ESCURSIONE VENTESIMAQUINTA. IL MONTE BARO.
Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. — Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina. — La Bellavista del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo. — Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie immobile. — La Rôcca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo. — Il Monte delle Crocette.
Essere in questi dintorni, sentirsi di buona gamba e volontà di veder cose nuove e provar grate emozioni, e non ascendere a Monte Baro, è pressochè impossibile. Pellegriniamovi noi pure, amico lettore, più fortunati se avremo con noi, e meglio ancora se ci saranno compagne le signore, perchè allora più lieta, svariata e simpatica ci parrà la gita.
Eleggiamo la via di Galbiate, che tornerà men faticosa. E tuttavia questo bel paese è sul ciglio del monte; ma appunto per questo sarà più divertente l’escursione nostra.
Mano mano che si ascende, l’orizzonte si allarga. Il ridentissimo bacino dell’antico Éupili si distende innanzi a noi. È dall’alto che terrem conto di tutto; intanto le terre che su questo monte, o piuttosto collina si veggono, sono Bartesate e Villavergano; più sopra Figina, ove si vede una casa che apparteneva agli Umiliati, e quindi Ello, che conta diverse villeggiature amenissime de’ Prinetti, dell’Annoni, del signor Pasquale de’ Vecchi, la villa Paolina, fabbricata dal general Pino, e quella dei Riva, che ha un giardino da cui si vede da una parte l’Adda e dall’altra il Pian d’Erba, e sovratutto quella che già fu del signor Bonomi ed ora è passata all’ingegnere Cereda, che per me ha la più simpatica postura della Brianza, come quella che sorga sulla parte più alta e libera del paese e domini tutto un meraviglioso orizzonte di monti e di colli, di laghi, di paesi. L’han detta La Bellavista; ma siccome è un nome affibbiato troppo comunemente tra noi a qualunque luogo che appena abbia una spanna di prospetto o di sfondo, così non rende tutto l’incanto che realmente possiede. Ben architettato e comodo ne è il palazzo, e stupendamente da natura mosso e accidentato il giardino, anzi parco che le sta intorno, ricco di boschetti e rarità botaniche; insomma un vero Eden.
Giunti a Galbiate, ci accorgiamo come questo colle separi la valle dell’Adda da quella dell’Éupili; perocchè dall’opposto versante veggasi appunto quel fiume, che uscito tale di sotto del ponte di Lecco, rasenta Olginate e va giù a Brivio. Il duplice orizzonte è pertanto un pregio di poche località; godiamolo nel mentre raccogliamo il vigore per compiere la gita montana che abbiamo intrapresa. Guardando giù per la parte donde siamo venuti, vediamo tutta una serie di laghetti: quel d’Oggionno e quel d’Annone, che ne è appena diviso da una lingua di terra che chiaman Isella; quindi quel di Pusiano, poscia a mano manca quel più piccolo di Alserio. Senza molto dubitare si può essere indotti a credere che un dì fossero tutti uniti in un sol lago, che Plinio denomina l’Éupili, e dal quale esce il Lambro, ch’egli chiama il Flumen frigidum, fiume freddo, che ha le proprie scaturigini tra le montagne della Vallassina.
In Galbiate poi, passando innanzi a bellissime case e palazzi, si è tratti a chiedere a chi appartengano: e si sa che sono proprietarî i Brioschi d’un palazzo, che sta sulla piazza della chiesa, con magnifiche sale ed ampie cantine, e che già fu del barone Pietro Custodi, il continuatore della Storia di Milano di P. Verri e il dotto economista; d’altro i Ballabio, con magnifico giardino verso Oggionno, e dove si incominciarono scene dolorose di domestico dramma, nel quale era catastrofe l’affogamento d’un bambino e scena ultima la Corte delle Assise di Milano per lo snaturato suo padre; quindi la villa Sanchioli, dove esiste un eco polisillabo, che ripete persino un intero endecasillabo, e le case de’ Curti e dei Riva.
Se accadrà al lettore di tornare altra volta in Galbiate, perchè oggi siam diretti a Monte Baro, girando intorno al colle verso la parte della valle dell’Adda, non lasci di visitare la chiesa di San Michele che sta sul pendio verso Lecco. La sua fondazione è attribuita a Desiderio, l’ultimo re longobardo, e vi godrà di altro nuovo orizzonte, perchè si vedrà in faccia tutto il territorio di Lecco e il corso serpeggiante dell’Adda.
Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla piazza della chiesa.
Essa suona così:
Libertas
Quæ toto non bene venditur auro
Labore lite prætio parta
Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis
Regia concessione firmata tandem arrisit
Felix dies XVII junii anni MDCLXXI.
Que infeudationis ac omnis inferioris judicii
excusso onere
Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum
Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus
Se immediate redegit.
Tantæ exemptionis memoriæ
Quam Francisci Georgii Ottolini
Regiæ ducalis Cameræ notarii
Autentica scripta privatim asservant
Hujus lapidis retentivæ custodiæ
Publice resignantur
Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28].
Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria emancipazione.
Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra, e presto vi si arriva.
Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte! S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso, vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara, i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte. Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori si vuole discesa tutta la famiglia briantea.
Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi.
Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito, calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti.
La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione — perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto, i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che a parole mal si sanno descrivere.
Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa vetta.
Più su si sale al cocuzzolo del monte, dove furono infisse nel suolo tre crocette, che si veggono stando al basso della valle e che a quel più alto vertice fan dare il nome di Monte delle Crocette. Ivi naturalmente si allarga ancor più l’orizzonte e spazia vieppiù la vista.
Ma l’ora si è fatta alta, e la salita, l’aria sottile del monte ci hanno reso acuto l’appetito; mano alle provvigioni. Non dimentichi il lettore la purissima linfa del monte, e con Properzio gridi a chi lo serve:
Et puris manibus sumite fontis aquam.