ESCURSIONE DECIMASETTIMA. LA VILLA SOMMARIVA.

La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere d’arte. — Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di Sax-Meiningen. — La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — Ville Brentano, Noseda, Piatti, duca di Sangro e Seufferheld. — La Majolica. — L’albergo Righini. — Villa Ricordi. — Maxime Lari. — Questione filologica.

Dicono i Francesi: à tout seigneur, tout honneur; e però a questa villa denominata ancor Sommariva, che per universal sentimento si estima la più grandiosa e splendida di quante abbellano le ridenti sponde del Lario, vuolsi, come da quanti visitano questi luoghi, dedicare una speciale escursione.

Sorge essa fra Tremezzo e la vicina Cadenabbia, isolata come una regina a cui le altre dame stieno per reverenza a certa distanza. È ingiustizia della sorte che non le sia stato conservato il nome del suo primo proprietario che la fe’ costrurre, del marchese Giorgio Clerici, cioè, che fu presidente a Milano del Senato e del quale pure era il magnifico palazzo nella contrada appunto detta de’ Clerici, convertito ora in sede della Corte d’Appello, dove pitture e dorature in profusione attestano ancora della immensa ricchezza di sua famiglia; perocchè il primo merito andrebbe dovuto a questo nome.

Incominciata essa da quel patrizio, veniva ultimata da Anton Giorgio suo nipote, che, a dir di Gianbattista Giovio, l’amico di Foscolo, vi esercitò lo splendore e la magnificenza cinto d’ospiti numerosi e in banchetti luculei.

Ma piacque tanto, e per la casa e per i ben disposti giardini, e per le acque che vi zampillavano, al lodigiano avvocato Sommariva, che fu tra i direttori della repubblica cisalpina e che vi si arricchì, a prova che in ogni maniera di governo la fame dell’oro prende sempre i maggiorenti, che se la fece sua, acquistandola.

Nè è a dire quanto alla sua volta l’abbellisse ed arricchisse; dipinti e sculture vi recò de’ più eminenti artisti antichi e moderni. Parecchi quadri vi si veggono di scuola fiamminga; una bella testa, di Leonardo; e de’ moderni, l’ira di Achille, del Bossi, e le ceneri di Temistocle rese alla patria, dell’Appiani; un Marte disarmato dalle Grazie, del Landi; il bacio di Giulietta e Romeo, di Hayez; e la morte d’Atala, del Lordon. E di scultura, di antico, un’Andromeda che si fa passare per opera di greco scalpello; di moderno, il Palamede, il gruppo Amore e Psiche; e la Maddalena e la Tersicore di Canova, e diversi suoi modelli; e la fascia in basso rilievo rappresentante il trionfo d’Alessandro, di Thorwaldsen, allogato al grandissimo artista da Napoleone il Grande per il Quirinale di Roma e valutato ben settecentomila lire; un gruppo dell’Acquisti, raffigurante Marte e Venere; poi nell’attigua chiesuola due monumenti ai Sommariva, padre e figlio; l’uno eseguito da Pompeo Marchesi, l’altro da Pietro Tenerani con quattro statue di Luigi Manfredini, e una Deposizione dalla Croce, di Benedetto Cacciatori.

A tanta ricchezza d’arte corrisponde la vaghezza del giardino e la peregrinità delle piante e de’ fiori.

Vi si ponno spendere insomma nell’ammirazione più ore e partirne contenti.

La villa fu anche detta Carlotta, perchè dopo acquistata da una principessa di Prussia di questo nome, che naturalmente l’aprì ad ospitarvi spesso regnanti e principi stranieri, e dalla quale, morta il 30 marzo 1855, passò al marito di lei, il principe Giorgio, duca di Sax-Meiningen.

Confina colla bellissima villa l’albergo della Bellavista (Hôtel de Bellevue) della Cadenabbia, — paese che originò forse da cà de’ nauli — e il forestiero anche più schifiltoso vi trova tutto e le lautezze e i comodi degli alberghi svizzeri.

Dopo l’albergo e le poche case della Cadenabbia, si trovano le ville Brentano e Noseda, quelle dell’artista Piatti, e accanto, colla medesima architettura, quella dei duca di Sangro, che rivela che a quelle due ville presiedette il pensiero d’una fraterna amicizia. Seguita poi la villa de’ signori Seufferheld, e dopo, il paese mutandosi in quello della Majolica, segue l’albergo Righini, cui tien dietro la villa del principe de’ nostri musicali editori, Tito di Giovanni Ricordi, al quale Euterpe e Melpomene hanno preparato il più gradito e riposato nido. Vuolsi che il solo spartito del Trovatore di Verdi abbia, ne’ guadagni fruttati, fornito la spesa di così splendida villeggiatura.

Oggi è breve la nostra escursione: ma in ricambio tante bellezze di natura e d’arte ammirabili ci occupano siffattamente, che è bene arrestarci e riandarle poi tutte nella memoria: meminisse juvabit.

Immenso è il dominio dell’arte e immenso è il campo a meditare in esso, come ampio si presenta il bacino allo svolger del lido, appena tocca la villa Ricordi; e noi quivi fermadoci, pare che il vasto pelago armonizzi colla vastità del pensiero che accoglie e medita tutte le meraviglie vedute.

Da qui si comprende come si potesse credere finora dai più, che massimo venisse chiamato il Lario, nella Georgica seconda di Virgilio, leggendone così i versi:

An mare, quod supra, memorem, quodque alluit infra?

Anne lacus tantos? te Lari maxime; teque

Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino?[24]

Ma forse il poeta volle dire invece: te, Lari, Maxime; teque etc., e così ricordare e il Lario e il Verbano, che tuttavia chiamiamo Maggiore, e il Benaco, che così meglio risponderebbe al concetto espresso da Virgilio nel tantos lacus, perchè due soli laghi, il Lario e il Benaco non sarebbero, a vero dire, tanti laghi. A coloro poi, i quali a questa lezione oppor volessero che in antico si chiamasse Verbanus e non Maximus quel lago, potrei rispondere che, se accademicamente quello fosse il suo nome, potrebbe anche essere stato che volgarmente venisse detto anche Maximus, se poi italianamente fu da poi appellato Maggiore.

Congeneri esempî si potrebbero all’uopo recare; ma rammentandomi che il mio dire non deve essere irto di discettazioni filologiche, abbandono cui piaccia la nuova questione; chiedendo anche questa volta scusa, se immemore d’essere un semplice cicerone da campagna, ho dato mano per un istante alla ferula del pedagogo.