CAPITOLO VII. Le Mura. — Le Porte. — Le Vie.
Le Mura, loro misura e costruzione — Fortificazioni — Torri — Terrapieno e casematte — Le Porte — Le Regioni e le Isole — Le Vie — I Marciapiedi — Il Lastrico e la manutenzione delle Vie — La Via Consolare e le vie principali — Vie minori — Fontane publiche — Tabernacoli sulle Vie — Amuleti contro la jettatura — Iscrizioni scritte o graffite sulle muraglie — Provvedimenti edili contro le immondezze — Botteghe — Archi — Carrozze — Cura delle vie.
Poichè abbiamo, nella narrazione de’ suoi eventi, dimostrato quanta importanza si avesse Pompei e come fosse fatta emporio commerciale per ragion del suo capace porto e del suo fiume e convegno d’ogni industria prodotta dalle vicine città della Campania; era ben naturale che si avesse ben anco tutti que’ presidj che ne tutelassero la sicurezza interna; molto più che essa avesse preso parte a tutte le lotte ed a tutti i commovimenti guerreschi, da determinarvi lo stabilimento d’una colonia militare che davvicino la vigilasse e tenesse in soggezione.
Ella era dunque recinta di solide mura, atta a respingere assalti esterni e fra le prime opere d’escavazione, quella fu appunto di sterrare le mura onde conoscere la circonferenza dell’intera città e la sua configurazione. Così evitavansi eziandio inutili scandagli all’infuori di essa ed inutili spese. Fu lavoro codesto compiuto dall’anno 1812 al 1814.
Giravano prima codeste mura tutt’all’intorno, misurando oltre due miglia e producendo una figura di elissi, l’asse maggiore della quale, che percorre dalla porta Ercolanea all’Anfiteatro, misura ottocento passi geometrici, mentre l’asse minore che è dalla porta Nolana al quartiere de’ soldati, o Foro Nundinario ne misura soltanto quattrocento; ma negli ultimi tempi di sua esistenza, e precisamente ne’ giorni di Augusto, le mura dalla parte della marina, demolite, vennero sostituite da edifici.
Di eccellente, se non sempre di uniforme costruzione, poichè formata di due muri eretti con macigni vesuviani ed ottimo cemento, venivano, giusta il sistema più in uso a que’ tempi di fortificazione, a tratti a tratti munite di torri quadrate, onde dovessero valere di salda difesa. Non era con tutto ciò, siccome dissi, uniforme in tutta la cinta la costruzione: il muro di essa che riguardava la città può reputarsi dell’altezza di trentaquattro palmi, mentre di venticinque fosse quello che sorgeva verso l’esterna campagna. Nello spazio che tra l’un muro e l’altro intercedeva di forse venti e più piedi e che latinamente denominavasi agger, eravi adattato un gran terrapieno capace di molti soldati, i quali per le grandi gradinate praticate a certi intervalli potevan giungere sul ciglio delle mura per offenderne all’uopo gli assalitori.
Le torri, che dal lato di settentrione erano meno frequenti, perchè riuscendo alla collina meno facile tornavano la sorpresa e l’attacco nemico, costuivansi di tre piani, come del resto può essere osservato in altre città dove sieno superstiti congeneri costruzioni tanto dell’epoca romana che del medio evo: ne sussistono tuttavia le gradinate di comunicazione, e se ne usciva poi in tempo d’assedio alle impensate sortite per certe anguste e dissimulate porte, appellate posternæ, le quali si aprivano al piede di esse.
Sulle pietre di certa parte delle mura, dove la costruzione non è curata così come in altre parti, si riscontrano ancora caratteri oschi ed etruschi, indizj pur essi meritevoli di studio per la lingua usata in Pompei, almeno nel parlar volgare, e potrebbero essere altresì marche per norma della loro collocazione; quantunque la profondità colla quale sono incise possa dar luogo a ritenere esserne stato ben differente lo scopo. Ad ogni modo la natura di siffatti caratteri può valere all’induzione circa l’epoca della costruzione, che doveva però essere necessariamente d’assai anteriore alla guerra sostenuta contro Lucio Cornelio Silla, a respingere i violenti assalti del quale queste opere validissime di difesa avevano non poco giovato i Pompejani; se pure non vogliansi attribuire all’epoca remotissima degli Etruschi e degli Osci; taluni essendo che punto non esitino a qualificare recisamente d’origine pelasgica queste mura.
Fra l’un muro e l’altro e lungo tutto il terrapieno summentovato eranvi fabbricate ordinatamente, l’una all’altra di fronte, camere ed androni, siccome nelle fortezze odierne si veggono casematte, assai in uso del resto a que’ tempi in simil genere di fortificazione[112], a ricovero de’ soldati e ad uso di caserme; avvedimenti codesti, i quali congiuntamente alla rilevante altezza delle mura, accusano l’importanza non solo della piazza, ma permettono altresì di sospettare che di ben maggiori avvenimenti guerreschi di quelli dalla storia memorati potesse Pompei essere stata teatro.
Ma colle mura non finivano i baluardi di difesa di questa città, le quali non ne proteggevano che quelle sole parti che si presentavano più esposte, e non erano, cioè, tutelate o dalla profondità della valle, come verso il lato d’Ercolano, o dalla elevatezza della collina. Perocchè da un’altra parte avesse eziandio il mare e da un’altra ancora il Sarno copioso di acque; sì che per quei tempi presentar potesse Pompei veramente l’aspetto e l’importanza d’una piazza fortificata dei nostri giorni, e fornir tutte le ragioni altresì d’avervi i Romani dedotta una colonia militare.
Della maniera di fortificazione usata in Pompei, secondo ho più sopra alla meglio intrattenuto il lettore, Vitruvio, nella sua famosa opera che tratta della architettura de’ suoi tempi, ne parla nel capo V del Libro I, e dà i tecnici particolari, a’ quali chi della materia si diletta, può con utilità rivolgersi, poichè ad altro ora mi chiama l’argomento[113].
Per più porte si entrava in Pompei: otto ne han distinte gli scavi che si vennero fin qui operando, due delle quali veggonsi tuttavia egregiamente conservate colla loro antica selciatura, e sono la Porta Ercolano, tutta di materiale laterizio con intonaco senza ornamenti, a meno che la sua vetustà non li abbia fatti rovinare, e la Porta Nolana, che menava a Nola, denominata tal Porta anche Isiaca, perchè presso vi fosse il tempio consacrato ad Iside e ne sussistono intatte le forti muraglie fatte di grossi massi vulcanici e con vôlta superiore.
Le altre sei porte appena si distinguono: esse hanno stipiti in grandi massi riquadrati, e si aprivano: l’una tra l’Anfiteatro ed il Foro Nundinario o quartiere de’ soldati, e si chiamava Porta Stabiana, perchè conducente alla città di Stabia; l’altra fra l’anfiteatro e la Porta Nolana, che per la vicinanza del fiume doveva per avventura chiamarsi Porta del Sarno; la terza era detta Nocera, la quarta di Capua, e così chiamavansi perchè mettevan capo alle vie per cui s’andava a quelle città; la quinta, che sorgeva fra la porta di Nola e quella d’Ercolano, era detta del Vesuvio, perchè in più diretta corrispondenza con questo monte; la sesta appellavasi della Marina. La scoperta di quest’ultima porta venne fatta nel 1863, mercè le sapienti ed esatte ricerche del commendatore Fiorelli. Innanzi a tale scoperta, era generale opinione che questa parte della città che discendeva al mare, come anche vi faceva cenno la sensibile pendenza del suolo, fosse sempre stata priva del muro di cinta e specialmente dalla porta d’Ercolano fino a quella di Stabia; ora la interessante scoperta del Fiorelli ha somministrato le più irrecusabili prove come Pompei fosse tutta quanta fortificata, e forse nelle ulteriori investigazioni e scavi verrà dato di conoscere ben anco se il muro che congiungeva le due suddette porte sia stato distrutto dalle funeste conseguenze della guerra.
Questa porta della Marina era posta sotto la protezione di Minerva, e la statua in terra cotta di questa dea, che vedesi ancora entro una nicchia a destra di chi entra, l’attesta.
Nella Porta d’Ercolano sono praticate tre arcate, quella di mezzo per i carri e le due laterali per i pedoni: essendo la principale arteria, come vedrem più avanti, era questo un ottimo accorgimento alla miglior sicurezza della vita ed a scanso di disordini d’ogni sorta.
È poi degnissima di osservazione il vedersi in questa Porta alle relative spalliere correrne tutto il lungo certe incavature destinate a ricevere la grossa imposta di legno, o saracinesca, che dal piano superiore si calava per chiudere; perocchè generalmente si reputasse fin qui che simil genere di fortificazione fosse il trovato de’ bassi tempi e medievali, ed ora invece colla scoperta di questa Porta di Pompei si abbia la irrefragabile prova che i vecchi castelli feudali non avessero fatto colle loro saracinesche che applicare quanto già gli antichi avevano praticato[114].
Finalmente è dato distinguere pur adesso il Vallo col gran fossato nella profondità di venti a trenta piedi con altro muro opposto, il quale serve di parapetto e controscarpa, novella testimonianza di più antica militare importanza, e nel quale i Pompejani degli ultimi tempi avevano publica e bella passeggiata.
Ora mi resta a compiere l’osservazione, per così dire, generale sulla struttura della città, di far menzione della sua interna divisione per quartieri o regioni, della sua suddivisione in isole o comprensorii di case isolate. Una carta iconografica degli Scavi del 1868 unita alla Nuova Serie del Giornale degli Scavi e che può dirsi una Pianta di Pompei, dimostra questa città divisa in nove regioni, delle quali non apparirebbe scavata interamente che la settima, buona parte della sesta, un’isola della prima, una della nona e cinque della ottava ed una, cioè l’anfiteatro, della seconda. La regione settima vedesi ripartita in quattordici isole, della seconda delle quali è fornita una pianta, e la sesta ne ha sterrate undici. Tutte le isole poi avevano una propria denominazione, desunta forse dal principale suo proprietario, siccome è manifesto dalla epigrafe, che ho già riportata e che per la prima volta venne edita dal Mazois[115], che ne apprese denominarsi Insula Arriana Polliana, quella ove trovavansi ad affittare le botteghe, colle pergole ed i cenacoli equestri di Gneo Alifio Nigidio Maggiore. Argomentando da questa nomenclatura, il chiarissimo archeologo De Petra crede potersi denominare l’insula prima della regio prima Popidiana Augustiana, perchè il proprietario principale della casa che in essa si trova, finora appellata del Citarista, risulta dalle graffite epigrafi publicate dal Zangemeister[116] essere stato Lucio Popidio Secondo, coll’aggiuntogli nome di Augustiano, forse per un sacerdozio di Augusto da lui esercitato[117]. Con siffatto criterio non sarà forse impossibile negli ulteriori disterramenti giungere a discoprire la più parte delle denominazioni, delle insulæ di tutte le regiones.
Entrati nella città, ho già detto in addietro la profonda e solenne impressione di dolore che subito vi produce. Queste vie deserte e mute, fiancheggiate da edifizj scoperti di tetto e smantellati, diroccati la massima parte interamente del loro piano superiore; questo lungo ordine di case da un lato e dall’altro succedentisi, numerizzate e recanti qui e qua affissi in caratteri rossi e neri di spettacoli, di pigioni, di raccomandazioni, di voti, di annunzj industriali, o iscrizioni bizzarre; questi emblemi sovrastanti alle tabernæ o botteghe e queste pitture che talvolta ne decorano la fronte; questi solchi che vedete profondamente impressi nella pur solida pietra vesuviana onde tutte le strade pompejane sono lastricate lasciati dal trascorrere de’ frequenti veicoli, vi fanno credere e persuadere che l’immane cadavere sia caldo tuttavia, che il suo cuore abbia dato appena il suo palpito supremo, che questa città soltanto jeri fosse piena di vita e di azione. Un sentimento adunque di sublime pietà s’indonna di voi dinanzi a tanta rovina, come precisamente se la catastrofe fosse l’opera appena della precorsa notte.
Chiama poi specialmente la nostra osservazione il vedere come tutte le vie sieno da ambe le parti costeggiate da un rialzo o marciapiede. Non essendo ampie, questo sistema, adottato del resto anche altrove in tutte le vie consolari e militari, rendeva più facile la circolazione a piedi: perocchè l’un margine valesse a chi andava, l’altro a chi veniva: entrambi poi ad evitare l’urto delle ruote dei carri e delle bighe o d’altri plaustri e quello dei cavalli che tenevano il mezzo. Il qual mezzo della via, per laterali rialzi, costituiva quasi un letto di torrente, e giovava appunto al trascorrimento delle acque piovane, le quali in tempi d’acquazzoni o di lunghe piogge, atteso anche il declivio della città che degradava, come più volte dissi, al mare e che però precipitavansi dalla parte più alta, convertendosi in torrente, avrebbero altrimenti rese impraticabili le vie e innondate ben anco le abitazioni.
A tale effetto si riscontrano di tratto in tratto in questo mezzo delle vie come degli spiragli quadrati protetti da inferiate, per i quali le dette acque piovane mettevansi, rivelando altresì come di sotto vi fossero opportuni condotti che poi sfogavansi nel Sarno; tal che l’edilizia d’allora nulla avrebbe di certo ad imparare dalla moderna, alla quale si può francamente affermare essere stata in cotali opere maestra.
L’abate Domenico Romanelli, nel suo Viaggio a Pompei, osservò eziandio in tutto il corso principale della città nel rialto di queste viottole, com’egli chiama i marciapiedi, alcuni forami che servivano senza fallo per attaccarvi i bestiami, se taluno avesse dovuto trattenersi, ovvero entrare nelle botteghe o nelle case; a un dipresso come in Firenze e altrove vedonsi per lo stesso scopo infissi ancora nelle muraglie de’ più cospicui palazzi de’ grossi anelli in ferro od in bronzo artisticamente lavorati, ond’esservi accomandati, cioè, i palafreni de’ cavalieri visitatori.
L’inglese che visita Pompei se ne parte adunque con una disillusione di più per l’amor proprio del suo paese e massime de la sua Londra. Egli che sin a quel giorno ha per avventura attribuito ad esso il vanto dei provvidi marciapiedi delle sue vie, s’accorge invece esserne stato preceduto da quasi diciotto secoli da Pompei, tanto piccola in comparazione della sua popolosa capitale. Oh shocking!
Per transitare poi dall’un marciapiede all’altro, senza l’incomodo della scossa che si riceve dallo scendere l’uno e dalla fatica dello ascendere l’altro, fatica pure sensibile in un clima meridionale, a’ capi delle vie trovansi collocati uno o più grossi macigni a superficie piana nel mezzo, i quali essendo all’altezza de’ marciapiedi, servivano come di transito o ponte. Quei macigni sono poi collocati in modo che i carri e le bighe possano fra gli spazj laterali trovar passaggio alle ruote loro. Di tal guisa, anche in tempo di pioggia era lecito attraversar la via senza entrare nel grosso letto delle acque che tra i due rialzi scorrevano come gore o torrenti.
Ho già ricordato come il lastricato di queste vie si costituisse di larghi massi di pietra del Vesuvio, i quali sebbene appajono irregolari, cioè tagliati ad esagoni, ottagoni e trapezj e quasi disordinatamente posati, pure per virtù di un tenacissimo cemento che vi sembra pietrificato, si uniscono abbastanza bene per guisa, che anche adesso, dopo i molti anni da che sono scoperti, vi sia ben conservato. La base su cui posano è formata di altro strato di acciottolato e di arena, com’era uso generale degli antichi che siffatto metodo chiamavano sternere; onde dal participio di questo verbo, stratum, ne derivò alle vie la denominazione di stratæ, e la nostra parola italiana strada. Tito Livio fa menzione di codesto sistema di viabilità in quel passo: Censores vias sternendas silice in urbe, et extra urbem glarea substernendas, marginandasque[118].
In parecchie delle vie vedesi per certi tratti codesto selciato assai sconnesso e negletto, ma tale nondimeno da lasciar credere che possa essere ciò stato l’effetto o del tremuoto o dell’ultimo cataclisma. Nondimeno vi si ravvisa a prima giunta la trascuratezza di sua antica manutenzione, e in verità me ne feci argomento di sorpresa da che a più dati avessi raccolto prove di sommo encomio per l’antica edilizia pompejana; ma un articolo dell’egregio F. Salvatore Dino me ne diè plausibilissima ragione, avendo rammentato come la manutenzione delle vie (munire vias) incombesse, per la legge Giulia Municipale che fu il fondamento delle costituzioni comunali italiche, ai proprietarj delle case per quel tratto che stava a queste davanti. Non essendo quindi a cura del Municipio la conservazione delle strade, la negligenza e l’impotenza dei detti proprietarj produceva quegli sconci spesso dannosi al traffico ed al passaggio cittadino. Dove da un lato erano publici edifici, la spesa della manutenzione dividevasi tra il proprietario da un lato e il comune dall’altro e da siffatto obbligo che era tra i tanti munera publica et privata, non poteasi alcuno esentuare e gli edili a cui apparteneva questa parte dell’amministrazione comunale avevano tali facoltà, che nel caso in cui quell’obbligo non si compisse, potessero indirettamente costringere i cittadini alla sua esecuzione. Così nella citata legge Giulia era prescritto che se alcun proprietario non attendeva alla conservazione della rispettiva parte di strada, l’edile la desse in appalto, annunziandola dieci giorni prima e naturalmente le spese che occorrevano venivano fornite in proporzione da’ proprietarj caduti in contravvenzione[119]. Altrettanto dicasi dei margini. Della giustizia delle quali osservazioni se ne può avere una prova nel riscontro delle vie peggiormente tenute avanti le case meno belle.
Due strade principali intersecavano Pompei: l’una verso settentrione che immettevasi nella via Popiliana e conduceva a Nola: l’altra si distaccava dalla Domiziana in Napoli — non Domizia come la più parte scrive, perocchè questa, testimonio Cicerone, fosse nelle Gallie[120] — passava per Ercolano ed Oplonte ed attraversando la città riusciva per la porta Isiaca lungo il Sarno e metteva capo a Nocera.
Via Consolare. Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc.
Grandi e piccole sono le vie sinora scoperte: la Consolare è tra le prime. Era questa la via che ora accennai staccarsi dalla Domiziana e percorrendo la suindicata località formava una diramazione della famosa via Appia, detta la regina delle vie[121], la quale assunse il nome da Appio censore e partendo dalla Porta Capena di Roma, o piuttosto dal Settizonio, e giù giù, comunicava colla Domiziana, giusta la memoria lasciataci da Strabone: Tertia via a Regio per Brutios et Lucanos et Samnium in Campaniam ducens, atque in Appiam viam[122]. Di questa, fuori della città, come la Latina e la Valeria, non se ne hanno più che pochi ed appena discernibili avanzi. La più parte tuttavia di questi appartiene alla seconda.
Più anguste erano le vie di Pompei dal lato occidentale e più irregolari: presso al Foro ed a’ teatri appajono più larghe e diritte, come infatti lo esigeva la maggiore affluenza di gente che per quelle traeva.
Come tali vie interne della città si chiamassero in antico non oserei qui affermare: l’indagine sarebbe troppo ardua: la denominazione che si hanno di presente ebbero dalle particolarità che vi si ritrovarono. La Via dell’Abbondanza, a cagion d’esempio, chiamata dapprima Via de’ Mercanti, per la continuità delle botteghe che vedevansi dall’uno e dall’altro lato succedersi, mutò di poi nome a causa della figura scolpita sulla prima fontana che vi si incontra. Questa via doveva essere chiusa da porta dal lato del Foro, perchè tuttavia si osservano nel pavimento i buchi occupati dagli arpioni e i piombi che li suggellavano. La Via del Lupanare, dove erano la fabbrica del sapone e le case di Sirico, di cui a suo luogo m’avverrà di dire, ricevette la denominazione dal luogo destinato a’ piaceri sensuali, che in essa vi è, e il cui uso è anche di troppo attestato da pitture e iscrizioni graffite le più indecenti. La Via d’Augusto le è contigua; quella della Fortuna ha il tempio dedicato a questa volubile Diva; quella del Mercurio, quella delle Terme, ove appunto sono i bagni publici, e quella delle Tombe o de’ Sepolcri, sono le principali fin qui scoperte. Delle minori, o vicoli, nominerò alcune. Il viottolo de’ Dodici Dei, — Dii Majorum Gentium — dove sull’angolo vedesi una pittura rappresentante le dodici grandi divinità, che Ennio nominò in questi due versi:
Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars,
Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo.
Al disotto sono dipinti due serpenti, come in guardia d’un altare sacro agli Dei Lari, epperò dagli antichi appellato Lararium: il viottolo del Calcidico, quello del Balcone pensile, dall’unico balcone che ancor si vede sorretto da molti sostegni per conservarlo, e quello fra la Via Stabiana e il Vicolo Tortuoso.
In ogni via eranvi poi fontane publiche, a cui l’acqua proveniva dalle più alte sorgenti del Sarno; così distribuivasi essa eziandio per le case più agiate, nelle quali veggonsi ancora condotti di piombo ramificati ascosamente dentro le pareti. Alle fontane pubbliche ricorreva ognuno ad attinger acqua con idrie, anfore e sitellæ, ed esse veggonsi pur adesso a vergogna delle nostre città, le quali risentono troppo spesso del difetto di ciò che dovrebbe entrare non unicamente nei modi consueti d’alimentazione, ma ben anco dell’igiene publica. Napoli e Firenze, a mo’ d’esempio, città insigni sotto ogni riguardo, più che altre, da lungo tempo sentono indarno il desiderio d’aver migliori e copiose acque, perchè i municipj in luogo di sollecitamente provvedervi, perdonsi in progetti e discussioni e così — solito vezzo nostro — nella vista del meglio si trascura il bene.
Sui canti ed a’ quadrivj eranvi altari a divinità tutelari, e già ricordai talun esempio; egualmente poi a’ costumi pagani, anche i cristiani si informarono e si vennero per le vie pur delle città più popolose erigendo tabernacoli, dipingendo madonne e santi, che per altro la civiltà moderna va facendo scomparire per rilegarli unicamente nelle chiese. I Pompejani avevano assai divozione per quei loro numi famigliari e ritraevano per ogni loro necessità auspicj da quella esposizione publica e profondevano venerazione; perocchè i pregiudizj e le superstizioni abbiano sempre nella bassa Italia, qualunque la religione, attecchito.
Nè a questo solo il sentimento religioso e superstizioso de’ pompejani si limitava; ma creduli a’ maleficj e fatucchierie, reputavano ovviarvi altresì con appendere amuleti.
Fin sulle botteghe pompejane sculti o dipinti veggonsi ancora i phalli, sconci emblemi, diremmo adesso, ma usitati e frequenti allora, perchè si tenessero siccome efficaci talismani contro le male influenze, o come chiamerebbesi odiernamente nell’Italia Meridionale, dove son tuttavia quelle ubbie radicate, contro la jettatura. I phalli dovevano, nell’intendimento de’ Pompejani, come adesso de’ Napolitani i corni di bufalo o di corallo, allontanare ogni disastro da’ commerci e valer di propizio augurio; e così vi aggiungevano fede, che lavorati in corallo od in ambra, in oro, argento o bronzo, si portassero pure da fanciulli e da vergini donzelle sospesi al collo siccome fanno, per ragione d’ornamento, le nostre donne oggidì con medaglioni ed altrettali gingilli. Questi emblemi non è dunque vero che valessero sempre a designare i ricetti della prostituzione; onde uno di essi può vedersi su d’un pilastro dell’albergo di Albino, del quale ho già parlato, e certo non ad altro scopo che d’essere talismano onde tener lontano da’ viaggiatori e dal luogo dato all’industria i mali influssi del fascino o mal occhio. Che poi a scongiurare maleficj e fascini si adoprassero oggetti turpi e ridicoli, fra cui il phallus, l’apprendiamo da Plutarco[123]; e S. Agostino nel libro 7, c. 24 De Civitate Dei, ci fa sapere come l’osceno emblema venisse persino recato inalberato su di un’asta in processione per le campagne con grande pompa in onore e nelle feste di Bacco[124]. Altri amuleti ritrovati negli scavi rappresentavano scarabei, uccelli, testuggini e pesci.
Io già toccai in un antecedente capitolo, parlando delle costumanze pompejane, come si solesse per le vie, nè più nè meno che si pratica odiernamente da noi, scrivere ne’ luoghi più frequentati annunzi ed affissi di proposte di pigioni e sollecitazioni di voti, sia a proprio vantaggio, sia a quello di talun candidato alle cariche più elevate, e recai a prova diverse iscrizioni di questi generi: dissi che altrettanto si usasse, per avvertire spettacoli publici e ne recai pure esempio trascrivendo taluno di siffatti avvisi rinvenuti sulle muraglie esterne delle case in caratteri rosso o nero; ora mi rimane ad accennare come la pratica servisse altresì ad altre più curiose bizzarrie.
Era questa l’abitudine di oziosi, di cui certamente abbondar doveva Pompei, di amanti, che per avventura non avevano tutto l’agio che si ha adesso di far pervenire alla fanciulla amata l’espressione de’ proprj sentimenti, di soldati o gladiatori petulanti, di scrivere o graffire con qualche punta su’ muri o motti o sentenze o dichiarazioni d’amore o stupide insolenze. Gli scavi han pure fatto rivivere tuttociò e facilmente si posson leggere tuttavia queste iscrizioni d’ogni colore e sapore, come se solo jeri fossero state scritte o graffite. Nè sicuramente furono poche quelle che vennero lette sia nella lingua osca, che sembra essere stata la volgarmente parlata, come già m’espressi, sia nella latina, se valsero a materia d’illustrazione ad uomini assai dotti, per opere speciali, quale quella del Garrucci dal titolo appunto di Inscriptions gravées au trait sur les mures de Pompei e l’altra del Fiorelli Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa, le quali già m’avvenne di menzionare al principio di questo mio libro.
Non s’è inoltre dimenticato certo il lettore dell’episodio per me narrato in addietro della contesa seguita nell’Anfiteatro tra Nocerini e Pompejani: anche in quella occasione ho già segnalato come il mal animo paesano si disfogasse con una caricatura e con una iscrizione sulle mura esterne della via di Mercurio. Tutto ciò addimostra come fosse lo scrivere sulle muraglie entrato nelle abitudini di tutti e per tutto.
Annunzj, indicazioni ed epigrafi d’ogni natura, scritte o graffite per lo più da persone incolte, abbondano di scorrezioni: peggio poi in que’ versi di Virgilio, di Properzio e di Ovidio che trovansi riferiti con errori o varianti. Al qual proposito non lascerò per altro di fare un rilievo: che, cioè, fra tutti questi saggi di popolare erudizione non si rinvenga una sola citazione di Orazio. Poeta quant’altri mai di castigato gusto e di immortale fama, non può dar motivo a giustificare una tale impopolarità in Pompei, se non in questa considerazione che per l’indole appunto più peregrina ed elevata de’ suoi carmi non riuscisse per avventura troppo alla mano per persone del volgo, come potrebbesi, a cagion d’esempio, trovar a’ dì nostri alcun riscontro nel Giusti, più noto agli studiosi che non al volgo de’ lettori. Il Bulwer invece, a cui non poteva certo essere sfuggita del pari una tale osservazione, nel suo bellissimo romanzo L’ultimo giorno di Pompei, al quale per altro voglionsi perdonare talune scortesie mordaci all’indirizzo degli Italiani moderni, che sarebbonsi da lui potute lasciare nella penna e la sua storia non ne avrebbe certo patito e avrebbe anzi per noi camminato meglio; il Bulwer, dissi, al banchetto di Glauco, fa che cantori e suonatori eseguiscano l’ode di Orazio da lui medesimo musicata: Persicos odi, puer, apparatus[125]; ma Glauco era un giovine greco a cui il cielo era stato largo di tutti i suoi beni.... gli aveva dato la bellezza, la salute, la ricchezza, l’ingegno, un’origine illustre, un cuor di fuoco e un’anima piena di poesia[126], e a lui però dovean essere famigliari anche i versi del Venosino.
Un giovinetto, esempi grazia, aveva graffito questo verso su d’un muro:
Candida me docuit nigras odisse puellas[127],
e tosto sotto una donna, o tal altro bizzarro spirito; ricattandosi dell’ingiuria lanciata alla ragazza bruna; soggiunge:
Oderis, sed iteras. Ego non invitus amabo.
Scripsit Venus physica Pompejana[128]
Un amante, mosso dal dispetto, scriveva:
Alter amat, alter amatur; ego fastidio[129]
Un arguto vi scrive sotto questo commento, forse non luogo dal vero:
Qui fastidit amat[130]
Un altro, meno galante di quel primo dispettoso innamorato, incide sul muro questi distici che erroneamente alcuni dissero di Ovidio:
Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas
Fustibus et lumbis debilitare bene.
Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus....
Quas ego non possem caput illud frangere fuste[131].
Ecco invece una dichiarazione d’amore: Auge amat Arabienum; Methe Cominiœs atellana amat Chrestum corde: sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes veivant[132].
Altrove uno scherza con questa lettera:
Pyrrus c. Hejo contegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale[133].
Sulla basilica, ove rendevasi giustizia, fu scritto: quot pretium legi? come sarebbe a chiedere: quanto si venda la giustizia.
Su d’un venditorio di vino si legge:
Suavis vinaria sitit, rogo valde sitit (sic)[134].
In altro luogo un tal Januario, o Gennaro, annunzia così una perdita, o piuttosto un furto sofferto:
Urna vinicia periit de taberna
Si eam quis retulerit
HS lxv: sei furem
Quis abduxerit
Dabit decumum
Januarius hic habitat[135]
Un pizzicagnolo invece proclama di tal modo i suoi zamponi:
Ubi perna cocta est si convivæ apponitur
Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum[136].
Volete ora insolenze ed ingiurie? Ve n’hanno anche per questi gusti; pigliatevene due saggi:
Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est[137].
E in altro luogo, Oppio facchino è tacciato di ladroncello:
Oppi embolari fur furuncule.
Ho tradotto embolari per facchino, perchè altri pure così interpretarono; ma avverto che se v’era la emboliaria, la quale era un’attrice che usciva sulla scena tra gli atti d’una rappresentazione per tenere divertito l’uditorio col recitargli qualche maniera d’interludio; non ripugna che egual officio avesse un uomo e quindi l’Oppio dell’iscrizione fosse emboliario e non facchino dal greco vocabolo ἔμβολιον latinizzato.
Questo vezzo di scrivere sulle muraglie all’indirizzo di alcuno o per alcun fatto e del quale conservasi pur tuttavia qualche tradizione, era sì comune a quei giorni, che il lettore rammenterà di certo quel passo di Cicerone, che nella terza Verrina accenna per appunto alle molte satire che i Siciliani scrivevano contro l’amica di Verre, la famosa Pipa, sulle pareti del tribunale e fin sopra la testa del pretore: De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur[138].
D’altre iscrizioni graffite meno vereconde non parlo: scusabili in Pompei, non lo sarebbero ora agli orecchi de’ lettori; non ommetterò tuttavia queste brevi, perchè presentano qualche somiglianza col moderno italiano:
Cosmus nequitiæ magnissimæ[139]
è scritto da uno, e da un altro vi si esclama:
O felice me!
Un terzo poi soggiunge:
Itidem quod tu factitas cotidie[140]
Avverrà che altrove, in altri successivi capitoli, io riferisca qualche altra publica iscrizione, richiedendolo l’argomento: per ora basti che il lettore abbia più d’una prova che anche certe infamie che si ponno da taluni credere importate dalle licenze d’una stampa fescennina e sovversiva, l’umanità le sapeva commettere egualmente e con soddisfazione di sufficiente publicità anche assai e assai tempo prima dell’invenzione di Panfilo Castaldi e di Guttemberg.
Se ne tengano per ammoniti
I lodatori del buon tempo antico.
Ma se lordavansi le muraglie di scritti ingiuriosi e bene spesso osceni, non venivano risparmiate altre immondezze, col mingere agli angoli delle vie, ciò che del resto la civiltà moderna non ha potuto interamente bandire ancora dai nostri costumi, malgrado i publici orinatoi che ad ogni tratto l’autorità edilizia, almeno nelle città principali, venne costruendo. Si immagini poi a que’ giorni! Ben gli edili di Pompei avevano istituite latrine publiche ne’ posti più frequentati ed una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel Foro; anfore e recipienti venivan collocati ai canti delle vie per raccogliervi le immonde aspersioni; ma forse tanti provvedimenti non bastavano all’interno dell’igiene e della polizia, e neppure l’imposta che, al dir di Svetonio, era stata messa dall’imperatore Vespasiano.
Per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate, si usò dipingere sulle muraglie di essi due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti, oppure genj domestici; come ho visto in Firenze e altrove pingersi delle croci o scriversi de’ nomi venerabili e divini sulle pareti delle chiese od anco su quegli angoli di palazzi che si volevano preservare dalle immondezze, perchè e croci e nomi santi a’ nostri giorni, parimenti che genj e simboli in Pompei, significhino che que’ luoghi su cui stanno reclamano reverenza. Talvolta a’ simboli s’aggiungevano iscrizioni a raccomandare siffatto sentimento, e i sacerdoti poi non lasciavano d’imprecare sovra il capo di coloro che vi avessero mancato di rispetto tutta la collera de’ grandi Iddii ed in ispecie di Giove e di Diana, e della Venere Fisica pompejana.
I due serpenti, simbolo di Esculapio e di Igea, che più spesso si soleva pingere sovra i muri a tutela di nettezza, era pure in Roma adoperato allo effetto stesso; onde Persio avesse nella satira prima a dire:
Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum
Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra
Mejite[141].
De Rich vide in uno de’ corridoi che menano nelle terme di Trajano la dipintura a fresco d’un altare fiancheggiato da due angui e sotto scrittavi la seguente iscrizione:
IOVEM ET IVNONEM ET DVODECIM DEOS IRATOS HABEAT
QVISQVIS HIC MINXERIT AVT CACARIT[142].
Dopo tutto, Pompei e le sue vie animate da popolazione e da commerci dovevano essere ben belle! Piccola, ma leggiadra città: angusta, ma piena di vita e di ricchezza!
«Pompei, scrive Bulwer, che ho non ha guari citato, era la miniatura della civiltà di quest’epoca. Questa città racchiudeva, nella stretta cerchia delle sue mura, un saggio di tuttociò che può inventare il lusso a profitto della ricchezza. Nelle sue piccole ma eleganti botteghe, ne’ suoi palazzi di breve dimensione, ne’ suoi bagni, nel suo foro, nel suo teatro, nel suo circo, nell’energia e nella corruzione, nel raffinamento e nei vizj della sua popolazione si riscontrava un modello di tutto l’impero. Era un giocattolo da ragazzo, una lanterna magica, un microcosmo in cui gli Dei sembravano pigliar gusto a rifrangere la grande rappresentazione della terra e che essi si divertiron più tardi a sottrarre al tempo per poi fornire alla sorpresa della posterità questa sentenza e questa moralità: che nulla davvero vi ha di nuovo sotto il sole»[143].
Una specialità offre Pompei, messa a raffaccio colle città moderne, ne’ diversi archi di trionfo, che in più località si ritrovano tuttavia sussistenti e ne darò qualche cenno.
Quattro ve ne sono nel foro, e il più grande di essi non ha che una sola apertura ed è decorato dai due lati di colonne e di nicchie. Di tutti questi ornamenti non rimane ora che dalla parte del Foro un basamento di colonne a ciascun pilastro, nè sembrano essere stati del miglior gusto; onde Bréton avesse giustamente a dire che si attribuirebbero volontieri ad un’epoca di decadenza, se la data della distruzione di Pompei non fosse conosciuta[144].
All’ingresso della via di Mercurio e di fronte al detto grande arco, altro se ne scorge e pare che sovr’esso vi fosse una statua equestre in bronzo dell’imperatore, Caligola o di Tiberio, se pure non possa ritenersi d’Augusto, quando veramente si abbia qualche attinenza il frammento d’iscrizione seguente:
. . . . STO . CÆSARI
PARENTI . PATRIÆ
Nell’asse del Foro, davanti i Tribunali, esisteva pure un arco e dalla sua grande profondità si può argomentare che sovr’esso ci fosse una quadriga, che Dyer suppone potesse essere del genio tutelare della città[145].
Arco Trionfale alla via di Mercurio in Pompei. Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc.
D’altri archi di minore importanza non mette conto il parlare.
Allorquando in un venturo capitolo tratterò della industria pompejana, passerò in rassegna le molte tabernæ o botteghe che si veggono ora vuote lungo queste deserte vie, ma che presentano nondimeno esse pure certi avanzi di vita che fanno fremere, che sembrano da poche ore appena sgombre dalle loro merci e abbandonate. Visiteremo insieme i termopolii, o mescite di bevande calde, il forno publico, la fabbrica del lutus fullonicus o sapone, i mulini, la tintoria, le osterie e vie via ogni altro interessante stabilimento.
A questo quadro manca ancor qualche cosa e me lo richiama l’argomento stesso delle vie, dal quale non sono uscito per anco. Quelle orme profonde e que’ solchi che in più luoghi si veggono del pavimento di esse, impressi dalle ruote dei veicoli, oltre quelle osservazioni che superiormente ho già fatte, mi suggeriscono altresì a dir qui delle carrozze e vetture che si usavano in Pompei.
Sorpasso dall’occuparmi delle quadrighe e bighe, quali usavansi negli spettacoli dell’anfiteatro e ne’ trionfi, poichè non sia questa la opportunità, nè de’ carri, plaustri o carrette pel traffico quotidiano, facile è il supporne la sussistenza e la forma: mi riduco però a intrattenere il lettore delle vetture destinate all’uso de’ grandi e cittadino.
Innanzi tratto concedo il primo posto alle Tense (tensa o thensa). Era il più spesso un carro di gala tirato da animali, cavalli od elefanti, come si vede in una medaglia di Nerva, sul quale si trasportavano le immagini degli Dei al pulvinare nei giuochi circensi. Se ne servivano anche gli Edili in certe solenni occasioni. Cicerone ne parla nella terza Verrina, cap. 59 e Svetonio nella vita di Augusto, cap. 43.
Le più sontuose e più costose carrozze erano le pilente, d’invenzione spagnuola secondo alcuni, tosca secondo altri, e dalla greca parola πιλος, dalle pelli o dalla lana onde solevansi coprire, reggevansi su quattro ruote, come apprendiamo da un luogo di Tito Livio[146] e da Virgilio in que’ versi:
. . . . . castæ ducebant sacra per urbem
Pilentis matres in mollibus[147]
e se ne servivano per lo più nelle feste publiche e ne’ giuochi; ma quella che più era in uso fra cittadini più facoltosi, allorquando erano soli, chiamavasi biga col nome stesso del veicolo che si adoperava nel circo e sorreggevasi da due ruote. La larghezza dell’asse di codesti veicoli può pur adesso misurarsi dagli spazj lasciati dai massi o dadi di pietra che a’ principj delle vie formavano coi rialzi dei margini laterali.
Le matrone ordinariamente servivansi di una carrozza, tirata per consueto da un pajo di mule, che per lo più aveva bensì due ruote, ma teneva comodità maggiori di star meglio adagiate, riparate da una tenda e da cortine, colle quali si poteva chiudere davanti, e denominavasi carpentum. Properzio pure così ne fa menzione:
Serica nec taceo volsi carpenta nepotis[148].
Impiegavano eziandio una specie di lettiga, vasta sedia portatile più comodamente disposta che le vetture moderne, poichè chi l’occupava poteva coricarsi a suo bell’agio, in luogo d’essere scosso e trabalzato perpendicolarmente. Era altresì nell’uso la sella, specie di que’ sedioli che per lo passato abbiamo avuto noi pure ed in cui si assidevano al par di noi.
Di un’altra carrozza, rheda, da cui forse venne il nome alle redini che dirigono i cavalli, d’origine gallica, a quattro ruote, si giovavano per viaggi, o per escursioni alla campagna: essa conteneva agevolmente tre o quattro persone ed era fornita di cortinaggio, che si poteva sollevare secondo volontà e prestavasi anche al trasporto di provvisioni. Cicerone in una delle epistole del lib. V ad Attico gli dice aver quella dettato sedendo nella reda: Hanc epistolam dictavi sedens in rheda. Questo cocchio era il cenno più prossimo alle vetture che si inventarono nel secolo decimosesto e che poi nel nostro si perfezionarono. Anzi in Ispagna assunsero queste carrozze il nome un cotal po’ latino di paravereda, perchè paraveredi appunto si chiamassero anche ai tempi di Roma antica i cavalli che seguendo le vie traverse servivano il publico, come veredi semplicemente quelli che tenevano le vie rette[149].
Nè va dimenticato il leggiero e celere Essedum, cocchio a due ruote d’origine belga, come ce ne avverte Virgilio in quel verso della terza Georgica:
Belgica vel molli melius feret esseda collo[150]
e pur in uso presso i Galli ed i Britanni, massime ne’ combattimenti, e passato poi ne’ Romani, che se ne valevano e per viaggi o per trasportar pesi. Tuttavia doveva l’essedum esser all’uopo veicolo di lusso, se Cicerone nella seconda Filippica, a titolo di rimprovero, esce a dire: Vehebatur in essedo tribunus plebis[151], come se il servirsi dell’essedo fosse troppo ricercata e dispendiosa costumanza. Circa la velocità di tal curricolo fa fede Ovidio, quando canta:
Sed rate ceruleas picta sulcavimus undas
Esseda nos agili sive tulere rota[152].
Essedum facendosi poi derivare dal greco άἰσσω, cioè essere trasportato con impeto, si comprende di leggieri l’origine del nostro verbo aizzare, per istigare.
Ma un veicolo a quattro ruote che Festo afferma con vocabolo osco denominarsi petoritum, petora significando quattro, (De Rich lo vuol d’origine celtica da petoar, quattro erit, ruota) dovea trovarsi in Pompei e nella Campania, dove gli Osci appunto stanziarono, e questo genere di veicoli è ricordato da Orazio nell’epistola I del Libro II unitamente alle essede e alle pilente:
Esseda festinant, pilenta, petorita, naves[153].
e da Ausonio nell’epistola quinta:
Invenies præsto subjuncta petorita mulis[154]
e altrove, nell’epistola ottava, lo stesso poeta ancora:
Cornipedes raptant imposta petorita mulæ[155]
Plinio poi ci fa sapere come i petoriti fossero ornati di fregi di stagno: stanno esseda et vehicula et petorita exornare[156].
Tutte codeste citazioni classiche parranno per avventura un po’ soverchie e pedantesche; ma io pur sopprimendone altre, credetti opportuno di farle a giustificare l’esistenza di vetture comode e per diversi usi sin da duemila anni addietro, da che sembri che dovessero poi cadere in dissuetudine affatto, se poi se ne vuole dagli scrittori assegnare l’invenzione intorno alla metà del secolo XVI; mentre se durato avessero le carrette del tempo romano, colle graduali modificazioni e miglioramenti che il tempo suggerisce, sarebbe stato assai facile il portarle a quel perfezionamento che in questi ultimi tre secoli ottennero in Europa.
«A quel tempo, scrive Agostino Ademollo, parlando del febbraio 1326 nella sua Marietta de’ Ricci, eruditissima più che amena narrazione, non esistevano carrozze, le quali cominciarono ad usarsi nel 1534. In quest’epoca alcune signore della casa Cibo dette le Marchesane di Massa, che abitavano nel palazzo de’ Pazzi furono le prime in Firenze ad usare la carrozza. Le prime che si videro erano coperte di panno più o meno ricco a guisa di padiglione ed era una portiera quello che poi si chiamò sportello. L’invenzione della carrozza fu creduta effetto dell’eccesso del lusso ed un cronista di quel tempo ne fece i miracoli perchè vi vide dentro il canonico Berni, il poeta dell’Orlando Innamorato. Un altro poeta ne fece la satira seguente:
Quando il cocchio primier fu visto in volta
Ir per Firenze con più meraviglia
Che già la nave d’Argo a’ venti sciolta;
È fama, che un terren Nereo le ciglia
Inarcando esclamasse: Oh insano legno,
Per te qual peste il nostro lido impiglia?
Che merci porti? qual infetto regno
Ti consegnò l’avvelenata salma,
Che approdarla all’inferno era ben degno.
«Questo poeta non avrebbe scritto così se avesse compreso quanto comodo ed utile era per ricavarsi nella società da quella invenzione chiamata pestifera[157].»
Ora torniamo a bomba per chiudere questo capitolo e l’argomento delle vie, accennando quanta fosse in tutto l’orbe romano la diligenza nella costruzione delle vie, e nella manutenzione, o come allora dicevasi, munizione di esse, meglio preoccupati i maggiorenti a’ tempi della Republica principalmente, più del publico onore e della comodità del publico che non dell’aumento della propria fortuna; onde potesse Orazio così cantarne con ragione, nell’ode XV del secondo libro, il merito:
Privatus illis census erat brevis,
Comune magnum: nulla decempedis
Metata privatis etc.[158].
Ma la bisogna corsa egualmente non era agli ultimi tempi della Republica, meno poi a quello degli imperatori. Nondimeno, alla magnificenza delle vie s’era sempre pensato, la cura delle quali tanto per quelle intra, quanto per quelle extra urbem, venne dal Senato commessa a’ censori, quindi da Cesare Augusto ad appositi Curatori delle vie; ed a siffatti provvedimenti adottati in Roma, le provincie eran solite conformarsi pienamente; onde non è maraviglia se le vie di Pompei e de’ dintorni riuscissero quali ho al lettore descritte, e rimanessero oggetto alla nostra giusta ammirazione.