ESCURSIONE TRENTESIMASESTA. ERBA.
Erba Superiore. — Il suo panorama. — La sua storia. — Il castello e la villa Valaperta. — Pravalle. — Il torrente Bocogna. — Villa Conti. — Erba Inferiore. — Pretura, ufficio telegrafico, albergo e botteghe. — Il caffè e gli amaretti. — Il teatro. — Ville Clerici e Brivio. — Vill’incino. — Mercato d’Incino. — Liciniforum. — Lapidi. — Ninfeo antico. — Fatti storici. — Il mercato del giovedì.
Questa borgata, che dà il suo nome al bellissimo territorio che vengo dichiarando al lettore, distendendosi su d’una eminenza a mo’ d’anfiteatro per quelli che la riguardano venendo dalla Malpensata, fa sì che alla parte più alta si assegnasse il nome di Erba Superiore, ed è certo la migliore, perocchè domini una quantità maggiore d’orizzonte, potendosi spingere l’occhio sin là presso Cesana e Galbiate, e vedere il Monte Baro, e via via quelle ridenti colline che finiscono alla Montevecchia, e quella ridente estensione della Brianza co’ suoi infiniti villaggi; mentre poi da sinistra si posa sui colli placidi e d’insensibil pendío di Proserpio, colla biancheggiante sua chiesa che s’avanza fin sull’estremo limite d’un promontorio, su Castelmarte e sui denti o corni di Canzo e sull’Alpe di Carella che, massime all’ora del tramonto, si veste delle più calde tinte che mano mano si vengono trasformando in auree, poi in porporine, quindi in violacee, finchè l’ombra notturna non le abbia confuse nell’uniforme bruno.
Era certamente nell’ammirazione di questo stupendo panorama che lo scrittore d’Angiola Maria esclamava:
O monti, o vette aeree,
O piani d’Erba, addio!
O valli, o poggi placidi
Dal fertile pendío,
Asil soave e muto
Di rustica beltà;
Io v’amo, io vi saluto
Con mesta voluttà.
Salvete, o voi tranquille
Innumere borgate,
Liete cosparse ville,
Campagne invidïate!
Io v’amo, e in cor vi sento
Com’inno del mattin,
Come il primiero accento
Dell’italo bambin.
Erba non può contare, è vero, una storia ricca di avvenimenti; ma per l’aiuto dato all’armi milanesi alla battaglia da questi ultimi combattuta contro gli aderenti del Barbarossa nel nove agosto 1160 — fu una nobile e generosa azione — s’ebbe il diritto di cittadinanza, che le fu mantenuto anche in seguito e da Ottone Visconti, e dagli Spagnuoli e dai Tedeschi. Di più ne dice il prevosto Annoni nella sua Memoria storica e archeologica intorno al Pian d’Erba, cui rimando il lettore, per non essere tratto dall’amore degli storici studî a cingermi la giornea e mettere a cimento la pazienza di lui.
Attivamente poi partecipa il suo territorio all’industria che meglio si fa alla Brianza, alla serica vo’ dire, potendo contare oltre quaranta filande e quaranta filatoi, e così vien presso agli altri distretti di Oggionno, di Vimercate e di Lecco, che si additano come i meglio dotati in Lombardia di congeneri stabilimenti.
Sull’angolo sinistro d’Erba Superiore sorgeva un tempo, come del resto si riscontra in ogni terra di qualche importanza, il castello, ora convertito alla più felice villeggiatura de’ signori Valaperta, dove più d’una volta vidi ospite quel valoroso campione dell’arte pittorica moderna che è Francesco Hayez.
Di sotto al castello si avvalla con grazioso effetto il terreno, epperò vien detto Pravalle, pel quale un dì precipitavasi il torrente Bocogna, menando i soliti guasti de’ suoi pari; ma i Valaperta ne rivolsero a bene le acque, facendole servire ad una filanda o filatoio.
Sul ciglio dell’opposta eminenza, al di là di Pravalle, si pavoneggia la elegante villeggiatura de’ signori Conti, che divide coi Valaperta i vantaggi della fortunatissima posizione.
Erba Superiore è occupata per lo più da ville o case da villeggiatura: il movimento principale è nondimeno in Erba Inferiore. La borgata è dotata di Pretura, di ufficio telegrafico e di albergo: ha tutte le botteghe occorrevoli al vitto, come in una città; massime le carni vi si trovano eccellenti dai villeggianti; al suo caffè, elegantemente riaddobbato di fresco e famoso pe’ suoi amaretti, sorta di pasticcini torrefatti e che contendono il primato con quelli di Saronno, nelle ore pomeridiane d’autunno vi convengono i signori e le eleganti dei dintorni, sia venendovi a piedi, sia cogli equipaggi, felici del vedersi gli uni gli altri; perocchè, del resto, la sosta avvenga in una via ristretta e senza attrattiva di sorta.
Sulla vetta dell’eminenza su cui seggono le sue case, il pittor Rosa, nel grandioso caseggiato da lui fabbricato e che affitta nelle ferie autunnali a famiglie per lo più milanesi in distinti e ammobigliati appartamenti, costruì un teatro, nel quale in quella stagione recita talvolta qualche drammatica compagnia sviata.
O per la postale, o per sentieri si discende nel sottoposto piano a Vill’Incino, dove sorge la prepositurale nella cui giurisdizione è Erba. Scendendo per la prima, al risvolto trovasi la villa già Clerici, ora Mazzucchetti, che ognun veggendo augura veder tramutato in albergo, tanto se ne sente il bisogno e propizia ne appaia la posizione; ed a fianco di essa al principio della via che si interna e guida a Lezza sorge altra villa de’ signori Brivio ed un filatoio. Proseguendo invece per la postale, dopo la Clerici, a un centinaio di passi si è alla suddetta prepositurale. Alquanto più in là è Incino, o Mercato d’Incino, che, comunque spopolato tutti i dì della settimana all’infuori del giovedì, in cui v’è l’antichissimo mercato con opportuni portici e che diè nome al paese, pure ha memoria di fatti storici. Eravi certo una colonia romana e vi si trovarono sepolcri e ossa giganti e armature dell’epoca. Chiamavasi allora Liciniforum, ossia foro o mercato di Licinio, dal nome di qualche pretore o patrono che vi comandava la stazione militare, o la colonia; onde il conservato nome di per sè vale a scalzare d’ogni fondamento la pretesa di chi volle collocare Liciniforum nel luogo del poco discosto Parravicino.
Del tempo romano qui si sterrarono e lessero due lapidi.
La prima:
Herculi
C. Metilius
Secundus
Votum Solvit Libens Merito.
La seconda:
Jovi Optimo Maximo
Cœsia Tullii Filia
Maxima
Sacerdos
Divae Matidiae[40].
Una terza lapide importa poi di qui riferire, come rinvenuta in alcune escavazioni, perchè forse fa cenno di un ninfeo qui esistito:
Lymphis Viribus Quintus Vibius
Severus votum solvit.
Anche più tardi, nel medio-evo, da Landolfo da Cardano, arcivescovo di Milano (979-998), venne Incino eretto in capitanato, investendone della suprema autorità un suo fratello, come aveva egualmente fatto degli altri due capitanati di Carcano e Pirovano con Missaglia. I Comaschi e i Torriani, combattendo Ottone Visconti arcivescovo di Milano e capo di parte nobilesca, lo diroccarono. Su queste terre, in età più inoltrata, fervendo le lotte guelfe e ghibelline, la fazione guelfa portò desolazione e morte, soqquadrando ogni avere e commettendo i più infami assassinî.
Era poi Incino la pieve più vasta ed importante dell’arcivescovato di Milano, e fino dal 1288 contava sotto la propria giurisdizione sessanta chiese. Alla sua prepositurale andava inoltre aggiunta una collegiata di più canonici, che San Carlo, nel 1584, trasferì alla, prossima chiesa di Vill’Incino, avendo trovato spopolato il paese. Quella chiesa antica è per altro degnissima, per la sua vetustà, di osservazione.
Il giovedì, frequentatissimo è ora il mercato anche da’ villeggianti de’ dintorni; ma verso il meriggio si dirada il concorso, e poco poco il vecchio mercato di Incino ricade nel primitivo silenzio e nella solitudine.
Con tutto ciò vi sono due decenti alberghi, dove trovan alloggio benestanti famiglie sempre nella stagione autunnale, e alle quali appunto la quotidiana solitudine toglie soggezione e aggiunge quella maggiore tranquillità che si accorre appunto dalla città a ricercare in campagna.