ESCURSIONE TRENTESIMAQUARTA. IL BUCO DEL PIOMBO.

La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. — Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente. — I versi di Torti.

E noi, poichè siamo già a San Salvatore, continuiamo la via pel Buco del Piombo. È lunga, è aspra, ma retrocedere per pigliar l’altra dell’opposto ciglione del monte non ne pare conveniente.

È però cammino ameno e pittoresco, e se i piedi faticano, lo sguardo si diverte e gode.

Sorpassiamo gli incidenti del cammino, ed eccoci di sotto al Buco del Piombo.

Anni addietro abbisognava di certo coraggio per inerpicarsi fino al punto, dal quale, per mezzo d’una scala a mano, si poteva penetrare nell’antro; ma dopo che tutte queste Alpi, come le chiamano quei del paese, vennero in proprietà del conte Turati, che su di esse vi stabilì una razza di cavalli, la bisogna è mutata: l’accesso è reso più praticabile e comodo.

Non creda il lettore che la caverna per la quale entriamo tenga fede al suo nome; traccia di piombo non vi si riscontra, nè pare vi sia stato mai; non diamo però le spese al cervello per indovinarne la ragion del nome; vi chiaccherarono intorno e scrissero assai e assai, ed un costrutto non se n’è per anco cavato. Narrasi anzi, a tale proposito, un aneddoto. Nel vicino convento de’ Cappuccini di San Salvatore, che abbiamo testè veduto, nella biblioteca del chiostro, stava un volume legato, sul cui dosso leggevasi il titolo: Origine del Buco del Piombo. La mano d’ogni visitatore correva a togliere il volume dallo scaffale, curioso di leggervi una tale origine; ma ne rimaneva scornato: il volume non era che un pezzo di legno foggiato a libro, fratesco scherzo, del quale si trova il riscontro in Venezia ai Frari, dove è consimile volume lavorato dal celebre Brustolon.

Sull’ingresso dell’antro veggonsi avanzi di muraglie e d’arpioni, onde s’ha a credere che vi fossero applicate porte e che però vi abitasse gente. Serviva a vedetta militare od a presidio? era rifugio di predoni o di banditi? ricoveravan qui, com’altri presumono, i Longobardi cacciati dall’ira de’ Franchi? Non v’è memoria o scritto che il dica. L’atrio che sarebbe stata la parte abitabile, è spazioso: ha la larghezza di metri 38, l’altezza di 42 e la lunghezza di 55, ed è sempre qui che le brigate che vi montano si rifocillano colle provvigioni di bocca mandate innanzi.

Ma la caverna si interna e sprofonda per un vano quasi continuo della larghezza di metri nove e dell’altezza di otto, e vi si può camminare per circa 188 metri coll’aiuto della luce del giorno; più avanti si va, si va accendendo qualche torcia, e dopo 18 metri di cammino, si giunge a un punto dove a destra s’apre altra caverna larga circa metri 1,30, ed avanzando per una trentina d’altri metri, leggesi una lapide che vi fu messa, del tenore seguente:

S. A. I. il Princ. Raineri Vicerè
Consigliere De-Capitani
Ciambellano conte Paar.
Gli 8 maggio 1819.

Altri si spinsero più in là; trovarono che lo speco ora abbassavasi, ora rialzavasi; che acque vi correvano in ruscelli o formavano pozze; finchè non parve andare più avanti, forse essendo anche ciò pericoloso.

Ho già detto a suo luogo come vi abbia chi opini che questa caverna vada e s’inoltri fin presso la fonte Pliniana del lago di Como; ma non sono che pure supposizioni, alle quali nulla porge fondamento.

Sotto dell’antro, o Buco del Piombo, corre il torrente Bova, per mezzo a un letto franato e fra roccie, che ne fan quasi un orrido d’artistico effetto; ma pur di questo torrente ho parlato nella passata escursione.

La curiosità chiama moltissimi visitatori al Buco del Piombo; dirò di più: non v’ha villeggiante o forestiero che sia venuto nel Pian d’Erba, il quale non l’abbia una volta almeno fatto scopo di una sua pellegrinazione.

Così lo ricordava il Torti in que’ versi che dal Pian d’Erba dettava:

O selvose montagne, o gioghi erbosi,

O di lontan sovreminenti al verde

Cornuti massi, o dolce aere vitale,

O dal sol di settembre illuminate

Felici rive, umili poggi e sparsi

Casali e ville, e pascoli e vigneti

Dell’Éupili ridente; o vasto speco

Di nome senza origine, su in alto

A mezzo monte dalle curve strade

Per gran paese riveduto sempre;

O collinetta sovra l’altre amica

Ov’io sedeva a contemplar la mesta

Valle del mio Segrin; voi già mia prima

Delizia e voluttà, di tutto l’anno

Speme e pensier...

Oh! veramente son questi luoghi tali da ispirare e da accendere gli estri del poeta; nè vi fu amico delle Muse che a queste delizie del Pian d’Erba traendo, non se ne sia ispirato, non ne abbia poi ne’ carmi espresse le soavi dolcezze.