II.
— Mi bisogna far viaggiare la vostra mente da queste rive a Piacenza, e farvi dar addietro, meglio certo di tre secoli, all’anno 1547.
Pier Luigi Farnese, da non molto creato duca di Piacenza e di Parma da papa Paolo III, teneva stanza in quella città ed era da essa che esercitava la sua tirannica signoria. Se egli avesse virtù alcuna, hanno gli storici taciuto; all’incontro il Varchi ne lasciò orribile pittura de’ suoi difetti, che del resto erano anche proprî del tempo, e il Segni poi, altro storico fiorentino, non so con qual fondamento di verità, ce lo descrisse storpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare; e tuttavia rotto a tutti i vizî.
Proprio a que’ giorni Spagna e Francia tenevan l’occhio sul paese nostro, e Carlo V imperatore l’aveva a morte col Farnese, e perchè lo stimava, se non promotore, complice almeno dell’attentato di Gian Luigi del Fiesco contro Genova, e perchè, ciò che più gli cuoceva, scorgesse in lui propensione maggiore per Francia, tanto più che il Pontefice aveva ottenuto a Orazio Farnese per moglie Diana, figlia naturale del re di Francia Enrico II. Riuscì facile pertanto all’imperatore di soffiar dentro gli odî de’ nobili Piacentini, che lamentavano la passata libertà, e la tirannide attuale mal sapevano comportare, e si tramò allora una congiura ch’ebbe a capi Girolamo e Camillo Pallavicino, Agostino Landi, Giovanni Anguissola e Gian Luigi Confalonieri. Si pretese poi da chi si piace di stranezze e di bisticci che i nomi loro fossero già preconizzati nella parola Plac (Placentia), che abbreviata si leggeva impressa nella moneta del Duca.
Ai dieci di settembre di quell’anno 1547, que’ congiurati, con alcuni loro aderenti, in numero di trentasette persone, portanti soppanni armi coperte, côlta l’ora che il Duca avesse pranzato e i suoi ministri fossero pure a tavola, entrarono alla spicciolata nella cittadella, ove dimorava Pier Luigi, nullamente impediti dagli svizzeri che vi stavano a custodia e che di nulla certo erano in sospetto.
Vuolsi che il Farnese fosse stato, per avvisi venuti da Milano e da Roma, prevenuto della trama; ma quando incalza il destino, invano vi si vuole porre ostacolo: egli allora non vi pose attenzione.
Mentre adunque taluni de’ congiurati, uccidendo alcuni labardieri svizzeri e tedeschi, si impodestarono delle porte della cittadella e della sala, Giovanni Anguissola con due fidati suoi compagni penetrò in quest’ultima dove stava Pier Luigi in ragionamenti con Cesare Fogliano, e fattoglisi sopra, con poche pugnalate lo freddò, senza provare resistenza; perocchè il Duca, a causa di sua intemperanza, si fosse reso quasi infermo agli atti.
Il popolo e il capitano delle milizie ducali Alessandro da Terni avrebbero voluto accorrere al parapiglia in fortezza; ma i congiurati ne avevano prevenuto il colpo alzando il ponte, e Agostino Landi, rappresentando al popolo il fatto e a lui mostrando il cadavere di Pier Luigi, gridò Libertà, Libertà, Imperio, ed annunziò l’imminente venuta, per S. M. Cattolica, di don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, colle truppe di Cesare, il quale due giorni dopo infatti capitò e prese possesso della città a nome dell’imperatore.
Così si intendeva la libertà allora in Italia, e così poteva dire di noi con ragione alcun tempo dopo il Filicaia:
Per servir sempre o vincitori o vinti.