II.
A noi fu guida in questa alpestre escursione il bravo dottor Giuseppe Casella, medico condotto di Laglio e d’altre terre vicine.
Chi sa quanti nell’udire tal nome si rammenteranno di giorni amenamente passati sul Lario! Perocchè il dottore Casella, colto e socievole quant’altri mai, è una vera fortuna per quanti passano i bei giorni di ottobre ne’ paesi di questo incantevole bacino: egli direbbesi il tratto d’unione fra l’una famiglia e l’altra, l’autore de’ progetti di gite e di comitive; senza lui non seguirebbero le ilari carovane che pellegrinano al Piano del Tivano; senza lui infine non avremmo compiuta l’ascesa al Buco dell’Orso.
Egli aveva data la posta alle varie famiglie villeggianti ad Urio, Carate e Laglio per la mattina del 5 d’ottobre al paese di Torrigia: si diceva che le leggiadre signore, che avrebbero fatto parte della brigata, sarebbero venute in abito d’amazzone, perocchè i greppi su cui avevasi a inerpicare, le boscaglie che si dovevano transitare avrebbero dilaniato crinolini e gonne, e di ciò pure ci ripromettevamo spettacolo sollazzevole; ma di questo fummo compiutamente delusi: al mattino ci trovammo al convegno in una ventina soltanto, le amazzoni brillarono per la loro assenza: una sola non era mancata, ma il suo costume,... di vestiario... ah! il suo costume non era quello che avevamo vagheggiato.
Il dottor Casella diè il segno della partenza e ci precedette, e noi ci difilammo dietro a lui. Difilammo è la parola sola che conviene, perocchè non appena usciti di Torrigia fosse mestieri mettersi per l’angusto sentiero de’ monti. Presto una viuzza di ciottoli e di pietruzze acuminate provò il nostro coraggio, perchè difficilmente vi si potesse reggere; ma vinte le prime scabrosità, si ascese liberamente per le mille anfrattuosità di quella montagna. E qui notiamo, poichè ne viene il destro, come sia questa di roccia calcarea bigia azzurrognola, continuazione più o meno eguale di quella che incomincia appena fuor di Cernobbio e si prolunga fino all’insù del lago, costituita di tante sovrapposizioni o grosse lastre dello spessore talvolta d’oltre il mezzo metro, che valgono assai opportunamente alle costruzioni, sostituendo la materia laterizia con moltissimo vantaggio di resistenza e di spesa[17]. L’ombra e la frescura vi è procurata dai frequenti castani isolati o da macchioni, che vedevamo da montanine e garzonetti flagellati per farne cadere i già maturi frutti. Fuor di costoro non eran rotti que’ solenni silenzi che dalla lontana campanella delle capre che scorazzavano per i più alti dirupi, o dalla monotona cantilena delle fanciulle che pascolavano su qualche altipiano le loro magre giovenche. A tratti noi sostavamo a ripigliar lena, ad attendere i più tardi e ad ammirare i maravigliosi punti prospettici che ci si venivano mano mano presentando. Di fronte vedevamo il villaggio di Careno, più su quello di Zelbio, a destra Lemna, Molina e l’orrido suo, a manca Nesso e la punta di Cavagnola, e quando, voltandosi alquanto a manca la montuosa via, noi riguardavamo in basso, scorgevamo Brienno e più in là Argegno, il capoluogo della Valle Intelvi, e quei paeselli eziandio che dal greco nome accusano quali colonie vi stanziassero un giorno.
Una colonna di denso fumo dal mezzo del lago svolgevasi lungamente per l’aere e pareva come una nuvola leggiera adagiarsi sulla costiera che ne stava dirimpetto, e noi seguendola coll’occhio potemmo appena distinguere ch’essa liberavasi da uno dei battelli a vapore che in quell’ora drizzava la prua verso la punta di Torrigia, perocchè noi dovessimo essere in quell’istante a seicento metri sopra il livello del lago.
Il mattino si faceva alto, e noi, chiedendo consiglio alla voce imperiosa dello stomaco nostro, ci credevamo vicini alla meta, ma questa pareva discostarsi ognor più: essa ci era come il fatale miraggio del deserto.
Poi si giunse dove il monte s’addentra e si forma come un letto torrenziale: colà la via si faceva più scabra e il nostro attento duce ne faceva avvertiti che non dovessimo riguardar in basso se temevamo delle vertigini, perchè paresse che a noi di sotto la valle si sprofondasse quasi a picco. Fuvvi un tratto di strada che era tutta pietra brulla e alquanto declive: a noi fu però mestieri d’addoppiare le precauzioni; una voce sola era sorta a segnale di scoraggiamento, ma la parola e l’esempio d’altri vinsero quelle paure, e dieci minuti dopo, per un sentiero apertoci fra virgulti ed arbusti, ci trovammo innanzi al Buco dell’Orso. Il viaggio aveva durato un’ora e mezzo. Italiam! Italiam! gridammo noi pure, che ci vedevamo giunti allo scopo del nostro pellegrinaggio, e in quest’inno di gioia c’entravan certo di molto gli acuti stimoli della fame. All’essere poetico preferisco l’essere veritiero.
Ci sedemmo allora sui massi che sono sparsi avanti l’ingresso della caverna, e tratte le nostre copiose provvigioni, ci diemmo ad asciolvere con un appetito che meglio s’accostava alla voracità, mescendoci del buon vino e dell’acqua limpida e fresca che ci forniva una polla della caverna stessa.