514.

[788]. Qui pare ci sia la conferma, che il Machiavelli raccomandava il Del Corno, senza avere mai pensato a cavarne vantaggio per sè.

[789]. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 32. In questa medesima cassetta, il foglio seguente, n. 33, ha un'altra lettera del Vettori, del 16 gennaio 1514/5. Non la pubblichiamo, perchè oscenissima. Si parlava allora con indifferenza, e anche ridendo, dei vizii più contrarii alle leggi di natura.

[790]. Questo scritto fu da noi pubblicato la prima volta nella Rassegna Settimanale di Firenze (8 settembre 1878). Lo ripubblichiamo ora perchè alcuni giornali tornarono nuovamente sulla questione. In esso noi riassumiamo le nuove ricerche fatte del prof. Piccolomini, dopo che aveva scritto la lettera pubblicata già nell'Appendice (doc. V) al vol. I. Torniamo qui a rendergli grazie sincere dell'aiuto che così ci volle dare, contribuendo, colla sua molta e sicura dottrina, alla soluzione definitiva di un problema assai discusso.

[791]. Vedi la nota 1, a pag. 303 e seg. del I volume di quest'Opera, ed il doc. v, a pag. 533 e seg. dello stesso volume.

[792]. Il Piccolomini osservò ancora che in un codice della Biblioteca Nazionale di Firenze (Cl. VIII, n. 1402) trovasi una lettera dello Zefi, colla data del 21 gennaio 1518/9, dalla quale apparisce che egli era allora già uomo maturo. Desiderando d'andare come educatore in casa di Filippo Strozzi, aggiungeva: «vorrei che quello fusse l'ultimo mio padrone.» La lettera è diretta a Francesco del Nero, parente del Machiavelli, il che rende anche più credibile l'ipotesi, che questi conoscesse i lavori dello Zefi.

[793]. Questa lettera, come abbiamo già detto, il prof. Triantafillis dimostrò che è in parte imitata dal discorso d'Isocrate a Nicocle. Al quale proposito il Piccolomini osservava, che il catalogo della Biblioteca di Modena menziona tre codici del secolo XV, che contengono traduzioni latine di quel discorso, una delle quali è di Guarino Veronese.

[794]. Le une e le altre sono ristampate nel libro del prof. Triantafillis, a cui mi riferisco nel determinarne il numero.

[795]. L'Allgemeine Zeitung (7 luglio 1878) e il Magazin für die Literatur des Auslandes (20 luglio 1878) hanno due articoli del dott. Meyncke, il quale, ammettendo pure qualche reminiscenza, nega giustamente ancor egli, che il Machiavelli avesse nelle cose sostanziali imitato Isocrate.

[796]. Tutto ciò risulta anche più evidente a tutti ora che il Burd (op. cit., pag. 318 e seg.) ha pubblicato, accanto alle parole del Machiavelli, i brani corrispondenti di Erodiano, nella traduzione fattane del Poliziano. Vedi anche la stessa opera a pag. 316.

[797]. La biblioteca di Modena ha in un codice del secolo XV, n. CCCIX (V. G. 7), fra le traduzioni di altre Vite di Plutarco, anche quella di Filopemene fatta da Guarino Veronese. Delle Vite v'erano allora traduzioni stampate e diffuse fra i dotti.

[798]. Biblioteca Nazionale di Firenze, Cod. VIII, Vari 3, 1493. Sono appunti che si trovano ripetuti due volte in forma diversa, e li pubblichiamo perciò sotto i numeri I e II.

Bongianni Guicciardini (1492-1549), fratello minore dello storico Francesco, fu anch'esso uomo d'ingegno, come altri de' suoi fratelli.

[799]. Le osservazioni dell'autore si riferiscono specialmente a ciò che il Machiavelli dice (Discorsi, I, 26) circa il principe nuovo, il quale, secondo lui, deve far tutto di nuovo: nuovi governi, nuovi nomi, nuovi uomini; «fare i poveri ricchi, come fece David quando ei diventò re: qui esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes.... E pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di Alessandro, il quale con questi modi di piccolo re diventò principe di Grecia. E chi scrisse di lui dice che tramutava gli uomini di provincia in provincia, come i mandriani tramutano le mandrie loro.»

[800]. Qui avea prima scritto «puledro» e poi cancellò.

[801]. Sembra alludere a Pausania, l'uccisore di Filippo.

[802]. Qui si sottintende o tralascia inavvertentemente i Medici.

[803]. Prima aveva scritto nascessi.

[804]. Prima aveva scritto agnello o montone, che poi cancellò.

[805]. Qui, senza che si veda bene dove introdurle, l'autore ha tra verso e verso aggiunto: alla quale egli preparò per compagni tutti quelli esaurienti. Sennonchè, ripetendo questo stesso concetto più sotto, sembra che queste parole dovessero esser cassate.

[806]. Segue una parola che non si è potuta leggere.

[807]. Segue un'altra parola che non si è potuta leggere.

[808]. A pag. 437, abbiamo citato il nome del traduttore e l'edizione del volume annotato di mano dell'ex-regina. Torniamo qui a ringraziare il prof. E. Monaci, che possiede il prezioso volume, del consenso datoci di pubblicare integralmente tutte le annotazioni. Queste furono riconosciute autografe anche dal P. Theiner.

[809]. Il Machiavelli.

[810]. Prefazione del traduttore. Le parole stampate in corsivo sono quelle che, nel volume annotato, Cristina di Svezia aveva di sua mano sottolineate, perchè su di esse più specialmente voleva richiamare l'attenzione del lettore, e ad esse si riferiscono le postille.

[811]. Giusto Lipsio.

[812]. Il Valentino.

[813]. Questo è l'ultimo passo annotato nella Dedicatoria, in fine della quale Cristina segnò la data 1684.

[814]. Le nuove province.

[815]. Il re di Francia.

[816]. Le città.

[817]. Ai popoli.

[818]. Ierone.

[819]. Il Valentino.

[820]. Il Valentino.

[821]. Oliverotto da Fermo.

[822]. Oliverotto.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.