ESCURSIONE TRENTESIMASECONDA. PONTELAMBRO.
Mazonio. — La sua chiesa — Il pittor Ferrabini. — La Fusina. — Filatoio Ohli. — Zocco Romano. — Zocco Battista. — La Bistonda. — L’annegato. — Pontelambro. — Case Guaita e Carpani. — Una lapide nel Camposanto. — Filatojo Bressi. — Villa Matilde. — La Plejade de’ poeti politici moderni, sonetti. — Affresco luinesco distrutto. — Villa Carpani. — Lezza. — Carpesino. — Arcellasco. — Resica. — Filatoj Ronchetti e Mambretti. — Brugora.
Scesi i quattrocento gradini della scala di Castelmarte, eccoci sulla via che ne adduce a Mazonio, gruppo di quattro case da contadini, a capo delle quali è la chiesa della parrocchia, che comprende, oltre Mazonio, Ponte, Lezza e Carpesino.
La chiesa è bella, architettata da Simone Cantoni, sebbene non abbia ancora compiuta la facciata. Non ha quadri di valore, dove eccettui una tela del milanese Giuseppe Sogni raffigurante Sant’Anna. I freschi laterali all’altare sarebbero stati rinnovati da Pietro Ferrabini da Lodi, prospettico e frescante eccellente della scuola del celebre Sanquirico; ma mentre attendeva a disegnarne i cartoni e ad un tempo frescava la chiesa a Rancio di Lecco, cadeva da un ponte eretto nella chiesa, colpito da apoplessia. La posizione della chiesa di Ponte è piuttosto alta, e dal suo piazzaletto si ha un’allegra vista. Da questo si discende per una lunga scalea cordonata. Volgendo a destra, si va a Caslino, incominciando la via a montare.
La Fusina è un cascinale, ove è cartiera, molino e torchio, che si presenta da questa parte dopo una casa incompiuta che siede su d’una specie di dosso, che sarebbe buon sito a casa di campagna, se non fosse signoreggiata dal vento, ma che non toglie sia nomata Bel Dosso. Fuor del cascinale, il Lambro ha il suo letto sassoso, e il più spesso con poc’acqua, sì che si passa a guado, tutt’al più facendo appoggio al piede di qualche ciottolo più grosso.
È qui che dirompendosi il letto del torrente nella roccia del suolo lascia scoperto il fondo granitico, e l’acqua, raccogliendosi in un canale, va più rapida a mettere in movimento il bello stabilimento di filatura di seta del signor Ohli, condotto con tutta l’intelligenza e proprietà d’un vero prussiano, com’egli è. Questo punto chiamasi il Zocco Romano; ma perchè così si chiami non lo chiedete: nè io, nè quei del paese ve lo sapremmo dire. Certo è di una sua propria alpestre bellezza il luogo. Varcato il Lambro, s’entra come in una selva, dove, a mano manca, da un dirupo scende lungo la nuda roccia una vena sottile d’acqua che forma bacino, d’onde esce un rivolo, e il romantico sito è designato col poco romantico nome di Zocco Battista. Migliore è la cascata che a qualche centinaio di passi di distanza, a mano destra, si precipita da un’altezza di forse una sessantina di metri dentro un bacino assai più vasto e profondo e che s’incaverna di sotto il masso, e vien detta la Bistonda. Poetico è il ritrovo e quasi incamerata appare la cascata, e il raggio di sole che vi penetra vi si rifrange bellamente. Narrasi d’un garzone che venuto a bagnarsi in quest’acqua freschissima, inoltrando di troppo, vi sarebbe perito. Un poeta sentimentale vi troverebbe il soggetto d’un amore di Ondina, cui il nuzial talamo sarebbero state le liane della roccia galleggianti sulla superficie del limpido laghetto.
La Bistonda.
Tutto questo tratto solitario che s’addossa al monte, alla metà del quale corre l’alpestre via che da Caslino guida a Pontelambro, fiancheggiata da un rigagnolo che lascia parte delle sue linfe acciò si gittino a dar vaghezza al paesaggio in spumeggianti cascate, è d’una silvestre bellezza, e le ombre che presta giovano d’assai nella estiva calura.
Or ritorneremo sui nostri passi, e dalla scalea della chiesa volgiamo all’opposto lato che or percorremmo per entrare in Ponte. A distinguerlo da Ponte di Valtellina gli si aggiunse il nome del fiume sulla cui sponda siede e che qui lo attraversa con un ponte, da cui certo il paese si nominò, e che è di un bello e ardito arco ristaurato in questi ultimi tempi, rendendosene più facile l’accesso col diminuirne la pendenza verso il paese; il quale va ognor più allargando la sua via principale che gli corre in mezzo, a scemare i pericoli de’ rotanti nello scambio ed a rinsanire ognor più le abitazioni. Continuandosi nelle migliorie, di cui vuol darsi lode al già suo sindaco, il cav. Giuseppe Guaita, che per esse affrontò ben anco l’impopolarità, è a sperare che sparisca la brutta fama guadagnatasi dal paese, che passa per essere copioso di gozzuti, che per altro io non vidi mai.
Oltre la casa del predetto signor Guaita, ve n’ha pure altra signorile del signor Cesare Carpani, al quale molto è debitore il paese per aver concesso che da’ suoi fondi si derivasse l’acqua eccellente della quale è ora abbondevolmente fornito; ed altra casa della signora Erminia Carpani. Dalla prima si gode il prospetto severo della vallata di Caslino, degna dello studio e del pennello d’un artista. Qui infatti venivano negli anni scorsi e lo Stefani e il De Albertis e il Castoldi, che nell’autunno del passato 1871 vi perdette la buona e affettuosa moglie. Nel camposanto vi fu da lui collocato il monumento, pel quale io dettai, a memoria della egregia donna, la seguente iscrizione:
A Giovanna Castoldi-Villa
Che dalla natia Milano
Venuta invano a chiedere
Alla purezza di questo aere
I consueti conforti
Vi moriva addì XVI ottobre MDCCCLXXI
Il marito Guglielmo Castoldi pittore
E i giovanetti figli Romeo e Cesare
Seco portando ovunque
La santa memoria di sue miti virtù
Qui
Dove ne deposero inconsolabili le spoglie
P. Q. P.
Presso il ponte e lungo il fiume sorge lo stabilimento a filatojo di seta già del Bonsignori, ora del Bressi; e a notte, allorquando vi si lavora, quelle tante finestre illuminate in quell’avvallamento in cui si trova servono di fantastico effetto alla villa Carpani ed alla villa Matilde, che stanno sulla sponda opposta, le quali s’uniscono ai voti delle case Cesare Carpani e Guaita, perchè il camino del vapore venga alzato e sia tolto l’incomodo fumo e il puzzo che in densa colonna si svolgono da esso.
Villa Matilde a Pontelambro.
Nella primavera del 1863 io era ospite del signor Carlo Carpani, e nel passare questo ponte, rivolgendomi ad ammirare la pittoresca scena del Lambro dalla parte appunto di Caslino, meravigliavo come mai nessuno avesse mai pensato a tramutare in villa il brutto casolare che s’ascondeva tra i peschi e mille altre piante; perocchè la postura fosse fra le più invidiabili, essendo su facile poggio, avente a ridosso la montagna boscosa che gli serviva di sfondo magnifico, e al piede gli si sprofondava il Lambro col più pittoresco effetto; e sì mi invaghii dell’idea, che in breve ora ne conchiusi per me l’acquisto, e nel successivo anno s’elevava già su quell’eminenza la piccola mia villa, cui, in omaggio alla mia sposa, imponevo il nome di villa Matilde.
Perdonerà il lettore, se l’affetto ch’io porto a questo loghicciuolo, al quale ebbi la presunzione d’essere io medesimo architetto, mi trasse qui a fornirgli il riscontro di sua veduta; nè poi, permettendo ch’io dica dell’opera mia, concederà che ne parli, togliendo alcuni brani da un’appendice a stampa del giornale La Fama, di quel mio dotto e dilettissimo amico che è Pietro Cominazzi, e che egli riprodusse a parte nell’accompagnarmi sette sonetti ad illustrazione di altrettanti medaglioni di marmo de’ quali decorai, per un mio concetto patriottico e letterario ad un tempo, la terrena sala.
“E poichè parlasi del Pian d’Erba non vuole chi traduce[33] lasciarsi sfuggire il destro di ricordare la Villa Matilde, proprietà dello scrittore di queste lettere, un Casino Svizzero che, quasi grazioso nido d’augelli, si addossa al monte di San Salvatore non lungi dalle scaturigini del Lambro e sovrasta al popoloso ed industre borgo di Ponte. Coll’intuizione del poeta, il Curti scoperse quel sito, sebbene nascosto tra fittissime piante, e coll’ingegno dell’artista architetto il cangiò da umile abituro in leggiadra dimora, non angusta, ma comodissima, sebbene ristretta, togliendo ai massi della montagna lo spazio che facea d’uopo ad ampliarla ed a compierne la salita ed il giardino. L’amore alle arti, che il guidò nell’opera bella e sagace, e diresse ogni cosa dalle bisogne più ricercate alle più umili, il trasse ad arricchire l’amenissimo soggiorno di squisiti dipinti e di pregiate scolture, sette delle quali, a bella posta trattate in medaglioni con cui adornar si piacque un’ampia sala, recano, effigiate dallo scalpello del Tantardini, del Magni e del Buzzi-Leone, le sembianze dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, del Parini, del Niccolini, del Leopardi e del Giusti; oltre un bel gruppo di Giovanni Cabialia, cresciuto alla scuola di P. Marchesi. Una copiosa biblioteca conforta, nei riposi del corpo, lo spirito del Poeta, lo ristora delle assidue ed onorate fatiche del Foro e del Parlamento, e giova a rinvigorire la memoria dell’erudito, che da quel suo tranquillo e beato asilo scopre ne’ villaggi circostanti le grandi orme del Popolo Re. Fra i molti dipinti primeggiano un Salvator Rosa, un Maratti ed un Poussin, e recano fede del buon gusto e dell’amore del Curti allo stile classico ed immortale, e fra le opere moderne ha i primi onori un bel ritratto di donna, di Cesare Poggi e una bella tela del Castoldi, testè ammirata alla pubblica mostra nel Palazzo di Brera, nella quale si raccoglie e compenetra il bello per arte e per natura, esternamente visibile, della villa che abbiamo in guisa rapida e succinta imperfettamente descritta.„
Più tardi, cioè nell’agosto 1870, il medesimo Cominazzi, regalandomi d’una sua pubblicazione Plejade dei Poeti Politici Italiani moderni, medaglioni in marmo nella villa Matilde[34], ristampando la lettera suddetta, vi soggiungeva:
“Ora risalutando la villa e le sembianze dei Poeti, Plejade gloriosa da te riunita a ricordo di quegli illustri che fecero famosa ai nostri giorni o poco addietro nel politico arringo l’età che viviamo, pensai di tributare a ciascheduno di loro, col mio povero verso, l’omaggio di chi sente e non dimentica,
VITTORIO ALFIERI.
Dello scultore cav. Pietro Magni.
Onta e sprezzo a colui che te maestro,
Te non saluta libero poeta,
E nell’opra del tuo terribil estro
L’ingegno reverente non accheta!
Tu per cammino al cieco volgo alpestro
Traevi ardito a generosa meta,
E noi guidavi, tu vigile e destro,
Al raggio singolar del tuo Pianeta:
Di Libertà il Pianeta, e di quel lume,
— Fiaccola ai vivi, eterna gloria ai morti, —
Inconsumabil fiamma è il tuo volume.
Or che stupir se Libertà traligna
Quando Italia, non più popol di forti,
Al suo grande Astigian fatta è matrigna!
GIUSEPPE PARINI.
Dello stesso.
A te del vizio correttor sagace,
Gentil cantor del nobile Mattino,
Cui diede amico il Ciel del Venosino
Arguzia, grazia, fantasia ferace;
A te la moda, petulante, audace,
Fronda non tolse dell’allôr divino;
Chè fra l’ira di parte è tuo destino
Agli avversi vessilli intimar pace.
Tu l’aureo stil, le immagini venuste
Chiedi al passato e del saver la fonte,
Chiedi alla nuova età le idee robuste.
Così d’Arte sovrana il magistero
Stringe, di tempo e d’uom sfidando l’onte,
In connubio immortale il Bello e il Vero.
VINCENZO MONTI.
Dello scultore cav. Antonio Tantardini.
Solo una volta il vidi, e ancor mi suona
Dentro la mente quella voce amica:
Non può l’età, che pur nulla perdona,
La sacra cancellar memoria antica:
Che splendida risorge e par mi dica
Nell’immagine sua: “Fa core e tuona
Contro una gente, che al ben far nimica,
Coll’insulto e l’oblio mi guiderdona.
Me cantor di Prometeo e di Bassville,
Redivivo Allighier me plaudía Roma,
Chè in quel Sol fisse io primo ho le pupille.
Per me, per me nell’italo idïoma
Men famosa non è l’ira d’Achille....
Or si nieghi l’alloro alla mia chioma!„
UGO FOSCOLO.
Dello scultore Luigi Buzzi-Leone.
Spirto inquieto, indomito, iracondo,
Dei mali altrui più che de’ tuoi profeta,
Disdegnoso degli uomini, profondo
Critico e pensator, divin poeta:
Ond’è che il verso, onde il tuo stil fecondo
D’una tant’aura popolar si allieta?
Ond’è che tu, forse ad altrui secondo,
Della gloria primier tocchi la meta?
Libertà e Patria, che un amor congiunse,
— E di lor sole poche menti han sazie, —
Le magnanime idee t’ebber dischiuse.
Quando sull’urna tua scrisser le Muse:
“Al Cantor de’ Sepolcri e delle Grazie,„ —
“Alla Fede immutata„ Italia aggiunse.
GIAN. BATT. NICCOLINI.
Dello scultore cav. Antonio Tantardini.
Veglio, che pensi? Dal sembiante austero
Quanta spirar profetic’aura io miro,
L’aura che un tempo all’italo deliro
L’altrui scoverse menzogner pensiero?
“Non credete a costei![35] Sogna l’impero,
Sogna e cova nel petto onta e raggiro:
A Libertà, dei Popoli sospiro,
Può il varco aprir la cattedra di Piero?„
E il ver dicevi, o generoso Vate;
Colei tradiva, e lo stranier ribaldo
Ribadia le catene a Libertate.
Col verso intanto vigoroso e caldo
— Tremendo esempio alla più tarda etate —
Tu evocavi la grande ombra di Arnaldo.
GIACOMO LEOPARDI.
Del medesimo.
Sofo e Poeta, Te l’Italia inchina
Sublime ingegno, e non bugiarda fama
Di tre favelle imperador ti chiama,
E tre corone al tuo capo destina.
Di Libertà, che indocile si ostina
Spezzare i ceppi della patria grama,
Svegli nei cor la generosa brama
Colla splendida tua mente indovina.
Ecco, libera Italia, ed i nepoti
Alzare i marmi al Ghibellin sdegnoso,
Che scopria del futuro i mondi ignoti.
Ma l’opra è monca... e Tu dal tuo riposo
Sorgi e un inerte popolo riscuoti,
Ad osar pronto ed a compir ritroso.
GIUSEPPE GIUSTI.
Dello scultore cav. P. Magni.
D’Archiloco lo strale e d’Aristarco
Il flagello tu vibri acre, temuto,
E collo stil sprezzatamente arguto
Facile t’apri agli intelletti il varco.
Se il colpo aggiusta l’infallibil arco,
Punge e vellica a un tempo il ferro acuto,
Chè tu mai non obblii, prudente e astuto,
D’ammonir dilettando il doppio incarco.
Come, o Cantor di Gingillino, il verso,
Che dal semplice trae forma e vaghezza,
Nella mente s’addentra e vi si chiude!
Tal che il tuo dir, sì dall’altrui diverso,
Più volontier s’ascolta, e più s’apprezza,
Quanto si mostra men, la sua virtude.
Su Ponte, sotto l’arco presso la casa de’ Bonsignori, ora Bressi, eravi un fresco, riconosciuto come indubbiamente di Bernardino Luini; ma con imperdonabile incuria di tutti, abbandonato alle ingiurie del tempo e delle stagioni, in questi ultimi anni deperì e si scrostò talmente, che l’ultimo resto, fattovi sparire dal signor Bressi, non gli può essere ascritto a colpa.
Ora non lasceremo Pontelambro senza ascendere la vicina e magnifica villa del signor Luigi Carpani, che l’eredò dal padre Carlo, e che fu già architettata dal Moraglia, con giardino eseguito su disegno di quel grande prospettico che fu Alessandro Sanquirico.
Vi precede come una specie di parco, che le aggiunge grandiosità, con ampio viale fiancheggiato di alti alberi e roseti e tuje, e pel quale si monta in carrozza alla casa. In essa poi vi sono pregevoli quadri d’animali, del Londonio; qualche buon Fiammingo; due battaglie, del Borgognone; una tela d’Arienti ed una del Migliara. Recentemente il suo attuale proprietario vi recò altri pregevolissimi dipinti di scuole antiche, come lo Sposalizio di S. Caterina col Bambino, del Padovanino; una tavola di Cima da Conegliano rappresentante S. Giovanni Battista e S. Pietro Martire; una figura veneziana, di Gentile Bellini; quattro quadri di Santi Benedettini, di Daniele Crespi, e due tele di Brill, una testa del Velasquez, ecc. ecc. — Dallo spiazzo avanti la casa si ha una superba vista del Pian d’Erba.
Uscendo dalla villa Carpani, in due passi s’è al paesello di Lezza, dove era un tempo un convento di Serviti, che il tennero dal 1508 al 1510 e che ora è abbandonato al nitro che ne invade i bei sotterranei. La piscina che vi fu eretta e coperta di portico, raccoglie l’acqua fresca e salubre che vi scende dal monte sovrastante.
Lezza ha estremo bisogno di imitare Pontelambro e di dar mano al piccone ed al martello e allargare la sua unica via, così angusta da passarvi appena una carrozza, e causa che i diretti per la Vallassina abbandonassero affatto questa parte ed eleggessero esclusivamente la strada di Longone.
Oltre Lezza, al di là del Lambro, siede Carpesino, che taluni presumono tragga il nome da Carpe sinum, piglia il porto; e se ciò fosse, sarebbe memoria che sin qui si estendesse l’Éupili. Vi hanno ville i Nava e i Caldara; più su vi è Brugora come sul ciglio di un pendío, e per istrade praticate fra’ boschi si va a Proserpio e Longone, che noi già abbiamo conosciuto; mentre progredendo per la via che qui ne condusse, si trova Arcellasco, poi la Resica, ove è un filatojo già de’ Carpani di Ponte, ora dei fratelli Ronchetti; e un altro dei Mambretti; e finalmente si giugne al ponte della Malpensata.