CAPITOLO III. Storia.
PERIODO SECONDO
La legione Campana a Reggio — È vinta e giustiziata a Roma — Annibale e la Campania — Potenza di Roma — Guerra Sociale — Beneficj di essa — Lucio Silla assedia Stabia e la smantella — Battaglia di Silla e Cluenzio sotto Pompei — Minazio Magio — Cluenzio è sconfitto a Nola — Silla e Mario — Vendette Sillane — Pompei eretto in municipio — Silla manda una colonia a Pompei — Che e quante fossero le colonie Romane — Pompei si noma Colonia Veneris Cornelia — Resistenza di Pompei ai Coloni — Seconda guerra servile — Morte di Spartaco — Congiura di Catilina — P. Silla patrono di Pompei accusato a Roma — Difeso da Cicerone e assolto — Ninnio Mulo — I patroni di Pompei — Le ville a’ tempi di Roma — La villa di Cicerone a Pompei — Augusto vi aggiunge il Pagus Augustus Felix — Druso muore in Pompei — Contesa di Pompejani e Nocerini — Nerone e Agrippina — Tremuoto nel 65 che distrugge parte di Pompei.
L’autonomia della Campania non era, dopo questo tempo, che di nome. Se più le sue città non subivano la Sannitica prepotenza, doma oramai dalla forza preponderante dei Romani, all’autorità di questi dovevano sempre nondimeno deferire. Era un’alleanza onerosissima certo, e molto più che sembrasse non poter Roma sussistere che guerreggiando, sitibonda e non saziata giammai di conquista e di saccheggio, e fosse però necessità ne’ territorj confederati di concorrere a rafforzarne gli eserciti.
Sbarazzatasi la via in quasi tutto il continente meridionale, le vittrici aquile spiegavano il volo verso la Magna Grecia, ove la republica di Taranto primeggiava d’industria e di marina, e verso la Sicilia. Noi non ne seguiremo il corso, che non fa al mio còmpito, e più che di Pompei e delle città sorelle m’avverrebbe di ritessere la romana istoria, facile del resto, per tanto che ne fu scritto, a consultarsi; noterò tuttavia che moltissimi delle città campane, insofferenti della pressura quiritica, preferissero esulare dalla patria contrada e bramosi di nuova stanza e di quel dominio che avevano perduto, capitanati da un Decio Giubellio, occupassero Messina, invadessero Reggio, e si piantassero formidabili prima agli abitanti di quelle terre, poscia a’ Romani che ambivano recarle alla loro dominazione, e finalmente a’ Cartaginesi che tentavano assalirne le coste, essi medesimi fatti assalitori.
La legione campana, ingagliardita dai successi contro questi ultimi e contro Pirro venuto dall’Epiro per cupidigia di nuovo impero, che avevano costretto a levar da Reggio l’assedio, spinto avevano così l’audacia da sorprendere Cortona e scannarvi il presidio romano, diroccandovi la città. Ma quando i Romani presero possesso di Taranto, che aveva in Italia chiamato Pirro a’ loro danni, puniti che n’ebbero severamente i cittadini, non s’ebbero altro più a cuore, quanto far sì che castigata pur fosse la perfidia della detta legione. Fu commessa pertanto, nell’anno 482 di Roma (270 a. C.), la punizione a Lucio Genucio, ch’era console con Cajo Quinzio; ond’egli costrettala entro le mura di Reggio, vi pose intorno l’assedio, e comunque ajutati dai Mamertini, egli alla sua volta soccorso da Jerone, che teneva il principato di Siracusa, ebbe alla fine a discrezione la città. Fatti allora giustiziare disertori e ladroni, che colà s’erano rifugiati, i legionarj trasse a Roma, onde il Senato deliberasse di loro sorte. E il Senato, contro l’avviso di Marco Fulvio Flacco, tribuno della plebe, li dannò all’estremo supplizio: solo a scemare l’odioso terrore di fatto così acerbo e la mestizia della plebe dove fosse stato messo a morte in uno stesso tempo tanto numero di gente, se ne trassero di prigione cinquanta al giorno, che battuti prima colle verghe caddero poscia sotto la scure.
«Seguendo parecchi autori, — scrive il Freinsemio nel quinto libro de’ supplementi liviani, al quale ho spiccato un tal fatto, — ho messo che tutta la legione, cioè quattromila uomini, siano stati colpiti colla scure in sulle piazze di Roma; stimo però più vero ciò che Polibio riferisce, non esser caduti vivi nelle mani che trecento legionarj; il rimanente aver preferito, combattendo disperatamente nella presa della città, d’esser tagliati a pezzi, nessun di loro ignorando, che dopo sì enormi delitti, non altro potessero, arrendendosi, aspettarsi che maggiori crucci ed una morte a più grave ignominia congiunta.»
Non ricordan le storie che i Campani per lo innanzi avessero pugne per conto proprio, e pur tacesi quindi di Pompei che anche nella sunnarrata vicenda poco specialmente abbiam trovato nominata: silenzio codesto ben avventuroso, poichè ogni città che allora si meritasse dagli storici menzione, non l’ottenesse che da’ disastri ne’ quali fosse ravvolta. Solo si sa come dugento quindici anni prima di Cristo, Annibale, il formidabile condottiero dell’armata cartaginese, nella seconda Guerra Punica, che Livio chiama bellum maxime memorabile omnium, e che fu difatto sanguinosissima ed ostinata, si presentasse a’ confini della Campania e di qui tenesse in grande sgomento la superba Roma. Il feroce Cartaginese desolò quelle città della Terra di Lavoro che si tennero in fede de’ Romani, ma non consta che nel novero di esse fosse Pompei; onde possa cavarsene argomento ch’essa pure, non altrimenti che Capua, spalleggiasse l’invasore straniero. Cessato da ultimo ogni rumore di questa guerra colla vittoria di Roma, e ritornata pure la Campania nella sua soggezione, le braccia de’ suoi abitanti vennero quindinnanzi disposte dai Romani, nel cui dominio eran venuti, e dai quali del resto vedeansi in ricambio accordato protezione contro assalti nemici, provvedimenti di strade, canali e ponti ed utili parentadi.
Roma tra breve, cioè nell’anno 624 di sua fondazione e 130 avanti Cristo, possedeva così quasi tutta l’Italia, oltre la Spagna e la Grecia, e de’ quattro questori provinciali, fra cui venne dal Senato divisa, quello residente a Cales comprendeva la giurisdizione sulla Campania in un col Sannio, la Lucania ed i Bruzi: tal che Scipione Emiliano, censore, quando al chiudersi del lustro, sacrificando, doveva, secondo il costume, supplicare agli Dei l’ampliamento dell’impero, narra Valerio Massimo, che a quella formula sostituisse di suo capo queste parole: Grande e potente è abbastanza: supplico i Numi di conservarlo eternamente.
Quanta ragione questo savio avesse in ciò chiedere ai Numi, la chiarirono le cruentissime guerre intestine che successero di poi e i danni che a Roma n’ebbero a conseguitare. Celebre è quella che ebbe il nome di Guerra Sociale, e nella quale i Romani s’ebbero a fronte Picentini e Marsi, Marrucini e Ferentani, Peligni e Campani, Irpini, Apuli e Lucani e, più che tutti, gli irreconciliabili Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte e bramosi di vendicare il lungo servaggio. Cajo Mario in questa lotta fraterna, altro de’ capitani che tanta gloria in Africa e più ancora contro i Cimbri aveva conseguita, venne accusato di lentezza, e non era per avventura che il cruccio di un egregio di combattere contro Italiani, i quali avevano a scopo di ottenere colla forza quello ch’egli voleva concesso di grazia; onde alla fine si ritrasse spontaneo dal comando. Durò la guerra tre anni, e si sommarono a meglio di trecentomila i periti in essa. Roma, come sempre, la vinse; ma restò di beneficio almeno che venisse proclamata l’eguaglianza di tutti gli Italiani, nè più vi fosse ostacolo da’ federati ad essere cittadini, e venissero come tali ripartiti fra tutte le trentacinque tribù di cui costituivasi la romana cittadinanza. Questa legge, promossa da Mario e che gli procacciava il generale favore, indarno venne dal suo grande antagonista Lucio Cornelio Silla osteggiata.
Era stato questo Silla che in codesta Guerra Sociale combatteva per Roma contro i Campani e i Sanniti, risvegliatisi ancora agli odj antichi. Pompei fu pure tra le città ribellate, le quali a’ primordj della generale conflagrazione ebbero favorevoli le sorti dell’armi. Ma la discordia de’ capi e l’inesperienza le mutarono ben presto, e le resero ad essi contrarie. Silla cinse Stabia di assedio — Stabia di poco tratto discosta da Pompei ed oppido a que’ dì ragguardevole — la prese e smantellò per guisa, che anche ai tempi di Plinio il Vecchio, poco presso, cioè, alla sua totale rovina, più non offerisse che l’aspetto di un villaggio.
Dall’alto delle sue mura riguardava Pompei la desolazione della vicina città sorella e con qual cuore, pensi il lettore; perocchè ella pure dovesse allora aspettarsi non dissimile fato, conscia dell’indole efferata e crudele del suo vincitore. Disperando scongiurare il pericolo, s’apprestarono animosi alla difesa i Pompejani.
E Lucio Silla non attese infatti di molto a volgere ad essi il pensiero; perocchè toltosi a Stabia, venne a porsi sotto la loro città, che strinse egualmente d’assedio, e ne attendeva agli approcci, allorchè Cluenzio, generale de’ Sanniti, inavvertitamente giunto, s’accampa a quattrocento passi da’ romani alloggiamenti con poderose forze. Silla fa impeto contro di lui; è terribile il cozzo fra le avverse legioni, ma ne è Silla respinto. Riordina allora le truppe e ritorna all’assalto con maggiore accanimento e ne ottiene piena rivincita. Lo imita Cluenzio ingrossando di nuovi ajuti le proprie fila, ed una terza volta vengono alle mani i due eserciti, rompendo Silla le ostilità: ma questa volta la sorte decide a pro’ dell’armi romane e Cluenzio stesso, nella generale sconfitta del suo campo, rimane estinto presso Nola, dove la foga della pugna aveva ambo gli eserciti sospinti.
Vellejo Patercolo ci fa sapere a questo punto come Minazio Magio di Ascoli, avolo suo, nipote di Decio Magio, ch’egli punto non esita a chiamare il primo de’ Campani e celeberrimo e fedelissimo, segnalasse fortemente la sua devozione a’ Romani, levando a sua spesa una legione tra gli Irpini e combattendo a fianco prima di Tito Didio, congiuntamente al quale ebbe a prender Ercolano, e quindi di Lucio Silla in questo assedio di Pompei, impadronendosi poscia di Cosa[37].
Non si trova nella storia del come i Pompejani allora si sottraessero alla vendetta di Silla; forse questi rinunziò ad essi nella ambizione del Consolato, la cui elezione si agitava nell’Urbe: da Nola, ove trovavasi coll’esercito, egli allora accorse a Roma, prima a brigarsi quell’onore e poscia a vendicare il torto che egli credeva a lui fatto nell’affidarsi a Mario il supremo comando nella guerra, che aveasi ad intraprendere contro Mitridate re del Ponto; onde ebbero a correre rivi di sangue cittadino. Superfluo il narrare di Mario, profugo per Italia e miserissimo, il suo ritorno nuovamente potente e la settima sua elezione al consolato, le sue crudeli vendette e la morte: non lo sarà forse il mentovare siccome il suo antagonista, veduto di qual modo gli Italiani tutti si mostrassero propensi a Mario, migrasse proscritto in Asia, dove conciliatesi le legioni, ne ottenne poscia il comando, e in tre anni menata a buon fine una pericolosissima guerra, non lasciando a quel barbaro re, com’ei disse, che la destra mano, colla quale aveva firmato il macello di centomila Romani, espilate quelle provincie con enormissime contribuzioni, ritornasse in Italia.
Approdato a Brindisi, scrive al Senato enumerando le proprie imprese e di rincontro i torti dalla patria ricevuti, e conchiude il messaggio annunziando come tra breve ei comparirebbe alle porte di Roma con un esercito vincitore a vendicare gli oltraggi, punire i tiranni ed i satelliti loro.
Nè valsero pacifiche ambascerie a scongiurare la nuova sciagura e neppure i centomila soldati oppostigli contro dai consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione; perocchè le prime egli spregiasse e l’esercito non reggessegli contro, in una parte sconfitto e nell’altra scomposto dalla diserzione. Non farò qui il tristissimo quadro delle vendette e proscrizioni sillane: la storia tenne conto di novemila persone uccise, fra cui novanta senatori, quindici consolari e duemila seicento cavalieri; lasciò onorata la memoria della condotta di que’ di Norba in Campania, i quali piuttosto che arrendersi, ben conoscendo l’animo spietato di Silla, per testimonio di Appiano, appiccarono il fuoco alle case, e da uomini di cuore preferirono uccidersi gli uni gli altri[38].
Le furie delle sue vendette caddero quindi in buona parte sulle città italiane, le quali nel conflitto fra lui e Cajo Mario avevano per quest’ultimo parteggiato, e se a Preneste erano morti dodicimila, se Norba, comechè ancora fumanti i ruderi, vennero da lui spenti affatto col sangue, se Populonia fu distrutta, se a Fiesole tolse ogni speranza di risorgere fondando sulle rive dell’Arno una nuova città, Fiorenza, se il Sannio seminò di ruine e di squallore, non poteva certamente andare immune dalle ultrici sue folgori Pompei.
Allorquando erasi posto fine alla Guerra Sociale, come ad altre città, così anche a Pompei ed Ercolano era stato accordato d’erigersi in municipii, di reggersi, cioè, colle proprie leggi e proprii comizii, conseguenza del diritto alla romana cittadinanza, comunque e leggi e comizii dovessero essere sul modello di Roma; onde Cicerone potesse affermare due patrie competere a’ municipii, l’una della natura, l’altra della città; l’una di luogo, l’altra di diritto[39].
Abbiam veduto come a Silla, capo del partito nobilesco, fossero spiaciute tutte queste concessioni, fatte ad iniziativa di Publio Sulpicio tribuno e ad istigazione di Cajo Mario, come non ignoravasi universalmente: facile è poi argomentare come più ancora spiacer dovessero accordate a Pompei, dove al tempo che teneva il comando militare, giusta quanto ho già detto, aveva trovato gagliarda resistenza, ed era a lui riuscito malagevole il superarla.
Non appena pertanto il Senato, sulla proposta di Valerio Flacco, ligia persona di Silla e da lui fatto eleggere ad interrè, acclamò, nello spavento de’ sanguinosi spettacoli a cui aveva assistito, Cornelio Silla medesimo dittatore, ciò che da ben cento venti anni non s’era più visto accadere, esso, in odio del morto suo antagonista, ritogliere a’ latini e a moltissime città italiche la romana cittadinanza, conferendo invece cittadinanza e libertà a diecimila schiavi, che assunsero il cognome suo di Cornelii, al nome proprio inoltre aggiungendo quello di Felice, quasi i torrenti di sangue versato lo avessero veramente reso tale, come poco dopo a’ due gemelli che gli nacquero da Metella, volle imposti i nomi di Fausto e di Fausta.
Fra le città da lui disgraziate fu Pompei. Tre coorti di veterani vi mandò come corpo di osservazione, impose un tributo d’uomini e di pecunia e quasi ne confuse ed estinse il nome, tramutando il municipio in colonia militare, questa volendo appellata Veneria, desunto da Venere Fisica, che era la divinità protettrice della città, ed anche Cornelia dalla illustre famiglia alla quale egli apparteneva.
Questo seguiva nell’anno ottantesimo avanti l’era volgare. Siffatto nuovo reggimento politico di Pompei reclama che delle condizioni di esso venga il lettore informato.
Vuolsi che Romolo inventasse il sistema delle colonie militari, quando vinte le città o genti finitime, parte di queste volesse seco condurre nell’Urbe e parte lasciasse pure in luogo, importandovi uomini proprii, i quali per darsi alla coltura de’ campi che lor venivan concessi, si dissero coloni. Le sedi, i campi e l’oppido stesso, se vi fosse ragione a costituire i diritti, le forme assumevano quasi di nuova repubblica, in guisa tuttavia che ogni cosa a Roma ed alla città madre avesse riferimento.
Varia si volle l’utilità che dalle colonie ritraesse Roma. Primieramente, dicevasi, venivano giovamento alla stessa città principe ed alla troppa e superflua moltitudine; quindi agli stessi nemici e sudditi, per quella civiltà che eravi necessariamente importata; da ultimo la istituzione serviva a tenere in soggezione i vinti e quelli che meglio ispiravano timore. Cresciuto l’impero, furono le colonie di sfogo a plebe povera e gravosa, di premio a’ soldati emeriti, o vecchi. Solevasi per lo più distinguere le colonie in altre di Romano, altre di Latino ed altre di Italico diritto; dette talune patrizie e tali altre equestri, a seconda costoro della maggiore dignità de’ cittadini e militi che le componevano.
Nondimeno anche gli scrittori più favorevoli a siffatto sistema riconobbero come tiranni e violenti cittadini avessero ad abusare di esso, mescolandovi l’ingiuria e l’inganno[40], e Cornelio Silla medesimo citarono appunto, come quegli che non solo, non altrimenti che s’era usato per lo addietro, i campi conquistati all’inimico ebbe a distribuire, ma a concedere nella stessa Italia sedi a que’ soldati che le avessero desiderate.
Or come fra questi scellerati abusi del sanguinario dittatore non deesi annoverare quello praticato in odio de’ Pompejani, se la costoro città, per la leggiadria di sua postura trovavasi in condizione d’essere da’ suoi veterani cupidamente appetita?
Appiano, scrittore già da noi citato, conta perfino ventitrè legioni costituite da Silla in colonie per un ammontare di centoventimila uomini; sì che nella sola Italia si potevano di poi annoverare ben cencinquanta colonie; senza tener conto delle sessanta dell’Africa, delle trenta di Spagna e delle altre molte disseminate nelle Gallie e nel resto dell’orbe romano; nè fosse per ciò esagerato il dire che nessuna regione vi avesse in cui colonia non esistesse e si trovasse per tal foggia il mondo costretto ne’ ceppi e sobbarcato alla dizione ed all’imperio di Roma.
I Pompeiani — non c’era modo a ricattarsi dinanzi a quel potente — accettarono la dura legge; ma non così che piegassero ad accordare diritti di cittadinanza ai soldati a piedi ed a cavallo, di che si componevano le tre coorti.
Sventuratamente al comando di essi aveva il dittatore preposto il proprio nipote Publio Silla, uomo rotto ad eccessi e ribalderie, il qual facevasi scudo d’impunità l’essere a Lucio Cornelio congiunto, e in luogo di reprimere la prepotenza e gli abusi dei coloni, li fomentava del proprio esempio.
Qui dovrei collocare, per seguire il corso cronologico degli avvenimenti, l’insurrezione degli schiavi che aprì la seconda Guerra Servile, capitanata dal gladiatore Spartaco già di nostra conoscenza; ma risparmio ritessere la storia de’ primi suoi combattimenti pugnati contro le romane legioni al Vesuvio, perchè nel primo Capitolo di questo libro già ne toccai. Altrove ho pur narrato di lui più lungamente[41]: qui basti dire che, battuti fra Pompei e il Vesuvio due pretori, si recò nella Gallia, poi forzato a rientrare, sconfisse i due consoli Lucio Gellio e Cornelio Lentulo, finchè, nella battaglia, presso il Silaro, Licinio Crasso lui sconfisse alla sua volta ed uccise, così imponendo veramente fine a quella guerra, che aveva fatto paventar Roma, alle cui porte erasi quasi il trace gladiatore condotto; quantunque Cneo Pompeo, distruggendo nella Lucania i cinquemila gladiatori superstiti, osasse scrivere al Senato: «Crasso ha sconfitto gli schiavi, io la ribellione estinta.»
Ma nuovo e grave pericolo sorse poco tempo dopo alla salute della Romana Republica nella congiura di Lucio Sergio Catilina, la quale doveva scoppiare il primo giorno dell’anno 691 di Roma, ma che quel giorno abortì; lo che per altro non tolse che l’autore principale di essa spudoratamente si presentasse ne’ comizi per chiedere il consolato. Respinto, lavorò indefesso alla congiura, nella quale seppe collo ingegno e colle arti trascinare più di venti personaggi senatorii ed equestri. Publio Silla, il tiranno de’ Pompejani, ed Autronio Peto, che avevano agognato al consolato, ed anzi designati già consoli, accusati d’àmbito, n’erano stati condannati, tenevansi, per comune avviso, nelle trame consenzienti[42].
Trovavasi essere console Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il quale a mezzo di Quinto Curio, — tramutato da congiurato in delatore, quando da Fulvia, donna di nascita egregia ma di non egregi costumi, fu alla sua volta denunziato, — venuto ordinatamente in chiaro di tutto ed avendo in mano le fila dell’intera cospirazione, la rivelava in Senato, investendo Catilina medesimo con quell’arringa che rimase celebre ed è popolare tuttavia. Non è del mio còmpito rifar la storia di quel gravissimo avvenimento, con sì eleganti ma non sempre veridiche pagine dettata da Sallustio; basti si sappia che la battaglia, impegnata con un coraggio che fu detto degno di miglior causa da Catilina contro i soldati del console Antonio, fosse da lui perduta ed ei medesimamente restasse sul campo, insieme a diecimila congiurati, trucidato.
Nè a quella congiura soltanto il capo de’ coloni pompejani, Publio Silla, aveva preso parte, ma prima ben anco ad altra, essendo consoli in quel tempo Lucio Tullio e Marco Lepido, e della quale aveva dovuto rispondere avanti il Senato, contro l’accusa datagli da Lucio Torquato. Difeso dall’oratore Ortensio, n’era stato purgato. Tratto in giudizio una seconda volta, sulla accusa ancora dello stesso Lucio Torquato, d’avere, cioè, avuto parte nella cospirazione catilinaria, ei venne pure imputato d’aver cercato di indurre in essa anche i Pompejani, e d’avere tra questi e i coloni suscitate discordie, alimentati rancori.
Infatti i coloni da lui capitanati, una volta stabiliti in Pompei, non contenti delle migliori terre, pretesero anche il diritto appellato Ambulationis e l’altro detto Suffragii, cioè di poter passeggiare nello stadio, nell’anfiteatro, nel ginnasio, nel portico ed in altri luoghi publici e di poter convenire nelle assemblee per dar voto nelle elezioni. Per questi due diritti, che i Pompeiani negavano d’accordare, seguì un fiero dissidio tra coloni e cittadini, che fu scambiato per una publica rivolta avente attinenza per avventura, come si pretese, coi moti catilinarj. Cajo Crispo Sallustio nella sua storia punto non esitò a collocarlo col fratello Sergio nel novero de’ congiurati. Deferita la causa al Senato, venne Publio Silla revocato, e poichè si vide da gravissimo pericolo minacciato, in ragione altresì de’ suoi cattivi precedenti, la propria difesa affidò all’eloquenza di Marco Tullio Cicerone.
Parve strano e non vero che quegli il quale era stato lo scopritore ed il punitore della congiura di Catilina, avesse poi a perorare per altro de’ più tristi, che se ne dicea, nel generale sentimento, partecipe; anzi Lucio Torquato accusatore, quantunque amico a Cicerone, avendogliene mosso publicamente biasimo, egli a scagionarsene impiegò buona parte della sua orazione, adducendo per lo appunto che il fatto di essere egli stato acerrimo persecutore di quella cospirazione, difendendo fra gli accusati il solo Publio Silla, dovesse a tutti esser prova ch’ei lo tenesse per innocente, di lui nulla avendo, durante il proprio consolato, scoperto che gli concedesse diritto a ritenerlo colpevole.
Trovai scrittori i quali pensarono che Cicerone assunta avesse la difesa di Publio Silla onde ingraziarsene lo zio dittatore e per timore di lui; ma essi accontentandosi dell’intitolazione dell’arringa, non la badarono troppo pel sottile, nè la lessero tampoco; perocchè dalla medesima sia chiaramente manifesto come Lucio Cornelio Silla fosse già morto all’epoca ch’essa fu recitata, se vi si tratta come l’accusatore Torquato avesse altresì opposto: che P. Silla comperasse i gladiatori sotto pretesto di fare l’appresto degli spettacoli, i quali Fausto figliuolo del dittatore Lucio Cornelio Silla, dovea dare in ordine al testamento del padre per solennizzarne i funerali; ma che veramente venissero comperati per dar mano alla congiura[43]. Vuolsi dunque ritenere che tutt’altre ragioni lo inducessero ad assumere un tale officio.
Ecco il brano dell’arringa che riguarda in ispecialità i Pompejani e che alla meglio reco nel nostro idioma[44].
«Già quello poi che si mette innanzi, essere stati i Pompejani eccitati a questa congiura e ad entrare in questa nefanda impresa, di qual modo possa stare, non io valgo a comprendere. E che? sembra a te, o Torquato, abbiano i Pompejani veramente congiurato? Chi mai ebbe a dir questo? o qual minima sospicione fu mai di siffatta cosa? Li disgiunse, egli dice, da’ coloni, acciò con questo dissidio, suscitata la dissensione, potesse recare la città alle sue mani e i Pompejani infrenare. Ma innanzi tratto, ogni differenza de’ Pompejani e de’ Coloni è deferita a’ patroni[45], poichè sia da molti anni agitata e pendente; poscia è per guisa la cosa cognita a’ patroni che in nulla sia Silla dissenziente dalle opinioni degli altri; e da ultimo i coloni stessi vanno convinti non essere stati i Pompejani più che essi medesimi da Silla molestati. La qual cosa, o giudici, potete argomentare da questa frequenza di coloni, tutti onestissimi uomini, i quali sono qui presenti in penosa aspettazione, perchè se questo patrono, vindice e custode di loro colonia, non poterono essi avere in ogni circostanza e ad ogni aggravio incolume, in questo frangente almeno, nel quale addolorato giace, desiderano sia per voi reso sicuro e conservato.
«Con eguale ansia assistono qui del pari i Pompejani, che da quelli pur si chiamano in colpa, e che per tal guisa dissentirono da’ brogli e da’ suffragi co’ coloni, da convenire in tutto con lui circa il bene comune. Ma neppure mi sembra doversi passare sotto silenzio il merito, che da lui questa colonia essendo stata dedotta, ed avendo l’autorità della republica distratto da’ possessi de’ Pompeiani quanto dar si doveva a’ coloni; nondimeno ad entrambe le parti è così caro e giocondo, che non appaja aver gli uni molestato, ma e questi e quelli costituiti.»
La ciceroniana arringa, alla quale s’era pur fatto intervenire un fanciulletto di Silla, a intendimento di muovere a compassione i giudici, fu coronata di buon successo e Publio Silla assolto: ciò venendoci attestato da Cicerone medesimo nell’epistola terza del libro terzo a Quinto fratello suo, con quanto gusto de’ poveri Pompejani, lo giudichi il lettore.
Fu per avventura in benemerenza di questo fatto e con denaro de’ coloni, che al grande oratore venne in Pompei eretta nel foro a cagione di somma onoranza una statua.
Devesi contuttociò ritenere che siffatto procedimento contro di Silla riuscisse ad alcun bene per essi, se i coloni militari dovettero acconciarsi a stabilirsi fuori della città, nella parte occidentale. Si costruirono essi a tal uopo un sobborgo che fu denominato Pagus Felix, ancora in memoria ed onore di Lucio Cornelio Silla da sè stesso soprannominatosi felice, fondatore della colonia Pompejana.
Ninnio Mulo, valorosissimo capitano ed assai dentro nelle grazie di Silla perchè già militato avea sotto il di lui celebre parente L. Cornelio, fu deputato al comando della colonia, beneficio insperato raccolto dal giudizio promosso contro il primo capitano e patrono Publio Silla.
La Colonia Veneria continuò ad essere per tal modo retta anche dopo e nelle iscrizioni rinvenute negli scavi e del tempo di Augusto — tre lustri circa avanti Cristo — la si trova disciplinata in guisa da vedervi patroni e clienti. Questo diritto di clientela[46] del resto non era già circoscritto alle sole persone; le colonie, le città deditizie o conquistate, le nazioni alleate e i re barbari seguitarono l’esempio degli individui, eleggendosi i loro patroni nell’Urbe. Cicerone lo era dei Campani, Fabio Sanga degli Allobrogi, Catone dell’Isola di Cipro e del reame di Cappadocia, Marcello della Sicilia, ed io più sopra notai di Publio Silla essere stato altro de’ primi patroni di Pompei: a’ giorni di Augusto, ci apprendono le dette iscrizioni, che nel novero di essi pur fosse Marco Olconio Rufo figlio di Marco, decemviro in questa città, incaricato per la quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal popolo, personaggio al quale i Pompejani avevano rizzato una statua nel foro in ricambio di publiche liberalità e sopratutto d’aver eretto un tribunale presso l’Ecatonstylon, il gran teatro, una cripta e il muro laterale del tempio di Venere Fisica, onde formare l’ambulatorio nel portico dell’Agora antica.
Si sa che i facoltosi romani avessero più d’una villa ed esse a seconda delle stagioni abitassero: Plinio il giovane nelle sue lettere ci fa sapere come ne avesse in Toscana, Romagna e Lombardia e ne lasciò minute e interessanti descrizioni[47]. Ne apprende eziandio il medesimo Plinio di Silio Italico, che possedesse in uno stesso luogo più ville e, per lo soverchio amor delle nuove, ponesse in non cale le vecchie[48]. Pur Cicerone ne aveva più d’una, anzi l’abate Chaupy gliene noverò fino a ventiquattro, desumendolo da’ suoi scritti e sarebbesi perfino a cagion di esse, come ne scrisse ad Attico (Ep. I, lib. 2), fortemente indebitato, malgrado ch’egli dovesse essere ben ricco. Perocchè tutto che onest’uomo e persecutore dei depredatori, nel solo governo di Cilicia pose da banda due milioni e dugentomila sesterzi, vantandosi d’aver ciò fatto legalmente. Io non rammenterò delle sue ville che le più note, e sono due, e lo apprendiamo dalle stesse opere sue[49], l’una era quella di Tuscolo, l’altra quella di Pompei, la quale già m’avvenne di più addietro ricordare e i cui ruderi può il visitatore vedere tuttavia nella via delle Tombe; se pure nella scienza che qui egli avesse una villa, non si è di troppo affrettati a riconoscerla in questa casa, che da lui nelle Guide si intitola ed è a’ visitatori come sua designata.
Oggi codesta casa, che si vuole dell’immortale Oratore, non è più riconoscibile, a causa che pel cattivo metodo che si teneva in addietro negli scavi, essa venne ricolma di terra, a risparmio della spesa del trasporto. Fu nondimeno da essa che vennero tolte le pitture de’ Centauri e de’ Fauni danzatori di corda, le quali presentano per l’arte tutto quello che di bello, ideale e di poetica fantasia è lecito d’immaginare. Furono pure rinvenuti in essa due superbi mosaici, rappresentanti scene comiche del più delicato e squisito lavoro, della mano di Dioscoride di Samo, che vi appose il proprio nome.
Or fu in questa casa di campagna che Cesare Ottaviano, onorato poscia dall’adulazione col nome di Augusto[50], essendo ancora Triumviro, venne a visitar Cicerone ed officiarlo onde averne la protezione contro di Antonio nella lotta fra essi impegnata a disputarsi la successione di Cesare, e nel comune intento di spegnere l’aristocrazia, non a vantaggio certamente della democrazia, la quale non ebbe di poi altro frutto dal suo trionfo che di conoscere cui dovesse obbedire.
Piantata da lui l’autorità imperiale sopra il popolo romano, incominciò la serie dei Cesari che dominarono l’orbe romano.
Fu Augusto che inviò a Pompei una nuova colonia di Veterani, e come quella mandatavi da Silla avesse mutato il nome alla città sostituendovi quello di Colonia Veneria Cornelia; il sobborgo che la nuova fondò venne appellato Pagus Augustus Felix Suburbanus, che è forse il luogo stesso nel quale sorge la casa di Marco Arrio Diomede e stanno le tombe della famiglia Arria, della Istacidia, di Nevoleja Tyche e d’altri. Già fin dal momento che Roma avea cercato di mandar coloni a Pompei e questa ne li aveva rifiutati, le erano state guaste le mura, che dipoi aveva cercato di riparare, come ancor se ne vedono traccie; ma sotto Augusto sparvero affatto le lunghe cortine di queste mura, per modo che privati edificj poterono sorgere sull’area loro, e la città, spoglia affatto di difesa allora, si confuse colla colonia. Di ciò fa fede una iscrizione trovata nel teatro.
Tiberio Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola, prima che i Pretoriani lo acclamassero, alla morte di quest’ultimo, imperatore e il confermassero i soldati, il popolo, i gladiatori e i marinaj, malgrado la sua imbecillità, — onde era stato il trastullo del nipote e la madre stessa solesse dire: bestia come il mio Claudio, — ebbe a soggiornare alcun tempo a Pompei, dove gli moriva il figliuolo Druso, avuto da quella rinomatissima impudica che fu Messalina Valeria sua moglie, affogato da un frutto che aveva inghiottito.
Succedutogli nell’impero Nerone, accadde nell’anno 59 dell’era volgare un fatto nella città di Pompei, che fra i poco numerosi eventi di questa città che ne meritarono il ricordo, prima che ne seguisse la catastrofe, vuole essere memorato, come pur ne tenne conto Cajo Cornelio Tacito nel quattordicesimo libro degli Annali con queste parole che riferisco dalla traduzione del Davanzati:
«In questo tempo, di piccola contesa tra i Nocerini e i Pompejani uscì molto sangue nella festa degli accoltellanti che faceva Livinejo Regolo, raso, come dissi, dal Senato. Imperocchè dalle insolenze castellane vennero alle villanie, a’ sassi, all’armi; e vinse la plebe pompejana, che aveva la festa in casa. Molti Nocerini furon portati in Roma feriti o storpiati o morti, e pianti da’ lor padri e figliuoli. Il principe rimise la causa al Senato; esso a’ consoli: e ritornò a’ padri, i quali vietarono a’ Pompejani tal festa per dieci anni; disfecero lor compagnie fatte fuor di legge e sbandirono Livinejo e gli altri primi rissanti»[51]. Il qual fatto è pur menzionato da una caricatura politica, accompagnata da un’ironica iscrizione, state rinvenute negli scavi sulle mura esterne della via di Mercurio, iscrizione che suona così:
Campani, victoria una cum Nucerinis periistis;
cioè: Campani, una vittoria sui Nocerini vi ha distrutti.
È in questo tempo che l’imperatore mandò in Pompei come suo flamine perpetuo Valente, figlio di Decio Lucrezio Valente, di cui avverrà di citare più innanzi l’epigrafe, nella quale, a’ cinque delle calende d’aprile (28 marzo), avvisa una caccia nello anfiteatro.
È lo stesso severo storico che nel medesimo libro in cui racconta la colluttazione de’ Pompejani e Nocerini, narrando della morte data da Nerone alla madre Agrippina a Baja, mentre constata che quel mostro alfine conobbe la grande scelleratezza fatta ch’ei l’ebbe, e come nella notte che seguì il matricidio rimanesse affisato e mutolo, si rizzasse spaventato e sbalordito e «perchè i luoghi non si metton la maschera come gli uomini», non potesse veder quel mare e que’ siti. A vituperio delle città campane, lasciò poi ricordato ch’esse dell’orribile misfatto mostrassero con sagrifici e ambascerie allegrezza: vigliacca adulazione ripetuta in Roma, quando rassicurato che non gli si dava carico di quella morte, ritornatovi frammezzo alle ovazioni, ascese a render grazie agli dei in Campidoglio.
Ma più funesto e grave avvenimento toccò a Pompei nell’anno 63 sotto l’imperio dello stesso Nerone, consoli essendo Memmio Regolo e Virginio Rufo, ed è con la narrazione di esso che porrò fine a questo Capitolo, e che fu precursore dell’altro onde si chiuse l’esistenza e la storia della sfortunata città.
L’imperatore, stordito il mondo delle sue crudeltà ed uccisioni, incendiata Roma, persino accompagnandone il crepitante sfascio co’ suoni della cetra, s’era preso della libidine di rivaleggiare co’ migliori artisti da teatro e citaredi. Trovatasi egli ne’ primi di febbrajo di quell’anno in Neapoli ed attendeva in teatro a cantare, quando un terribile terremoto squassò quella vulcanica terra. Avvertito Cesare dell’evento, non volle abbandonare la scena se prima non ebbe compiuto il trillo di un suo canto favorito.
E la terra traballava sotto i suoi piedi!
Uscito egli appena dal teatro l’edificio intero crollava.
Quanto durasse il terremoto, quanta ruina cagionasse a Neapoli, ma più ancora ad Ercolano e Pompei, ci lasciò ricordato Seneca nel seguente passo:
«Pompei, celebre città della Campania, intorno alla quale la riva di Sorrento e di Stabia da una parte e quella d’Ercolano dall’altra formano col loro incurvamento un golfo ridente, è stata rovinata, ed i contigui luoghi molto maltrattati da un tremuoto accaduto nel verno, vale a dire in una stagione che i nostri antenati credevano esente da pericoli di tal sorta. Fu a’ cinque di febbrajo, sotto il consolato di Regolo e di Virginio, che la Campania (la quale era stata sempre minacciata, ma almeno senza alcun danno e sol travagliata dal timore fino a quel momento) venne con grande strage devastata da questa violenta scossa della terra. Una parte della città d’Ercolano è stata distrutta, e ciò che ne rimane non è ancora sicuro. La colonia di Nuceria fu, se non rovesciata, certo malconcia. Neapoli ha sofferto delle perdite piuttosto particolari che publiche e lievemente fu tocca da questo gravissimo flagello. Molte case di campagna risentirono della scossa senza effetto. Si aggiunge che delle statue furono spezzate e che dopo di questo avvenimento funesto si videro errare pe’ campi persone prive di conoscenza e di sensi»[52].
I Pompejani salvatisi dalla rovinata città, l’abbandonarono e non vi fecero la più parte ritorno che qualche anno dopo, ponendosi allora a riedificarla o restaurarla, a seconda del bisogno, presto dimentichi della patita sciagura e spensierati che rinnovar si potesse nell’avvenire; e però tutti intenti a decorarla coll’arti belle, a rallegrarla di festosi conviti, a inebriarla di spettacoli e ringiovanirla di vita più gagliarda che mai.
Mensa Ponderaria. — Fig. I. B. E. Misure per gli Aridi. — A. C. D. F. G. H. I. Misure pei liquidi. — Fig. II. Spaccato della fig. I. — Fig. III. Extra misura. — Questa tavola è tolta al N. 15 del giornale degli Scavi, Nuova Serie. Vol. I. Cap. IV.