CAPITOLO IV. Storia.
PERIODO SECONDO
Leggi, Monete, Offici e Costume.
Il Municipio — Ordini cittadini — Decurioni, Duumviri, Quinquennale, Edili, Questore. — Il flamine Valente — Sollecitazioni elettorali — I cavalieri — Gli augustali — Condizioni fatte alle Colonie — Il Bisellium — Dogane in Pompei — Pesi e Misure — Monete — La Hausse e la Baisse — Posta — Invenzione della Posta — I portalettere romani — Lingua parlata in Pompei — Lingua scritta — Papiri — Modo di scrivere — Codicilli e Pugillares — Lusso in Pompei — Il leone di Marco Aurelio — Schiavi — Schiavi agricoltori — Vini pompejani — Camangiari rinvenuti negli scavi — Il Garo o caviale liquido pompeiano — Malati mandati a Pompei.
Quando l’Allighieri, tratta occasione dalle accoglienze oneste e liete fatte nel Purgatorio da Sordello a Virgilio per ciò solo che il riconobbe della sua terra, si fa a rimproverare l’Italia di sue civili discordie ed ironicamente poi si gitta sulla sua Fiorenza, quasi costei presumesse essere di condizione diversa da quella infelice e di tutti i popoli d’Italia e prorompe quindi nel rampognarne la mobilità de’ provvedimenti, così si esprime:
Quante volte del tempo che rimembre,
Leggi, monete, offici e costume
Hai tu mutato e rinnovato membre[53].
Nel secondo verso di questo terzetto compendia l’immortale poeta tutto quanto ha tratto al viver civile; ond’io pur intendendo di versare intorno a ciò per Pompei in questo Capitolo, spiccai quel Verso per mettervelo in fronte e, a non guastarlo, non vi tolsi le monete, di cui veramente non ho ragioni ad occuparmi qui a lungo, perocchè Pompei non ne contasse di speciali, ma tenesse quelle che avean corso in Roma, essendo diritto particolare prima de’ consoli, quindi dell’imperatore il batter moneta d’oro e d’argento, e del Senato il battere quella di rame; sebbene a talune colonie e città venisse conservato il privilegio di monete particolari.
Ho già toccato di Pompei passato dallo stato autonomo originario a regolarsi con que’ diritti che erano inerenti a’ municipj romani. Dopo la Guerra Sociale era ciò avvenuto, e Mario vi aveva d’assai contribuito: Pompei, come gli altri paesi entrati nella lega latina, avendo ottenuta la romana cittadinanza e perciò divenuta, nel vero senso del diritto latino e italico, municipio[54], reggevasi con leggi proprie e proprj comizj modellati per altro alla foggia romana. In virtù di che, il pompejano, membro della propria indipendente comunità, non cessò di essere cittadino romano, così appunto avverandosi quella sentenza di Cicerone che ho già ricordata, che a’ municipj competessero due patrie, l’una di natura, di diritto l’altra.
Si sa che i municipj optimo jure, come pare dovesse essere Pompei, avessero tutti i diritti e gli obblighi dei cittadini romani, mentre gli altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei, e come persuadono le iscrizioni rinvenute lungo le vie sulle muraglie delle case a grandi lettere in color rosso o nero; come se i diciotto secoli trascorsi non fossero stati che diciotto giorni, nei quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i parassiti e i liberali sollecitavano il publico a pro’ de’ loro proprj candidati. Così praticavasi largheggiar di elogi a’ cittadini che si volevano eleggere, e biasimo a’ più sconosciuti od immeritevoli di alto ufficio, come farebbesi suppergiù a’ dì nostri nell’occasioni delle elezioni amministrative e politiche. V’era pur anche questo di buono nei municipj d’Italia e delle provincie, che vi restasse più integra la dignità ed autorità che non in Roma; perocchè quivi ben potesse l’imperatore compiervi atti di arbitrio e violenza; ma essendo il carattere della politica romana di non fondarsi soltanto sull’esercito, nella polizia e di tutto regolamentare; ne conseguitava che a’ municipj venisse conservata quella vita, che più nell’Urbe non si riscontrava, e rispettata ne fosse l’indipendenza, e la legge municipale andasse immune da’ capricci del principe e dalle sottigliezze de’ giusperiti.
Pompei dunque, come municipium, che aveva, cioè, ricevuto il munus, o prerogativa speciale dei diritti di romana cittadinanza, teneva la costituzione pari a quella di Roma, la quale divideva i suoi abitanti in tre ordini: il senato, i cavalieri e il popolo. Perocchè nei municipj ed anche in Pompei vi fossero i Sexviri Augustales, ossiano sacerdoti in onore di Augusto, il cui collegio costituiva un ordine distinto fra il popolo e i Decurioni, e teneva luogo de’ cavalieri romani. Più sotto riferirò qualche lapide, in cui di tale dignità è fatta menzione.
Questi sacerdoti, come Tacito attesta, vennero prima in numero di ventuno istituiti da Tiberio, aumentati poi di quattro, pel culto di Augusto divinizzato. Presto anche alle colonie e a’ municipii vennero allo stesso fine estesi i collegi degli Augustali, ne’ quali i primi sei nominati si dicevano sexviri augustales e si nominavano dai decurioni. Quindi crebbero d’assai e si divisero in collegi di giovani e di seniori, a’ quali i seviri erano preposti. Fu disputato se l’augustalità fosse una magistratura; ma Noriso, in una sua dissertazione su d’un Cenotafio pisano respinse trionfalmente una tale opinione.
L’ordine dei Decurioni vi formava la curia, la quale corrispondeva al Senato dell’Urbe e componevasi di cento. Nelle cose più importanti tuttavia dovevano intendersela col popolo; dal che venne l’ordo populusque delle lapidi che pur si trovarono in Pompei. Plinio, nella epistola XIX del primo libro, ci avvisa che per essere ammessi a quest’ordine fosse mestieri possedere un patrimonio di centomila sesterzi, che equivarrebbero a ventimila lire d’Italia. Ai consoli equivalevano i duumviri con giurisdizione in certe cause; e come fossero la primaria magistratura, nelle colonie, aveano il privilegio de’ fasci, ma non potevano usarli fuori del loro territorio, a seconda del principio di diritto extra territorium jusdicentis impune non paretur. Di essi ritornerò a dire nel capitolo del Foro e della Basilica. V’erano il quinquennale, o censore, il tribuno, il difensore, gli edili, gli attuarj, ed erano queste le varie cariche colle quali internamente si amministravano a loro piacimento. V’era inoltre il pretore, il questore gerente del reddito publico, il patrono della città, il maestro dei sobborghi e dei trivii, e vie via altre cariche minori.
Nelle iscrizioni pompeiane sovente si fa cenno ai maggiori magistrati, ed anzi una, che appare fatta publica di quel Valente che fu creato Flamine perpetuo da Nerone, ci rende edotti della presenza di questa dignità imperiale in Pompei e di certa importante autorità a lui conferita, se egli in essa iscrizione avvisa una caccia nell’anfiteatro, nel quale verrebbero distesi i velarii:
VALENTIS . FLAMINIS . NERONIS . AVG .
F . PERPETVI .
D . LVCRET . I . VALENTIS . FILII
Y . K . K . APRIL . VENATIO . ET . VELA. ERVNT
P . COLONIA
Queste due ultime parole, che significano Pompejana Colonia, appajono apposte dopo e da altra mano.
In altra è rammentato l’edile Marcellino, cui si raccomandano legnajuoli e carrettieri:
MARCELLINVM . ÆDILEM . LIGNAR I . ET . PLOSTAR I . ROGANT
I lavoratori delle Saline si raccomandano in altra a Marco Cerrinio Edile:
M . CERRINIVM . ÆD. SALINIENSES . ROG .
I facchini pregano Aulo Vezio in questa:
A . VETTIVM . ÆD . SACAR I . ROG .
Gli orefici l’edile Cajo Cuspio Pansa:
C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . AVRIFICES . VNIVERSI . ROG .
e Celio Cajo prega lo stesso edile, e Sergio Infanzione prega Popidio secondo edile, giovani probi degni della Republica, acciò esserne favoriti:
C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . OR .
CÆlIVS . CAIVS .
JVVENES . PROBOS . DIGNOS . R . P . O . V . F .
SER . INFANTIO .
Una tale epigrafe constata la notizia che si ha dalla storia che due fossero nella città gli edili. Così appellati dalla sopraintendenza agli edificj (a cura ædium), avean particolare cura degli edificj della città, templi, bagni, basiliche, teatri, acquidotti e simili, e in difetto di censori, anche delle case private. Esercitavano una specie di polizia su’ mercanti, sulle taverne, sui pesi e misure, sulle rappresentazioni teatrali, ecc.
I fruttajuoli, Pomarii, si raccomandano coll’usata formola rogant a Giulio Sabino edile e gli stessi in altra iscrizione all’edile Marco Cerrinio.
Cajo Giulio Polibio vien detto duumviro in una iscrizione a cui manca il nome di chi prega e il verbo:
C . JVLIVM . POLIBIVM . DVVMVIRUM .
Son pure ricordati edili un Marcello ed un Albucio in questa:
MARCELLVM . ÆDILEM . ET . ALBVCIVM . ORAT .
I Venerei salutano in quest’altra il giudice duumviro Paquio:
PAQVIO . DVVMVIR . I . D . VENEREI .
La carica di quinquennale, così detti da’ cinque anni che durava la loro carica ed avevano autorità di censori, è testimoniata dall’iscrizione ad Aulo Vejo, figlio di Marco, duumviro di giustizia, per la seconda volta quinquennale, tribuno de’ soldati eletto dal popolo:
A . VEJO . M . F . II . VIR . I . D .
ITER . QVIN . TRIB .
MILIT . AB . POPVL . EX . D . D .
E così altre molte iscrizioni publiche ricordano nomi e dignità e attestano ad un tempo della consuetudine pompejana, divisa pure da altre città dell’impero romano, di così i clienti raccomandarsi a’ magistrati.
L’ordine de’ Cavalieri veniva, in Roma, subito dopo quello de’ Senatori, ed era il più distinto. Per entrare in esso occorreva un patrimonio di quattrocentomila sesterzj, equivalenti a ottantamila lire italiane; onde Orazio ha nella Epistola I del lib. I:
Si quadringentis sex septem milia desunt
Est animus tibi, sunt mores et lingua, fidesque,
Plebs eris[55].
Non oserei asseverare con franchezza che l’egual patrimonio si richiedesse nelle colonie per entrare nell’ordine degli Augustali.
Nè fu ostacolo a tutti questi liberi ordinamenti, foggiati sul modulo di Roma stessa, l’essere stata Pompei dichiarala colonia e perfino l’essere stato a lei cambiato il nome in Colonia Veneria Cornelia; perocchè se negli anteriori tempi le romane colonie erano politiche istituzioni create ad unico beneficio della metropoli ed a vigilanza de’ nemici in mezzo a’ quali si piantavano, — onde ci avvenne già nelle pagine precedenti di vedere i prischi abitatori rivoltarsi contro i presidj romani e trucidarli, — la legge Giulia, dopo la Guerra Sociale, fece alle colonie migliori condizioni. Tutti gli Italiani divennero cittadini romani, adottarono le leggi di Roma, acconciandovi le patrie costituzioni, ed ebbero il diritto di suffragio e di eleggibilità; onde scomparir deve, a mio credere, la meraviglia che fra Paolo Sarpi ebbe ad esprimere nell’Opinione in qual modo debba governarsi la Republica Veneziana, che, cioè, le colonie romane siensi mantenute sempre con affetto alla madre patria, mentre i cittadini trapiantati da Venezia a Candia divennero selvaggi od avversi. Imperocchè la ragione abbiasi a rinvenire in ciò che Roma accordasse a’ nuovi coloni i diritti di cittadini romani: mentre Venezia invece a quelli mandati a Candia avesse a togliere i privilegi che avevano goduto innanzi di cittadini veneti.
E, poichè sono al tema delle leggi e degli officj, reputo dover qui toccare di quell’onore che gli antichi accordar solevano a’ principali loro magistrati e che nelle lapidi pompejane vediamo più d’una volta menzionato. Voglio dire dell’onore del bisellium, concesso in Pompei, come nelle altre colonie e municipj, a’ decurioni e duumviri.
Consisteva esso nel seggio onorifico e distinto cui davasi diritto nelle publiche adunanze di affari o degli spettacoli. I Romani dedotto avevano dagli Etruschi l’uso delle sedie curuli pe’ senatori e consoli; a loro imitazione nelle provincie venne introdotto il bisellio. Era un largo sedile capace di due persone, abbenchè in fatto non servisse che per una sola. Ambitissima era una tale distinzione e non veniva largita che a’ cittadini i quali si fossero meglio distinti nell’esercizio delle più alte funzioni e ben meritato avessero della patria. Lo si concedeva con un diploma dei decurioni, confermato dal popolo. Tanto apprendiamo dalla seguente iscrizione scolpita sul sepolcro di Cajo Calvenzio Quieto nella Via delle Tombe della città che ho presa a dichiarare:
C . CALVENTIO . QVIETO .
AVGVSTALI
HVIC . OB . MVNIFICENT . DECVRIONVM .
DECRETO . ET . POPVLI . CONSENSV . BISELLII
HONOR . DATUS . EST
Egualmente risulta che l’onore del bisellio conferivasi dai decurioni col consenso del popolo dall’iscrizione scolpita sul sepolcro di Nevoleja Tiche, che esprime appunto com’essa, liberta di Giulia, a sè stessa ed a Cajo Munazio Fausto Seviro augustale e pagano, cioè del Pago Augusto Felice, a cui i decurioni col Consenso del popolo decretarono il bisellio pe’ suoi meriti, vivente abbia elevato il monumento a’ suoi liberti e liberte ed a quelli di Cajo Munazio Fausto:
NÆVOLEIA . I . LIB . TYCHE . SIM . ET
C . MVNAZIO . FAVSTO . VI . V . AVG. ET. PAGANO
CVI . DECVRIONES . CONSENSV . POPVLI
BISELLIUM . OB . MERITA . EIVS . DECRETAVERVNT .
HOC . MONIMENTVM . NÆVOLEIA . TYCHE
LIBERTIS . SVIS .
LIBERTATISQVE . ET . C . MVNATI . FAVST .
VIVA . FECIT .
Questo monumento di Nevoleja Tiche reca dal lato che riguarda la porta della città, scolpito in rilievo, il bisellio, e senza di esso e dei due di bronzo rinvenuti negli scavi pompejani, ci sarebbe ancora sconosciuta la forma di questo seggio d’onore. Vedesi senza spalliera e ricoperto di un pulvinare, o cuscino con frange pendenti.
Il bisellium, scrive Chimentelli, era al duumvirato ciò che era il laticlavo[56] all’autorità senatoria, ed il ceppo di vite a quella del centurione[57]. Parrebbe altresì che fosse talvolta attribuito anche agli Augustali[58], come infatti, dalla surriferita epigrafe di Nevoleja, lo vediamo essere stato accordato al seviro Cajo Munazio Fausto.
Il Falieri opina poi essere assai probabile che l’onore del bisellium fosse proprio unicamente della Augustalità, ossia di que’ sacerdoti, che come più sopra ho notato, vennero istituiti in onore d’Augusto collocato fra i numi; ma non già perchè fosse comune a tutti gli augustali, ma perchè venisse concesso a coloro che nella augustalità fossero i più onorevoli e degni.
Il medesimo autore reca la deliberazione dei centumviri del municipio di Vejo, che convennero in Roma nel tempio di Venere Genitrice, e piacque ad essi permettete a Cajo Giulio, liberto del Divo Augusto, che venisse il giustissimo onore decretato di essere ascritto nel numero degli augustali, e gli fosse concesso in tutti gli spettacoli di quel municipio sedere nei bisellio proprio fra gli augustali; e una iscrizione che Quinto Largenujo Chresimo diede di molti sesterzi alla republica de’ Pisani per l’onore del bisellio. Il Grutero ha pur una iscrizione antica dalla quale appare lo stesso onore accordato a Tizio Chresimo augustale.
Importa ora conoscere, alla migliore idea della publica amministrazione di Pompei, come si scoprisse nella Via delle Terme uno stabilimento che corrisponderebbe ad una odierna dogana e che gli antichi appellavano con parola greca Telonium — Τελωνὶσν — o banco de’ gabellieri ed anche Ponderarium, da pondus, peso, perchè luogo a pesare le merci. Vi si accede per una porta larga forse trenta piedi e si trova in un cortile, nel fondo del quale sta un piedistallo che un dì sosteneva forse una statua, rovesciatasi per avventura nell’anno 63, quando avvenne quel formidabile tremuoto, che tanto guasto menò alla città, e di cui ho già informato il lettore, nè più rimessavi poi.
Si rinvenne in questa località una discreta quantità di pesi di marmo e di piombo, circolari e di differenti grossezze ed altri marcati con buchi o con punti rilevanti. Su taluni si lessero le sigle C. Pon, cioè centum pondo, in altri Pon, pondo, ed in altri ancora Ta, talentum. Su molti piccoli pesi quadrati di piombo da un lato stava impressa la parola Eme, compera, dall’altro Habebis, l’avrai. Alcuni poi portavano inciso il visto del magistrato: exacta in capita.
Si trovò pure una stadera con ganci all’estremità della sua catena e nell’asta marcati i numeri da uno ad otto, col peso pendente di 22 once, raffigurante un Mercurio. In altra stadera i numeri appaiono duplicati nella parte opposta, e in una bilancia con coppa lungo la sua asta erano impresse le seguenti parole:
IMP. VESP. AVG. IIX. C. IMP. AVG. T. VI. C. EXACTA. IN. CAPITOL.
cioè: nel consolato ottavo di Vespasiano imperatore Augusto e nel sesto di Tito Imperatore, figlio d’Augusto, provata nel Campidoglio.
Qui mi conviene far cenno altresì di cinque altre bilancie romane, interamente di bronzo, notevoli pei modi diversi ond’è segnato il numero nei varj punti in cui puossi appoggiare il peso. Su due di esse sono impressi questi numeri, V, X, XV, XX, che significano 5, 10, 15, 20: su d’un’altra i seguenti XIIIIVIIIIXXIIIIVIIIIXXXIIII, che equivalgono da 10 fino a 54: sulla quinta finalmente questi: IIIVX, V, XX, XXX, IIII, cioè 2, 3, 4, 5, 15, 20, 30, 34.
Bilancie Pompeiane. Vol. I Cap. IV. Storia, ecc.
Piacemi per ultimo constatare che tutte queste bilancie veggonsi fabbricate con mirabile diligenza, e i contrappesi, æquipondium, rappresentano teste di donna, o satiri, di squisito lavoro.
Ora per menzionare di tutte le misure publiche che si scoprirono in Pompei, dirò che alla Porta alla Marina, presso al tempio di Venere, scorgesi il modulo di capacità per i solidi, e consiste in una pietra di tufo in forma di rettangolo con tre cavità coniche forate al disotto che si chiudevano con una placca di metallo e si riaprivano dopo che s’era verificata la quantità della granaglia.
A qualche distanza poi era un altro congenere monumento, più grande e più perfetto, che si vorrebbe anzi uno de’ più interessanti monumenti dell’antichità, trasportato al Museo già Borbonico, ora Nazionale, in Napoli. Conteneva esso non solamente le misure de’ solidi, ma ben anco quelle de’ liquidi, e ricercandole in quell’interessantissimo Stabilimento che non ha, cred’io, l’eguale in ricchezza e quantità d’antiche cose e preziosissime, vi leggerete ancora la seguente iscrizione, la quale vi farà sapere che Aulo Clodio Flacco figlio di Aulo e Narceo Arelliano Caledo, figlio di Narceo, duumviri di giustizia, vennero incaricati, per decreto de’ decurioni, di rettificare le publiche misure.
A . CLODIVS . A . E . FLACCVS . NARCEVS . N . F
ARELLIAN . CALEDVS
D . V . I . D . MENSVRAS . EXÆQUANDAS . EX
DEC . DECR .
Tale rettifica venne, non ha dubbio, eseguita, secondo la pratica romana, tanto a riguardo dei pesi, che dallo scripulum, pari agli odierni grammi 1,136 andava all’as, o libra, eguale a grammi 327,187; e dall’as e dupondium che costituivasi di due assi, fino al centussis, ossieno chilogrammi 32,718; che a riguardo delle misure lineari e di quelle di superficie e di capacità.
Le misure lineari dividevansi in uncia; palmus, pari a 3 oncie; pes, che era unità di misura, pari a 4 palmi corrispondente a metri 0,295; cubitus pari a un piede e mezzo; passus eguale a tre cubiti e un terzo; decempeda eguale a due passi; actus pari a dodici decempedi; miliarium pari ad actus 41 2⁄3, corrispondente a chilometri 1,475.
Così le misure di superficie suddividevansi in pedes quadrati, di cui cento formavano lo scripulum, pari a metri quadrati 8; in clima o 30 scripuli; in actus o clima 4; in jugera eguali a 2 actus e formava l’unità dei quadrati, e nella sua divisione ricorre la partizione dell’asse in oncie e loro frazioni. Lo jugero era un bislungo di 240 piedi sopra 120, cioè 20,800 piedi quadrati. Un jugero sarebbe pari agli odierni ari 24 e metri q. 68 e come sarebbesi in addietro in Lombardia detto d’un’estensione di terreno, che si costituiva di pertiche e tavole, ed oggi di ettari ed ari, allora si parlava di jugeri, onde Tibullo, ad indicare uom facoltoso, ha in principio d’una sua elegia:
Divitias alius fulvi sibi congerat auri
Et teneat culti jugera multa soli.[59]
Poi v’era heredium costituito di due jugeri, richiedendosi 5 heredia a formare un nostro ettaro, 48 ari e 8 metri q.; centuria di cento heredia e saltus di 4 centuria.
Le misure di capacità erano: ligula eguale a un decilitro nostro e 14 centilitri; cyathus di 4 ligulæ; acetabulum che era un cyathus e mezzo; quartarius, o due acetabula pari a odierni litri 1,375, hemina o due quartarii; sextarius che constava di 2 heminæ; congius di 6 sextarii, modius di 2 1⁄3 congii; urna di un modio e mezzo; amphora, che era l’unità di misura di capacità e valeva 2 urnæ, corrispondente a 80 libbre di vino, secondo il computo di Festo, il che monta a litri 26,3995, posto il peso specifico del vino 0,9915. Dieci amphoræ equivarrebbero a’ nostri ettolitri 2 e 44 decalitri. Finalmente il culeus pari a 20 amphoræ, sarebbe quanto 5 ettolitri e 28 decalitri de’ nostri.
Delle Monete ho superiormente spiegato non constarmi che in Pompei se ne coniassero di particolari e ne fornii le ragioni, e se Roma ne fece battere nella Campania, si sa che vi adoprasse il tipo nazionale del Giano bifronte e la prora di nave. Sulle monete della Magna Grecia, fra le città della quale annoverar si deve Pompei, in luogo dei rostri, vedesi in rilievo il bove colla testa umana, sotto cui raffigurasi la divinità detta Eubone, che antichissimamente adoravasi, come simbolo di fertilità, in Neapoli. Di quest’ultima città poi si hanno moltissime monete antiche in rame ed in argento, le quali sono di squisito lavoro e presentano diversi tipi. La moneta romana era quella adunque che negli ultimi suoi anni Pompei usava ne’ suoi commerci ed usi quotidiani e che fu rinvenuta e si rinviene tuttora nelle escavazioni. Anche nella Casa del Questore furono trovate monete romane degli ultimi imperatori di quell’epoca: egualmente altrove di Nerone, di Tito, Domiziano, Ottone e d’altri.
Darò brevemente alcune nozioni sulla moneta romana e sulla sua valutazione, nel quale argomento si è ancor lungi dall’avere la maggiore certezza.
L’asse, parola derivata forse dal nome del suo metallo æs, era una libbra da 12 once di bronzo non coniato, e costituì la prima unità monetaria romana. Essendosi al tempo di Servio Tullio impressa su di esso la figura d’una pecora, ricevette il nome di pecunia.
Venne di poi nel 485 di Roma il denaro, dalle due parole dena æris, perchè equivalente a dieci assi di bronzo, e fu la prima moneta d’argento. Il quinario rappresentò la metà del denaro, il sesterzio il quarto, cioè due assi e mezzo. Spezzati più piccoli furono la libella pari ad un asse; la sembella a mezzo asse o mezza libbra di bronzo; il teruncio ad un quarto di libbra.
In seguito queste monete subirono variazioni: al fine della prima guerra cartaginese, l’asse fu ridotto a sole due once; nell’anno 537 l’asse scese al peso d’un’oncia; il danaro si sollevò a sedici assi, il quinario a otto, il sesterzio a quattro. La legge Papiria del 562 abbassò l’asse a mezz’oncia di rame, nè restò più che moneta di conto, divenuto unità monetaria il sesterzio.
E qui giova avvertire che il sestertius non vuol essere scambiato pel sestertium, moneta di conto che valeva mille sestertii.
La prima moneta d’oro fu battuta dai Romani nel 547 alla ragione d’uno scrupulum per 20 sesterzj. Poi si battè l’aureus, detto anche solidus pari a 100 sestertii e a 23 denarii.
Dureau de la Malle, nel suo libro dell’Economia de’ Romani, pareggia il denaro al principio della Republica a L. 1.63; sotto Cesare a L. 1.12; sotto Augusto a L. 1.08; sotto Tiberio a L. 1; sotto Claudio a L. 1.05: sotto Nerone a L. 1.02; sotto gli Antonini a L. 1.
La libbra d’oro, di cui sovente nelle scritture antiche si parla, può valutarsi a L. 900: a 75 quella d’argento. Sul declinare dell’impero, la libbra d’oro valse L. 1066.
Così abbiamo un primo cenno a quella fluttuazione, od altalena nei valori, che ora alla Borsa vien designata colle parole rialzo e ribasso, o più comunemente colle forestiere di la hausse et la baisse, su cui si specula da’ mercadanti e non mercadanti, che sono la vera e più funesta piaga della odierna società, causa spesso come di improvvise fortune colossali, così di subite e precipitose ruine.
«Nel trattato d’Antioco coi Romani, riferito da Polibio e Tito Livio (scrive C. Cantù, alla cui Storia degli Italiani debbo parecchie notizie per questo mio libro), si stipula che il tributo si paghi in talenti attici di buon peso, e che il talento pesi ottanta libbre romane. Sapendo d’altro luogo che il talento era seimila dramme, otterremo il peso della dramma = grani 82 1⁄7. Il talento attico può approssimare a lire seimila.»[60]
La esistenza constatata in Pompei di due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio e di Agato Vajo, scoperto il primo nel 1769 e l’altro nel successivo anno, mi trae a dire di altra istituzione che s’ha ragione di supporre esistente in Pompei, quella, cioè, della posta.
Imperocchè nel primo singolarmente, dove vedesi una porta larga undici piedi e mezzo colla soglia senza scaglione e piano, accessibile quindi a’ veicoli, si rinvennero ruote, ferri e bardamenti di cavalli e si ritenne però che qui potesse sostare la posta. Svetonio nella vita di Ottaviano Augusto, rammenta come questo imperatore la stabilisse sulle vie consolari, con rede, essede e plaustri, e vi attivasse corrieri in tutte le mansiones, che così appunto appellavansi le stazioni postali. Siffatto sistema, prestando fede ad Erodoto, sarebbe stato imaginato dai Persi, e Senofonte lo conferma narrando di Ciro che nella spedizione contro gli Sciti, fissasse le poste del suo reame circa cinquecento anni avanti Cristo. Tiberio avrebbe d’assai vantaggiata l’introduzione d’Augusto; vuolsi anzi vi ideasse forme analoghe alle nostre. — In quest’albergo di Albino la posta doveva avere la sua mansione; a differenza dell’albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo, nel quale trovato essendosi gli avanzi di tre carri, — i cui cerchi di ferro si conservano al Museo Nazionale di Napoli — con fontane e abbeveratoj di animali e questa iscrizione:
C . CVSPIVM . PANSAM
ÆD . MVLIONES . VNIVERSI
AGATO . VAIO
coll’altra sottoposta:
IVLIVS . POLIBIVS . COLLEGA . FECIT[61]
si è già indotti a credere che fosse meglio uno stallazzo da mulattieri.
Con ciò per altro non credo sostenere che a questa istituzione della posta, valevole al trasporto de’ passeggieri, quella fosse pure congiunta del trasporto regolare delle lettere, come si vede praticato in oggi; perocchè questa bella ed utilissima invenzione de’ cui vantaggi tutta gode presentemente la parte civile del mondo, non fosse ancor conosciuta, venendo assegnata ad epoca d’assai posteriore ed a merito de’ Veneziani. V’erano bensì staffette, latinamente dette veredarii, ma queste non portavano che i publici dispacci. I privati, che volevano carteggiare co’ lontani, doveano quindi servirsi con grave loro spesa di messi appositi, detti tabellarii, ossia portalettere, o procacci, come più propriamente qui dovrebbesi dire[62].
Meglio posso dire della lingua che si parlava in Pompei. Ben osservò Gibbon come i Romani fossero così persuasi della influenza della lingua sui costumi nazionali, che più seria cura di essi fosse quella di estendere col progresso delle loro armi l’uso eziandio della loro lingua[63], e sappiamo anzi a proposito dal summentovato Svetonio, come l’imperatore Claudio degradasse un ragguardevole greco perchè non sapesse la lingua latina[64].
Se la lingua di Cicerone e Virgilio — sebbene con qualche inevitabile miscuglio di corruzione — fu così universalmente adottata sin nelle province dell’Africa, della Spagna, della Gallia, della Britannia e della Pannonia; se della sola Spagna ebbe la latinità que’ chiari scrittori che furono i due Seneca, Marziale, Lucano, Columella e Quintiliano, è presto argomentato com’essa divenisse per tutta Italia non solo la lingua ufficiale, ma ben anco la parlata ed anche in Pompei fosse, nella classe almeno meglio educata, la più generalmente usata.
Taluni per altro pretesero voler desumere da ciò che da queste classi meglio educate pur si usasse del greco idioma, che dunque fosse l’antica lingua parlata in Pompei, e trarne perfino illazioni intorno alle origini; ma non credo che ciò sia esattamente vero. Imperocchè il succitato Gibbon giustamente osservasse come la vittoriosa Roma fosse ella stessa soggiogata dalle arti della Grecia. «Quegli immortali scrittori — scrive egli — che fanno ancora l’ammirazione della moderna Europa, presto divennero l’oggetto favorito dello studio e dell’imitazione nell’Italia e nelle province occidentali. Ma non portavano danno le geniali occupazioni dei Romani alle radicate massime della loro politica. Mentre si riconoscevano le bellezze della lingua greca, sostenevano la dignità della latina; e l’uso esclusivo della seconda fu conservato inflessibilmente nell’amministrazione sì del governo civile che del militare. I due linguaggi esercitavano nel tempo istesso la loro separata giurisdizione per tutto l’impero; il primo come naturale idioma della scienza, il secondo come il dialetto legale degli atti publici. Quelli che univano le lettere agli affari erano egualmente versati nell’uno e nell’altro, ed era quasi impossibile in qualunque provincia di trovare un suddito romano di una educazione liberale, che non sapesse nel tempo stesso la lingua greca e la latina.»[65]
Così può spiegarsi il promiscuo uso in Pompei dei due linguaggi, senza per questo correre a diverse supposizioni. Piuttosto ammetteremo che l’origine osca degli abitatori di Pompei, da me riferita, venisse attestata dalle molte iscrizioni trovate negli scavi e di cui si hanno dotte interpretazioni nel Giornale di essi che si stampa a Napoli, e se devesi ritenere quanto con certo fondamento si sostiene da parecchi scrittori e dal Fontanini che il popolo non si valesse nel famigliare linguaggio della lingua latina, ma sì de’ dialetti speciali, come si sa che infatti antichissimi fossero il Sabino, l’Etrusco ed il Veneto, io credo che una prova di tale opinione si abbia in ciò che i Pompejani alla loro volta avessero conservato il dialetto osco e lo parlassero volgarmente. Detti e motti graffiti in questa lingua sulle muraglie delle case suffragano validamente una tal prova.
Se latina era dunque la lingua generalmente parlata dalle classi più elevate, e se osca quella usata dal basso popolo in Pompei; latina era pure quella che generalmente solevano scrivere e l’ufficiale; non escludendo per altro che gli uomini più letterati si servissero assai della greca, quantunque meno frequentemente negli ultimi tempi che in addietro.
A ciò attestare, si rinvennero negli scavi tanto d’Ercolano che di Pompei, più per altro in quella città che in questa, non pochi papiri, i quali, appunto perchè nella più parte riflettenti studj, anzichè atti o scritture attinenti agli affari, furono nella massima parte dettati nella lingua greca[66]. Sebbene codesti molti cimelj non abbiano ancora di assai avvantaggiata la storia od altro ramo dello scibile umano; tuttavia non è detto che quegli che non sono per anco svolti e pubblicati non abbiano ad essere di maggiore interesse.
Ho detto svolti, perchè quali vennero trovati, non figurano che altrettanti pezzi di carbone, così resi dalle ardenti materie onde furono avvolti, nè par vero che siasi potuto vincere la loro rigidità e spiegarli e renderli atti alla lettura. C. Rosini aveva nel 1793 in Napoli edito due tomi di questi scritti ercolanesi sotto il titolo Herculanensium voluminum quæ supersunt. Il Canonico De-Jorio fin dal 1823 in Napoli nella sua Officina de’ papiri ne fece la descrizione e più Volumi di que’ papiri trascritti sono omai fatti di pubblica ragione; qualche migliajo ancora attende la medesima sorte. De Mürr fin dal 1804 aveva in Parigi pur mandato per le stampe un suo commento intorno ai papiri greci scoperti in Ercolano De papyris seu voluminibus herculanensibus commentatio, e Hayter in Londra nel 1810 un suo lavoro dal titolo A report upon the herculaneum manuscript.
Si sa che i papiri e le pergamene fossero la carta usata più comunemente in que’ tempi per le scritture: quelli costituiti da fili di un giunco cresciuto sulle sponde del Nilo, avente un tal nome e però d’origine egizia; questa di pelle per lo più ovina e derivante il suo nome da Pergamo, città dell’Asia Minore, dove fu prima usata; le tavolette cerate, di cui tanto sovente si fa cenno nelle opere antiche, erano per le più brevi scritture, e chi volesse poi avere più particolareggiate notizie Dello scrivere degli antichi Romani, consulti le dottissime dissertazioni edite con questo titolo da Stefano Morcelli[67].
Egli mostra come fossero fatte queste tavolette incerate che i greci chiamavano πίνακίδης, o anche δηλτωι dalla loro forma simile alla lettera Δ, e come vi si andasse sopra con lo stilo o grafio, il quale solcando la cera a guisa di aratro la terra, diede origine fra’ latini al vocabolo figurato exarare in significato di scrivere, vocabolo che non è per anco bandito dal linguaggio de’ nostri curiali, che bene spesso scrivono esarare una dichiarazione, un atto, e va dicendo.
I biglietti che si spedivano allora così esarati sulla cera, come vedremo nel venturo capitolo, riferendo una lettera di Plinio il Giovane, appellavansi codicilli e i pugillares, di cui parla lo stesso autore nella lettera del libro I delle sue Epistole, contenendo le suddette tavolette o codicilli, corrispondevano, per un certo rispetto agli odierni portafogli, poichè servivano a piccole scritture e annotazioni, non mai ad opere di lunga lena[68].
Le città della Magna Grecia, tra cui, come sa il lettore era Pompei, ricevendo in tutto l’intonazione da Roma, come nella cultura e nel gusto, derivando usi e costumi di colà, ne parteciparono anche al lusso sfrenato.
Già ho detto della quantità e sontuosità delle ville de’ più facoltosi romani che principalmente possedevano ne’ dintorni di Pompei o nel golfo napolitano. Lucullo nella vicina Baja profuse tesori: si sa che le sue cene in Apolline costassero la bagatella di trentaduemila lire odierne l’una e non occorreva per esse che avesse convitati: a Baja stessa forò un monte per derivar l’acqua marina alla sua piscina; Irzio spese dodici milioni di sesterzi a nutrire i suoi pesci, pei quali la sua villa fu venduta per dieci milioni dei nostri. Argomenti da ciò il lettore del resto. Siffatto spreco degli epuloni romani portato in provincia era contagioso: perchè i ricchi di Pompei non lo avrebbero adottato?
Gli scavi ci hanno rivelato pitture e statue di sublime lavoro, ornamenti d’oro e gingilli, progresso dell’arte e dell’industria; ma io ne tratterò in separati capitoli, perocchè valga il prezzo dell’opera il conoscerne i migliori capolavori. Il Museo Nazionale di Napoli ne va ricco e costituiscono tutta una storia. Monili e braccialetti, orecchini ed anelli vi sono leggiadrissimi e tali da cui l’industria odierna potrebbe cavarne un eccellente partito, e si sa dal trattato delle pietre preziose di Plinio come fossero anzi gli antichi più avanti di noi. Marziale ci ricordò come le dita de’ ricchi del suo tempo si empissero di anelli ed anzi se ne avesse più d’uno per falange, o per articolazione:
Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno
Portat in articulo.[69]
Si sa che Lollia, gentildonna romana, comparve ad un banchetto adorna per otto milioni di perle, delle quali le romane caricavano perfino i calzaretti. Caligola ne fregiava le prore delle navi e Nerone i letti delle sue lascivie. Nè si creda valessero meno dell’oggi, se una sola fu comprata con sei milioni di sesterzj.
Non parlerò qui de’ bagni, degli aromi ed essenze che si prodigavano, chè m’avverrà di trattarne, meco guidando il lettore alla visita delle Terme, cui consacrerò speciale capitolo, e così de’ banchetti e d’ogni altra ghiottornia e lautezza, entrate ne’ costumi pompejani.
Pur degli spettacoli dirò in altro capitolo e vedrà il lettore come teatri, comico e tragico, e anfiteatro avesse Pompei, e comunque città di terz’ordine, vi esistesse ludo di gladiatori, serragli di belve riservate al circo; nè farà più maraviglia il vedere i pompeiani sorpresi dal cataclisma mentre erano accolti nel vasto anfiteatro, se la libidine di congeneri passatempi veggiamo solleticata ne’ più strani modi in tutto il mondo romano; così che a’ giorni di Nerone[70], a cui ci ha pur condotti la narrazione, rappresentandosi sul teatro l’Incendio del vecchio Afranio, si diè fuoco davvero alle case e gli istrioni lasciaronsi padroni di saccheggiarle; e alla rappresentazione del Prometeo si chiuse con un vero supplizio; quella di Muzio Scevola col bruciarsi uno schiavo la destra, e un leone avvezzato a divorar uomini, il fè nel circo con tanto garbo, che il popolo, cui fu presentato dall’imperatore, ad una voce implorò per esso la libertà.
Ma io stavo per dimenticarmi di accennare che quest’imperatore era il buon Marco Aurelio, colui la cui filosofia è giudicata una continua aspirazione al bene de’ suoi simili e ne’ suoi precetti vi è tanta cristiana umiltà; che il cardinal Barberini, voltandoli nella volgar lingua, la traduzione dedicasse all’anima sua «per renderla più rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo gentile.»
Nè di tutti i costumi pompejani presumo esaurir qui l’argomento, che altri risulteranno menzionati nel restante dell’opera, nè volli, qui del pari toccandone, per amor d’ordine, che mi si accusasse dipoi di inutile ripetizione.
Come in qualunque altra parte d’Italia e d’altre nazioni, anche in Pompei viveva in mezzo ai suddetti ordini cittadini e in mezzo a quel civile reggimento, senza parteciparne ai diritti ed ai benefici, una infelicissima classe di uomini, diseredata e tenuta nè più nè meno di cosa, a’ quali eran devoluti i pesi maggiori sociali, che si compravano e si vendevano come giumenti a’ prezzi non di molto maggiori, che servivano nelle case, a’ capricci spesso di stolti e di violenti padroni, infrenati da una disciplina severa e crudele, dalle leggi autorizzata. Questa classe era quella degli schiavi. Per la più parte Barbari prigionieri per vicenda di guerra usi a vita indipendente e impazienti di vendicarsi a libertà. Nelle scorse pagine vedemmo come tentassero ben due volte in massa di rompere i ceppi e per ciò dessero grande travaglio alla Repubblica. Cesare dalla Gallia ne aveva menati, stando a Plutarco ed Appiano, un milione; Lucullo dal Ponto ne traeva tanti da venderli quattro dramme l’uno, cioè meno di quattro lire per testa: una dramma era nello stesso campo di Lucullo venduto un bove[71], e Augusto ne scendeva dalle montagne de’ Salassi ben quarantaquattromila.
Mimi e gladiatori da rallegrar circhi ed arene, amanuensi a copiare, grammatici a corregger libri, danzatrici e suonatrici di flauto, o come in Grecia, appellavansi auletridi, ad allietare i banchetti ed a provocare orgie e lascivie, si avevano per lo più da questa povera gente, e Pompei questi costumi divideva con tutto l’orbe romano, e vi cresceva stimolo la mollezza del clima, ond’ebbero infausta celebrità gli ozj campani.
In Pompei inoltre la coltura de’ campi era interamente affidata agli schiavi ed erano questi i più infelici. Sorvegliati da altri schiavi tenuti dal padrone in miglior conto, o da’ liberti, che erano stati schiavi un giorno e fatti poi liberi, severi castighi subivano se recalcitranti o infingardi.
Dai vigneti coltivati per essi ottenevansi quelle uve, d’onde que’ vini di Pompei, che al dir di Plinio[72], ebbero fama tra i meglio accreditati, che non erano bevibili che vecchi di dieci anni, e pur tanto focosi che chi ne beveva, restava molestato dai dolori di capo sino all’ora sesta del dì seguente. Certo è che oggidì la natura di questi vini ha mutato. Persuaso di quel vecchio proverbio:
.... si Romæ vivis, romano vivito more,
nello asciolvere all’albergo del Sole in Pompei, chiesi del vino paesano, nè fu causa che mi desse al capo. Gli è tuttavia ne’ dintorni, alle falde del Vesuvio, che si spreme il famoso Lacryma Christi.
Abbondante del resto la vendemmia, come in tutte le terre vicine al Vesuvio e fin su sulle sue pendici; onde L. Floro, estasiandosi innanzi a questi luoghi, dicesse la Campania, di cui questa parte che si specchiava nel Tirreno era la gemma, la plaga più bella d’Italia non solo, ma dell’Universo, dove in nessun luogo vi fosse cielo più dolce, terra più ubertosa e dove duplice pei fiori la primavera e i monti rivestiti di viti e bellissimo fra tutti il Vesuvio: e Marziale giugnesse a dire, che il Vesuvio verdeggiante per pampinose ombre e la nobile uva dando laghi di vino, paresse che gli Dei del piacere e dell’allegria, abbandonate le più care lor sedi, venuti fossero a dimora sui gioghi del Vesuvio. Uditene i versi che riporto dal Libro IV de’ suoi Epigrammi, sotto il n. 44:
Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;
Presserat hic madidos nobilis uva lucus.
Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,
Hoc nuper Satiri monte dedere choros.
Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,
Hæc locus Herculeo nomine clarus erat[73].
Così Pompei era del pari celebre per le sue pere e ne forniva le più ricercate mense, come Tivoli le poma; ferace per le messi e per gli ulivi, e gli scavi ci hanno dato saggi di frumento ed olive appunto, come altri molti frutti sia naturali che preparati, pane, focaccie ed altrettali leccornie; nè parrà vero che mentre tutti questi camangiari appajono anneriti e bruciati dalle ardenti ceneri onde furono investiti, parte del grano rinvenuto conservasse tuttavia la proprietà vitale, e seminato, malgrado fossero trascorsi più che diciassette secoli, germogliasse e porgesse la propria spica e le olive fossero conservatissime ancora nell’olio.
Virgilio nelle Georgiche aveva la fertilità di queste terre celebrato in questi versi:
Quæque suo viridi semper se gramine vestit,
Illa tibi lætis intexet vitibus ulmos
Illa ferax oleæ est: illam experiere colendo
Et facilem pecori, et patientem vomeris unci.
Talem dives arat Capua et vicina Vesevo
Ora jugo[74].
Dalle onde poi del Tirreno, che baciavano, frangendosi, il piede alla voluttuosa Pompei, il pescatore pompejano, tra i cento svariati pesci traeva in copia il Garo, che or non saprebbesi designare con nome conosciuto, e con esso facevasi colà il caviale liquido, che nella bassa Italia si fa tuttavia. «Evvi, dice Plinio, un altro genere di liquore assai ricercato, al quale si è dato il nome di garum: esso è composto d’intestini di pesci o d’altre parti che sarebbero diversamente a gittarsi, e che si fanno macerare nel sale in guisa che divenga l’effetto della putrefazione. Questo liquore componevasi una volta col pesce che i Greci chiamavano garon»[75]. Lo stesso Plinio attesta che Pompei andasse assai lodata, come Clazomene e Lepti, per il garo[76].
Orazio ne faceva menzione, dicendolo composto di succhi di pesce iberico:
Garum de succis piscis iberi[77].
Marziale del pari in un suo epigramma:
Sed coquus ingentem piperis consumet acervum:
Addet et arcano mixta falerna garo[78].
E altrove lo stesso poeta:
Nobile nunc sitio luxuriosa garum[79].
Era per ultimo lungo queste amenissime sponde che il Vesuvio sogguarda, che i medici solevano mandare a curarsi e risanare gli affetti da mal sottile, e siffatta salubrità di tali luoghi Varrone ricordò in quelle parole: ubi montana loca ut in Vesuvio, quod leviora et ideo salubriora, constatataci di poi anche dall’autorità di Polibio e di Procopio.
Queste erano le condizioni di Pompei ne’ primi anni dell’Era Cristiana, negli ultimi quindi di sua esistenza, e dei quali io mi faccio ad intrattenere il lettore.