CAPITOLO V. Storia.
PERIODO SECONDO — IL CATACLISMA.
T. Svedio Clemente compone le differenze tra Pompeiani e Coloni — Pompei si rinnova — Affissi publici — La flotta romana e Plinio il Vecchio ammiraglio — Sua vita — La Storia Naturale e altre opere. — Il novissimo giorno — Morte di Plinio il Vecchio — Prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito — Diversa pretesa morte di Plinio il Vecchio — Seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito — Provvedimenti inutili di Tito Vespasiano.
Pompei, dopo l’orribile guasto che aveva, pel tremuoto, toccato nell’anno 63 di Cristo, dileguate mano mano le apprensioni, andava rimettendosi a nuovo, facendosi, come già dissi, più bella.
A’ romani imperatori della famiglia Giulia, a Galba, Otone e Vitellio, era nell’anno 70 dell’E. V. succeduta la serie de’ Flavj, e primo di essi, Tito Flavio Vespasiano. Tra le cure della sua amministrazione volse pure il pensiero a Pompei ed a delimitare i confini del territorio della romana republica, occupato nel Pago Felice-Augusto dalle tre coorti dei veterani, onde componevasi la militare colonia, e togliere ogni pretesto, per i quali si rinnovassero i dissidj del tempo di Publio Silla e le ribalde soperchierie, spedì Tito Svedio Clemente, rinomato giureconsulto e tribuno. Studiò egli le rispettive ragioni de’ cittadini e de’ coloni; vide la prepotenza di questi ultimi e la violenza, nè bisognava di molto a capirla, poichè non vi fosse uom dappoco o fanciullo che a prima giunta non la sentenziasse in quegli avanzi di guerre astute e ladre; e così saviamente ogni cosa compose e provvide a’ diritti de’ primi, che grati i decurioni elevarono la sua statua sur un piedistallo, precisamente sul posto de’ diritti acquistati e riconosciuti, presso la strada, cioè, dopo l’emiciclo di Mammia sull’angolo della via che scorge alla villa di Cicerone, scolpendovi a perenne ricordanza, la seguente onorifica iscrizione:
EX . AVCTORITATE
IMP . CÆSARIS
VESPASIANI . AVG.
LOCA . PVBLICA . A . PRIVATIS
POSSESSA . T . SVEDIVS . CLEMENS
TRIBVNVS . CAVSIS . COGNITIS . ET
MENSVRIS . FACTIS . REI
PVBLICÆ . POMPEJANORVM
RESTITVIT[80].
Il De Jorio die’ conto della statua di Svedio, dicendo che accanto al muro dell’angolo della strada, in livello molto superiore al suolo antico si trovò una statua togata di marmo: nella mano sinistra teneva un volume ed un anello al dito: la testa e le mani s’incontrarono a piccola distanza: il pilastro che la sosteneva portava incastrata l’iscrizione[81].
Il benemerito E. Brizio seppe questa statua discernere per quella di T. Svedio Clemente fra quelle collocate al Museo di Napoli: vi lesse la sigla S nel castone dell’anello, significante forse sigillum, forse Svedius, e descrive del personaggio che rappresenta: il volto è d’uomo avanzato in età, i capelli sono radi ed è calva la fronte; dalla faccia si presume una complessione gracile del corpo[82].
I duumviri stessi, a secondare le dette conciliazioni, e a prevenire ulteriori dissidj e conflitti fra cittadini e coloni, provvidero a che questi ultimi avessero ne’ pubblici spettacoli un posto che non avevano prima, e l’iscrizione che questo provvedimento testifica, leggeremo nel capitolo che tratterà de’ teatri.
Eliminati così gli inceppamenti che frappor si potevano al suo risorgimento, Pompei lo veniva in ogni modo affrettando.
Presso il Foro Civile e la Basilica era maggiore la ressa degli operai a sgomberare le rovine, a rinnovar le colonne: pietre vulcaniche e travertino si venivano in que’ luoghi trascinando da’ giumenti; le case, i templi, gli archi sollecitavano un medesimo lavoro; le vie erano animate di carri e di popolo, gli Edili sorvegliavano le opere, i cittadini profondevano l’oro e la fatica degli schiavi alle riparazioni e come a Roma l’incendio appiccato da Nerone aveva recato il beneficio di sgomberare di luride casupole e di sostituirvi palagi marmorei di privati e publici sontuosi edificj, anche a Pompei il disastro di sedici anni prima, dissipata la naturale paura che s’avesse a rinnovare, aveva occasionato miglioramenti non pochi.
È così presto dimenticato il dolore e il pericolo corso, quando ogni cosa sorride d’intorno!
Questo bel cielo che si distende sopra Pompei, questo azzurro mare che ne bacia il clivo su cui si posa, quella lussureggiante vegetazione che la circonda, questo aere molle che lusinga i sensi, questo monte perfino che le sta di fianco, e lievemente fumigando, sembra ognuno rassicurare che più non sia per ricominciare la sua lotta interna, nè dare sfogo a furori esteriori, tutto consigliava, tutto persuadeva al ritorno nelle graziose casette del passato, a ripopolare la gentile città, a renderla più bella, più ornata, più delicata.
Pittori, accorsi da Grecia, vi istoriavano le pareti di leggiadri appartamenti, e preparavano ne’ triclinj e nelle esedre fomiti irresistibili alle lascivie dei commensali e vi compivano meraviglie di arte; scultori ne adornavano gli impluvii, i tablini e gli atrii di vaghissime statue e mosaici; artefici d’ogni maniera fornivano le ricche suppelletili e gli xisti olezzavano di rose ed oleandri a profumarne eziandio le camere terrene od ombreggiavansi di pianticelle e d’arbusti esotici a miglior frescura di esse, e così ricorreva la vita più giovanile e tumultuosa per le arterie tutte della graziosa città.
I doviziosi dipingevano sulle muraglie delle case od all’ingresso della città in caratteri rossi e neri affissi publici di appigionamento; nè sarà privo di interesse qui trascrivere quello che Giulia Felice, figlia di Spurio, fe’ pingere in rosso e fu rinvenuto intatto come se fatto jeri, per chi concorrere voleva all’affitto per cinque anni continui di tutti i suoi beni. Consistevano questi in un bagno, in un venereo, o luogo di dissolutezze, ed in novecento taberne, o botteghe, nelle quali si vendevano merci e gli artefici esercitavano i loro mestieri, colle pergole, o balconi, sporti all’infuori delle case e co’ cenacoli, o camere superiori per l’abitazione de’ mercanti, e si lasciava tempo ad aspirare alla condizione di tali beni da’ sei agli otto d’agosto; apposta la condizione si quis domi (o damnatum) lenocinium exerceat ne conducito, espressa nelle sigle iniziali, onde l’affisso si chiude; se pure non vogliasi assegnare ad esse quella significazione che vi dà l’illustre Fiorelli, il quale così ristabilirebbe la formula: si quinquennium decurrerit locatio erit nudo consensu.
IN PRÆDIIS . IVLIÆ . SP . F . FELICIS
LOCANTVR .
BALNEVM . VENERIVM . ET . NONGENTUM . TABERNÆ . PERGVLÆ
CENACVLA . EX . IDIBUS . AVG . PRIMIS . IN . IDVS . AVG . SEXTAS
ANNOS . CONTINVOS . QVINQVE
S . Q . D . L . E . N . C .[83]
Altra iscrizione pure fu trovata sul pilastro di una casa, la qual significa che nell’isola Arriana Polliana di Gneo Alifio e Virginio Maggiore, dalle prime idi di luglio (ossia otto di questo mese), si affittano le botteghe colle pergole ed i cenacoli equestri, convenendo il conduttore della casa con Gneo Alfio Maggiore.
INSVLA . ARRIANA
POLLIANA . GN . ALIFI . NIGIDI . MAI .
LOCANTVR . EX . I . IVLIIS . PRIMIS . TABERNÆ
CVM . PERGULIS . SVIS . ET . CŒNACVLA
EQVESTRIA . ET . DOMVS . CONDVCTOR .
CONVENITO . PRIMVM . GN . ALIFI
NIGIDI . MAI . SER .
La brevità del tempo concessa al concorso spiega la ricerca de’ locali e la tornata affluenza della popolazione in Pompei.
E con essa la foga delle gazzarre e de’ publici divertimenti.
Plauto e Terenzio somministravano al Teatro Comico le loro composizioni. Ovidio la sua Medea e Seneca e i Greci tragedi le loro opere al Teatro Tragico: il ludo de’ gladiatori ristabilito provvedeva all’anfiteatro: i magistrati così di Pompei con siffatte lusinghiere illecebre venivano richiamando le famiglie che sgomente l’avevano abbandonata.
E i vicini traevano pur di nuovo alle sue feste; gli antichi usi, le consuetudini prische, la voluttuosa vita, gli amori avevano come prima, meglio di prima ripreso.
Venere Fisica vedeva nel suo tempio ripigliato il culto dalla prediletta città cui dava anche il nome. Giove, Giunone ed Esculapio accoglievano nei rispettivi loro templi voti e sagrificj, e l’egizia Iside si rifaceva più venerata del bando cui era stata posta dall’Urbe co’ suoi bugiardi e disonesti misteri.
La fama per ultimo aveva già susurrato la buona novella, che non aveva ancora dichiarati credenti lungo tutte queste sponde, ma che sapevasi come già percorresse le diverse provincie, a sostituir quella fede che più non era profonda nei Numi, e ad abbattere quegli altri altari, che ormai, più che dalla convinzione, erano dall’abitudine e dal dovere frequentati, perchè quei riti erano collegati al modo di vivere ed alle leggi connessi.
Era il prim’anno di Tito Vespasiano quando Pompei presentava tutto questo superbo spettacolo di vita e di prosperità, — e siccome mi avverrà di riferire tra breve l’immaturo fine di quel dottissimo e celebre naturalista che fu Cajo Plinio il Vecchio, uopo è che a questo punto informi il lettore del perchè l’illustre Comasco vi si avesse a trovare.
Le due più importanti stazioni navali di Roma a’ tempi dell’impero, riferisce Tacito avere Augusto stabilito a Ravenna ed a Miseno, dove appunto ha principio, come sa il lettore, il bellissimo golfo di Napoli. La flotta, classis, composta di triremi e di liburniche e di altre navi, o imbarcazioni minori, a ruote od a semplici remi, era così fra questi due punti principalmente distribuita.
Ora a comandante di quella parte di flotta romana ch’era di stazione a Miseno, si trovava essere a que’ giorni Cajo Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio.
Chi egli fosse giova conoscere, siccome il più importante personaggio che figuri nella storia ricordato nel gravissimo evento che sto per narrare, mercè le famose epistole lasciate dal nipote e indirizzate a Tacito, il rinomato storico, e compirò questo debito sotto la maggior brevità.
Cajo Plinio Secondo, a dispetto di chi lo volle di Verona[84], nacque in Como — Novocomum — l’anno 23 dell’Era Volgare, regnando in Roma Tiberio. Suo padre fu Celere e sua madre Marcella. Datosi alle lettere, non fu ramo di scienza cui non si fosse applicato, e dalla assidua lettura degli autori latini e greci, solendo sempre prenderne note, come è manifesto da quanto ne scrisse il di lui nipote e figlio adottivo — Plinio il Giovine — potè trarne il profitto migliore. Fu un vero miracolo di studj, considerando come perduto tutto quel tempo che dava alle altre occupazioni. Così potè lasciare assai e assai opere, delle quali la migliore e che si può considerare come l’enciclopedia dello scibile antico, ci è rimasta ed è quella che si intitola Naturæ Historiarum, divisa in XXXVI libri.
Essa fu da lui ordinata con certo metodo. Cominciò col contemplare il mondo in generale; gli astri, le costellazioni, le comete, gli elementi e le meteore, tutti i fenomeni celesti e terrestri passano rapidamente sotto la sua penna. Descrive quindi la terra, cioè l’Europa, l’Africa e l’Asia, e contiene codesta parte notizie e particolari importanti sia per la geografia che per la storia. Segue la storia dell’uomo, poi quella degli animali terrestri, degli acquatici, degli uccelli, degli insetti e vie via discorrendo. Vi tien dietro il regno vegetale e vi si tratta degli alberi stranieri, della gomma, della resina, de’ frutti, de’ grani che servono alla alimentazione dell’uomo e per conseguenza dell’agricoltura, del vino e della coltivazione della vigna e del lino; degli arbusti e del loro uso nella medicina; de’ fiori, delle api, del miele e della cera; degli usi differenti delle piante per l’industria e per i farmaci, delle erbe che crescono senza mestieri di coltura, di loro virtù e proprietà per certe malattie; de’ rimedj tratti dagli animali e da’ pesci. Nove libri consacra alla materia medica e riesce più completo di Dioscoride e di Galeno. Passa di poi a’ minerali e metalli, di cui è per avventura il primo a trattare, nè dimentica in tale proposito le acque medicinali e i sali. Si occupa da ultimo delle materie impiegate dalle arti, de’ colori, delle terre, de’ marmi, delle pietre da fabbrica, e di quelle preziose; necessariamente toccando della storia della pittura, della scultura, dell’architettura, annestandovi digressioni curiose sul lusso de’ Romani, sulla navigazione, il commercio ed altre interessantissime cose.
Quantità di notizie, profondità di studj e di filosofia e amenità di forma sono pregi incontestabili di siffatta opera colossale, della quale il celebre Buffon fa un elogio; abbenchè Geoffroy Saint Hilaire l’abbia severamente giudicata una mera compilazione[85].
Svetonio ricorda di Plinio la Storia delle Guerre Germaniche, compresa in venti volumi[86]; altri altre opere che lo attestano indefesso e sapiente scrittore, e ne fanno ascendere il numero de’ volumi sino a cent’ottanta, scritti in minutissimo carattere.
Lo che non tolse che servisse dapprima nella cavalleria, che sostenesse di poi continue e cospicue magistrature, stato essendo procuratore altresì della Spagna, che fosse augure e da ultimo comandante, o, come direbbesi in oggi, ammiraglio della flotta romana a Miseno.
È precisamente nel disimpegno di questa onorevolissima ed importante carica che noi lo troveremo fra poco.
Spuntava l’alba dei primo giorno di novembre. — Una nebbia trasparente, che non era delle solite d’autunno, distendevasi su tutto il golfo e vi toglieva quell’ineffabile sorriso onde fu dal cielo privilegiato: l’aria era straordinariamente greve e soffocante, nè spirava da veruna parte alcun soffio di vento. Pur tuttavia, scendendo alla marina, sarebbonsi vedute le onde disordinatamente mosse, come in ora di tempesta. Chi andava colle idrie alle fontane per provveder l’acqua, maravigliava di vederle gocciolare appena appena; la poche acque de’ pozzi avevano convertito in acre il loro gusto. Il Sarno medesimo, la cui ricchezza in allora di onde non è bene argomentata dalla picciola sua vena d’oggidì, parevasi per prodigio disseccato repentinamente. Miasmi sulfurei e di mofete[87] si facevano sentire leggieri dapprima, poi rendevansi più forti e dominavano, e la calma e affannosa atmosfera era certo in contrasto coll’ora mattutina per consueto fresca e pura; nè di tuttociò sapevansi indovinare le cagioni. Perocchè a quanti fosse venuto in mente di rammentarsi il disastro del tremuoto accaduto sedici anni addietro, e temuto avesse per quegli indizj non fosse per rinnovarsi, rispondeva assicurando la tranquilla sommità del vecchio Vesuvio, che sorrideva tranquillo; nè appariva perfino quella bianca virgola di fumo che d’ordinario vedevasi liberare dalle sue fauci.
Mano mano che il giorno avanzava l’aria facevasi più pesante, più pallida e nebulosa la luce, maggiore ed affannosa la caldura; ma la popolazione pompeiana era ben lunge ancora dal sospettare l’imminenza d’un gravissimo male. V’hanno scrittori perfino che affermarono non venissero per ciò que’ noncuranti cittadini rimossi dall’accorrere in folla allo spettacolo dell’anfiteatro ch’era indetto per quel giorno.
E fra i sanguinosi combattimenti di gladiatori e di fiere li colse improvvisa la collera del Vesuvio. La clessidra non aveva forse segnata per anco un’ora dopo il meriggio. Un cupo mugolio rumoreggia sotterra e sembra esso proceda da lunge, poi s’approssima mano mano, e ne traballa il suolo, e prima che gli attoniti spettatori rivengano dalla sorpresa, repenti spaventosi scoppi si odono dal lato della Porta Ercolano come di tuoni e di folgori; una densissima e oscura nebbia invade il cielo e l’aria si fa più bassa, e la notte più cupa sottentra al giorno. Tutti sorgono da’ loro stalli e si precipitano in massa per gli ambulacri e pei vomitorj, la calca urla, si preme e svia in quella oscurità, fra clamori di uomini, strida di femmine, e nel trambusto v’ha chi cade, chi sviene e rimane oppresso e schiacciato. Quel generale frastuono è fatto maggiore e s’addoppia per l’eco che si ripete da una estremità all’altra dell’arena[88]. Urlano agli inattesi fenomeni ne’ sotterranei, che fiancheggiano le porte principali dell’anfiteatro, spaventate le fiere, e ne frangono i ferrati cancelli dandosi invano alla fuga[89]; gemono i cani per le vie, mugghiano i bovi, nitriscono i cavalli e tentano strapparsi alle greppie onde fuggirsene all’aperto.
Incomincia un grandinare di pomici e di lapilli; una pioggia fittissima di ceneri e d’acqua bollente si rovescia a furia, mentre in qualche parte cadono grossi basalti che sfondano, stritolano, uccidono dove cadono.
Spesse folgori guizzano con odiosa luce ad illuminare l’orrore di quella scena e rivelano la nera colonna di fumo che si leva dal cratere del Vesuvio, pari a pino gigante, e i torrenti di lava incandescente che si precipitan dal monte, che si fanno strada pei fianchi aperti d’ogni parte e rovinano e scorrono a portar desolazione e lutto. Gli alberi, al loro passaggio, crepitano, inceneriscono e scompajono in un baleno; ogni vegetazione è arsa e distrutta.
La Catastrofe di Pompei. Vol. I. Cap. V. Il Cataclisma.
I gemiti, le strida, gli ululati degli uomini rispondono alla generale rovina e assordano miseramente la città; la disperazione regna per le sue vie. Famiglie che fuggono verso il mare dove giunte gittansi a furia sovra i fragili burchielli, già testimonj di letizie e di voluttà, e vi trovano fra l’onde procellose la morte; mariti e padri che vorrebbero trarre in salvo le mogli ed i figli; questi che in quel bujo d’inferno vengono da altri accorrenti separati dai genitori: richiami inutili, pianto disperato, orribili imprecazioni agli Dei. I magistrati più nulla potevano e dividendo l’universale sentimento della propria conservazione, provvedevano a sè medesimi: i sacerdoti, tolta a stento qualche statua d’oro di nume, sottraevansi a’ templi: le vestali, non curanti dei veli candidi e pudici, mescevansi atterrite alla folla delirante e maledivan la Dea che le privava in quel punto degli umani soccorsi. Vecchi che non reggono a’ passi della fuga e s’accasciano rassegnati in attesa della morte; giovani che, pur volendo involare gli antichi parenti, sono uccisi da’ proiettili del monte a mezzo dell’atto pietoso; amanti che spirano nella reciproca assistenza e nel primiero lor bacio[90]: confusione e caos terribile e peggiore assai della morte, miscela orribile di urla, e d’omei, di atroci bestemmie di uomini e di donne e di mugghj spaventosi di bestie, cozzo di animali e d’uomini, sfascio di edificj e gragnuola incessante di lapilli e nembi di ceneri sottili ed ardenti che invadono case, che penetrano appartamenti e i più reconditi nascondigli, che soffocano il respiro, che ricolmano e seppelliscono: puzzo acuto, insopportabile che ti afferra e stringe le fauci, che istrozza: in una parola — rovina e morte. —
Le torcie resinose che avvisavan taluni d’accendere a rompere quell’atra notte, squassate qui e qua per le vie, pei crocicchi e nel foro accrescevano l’orrore; nè valevano guari all’intento, chè la pioggia bollente e gli inciampi d’ogni maniera le spegnevano, onde più sgomentavansi e forviavansi i fuggenti.
Fra tanto lutto e terrore non mancarono scellerati uomini di penetrar nelle case deserte e d’involarvi denaro e preziosità; ma vindice il Vesuvio li puniva del sacrilegio, quando correvano di poi a salvarsi colla infame preda.
Chi avrebbe in tanta confusione pensato allora a’ poveri prigioni? Intento ognuno per sè, trepido e curante della propria esistenza o di quella de’ più cari, chi avrebbe volto un pensiero al povero gladiatore che stava ne’ ceppi del ludo ad espiare alcun fallo o a soddisfare il capriccio dell’inflessibil lanista? Gli scavi pompejani discoprendo ed il ludo e que’ ceppi, ci chiarì nelle ossa de’ piedi che ancor n’eran costretti, come là quegli infelici avessero dovuto attendere l’estremo fato, impotenti a difendersi dalla furia delle ceneri e della bollente pioggia, impotenti a sottrarsene colla forza.
Ancor la sentinella che vegliava alla Porta Ercolano, all’ingresso del Pago Augusto Felice, fedele alla avuta consegna, spirava impugnando l’alabarda al suo posto, ed il suo scheletro rinvenuto diciotto secoli dopo, attestò a’ posteri i rigori della militar disciplina che imponeva Roma a’ soldati.
E tu pure, povera vedova di Marco Arrio Diomede, invano riparasti nell’ampia cella vinaria della tua casa co’ tuoi più cari, confidando che là non ti avrebbe raggiunta l’ira dei numi! Venti scheletri si sono rinvenuti colà, e tanta dovette essere la disperazione di que’ disgraziati, che le pareti, forse allora recenti, serbano tuttavia le impronte loro.
Ben avevano detto i miseri Pompejani di credere quella fosse l’ora dello sterminio totale dell’universo. Seneca, colla divinazione che è propria del poeta, aveva dipinto alcun tempo prima, od almeno riassunto tutto l’orrore di tal giorno in que’ versi:
Trepidant, trepidant pectora magno
Percussa metu, ne fatali
Cuncta ruina quassata labent
Iterumque deos hominesque premat
Deforme chaos.[91]
Pochi furono i fortunati che giunsero a mettersi in salvo, fuggendo per mare a Sorrento, a Neapoli o nelle isole adiacenti: così da’ pochi fuggiaschi fu pur recata la dolorosa nuova a Miseno.
Tre giorni durò la spaventosa catastrofe ed a capo di essi voi avreste cercato invano Pompei. La misera città era sepolta e scomparsa sotto l’incredibile pioggia delle ceneri, e siffattamente scomparsa da non sopravvivere pure la tradizione del luogo ove ella ebbe ad esistere, se infino a mezzo il secolo scorso ebbe a invalere la credenza che là fosse Pompei dove ora è Torre dell’Annunziata, che è quanto dire a due miglia da dove venne poscia scoperta.
E con Pompei la vicina costiera era egualmente sparita. La più lontana Stabia aveva patita la medesima sorte: Ercolano, Retina, Oplonti, Tegiano e Taurania non esistevano egualmente più. I grossi torrenti di candente lava, che al bagliore sinistro si vedevano vomitarsi dal cratere e dagli aperti fianchi del Vesuvio, erano corsi sui monumentali palagi delle ville di Cesare e dei Fabi e così le avevano ricolme da stendere sovr’esse una pietra sepolcrale dello spessore di più metri.
Perfino il mare s’era ritratto d’alquanto dal poggio ove s’assideva la spensierata città che descrivo, sì che al presente vi si vegga interposto buon tratto di terreno: il cataclisma dunque era stato così formidabile che mai a memoria d’uomini non fu poi visto l’eguale.
Plinio, il comandante della flotta a Miseno, non ebbe appena l’avviso delle incominciate furie vesuviane, che vi era accorso sollecito, e come poi miseramente vi perisse, vittima di quella scientifica curiosità ch’egli ebbe di studiare il formidabile fenomeno, lascerò che il lettore l’apprenda dall’epistola che il suo nipote e figlio adottivo Cajo Cecilio Secondo detto Plinio il giovane, secolui e colla madre convivente in Miseno, diresse a Tacito, l’illustre storico amico suo. A tal uopo io la volgo nella nostra lingua, che congiuntamente all’altra del medesimo pure a Tacito scritta, completeranno meglio il povero racconto che della tremenda catastrofe ho io procurato di fare:
«Cajo Plinio a Tacito suo salute:
«Tu mi domandi ch’io ti scriva della fine di mio zio, onde ne possa con maggiore verità tramandare a’ posteri. Ringrazio. Imperciocchè io vegga che dove essa venga da te celebrata, si appresti alla morte sua una gloria immortale. Quantunque infatti nello sterminio di bellissime terre, egli, come i popoli e le città, sia rimasto, in così memorabile evento ravvolto, da sopravvivere quasi eterno, e quantunque egli stesso abbia molte e durature opere lasciate; molto tuttavia aggiungerà alla popolarità del di lui nome la immortalità de’ tuoi scritti. Io certo reputo avventurati coloro a’ quali è dato dal favore degli dei o di compiere cose degne d’essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette; avventuratissimi poi quelli a’ quali e l’una cosa e l’altra è concessa. Mio zio, mercè i proprj scritti e mercè i tuoi, sarà nel novero di costoro. Laonde più volontieri m’accingo, anzi insisto a far quello che tu mi imponi.
«Trovavasi egli a Miseno ed attendeva al personale comando della flotta[92]. Erano le calende di Novembre[93], quasi all’ora settima, quando mia madre gli mostra apparsa una nube d’inusitata grandezza e specie. Accostumato a star bene alquanto al sole e quindi a bagnarsi d’acqua fredda, aveva asciutto in letto e messosi poi a studiare, domanda le pianelle e ascende in luogo da dove si potesse riguardar ampiamente il prodigio. Una nube levavasi (che a chi da lontano l’osservava non avrebbe indovinato da qual monte, che poi si conobbe essere il Vesuvio), la cui somiglianza e forma nessuna altra arbore meglio che un pino avrebbe raffigurata. Perocchè spingendosi in alto come su lunghissimo tronco, si diffondeva per certi rami: credo che ciò procedesse perchè sollevata da improvviso soffio s’allargava poscia alla base, fors’anco vinta dal proprio peso, candida talvolta e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse o terra o cenere. Parve all’eruditissimo uomo che fosse il grande evento meritevole di più vicino studio. Comanda allestirsi una liburnica[94] e m’accorda, dove il voglia, seguirlo. Risposi amar piuttosto rimanermene a studiare, ed egli stesso per avventura m’aveva commesso alcuna cosa scrivere. Usciva di casa, quando gli si recarono alcune tavolette[95] scritte. I classiarii di Retina[96], atterriti dall’imminente pericolo (poichè quella borgata vi sottostasse, nè altra via di scampo vi fosse che per le navi), supplicavano volesse sottrarli a tanto disastro. Ei modifica la risoluzione e quel che aveva per amor di studio incominciato, compie colla massima alacrità. Escono le quadriremi, vi monta su egli stesso non per recar ajuto a Retina soltanto, ma a ben molti altri, poichè popolata di gente fosse l’amenità della sponda. S’affretta colà da dove fuggono gli altri ed in mezzo al pericolo egli regola il corso e tien diritti i governali, così libero da timore, da distinguere e disegnare tutte le fasi di quella sciagura e tutte le figure come gli si paravano agli occhi. Già la cenere era cascata sulle navi, quanto più s’accostavano, tanto più calda e più densa; già anche le pomici e le pietre, nere, bruciate e spezzate dal fuoco, già apertosi un improvviso guado e la ruina del monte levarsi ostacolo al lido. Ristato alquanto, se dovesse dar addietro, al timoniere che a ciò fare l’esortava, i forti, disse, ajuta la fortuna, raggiungi Pomponiano. Questi era a Stabia, separato dal seno frapposto, essendo che il mare, per l’aggirarsi e curvarsi delle sponde, non vi si introducesse che a poco a poco. Quivi, quantunque non fosse ancora vicino il pericolo, in vista nondimeno di esso che col crescere si farebbe più presto, aveva portato sulle navi i fardelli, in attesa di dover fuggire quando il vento contrario si fosse acquetato; dal quale il mio zio invece assai favorito, colà sospinto, abbraccia il trepidante, lo consola ed esorta e perchè colla propria tranquillità meglio deponesse il timore, vuole essere trasportato nel bagno; lavatosi, si pone a tavola e cena allegro od in sembianza di allegro, lo che è più ancora. Intanto dal monte Vesuvio in più luoghi divampavano larghissime fiamme ed alti incendj, il fulgore e chiarore de’ quali veniva fatto maggiore dalle tenebre della notte. Egli per rimedio al terrore andava dicendo quelle che ardevano essere le deserte e solitarie ville abbandonate al fuoco dallo spavento de’ campagnuoli. Allora si diede al riposo e riposò del più profondo sonno. Perocchè il respiro, che per la corpulenza gli era più grave e sonoro, veniva inteso da coloro che stavano sulla soglia. Ma lo spazio per il quale si adiva all’appartamento, s’era per tal guisa di cenere mista a lapilli cotanto colmo, che se più a lungo fosse rimasto nella camera, gliene sarebbe stata negata la uscita. Riscosso, sorge e ritorna a Pomponiano ed agli altri che avevano vegliato. Consultano in comune se debbano restar in casa, o vagare all’aperto, perocchè la casa traballasse per le frequenti scosse, e come scassinata dalle fondamenta, di qua e di là ondeggiasse, e dell’uscir all’aperto si paventasse nuovamente il ruinar de’ lapilli, comunque lievi ed esigui. Nel confronto de’ quali pericoli si decise per codesto ultimo, in lui la ragione vincendo il partito, negli altri la paura. Imposti de’ cuscini sulla testa, ne li accomandano con fasce e ciò fu riparo contro quanto cadeva. Già altrove il giorno, colà la notte più buja e densa d’ogni notte, la qual tuttavia rompevano le molte faci ed i diversi lumi. A lui piacque di portarsi al lido e da vicino riguardare se si potesse commettere al mare, perchè mosso e procelloso perdurava. Quivi adagiandosi sovra un disteso lenzuolo, una volta o due dimandò dell’acqua fresca e la bevve. Poscia le fiamme e una puzza di zolfo, foriero delle fiamme, volgono altri in fuga ed eccitano lui. Appoggiatosi a due si levò, ma subitamente ricadde morto, impedito, siccome io argomento, il respiro dalla più spessa caligine, onde gli si chiuse lo stomaco, che già per natura aveva debole ed angusto e soggetto a frequenti infiammazioni. Come fu ritornato il giorno (il terzo da quello che a lui era stato l’ultimo), fu rinvenuto il di lui corpo integro, illeso e ancor ricoperto de’ suoi indumenti, più simile la posa del corpo ad uno che dorma, che non a defunto. Io colla madre eravamo sempre a Miseno. Ma ciò nulla fa alla storia, nè tu bramasti sapere altro che della morte di lui. Imporrò fine adunque; questo solo aggiungendo che ho veracemente esposto tutto quello cui ho assistito o che ho udito al momento, essendochè le cose vere tutte vengano ripetute. Tu le più saglienti eleggi; perocchè altro sia una lettera, altro la storia; altro è per l’amico, altro è scrivere per tutti. Addio.»
Così il nipote e figlio adottivo Cajo Plinio Cecilio Secondo narrò la morte del grande naturalista ed ammiraglio della romana flotta; ma per quanto autorevole la di lui testimonianza, non tolse che differentemente altri la narrassero di poi.
Tra costoro, Svetonio, o quegli cui si vogliono attribuire le Vite degli Uomini illustri, ci fa sapere come v’abbiano bensì certuni che lo dicano oppresso dalla violenza della rena e delle faville, ma ve n’abbia di altri ancora che ritengano essere stato da un servo ammazzato, quando sentendosi soffocare per l’ardore, avevalo pregato d’anticipargli la morte[97].
Il Rezzonico, accostandosi a quest’ultima opinione, la vorrebbe confortare colla consuetudine de’ Romani di liberarsi con morte volontaria da’ dolori della vita, e col sistema di filosofia di Plinio il Vecchio, il quale non pare che avesse le più precise idee intorno alla immortalità dell’anima[98].
Nè di diversa sentenza era per avventura messer Francesco Petrarca, se potè nel Trionfo della Fama introdurre il terzetto che riferisco, mettendo per altro ancora in guardia il lettore contro quel, che io reputo errore, come ho già precedentemente dimostrato, d’aver, cioè, detto Plinio veronese:
Mentr’io mirava, subito ebbi scorto
Quel Plinio veronese suo vicino
A scriver molto, a morir poco accorto.
Tuttavia potrebbesi ritenere che il Cantore di Laura riputasse egualmente essere stato poco l’accorgimento del vecchio Plinio di esporsi sul lido del mare alle offese vesuviane, mentre ne fervevano i furori, e che gli accagionarono la morte, anche senza ammettere la morte datagli dal servo.
Ma all’illustre e severo storico non bastò lo intendere i casi del vecchio Plinio; laonde pur quelli del giovine richiese, perocchè avesse saputo costui essersi trovato ravvolto in quegli spaventosi avvenimenti; epperò eccitava l’amico ad istruirnelo, ed io pensando che pur un certo interesse provar dovrebbe il lettore a conoscerli, a rendersi ben anco ragione dell’intero luttuoso quadro, dedurrò pur la versione della seconda lettera che dall’argomento scrisse quell’egregio all’amico.
«Cajo Plinio a Cornelio Tacito suo, salute:
«Tu dici essere tratto dalla lettera, che per tuo volere ti scrissi intorno alla morte di mio zio, a desiderar di conoscere, quali timori non solo, ma quali avventure altresì mi sieno toccate (ciò che del resto m’ero posto per dirti e poi mi sono interrotto).
Benchè d’orror, nel rimembrarlo, frema
L’animo mio, principierò[99].
Partito lo zio, il restante tempo (poichè a ciò ero rimasto) io spesi negli studj; poscia il bagno, la cena ed il sonno inquieto e breve. Per molti giorni innanzi aveva preceduto il tremuoto; non ci parve notevole gran che, perchè frequente nella Campania: ma quella notte[100] si fe’ sentire talmente da credere che le cose tutte non si movessero soltanto, ma crollassero. Irrompe nella mia camera mia madre, mentre io stava per alzarmi e risvegliarla alla mia volta. Ci sedemmo nel cortile della mia casa, che di poco spazio divideva la casa dal mare. Non so se debba chiamare costanza od imprudenza: io non contava che il diciasettesimo anno. Chieggo un volume di Tito Livio, e quasi per ozio mi faccio a leggerlo e, come era il mio costume, a farne estratti; quand’ecco un amico di mio zio, che non ha guari era a lui venuto dalla Spagna[101], scorti me e mia madre seduti ed io anzi intento a leggere, si pone a rimproverare la noncuranza di lei e la mia tranquillità; contuttociò io non mi distolgo dal libro. Già era l’ora prima ed ancor dubbia e quasi languida la luce; già crollate le case circostanti e quantunque ci trovassimo in luogo aperto, pure essendo esso angusto, grande e certo era il timore di rovina. Parve allora finalmente di dover allontanarci dalla città. Ci segue attonito il volgo, e ciò che nello spavento appare prudenza, al proprio antepone l’altrui avviso, ed in gran numero essendo, preme ed incalza i fuggenti. Usciti dall’abitato, ristemmo. Quivi assai cose che ti farebbero maravigliare, e assai sbigottimento patimmo. Imperocchè i veicoli che avevam comandato di condurci, quantunque in pianissimo campo, volgevansi in opposta parte, e neppure rimanevano nello stesso luogo, malgrado con grossi ciottoli si assicurassero. Il mare inoltre sembrava riassorbirsi in sè medesimo e dal tremuoto indietro cacciarsi. Certo erasi inoltrata la sponda, e molti animali del mare giacevan sull’asciutta arena. Dall’altro lato una nube nera e spaventevole ravvolta da violenti vortici di un vento di fuoco, si squarciava in lunghe figure di fiamme, or pari alle folgori ed ora maggiori. Allora poi quello stesso amico ch’era giunto dalla Spagna con maggior severità ed insistenza ci disse: Se tuo fratello, se tuo zio vive, egli vuole che voi vi salviate; se è perito, voi vuole superstiti: a che dunque ritardate a fuggire? Rispondemmo che incerti di sua salvezza non ci reggesse l’animo di provvedere alla nostra. Nè oltre si trattiene, via si precipita e rapidamente si invola al pericolo; nè a lungo andò che quella nube discendesse sulla costa e ricoprisse il mare. Aveva cinta e ravvolta Caprea, e tolto alla vista Miseno, che si spinge avanti. Allora mia madre a pregare, esortare ed ingiungere ch’io dovessi in qualunque modo fuggire, poichè giovane lo potessi, non calere a lei il morire e comechè grave d’anni e di corpo, pur che ella a me non fosse cagione di morte. Io oppongo non volere scampare se non con lei, e quindi presale la mano, la costringo ad affrettare il passo: ella obbedisce a malincuore e sè accusa perchè a me cagione di ritardo. Già la cenere arriva, comunque ancor rara: mi rivolgo; una densa caligine ci incalzava alle spalle, e ci seguiva rasentando la terra, come torrente. Pieghiam da lato, io dissi, frattanto che vediamo, onde sorpresi poi nella via, la turba di chi ci accompagna non ci abbia nella oscurità a rovesciare per terra. Appena c’eravamo seduti, che la notte piomba, non come quando è senza luna o nuvolosa, ma come in luogo chiuso sia estinto ogni lume; avresti udito ululati di femmine, stridere di fanciulli e gridar di uomini: altri i parenti, altri i figli, altri il consorte ricercar colle voci: si riconoscevano a queste: quelli il proprio caso, questi lamentan l’altrui: v’eran di coloro che per paura della morte, la morte invocavano. Molti alzavan la mano verso gli dei, e parecchi negavano aver mai gli dei esistito e quella reputavano essere la eterna e novissima notte. Nè mancarono di quelli che i veri pericoli accrescevano con finti e simulati terrori. V’eran di coloro che annunziavano venir da Miseno e averlo veduto ardere e comunque mendaci, venivan creduti. Si rischiarò alquanto, ma a noi non parve il giorno, ma il chiarore del fuoco che si avanzava; se non che questo si arrestò più lontano: di nuovo tenebre, di nuovo cenere, molta e grave. Questa noi, levandoci, scuotevamo di tratto in tratto, diversamente ne saremmo stati, non che soverchiati, schiacciati dal peso. Mi potrei vantare che un tanto frangente non mi abbia strappato un gemito e neppure alterata la voce, se non avessi reputato a me misero di grande consolazione il perire d’ogni cosa con me e con tutti. Finalmente quella caligine diradata, si risolvette in fumo o nebbia, quindi si fe’ giorno davvero ed anche il sole risplendette, comechè scolorito, quale suol essere quando vien meno. Agli occhi ancor trepidanti si presentarono mutate le cose, e, come per neve, oppresse da molta cenere. Reduci a Miseno e ristorati alla meglio i corpi, passammo la notte sospesi e dubbii fra la speranza e il timore, prevalendo il timore. Imperocchè perfidiava il tremuoto e molti dementi[102] coi loro spaventevoli vaticinj schernivano le proprie e le altrui sciagure. Noi per altro allora, quantunque ammoniti dai passati, e nell’aspettazione di venturi pericoli, non accogliemmo il partito di andarcene, finchè non avessimo saputo dello zio. Queste particolarità, certamente non degne d’essere registrate nella storia, leggi senza tenerne conto nello scrivere, nè ad altri poi imputerai che a te stesso, se non ti sembreranno pur in lettera convenienti. Addio.»
Tito Vespasiano Augusto, l’ottimo imperatore che deplorava perduto quel giorno in cui non avesse accordata alcuna grazia[103], avuta contezza del lagrimevole evento, non limitandosi, come scrive Svetonio, a mostrare soltanto la sollecitudine d’un principe, ma spiegando tutta la tenerezza d’un padre, prima con confortevoli editti, poi con reali beneficj trasse agli infelici in ajuto e volle che, tratti per sorte dal numero de’ consolari i procuratori, questi avvisassero a’ modi di temperare tante sciagure e soccorrere a quelle popolazioni littorane ch’erano rimaste senza tetto e fortuna, disponendo allora che alla ricostruzione delle rovinate città, od a sollievo de’ superstiti venissero impiegati i beni di coloro ch’erano periti nella eruzione del Vesuvio, senza lasciare eredi, che altrimenti sarebbero stati devoluti al fisco[104]; ma diligentemente esaminati essi i luoghi, non parve loro sano consiglio il disotterrare le sepolte città, che altra volta avrebbero potuto subire per conformi cataclismi una medesima sorte, e ne fu però abbandonato ogni pensiero.
Intervenne per tal guisa a Pompei quel che veggiamo in mezzo agli uomini tuttodì accadere. Lagrime e desolazione, rincrescimento della vita, e giuri di lutto perpetuo onorano i primi giorni delle tombe più predilette: poi il pianto si terge, si accolgono i conforti, si rassegna a vivere, si dimentica, si ride e si danza forse nella camera stessa dove il più caro de’ nostri ha dolorato poco prima ed è morto.
Sulle ceneri di Pompei i superstiti hanno arato, e seminato, crebbero alberi, crebbero vigneti e sorsero cascinali, e le generazioni che si vennero succedendo narrarono l’evento come di cosa assai assai lontana e chi sa forse che non siasi da molti creduto ben anco che la fama e gli scrittori avessero esagerato parlando di Pompei come di celebre città della Terra di Lavoro.