ESCURSIONE TRENTESIMAQUINTA. LA VILLA AMALIA.

La villa Amalia. — Guido Carpano e il convento di S. Maria degli Angeli. — L’avv. Rocco Marliani. — Il palazzo, il giardino e il bosco. — Il monumento a Parini. — Monti e Foscolo ospiti. — Episodio della Mascheroniana. — La torre.

Ridiscesi a Crevenna, proseguiamo la via che ci condusse da Lezza, e dopo qualche centinaia di passi, ci ritroviamo ad Erba superiore.

Noi riserbandoci a veder il paese, per ora arrestiamoci qui davanti alla villa Amalia, che ha innanzi vaghi tappeti d’erba e vasto piazzale. Due facciate ha la villa; l’una riguarda al giardino, l’altra alla corte: a quella cresce grandiosità una gradinata e un padiglione; a questa bellissimi bassorilievi in terra cotta; ma l’ingresso è per un cancello da questa parte che sta di fronte ad Erba. La chiesa laterale ti rammenta subito che un dì potesse essere questo luogo un convento. Infatti vi fu fabbricato da Guido Carpano e dalla chiesa fu detto di Santa Maria degli Angeli.

Francesco Del Conte vi stabilì i Cappuccini; passò di poi ai Filippini; finchè al principiar del secolo corrente, l’avvocato milanese Rocco Marliani, consigliere della Corte d’Appello, l’acquistò, e su disegno di quel valente architetto che fu Leopoldo Polak, vi eresse la sontuosa villa che, dal nome della propria sposa, appellò Amalia.

Nel cortile di essa lasciò memoria di ciò nell’iscrizione seguente:

Rochus Petri Fil. Marlianus
Domo Mediolano
Cœnobi veteris operibus a solo ampliatis
Villam extruxit ornavit
Amaliam
Ex conjugis karissimæ nomine appellandum
Anno 1801[37].

E dirimpetto a tal lapide stanno i seguenti versi d’Orazio:

Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus

Hortus ubi, et tecto vicinus jugis aquæ fons,

Et paulum sylvæ super his foret. Auctius, atque

Dî melius fecere. Bene est. Nihil amplius oro[38].

Vi condusse il Marliani artisti ad abbellirla, e di Giuseppe Bossi infatti vedesi un’Aurora, dipinta nella sala di mezzo del palazzo; e nel giardino, o a meglio dire, nel bosco che vi fa parte, rizzò un tempietto sacro alla Prudenza, rappresentata da una statua che vi sorge nel mezzo, e poco appresso collocò due statue, Diana ed Atteone. Dove poi l’ombra è più oscura del bosco, eresse un monumento con un busto, opera di Giuseppe Franchi, tutto recinto di macchie d’alloro, fiancheggiato da funereo cipresso, e lo consacrò alla memoria di Giuseppe Parini, che fu sovente ospite venerato del Marliani; e comechè nel sottoposto sotterraneo ei vi avesse collocato un organo che, tocco, mandava una mesta armonia, così aveva fatto scolpire sulla base del monumento a Parini i quattro versi di lui, tolti all’ode All’inclita Nice:

Qui ferma il passo, e attonito

Udrai del pio cantore

Le commosse reliquie

Sotto la terra argute sibilar.

E come Parini, qui venivano accolti dalla cordialità e dall’affetto riverente del Marliani anche Foscolo e Monti, il qual ultimo raccomandò alla imperitura memoria dei posteri il nome della villa, illustrando la tomba del grande poeta che vi è conservata, nelle seguenti terzine della sua Mascheroniana:

I placidi cercai poggi felici

Che con dolce pendío cingon le liete

Dell’Éupili lagune irrigatrici;

E nel vederli mi sclamai: Salvete,

Piagge dilette al ciel, che al mio Parini

Foste cortesi di vostr’ombre quete!

Quand’ei fabbro di numeri divini

L’acre bile fe’ dolce, e la vestía

Di tebani concenti e venosini,

Parea de’ carmi suoi la melodia

Per quell’aura ancor viva; e l’aure e l’onde

E le selve eran tutte un’armonia.

Parean d’intorno i fior, l’erbe, le fronde

Animarsi e iterarmi in suon pietoso:

Il cantor nostro ov’è? chi lo nasconde?

Ed ecco in mezzo di recinto ombroso

Sculto un sasso funebre che dicea:

Ai sacri Mani di Parin riposo...

Ed una non so ben se donna o dea

(Tese l’orecchio, aguzzò gli occhi il vate

E spianava le rughe e sorridea)

Colle dita venia bianco rosate

Spargendolo di fiori e di mortella,

Di rispetto atteggiata e di pietate!

Bella la guancia in suo pudor; più bella

Sulla fronte splendea l’alma serena

Come in limpido rio raggio di stella.

Poscia che dati i mirti ebbe a man piena,

Di lauro, che parea lieto fiorisse

Tra le sue man, fe’ al sasso una catena;

E un sospir trasse affettuoso e disse

Pace eterna all’amico; e te chiamando

I lumi al cielo sì pietosi affisse,

Che gli occhi anch’io levai, fermo aspettando

Che tu scendessi, e vidi che mortale

Grido agli Eterni non salía più, quando

Il costei prego a te non giunse; il quale

Se alle porte celesti invan percote,

Per là dentro passar null’altro ha l’ale.

Riverente in disparte alla devota

Ceremonia assistea, colle tranquille

Luci nel volto della donna immote,

Uom d’alta cortesia, che il ciel sortille

Più che consorte, amico. Ed ei che vuole

Il voler delle care alme pupille,

Sol per farle contente eccelsa mole

D’attico gusto ergea, su cui fermato

Pareami in cielo, per gioirne, il sole.

E Amalia la dicea, dal nome amato

Di colei che del loco era la diva,

E più del cor che al suo congiunse il fato.

Al pietoso olocausto, a quella viva

Gara d’amor mirando, già di mente

Del mio gir oltre la cagion m’usciva.

Mossi alfine, e quei colli ove si sente

Tutto il bel di natura abbandonai

L’orme segnando al cor contrarie e lente[39].

Fu lunga la citazione, ma in compenso splendida, come splendidi sono sempre i versi di Vincenzo Monti, al quale l’età più prosaica osa temeraria levarsi e contendere il lauro di poeta.

La villa Amalia passò dopo a diversi signori, finchè pervenne al marchese Massimiliano Stampa Soncino, che vi aggiunse bellezze a bellezze.

Dalla torre che vi sta, si può abbracciare collo sguardo il più stupendo orizzonte ed estasiarsi alla vista di monti e colli, di laghi e fiumi, di paesi e ville infinite e campagne e boschi.

Gli amatori di botanica avrebbero per più d’un’ora a deliziarsi ammirando le infinite camelie di più qualità, boschetti di fusaria del Giappone, cespugli di azalee e di rododendri, e rose magnifiche, e mazzi di olea fragrans, per non dir d’altri molti e fiori e piante peregrine, che di loro vaghezza e profumo imparadisan la villa, degna della ricchezza e nobiltà del suo cortese proprietario, e però va meritamente tra le più splendide e deliziose della Brianza annoverata.