III.

Poco frutto veramente raccolse del perpetrato assassinio il conte Giovanni Anguissola. Perocchè, se egli venne a rifugiarsi a Milano sotto le tende di Carlo V, il quale malgrado l’aver attizzato la congiura, non era però meno parente suo per la figliuola Margherita data in moglie ad Ottavio figlio di Pier Luigi, e se fu poi nominato al governo di Como; non egli potè tuttavia far tacere il grido della coscienza che l’accusava assassino, comunque le sue mani si fossero insanguinate del sangue di un tiranno.

Papa Paolo III aveva risentito acerbissimo dolore della uccisione del figliuolo, e il re di Francia egualmente; nè si ritenne dal dissimularne i fieri risentimenti, se lo stesso suo ambasciatore in pieno palazzo a Coira ebbe a tirare all’Anguissola una stoccata, che per altro no’l tolse da questo mondo. Anche il sicario che in abito da frate lungo tempo fu veduto aggirarsi nelle circostanze di Como, aspettando luogo e tempo per iscannarlo, ed altri emissarî, con non dissimili propositi, se non vennero a capo del loro truce mandato, mantennero pur sempre nell’Anguissola quella paura continua e quelle agitazioni che gli dovevano turbar l’esistenza.

Fu allora che nel 1570 egli elesse questo luogo, ove è la fonte da Plinio il Giovane descritta, a edificarvi questa villa, e dove, malgrado le naturali bellezze, la cascata e la magnificenza dell’edifizio, pure è impossibile difendere l’animo da un certo senso di malinconia.

Ben poco il conte Giovanni Anguissola potè godere degli ozî non gai che qui egli si era preparato; la villa poscia venne acquistata dal conte Fabio Visconti Borromeo, indi dai Canarisi, sinchè pervenne al principe Emilio Belgiojoso, dove un amor tempestoso gli abbreviò una vita che era dapprima sembrata così sorridente ed elegante, passando per tal modo la proprietà della Pliniana alla figliuola sua che impalmò il milanese marchese Lodovico Trotti.