ESCURSIONE DECIMOTTAVA. LA BELLAGINA.

Lézzeno. — Villa Vigoni. — Villa e Cappelletta. — I Sassi Grosgalli. — Il Buco de’ Carpi. — Pietosa istoria. — Villa Besana. — S. Giovanni. — Ville Ciceri, Trotti e Poldi-Pezzoli. — Villa Luppia. — Villa Melzi. — Bellagio. — La Tragedia, villa di Plinio. — Il castello di Bellagio. — Marchesino Stanga vi edifica la villa e que’ della Cavargna la distruggono. — Ercole Sfondrati la riedifica. — La Sfondrata. — La contessa di Borgomanero, tradizione. — La villa passa ai Serbelloni. — Parini vi ospita. — Ora mutata in albergo. — La Crella dei Frizzoni. — Pescaù. — La villa Giulia, ora albergo.

Anche la sponda opposta alla Tremezzina ha le sue vaghezze in questo bacino, le quali possono rivaleggiare con essa, e noi dalla Cavagnola dove siamo rimasti nel visitare tale sponda, costeggiamo colla nostra barca, che l’escursione riescirà amena ed istruttiva.

Il primo tratto è un po’ malinconico, è vero, e disabitato; ma svoltato il piccolo promontorio ci vediamo avanti Lézzeno. Ecco il clivo è più coltivato, il dosso dei monti più selvoso, le case sparpagliate ne formano il paese e ve n’ha taluna di bella mostra, e quivi soleva passarvi gli ozî autunnali quel distinto oratore e pubblicista che fu il prete Ambrogio Ambrosoli, che vi morì il passato anno, il cui busto, scolpito da Pompeo Marchesi, fu, non ha guari, donato dalla Gazzetta di Milano, arringo ordinario de’ suoi liberali e dotti scritti, alla Società di mutuo soccorso tipografico della quale fu benemerito. Così più anni addietro da qui mossero due Mocchetti che ebbero qualche fama nelle lettere. Con tutto ciò gli abitatori di queste rive ne ripetono questa cattiva raccomandazione del paese:

Lezzen dalla mala fortuna,

D’inverno non c’è sol, d’està la luna.

Avviene tuttavia che vi ci si trovi la particolarità di buoni fichi in primavera, che son quelli dell’anno precedente, che, non maturati in autunno, si compiono all’aprirsi della buona stagione dell’anno successivo.

Un po’ più all’aprico, dopo Lézzeno, si specchia nel lago la villa Vigoni; poi segue il gruppo di case denominato Villa; quindi un altro detto la Cappelletta, dopo la quale si elevano i Sassi Grosgalli, brulli ed enormi massi e però formanti uno strano contrasto col rimanente del bacino tutto verdeggiante e sorridente. Scabra ne è la pendice che va a picco nel lago reso oscuro e tetro da essi, che vi progettano l’ombra e appena vi si può per aspro sentiero percorrerla. Sotto di essi, di fronte a Lenno, scavata nel sasso, evvi come un’ampia grotta, che i paesani chiamano il Buco de’ Carpi, forse perchè in quel riparo abbondano i pesci di questo nome, ed è qui che le genti de’ luoghi circonvicini narrano una storia pietosa d’amore, che formò soggetto ad una commovente novella di Antonio Picozzi, la quale provò anche una volta, dopo la Guerra di Pret del Porta, o la Fuggitiva del Grossi, la potenza del milanese vernacolo a trattare la cosa più seria ed anche lagrimosa.

Se sapessi che il libro non andasse tra le mani di lombardi, sarei tratto a commettere un reato di contraffazione letteraria, riproducendo l’intero episodio nel suo bell’originale; ma siccome non sarà così, debbo chiedere venia al mio concittadino, se le sue belle e toccanti sestine riassumerò in modestissima prosa.

Erano i tempi del primo Napoleone, di colui che ci aveva regalata quella coscrizione militare che colla guerra ne mieteva il fiore della nostra gioventù; e nella Tremezzina viveva un buono e aitante giovane, che s’era fidanzato a Teresa, la più leggiadra fanciulla dei dintorni. Poichè tutti ora sanno come costei fosse bella, per coloro che capiscono il vernacolo nostro non so trattenermi dal farne loro il ritratto coi versi del poeta:

De sedes ann, dersett, minga deppù,

Bianca la carnagion, rosa el faccin,

Folt negher i cavej comè on velù,

Negher i bej oggioni de bambin....

Dal tutt’insemma con la prima oggiada

Se ghe vedeva l’anima ben fada.

Erano già intese le nozze che compier dovevansi nel successivo carnevale, e però la Teresa attendeva a prepararsi il suo corredo. Ma ecco un dì del settembre il Peppino, che a questo nome rispondeva l’innamorato garzone, facevasi attendere alquanto e la poverina a correre a pensar male. Nè l’ingannava il cuore. Cápita il fidanzato alla fine e tutto conturbato le narra come, côlto dalla coscrizione, egli debba il posdomani essere a Como all’estrazione del numero ed alla visita militare. Ognun pensi l’affanno della giovinetta. Il posdomani arriva, Peppino è a Como, è ritrovato abile al militare servizio, ei deve giurare.... è soldato e appena gli son concessi tre giorni agli addii, perchè ei dovrà marciare per la Russia.

Egli è dunque di ritorno al paese; i tre giorni passano velocissimi fra i pianti della Teresa e i giuramenti del coscritto: l’ora della partenza definitiva è suonata. La povera tosa, presaga di sventure, poichè dentro di sè ella sente

comè ona vôs

Che tœujendegh el fiaa la ghe dis su:

“Teresa, el tò Peppin tel vedet pu;„

non sa staccarsi da lui, e però s’imbarca ella pure con un suo minore fratello e lo vuole per qualche tratto accompagnare.

Ma il tempo, triste dapprima, viene facendosi peggiore, l’uragano imperversa sul lago:

Han penna ciappaa el largh, che a pocch a pocch

Oltra el piœuv, se destend ona fiadura;

El ciel vers Val d’Intelvi a tocch a tocch

L’è già scur, burrascôs ch’el fa pagura;

Ma el coscritt per la sira a tutt i cost,

Piœuva, tempesta, l’ha de vess al post.

Cress el brutt temp anmò col cress del vent

Ch’el sifola piangend in di orecc;

Ingajarda la sluscia in d’on moment,

Ch’el par che la stravacchen cont i secc;

No se pò pu andà innanz; bœugna cercà

Quai paes o quai riva de prodà.

Ma il vento ha sbattute le fragili imbarcazioni verso l’opposto lido, e giunte presso il Buco dei Carpi, qui dentro traggonle i rematori a riparo dalla bufera, attendendo ne passi la furia. Quivi nuova scena d’amore e di strazio. La Teresa coglie un ciclamino, che sbucciava tra i crepacci della grotta, e il porge al suo Peppino a memoria sua. Il vento si è alquanto calmato, il lago può ritentarsi di nuovo; i due amanti si abbracciano e baciano tra le lagrime e si son detti addio. Esce prima la barca che si dirizza col coscritta a Como, poi l’altra della Teresa. Si riguardano mestamente finchè lo possono, poi ognuno se ne va. La Teresa, di ritorno a casa, trova la madre del suo fidanzato affranta dal colpo che le è toccato d’esser priva del figlio, indi a pochi giorni se ne muore. La Teresa vive da allora nel corrotto e nel duolo, e sola consolazione è al suo cuore visitare talvolta il Buco de’ Carpi, testimonio de’ suoi estremi saluti al suo Peppino, e vi ci va anche soletta una volta almeno la settimana a nutricarvi il cespo de’ ciclamini da cui avea spiccato quello ch’ella aveva dato al suo povero amico. Ma ella pure deperiva in salute. Un venerdì dell’aprile, anniversario della partenza del suo Peppino, essa, giusta il consueto, si avviava al Buco de’ Carpi: il lago era tranquillo, era l’ora del vespro, e un pensiero di tristezza, un malore che provava, la sconsigliavano alla gita; ma l’idea che non andarvi sembrasse cosa di poco amore alla memoria del suo caro, la prosegue inesorabile. Essa dunque solca le onde col suo burchio, traversa il lago, vi è presso, è sull’orlo della grotta, già la prua vi penetra; quand’ecco un uccellaccio con rumoroso e largo sparnazzare d’ali, vi sbuca improvviso, rasenta la fronte della Teresa,

Scappand giò per el lagh alla distesa.

La povera tosa, per lo spavento dell’inatteso augello, si china onde schivarlo; il battello a quel suo movimento urta nel masso e si torce, ella perde l’equilibrio per la scossa, rovescia fuor dello stesso, gitta uno strido e giù va sotto l’onda. Due volte parve venisse ella respinta sulla superficie, e due volte risospinta giù, finchè l’onda si chiuse per sempre su di lei.

I parenti più non la vedendo ritornare, andavano in cerca di lei, e dopo lungo affannarsi, trovarono il burchio vuoto, che dondolava a discrezione dell’onde, ma nulla di lei, per quanto la chiamassero altamente a voce. Solo due mesi dopo, un pescatore, ritirando le reti, ne raccolse la inanimata spoglia. Narra il poeta, che lo scheletro dell’infelice fanciulla stia ora nell’ossario di Lenno presso alla chiesa e vi appaja ginocchione; che il soldato reduce dalla Russia, quando credeva aver cessato di soffrire, ebbe il più fiero martirio, ritrovando morta e la madre e l’amante; sicchè non volesse più vivere che mesto e sconsolato nella memoria de’ suoi poveri morti.

Proseguiamo ora l’escursione nostra.

Oltrepassati i Sassi Grosgalli, si presenta la villa Besana e ritorna da questo lato pienamente ridente il golfo. Perocchè a breve tratto si schiera il paese di S. Giovanni colle belle ville dei Crivelli, ora Ciceri, e de’ Trotti; quest’ultima di stile fra il bizantino e il lombardo; succeduta poi da quella del nobile Poldi-Pezzoli, che prima era dei Taverna, più grandiosa e rinnovata da quell’abile architetto che è il milanese Balzaretti, al quale si debbono i nuovi giardini pubblici della sua città, e non poche architetture civili, fra cui ne primeggia la recentissima, appena ultimata, della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà. La casa qui, o piuttosto palazzo del nobile Poldi, si costituisce di tre corpi legati insieme da due eleganti terrazzi; il giardino poi è ricco di piante straniere, tra cui la canna di zucchero, il sovero, la canfora, l’olea fragrans e boschetti di magnolie che profuman l’aere tutt’all’intorno.

Poi v’è una villa Luppia, e da ultimo si chiude a San Giovanni colla più superba villeggiatura del duca Melzi, che mi reclama maggiori parole.

Francesco Melzi D’Eril, che fu vicepresidente della repubblica italiana e poi duca di Lodi, l’edificò al principiare del secolo su disegno di quell’esimio artista che fu Giocondo Albertolli, del quale io già dettai le memorie biografiche e artistiche nel giornale dell’Ingegnere-Architetto del Saldini di Milano. Come quegli che ridusse alla sua castigatezza l’arte ornamentale, l’Albertolli vi portò semplicità di linee architettoniche, ma ad un tempo armoniche e di gusto. Il proprietario poi l’arricchì internamente d’ogni maniera d’opera d’arte. A memoria di quel suo antenato, Francesco Melzi, che fu allievo di Leonardo ed erede dello studio di lui, volle il duca che il pittore Giuseppe Bossi in quattro sopraporte monocromatiche dipingesse quattro episodî del sommo Leonardo, e l’opera riuscì egregia. Nell’un disegno vedesi Leonardo che insegna al Melzi il disegno: nel secondo, il gran maestro, che recinto da’ suoi scolari sta pingendo il proprio ritratto; nel terzo, la scena in cui lascia erede il Melzi; nel quarto, il Melzi che insegna nella scuola eredata da quel grande. — In altre sale ammiransi dipinti dello stesso Bossi, di Appiani, di Migliara e di Sanquirico; le statue, il Davide del Fraccaroli, l’Esmeralda, il busto somigliantissimo di Giocondo Albertolli, e copie de’ famosi capolavori antichi, il Laocoonte e la Cerere, e i busti di quattro imperatori romani e di Letizia e Giuseppina Bonaparte; oltre affreschi pregevolissimi di quel famoso prospettico che fu il sunnominato Sanquirico, per non dire d’opere di altri minori. Nella cappella mortuaria, pur disegno dell’Albertolli, e in cui riposano le ceneri del duca, vedesi l’avello lavorato da Vittorio Nesti; il Salvatore, scultura del Comolli e un bellissimo cartone del Bossi.

Ma se è degno di osservazione il palazzo, non ne son meno i giardini, cui presta la natura del suolo, che è un colle, la cui cima sovraggiudica il busto d’Alfieri. Il marmoreo gruppo di Dante e Beatrice, sculto dal suddetto Comolli, è nel mezzo del viale che costeggia il lago; se poi l’economia dell’opera me lo concedesse, darei un mezzo trattato di botanica nel descrivere i fiori, le erbe, le piante che li decorano in tanta copia da essere eziandio altrettanti vivai per altre ville.

Ma altre cose degnissime abbiamo a vedere in questa nostra escursione: affrettiamoci dunque alla vicina borgata di Bellagio.

Oltre San Giovanni e i giardini della villa Melzi, è Bellagio, che gli etimologi fanno derivare da Bilacus, come a dire fra i due laghi, non altrimenti che in Isvizzera per la stessa ragione vi è Interlaken, perchè infatti Bellagio siede sulla punta d’un promontorio, che i paesani appellano Colunga, appunto perchè quasi una lingua di terra il cui capo si prolunghi nel pelago, dove il Lario che vien da Colico si divide in due rami, l’uno quello che già conosciamo e che va a Como, e l’altro che discende a Lecco. Una tale situazione dà a Bellagio una particolare vaghezza, nè per essa, nè per le magnifiche ville onde è lieto e che gli fan corona, e diciamo anche per i due ottimi alberghi, non vi ha persona che tragga alla Tremezzina, senza che ne traversi il lago e venga a vedere Bellagio. Tutta questa plaga può contenderla in bellezze di natura a quelle meraviglie cantate da’ poeti e levate a cielo da’ forestieri, che sono Posilippo e Mergellina, Portici e Sorrento.

Voi vedete allora di che buon gusto dovesse essere Cajo Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane, nello eleggersi proprio la cima di questa scogliera che sta a capo del promontorio per erigervi la sua villa che, a riscontro di quella che nomò Commedia e che ricordammo a Villa presso a Lenno, come attesta il Giovio, o sul basso lido presso Varenna, come vorrebbe il Boldoni, appellò Tragedia.

Più tardi, ne’ tempi di mezzo, come le altre terre del lago si facevano irte di fortilizî e torri, arnesi di guerra giovati spesso a contenere le rapine degli Elvezî che facevano frequenti scorrerie, ma ben anco a mantener vive le lotte fraterne e massime contro Como; anche Bellagio ebbe il suo forte castello, riparo di facinorosi e banditi, il quale venne poi fatto smantellare da Galeazzo Visconti nel 1375. Risiedeva allora in Bellagio un capitano del lago, e convien dire che vi facesse capo ogni terra del Lario, se i cattivi debitori di Cernobbio ve li abbiamo veduti cacciati nelle carceri di Bellagio, dove i loro compaesani vennero a trarneli colla forza al tempo di Filippo Visconti, come narrai quando dissi di quei paesi del primo bacino.

Ogni traccia di efferatezza sparve dal colle di Bellagio qualche tempo dopo, quando un Marchesino Stanga, favorito di Lodovico il Moro, vi edificò una splendidissima villa. Ma non era appena compiuta, che que’ della Val Cavargna, a vendicar non so qual torto, vennero furibondi e la misero a ferro ed a fuoco.

Ercole Sfondrati, duca di Monte Marciano, nipote di papa Gregorio XIV e capitano suo nella spedizione che fece in ajuto della lega e contro il Bearnese, dopo le battaglie, avuto a sè infeudato il borgo, riparò su questo colle e vi rialzò la villa e riordinò i giardini, piantandovi lecci, quercie, allori, cipressi e pini, che pur esistono in gran parte, e vi eresse qui e qua sacre cappelle, che or non si veggono più.

E un edificio esisteva pure verso il lato del ramo del lago che sporge a Lecco e che dicevasi la Sfondrata; e qui la tradizione del paese rammenta una di quelle infami memorie di dissolutezza e di crudeltà, onde in Francia andò tristamente famosa la Torre de Nesle, e in Italia si ricordano i trabocchetti di Castel dell’Ovo di Giovanna I regina di Napoli, e che io brevemente riassumo.

Una Contessa di Borgomanero, forse legata per parentela agli Sfondrati, e qui dimorata per qualche tempo, abbandonandosi a osceni amori, vuolsi che facesse pei trabocchetti precipitar giù per le acute balze della scogliera che sta a picco del lago i mal capitati suoi amatori d’una notte, a ciò forse non ripetessero intorno le sue brutte lascivie, e fors’anco troppo presto desiderevole del nuovo; ma di più non se ne sa dire, e certo allude a questa tradizione la poesia scritta da signora che da un album dell’albergo della Cadenabbia trascrisse Cesare Cantù, diligentissimo indagatore d’ogni particolarità del lago, nella seguente terzina:

O ti piacesse più, solcando l’acque,

Veder le balze dell’opposto lido,

Ove talor precipitato giacque

Il drudo infido.

Poscia il feudo passò ai conti della Riviera, signori della Valassina; ma la villa degli Sfondrati passò per eredità ai Serbelloni, onde villa Serbelloni si noma in oggi tutto l’ampio recinto che chiude la vasta casa, che altamente reclama una migliore architettura esterna e più moderni riattamenti. Come Plinio, ne’ tempi di Roma, Parini al principiar del secolo nostro veniva nella villa de’ Serbelloni a ricrearsi e ispirarsi, e ne aveva ben d’onde.

Estintasi in questi ultimi anni questa patrizia famiglia, ora l’appigionò Antonio Mella per convertirla in albergo, a soccorso dell’altro che ha in riva al lago, detto della Gran Brettagna, l’uno e l’altro forniti di tutte le comodità.

Un albergo ha pure in questo borgo Melchisedecco Gandola, sotto il nome di Antico albergo e pensione Genazzini, e vi ha pari importanza e fama.

Più prossima alla punta è la Crella, villa dei Frizzoni da Bergamo, che su disegno di Rodolfo Vantini, di stile bramantesco, costò un ingente patrimonio. Bella, ricca, splendida, non è per avventura così comoda, come si vuole sia una villeggiatura molto più signorile.

Per un ampio viale, che fa maravigliare come sia stato praticato nella roccia, da Pescaù, che sta in cima di Bellagio, si arriva alla villa Giulia, con dir della quale mi piace chiudere l’escursione per la Bellagina. Essa sta sul poggio a cavaliere dei due rami del lago e sorge maestosa, quantunque la facciata più bella riguardi, non saprei dire perchè, i giardini. Fu il luogo dapprima dei Camozzi, poi l’acquistò la famiglia Venini sullo scorcio del passato secolo, e don Pietro vi costruì la villa che volle portasse il nome della moglie, Giulia, onde ancor si designa, malgrado che divenisse poi proprietà di Leopoldo, re del Belgio, che vi condusse a grande spesa le acque e la rese una vera delizia regale, che non lo lusingò per altro così possentemente, da non cederla in affitto dodicenne al signor Mella che la tramutò in albergo. Il panorama stupendo che si gode dalla villa Giulia, dell’un ramo del lago e dell’altro, impreziosito da poggi fioriti, da grotte, da fontane, da ruscelli, da boschetti, da pratelli e da piante peregrine, e le attrattive d’ogni maniera che presenta, rendono questo luogo uno de’ più deliziosi ritrovi che lungo le sponde del Lario meritino d’essere visitati.