III.

Poichè fummo tutti rifocillati, ci disponemmo ad entrare nella profonda cavità, e tutti allora accendemmo il moccolo, di che ognun di noi doveva esser munito a rompere le tenebre e godere delle bellezze naturali della natura, e dello spettacolo di che noi eravamo materia a noi stessi.

A noi aveva il Casella saviamente consigliato di servirci di questi moccoli anzi che di torcie a vento o di legni resinosi, e perchè meno incommodi a portarsi fra quelle sassose latebre, e perchè ci avrebbero risparmiato d’ingoiarci l’esecrabile fumo che le altre fiaccole avrebbero mandato per quelle volte. Perdevamo così del pittoresco, ma innanzi tutto curar ne piacque il più conveniente, e pur di questo vogliamo essere riconoscenti all’esperto mentore nostro.

Il Casella e don Baldassare Bernasconi, buon prete di Laglio della più eccellente pasta, che aveva voluto unirsi alla brigata, ci andavano innanzi rischiarando ed additando le traccie che avevamo a seguire, perocchè e i frequenti massi colà trascinati in antico dalle correnti o là sfranati dalla vôlta superiore, tutti investiti d’un’argilla umida e sdrucciolevole, e le filtrazioni dell’acqua che formavano rigagnoli, e le stalattiti della vôlta rendessero lento e pericoloso il passo. Dapprima avevamo trovato il suolo piano, poi s’era venuto abbassando con inclinazione sensibile, che ci obbligava a passare carpone per un angusto varco o pertugio, onde poter progredire.

Come fummo giunti per entro una certa galleria più vasta, ci compiacemmo volgere addietro lo sguardo e riguardarci scambievolmente, e in verità tutti que’ venti giovani, quale in piedi, quale assiso su d’enorme sasso, tutti il moccolo acceso alla mano, presentavano una scena curiosa, strana, suscitatrice di un mondo di idee.

Fu qui che il dottor Casella, a renderci più importante la gita, a farci comprendere tutto l’interesse che aveva preso la scienza alla scoperta di quella grotta che a lui primo era dovuta, ad incoraggiarci a percorrerla interamente, ce ne venne raccontando per filo e per segno quella storia, che noi procaccerem modo di riassumere sotto brevità.

Era la state del 1841, quando ad esso dottor Casella, che aveva udito parlare della esistenza d’una grotta superiormente a Torrigia, cui la tradizione popolare, che la credeva antica tana di orsi, aveva imposto il nome di Buco dell’Orso, prese vaghezza di rintracciarla. Associatosi alcuni amici, percorse la montagna, sinchè appunto sul versante del monte che sovrasta a Brienno, a due terzi di esso, rivolta a N. N. E., la discopriva. Si presentava quella caverna quasi un ampio crepaccio apertosi nella roccia, alto metri 2,7, largo quattordici e profondo dieci, e pareva a prima giunta non dovesse aprire l’adito ad un lungo cammino. Sgominate le tenebre che vi regnavan perpetue col mezzo di faci ch’egli aveva seco recate, percorso quel tratto testè da me ricordato, parevagli avesse qui il suo termine l’antro che decoravasi di belle stalattiti e corrispondenti stalagmiti, come veggonsi frequenti nelle varie grotte che s’aprono nelle montagne che costeggiano questo lago. Se non che, piegando a destra alquanto, trovava quel pertugio che rivelavagli prolungarsi ulteriormente la caverna, e cacciatovisi animosamente dentro, si era veduto in quella più ampia galleria che sì pittorescamente a noi offeriva lo spettacolo di una processione che ritraeva del misterioso e dell’infernale, siccome a me rammentava il facile descensus Averni di Virgilio. Le cristallizzazioni or bianche, or grigie, or giallognole, bizzarre e spesso trasparenti, venivano riflesse da quella luce con bell’effetto; ma nulla di più interessante erasi offerto fin là, se si eccettui un cupo rumorío che richiamò pur la nostra attenzione, prodotto dallo scorrere di una fiumana dietro le non grosse pareti a destra dell’antro e che in verità sgomenta, poichè sembra che agevolmente possa dischiudersi un varco e irrompere ad allagar lo speco. Questa recondita corrente viene a gittarsi in un lago, che vietò la prima volta al Casella, ed a’ suoi compagni, come lo contese anche a noi, di andar più oltre. Dalla bocca dell’antro a questo speco la lunghezza è di passi 370 o metri duecento.