CAPITOLO VI. Gli Scavi e la Topografia.

I Guardiani — Un inconveniente a riparare — Ladri antichi — Vi fu una seconda Pompei? — Scoperta della città — Rinvenimento d’Ercolano — Preziosità ercolanesi — Impossibilità d’una intera rivendicazione alla luce di Ercolano — Scavi regolari in Pompei — Disordini e provvedimenti — Scuola d’antichità in Pompei — C. A. Vecchi — Topografia di Pompei — Le Saline e le Cave di Pomici — Il Sarno.

Ora che il lettore mi ha cortesemente seguìto nel racconto della sventurata città, entrando in essa dal lato della antica porta di Ercolano, mi chiederà dapprima chi sia costui che nel consegnare la tessera d’ingresso, che abbiam pagata due lire, ci si è posto come un amico a’ fianchi, dopo averci graziosamente salutato? Vestito come una giovane recluta in bassa tenuta, se il vedeste ne’ dì festivi e nelle occasioni più solenni, di poco differenzia nell’uniforme dallo spigliato bersagliere del nostro esercito, e se non ne divide il carattere, ha però discipline proprie e severe, ed è, per così dire, alla sua volta irreggimentato.

Egli è altro de’ guardiani della mesta città, il cicerone che ci sarà guida nella nostra curiosa peregrinazione.

L’illustre commendatore Fiorelli, — col quale ho voluto che il lettore facesse sin dalle prime pagine di questo libro, e conservasse poi sempre la preziosa conoscenza, perchè egli sia il benemerito sopraintendente degli scavi pompeiani, — ha, e per la custodia di questi scavi e di quelli d’Ercolano, come per la cura del Museo napoletano, delle antiche preziosità del Chiostro di S. Martino e di tal altra interessante reliquia del passato, esistente nella provincia di Napoli, creato un corpo di guardiani, gente tutta onesta e fidata, ch’egli assegna a questa o a quella località, che vi appare abbastanza compresa ed istrutta dell’importanza del proprio ufficio e della storia di ciò che vigila ed addita a’ frequenti visitatori. V’han di quelli cui famigliari son le lingue inglese, francese e tedesca, e il forestiere però cui s’accompagna l’intelligente guardiano, trova in lui un amico che gli apprende con franca disinvoltura ogni destinazione antica di que’ luoghi e di quegli oggetti e gli fa intendere ben anco nel disimpegno del proprio ufficio lo dolce suon della sua terra.

Il Guardiano del commendatore Fiorelli, dopo di essere stato tre o quattro ore con voi, d’avervi colle sue indicazioni e racconti trasfuso tutto l’interesse per la risorta città, si rifiuterà, con piglio di naturale cortesia e senza un’ombra di sacrificio, oppur di affettazione, di ricevere il beveraggio che tenterete di fargli accogliere e ve lo farà con sì grande sincerità che sarete quasi mossi a fargliene le scuse, quasi che la vostra offerta fosse stata una mancanza alle regole della delicatezza e della urbanità.

Le discipline sull’argomento imposte dall’esimio soprintendente sono severe e ferme: una mancanza del Guardiano varrebbe il suo licenziamento. E noi plaudiamo ad ordini siffatti. Nulla di più incomodo e imbarazzante pel forestiero, ignaro forse de’ costumi ed abitudini del paese, che di por mano alla borsa per le mancie, le quali teme o che sieno eccessive, ovver che sieno al di sotto della convenienza o dell’uso. Imponete a lui pure una tassa per l’ingresso, ma pagate voi il cicerone, e liberate noi da ogni fastidio. Dateci adunque de’ guardiani da voi eletti, obbedienti a doveri, legati a discipline e noi ci troveremo così a nostro bell’agio.

E così ha fatto appunto il Fiorelli.

Ma perchè non appaja ch’io, in grazia di facili entusiasmi, vegga qui tutto bello e tutto buono, non lascerò d’additare un non dubbio inconveniente. Presso a tanto ordine e vigilanza, vicino a tanta severità e previdenza, non è possibile deplorare l’esistenza d’un commercio o monopolio che trovate presso gli ingressi — non dirò delle piccole Guide a stampa, che credo dettate da intelligenti persone, che sono esatte e bastevoli a dichiarare quanto importa di conoscere al momento e che formano anzi altro titolo di lode per il detto signor Fiorelli, da cui furono per avventura rivedute — ma sì delle copie d’oggetti pompejani e di fotografie di diversi monumenti della città o di cose artistiche rinvenute, che a voi s’offrono a prezzi troppo forti e che per la brama di portar con voi un ricordo della interessante peregrinazione e delle care impressioni vi guardate dal rifiutare. E fossero almeno le fotografie, che pagaste due lire l’una, fatte bene; ma no; quando siete a casa vostra vi trovate d’aver nella pressa acquistato indecenti sgorbj e gettato del denaro in buon dato, perchè per poco che uomo senta l’amor dell’arte e dell’antico, per poco che risenta d’interesse nel vedere questa città, rado addiviene che s’incontri, come a me è accaduto d’udire da un francese che Pompei non fosse che un tas des briques et des moëllons inutiles, e che però non comperi una dozzina almeno di vedute fotografate.

Provvegga dunque il commendatore Fiorelli a cacciare codesti profanatori, od almeno a far bandire codesta vera profanazione dal suo tempio.

Toltomi dalla coscienza, cui faceva groppo, questo unico appunto, perocchè a vero dire non si vorrebbe che la bella vostra si potesse d’una minima nota censurare per chicchessia, seguiamo senz’altro i passi dell’onesto guardiano, al quale tarda del pari di addentrarci nei misteri di que’ ruderi solenni e silenziosi.

Nel presentarsi tuttavia subito alla nostra vista una lunga via, fiancheggiata da case prive di tetto e smantellate, nel vedervi crocicchi, nello scorgere la estesa massa dei fabbricati già scoperti, vinta appena la sorpresa dolorosa che di voi si è impadronita avanti a tanta rovina, voi correte collo sguardo a misurare tutta quanta la vastità di Pompei, ed a chiedere e come e quando si fosse messo sulla traccia di una sì grande scoperta e si avesse posto poscia la mano all’opera così imponente degli scavi

Il Guardiano vi direbbe tutto questo in due parole: voi da me pretendete di più; io mi cingo pertanto la giornea.

Quando il cataclisma che v’ho narrato fu accaduto, taluno de’ superstiti pompejani, come doveva essere naturale, fe’ ritorno alla scena del disastro doloroso e per forza d’induzioni avrà cercato d’indagare dove fosse stato il luogo dei calcidico de’ templi, ove serravasene il tesoro, la Casa del Questore che, amministrando la publica pecunia, avrà saputo, al par de’ suoi successori nella bisogna, pensare un cotal poco anche al proprio gruzzolo; le magioni dei ricchi ove là anche dovevano esistere di aurei e di sesterzj in abbondanza e gli arredi preziosi e i muliebri gingilli, vasi murrini, amuleti d’oro, idoletti e monili, anelli e contigie d’ogni maniera, e praticandovi fori ed aperture ha procacciato penetrarvi a bottinare. Così accadde che nelle odierne escavazioni molti luoghi apparissero già frugati ed espilati, tra cui la summentovata Casa del Questore, dove nell’atrio vennero bensì trovate, erette sopra uno zoccolo laterizio incrostato di marmo, due casse di legno foderate di rame e fasciate di ferramenta ed ornamenti di bronzo, ma non contenevano che sole quarantacinque monete d’oro e cinque d’argento; mentre presso i doviziosi pompejani e presso uomo di quell’officio assai e assai più sarebbesi ripromesso di rinvenire. La fretta e la paura d’impensati crolli avranno impedito l’intera sottrazione.

Avvenne parimenti in più luoghi di riconoscere infatti come più d’uno di questi più o meno legittimi cercatori di ricchezze fosse rimasto schiacciato sotto le rovine che forse profanava, stringendo ancora la borsa, e i pregevoli effetti che s’era appropriato, vittima della propria insana cupidigia.

Ma queste indagini per i gravi pericoli cui esponevano o furono presto abbandonate, così che le sovvenute generazioni smarrirono, come già dissi, persin le traccie dell’infelice città; o fu vero quel che trovo scritto dall’architetto Gaspare Vinci, ma che non so da altri confermato, che «i Pompejani rimasti senza patria ebbero ben presto a fondarne una seconda non lungi dalla prima. Fabbricarono delle case, sul principio pe’ soli agricoltori, quindi si formò un villaggio. Questo continuò a denominarsi Pompei: fu abitato per molto tempo: ma in fine altra catastrofe, simile a quella che aveva estinta l’antica Pompei, fece cessare per sempre anche la nuova»[105].

Toccai già come molti additassero essere stata Pompei là dove sorse di poi Torre dell’Annunziata, che pare invece abbia occupato l’area di Oplonte; or dirò com’altri la collocassero nel sito di Scafati sulla moderna riva del Sarno, tratti appunto in inganno da ciò che si sapesse avere un tal fiume lambito il piede alla sventurata città, e quelli pure, come il Capaccio e il Pellegrino, che si mostravano edotti dell’esistenza di rovine nel luogo appellato Civita, le scambiassero per quelle di Taurania, mentre fossero precisamente di Pompei.

I posteri adunque l’avevano, come già dissi, interamente dimenticata; la popolare tradizione, che sì sovente ripara l’obblio e l’ignoranza delle età, non l’aveva tenuta meritevole pur d’un ricordo!

Ma fu vero che anche questa parte d’Italia venisse crudelmente profanata, istupidita e tiranneggiata dalla barbarie straniera. Goti e Visigoti, Longobardi e Franchi, Svevi ed Angioini, Aragonesi e Francesi e vie via una colluvie d’invasori l’avevano corsa e ricorsa e se l’erano disputata: chi ne avrebbe pensato, allorchè in forse erasi sempre della vita e degli averi?

I primi indizj che s’ebbero della sepolta Pompei rimontano a’ tempi di Alfonso I re di Napoli e forse intorno all’anno 1592. Un Nicola di Alagni, conte di Sarno, volendo condurre un acquidotto, traendo l’acqua dal fiumicello pompejano fino a Torre dell’Annunziata, faceva scavare in certa località, quando l’architetto Domenico Fontana a un tratto si vide tra le pareti di un tempio, che poi si riconobbe d’Iside e trovò case, cripte, portici ed altri monumenti. Là si riscontrano tuttavia spiragli del Sarno che vi trascorre sotto. Contuttociò non fu ancora sufficiente ammonimento a designare le rovine della città di Pompei, nè eccitamento a proseguire nell’opera della scoperta. Perocchè monsignor Francesco Bianchini, nella sua Storia Universale provata con monumenti[106], parlando degli scavi nello stesso terreno, praticati nel 1689, e com’egli dice, alle radici del monte Vesuvio, in lontananza di un miglio in circa del mare, recando, a maggiore autorità una nota di Francesco Pinchetti, ch’ei chiama architetto celebre in Napoli per la sua professione e molto più per il museo sceltissimo ed antichità erudite da sè raccolte, fa chiaro che il Pinchetti e altri con lui reputassero come le lapidi romane e le osservazioni sue istituite sulla natura dei varj suoli scavati, fossero fatte nel loco dove era la villa di Pompeo. Esso monsignor Bianchini nondimeno non restò di soggiungere un proprio dubbio che, cioè, le iscrizioni vedute dal Pinchetti, e da lui non ancora, potessero spettare invece alla città di Pompei, e non ad una villa del magno Pompeo e de’ di lui figliuoli; perciocchè la villa di quella famiglia e di quel massimo capitano, da Loffredo si giudica non essere stata sotto al Vesuvio, ma piuttosto verso Pozzuolo, non molto discosta dal lago Averno.

La storia quindi degli scavi non parte che dal 1748, quando alcuni agricoltori, avendo fatto delle fosse per piantagione d’alberi, si imbatterono nelle mura di un edifizio e in una statua di bronzo.

Siffatta notizia portata a cognizione di Carlo III, regnante allora, principe d’alti concepimenti, comunque despota per eccellenza[107], — desti già la sua attenzione e l’interesse della scoperta da poco tempo fatta di Ercolano, — come aveva fatto per gli scavi di questa città, fece pur acquisto di tutto il terreno su cui quegli agricoltori avevano lavorato e casualmente scoperta Pompei e posto mano ad intraprendere escavazioni, gli venne dato di ottenerne i vagheggiati risultamenti.

La sorte eguale con Pompei avuta dalla città di Ercolano nella sciagura e il destino quasi identico e contemporaneo delle escavazioni, reclamano che una breve parola io dica qui dell’occasione fornita di una tale resurrezione intorno ad Ercolano. La storia di questa città sorella e quella de’ suoi scavi completa quella di Pompei: è quasi impossibile il tenerle onninamente divise: l’una all’altra soccorre indubbiamente.

Neppur d’Ercolano sapevasi la precisa ubicazione. Emanuele di Lorena, principe di Elbeuf, venuto, a capo dell’esercito imperiale contro Filippo V, in Napoli nell’anno 1713, innamoratone del cielo e del clima, e già sposo alla figliuola del principe di Salsa, prese ad erigersi a Portici una villa; un contadino, levato dalla escavazione d’un pozzo alcuni marmi, avendoglieli offerti, fu il primo indizio che lo guidasse sulle traccie della sepolta città ed estesi subito gli scavi, non corse guari che rinvenisse iscrizioni romane ed osche, un tempio con ventiquattro colonne, ed altrettante statue in giro, una statua d’Ercole ed una di Cleopatra. Eureka! fu gridato da lui e dai dotti; Ercolano è risorta.

I primi capolavori di bronzo e di marmo ritornati alla luce, proprietà di chi li aveva trovati, andarono ad arricchire musei stranieri; non così per altro che i moltissimi rinvenuti di poi non valessero a costituire tutta una preziosissima raccolta in Napoli di pitture, di vetri, di medaglie, di utensili, di busti e principalmente delle due sole statue equestri in marmo che l’antichità ci abbia trasmesso: quelle dei Balbo, padre e figlio. E a mille si trovarono i papiri più greci che latini; in questi come nelle arti più ricca Ercolano che non Pompei; onde ne nacque l’idea della creazione d’un’academia la quale illustrasse i monumenti dell’antico che si sarebbero rinvenuti negli scavi e che si intitolò Ercolanese.

Il re Carlo III, fin dalla prima scoperta, ad impedire che le antiche preziosità che si sarebbero diseppellite passassero all’estero, con grave nocumento del paese, s’affrettava a ricomprare dal principe di Elbeuf quella proprietà, e spingendo con sollecitudine i lavori di escavazione, era egli che aveva ottenuta la certezza che fosse quell’antica città d’Ercolano.

Ma quegli scavi tornavano difficili, anzi pericolosi. Su quella città non era stato un lieve sepolcro di ceneri e di scorie soltanto, come in Pompei, che il Vesuvio aveva posto, ma uno greve e di lava e di lapilli infuocati; onde quel sepolcrale coperchio, dello spessore in più luoghi perfino di venti metri, aveva cotanto persuaso di sua solidità, da far credere che fosse tutta una vera roccia vulcanica e non lasciar sospettare che mai si celasse al di sotto, che le sorvenute generazioni vi avevano confidenti fabbricato su tutta una città ed un villaggio, Portici e Resina e sulle sontuose ville di romani guerrieri, eretto inconsapevolmente palagi eleganti di artisti di canto e d’altri facoltosi. Intraprese le escavazioni, era stato mestieri, non come in Pompei, far uso della marra, per liberare i sottoposti edificj, ma della mina, nè si potè agire che colle maggiori cautele, perocchè a chi scenda e penetri dentro gli scavi ercolanesi rechi sorpresa e spavento l’udirvi sovra del capo il rumoreggiar de’ carri e degli omnibus che animano la graziosa Portici ed anzi paresse necessità di nuovamente interrare più luoghi frugati ad impedire il disastro di rovine, privando le moli sovrastanti de’ loro antichi e naturali sostegni. Laonde l’intera scoperta d’Ercolano e il ricupero di tutte le preziosità che nasconde non sarà mai possibile sin quando non vengano abbattute le belle case e villeggiature di Portici, nè io sarò mai per dire che metta proprio conto di pur ciò desiderare.

Non a torto quindi il medesimo monarca s’era sollecitato a recare in sua proprietà anche il terreno sotto cui tutto creder faceva ascondersi Pompei, acciò non fosse frodato il paese di quanto vi si sarebbe potuto trovare ed a commettere l’esecuzione su più conveniente scala delle ricerche e degli scavi, resi essi più agevoli dalla men dura materia che li copriva, perocchè quivi non si trattasse che di rimuovere gli strati di ceneri commiste alle pomici, oltre quella superficie che vi si era sopra distesa e che già avea servito alla coltivazione.

A riguardo di queste due nobili città rivenute al giorno, potevasi dire suggellato il vaticinio dal Venosino espresso nell’Epistola sesta del libro I a Numicio:

Quidquid sub terra est in apricum proferet ætas[108].

Se non che parve che una vera, regolare e non interrotta prosecuzione di tali scavi pompejani non avesse incominciato che nel 1799 e così vennero di poi alacremente condotti, che siasi oggimai presso alla scoperta di una metà della città, essendo tornate alla luce e mura e porte, e archi e vie molte, e templi e basiliche, e fori e terme, anfiteatro e teatri, case e tombe, in una parola tutta la parte più interessante, tale dovendo ritenersi appunto e per essere quella che si distendeva lungo la marina e che doveva però essere indubbiamente la meglio ricerca per la sua animazione prodotta dal porto e da’ publici ufficj che si adivano e per la frescura che procacciava il mare e perchè in fatti vi si rinvennero i più cospicui edifici tanto publici che privati.

Se le escavazioni progredivano con certa regolarità, non vi si portavano nondimeno per lo addietro tutte quelle cautele, le quali valessero a tutelarle e difenderle dalla cupidigia di molti, dalla smania di tutti di posseder qualcosa di quanto si veniva scoprendo. Coi lavoratori stipendiati mescevansi troppo spesso estranei che s’appropriavano quel che potevano ascondersi e portar via: lucernette ed idoletti, gingilli e monete, cose preziose e volgari vennero così in copia asportati ed erano occasioni a tanto disperdimento l’accesso publico e il commercio che in Napoli e ne’ paesi prossimi a Pompei se ne faceva apertamente. Non v’ebbe di tal guisa publico o privato museo d’antichità in tutta Europa che non possedesse alcuna reliquia antica di questa città.

Ma per buona ventura fu posto freno e impedimento a ciò. Il commendatore Fiorelli — il cui nome ho già più volte citato e lodato, nè sarà l’ultima questa che l’avrò a ricordare, poichè esso si connetta necessariamente ad ogni discorso che di Pompei si faccia — giunto alla direzione e sovr’intendenza degli scavi, ottenne dal Governo che venisse limitato l’ingresso libero in Pompei ne’ soli giorni di festa; che pur in questi fosse il publico sorvegliato da’ guardiani da lui istituiti; che a’ forestieri e visitatori degli altri giorni, imponendosi una tassa di lire due si convertisse il prodotto a vantaggio degli scavi, e severi ordini si bandirono che vietarono l’appropriarsi del benchè minimo oggetto, fosse pure una lampadetta di terra cotta, o qualche piccolo vaso lagrimatorio; disposto avendo che tutto, nulla eccettuato, s’avesse a trasportare nel Museo Nazionale di Napoli a cui egli è tuttora preposto. Così l’egoismo privato più non detrae agli studj del publico.

In Pompei stessa venne un antico edificio acconciato a scuola d’antichità, comunque non vi sia ora più d’uno studioso che vi dimori. Colà nondimeno vi si accolgono oggetti di ogni maniera trovati e tutte le publicazioni che trattano di Pompei, o vi hanno qualche attinenza. Il Giornale degli Scavi ne publica mano mano l’elenco, in un con dottissime dichiarazioni di iscrizioni, di edificj o d’altre cose che si vengono ritrovando. Augusto Vecchi, il bravo patriοta e soldato delle italiane battaglie, più mesi soggiornando, solitario nella risorta città, pensò e scrisse il suo libro che denominò Pompei e intitolò a’ Mani de’ Pompejani, e in cui colla potenza della sua fantasia ravvivò le morte generazioni e le morte cose, riconducendo i lettori all’epoca del novissimo giorno pur da me storicamente descritto e tenendo conto il più fedele che possibile fosse del vero nell’opera sua di romanziero.

Il lavoro di ciascun giorno per parte degli operaj adoperati dalla Amministrazione, sebbene proceda lento, conduce nonostante sempre alla scoperta di interessanti cose e la fortuna corona spesso il desiderio di chi fa gli onori agli illustri personaggi che traggono a visitare Pompei, nelle felici invenzioni di oggetti preziosi che poi figurano nelle bacheche del napoletano Museo. Io pure assistetti all’opera della marra e dello sterramento di una casa pompejana, coll’agitazione prodotta dal desiderio e dal timore insieme che i morti abitatori di essa emergessero da quelle ceneri, e formai voto che il Governo stanziasse maggiori fondi a tai lavori: ma chi può attendersi che in Italia si volga ancora il pensiero e le cure alle arti, quando l’imperizia o peggio de’ governanti ha già tanto pesato sui contribuenti?

Noi abbiamo dunque dimenticato troppo presto che fu sempre

D’ogni bell’arte Italia antica madre

e che se potemmo dare mentita nel passato a chi Italia aveva detto nome geografico e nulla più, non era stato che per ciò solo che mai non avevamo perduto lo scettro dell’Arti Belle.

Discorso dell’origine, del progresso e dello stato attuale delle escavazioni, quantunque il perimetro della città non sia peranco interamente sterrato; pure dai fatti esperimenti fu dato misurarne l’estensione che si computa a circa quattro miglia, compresi i sobborghi, ed è concesso di fornirne la topografia.

Pompei venne costruita su di una collina digradante al mare che in passato la circondava da due lati e ne costituiva quasi una penisola. Se si riguarda alla pietra su cui si fonda e che è di natura vulcanica, anzi direbbesi antichissima lava, si avrebbe argomento a credere che il terribile incendio del Vesuvio del 79 fosse stato ne’ tempi caliginosi della storia preceduto da altri non minori cataclismi, pei quali la lava o fosse fin qui fluita da quel formidabile serbatojo, o avesse trovato altri aditi divisi dal cratere per uscire ad allagare la circostante pianura; seppure questa collina stessa non fosse una bocca vulcanica pari ad altre che si veggono attorno al Vesuvio. Strabone portò l’egual congettura, constatando prima la sterilità della vetta cinericcia del Vesuvio, poi le sue profonde caverne e le diverse spaccature, e reputò doversi per avventura attribuire al suo fuoco e alle sue ceneri la miracolosa fertilità, per la quale va la Campania distinta.

Ma più specialmente catastrofi non di molto dissimili toccate a’ paesi circostanti, sia per tremuoti come in quello memorabile da me riferito del 63 di Cristo, sia per eruzioni ed anche a Pompei, lo attesterebbe il nome stesso della città, se è vero quel che afferma la Dissertatio Isagogica di C. Rosini, che essa venisse chiamata dapprima Pompìa, e che ciò significhi fuoco spento[109]. Nella Via delle Tombe inoltre vennero trovati in qualche luogo negli scavi, esistenti sotto le costruzioni di romana origine, avanzi di altre precedenti opere muratorie d’epoca assai remota e oggetti d’origine etrusca. Dalla parte opposta a Napoli, da cui dista forse una quindicina di chilometri, ho già detto che il seno che vi formava il mare ed entro cui aveva la propria foce il Sarno, avesse costituito naturalmente un porto capace di molte navi, anzi, secondo alcuni, perfino di una intera flotta e che giovava ai bisogni non della sola Pompei, ma di Acerra e di Nola, onde per i legni che scendevano o risalivano di continuo codeste sponde, avesse ragione Strabone di designarlo come un importante porto e di far della città un vero emporio, molto più che, navigabile allora il Sarno, avesse preferenza sui porti di Stabia e d’Ercolano, per il vantaggio che offriva del trasporto delle merci che giungevano nell’interno del territorio.

Più in là del porto e verso Stabia — ed or direbbesi verso la via che scorge a Castellamare, città che sorge appunto sulle rovine di Stabia, fatte prima da Silla e compiute poi dal Vesuvio — erano le Saline di Ercole, di cui si veggono oggi pur le vestigia nel luogo detto Bottaro e la palude a cui fa cenno L. G. Moderato Columella, non che il verso seguente che ne fa gradevole menzione:

Quæ dulcis Pompeja palus vicina salinis,

Herculeis....[110]

e più presso la città le cave delle pomici e delle moli olearie, ricordate quelle da Vitruvio, da Catone queste.

Ora il mare s’è ritratto di oltre un miglio e fu proprio, come nel precedente capitolo ho detto, nell’occasione del cataclisma che ho descritto: nè senza del resto così formidabili avvenimenti, può constatarsi questo ritrarsi del mare anche altrove. Ravenna, che fu principale stazione navale de’ Romani al tempo di Augusto; e Pisa, che pur nel medio evo fu città marinara e insigne tanto da misurarsi col naviglio amalfitano e genovese, distano oggi di molte miglia dal mare. Venezia ha già veduto abbassarsi il proprio estuario: chi sa che un giorno non appaja una favola la sua fondazione sulle palafitte di Rialto e dove furono le lagune non iscorra più la bruna e misteriosa gondola, ma venga in quella vece tratto dal pigro bove l’aratro?

Il Sarno, ho pur detto, che, dappoichè non aveva più a bagnare la viva Pompei, ammencite le sue acque, si fosse ridotto alla condizione di umile ruscello; la sua vasta imboccatura è segnata ora dal luogo che si denomina la valle e la sua antica importanza che aveva già prestato orgogliosamente il suo nome a’ popoli Sarrasti, come ne lasciavan ricordo que’ versi di Virgilio, che parlando di Ebalo, dice com’ei comandasse

Sarrastes populos, et quæ rigat æquora Sarnus[111]

or appena si rileva da chi, rimembrando i passi de’ latini prosatori e poeti che ne ripeterono i vanti, ne richiede contezza; sì che di lui ad egual ragione dir si potria quello che il Sebeto, da cui Napoli si designa, ebbe ad esser chiamato da Metastasio:

Quanto ricco d’onor, povero d’onde.

Porta d’Ercolano a Pompei. Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc.