ESCURSIONE VENTESIMASETTIMA. LA CASA DEL PARINI.
Annone. — La Squadra dei Mauri. — Suello. — Cesana e San Fermo. — Bosisio. — La Chiesa e l’Oratorio — Casa Banfi. — Monumento ad Appiani e Parini. — Uno stregone dei tempi antichi. — La casa del Parini. — Lapide commemorativa. — Onta lavata.
Discendendo dall’altura di Civate, rasentati i laghi d’Oggionno e di Annone, de’ quali il lettore s’è già intrattenuto per averli veduti dalle vette di Galbiate e di Monte Baro, pigliamo la via che mena a Bosisio, chè oggi la nostra escursione è un caro pellegrinaggio alla casa in cui nacque quell’intemerato intelletto di Giuseppe Parini, che fu tanto lume delle italiane lettere e che si recò a sommo di gloria il poter dire di sè:
Io volsi
L’Itale Muse a render saggi e buoni
I cittadini miei[30].
Vediamo da lungi Annone, che dà nome al lago, ma che non ha importanza speciale, malgrado la bella chiesa che vi sorge su disegno del Bovara, di stile jonico. E ad Annone dicono sia venuto il nome da uno dei trenta duchi longobardi. Se sul Monte Baro e in Civate la tradizione ricorda la presenza in questi luoghi di Desiderio e di Algiso, nulla di più facile che anche un altro duce di loro razza sia qui stato e abbia lasciato a’ posteri memoria di sè in questo paese.
A mano destra, e addossata alla montagna, è quella parte di territorio che si denomina ancora la Squadra dei Mauri, e anche qui la tradizione spiega la denominazione, pretendendo stabilita qui una colonia di Mori... ma in qual tempo? Se ne tolgono d’impaccio questi fabbricatori di storia, rispondendo: al tempo delle invasioni, che io mal saprei definire ancora quando fosse, ignorando davvero che i Mori facessero mai invasioni nelle nostre parti e molto meno in queste. Compresa in tale Squadra è Cesana o San Fermo, come più propriamente si nomina, terra vaghissima e ferace, e che si han più dati per ritenere che avesse un giorno una maggiore importanza.
Poi via trascorriamo Suello, e di contro a Cesana, pria di giungere a Pusiano, volgiamo a manca, e dopo breve cammino, girando pur alquanto intorno al lago di Pusiano, salutiamo Bosisio.
Un dì, e non è molto, era poverissima terra; ora il comune è de’ più ricchi, grazie alle torbiere che si trovano sul suo, e che gli fruttarono e fruttano tuttavia una ingente moneta. Ogni fuoco di questo paese ha diritto ad una parte di torba; nè avviene qui ciò che altrove di queste parti si lamenta, che cioè i nullatenenti e i vagabondi si caccino nell’altrui per i boschi a far legna. E sovrabbonda in tanta quantità la torba, che ne può esser venduta con larghissimo ed annual beneficio.
Tuttavia, malgrado l’antica povertà, non era l’arte nome affatto straniero in Bosisio, se nella sua chiesa parrocchiale ti veniva mostrata come preziosità una tavola dipinta da Gaudenzio Ferrari, una tela di quel più recente ma esimio artista Vitale Sala, di cui vedemmo già a Valmadrera due freschi, ed un’altra del Narducci nell’Oratorio di casa Appiani, architettato dal valente Moraglia, dove era un bellissimo quadro del sullodato Vitale Sala, rappresentante l’Annunciazione di Maria Vergine; e finalmente nella casa del signor Banfi, dove io fui l’ospite benvenuto nel 1845, si trovava che il colto proprietario aveva nel suo grazioso giardino, che digradava al lago di Pusiano, eretto monumento a due illustri che da Bosisio eran partiti a far parlar alto di sè stessi il mondo; ad Andrea Appiani, giustamente chiamato il Pittor delle Grazie, ed a Giuseppe Parini. E siffatta reverenza dimostrava il Banfi quando non s’era per anco da alcuno pensato a mettere pure una pietra commemorativa là dove l’illustre Poeta era nato ed aveva abitato; e su di quel monumento scolpiva i versi di lui, ne’ quali entrambi sono così rammentati, e son questi:
Te di stirpe gentile
E me di casa popolar, cred’io,
Dall’Éupili natio,
Come fortuna variò di stile,
Guidaron gli avi nostri
De la città fra i clamorosi chiostri.
E noi dall’onde pure,
Dal chiaro cielo e da quell’aere vivo
Seme portammo attivo
Pronto a lavarne da le genti oscure,
Tu Appiani col pennello,
Ed io col plettro seguitando il bello[31].
Dirò di più a chiarire la noncuranza. In quell’occasione mi rammento che, visitato per la prima volta il Pian d’Erba, all’incantevole vista de’ suoi facili colli, de’ suoi ridenti paesi, de’ tranquilli suoi laghi, m’erano venuti spontanei sul labbro i versi del cantore del Giorno, della satira mordace e potente, ma elegante e in guanti gialli, che così questi suoi luoghi salutava, quando, stomacato della vita politica e cittadina, faceva ad essi ritorno:
Colli beati e placidi
Che il vago Éupili mio
Cingete con dolcissimo
Insensibil pendio,
Dal bel rapir mi sento
Che natura vi diè,
Ed esule contento
A voi rivolgo il piè[32].
E allora, trovandomi a Bosisio, andai percorrendo tutto il paese, cercando quale delle umili casette che lo costituivano sarebbe stata quella in cui schiuso aveva gli occhi alla vita il grande poeta; e come che nessuna mi paresse tale da invitarmi a chiedere se quella fosse, una comare, cui finalmente mi rivolsi perchè il mio desiderio facesse pago, incominciò a sbarrarmi gli occhi in faccia, maravigliata dallo intendere il nome di Parini; poi, quasi vergognando ch’io, straniero, fossi di lei più esperto del paese, come se raccogliesse in quel punto tutte le sue memorie, finì col dirmi sbadatamente:
— Sì, sì; era uno stregone dei tempi antichi.
Quindi, crollando il capo, mi significò che di più non avrebbe saputo aggiungervi, e molto meno dove fosse la casa de’ suoi padri.
Povero Parini! Uno stregone!
Casa del Parini.
Pure la natale casetta scoprii finalmente a furia d’inchieste e d’induzioni; nè presi errore, da che due anni dopo, quando il sentimento della italiana rigenerazione parlò potente al cuore di tutti, e cercavamo raffermarci ne’ propositi santi e generosi col rimettere in onore le glorie del paese, e massime quelle che avevano gittato negli animi nostri il germe di essi, nelle opere del loro ingegno a noi lasciate, si impose il nome di Parini alla via dove sorgeva, e su di essa, in una solenne festa, fra un concorso infinito di popolo e di villani che non avevano mai sognato prima chi si fosse e pur allora ne capivano verbo, e fra letture di prose e di versi in onore di lui, fu collocata una lapide che recava sculte le seguenti parole:
A GIUSEPPE PARINI
GLORIA DELL’INGEGNO LOMBARDO
CHE NUOVI SENTIERI APRÌ
ALL’ITALICA POESIA
E LA FE’ POTENTE INTERPRETE
D’ALTI PENSIERI E DI SDEGNI MAGNANIMI
DERISOR SUBLIME DE’ FIACCHI COSTUMI
BANDITOR SINCERO DELLE VERITÀ PIÙ UTILI
MAESTRO D’UNO STILE PELLEGRINO TEMPERATO
CHE OBBEDISCE AL CONCETTO E GLI CRESCE ENERGIA
ALCUNI ESTIMATORI
PERCHÈ QUI DOVE POVERAMENTE NACQUE
E PRIMA S’ISPIRÒ NEL RISO
DI CIEL SÌ LIETO
ABBIA IL NOME DI LUI PERENNE OSSEQUIO
P. NEL MDCCCXLVII.
L’iscrizione, a mio avviso, avrebbe fatto meglio ad essere più concisa, e ricordar invece il dì in cui il grande cittadino e poeta nasceva. Avrebbe almen giovato a qualche cosa.
Ad ogni modo la generazione presente ha lavata l’onta che Foscolo gittava al volto della città che l’ospitava, ch’egli acremente chiamava ne’ Sepolcri
lasciva
D’evirati cantori allevatrice,
perchè non ombra, non pietra, non parola avesse posto a Parini: Milano, nel suo palazzo di Brera, rizzavagli maestoso monumento, affiggeva memore lapide sulla casa che l’aveva albergato e dava il nome di lui ad una nuova sua via.