CAPITOLO IX. I Fori.

Cosa fossero i Fori — Agora Greco — Fori di Roma — Civili e venali — Foro Romano — Comizj — Centuriati e tributi — Procedimento in essi per le elezioni de’ magistrati, per le leggi, per i giudizii — Foro Civile Pompejano — Foro Nundinario o Triangolare — Le NundineHecatonstylon — Orologio Solare.

In quel tempo, la parte principale d’una città, dopo i templi, era il Foro, perocchè in esso si compendiasse la vita publica: ecco a qual fine io faccia succedere qui il discorso intorno i Fori, cui terrà dietro quello intorno la Basilica di Pompei, questa essendo, a vero dire, quasi parte e compimento del Foro Civile. Lo svolgimento di questi temi giustificherà ancor meglio una tale precedenza.

Ho altrove notato come le città suddite di Roma avessero conformato ad essa le istituzioni, ed adottati i modi e le costumanze di vivere: il Foro in Roma essendo il centro della vita, ed anzi, oserei dire, il pernio intorno a cui s’aggira tutta la storia civile e la gloria romana, il foro doveva pure essere in Pompei il luogo meglio importante.

Che significasse, a che servisse, è presto conosciuto, tessendo brevemente la storia del Foro di Roma. Gli scopi di questo sono pur identici a quello: ecco perchè l’illustrazione di Pompei è ad un tempo l’illustrazione della vita civile ed intima di Roma.

Il Foro, io già dissi altrove[244], derivò la propria denominazione a ferendo, cioè portare. La ragione di tal nome raccogliesi dal primitivo uso che ne venne fatto, essendo stato dapprima piazza di mercato e de’ popolani concorsi: se pure forum non significhi piuttosto, come talun etimologista avvisa, un luogo aperto dinanzi a qualche edificio, massime a sepolcro, ed abbia allora l’etimologia propria dall’avverbio latino foras. Quasi tutte le italiane città avevano anticamente il Foro, introdotto ad imitazione de’ Greci, che egual luogo di convegno si avevano sotto il nome di agora, destinato a’ mercati ed alle popolari adunanze. Vi furono anzi degli oppidi, o grosse borgate, a cui traevasi per provinciali negozj, che assunsero perfino il nome di fori: così il Foro Aurelio in Etruria, il Foro di Livio nell’Emilia, ora Forlì, il Foro di Giulio, Cornelio, Sempronio, ecc. Poi ne fu esteso l’uso, e intorno ad esso si eressero i principali edifizj publici cittadini; era anzi là che gli ufficj tutti si concentravano. Là i templi, i tribunali, le basiliche, il pubblico tesoro e i principali ritrovi ove maggiormente sviluppavasi l’esistenza cittadina; là la gioventù si dava agli esercizj ginnastici, là seguivano gli spettacoli scenici e gladiatorj: tutto questo poi cessando per riprendere unicamente le sole due prime sue destinazioni.

Più Fori tuttavia erano in Roma: servivano gli uni alle assemblee popolari ed ai tribunali in cui rendevasi giustizia, ed appellavansi Fora judicialia o civili: i circostanti edifizj di questi fori erano nondimeno occupati dai banchieri (argentarii) e dagli usurai (fœneratores) principalmente. Era naturale: le principali transazioni concernenti i più importanti affari pertrattati venendo nel foro, usurai e banchieri ritrovavano necessariamente nel foro più vasto e ricercato arringo.

Gli altri fori minori, detti anche venali, servivano pei mercati, ed assumevano quel nome che, a seconda delle merci che vi si spacciavano, loro meglio conveniva.

V’erano, a cagione d’esempio, il forum boarium, di cui Ovidio nel Primo de’ Fasti:

Hic ubi pars Urbis de bove nomen habet[245],

ch’era il mercato del bestiame; il forum piscarium, ricordato da Plauto in quel verso del Curculione:

Symbolorum collatores apud forum piscarium[246],

ove si vendevano i pesci; il forum olitorium, o degli erbaggi, dove c’era pure la columna lactaria, alla quale si esponevano dalle malvagie madri i bambini; il forum suburanum, ove que’ della campagna portavano a vendere alimenti, e di cui parla ne’ suoi epigrammi Marziale:

Quidquid villicus Umber, aut colonus,

Aut rus marmore tertio notatum,

Aut Thusci tibi, Tusculive mittunt,

In tota mihi nascitur Subura[247];

il forum coquinum, dove stavano apprestate le vivande già cotte; il forum cupedinis, o delle ghiottornie, posto secondo alcuni, nel Celio, secondo altri, nell’Esquilino, in cui dimorato aveva Numerio Equizio Cupes, dal quale si vuole tratto per avventura il nome, da chi non pensa che il vocabolo e la destinazione di tal foro bastano a chiarirne di per sè soli l’etimologia; il forum transitorium, perchè dava l’accesso a tre altri fori, pur detto palladio, ed era fra il Capitolino e il Quirinale; ed altri.

Negli ultimi tempi della Republica, crescendo il numero della popolazione, Giulio Cesare aprì un altro foro presso il vecchio, ed è di esso che parla Ovidio nel III libro dei Tristi:

..... hæc sunt fora Cæsaris, inquit,

Hæc est a sacris quæ via nomen habet;[248]

Augusto ne edificò un terzo meno ampio, ma ricchissimo di capolavori dell’arte greca; Nerva compì quello incominciato da Domiziano, ed è lo stesso che già mentovai sotto il nome di palladio, così chiamato perchè Minerva fosse la divinità tutelare a quel principe. Esso era d’ordine corintio. Un foro da ultimo, che fu detto Ulpium, costruì con architettura di Apollodoro, l’imperator Trajano, di cui furono scritte maraviglie, e del quale non rimane oggidì che la colonna trionfale. Ammiano così ne parla: singularem sub omni cælo structuram, etiam numinum assentione mirabilem[249].

I fori per altro venali non avevano nè la grandezza nè la bellezza, nè la prestanza de’ fori giudiziali, ed erano per lo più cinti all’intorno dalle botteghe de’ varj venditori o del piccolo commercio, che tabernæ latinamente venivano appellate.

Così anche in Pompei v’erano il Foro Civile e il Foro nundinario, o venale.

In Roma, il maggiore foro veniva designato col solo nome di Foro, comunque venisse altresì onorato cogli epiteti di vetus e di magnum, antico e grande, e serbavasi all’amministrazione della giustizia, alle popolari adunanze ed alla trattazione in genere di tutti i publici affari. Quivi perciò era il luogo de’ comizj, diviso tuttavia dal Foro col mezzo de’ rostri, ch’erano le tribune, da cui gli oratori arringavano il popolo e patrocinavano le cause con quella ricchezza di eloquenza che sola pareggia la grandezza del popolo dinanzi a cui si spiegava, e di che rimangono immortali monumenti nelle orazioni del sommo arpinate Marco Tullio Cicerone. Vicina a’ Rostri era la statua di Marsia coronato, intorno alla quale convenivano i litiganti, e vi han tratto que’ versi della satira sesta di Orazio:

Deinde eo dormitum, non sollicitus mihi quod cras

Surgendum sit mane; obeundus Marsya[250].

Quivi il Tabularium, cosidetto perchè conservava le Dodici Tavole, compendio della sapienza legislatrice degli antichi Quiriti. Quivi la Curia Hostilia, in cui si raccoglieva il Senato; la Grecostasis per l’accoglimento degli ambasciatori stranieri; i templi a Giove Statore, alla Concordia, alla Dea Vesta, alla Pace; onde Ovidio ancor nei Fasti potesse dire:

Et tenet in magno templa dicata foro[251];

qui le basiliche Giulia ed Emilia, gli archi, le colonne, e le statue a ricordare gloriose gesta e gloriosi nomi. E a un medesimo tempo ivi erano le orribili Carceri Mamertine, o Tulliane altrimenti dette, in cui perirono di fame Giugurta re di Numidia, di capestro Lentulo, Cetego, Gabinio e Cepario, complici nella congiura di Catilina sventata da Cicerone console; e di pugnale Elio Sejano, e Simone figlio di Gioas, capo ribelle degli Ebrei a’ tempi di Tito Vespasiano. Se poi non erra la pia tradizione, in esse sarebbero stati gettati, prima del loro estremo supplizio, gli apostoli di Cristo Pietro e Paolo.

Esaurita la menzione degli usi a che serviva il Foro, considerandolo singolarmente dal lato materiale, non basterà ch’io abbia fatto cenno ch’esso valesse alle popolari convocazioni, senza dirne più oltre; per rispondere agli intenti del mio libro, toccherò con brevità altresì del modo onde nelle adunanze si conducessero. Uno era il modo in Roma, come in Pompei. Di quello dicendo, parlasi egualmente di questo.

Cosiffatte adunanze chiamavansi col nome generico di comizii, comitia, e questi erano centuriati, detti anche maggiori (majora), se vi poteva intervenire tutta la cittadinanza e della città e della campagna; oppure erano comizii tributi (comitia tributa), se la votazione proceder dovesse per tribù.

I primi comizj tenevansi per eleggere i superiori magistrati della Republica, come consoli, pretori, censori e tribuni militari; per approvare le leggi che questi magistrati proponevano; per deliberare la guerra, pei giudizii di perduellione o contro lo stato, e per quelli cui era comminata la morte, e venivano indetti da un magistrato superiore, almeno diciasette giorni avanti, ne’ quali potevano discutere le proposte e v’erano oratori publici che le propugnavano, altri invece che le combattevano, e così il popolo aveva campo di pesarne l’opportunità e pronunziarsi poscia con cognizione di causa.

Venuto il dì del comizio, consultavano gli auspicj, e se buoni, lo si teneva, se contrarj, lo si rimetteva ad altro giorno.

Il comizio aprivasi solennemente col leggersi la proposta del magistrato, che lo presiedeva, e con acconcio discorso in cui svolgeva la proposta stessa, terminando colla consueta clausola: Si vobis videtur, discedite, Quirites; o anche: ite in suffragium bene juvantibus diis, et quæ patres censuerant vos jubete[252].

Veduta generale del Foro Civile in Pompei. Vol. I. Cap. IX. Il Foro.

E la votazione allora aveva principio per centurie. Se trattavasi di progetto di legge, le due tavolette (tabellæ) che si distribuivano portavano l’una le lettere U. R. (uti rogas, come proponi), e l’altra A. (antiqua volo, cioè sto per l’antico ordine); se trattavasi di giudizj, l’una tavoletta aveva la lettera A. (absolvo), l’altra C. (condemno), ed una terza colle lettere N. L. che significavano non liquet, cioè il fatto non è accertato.

Di qui ne venne che la lettera A si chiamasse salutare, e triste la lettera C. La maggioranza de’ voti decideva. La nuova legge votata incidevasi in rame e veniva poscia esposta al publico, conservandosene sempre una copia nello ærarium (tesoro).

Nei comizj, in cui s’era trattato di alcuna elezione, il nuovo magistrato eletto, proclamato che era, pregava gli Dei, prestava giuramento, e quindi dai suffragatori era accompagnato festevolmente a casa, dove egli adornava di corone le immagini degli avi.

Data così per me una generale idea del foro, modellandola, come adoperarono tutte l’altre città italiane, su quel di Roma, pel visitatore di Pompei questa idea verrà concretata ancor meglio e precisata, esaminandone il Foro Civile.

A seconda degli ammaestramenti di Vitruvio, il Foro Civile era situato nella parte della città più vicina al mare[253].

La sua figura è rettangola, è decorata da due ali di colonne di travertino, che formar dovevano un peristilio coperto onde passeggiarvi in tempo di pioggia, fattovi fabbricare da V. Popidio, come ne rende testimonianza questa iscrizione, che venne ivi trovata il 24 marzo 1824:

V . POPIDIVS .
EP . F . Q .
PORTICVS
FACIVNDAS
COERAVIT[254].

Solo al nord si chiudeva dal tempio di Giove, che ho già descritto, circondato da tre altri templi, cioè quel di Venere, d’Augusto e di Mercurio e da altri stabilimenti publici, come la Basilica, l’Edificio d’Eumachia, e il Calcidico, la Curia consacrata alle assemblee dei principali magistrati della città, le Prigioni, il Pecile o porticato pel publico passeggio, ad imitazione de’ Greci, da cui i Pompejani dedussero la denominazione, i tribunali e va dicendo da altri precipui monumenti; rispondendo così in tutto alla descrizione, che d’un foro lasciò il succitato Vitruvio[255], di cui Bonucci è indotto a credere che gli architetti pompejani avessero indubbiamente consultata l’opera[256].

Il Foro di Pompei, secondo l’osservazione fatta nell’ultima edizione dell’opera sua Pompeia nello scorso anno 1869 da Bréton, non era accessibile che ai pedoni, desumendolo da certi scaglioni rovesciati rinvenuti e da certi rialzi che vi si trovano, i quali avrebbero certo reso il luogo impraticabile a’ veicoli.

La piazza del Foro pompejano misurava in lungo trecento quarantaquattro piedi ed in largo centosette all’incirca.

L’escavazione fattane dal 1813 al 1822 permise rinvenire ventidue piedistalli con iscrizioni, che portar dovevano le statue di Rufo, di Sallustio, di Pansa, di Lucrezio Decidiano, di Scauro, di Gelliano e di altri illustri pompejani e personaggi più distinti della colonia.

Come le colonne, anche il pavimento era coperto di larghe tavole di travertino.

«Io non posso, scrive il Bonucci con quella autorità che gli attribuiva la qualità di architetto e di direttore degli scavi reali di Pompei e d’Ercolano[257], trattenermi dal fare le seguenti importantissime osservazioni. Dopo i danni del tremuoto dell’anno 63, si ricostruiva il Foro con maggiore magnificenza. Le colonne dei portici che non erano dapprima che di semplice pietra vulcanica, erano state sostituite dalle più eleganti di travertino. Il pavimento che è coperto di larghe tavole dello stesso marmo, ma solo in qualche parte, stava per allora interamente finito. Le statue di questi portici dei templi e dei monumenti che lo circondano da tutti i lati dovevano trovarsi nell’officina di qualche scultore per essere restaurate, perchè non se ne trovò che i frammenti di qualcuna ch’erasi lasciata per il momento al suo posto. Il tempio di Venere era già riedificato. La Basilica e la Curia erano quasi al termine di loro ricostruzione. Il Calcidico era ultimato; ma il suo vestibolo attendeva ancora l’ultima mano. Non vi mancavano che le colonne e i marmi che dovevano coprirne i muri. Il tempio detto di Quirino era ancora spoglio de’ suoi stucchi e degli altri suoi ornamenti. Finalmente le colonne di tutto il lato destro del Foro e del peristilio nel tempio d’Augusto non erano al loro posto. Si lavoravano esse in mezzo del Foro, colle basi, i capitelli, le cornici e con tutti gli ornamenti d’architettura che dovevano appartenere agli altri monumenti. Questi numerosi pezzi di marmo vennero d’ordine del Re, trasportati al Museo Borbonico (ora Nazionale), onde servir di modello a’ giovani artisti del nostro reale Istituto.»

Ecco le iscrizioni che si lessero sui detti piedistalli:

M. LVCRETIO DECIDIAN.
RVFO D. V. III QVINQ.
PONTIF. TRIB. MILITVM
A POPVLO PRÆF. FABR.
M. PILONIVS RVFVS[258].

M. LVCRETIO DECIDIAN.
RVFO II VIR III QVINQ.
PONTIF. TRIB. MIL. A POPVLO
PRAEF. FABR. EX D. D.
POST MORTEM[259].

Q. SALLVSTIO P. F.
II VIR. I. D. QVINQ.
PATRONO... D D[260].

C. CVSPIO. C. F. PANSAE
II VIR. I. D. QVART. QVINQ.
E X. D. D. PEC. PVB.[261].

C. CVSPIO. C. F. PANSÆ
PONTIFICI II VIR I. D.
EX D. D. PEC. PVB.[262]

Dalle quali iscrizioni rilevasi come si potessero nel Foro erigere per diversi meriti più d’una statua allo stesso personaggio.

Era qui che i Pompejani, oltre de’ Comizj ed oltre della trattazione de’ più importanti affari di publico e privato diritto, non che de’ negozj più importanti al loro commercio, dovevano celebrare le maggiori solennità; qui le processioni delle Canefore, di cui toccai parlando del tempio di Venere nel Capitolo precedente; qui avvenivano i giuochi de’ gladiatori, quando a spettacoli più grandi non fossero chiamati nell’anfiteatro, siccome vedremo, favellando de’ Teatri, più avanti.

Chiuderò il dire intorno al Foro Civile pompejano col tener conto della pittura che fu rinvenuta sulla parete che cinge il portico interno verso settentrione, fatta con molta grazia e varietà, e suddivisa in parecchi comparti.

In uno di questi è rappresentata l’origine della commedia ed una Baccante: in altro la scena di Ulisse quando si presenta alla sposa Penelope, in sembianza di vecchio mendicante e col falso nome di Etone, e non ne è riconosciuto: subbietto spiccato alla Odissea di Omero e del quale avverrà che faccia novella menzione quando avrò a trattare in un capitolo successivo del Calcidico sotto altro aspetto, cioè come pertinenza della Basilica.

Era consuetudine generale del resto che sotto i portici del Foro si pingessero per lo più gloriosi fatti della nazione, ad imitazione di Grecia, dove sotto i portici dell’agora ateniese era dipinta la battaglia di Maratona da Milziade valorosamente e gloriosamente combattuta, perchè servissero al popolo di generoso incitamento e scuola.