CAPITOLO II. Storia.

PRIMO PERIODO

Divisione della storia — Origini di Pompei — Ercole e i buoi di Gerione — Oschi e Pelasgi — I Sanniti — Occupano la Campania — Dedizione di questa a Roma — I Feriali Romani indicon guerra a’ Sanniti — Vittoria dell’armi romane — Lega de’ Campani co’ Latini contro i Romani — L. Aunio Setino e T. Manlio Torquato — Disciplina militare — Battaglia al Vesuvio — Le Forche Caudine — Rivincita de’ Romani — Cospirazioni campane contro Roma — I Pompejani battono i soldati della flotta romana — Ultima guerra de’ Sanniti contro i Romani.

Le ragioni stesse per le quali ebbi ad avvertire il lettore che alla migliore intelligenza delle Rovine di Pompei mi occorresse d’aprire una parentesi, per dire alquanto di questo monstrum horrendum, informe, ingens che le aveva cagionate, non solo militano per questa nuova che intraprendo col presente capitolo, ma sono ben anche maggiori. D’altra parte, messomi all’opera con intenti più modesti, l’amore all’argomento me ne suggerisce ora di maggiori, e la materia sento crescermi sotto mano; il lettore non ha a concedermi che una maggiore benevolenza.

La storia civile di Pompei non è guari complicata di fatti, non di molto diversa da quella delle altre minori città italiane e massime meridionali, che o furono confederate a Roma o ne divennero colonie. La storia generale di queste città si lega in una parte a quella delle altre undici città principali della Campania, e nell’altra per lo più alla storia del mondo romano; la speciale non ricorda che determinati avvenimenti, i quali hanno per lo più attinenza alla vita municipale di essa. Io, nel raccoglierla dalle diverse fonti, l’ho divisa in due distinti periodi, concedendo poi un singolare capitolo a ciò che chiamerei storia morale ed un altro al miserando cataclisma che ne chiuse l’interessante volume.

Pompeii, o Pompeja, come trovasi promiscuamente detto dai latini scrittori, all’epoca della sua distruzione per opera del Vesuvio, cioè, come già sa il lettore, nell’anno di Roma 932 e 79 di Cristo, era, malgrado che Seneca punto non si peritasse a dichiararla celebrem Campaniæ urbem, città di terzo ordine. Una città tuttavia, che per la felice postura su d’una eminenza vulcanica e in riva al mare, — poichè tutto ne scorga a ritenere che le acque del Tirreno giugnessero a quel tempo fin presso le mura di essa, nè vi si ritraessero che in conseguenza del cataclisma che le apportò la morte, — e per la dolcezza del clima e la lussureggiante natura, costituiva altra fra le località di questa magnifica parte d’Italia, che a ragione fu detta — credo da Milton, il cantore immortale del Paradiso Perdutoun pezzo di paradiso caduto in terra; epperò eletta da’ facoltosi Romani a sito di villeggiatura. Così ricordai già la casa che vi aveva Marco Tullio Cicerone, per antonomasia detto l’Oratore Romano, e quella che vi teneva lo storico Cajo Crispo Sallustio, entrambe scoperte, e la visita delle Rovine altre pure ne additerà celebri per i loro famosi proprietari; onde Stazio potesse lasciarci memoria degli ozj pompejani in quel verso:

Nec Pompeiani placeant magis otia Sarni[27].

Imperocchè Pompei fosse bagnata dalle acque del fiume Sarno — ora ridotto alle povere proporzioni di un ruscello — per cagione anzi del quale, come avverrà di dire più avanti, si avessero i primi sentori che ebbero a condurre alla scoperta della sepolta città. Il Sarno scendendo, dal lato ove si vede ancora sorgere l’anfiteatro, al mare, che qui faceva una curva la quale si estendeva insino a Stabia, formava alla sua imboccatura un bacino, che costituiva il porto della città, comune anche a Nola, ad Acerra ed a Nocera, così frequentato ed operoso da rendere Pompei l’emporio delle più floride città campane. Nè forse fu estraneo a siffatta circostanza il nome stesso di essa, se nel greco idioma Πομπηίον suoni eziandio siccome a dire emporio. Strabone non obliò di ricordare questo porto, e i libri, come vedremo, ne registrarono eziandio qualche glorioso avvenimento.

La storia adunque di questa città e, più che essa, la scoperta e la illustrazione de’ suoi edificj e de’ suoi monumenti, importantissima riesce a rivelarci la vera storia intima di quei tempi, che le storie generali non ci hanno lasciata che imperfetta, sì che sia d’uopo racimolarla fra gli storici avvenimenti di altri popoli e da’ concetti dei poeti, o da qualche altra scrittura, mescolata spesso a cose men vere od incerte, per modo che, dopo tutto, sia mestieri di molto discernimento e di induzioni e di congetture logiche non poche per istabilire colle migliori probabilità i fatti.

Ma se malagevole è il còmpito di chi voglia esattamente ragionare della vita intima di allora, che si dirà di chi presuma indagare le origini delle città nostre e i confini territoriali, se intorno ad esse non vennero che tardi gli scrittori che se ne occuparono, e questi pure, dovendo appoggiarsi su tradizioni e favole, si ebbero a buttare spesso alla fantasia, siccome puossi giudicare dalla lettura di Dionigi d’Alicarnasso, di Catone, di Varrone e d’Eliano? Orazio medesimo, comunque venuto in tempi più colti, non sapeva determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua Venosa, siccome appare da una Satira, nel seguente passo:

Lucanus an Appulus, anceps,

Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus

Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis[28].

Gli è ad un tale riguardo che pur di Pompei non si possa precisare quali fossero i fondatori e i primi abitatori. La favola, accarezzando anche qui il popolare orgoglio, le assegna illustre origine, e Giulio Solino, che ne tenne memoria, narra che Pompei avesse avuto Ercole per fondatore, allorchè passò egli in Italia co’ buoi di Gerione. Già nel capitolo antecedente toccai di sua venuta in queste parti e di eroiche imprese compiutevi e della città di Ercolano che attestò di lui: Pompei egualmente avrebbe il suo nome conseguito dalla pompa colla quale dall’Eroe sarebbero ivi portate le tre teste del suo nemico, il succitato Gerione, la cui uccisione fu delle dodici che gli vengono attribuite, la decima di lui fatica[29]. Lasciando nondimeno in disparte la mitologia e gli arcani suoi ascondimenti, stando all’autorità di Strabone, i primi a mettersi attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, sarebbero stati gli Oschi od Opici, gli Ausoni, gli Etruschi, i Tirreni e i Pelasgi, che sono anche i popoli più antichi di cui si abbia memoria in Italia; se pure tutti questi popoli non sono della sola razza pelasgica.

I Pelasgi contuttociò non attecchirono mai la loro padronanza nel nostro paese; odiati sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati. A quest’opposizione surta negli animi degli aborigeni, s’aggiunsero naturali calamità, e Dionigi d’Alicarnasso ricorda la sterilità e siccità dei campi e più ancora l’imperversar de’ vulcani e delle malattie; onde interrogato l’oracolo di Dodona, ne avessero a responso: «Causa di tutti codesti mali essere lo sdegno degli Dei, perchè frodati i Dioscuri, o Cabiri[30], della promessa decima di tutto quanto nascerebbe, non avendola i Pelasgi attenuta in quanto riguardasse i figliuoli.» Indegnò la spietata risposta, e tumultuarono contro i capi e a tale venne la stanchezza de’ più che questi in massa migrarono, e i pochi rimasti, spodestati degli averi, vennero agevolmente ridotti in servitù.

Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Volturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj, gentem opibus armisque validam, come li giudica Tito Livio[31], conquistando. Erano essi in quel tempo, cioè circa l’anno 420 avanti la venuta di Cristo, arrivati omai all’apogeo della loro potenza, e superando Roma stessa nel numero della popolazione e nella estensione del territorio, ne erano divenuti i più formidabili avversarj. S’allargavano essi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne lucane e ai piani dell’Apulia, e dominavano ne’ paesi che oggidì designiamo coi nomi di Principato Ulteriore e di Abruzzo Citeriore. Sobrii ed indomiti, difesi da valloni e torrenti, potevano a buon diritto codesti montanari riuscire terribili a quei della pianura.

Superando gli ostacoli tutti, irruppero nella Volturnia, che essendo piana cominciarono a chiamar Campania (da καμπος, pianura), occuparono Vulturnio che denominarono Capua e successivamente la Campania tutta, alla quale era capitale, e che si distendeva sul mare dal Liri al Silaro, ubertosissima e popolata di dodici belle e ricche città, tra le quali primeggiavano Pompei ed Ercolano.

Come dell’etrusca dominazione si rinvennero tracce negli scavi di quest’ultima città in una medaglia e nella mensa Giunonale; così se ne ebbero e in maggior copia e in essa città e in Pompei della sannitica nelle diverse iscrizioni dettate in questa lingua, e il Giornale degli Scavi, già da me ricordato, reca dotte dichiarazioni di taluna, a migliore schiarimento di importanti questioni.

Allora i Sanniti divenuti Campani, sotto il nome di Mamertini, forse a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fino a Pesto la propria lingua, la quale, se vuolsi attribuir fede al succitato Strabone, fu pur la stessa parlata da Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti della Japigia, cioè nel sud-est della penisola. Contuttociò essi, come già prima i Pelasgi, non giunsero a naturarvi la loro dominazione: perocchè i costumi campani e il carattere differenziassero di troppo, nè le lotte fra essi dovessero tardare a scoppiare.

I libri settimo, ottavo e nono delle istorie di Tito Livio ci apprendono le ulteriori vicissitudini della Campania, le cui sorti è a credersi fossero pure comuni a Pompei, come identiche e comuni ne fossero le politiche condizioni.

È per questo che a sopperire al difetto di peculiari notizie di questa città che impresi col lettore a studiare, mi sia d’uopo colmare le lacune, riassumendo da quelle dotte ed accurate pagine le più saglienti che vi hanno maggiore attinenza.

Sappiam per esse come i Sanniti assaltassero ingiustamente i Sidicini e come questi, inferiori di forze, ricorressero ai Campani. Se non che, narra lo storico padovano, come, avendo i Campani apportato piuttosto un nome che una giunta di forza a soccorso degli alleati, snervati dal lusso e da una tal quale rilassatezza, propria del resto delle condizioni del clima, fossero battuti nel paese dei Sidicini da gente indurata nel mestiere dell’armi, e che però rivolgessero sopra di sè tutta la mole della guerra. Perciocchè i Sanniti, messi da parte i Sidicini ed assaliti i Campani, ch’erano antemurale de’ confinanti, fra Capua e Tifata, diedero loro una terribile rotta, nella quale venne tagliato a pezzi il nerbo della loro gioventù.

A salvarsi allora da più fiere vendette, s’affrettarono i Campani a ricorrere a Roma, e poichè invano ne ebbero sollecitata l’alleanza, essendo già con vincoli d’amicizia legata essa ai Sanniti, non trovarono spediente migliore di quello di una piena dedizione e fu accolta.

Furono da Roma spacciati allora ai Sanniti i Feciali[32] per richiederli delle cose tolte ai Campani, e poichè venne opposto il rifiuto, si intimò loro solennemente la guerra, due eserciti mettendo in campo, l’uno nella Campania, capitanato da Valerio, e l’altro nel Sannio, da Aulo Cornelio comandato. Furon dubbie dapprima le sorti della guerra; perocchè mai non si fosse combattuto per entrambe le parti con maggior valore ed accanimento; ma da ultimo la vittoria si dichiarò per l’armi romane con somma lode dei due suddetti consoli e di Publio Decio tribuno.

Implorarono allora pace i Sanniti da’ Romani e l’ebbero colla invocata facoltà di muover l’armi contro a’ Sidicini, che neppure dal popolo romano eransi mai tenuti per amici. I Sidicini, vedutisi seriamente minacciati, seguitando l’esempio de’ Campani, avrebbero voluto alla lor volta concedersi a’ Romani; ma stavolta essi ne vennero dispettati, perchè solo sospinti dalla necessità a tanto stremo. Così stando le cose, non trovarono altro spediente che volgersi ad altra parte ed offerirsi a’ Latini, che li accettarono prontamente, e i Campani che meglio della fede a’ loro nuovi Signori, anteponevano la vendetta dell’insulto patito da’ Sanniti, entrarono pure nella lega. Reclamarono di ciò i Sanniti a Roma, come di violata fede, ma n’ebbero ambigua risposta, perocchè in tal modo si cercasse di non confessare apertamente la poca autorità sui Latini; onde e questi e quelli della Campania, immemori del ricevuto beneficio, così montarono in orgoglio — già superbi per natura, sì che l’alterigia campana fosse passata in proverbio, — e tanta accolsero ferocia, da macchinare ai danni de’ Romani stessi, sotto colore di apparecchiarsi alla guerra contro i Sanniti.

Benchè tutto ciò si celasse con industria e si volesse, prima che i Romani si movessero, battere i Sanniti, pur della trama se n’ebbe sentore in Roma che tosto avvisò a prepararsi alla lotta. Dissimulando tuttavia la cognizione di tanta ribellione, chiamarono i Quiriti a sè dieci de’ maggiorenti latini, per impor loro ciò che fosse per piacer meglio al Senato. Fra i trascelti vi fu un Lucio Annio Setine pretore, cui furono largheggiate da’ Latini le più ampie facoltà. Costui, mal ponderando con chi si avesse a fare, ebbe tanta albagia che, tenuta altiera ed insolente concione avanti i Padri Coscritti, osò farsi a proporre condizioni di pace eguali pei due popoli, pei Romani cioè, e pei Latini; poichè, affermava egli, fosse piaciuto agli dei immortali che eguali pur anche ne fossero le forze. Tito Manlio Torquato, console, d’impeto non minore, udita cotale spavalderia, rispose adeguatamente, e poichè Annio nell’uscir dal Senato, inciampando fosse caduto e giacesse tramortito, Manlio veggendolo, narra Tito Livio, che sclamasse: Ben gli sta, e voltosi poscia agli astanti, proseguisse: Io vi darò, o Quiriti, le legioni dei Latini a terra, come a terra vedete questo legato. — La voce del romano Console talmente accese gli animi di tutti, che nel partirsi i legati, più gli scampò dall’ira della plebe la cura de’ magistrati, che per ordine del Console gli accompagnavano, che non il diritto delle genti.

Furono levati allora in Roma due eserciti per tale guerra, i quali, attraversando Marsi e Peligni, s’ingrossarono di quello dei Sanniti e presso Capua, dove già i Latini e i loro confederati erano convenuti, posero gli accampamenti. Fu raccomandata la più severa disciplina militare, reclamata ora più dal trovarsi a fronte gente di lingua, costumi ed ordini di guerra non dissimili; e Tito Manlio così la volle osservata che al figliuolo, che mosso dall’ardor giovanile aveva disobbedito spingendosi ai posti nemici, e quivi era stato provocato da Gemino Mezio che comandava la cavalleria toscana, e s’era seco lui azzuffato e trapassato avealo di sua lancia e morto, comechè vincitore, diè condanna di morte, e questa volle immediatamente dal littore eseguita.

Fu terribile il cozzo dei due eserciti avversi, ma la battaglia, come già sa il lettore per quanto fu detto nel capitolo precedente, combattuta alle falde del Vesuvio, fu vinta dalle armi romane; comunque non fossero durante la pugna stati punto giovati dai Sanniti, solo entrati questi nella lizza quando le sorti non erano state più dubbie. Preso il campo latino, assai de’ Campani in esso vi vennero fatti prigionieri.

Latini e Campani s’arresero a discrezione: al Lazio ed a Capua venne tolto in castigo parte del loro territorio e l’autonomia, e divise le terre; solo esente dalla pena andò la cavalleria dei Laurenti e dei Campani perchè non ribellati; accordata a costoro inoltre la romana cittadinanza, ed altri beneficj e privilegi concessi.

Questa grande battaglia seguiva negli anni 416 di Roma e 336 avanti Cristo. Di queste genti vinte Roma si valse pochi anni dopo per venire a nuove guerre contro i Sanniti, i Lucani, i Vestini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, che pur le avevano dato un dì giovamento a conquistar la pianura. Lunga e ostinata è la guerra, alternate le sorti, finchè Papirio Cursore sbaraglia i Sanniti. Volendo questi venire a patti e ricusati, e astretti pertanto a pugna disperata, ricorsero a sottili accorgimenti e tratte infatti le legioni romane entro una valle detta del Caudio, vi trovan interdetta l’uscita e il ritorno. Celebre è la vergogna patita da’ Romani sotto il nome delle Forche Caudine[33], e per la quale Ponzio, capitano dei Sanniti, spregiando l’avviso del proprio vecchio padre Erennio, che avverso ai temperamenti mediani, le truppe romane avrebbe voluto o rimandate senza infamia per ottenere poi l’amicizia di Roma, o tutte trucidate ad impedirne per tanto tempo i guerreschi conati, ottenute violentemente invece larghe condizioni di pace, volle passassero sotto il giogo, primi obbligandovi i consoli Postumio e Veturio, che vi si sobbarcarono quasi ignudi; sottoponendo poi gli altri, come ciascuno era più vicino di grado; indi per ultimo una ad una le legioni fra gli scherni e gli insulti nemici.

Il Senato e il Popolo Romano, all’udir tanta abjezione, non vollero ratificare l’ontosa pace, ed anzi pieni di sdegno e furore trassero dal sofferto scorno divisamenti di allegra vendetta, e ripigliarono incontanente la guerra. In essa, risultati vittoriosi i Romani, sotto il comando di Papirio Cursore, furono così ingenerosi nella vittoria, che caduto Ponzio nelle loro mani, sottopostolo alla sua volta al giogo in Luceria[34], e tradottolo a Roma, lui che per seguir clemenza li aveva poco innanzi della vita risparmiati a Caudio, trucidarono vilmente, tardi ed indarno pentito di non aver ascoltato i consigli della saviezza paterna.

Non fu lunga tra’ Romani e Sanniti l’alleanza: presto vennero nuovamente alle armi; e quando la lotta sì spostò dal Sannio per muovere contro gli Ausonj, che poi vennero interamente distrutti, varie cospirazioni si ordirono contro Roma nelle città Campane, fra le quali era, come sappiamo, Pompei. Fu allora che a reprimerle ed a punirle si intrapresero in Roma inquisizioni contro taluni dei principali cittadini di esse; ed anzi quando Luceria cadde in potere de’ Sanniti e il presidio romano che vi era venne fatto per tradimento prigione, presi in maggiore sospetto i Campani, le inquisizioni si estesero più severe a loro carico, venendo eletto Cajo Menio a dittatore per eseguirle.

Siffatte cose e rigori non eran proprj tuttavia a diradicare la ribellione campana: da essa poi i Sanniti traevan partito a rinfocolar gli odj a nuove imprese contro i Romani, ai quali agognarono ritorre Capua. Ma Petelio e Sulpizio consoli li batterono completamente a Malevento; onde poi dai Romani si chiamò la città Benevento, e fama suonò che de’ Sanniti, presi o morti, vi rimanessero in quella fazione all’incirca trentamila.

Eran gli anni 441 di Roma e 331 avanti Cristo, quando riportavasi dall’aquile romane sì luminosa vittoria, la quale poi, consoli essendo Lucio Papirio Cursore per la quinta volta e Cajo Giunto Bubulco per la seconda e Cajo Petelio dittatore, venne susseguita dalla presa di Nola.

Tre anni dopo, essendo a que’ consoli succeduti Quinto Fabio e Cajo Marcio Rutilo, mentre il primo trovavasi impegnato in guerra co’ Toscani ed il secondo coi Sanniti, a’ quali toglieva per forza Alifa, Publio Cornelio a capo della flotta romana nel mar tirreno, pensando non rimanersene alla sua volta colle mani in mano nell’ufficio che aveva di vigilare la spiaggia marittima, si spinse fin entro il golfo che si comprende fra Sorrento e Miseno, e si accostando alle sponde del lido campano, lasciò che le navi entrassero nel porto di Pompei e vi sbarcassero affamati di rapina i suoi classiarii, come si appellavano allora i soldati della marina.

Descrivere la licenza è più presto fatto che immaginarla: era già essa nelle ordinarie abitudini militari e il soldato vi faceva più che nel resto speciale assegnamento. Posero a saccomanno singolarmente il territorio Nocerino, portando il guasto anche per ogni casale che transitavano, speranzosi che obbligando i contadini a fuggire dinanzi a loro, si avessero assicurata meglio di poi la via del ritorno alle navi.

Ma l’evento non rispose questa volta alle ribalde speranze.

I marinai, fatti ebbri dall’amor del bottino, si inoltrarono spensierati troppo oltre, onde gli uomini del paese che, a poco a poco ripreso animo, rivenivano ai disertati tetti, mentre prima non ne avevano avuto pensiero — e sarebbe stato più agevole quando que’ ladri erano sparpagliati per la campagna a rapinare il far loro resistenza e toglierli di mezzo — allora solo avvisarono di attenderli al ritorno. E come infatti venivano i classiarii a frotte e carichi di preda inverso le navi, giunti sotto Pompei, si trovarono d’un tratto d’avere a fare co’ Pompejani medesimi fieramente irritati, i quali cogliendoli alla sprovvista, così li malmenarono da salvarsene pochi dalla strage, tutti rigurgitando quanto avevano involato, e salvandosi a mala pena i superstiti sulle navi[35].

Ma se tale era l’animo dei Pompejani e dei consorti loro della Campania verso i Romani dominatori, non si può dire che migliori sentimenti nodrissero verso i Sanniti; perocchè quando in quel torno di tempo vennero costoro dall’armi romane e da quelle dei confederati campani congiunti insieme nuovamente e più aspramente battuti, lasciando nelle mani de’ vincitori le ricchissime loro armi, i Romani se ne servirono ad ornamento del foro; i Campani fregiandone invece i gladiatori, a sollazzo ne’ loro banchetti, presero da quel tempo ad appellare Sanniti i gladiatori stessi; lo che se è testimonio di molto orgoglio, lo è ben anche di grandissimo ed inestinguibil odio verso di essi.

Gli è tuttavia a’ 293 anni avanti Cristo che i Sanniti quasi affatto cessarono ogni lotta con Roma; perocchè in questo tempo, dopo che videro anche l’armi d’Etruria vinte e aggiunte quelle provincie come serve al carro della romana grandezza, — quantunque siffatta umile condizione venisse palliata col titolo di alleanza latina, — ebbe ad andare a vuoto il supremo loro sforzo per la propria indipendenza. Un esercito di trentamila e trecentoquaranta uomini raccolsero essi in questo ultimo cimento, e sull’altare dapprima giurato fra orribili imprecazioni: o difendere l’ultimo resto dell’italica libertà o morire, il giuramento tennero imperterriti, perchè ad Aquilonia perirono tutti, e i poveri avanzi di tanto coraggio e di tanta fede, riparati in una caverna dell’Appennino, scoperti l’anno dopo, in numero di duemila vennero col fuoco miseramente asfissiati e spenti.

Io, come ha già visto il lettore, ho divisa la storia di Pompei in due parti: nella prima compresi il tempo in cui sta quell’êra che nella storia di Roma si appella eroica, sebbene non sussistan ragioni di designarla così per Pompei. Da’ fatti medesimi qui memorati e i quali accusano i costanti propositi de’ Quiriti di conquista e d’estinzione di libertà, è manifesto che anche a riguardo di Roma assai e assai sarebbesi a dire e contrastare all’epoca il glorioso appellativo, malgrado potesse pur l’Allighieri professarsi devoto alle gesta

Onde Torquato e Quinzio che dal cirro

Negletto fu nomato, e i Deci e i Fabi

Ebber la fama che volentier mirro[36];

io ne adottai ad ogni modo la durata e a divisione di lavoro, e perchè gli avvenimenti che seguono entrano in una fase più certa e più confortata dall’autorità di monumenti e scrittori degni di fede migliore.

Qui termina pertanto la mia prima parte, o periodo; come a questo punto finisce la suddetta età eroica romana.