ESCURSIONE VENTESIMOTTAVA. L’ISOLA DE’ CIPRESSI.

Il lago di Pusiano. — Il primo battello a vapore in Italia. — Un mio processo. — Armi di pietra e palafitte lacustri. — Pusiano. — Villa Conti. — Scene di superstizione. — La Processione del Venerdì Santo. — L’Isola de’ Cipressi. — Il romanzo di Bertolotti.

Se vivo ancor fosse quell’eccellente uomo di Banfi, presso cui, vi dissi, ospitai nel 1845, non rifacendo più la via che ne condusse a Bosisio, dal giardino suo saremmo montati nella barchetta che vi stava legata, per pigliare il largo su questo lieto e tranquillo lago di Pusiano, onde condurci al paese che sta quasi di fronte e che gli diede il nome; ma di lui non resta che la buona memoria in chi lo conobbe d’anima aperta e cortese. Qui s’era ritirato a fruire d’una vita calma, dopo aver assistito a’ burrascosi avvenimenti che chiusero l’êra napoleonica e condussero sciaguratamente in Lombardia l’austriaca dominazione, che le pesò sul collo per quarantacinque anni; qui gli consolava gli estremi giorni l’amore d’una figliuola e qui costei vi soggiorna ora colla corona de’ suoi figliuoli.

Ritorniamo adunque per la strada primitiva. In pochi minuti il lago ci riappare.

Il suo bacino non è grande siccome un giorno, quando abbracciava tutto quello spazio che segnano da una parte il lago, ora detto d’Oggionno, e dall’altra quello d’Alserio; esso è quanto avanza del vecchio Éupili; ma se ha perduto in vastità, ha guadagnato, a mio credere, in vaghezza. Dall’una sponda corre l’occhio all’altra, e tutti si veggono e contano i paesi che vi seggono in riva e lo circondan dappresso.

È inoltre pescoso, e vi si raccolgono specialmente anguille e lucci, tinche e barbi, arborelle e carpi, e vi si potrebbe ottenere di meglio, se la piscicoltura non fosse tra noi sì poco curata, o se fosse vissuto più a lungo quel Giuseppe Conti, che qui con molto amore la coltivava.

Fu su questo lago che, nel 1820, per la prima volta in Italia fu visto un battello a vapore; ma al sospettoso governo d’allora, a quel governo che giunse a farmi sul serio un processo criminale nel 1855, per perturbazione della pubblica tranquillità contro il nesso politico dell’impero (!), per avere scritto che il finale del terzo atto del Profeta di Meyerbeer era una ladra cosa, essendosi capito ch’io aveva voluto alludere all’inno nazionale austriaco di Haydn, da cui quel finale aveva tolto qualche nota; a quel governo parve che il battello a vapore potesse essere invece qualche macchinazione che coprisse mene di carbonari; e il battello un bel dì fu riportato via.

La scienza ha intorno a questo lago fatto qualche scoperta importante. Da un opuscolo pubblicato da quel dotto naturalista che è Antonio Villa, e che ha per titolo: Gite malacologiche e geologiche nella Brianza e nei dintorni di Lecco, negli Atti della Società italiana di scienze naturali (vol. IV, fasc. 6, 1863); non che dal Fotografo del 2 agosto 1856, in un articolo dei fratelli Antonio e G. B. Villa, rilevai come nella torba di Bosisio venne trovata dal signor Federico Landriani, alla profondità di circa tre metri dalla superficie, una scure riferibile, secondo l’archeologo prof. Biondelli, ai tempi del primo secolo dell’Impero Romano, di buon metallo e ben lavorato; e meglio ancora si rinvennero diverse punte di freccia, dell’epoca dei Galli Celti, di silice, e quindi della più remota antichità, quando cioè ancora non si conosceva l’arte di lavorare in ferro. Freccie di pietra silice si rinvennero anche nelle torbiere del lago, nel luogo detto Comarchia, assieme ad altri arnesi; e l’abate prof. Antonio Stoppani, presso a quest’Isola de’ Cipressi, nello stesso bacino del lago, trovò indizi di palafitte, ciò che potrà fornir lume a chi s’intrattiene intorno alle abitazioni lacustri degli antichi popoli.

A capo del lago siede la terra di Pusiano. Il palazzo che vi si vede d’una architettura secentista, apparteneva ai marchesi Carpani; poi fu comperato dall’Arciduca Ferdinando d’Austria, che di questi luoghi si piaceva e vi veniva a villeggiare; e da ultimo venne alle mani de’ signori Conti, che vi aprirono una capace filanda. Apparteneva ad essi anche il lago, dal quale ho già detto esce il Lambro presso Mojana, che poco prima vi si era intromesso, ed ora è stato acquistato dal Comune di Bosisio.

Altro d’interessante non saprei trovare in Pusiano oltre i suoi bellissimi dintorni, dove non fosse che per segnalare la buona fede e l’ignoranza de’ suoi terrieri sfruttata da’ chiesastri, che alle spalle d’una Teresotta, volgarmente conosciuta sotto il nome di Calimera e d’una sua sorella, Angiolina, che danno a bere d’essere ispirate da Dio, e tenute per sante, le si lasciano catechizzare in piazza e nella parrocchia, e per le quali traggono credenzoni da tante parti a portarvi regali e denaro, che scialano in pranzi ed in gallorie. Qual meraviglia allora che ivi pure si creda alla ciurmeria d’un’altra santocchia, nomata Peppinetta, che fa credere di vivere senza bisogno di nutrimento? Di queste tre, la più astuta è la santa Calimera (la serva del Curato), e come tale è anche la prediletta, ed ogni anno viene, con pubblica solennità, sposata a Gesù Cristo. Ella è poi quella che ha saputo e sa infondere tale fanatismo nelle masse ignoranti, che guai a chi osasse dir male di lei: quello sarebbe un uomo perduto, come lo fu un certo Bosisio, di Morchiuso, che, ad istigazione degli aderenti di quella santa, molti vogliono che sia stato ammazzato in mezzo ad una campagna, quantunque i partigiani della santa andassero, come vanno tuttavia gridando che sia morto di coléra fulminante. Tanto è vero quanto cantò Lucrezio:

Religio peperit scelerosa atque impia facta.

Compirò il quadro della superstizione che qui ha attecchito, riferendo i particolari fornitimi da un mio caro amico della processione del Venerdì Santo, da lui veduta nell’anno 1870, e che ha la somiglianza tutta d’una indecente mascherata.

La processione veniva aperta da un picchetto di guardia nazionale, che a giusto titolo dovrebbe chiamarsi guardia del sepolcro, perocchè all’infuori di questo giorno essa non esista che sui ruoli. — La musica d’Asso, dall’uniforme inglese, dalle spalline di maggiore, dall’elmo polacco e dalla durlindana di dragone, la seguiva facendo risuonare l’aere di mesti concenti e di marcie funebri. — Subito dopo veniva la Confraternita di bianco e rosso vestita, tenendosi in mezzo qual prigioniero un eremita, che, mi si dice, rappresenti S. Miro. — Poi una miriade di angioletti, portanti ciascuno una lunga asta, in cima alla quale vi sono i diversi arnesi della passione, vale a dire, tamburo, dadi, martello, tenaglie, chiodi, corona di spine, spugna, ecc. ecc., insomma una bottega ambulante di giocattoli. — Coperta la faccia di un fitto velo, ed a piedi nudi imbrattati di fango, e di qualche altra cosa, un ex gendarme austriaco faceva da Cireneo, portandosi sulle spalle una pesantissima croce.

Qui faccio una digressione per dire che per avere l’onore di rappresentare il Cireneo e portare la croce, si tiene un’asta pubblica, che in quest’anno subì un forte ribasso, e fruttò alla Santa Bottega soltanto L. 5.20, ultima offerta fatta dall’ex gendarme, mentre l’anno antecedente fu deliberata ad un pizzicagnolo per lire 20.

Ora torniamo alla processione. — Il Cireneo ex gendarme, che un tempo scortava gli altri, quel venerdì era egli scortato da molti Giudei, faccie proibite, dalla barba posticcia, e vestiti alla spagnuola con elmo romano, meno uno che invece dell’elmo ha creduto meglio mettersi un kepì della nostra artiglieria. Alcuni di questi moderni Giudei tenevano le loro lancie rivolte con posa comica, mimica e tragica al Cireneo, nella tema che fuggisse per le campagne col dolce peso dei due travi formanti una croce; ed il rimanente appuntava le proprie lancie contro un uomo tutto vestito di rosso, dai capegli e barba di canapa, dai piedi scalzi trascinantesi una grossa catena, che, se non vado errato, doveva essere tolta poche ore prima dalla greppia di una stalla. Costui raffigurava il Cristo che saliva il Golgota, ma non era il Cristo falegname, bensì un Cristo ciabattino.

Seguiva il Cristo un’altra Confraternita con alla testa S. Carlo in abito vescovile ed armato di pastorale. Alla Confraternita tenevan dietro alcuni vessilli neri, ed il Velo del tempio, portati da uomini vestiti in nero.

Un’altra musica, quella del signor Perego di Cremnago, faceva eco alla prima coi suoi funerei concenti. Intanto i preti esilarati da quella musica intuonavano e cantavano il Vexilla regis prodeunt.

Sotto poi un elegante baldacchino veniva portato da quattro uomini, vestiti alla foggia di sacerdoti pagani, il cadavere di Cristo, di modo che nella stessa processione vi si vedevano due Cristi: vivo l’uno, l’altro morto.

Le tre Marie seguivano la bara, e dietro ad esse si scorgeva un nugolo di Santi, tutti in costume, e tra questi qualcuno di mia conoscenza, cioè, S. Luigi Gonzaga, S. Ambrogio, S. Maria Maddalena, S. Caterina da Siena, S. Margherita da Cortona, ecc. ecc.

Quella però che ha fatto destare maggiore ilarità nel pubblico profano, e che, incredibile dictu, ha fatto ridere la stessa Madonna Assunta che le stava di dietro, fu Santa Rita, la quale sentendosi pungere le tempie dalla corona di spine che cingevale la testa, dimenticava la propria santità, e, come gli altri mortali, mandò acuti lai, infino a che gliela accomodarono per benino ed in modo da non risentirne più dolore.

Chiudevano il corteo tutte le Madonne e gli Angeli d’ogni specie. L’Assunta la vedevi colle braccia alzate ed in atto di volare al cielo. L’Addolorata, con sette pugnali nel petto, teneva lo sguardo rivolto a terra, ed era immersa in profondo dolore. L’Immacolata tutta sorridente mostrava d’essere in un’estasi paradisiaca.

La processione ritornò in chiesa, e poco dopo il Cireneo, il Cristo, i Giudei, gli Angioli, i Santi e le Madonne ridiventarono semplici mortali, contenti di aver dato alla Santa Bottega il loro obolo per aver fatto la loro parte in commedia.

Innanzi a tutte queste giullerie, indegne dell’età presente, d’una cosa almeno si ha diritto di chiedere: e l’autorità intanto che fa?

Era peccato che su queste sponde del lago non vi fossero belle imbarcazioni, onde mai non vi si vedessero sopra signori a diporto. Era appena se si poteva trovare qualche barchetta da pescatore per remigare all’isola de’ Cipressi, che unica sta nel mezzo di esso e che abbiamo eletta per iscopo della presente escursione. A cotale difetto pensò rimediare il Comune di Bosisio, che, volgendo la ricchezza procacciatagli dalla torba a migliorare le proprie sorti, vi stabilì eleganti navicelli che invitano ad ascendervi.

Voghiamo quindi adesso a questa graziosa isoletta. Non ha che l’estensione di ventiquattro antiche pertiche. Gli alti cipressi e pioppi, che si vedono sorgere come dall’onde, vi vennero piantati verso il 1770 dal proprietario di essa, marchese Molo, onde assunse il nome da quelli alberi, l’Isola de’ Cipressi. Il sullodato signor Giuseppe Conti, che vi fu dopo il proprietario, non son molt’anni ne aveva all’estremità praticato un taglio per istabilirvi un vivajo di pesci, studiosissimo com’era, e come più sopra ricordai, di piscicoltura. Nell’isola, del resto non si vedono ora particolarità maggiori delle ombre amiche che invitano a riposo nelle ore più calde del giorno: frigus captabis opacum, e dell’indistinto piacere che si prova di ritrovarsi in piccol luogo tutto recinto dalle acque.

Da qui tuttavia, Davide Bertolotti, sentimentale scrittore e poeta, immaginò un suo gentile romanzo, che intitolò appunto L’Isola de’ Cipressi.

Il Comune di Bosisio non farebbe, credo io, opera vana ed infeconda, traendo maggior profitto dalla bella isoletta, erigendovi qualche casetta e trattoria. Sarebbe certo attrattiva maggiore a visitarla, sarebbe richiamo pei villeggianti, che ne farebbero meta di passeggiata e di divertimento. Sapere, come adesso si sa, che nell’isola non c’è albergo, a pochi entra in capo di andarvi. Le vaghissime isole del Verbano, perchè fornite di case e di alberghi, sono da tutti frequentate e levate a cielo, come gemme di quelle acque; e perchè non lo potrebbe essere di queste l’Isola de’ Cipressi?

Isola dei Cipressi.