ESCURSIONE TRENTESIMA. LA VALLASSINA.

Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.

Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via, che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti, vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese chagrin, affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo? Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri nomi di laghi e di paesi.

Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente escursione.

Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di passeggiata. Famoso è poi il vespetrò che vi si fabbrica, liquore che arieggia la chartreuse di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e che è sì ricerca e gustata.

Succedono, al fianco destro di Canzo, i Corni, acuti picchi altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza, e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di vegetazione.

Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i Gavazzi.

Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che vien detto la Fontana del Gajumo. Come accade in simili circostanze, si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero divertimento.

Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la sua scaturigine.

La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza, spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo egli pure e che ho mentovato più sopra.

Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico as, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa prepositurale.

Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus

Genio Asclepii
Lucius Plinius
Burrus et F. Plinius
Ternus votum solvunt.

Nel medio evo fu Asso, come tutta la Vallassina, della mensa arcivescovile di Milano. Allo spirare della signoria de’ Visconti ne appare infeudato Facino Cane, celebre capitano di ventura e primo marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, poi l’altro capitano Luigi del Verme e via via altri. Ebbe però governo proprio e statuto indipendente sino all’editto 16 maggio 1765, in cui la Vallassina venne incorporata al ducato di Milano.

Ponte Oscuro.

Visitando Asso, veggasi la prepositurale, dove son dipinti egregiamente i Misteri del rosario, ed è di Giulio Cesare Campi una pala rappresentante l’Annunciazione. Qui pure sonvi signorili famiglie, tra cui i Romagnoli, i Magnocavallo, i Merzario, i Mazza, per non dire di tutti, ecc.

Gli è da Asso per Sormanno e per Rezzago che le allegre comitive, messe insieme dai paesi circonvicini, precedute da fanfare e ribechini, ascendevano, più frequenti in passato, per il piano del Tivano, e correvano a vedere quell’imbuto conosciuto sotto il nome del Buco della Nicolina, dove, provenienti dalle ville del lago di Como, pur salivano per l’opposto versante altre liete brigatelle a convegno concertato alla città, e da cui entrambe non si toglievano che a notte fra lo splendore delle faci resinose, come ho già fatto noto nell’apposita escursione.

Fuori appena di Asso, il pittorico è ancor maggiore; perocchè, oltre le diverse intonazioni risultanti da’ caseggiati civili a’ rustici commisti, oltre le torri ed i villaggi sovrastanti di Pagnano e di Fraino ed i verdi altipiani di Caglio e di Gemù, ti si para subito davanti una scena di bell’effetto nella vista del Ponte Oscuro, che a certa altezza si gitta da un masso all’altro della roccia, su cui corre la via che scorge a Valbrona e sotto cui, tra grossi ciottoli e pietre staccate dalle pareti o rotolate dalle acque, scorre il Lambro, dinanzi al quale sembra la roccia si sia aperta e divisa per aprirgli il passaggio.

A che i pittori e i toristi nostri, domando io, vanno cercando alla Svizzera scene e paesaggi per i loro quadri, per le loro impressioni, se la nostra Lombardia e i monti dell’alta nostra Brianza ponno loro offerirne di solenni e di belle, di svariate, e di ispiratrici egualmente?

A chi volesse deliziarsi di maravigliosi punti di vista; a chi amasse gli erbosi altipiani alternare a’ villaggi, e a’ rugiadosi e impervi sentieri preferisse ampio e regolare cammino, io consiglierei volontieri di eleggere la recente strada che traversa tutta la Vallassina per il corso di ben dieci miglia e riesce a Bellagio, uno de’ più ameni paesi del Lario. Uscita appena dagli anfratti di Asso, quella strada ritorna ampia e comoda per Lasnigo, ove hanno villa i Rusconi ed altri, ed è prosecuzione di quella che dalla Malpensata conduce, per Longone, a Canzo ed Asso.

Visitando la Vallassina, a questa vaghezza di natura inanimata, altre ne troverà della animata il lettore; e senza dire degli uomini d’un ingegno svegliato, industriosi ed ospitali, i quali più spesso cercando fortuna al di fuori e colà eziandio stabilendosi, non crebbero guari fortuna al loro luogo nativo, accennerò delle donne col giudizio che ne reca un non sospetto autore, l’oblato prevosto Vincenzo Mazza di Lasnigo, autore d’una storia manoscritta della Valle, veduta dal Cantù. Esse gli parvero modelli, come di avvenenza, così di costumatezza; sobrie, pudiche, casalinghe, matronali sì da rimovere qualsiasi licenza d’atti e di parole, e le fanciulle sanno all’uopo difendersi cogli zoccoli, con sassi e colle spadine che portano come un’aureola in capo. E poichè e alla città e altrove si ha tanto difetto di buone serventi, il buon prevosto vi fa sapere come le donne della Vallassina sieno ricercate come fantesche, nè v’abbia esempio che una sia stata espulsa da una casa. Non ho voluto dimenticare questa particolarità della Vallassina, perocchè ogni dì più cresca il lamento per la mancanza di buone serventi. Gli aumentati opificî e la corruzione cittadina e campagnola hanno distratto moltissime di queste donne dal mestiere del servire che un dì pareva loro sì profittevole cosa.

Se a riposarsi di tratto in tratto dal cammino avvenga di interrogare quella buona gente alpestre, s’odono storie e tradizioni, leggende e fiabe a illustrazione di castelli e di paesi, di genti e di famiglie; e se non istessi io sull’avviso contro me stesso che di tradizioni e leggende parecchie son già stato narratore, potrei qui cingermi la giornea e ripetere quello che ho appreso nella Vallassina, nè il lettore sarebbe certo sì fortunato di finirla così presto d’esercitar meco la sua pazienza. Non tacerò tuttavia d’accennar ciò che i terrieri non chiamano fiaba o tradizione, ma pretta storia e miracolo. Già toccai alla sfuggita di Onno, terricciuola della Vallassina che siede sul versante del lago di Lecco; or bene raccontasi che quel vigile arcivescovo che fu San Carlo Borromeo, nel visitare tutta la sua diocesi onde conoscerla per l’appunto e recarvi i saggi suoi povvedimenti, percorrendo questi luoghi aspri e montani, qui presso ad Onno, cavalcando una mula, precipitasse con essa dentro un profondo precipizio, ma che per sommo di ventura — essi dicon miracolo — ne uscisse incolume.

Ma io debbo, cortese lettore, qui arrestarmi, nè proseguire nella Vallassina, per non discostarmi troppo dal Pian d’Erba, nei confini del quale deve restringersi il mio libro.