ESCURSIONE VENTESIMASESTA. LA VALLE DELL’ORO.

Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.

Come già notai in una precedente escursione, anche dai bastioni orientali della nostra Milano, fra quella lunga fila di montagne di cerulea lontananza che contermina l’orizzonte, si distingue quel monte che elevandosi in due acute punte, vien detto dei Corni di Canzo, dal bel paese che loro dà il nome, e che divide la Brianza dalla Vallassina. Era ad essi che Giovanni Torti, il poeta della Torre di Capua e dei versi che Manzoni additava come pochi ma valenti, faceva cenno in questi:

O selvose montagne, o gioghi erbosi,

O di lontan sovreminenti al verde

Cornuti massi, o dolce aere vitale...

Come appendice di questo monte, si protende un bel declivio che vien morendo in riva al lago di Annone. Su questo allegro pendío si posa il villaggio di Civate, o Clivate, come appellavasi in addietro, derivando la propria denominazione dalla sua stessa postura.

Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come Borneu, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel pieno suo fiore.

Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non dire dei tanti altri, farà bene a consultare le Memorie storiche che pubblicava l’abate Longoni[29].

Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui gli onori ed il peso della corona.

Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’ Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti, che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina, e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari, soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni.

Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il Fiamma aveva diggià udito.

“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco. La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi, siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„

La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur quella che rese la vista all’infelice Adelchi.

Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire?

— C’entrano sì, o discreto lettore.

Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico, dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’ tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla medesima meta.

Valle dell’Oro.

L’orrido pittoresco della Valle dell’Oro è del più bello artistico che immaginare si possa. Perchè chiamata dell’Oro, non è presto detto, variando al proposito le sentenze. V’ha chi attribuisce questo nome alle molte piante d’alloro di cui tutta quanta era un tempo disseminata; v’ha chi pensa esistesse un giorno qualche aurifera miniera, ma di traccie non se ne riscontrano; v’ha chi poi lo vorrebbe derivare — e potrebbe essere probabile — dal cognome di alcuna famiglia che là ebbe un giorno a possedere. Ma di siffatte investigazioni non credo possa venirne utile a chichessia e però passo oltre.

Presso al poggio, designato da quei del paese col nome di Barzaguta (balza acuta), si discende verso un torrente, le cui acque nella caduta mettono in movimento mulini e filatoi. Poco dopo ne si para dinanzi una magnifica cascata, quella appunto di che or ti si offre il disegno. Il fondo di questa incantevole scena è costituito da due altissime e smisurate roccie, e le acque, precipitando spumeggianti e rumorose, formano nel letto del torrente un bel bacino. Al piede di esso l’occhio si perde in una gola oscura, attonito dapprima per le dirupate frane e pei pensili massi che sembrano ad ogni istante rovinare, e se mai ti piglia il talento di ascendere al sommo della cascata, una rozza gradinata praticata nella roccia ti agevola la salita.

Oh sì, fra tanto frastuono delle acque cadenti, e fatto maggiore dagli echi che si ripercuotono, l’anima nostra è compresa da un insolito sentimento fra la meraviglia e l’orrore; gli svariati effetti di luce, le tinte ora cariche, ora sfumanti della intera scena, e quelle ombre, che i pittori chiamerebbero portate, e il cupo verde de’ cespugli, e il gruppo degli alberi, e l’enormità de’ macigni, ne ingigantiscono così quelle sensazioni che ognun si sente quasi incatenato al luogo e mal si sa togliersi di colà.

Il geologo poi in quest’orrido della Valle dell’Oro studia uno dei fatti più curiosi della sua scienza; cioè il gran banco madreporico, anzi muraglia di corallo che si stende per tutta la Lombardia, dove mal distinto dalla dolomia bianca e grigia che può dirsi azoica, dove conservando le forme di polipaio.

Valle dell’Oro è pur chiamato quel povero gruppo di capanne, al quale scorge il sentiero che percorre la costa della rupe, e se il cammino scabroso ti ha fatto stanco, una polla di limpida e fresc’acqua colà ritrovi che ti ristora dall’arsura e ti fa cuore a terminare l’aggradevole pellegrinaggio.