NOTE:
[1]. Epist. Ex Ponto. Lib. II. ep. III.
Il primo ei fu che me sì audace rese
Da commettere i miei carmi alla Fama;
Egli all’ingegno mio guida cortese.
[2]. Veggasi al Canto XII l’Odissea d’Omero, così egregiamente tradotta in versi dal chiarissimo cav. dottor Paolo Maspero, da oscurar di molto la fama della versione di Ippolito Pindemonte.
[3]. Già Casina Reale, avente a lato sinistro il Castel dell’Ovo che si avanza in mare, donata da Garibaldi dittatore ad Alessandro Dumas; ma rivendicata poscia — non da Garibaldi — venne venduta e convertita nell’attuale Albergo di Washington, tra i primarj della città.
[4]. Naturalis Historiæ, Lib. III.
[5]. Hortensii villa quæ est ad Baulos, Cicero Acad. Quæst. Lib. 4.
[6]. Ενθα διὲ Κιμμερἰων ανδρων δῆμοστε πὀλιστε, che si tradurrebbe letteralmente: Qui poi sono degli uomini Cimmerj, il popolo e la città.
[7]. Lib. 1. 6; Dionigi d’Alicarnasso, IV; Aulo Gellio, 1. 19.
[8]. Georgica L. II. v. 161. Questi versi suonerebbero nel nostro idioma:
O fia che il porto qui rammenti e l’opre
Al Lucrin lago aggiunte, e il corrucciato
Flutto ch’alto vi mugge; ove lontano
Respinto il mar, la Giulia onda risuona
E dove dentro dell’Averno i gorghi
S’intromette il Tirreno infuriato.
[9]. Virgil. Georg. L. I. v. 468.
[10]. Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa. Napoli 1854. Edizione di soli cento esemplari fatta a spesa di Alberto Detken.
[11]. Le Case ed i Monumenti di Pompei disegnati e descritti. Napoli, in corso di publicazione.
[12]. Pompei. Seconda edizione, Firenze 1868. Successori Le Monnier.
[13]. Inscriptions gravée au trait sur les murs de Pompei.
[14]. Sono gli uomini di questo villaggio che vengono più specialmente reclutati per la difficile e perigliosa pesca del corallo sulle coste di Barberia, e così possono ricondursi di poi in patria con un bel gruzzolo di danaro.
[15]. La misurazione dell’elevazione del Vesuvio sopra il livello del mare varia nelle scritture dei dotti che la vollero fissare. Nollet nel 1749 la disse di 593 tese; Poli nel 1791 di 608 tese; il colonnello Visconti nel 1816 di 621; Humboldt dopo l’eruzione del 1822 la rinvenne di 607 tese, e nel settembre 1831 l’altezza della punta più alta del cono risultò di tese 618. La tesa, antica misura di Francia, era lunga sei piedi; la nuova tesa francese si chiama doppio metro e per conseguenza contiene 6 piedi, 1 pollice, 10 linee. Siffatta varietà di misure non da altro procede che dagli elevamenti e dalle depressioni, le quali si avvicendano secondo le diverse eruzioni.
[16]. «Ricerche filosofico istoriche sull’antico stato dell’estremo ramo degli Appennini che termina dirimpetto l’isola di Capri.»
[17]. «Partito Ercole di poi dal Tevere, seguendo il lido italiano si condusse al Campo Cumeo, nel quale è fama essere stati uomini assai forti, ed a cagione di loro scelleratezze, appellati giganti. Lo stesso Campo del resto, denominato Flegreo, dal colle che vomitando sovente fuoco a guisa dell’Etna sicula, ora si chiama Vesuvio, e conserva molte vestigia delle antiche arsioni.»
[18]. Storia degli Italiani, Tom. 1, pag. 99. Torino 1857.
[19]. Nella vita di Marco Crasso.
[20]. Anno 1674, pag. 146.
[21]. Ragguaglio dell’incendio del Vesuvio. Napoli 1694.
[22]. L’eguale fenomeno si avverò sul Vesuvio nella eruzione del 79. Ecco le parole di Plinio: Nubes (incertum procul intuentibus ex quo monte; Vesuvium fuisse postea cognitum est) oriebatur: cujus similitudinem et formam non alia magis arbor, quam pinus expresserit. Nam longissimo velut trunco elato in altum, quibusdam ramis diffundebatur, etc. Epist. XVI. Lib. VI.
[23]. Prodromo della Mineralogia Vesuviana. Napoli 1825.
[24]. Horatius, Lib. 1. Od. 3. In Virgilium Athenas proficiscentem. Gargallo traduce, o a meglio dire, parafrasa così:
Ov’è maggior l’ostacolo,
Più impetuosa ed avida
L’umana razza avventasi
Ad ogni rischio impavida.
[25]. Vedi i dispacci telegrafici e giornali dell’ultima settimana del dicembre 1869.
[26]. Vedi Descrizione del Vesuvio di Logan Lobley.
[27]. Sylv. 2
«Nè allettin più del Pompejano Sarno
Gli ozii.»
[28]. Satir. Lib. II. Sat. 1. v. 35. Così traduce Tommaso Gargallo:
Io, che s’appulo son, se non lucano,
Dir non saprei, perchè tra due confini
L’aratro volga il venosin colono,
Colà spedito (come è vecchia fama)
Cacciatine i Sabini.
[29]. Secondo Esiodo, Gerione era il più forte di tutti gli uomini nell’isola d’Eritia presso Gade o Cadice sulla costa della Spagna. I poeti venuti di poi ne hanno fatto un gigante con tre corpi, che Ercole combattendo uccise, menandone seco i buoi. Coloro i quali ridur vorrebbero tutta la scienza mitologica ad un solo principio, cioè, al culto antico della natura, pretesero Ercole un essere allegorico e non significar altro che il Sole. Questa impresa vinta su Gerione sarebbe il decimo segno che il sole trascorre, vale a dire i benefizj d’esso che, giunto al segno equinoziale del Toro, avviva tutta la natura e consola tutte le genti. Vedi Dizionario della Mitologia di tutti i Popoli di Gio. Pozzoli e Felice Romani. Milano presso Gio. Pirotta.
[30]. La Mitologia chiama i Dioscuri figliuoli di Giove e afferma essere il soprannome di Castore e Polluce. Glauco fu il primo che così li chiamò, quando apparve agli Argonauti nella Propontide (Filostr. Paus.). È stato dato questo nome anche agli Anaci, ai Cabiri, e ai tre fratelli che Cicerone (De Natura Deorum 3, c. 53) chiama Alcone, Melampo ed Eumolo. Sanconiatone conserva l’identità dei Dioscuri coi Cabiri, che Cicerone vuol figli di Proserpina. Ritornerò su tale argomento nel capitolo I Templi.
[31]. Titi Livii Historiarum. Lib. VII c. XXIX.
[32]. I Feciali erano sacerdoti, l’uffizio de’ quali corrispondeva a un di presso a quello degli Araldi d’armi. Essi dovevano trovarsi particolarmente presenti alle dichiarazioni di guerra, ai trattati di pace che si facevano, ed avvertivano a che i Romani non intraprendessero guerre illegittime. Allorchè qualche popolo avea offeso la Republica, uno de’ Feciali si portava da quello per chiedergli riparazione: se questa non era accordata subito, gli si concedevano trenta dì a deliberare, dopo i quali legittima si teneva la guerra. E questa dichiaravasi col ritornare il Feciale sulla frontiera nemica e piantarvi una picca tinta di sangue. Anche i trattati si facevano da un Feciale, che durante le negoziazioni veniva appellato pater patratus, per l’autorità che egli aveva di giurare pel popolo. Vegliavano pure al rispetto degli alleati, annullavano i trattati di pace che giudicavano nocivi alla Republica, e davano in mano ai nemici coloro che li avevano stipulati.
[33]. Secondo la più probabile opinione, Caudio era situato dove ora il borgo Arpaja, e le Forche Caudine in quell’angusto passo donde si discende ad Arienzo, specialmente nel sito che si chiama pur oggi le Furchie.
[34]. Ora Lucera delli Pagani, nella Puglia Daunia, volgarmente Capitanata, provincia di Foggia, nel già reame di Napoli.
[35]. Tito Livio; Lib. IX, c. XXXVIII.
[36]. Dante, Paradiso c. VII. 47. Qui parla il Poeta di Manlio Torquato che comandò, come più sopra narrai, la morte del figliuolo per inobbedienza, e parla di Quinzio Cincinnato.
[37]. Vellei Paterculi, Historiæ Lib. II. c. XIII.
[38]. Bell. Civ. Lib. I. c. 94.
[39]. De Legibus, II. 2.
[40]. Roma Illustrata, Ant. Thisli J. C. Amstelodami.
[41]. Veglie storiche. Milano 1869, presso A. Maglia.
[42]. Sallustio, Bellum Catilinarium, c. XVII: «Lucio Tullo, Marco Lepido consulibus, Publius Autronius et Publius Sulla, designati consules, legibus ambitus interrogati, pœnas dederunt. Post paullo, Catilina pecuniarum repetundarum reus, prohibitus erat consulatum petere, quod inter legitimas dies profiteri nequiverit». La legge Calpurnia dell’àmbito, prodotta dal console Calpurnio Pisone nell’anno 686, era che chi avesse colle largizioni o capziosamente conseguito il magistrato, dovesse lasciarlo e pagare una multa pecuniaria. Catilina era stato escluso dal chiedere il consolato, perchè reo repetundarum, che noi diremmo di concussione, cioè di ripetizione di cose, la cui restituzione si esige da colui che, magistrato, abbia spogliato la provincia. Essendosi i legati d’Africa querelati assai gravemente di Catilina, ne veniva pubblicamente accusato da Publio Clodio.
[43]. Quid ergo indicat, aut quid affert, aut ipse Cornelius, aut vos, qui ab eo hæc mandata defertis? Gladiatores emptos esse, Fausti simulatione, ad cœdem, ac tumultum. Ita prorsus: interpositi sunt gladiatores, quos testamento patris videmus deberi. Cic. Pro. P. Sulla cap. XIX.
[44]. Id. ibid. cap. XXI.
[45]. Questi erano i triumviri deputati a trasportare, o come meglio direbbesi con frase latina, a dedurre le colonie, chiamati perciò patroni di esse.
[46]. La Clientela venne istituita da Romolo, onde avvincere in nodo d’affetto maggiore e d’interessi i patrizi e i plebei. Questi eleggevano i loro patres per esserne protetti, e ai patres correva debito di proteggere i colentes; interdetto ad entrambi di accusarsi avanti i tribunali, nè mai essere nemici; pena a chi infrangesse la legge di aver mozzo il capo, vittima sacra a Plutone. La purezza dì questa istituzione durò buona pezza: poi degenerò come ogni umana cosa.
[47]. In Toscana l’aveva alle falde degli Appennini e dalla regione in cui era situata si dicea Tusci; in Romagna l’aveva sul litorale del Mediterraneo fra le due città di Laurento e di Ostia, e per esser più vicina a quella città chiamavala Laurentino e l’abitava nel verno; in Lombardia due ne possedeva lungo le ridenti sponde del Lario una nel paesello di Villa e si nomava Commedia, e l’Amoretti nel suo Viaggio ai tre laghi credette riconoscerla nel luogo ove v’ha la villeggiatura dei signori Caroe, pretendendosi persino di vederne tuttora i ruderi contro l’onde del lago; l’altra, detta Tragedia, in altra località che forse fu presso Bellagio. Lo che valga a rettifica dell’opinione volgare che crede la Commedia fosse dove ora è la Pliniana, così detta unicamente perchè vi si trovi la fonte da lui descritta nell’ultima Epistola del libro IV e dell’opinioni di taluni scrittori che la assegnano in altra parte del lago. Alla Pliniana, venne fabbricato da Giovanni Anguissola, altro degli uccisori di Pier Luigi Farnese, nè prima di lui vi si riscontrarono ruderi che accusassero antecedenti edificazioni. Della prima, in Toscana, fa una magnifica descrizione nella lettera 6 del lib. V; della seconda in Romagna, nella lettera 17 del lib. II.
[48]. Plures iisdem in locis villas possidebcat, adamatisque novis, priora negligebat. Lett. 7 a Caccinio, lib. III. Silio Italico morì anzi in una sua villa sul tenere di Napoli.
[49]. Da una fiera e passionata invettiva contro Cicerone, che Quintiliano attribuisce senz’altro a Sallustio di lui nemico (Instit. lib. IV), tolgo il seguente brano che ricorda appunto le villa sua in Pompei: «Vantarti della congiura soffocata? Meglio dovresti arrossire che, te console, sia stata messa la republica sottosopra. Tu in casa con Terenzia tua deliberavi ogni cosa e chi dannare nel capo e chi multar con denaro, a seconda del capriccio. Un cittadino ti fabbricava la casa, un altro la villa di Tusculo, un altro quella di Pompei, e costoro ti parevano buoni; chi pel contrario non ti avesse giovato, era quegli un malvagio che ti tramava insidie nel Senato, che t’assaliva in casa, che minacciava incendiar la città. E vaglia il vero, qual fortuna avevi e quale or possiedi? quanto arricchisti col procacciarti cause? Come ti procurasti le splendide ville? col sangue e colle viscere de’ cittadini; supplichevole coi nemici, altero cogli amici, riprovevole in ogni fatto. Ed hai cuore di dire o fortunata Roma nata te console? Infelicissima che patì pessima persecuzione, quando nelle mani avesti giudizi e leggi. E nondimeno non ti stanchi di rintronarci le orecchie cedan l’armi alla toga, alla favella i lauri, tu che della Republica pensi altra cosa in piedi ed altra seduto, banderuola non fedele a vento alcuno.» Ognuno comprenderà quanta ira partigiana ispirasse questa invereconda tirata. Fra’ luoghi in cui Cicerone parla del suo Casino, ve ne ha uno nell’epistola 3, lib. 7 al suo amico M. Mario, che villeggiava in Pompei.
[50]. Ovidio nei Fasti, I. 614, canta:
Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur
Templa, sacerdotum rite dicata manu
Hujus et augurium dependet origine verbi,
Et quodcumque sua Jupiter auget ope.
[51]. Cap. XVII.
[52]. Tacito nel libro XV degli Annali c. XVII non fa che accennare sotto quest’anno un tanto disastro: «Un terremoto in Terra di Lavoro rovinò gran parte di Pompeja, terra grossa.»
[53]. Canto VI. v. 45 e segg.
[54]. Aulo Gellio trova la etimologia del municipio a munere capessendo; più propriamente forse il giureconsulto Paolo: quia munia civilia capiant. E l’uno e l’altro accennano al diritto o dono conferito della cittadinanza, a differenza di quelle altre località che erano solo fœderatæ, ricevute dopo vinte e a condizione inferiore, che non acquistavano la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro’ d’un romano cittadino, o d’ereditarne, nè l’inviolabilità della persona.
[55]. Gargallo traduce al solito infedelmente:
Manchin seimila o sette al censo equestre,
E prode, onesto sii, probo, facondo,
Plebe sarai.
Orazio nel suo primo verso non disse censo equestre, ma sì quadringentis: perchè il Gargallo non potè dire quattrocento? Avrebbe egli pure fatto sapere come il poeta che traduceva, che il censo equestre era di quattrocentomila.
[56]. Il laticlavo era una striscia di porpora che orlava la toga di porpora, scendendo dal petto fino a’ ginocchi. Essa era alquanto larga a distinzione della striscia de’ cavalieri, che però dicevasi augusticlavo. Come basterebbe oggi dire porporato per intendersi cardinale, allora dicevasi laticlavius per senatore; onde leggesi in Svetonio (in August., c. 38): binos laticlavios præposuit, per dire due senatori.
[57]. Trattato dell’Onore del Bisellio.
[58]. Fabretti, Inscr. 3. 324. e 601. Gruter., 475, 3.
[59].
D’oro lucente altri ricchezze aduni
E molti di terreno jugeri tenga.
Lib. 1 Eleg. 1.
[60]. Vol. I. Appendice VI.
[61]. Tutti i mulattieri con Agato Vajo si raccomandano a C. Cuspio Pansa Edile. — Il Collega Giulio Polibio fece.
[62]. Vedi Plinio epistola 12 del lib. II: Implevi promissum, priorisque epistolæ fidem exsolvi, quam ex spatio temporis jam recipisse te colligo. Nam et festinanti et diligenti tabellario dedi. Vedi anche dello stesso Plinio l’epistola 17 del lib. III e 12 del VII e la nota alla prima lettera del suo volgarizzatore Pier Alessandro Paravia. Venezia Tip. del Commercio 1831.
[63]. Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano di Edoardo Gibbon. Cap. II. — Vedi anche Plin. Stor. Natur. III. 5. S. Agostino De Civitate Dei XIX. 7. Giusto Lipsio De Pronuntiatione linguæ latinæ, c. 3.
[64]. Vita di Claudio, c. 6.
[65]. Op. cit. cap. II.
[66]. Tra i papiri latini si conta un frammento di poema sulla guerra di Azio.
[67]. Milano, 1822.
[68]. Ad retia sedebam: erant in proximo non venabulum aut lancea, sed stilus et pugillares. Così Plin. loc. cit. Vedi anche Boldetti, Osserv. sopra i Cimelii, l. 2, c. 2.
[69].
Sardoniche, smeraldi, diamanti,
E diaspri egli porta in un sol dito.
V. II.
[70]. Svetonio, in Nerone, II.
[71]. Plutarco, Vita di Lucullo.
[72]. Plin. XIV. 6.
[73]. Eccone la traduzione del cav. P. Magenta:
Ecco il Vesuvio, di pampinose
Frondi or or verde, ed ove in tumidi
Vasi spremeansi uve famose.
Ecco il bel clivo, che anteponea
Sin Bacco a Niso, su cui de’ Satiri
Lo stuol le danze testè movea.
Desso era il seggio più a Vener caro
Dello Spartano, desso era il poggio
Che col suo nome Ercol fe’ chiaro.
[74].
Questa che ognor di verde erba si veste,
Che agli olmi avvince le festanti viti,
D’ulivi attrice, alla coltura, al gregge
Troverai pronta e al vomere paziente,
Questa terra ubertosa ara la ricca
Capua e l’abitator delle fiorenti
Del Vesèvo pendici.
[75]. Histor. Natur. Lib. XXXI, c. 7.
[76]. Id. ib., c. 8. Laudantur et Clazomenæ garo, Pompeiique, et Leptis.
[77]. Satir. Lib. II. sat. 8.
[78].
Ma ingente il cucinier mucchio consumi
Di pepe e aggiunga indi falerno vino
Al garo arcano.
Lib. 7. epig. 27.
Sostituii la mia versione a quella del Magenta, perchè non comprese che cosa fosse il garo, ch’ei tradusse per aceto, non avvertendo che ad esso mal si sarebbe allora potuto applicare l’aggettivo secreto.
[79].
Del nobil garo ora lasciva ho sete.
Lib. 13. ep. 77.
[80]. Avuta autorità dall’imperatore Cesare Vespasiano Augusto i luoghi pubblici da’ privati posseduti Tito Svedio Clemente tribuno, ventilate le cause ed eseguite le misure, restituì alla republica de’ Pompejani.
[81]. Guida di Pompei, pag. 27.
[82]. Giorn. degli Scavi. Luglio e Agosto 1863, pag. 228.
[83]. Ne’ possedimenti di Giulia Felice, figlia di Spurio, si affittano dalle prime idi di agosto alle seste idi per cinque anni continui un bagno, un venereo, e novecento botteghe colle pergole e co’ cenacoli. Se taluno esercitasse in casa (o il condannato) lenocinio, non è ammesso alla conduzione.
La formula invece, quale è ristabilita dal sen. Fiorelli, vorrebbe dire: se trascorrerà il quinquennio, la locazione ai riterrà tacitamente rinnovata.
Altri poi, leggendo aggiunta alla iscrizione surriferita anche le parole SMETTIVM . VERVM . ADE, pretendono interpretare le sigle in questione nella seguente maniera: si quis dominum loci ejus non cognoverit, — se alcuno non conosca il padrone di questo luogo, si rivolga a Smettio Vero.
[84]. Veggasi: Della Patria dei due Plinii, Dissertazione di Pier Alessandro Paravia indirizzata al cav. Ippolito Pindemonte, edita nell’appendice al Volgarizzamento delle Lettere di Plinio il Giovane dello stesso Paravia, già altre volte da noi citato. Il Paravia prova, a non più lasciar ombra di dubbio, i Plinii essere stati di Como.
[85]. Essai de Zoologie Générale, par. I. 1, 5.
[86]. De Viris Illustribus.
[87]. «Le mofete, scrive Giuseppe Maria Galanti, formano molti fenomeni curiosi. Terminate le grandi eruzioni sogliono esse manifestarsi sotto le antiche lave e ne’ sotterranei, e qualche volta hanno infettata tutta l’atmosfera. Non sono che uno sviluppamento di acido carbonico. Circa quaranta giorni dopo l’ultima grande eruzione del 1822 comparvero le mofete nelle cantine ed altri luoghi sotterranei delle adiacenze del Vulcano. L’aria mofetica cominciava all’altezza del suolo superiore, e spesso infettava anche l’aria esterna. In alcuni sotterranei si manifestarono rapidamente, in altri lentamente: dove durarono pochi giorni e dove sino a due mesi. Dopo l’eruzione del 1794 molte persone perirono per mancanza di precauzione contro queste mofete. Esse si sviluppano più assai nei luoghi dove terminano le antiche lave, cioè nei luoghi prossimi alla pedementina del Vulcano, forse perchè il gas acido carbonico che si svolge in copia nell’interno del Vulcano, si fa strada negli interstizi delle lave, le quali partono tutte dal focolare vulcanico.» Napoli e Contorni, 1829. — Vedi anche La storia de’ fenomeni del Vesuvio di Monticelli e Covelli. Napoli, 1843.
[88]. Quest’eco esiste anche adesso, e lo si esperimenta sempre da chi visita l’anfiteatro.
[89]. Presso l’Anfiteatro venne trovata la carcassa di un leone.
[90]. Due scheletri si conservano ancora d’una povera madre e della sua figliuola, cadute insieme l’una a lato dell’altra e turgido tuttavia era il fianco della prima. L’ingegnoso artificio dell’illustre Fioretti ha saputo strappare al muto involucro, — formato intorno ad esse dalle ceneri assodate, — la straziante storia de’ loro estremi patimenti. Egli versando del gesso liquido nelle impronte lasciate da quelle sventurate vittime, potè ottenere la testimonianza di quelle ultime loro crispazioni che rivelano la disperazione dell’agonia ch’esse avevano sofferto.
[91]. Sen. Thiest. 828. Tradurrei:
Da supremo spavento i petti affranti,
Temon che scossa da fatal rovina
Ogni cosa trabocchi e ancor sui numi
E su’ mortali il caos informe piombi.
[92]. Per disposizione d’Augusto, come ho più sopra avvertito, una legione romana stanziava colla flotta a Miseno e così vegliava a difesa della città stessa. Vedi Tacito, Ann. IV, 5. Svetonio in Aug. XLIX, e particolarmente Veget. De Re Militari, V. I.
[93]. Il testo dice Nonum Kalend. Septembris, ma è evidentemente errata una tale lezione, come è manifesto dalla storia e da quanto io medesimo son venuto esponendo; sì che non potesse essere a’ 24 di agosto, come dovrebbe interpretarsi, ritenendosi la lezione del testo, invece del 1 di novembre. Il Paravia, a rincalzo di questa lezione che è pur la sua, annota: «che parmi di avere altrove (Esercitaz. scient. e lett. dell’Ateneo di Venezia. To. I. f. 366.) con sufficienti ragioni dimostrato che quella lezione vuol essere assolutamente errata, e che tutto induce a credere che debbasi invece a leggere Nov. Kal., cioè alle calende di novembre; anche per accordare col n. a. l’abbreviazione di Dione, il qual dice che questa eruzione del Vesuvio accadde Autumno iam ad exitum vergente; lo che non può certo intendersi de’ 24 di agosto.»
[94]. Liburnica appellavasi una nave leggierissima e velocissima, derivandone il nome dai Liburni, popolo dell’Illiria, che di tali navi una volta servivasi alle proprie piraterie. Esse alla battaglia d’Azio avevano avuto la superiorità sulle galere triremi.
[95]. Il testo dice Codicillos. Avanti l’invenzione della carta dicevansi codicilli le tavolette spalmate di cera su cui scrivevasi collo stilo. Veggasi il Forcellini a questa parola e più addietro quanto ne scrissi nel precedente capitolo.
[96]. Classiarii, ossia soldati delle navi, classis significando flotta. Io ho seguito in questo passo la lezione adottata dal Lemaire nella sua edizione Plinii Cæcilii Secundi Epistolarum, Parisiis 1822, poichè mi parve la più ragionevole, migliore di quella di coloro che vorrebbero si traducesse: «ricevè un biglietto di Retina, moglie di Cesio Basso (poichè la sua villa vi era sottoposta, nè si poteva scampar che per acqua), il pregava a liberarla da tanto pericolo.» Pier Alessandro Paravia, traduttore, d’altronde egregio, delle lettere di Plinio, in una sua nota a questo passo, ammettendo le varie lezioni, si maraviglia di quel che io pure credo, dicendo: «Basti, che di questa Retina si fa da taluni un paese, quando io con buone ragioni, per quel che mi sembra, ho creduto di dover sostenere che sia essa una donna.» Oh che? Il Paravia non pensò che Retina appunto fosse un paese alle pendici del Vesuvio travolto sotto le lave e ceneri di tal monte con Ercolano, Pompei, Oplonte, Stabia, Tegiana e Taurania? Poco presso all’antica Retina ora sta Resina, come su Ercolano sta Portici e su Oplonte la Torre dell’Annunziata.
[97]. Vi pulveris ac favillæ oppressus est, vel, ut quidam existimant, a servo suo occisus, quem æstu deficiens, ut necem sibi maturaret, oraverat.
[98]. Disquisitiones Plinianæ.
[99]. Plinio qui cita il verso di Virgilio, spiccandolo al principio del Lib. II dell’Eneide, vers. 12:
Quamquam animus meminisse horret
Incipiam.
Io ho osato sostituire la traduzione di mia fattura a quella di Annibal Caro, che pur avrei amato recare, come quella che universalmente è tenuta in miglior conto, ma essa non mi parve in questo passo felice; eccola:
(Benchè lutto e dolor mi rinovelle,
E sol de la memoria mi sgomente)
Io lo pur conterò.
Se male m’apposi, me lo perdonino i lettori.
[100]. Quella stessa della morte di Plinio il Vecchio.
[101]. Plinio il Vecchio, dall’impero di Nerone a quello di Vespasiano, era stato in Ispagna procuratore di Cesare.
[102]. Lymphati, scrive Plinio: così pure chiamavansi dai Romani i pazzi, e la pazzia tenevasi per sacra, attribuendosi a chi n’era preso la facoltà di predir l’avvenire.
[103]. Atque etiam recordatus quondam super cœnam quod nihil cuiquam tote die præstitisset, memorabilem illam meritoque laudatam vocem edidit: «Amici, diem perdidi». Svetonius in Titum, c. VIII.
[104]. Svet loc. cit.
[105]. Descrizione delle rovine di Pompei. Napoli, Da’ torchi del Framater, 1831.
[106]. Deca Terza, vol. terzo, pag. 11 dell’ediz. di Venezia, per G. Battaggiu, 1823.
[107]. A lui si debbono il palazzo reale di Caserta, architettato dal Vanvitelli, il teatro San Carlo, per non dir di tante altre grandiose opere, degne non che di un re di piccolo reame, di possente imperatore; ma fu pur egli che osò far arrestare in Parlamento un membro di esso, ed inoltre era un Borbone.
Poichè ho accennato al palazzo di Caserta, che si pretende essere la reggia più sontuosa che esista in Europa, m’unirò anch’io ai voti espressi dall’universale in quella provincia che, cioè, l’Amministrazione della Real Casa, meglio sentendo la propria dignità, non abbia a cederlo al Demanio. Vendere quella proprietà sarebbe un’offesa a quel sentimento delle popolazioni che la Monarchia certo non ha interesse a scalzare.
Tempo trarrà quanto è sotterra a luce.
v. 24, traduzione di Gargallo.
[109]. Part. I, Cap. 399. «Noi speriamo che questa etimologia non sarà scambiata per un delirio, se si vuol ben considerare che la parola orientale Hercul, cioè monte arso che si incontra ad ogni passo dal promontorio di Miseno a quello di Sorrento, da cui derivò pur il nome d’Ercolano, ci indica evidentemente la storia delle devastazioni vulcaniche alle quali questa contrada andò soggetta da’ tempi più rimoti. Nelle epoche successive i Greci e gli Italiani, sì poetici nelle loro idee e nelle loro sensazioni, attribuirono alle intraprese di Ercole gli effetti straordinarj de la natura ed elevarono templi al semidio là dove non esistevano altro che le traccie del fuoco.» Vedi addietro il Capitolo II.
«La diletta Pompeja alle saline
D’Ercole presso.»
[111]. Æneid. Lib. VII, 738:
E fu re de’ Sarrasti, e de le genti
Che Sarno irriga.
Traduzione di Annibal Caro.
Popoli Sarrasti eran quelli che stavano intorno al promontorio Sorrentino, cioè i Campani orientali, gli Irpini e i Picentini.
[112]. Appiano, parlando delle mura di Cartagine, le dice triplici, con torri, fornici e casematte, stalle per elefanti, celle per cibi, ecc. «Murum fuisse triplicem, quorum quisque alius 30 cubitos esset, absque loricis et turribus. Quæ turres 200 pedum spatio inter se distabant et 4 contignationes singulæ habebant. Ipsi muri fornicati et capaces: et duplici quasi contignatione facti: in quorum parte ima elephanti 300 stabulari poterant, et adjunctæ iis cellæ ac repositoria ad cibos: super eos 4000 equi, item cum receptaculis pabuli hordeique Viris ipsis ibidem diversoria et habitacula, pedibus 20000, equitibus 4000. Atque hic bellicus apparatus in solis mœnibus erat.»
[113]. Marci Vitruvii Pollionis De Architectura Libri Decem. Ve ne hanno infinite edizioni: commendevole assai quella curata da Gio. Gottlieb Schneider di Sassonia. Lo Stabilimento Privilegiato Nazionale di G. Antonelli di Venezia publicò quest’opera tradotta dal marchese Berardo Galiani col testo a fronte. 1851.
[114]. Mi ricorda infatti aver letto un’eguale osservazione in un racconto pompejano di Theophile Gautier, dal titolo Arria Marcella. Parlando egli della porta che conduce alla Via delle Tombe, e che è questa appunto detta di Ercolano, così si esprime: «Cette porte en briques, recouverte de statues et dont les ornements ont disparu, offre dans son arcade interieure deux profondes rainures destinées à laisser glisser une herse, comme un donjon du moyen âge à qui l’on aurait cru ce genre de défense particulier. Qui aurait soupçonné Pompei, le ville græco-latine, d’une fermeture aussi romantiquement gothique? Vous figurez vous un chevalier romain attardé, sonnant du cor devant cette porte pour se faire lever la herse, comme un page du quinzième siècle?» Un trio de Romans, Paris, Victor Lecou, 1852.
[115]. Ruines de Pompei. T. II, p. 101.
[116]. Bull. Inst. 1865. p. 184. 1867. p. 87.
[117]. Giornale degli Scavi. Nuova Serie. N. 5, dicembre 1868.
[118]. «I Censori provvedevano nella città a selciare colla arena le vie, e fuori della città a gittarvi ghiaja ed a praticarvi i margini.»
[119]. V. Giornale degli Scavi, N. 2, settembre 1868.
[120]. Orat. pro M. Fontejo. Si sa che M. Fontejo Pretore, dopo d’avere per un triennio successivo alla pretura, amministrata la Gallia, reduce a Roma, a petizione de’ Galli, venne accusato da M. Pletorio in due azioni. Difendendolo nella seconda Cicerone, questi nel dire dell’accusa che riguardava le vie, così ricorda la Domizia: Cum majoribus reip. negotiis impediretur; et cum ad remp. pertineret, viam Domitiam munire, legatis suis primariis viris, C. Annio Bellieno, et C. Fontejo negotium dedit. — Via Domitiana, della quale è l’argomento mio, è il titolo del terzo componimento di Stazio del lib. IV delle Sylvæ, e così è ancor un dato maggiore a conforto di quel che dico di questa via.
[121]. Vien ricordato da Stazio che la via Appia fosse la regina delle vie in que’ versi:
. . . . qua limite noto
Appia longarum teritur regina viarum,
e vi accenna Orazio nel parlar della Via Numicia che dinota prossima all’Appia:
Brundusium Numici melius via ducat, an Appi.
Epist. Lib. I.
[122]. «La terza via da Reggio, traversando i Bruzi, i Lucani e il Sannio conduceva nella Campania e metteva alla Via Appia.»
[123]. In Sympos.
[124]. Pudor me habet alimontia illa proferre mysteria, quibus in Liberi honorem Patris phallos subrigit Græcia. Vedi anche il Vossio alla voce Fascinum.
[125]. Non vuo’ persi apparati, ecc. Lib. 1, Od. XXXVIII.
[126]. Capit. III.
Una bianca m’apprese a odiar le brune.
Odii, ma torni. Io, non richiesto, l’amo.
Venere Fisica Pompejana scrisse.
Altri ama, altri è amato; io non me ’n curo.
Chi non se ’n cura, ama.
Venga ognun che ama: col bastone io voglio
Romper le coste a Venere e fiaccarla.
La sua parola mi ferisce il core....
Nè poterle il baston spezzar sul capo!
[132]. Auge ama Arabieno. Mete Cominia commediante ama di cuore Cresto; sia ad entrambi propizia Venere Pompejana e vivano sempre concordi.
[133]. Pirro al collega Cajo Ejo salute. Di malanimo io udii che tu sia morto: statti sano adunque.
[134]. Soave vinaja ha sete; prego che abbia sete di più. Sitit per sitiat accusa la volgarità di chi scrisse.
[135]. Fu portata via un’urna da vino dalla bottega — A chi la restituirà — Verranno dati — Sessantacinque sesterzj: e se il ladro — taluno arresterà — avrà il doppio — Januario qui abita.
[136]. «Quando il zampone è cotto, se lo si appresta al commensale, non solo il gusterà, ma ne leccherà il vaso e la pentola.» — Olla era infatti un ampio vaso di assai ordinario uso, più comunemente d’argilla cotta. La forma essendo di fondo piatto, di lati rigonfi, bocca larga ed avente coperchio, corrisponde a quel vaso stesso che i Lombardi chiamano egualmente olla, ma serviva all’uso della moderna pignatta. Cacabum, di cui se ne trovò un originale in bronzo negli scavi pompejani, era pur un vaso per cuocere carni e vegetali, più spesso d’argilla cotta. Di poco differiva dall’olla; non aveva però il fondo piatto, ma tondo, onde mettevasi al fuoco sul treppiede, tripus; la bocca si restringeva ed ai lati aveva manichi.
Barbaro è quei che non m’invita a cena.
[138]. Cap. 33.
[139]. Cosmo è d’una nequizia grandissima.
[140]. Perchè tu fai quotidianamente lo stesso.
[141]. Così tradusse senza riguardo quel sommo che fu Vincenzo Monti:
Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti;
E le due serpi vi dipingi, e al piede;
Pisciate altrove, è sacro il luogo, o putti.
[142]. L’ira di Giove, di Giunone e de’ dodici Dei a chi avrà pisciato qui o sporcato. De Rich, Dizion. Antich. voc. Anguis.
[143]. Ultimi giorni di Pompei. Capitolo II.
[144]. Pompeja, par Ernest Bréton. Paris, L. Guerin et C. éditeurs, 1869, p. 134.
[145]. Pompeii, p. 133.
[146]. Così al Lib. V. 25, Honorem ob eam munificentiam ferunt matronis habitum, ut pilento, ad sacra ludosque, carpentis festo profestoque uterentur.
Cui le sacre carrette ivano appresso
Coi santi simulacri e con gli arredi,
Che traean per le vie le madri in pompa.
Così traducea Annibal Caro; ma per la migliore intelligenza della mia citazione, meglio varrebbe tradurre letteralmente:
Nelle molli pilente i sacri arredi
Traean per la città le caste madri.
Era, e i noti il dicean serici veli,
Il cocchio del berton mezzo fallito.
Lib. IV. 8. Trad. di M. Vismara. Il Poeta prende la parte per il tutto, chiamando serici carpenti, ciò che il traduttore chiamò serici veli del cocchio. Nella qual ultima parola non si ha riprodotto il nome proprio e speciale del cocchio, cioè il carpento.
[149]. Vedi Imp. Giulian. Cod. 12. 51. 4. e gli Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano ibid. 7.
Meglio ne porti sovra il docil collo
L’esseda belga imposta.
Qui son tratto a ricordare la definizione degli odierni omnibus fatta col seguente verso onomatopeico:
Maxima rhedarum patet hic, patet hac, patet illac
Omnibus.
[151]. «Il tribuno della plebe facevasi condurre nell’esseda.»
O l’onda azzurra colla pinta nave
Solcammo, o tratti dalla svelta rota
Dell’esseda noi fummo.
Carri e tregge e carrette e navi affrettansi
traduce Gargallo: ma come non si nominano Essede, pilente e petoriti?
Alle mule i petoriti già avvinti
Troverai pronti.
Le cornipede mule agili traggono
I petoriti a cui vennero avvinte.
[156]. Plin. His. Nat. 34, 17, 48.
[157]. Capit. V. pag. 200. Firenze, Chiari, 1845.
Breve era il proprio censo
Ricco il comun, nè portico
Privato ergeasi immenso, ecc.
Trad. Gargallo.
[159]. Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit. Petron. Satyricon c. 44.
[160]. Juven. II. 149.
«Che vi sien mani e sotterranei regni
Pur non credono i bimbi, in fuor di quelli
Che non ancor si lavan nel catino.»
[161]. In Agricola 4. 6.
[162]. De Bello Gallico, VI. 17.
[163]. Giornale degli Scavi, maggio, giugno 1869.
[164]. Libro IV. Cap. IX.
«Ecco le quattro are:
Dafni, a te due, e due altari a Febo.»
Egloga V.
[166]. Monuments inédits d’antiquité figurée, tav. XXVI. 2.
[167]. Id. Lib. I. cap. VII.
[168]. Nel Convito. Vedi anche l’epigramma XIII di Teocrito.
Mille per lei si dicono
Arti d’amor trovate,
Che prima in mezzo agli uomini
Vivevano ignorate.
Per tre notti continue
Gli spensierati cori,
Scelti fra tanto numero,
Coronati di fiori,
Correr vedresti lieti
Pe’ tuoi boschi e mirteti.
[171]. Latinamente Calyptra, e quindi anche in italiano caliptra, essendo voce derivata dal greco, ed era, secondo Vesto, genere di abbigliamento muliebre, o più precisamente, come si vede in questa pittura, un velo o zendado.
[172]. Vedi il precedente Capitolo VII.
[173]. Giorn. Scavi di luglio e agosto 1869.
[174]. Questioni Pompejane, p. 72.
[175]. Das Templum, p. 207.
[176]. Inscr. Neap. 2199.
[177]. Pompeji Tom. I, p. 101.
[178]. Marco Porcio figlio di Marco, Lucio Sestilio figlio di Lucio, Gneo Cornelio figlio di Gneo, Aulo Cornelio figlio di Aulo, quadrumviri, fecero erigere questo monumento per decreto dei decurioni.
[179]. Lucio Sepunio Sandiliano figlio di Lucio, Marco Erennio Epidiano figlio di Aulo, duumviri di giustizia, fecero erigere a loro spesa questo monumento.
[180]. «Marco Olconio Rufo duumviro di giustizia per la terza volta e Cajo Egnazio Postumo duumviro di giustizia per la terza volta, per decreto dei decurioni, ricomprarono per tremila sesterzi il diritto di chiudere le finestre ed ebbero cura di erigere un muro privato fino alle tegole pel collegio de’ Venerei corporati.» Di questi Venerei parlano altre iscrizioni pompeiane, e che poi si dicessero corpi e corporati se ne ha un esempio in Dimmaco, Lib. XI ep. 103. Coerarunt certo per curarunt. L’interpretazione surriferita, accettata pure dal De Mazois, non viene accettata dal Bréton, che nelle abbreviature COL . VEN . COR . invece di leggere COLLEGII . VENEREORVM . CORPORATORVM, crede non potersi leggere che così: COLONIE . VENERIÆ . CORNELIÆ, perchè, dice egli, la parola corporatio non potrebbesi tradurre per comunità, mentre significa corpulenza. Pompeja, pag. 59. Bréton però erra nel negare la significazione data dal Mazois e da altri alla parola corporatus. Se questo participio passivo del verbo corporare (ridurre in corpo) può significare formato di più sostanze, significa anche membro di un corpo morale, come venne anche adottata la parola corporazione in questo senso dalla lingua nostra. Veggasi poi all’uopo il Grutero, Inscript. 45, 8; 406, 5.
[181]. Bull. Inst. 1866, p. 11, citato dal chiarissimo Brizio nel Giorn. Scavi, settembre e ottobre 1869.
[182]. L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al Foro; ma in modo tale che la grandezza loro sia proporzionata a quella del Foro. Traduz. Berardi, De Architectura. Lib. V. C. II.
[183]. Descr. delle Rovine di Pompei, Napoli 1832, p. 135.
[184]. «Spurio Turannio Proculo Gelliano figlio di Lucio nipote di Spurio, pronipote di Lucio della tribù Fabia, prefetto de’ Fabbri per la seconda volta, prefetto de’ curatori dell’alveo Tiberino, prefetto e propretore di giustizia nella città di Lavino, padre patrato del popolo di Laurento per segnar l’alleanza; secondo i libri sibillini, co’ pretori de’ sacri principii del popolo romano, de’ quiriti e del nome Latino che si conservavano presso la città di Laurento, Flamine, Diale, Marziale, Salio, Presule, Augure, Pontefice, Prefetto della Corte Getulia e tribuno militare della Legione X, cui fu dato il luogo per decreto dei decurioni.»
[185]. V. Giusto Lipsio, De Milit. Roman. Lib. V.
[186]. Non più speranza di libertà esiste se non nei principii de’ vostri accampamenti.
[187]. Dione I, XL; e Valerio Massimo I, 3.
[188]. Lib. 1. Eleg. 8. Così parmi tradurre:
O Nilo, o padre, oh, come posso io d’onde
Tu proceda narrar, e come e dove
Misterioso il capo tuo s’asconde?
Per te, la terra tua, s’anco non piove,
Dal ciel non fia che l’acque mai sospiri,
Nè l’erba chieda le rugiade a Giove.
T’inneggia e cole come onora Osiri
La strania gioventù, nè per te fia
Che Menfi il bove a ricercargli giri.
Osiri, il primo cui la man venìa
Componendo l’aratro industrïosa
E col ferro solcò la terra pia.
Ei pur fu primo ch’ebbe in grembo ascosa
Alla terra inesperta la semente
E colse ignote frutta ardimentosa.
E insegnò come a’ pali la recente
Vite si debba maritar, le frondi
Toglier soverchie coll’acciar tagliente.
Opra è di lui s’anco da’ piedi immondi
I tumefatti grappoli pigiati,
I sapor elargiron più giocondi.
Tanto licor la voce a’ modulati
Canti piegò e le membra ancor non use
Addestrò a’ moti armoniosi e grati.
Bacco per lui tutte le gioje infuse
In petto degli affranti agricoltori,
Ov’eran pria tolte le angosce chiuse,
Bacco sollievo degli afflitti cuori,
Ancor che invendicato il pie’ trascini
La sonante catena infra i dolori.
Non teco, Osiri, son tristi destini
E mesto volto; ma le danze e i canti
e i lievi amor’ t’allietano i cammini.
Son teco i fior più varii ed olezzanti,
E d’eriche la fronte redimita,
Le crocee palle[189] a’ brevi pie’ cascanti,
Le tirie vesti e il suon de la gradita
Tibia son teco e la leggiera cesta
Sola de’ tuoi mister sacri istruita.
Questa è la cesta misteriosa che si portava ne’ sacrificj d’Osiride, in memoria del cofano in cui fu chiuso da Tifone, il famoso Re egizio. «Quando Osiride, scrive Plutarco, fu di ritorno da’ suoi viaggi, Tifone gli tese insidia, avendo indotto nella sua trama altri settantadue uomini, senza tener conto di una regina d’Etiopia, che si chiamava Azo, partecipe e complice della congiura, ed avendo segretamente presa la misura del corpo di Osiride, fece fare un cofano della stessa lunghezza, maravigliosamente bello, quadrato e squisitamente lavorato, il quale ordinò recare nella sala in cui banchettava la brigata. Ognuno si compiacque ammirar sì bell’opera e stimarla, e Tifone fingendo celiare, disse darebbela volentieri a colui che il corpo avesse eguale alla misura di un tal cofano. Tutti della compagnia, l’un dopo l’altro, lo provarono, ma non fu trovato ben proporzionato, nè eguale ad alcuno. Finalmente Osiride vi entrò e s’adagiò, ed allora i congiurati accorrendo vi imposero il coperchio e assicurandolo con chiodi, vi sparsero sopra piombo fuso e portaronlo al fiume, gettandolo pel confluente del Nilo, che si chiama Janitico, dentro il mare; onde fino oggidì questa bocca è esecrabile agli Egizj e la chiamano abbominevole. De Iside et Osiride.»
[189]. Palla chiamavasi una sopravveste lunga, ampia e fluente propria della donna onesta; eguale al peplo greco.
[190]. Traduco io ancora:
Che fa, Delia, la tua Iside intanto,
Che fa per me? Che giova a me che l’arie
Abbi a stancar de’ sistri tuoi cotanto?
E ch’io rammenti le pietose e varie
Lustrazïoni e le frequenti offerte
E le tue notti caste e solitarie?
Vieni e m’aita, o Dea, corri solerte:
De’ tuoi templi le tavole votive
Le mie speranze di guarir fan certe.
Chi non sa che i Pittori Iside ingrassa?
Ecco il tristo anniversario
Per gli amanti e pei mariti:
Cinque e cinque notti Cinzia
Già passò fra i sacri riti.
Mal ne venga a quella Inachide,[193]
Che alle vaghe Ausonie donne
Queste infauste cerimonie
Da l’adusto Nil portonne.
Quella Dea, che spesso vedove
Degli amanti fa le piume,
Quella Dea qualunque siasi,
Sarà sempre un triste Nume.
Lib. II. Elegia XXXIII. Trad. di Michele Vismara.
[193]. Io, figlia di Inaco, amata da Giove, convertita in giovenca e finalmente divenuta Iside.
[194]. Annali II, 85. V. anche Giuseppe Antichità I, XVIII, c. 3.
[195]. Decad. Imp. Rom. Vol. I, cap. II.
Da Meroe la sacra onda recava
Per ispargere d’Isi il tempio...
[197]. Histoire pittoresque des Réligions. T. II, p. 185. Paris, Pagnerre 1845.
[198]. Vedi anche Macrobius: Saturnaliorum lib. I. cap. 20, 21; e l’opera Des Divinités Egyptiennes. Paris, Lacroix, 1866, p. 161, e Dupuis, Origines de tous les cultes, T. III. p. 218 in cui si danno eguali spiegazioni — In Plutarco De Iside et Osiride.
[199]. Epig. lib XII. 29.
Coi lini e i sistri involasi
Lo schiomato drappel
Se Ermogene si accosta al sacro ostel.
Trad. Magenta.
Come la Dea linigera ricordata da Ovidio nel l. delle Metamorfosi (v. 747) significava Iside; così linigeri venivan detti certi suoi preti, che andavano a capo raso, onde Marziale li chiamò calvi, e nudi fino alla vita o coperti da indi in giù di una lunga sottana di lino. V. anche Giovenale, Sat. VI, 533.
[200]. Sveton., in Claudium.
[201]. Collana degli antichi storici greci volgarizzati. Erodoto è tradotto dal corcirese Andrea Mustoxidi. Lib. II, p. 300.
[202]. Il Mazzoldi nelle sue Origini Italiche provò con isplendida erudizione che il culto d’Iside è d’origine italica. Vol. II.
[203]. Cap. XIV.
D’Iside profanavi, io ben rammento,
Il delubro, d’Ausidio assai più empio,
Testè e di Ganimede il monumento.
E della Buona Dea l’asilo e il tempio
Profanavi di Cerere (e in qual loco
Non faria donna del pudor suo scempio?).
Mia traduzione.
[205]. «Numerio Popidio Celsino figlio di Numerio restituì dalle fondamenta col suo denaro il tempio d’Iside dal tremuoto rovinato. I Decurioni per si fatta liberalità, essendo egli d’anni sessanta, lo ascrissero graziosamente nel loro numero.»
[206]. «Lucio Cecilio Febo pose, concedendone il luogo i Decurioni.»
[207]. Lettisterni, letti triclinari su cui ponevansi le statue degli Dei, a’ quali in data cerimonia religiosa, offerivasi sontuoso banchetto.
Patere eran vasi usati a contenere il vino con cui era fatta una libazione, versandolo dalla patera sulla testa della vittima o sull’ara. Le qualità comuni eran di argilla, le più preziose di bronzo, d’argento ed altresì d’oro, sommamente e squisitamente ornate; talora con manico, più spesso liscie.
Lebeti, vasi profondi a ventre pieno e rigonfio, (Ovidio Metamorfosi, XII. 243) di bronzo e di metalli preziosi e destinati ad esser tenuti sotto le mani o i piedi per raccogliere l’acqua lustrale che un domestico versava sopra essi da un boccale, gutturnium, prima e dopo il pasto.
Accerre, come i turiboli, erano incensieri. Orazio ne fa cenno nel libro III delle Odi, Ode ottava, a Mecenate.
Prefericoli. Secondo Festo, eran vasi di metallo senza manico e largamente aperti di sopra, atti a tenere i sacri utensili portati in processione in certe solennità religiose.
Simpuli. Ramajoli, o chiccherine con lungo manico, adoperati nei sagrifizj a prendere il vino in piccole quantità da qualche vaso, per libazioni.
Mallei. Grossi magli di legno, di cui servivansi i beccai e i popi nei sagrifizj per atterrare il bue prima che il cultrarius gli tagliasse la gola.
Secespiti. Sorta di coltelli pei sagrifizi con una gran lama di ferro aguzza e manico rotondo.
Cultri. Coltelli di cui servivasi il cultrarius, o ministro del sacerdote, che ammazzava la vittima.
Litui eran le verghe degli Auguri curve in cima, come a un di presso i pastorali dei vescovi cattolici, che ne tolsero il modello dalla pagana liturgia.
Crotali. Specie di strumento musicale particolarmente adoperato nel culto d’Iside e Cibele per accompagnarsi alle danze religiose. Si componevano di due canne fesse pel mezzo o di due pezzi di legno o di due metalli incavati congiunti con un manico diritto. Se ne teneva uno per mano e se ne battevano i due pezzi come le nacchere spagnuole o castagnette napoletane.
Aspergilli. Parola non dell’antichità, ma degli antiquari, ad indicare gli aspersorj per le purificazioni, massime avanti i sagrificj agli Dei infernali (Cic. Leg. II. 10; Ovid. Fast. v. 679; Virg. Æneid. IV. 635) — Vedi Dizion. delle Antichità Greche e Romane di Antony Rich. Milano 1869.
[208]. Così traduco:
De’ sistri suona
La nilotica riva e la zampogna
Egizia guida i farii salti, ed Api
Colle corna dimesse intanto mugge.
Pharos, onde forse si appellarono e quelle sacre danze e i cori dei sacerdoti e delle sacerdotesse della egizia Dea, è il nome di un’isola poco lungi dalla città di Alessandria.
[209]. Numerio Popidio Ampliato, padre, a sua spesa.
[210]. «Numerio Popidio Celsino — Numerio Popidio Ampliato — Cornelia Celsa.»
[211]. Napoli e Contorni. Pag. 360.
[212]. Vedi Cap. II. pag. 47.
[213]. Amm. Marcell. Lib. 22.
[214]. Dizion. della Mitologia di tutti i Popoli, alla voce Esculapio.
[215]. Questioni Pompejane, p. 74.
[216]. Corp. inscrip. regni Neapol. N. 2189.
[217]. Romolo figlio di Marte fondò la città di Roma e regnò trentott’anni. Il primo egli de’ Capitani, uccise il capitano de’ nemici Acrone re de’ Ceninesi, ne consacrò le opime spoglie a Giove Feretrio, ed ammesso nel novero dei numi, venne chiamato Quirino.
[218]. Pompeii, p. 115.
[219]. Pompeii, p. 117.
[220]. Poesie di Alessandro Guidi, La Fortuna. Milano 1827.
[221]. «Marco Tullio, figlio di Marco, duumviro incaricato della giustizia, eletto tre volte quinquennale, augure, tribuno de’ militi, eletto dal popolo, eresse sul proprio suolo e con proprio denaro il tempio alla Fortuna Augusta.»
[222]. Pompeii I. 95.
[223]. «Area privata di Marco Tullio figlio di Marco.»
[224]. «Agatemero di Vezio, Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore, Antero di Lacutulano Ministri primi dell’augusta Fortuna, per comando di Marco Stajo Rufo e Gneo Melisseo duumviri e giudici, essendo consoli Publio Silio e Lucio Volusio Saturnale.»
[225]. «Essendo consoli Tauro Statilio, Tito Platilio Eliano, Lucio Stazio Fausto, invece della statua che secondo la legge dei Ministri della Fortuna Augusta doveva porre per decisione emessa sulla relazione del Questore Quinto Pompeo Ametisio, decretarono che due basi marmoree venissero collocate in luogo della statua.» Nel testo le parole ministorum, basis, marmorias, poniret in luogo di ministrorum, bases, marmoreas, ponere, devonsi evidentemente attribuire alla ignoranza dell’artefice che le ha scolpite.
[226]. Tacito Annales, 1, 15 e 54. V. anche Reines Inscr. 1, 12.
[227]. Petronio, Satyricon 30, 2. Orelli, Inscript. 3959.
[228]. Pag. 43.
[229]. Virgil. Æneid. XII. 170:
«Cento abbatteva ben lanute agnelle (bidenti).»
[230]. Phædr. 1. 17:
«Una pecora (bidente) vide entro una fossa
Giacente un lupo.»
[231]. Hor. III. Od. 23. 14. Poichè il Gargallo, a questo passo non traduce, ma perifrasa, mi sostituisco a lui:
«Con sagrificj di ben molte agnelle (bidenti)
Placare i Numi.»
[232]. Tab. 19 e 20. «Evvi in Pompei figura di un bidentale scavato, perchè il puteale aveva un tempio rotondo di otto colonne senza tetto, ornato del solo epistilio, con iscrizione scolpita in caratteri osci, che suona latinamente così: Nitrebes ter meddixtuticus septo conclusit, cioè: Nitrebio tre volte Meddixtuticus chiuse con questo recinto.» Il Meddixtuticus era il supremo magistrato di Pompei, e lo aveva ogni città della Campania. La parola è d’origine osca composta dalle due voci meddix, giudice, curatore, imperante, e tuticus, magno, sommo. Ennio così ricorda il Meddix:
Summus ibi capitur Meddix, occiditur alter.
Tito Livio nel lib. 22 delle sue Storie, c. 19, rammenta Cneo Magio di Atella come Meddixtuticus in quelle parole: Præerat Statius Metius, missus ab Cn. Magio Atellano, qui eo anno meddixtuticus erat; e altrove lo stesso storico (lib. 26, c. 6) fa menzione di Seppio Lesio che copriva la stessa carica: Meddixtuticus, qui summus magistratus apud Campanos est, eo anno Seppius Lesius erat. Siccome poi il Rosini nella sua Dissertatio Isagogica (pag. 38), riferisce un’iscrizione ercolanese in cui son nominati L. Labeo, L. Aquilius meddixtuticus etc.; così ne trae argomento ad opinare che fosse cotesto un gemino magistrato, di cui uno avesse alternamente il comando in tempo di guerra, come i consoli in Roma. Vedi anche Lanzi: Saggi di lingua etrusca. Tom. 2, pag. 609.
[233]. Forcellini, Totius Latinitatis Lexicon. Voc. Bidentalis. Cita a prova due iscrizioni edite dal Grutero.
[234]. Satyra 6 del Lib. II.
In tribunal ti prega
Roscio, pria delle due, trovarti seco
Per domani.
Trad. Gargallo.
Per conservare il carattere storico, il traduttore avrebbe dovuto dire puteale invece di tribunale.
[235]. Orlando Furioso, c. XII. st. 1 e 2.
«Senza Cerere e Bacco si raffredda Venere.»
Eun. act. 4, sc. 5, v. 6.
Misero me che sol le patrie frondi
Sotto il tuo sguardo ottenni e il cereale
Del calcidico serto ambito dono,
Lib. V, 4, 226. Epicedion in Patrem.
Giovanni Veenhusen a questi versi appone una nota latina, che al par di essi traduco: «Aristide in Eleus scrive, essere stata la prima gara ginnica inventata da Eleusi, della quale erano biade il premio al vincitore. Egualmente opinar si può de’ premj riportati da Stazio nel certame napoletano, che fossero della eguale natura; se non ami piuttosto credere che accenni ai ludi di Cerere istituiti in Napoli e dei quali pur tocca nella selva a Menecrate.» (Libro IV delle Selve, Selva 8, 50.)
[238]. Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa pubblica, in nome suo e di Marco Numistro Frontone, ha eretti a propria spesa e dedicato alla Concordia e alla Pietà Augusta un Calcidico, una Cripta e de’ Portici.
Fui già pedal di fico, inutil legno,
Quando tra il farne un scanno od un Priapo,
Dubbioso il fabbro, è meglio, disse, un Dio.
Eccomi dunque Dio, di ladri e uccelli
Altissimo terror.
Trad. di Gargallo.
..... i Lari a noi guardano ognora
Le anguste vie, del nostro aver custodi.
Ovid. Fast. Lib. II.
[241]. Vedi Svetonio, Aug. 31; Plauto, Mercat. v. 2, 24; Tibullo I, 1, 20 e 10, 15.
[242]. Reco nella nostra lingua:
Taluni usciti da parente, esatto
Osservator del sabato, non altro
Adoran che le nubi e il firmamento
E tra l’umana e la suina carne,
Da cui s’astenne il genitor, non fanno
Divario alcun, ben presto circoncisi.
Usi poi nello spregio aver di Roma
Le leggi, apprendon il giudaico dritto
E quanto ad essi nel volume arcano
Lasciò Mosè, religïosamente
Osservano. Non essi al vïandante
Che il suo Dio non adora, additeranno
Il cammin, nè all’infuor del circonciso
La ricercata fonte; e n’è ragione
Che nel settimo giorno il padre loro
Nello sciopro si tenne e negli offici
Della vita non ebbe alcuna parte.
[243]. Vol. XLVII. p. 206. Venezia. Tip. Emiliana, 1818.
[244]. Veglie Storiche di Famiglia. Milano, 1869. Vol. I, p. 16.
Della città la parte è qui che il nome
Prende del bove.
I Portator’ di simboli nel foro
S’adunano pescario.
[247]. Lib. VII. Così traduce Magenta:
Qualunque cosa d’Ombria a te conduce,
O d’Etruria il castaldo o il tusculano,
O quel tre miglia da costì lontano,
Tutto ciò la Subura a me produce.
Di Cesare son questi i fori, ei disse,
Questa è la via che dai sacrati luoghi
Assume il nome.
Tristium, Lib. III.
[249]. «Singolare ne sarebbe dovunque la struttura e maravigliosa anche per consenso degli Dei».
Poi mi getto a dormir senza pensiere
Di dovermi levar insiem col sole,
E Marsia riveder.
Trad. Gargallo.
[251]. Tien nel gran foro i consacrati templi. Lib. III.
[252]. «Se ciò approvate, andatevene, o Quiriti. — Procedete al suffragio, col favore degli Dei, ed ordinate voi quello che i padri sancirono.»
[253]. De Architectura, lib. 1, c. 7.
[254]. V. Popidio figlio d’Epidio Questore ha fatto costruire i portici.
[255]. Lib. V. c. 1 e 2.
[256]. Pompei descritta da Carlo Bonucci: Foro Civile.
[257]. Lo squarcio che reco è la traduzione della traduzione francese dell’opera del Bonucci, perchè io non potei avere che questa. Quando l’Italia era sbocconcellata, i libri che si publicavano in Napoli era difficile che pervenissero alle nostre biblioteche di Lombardia e viceversa.
[258]. A Marco Lucrezio Decidiano Rufo duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, Marco Pilonio Rufo.
[259]. A Marco Lucrezio Decidiano Rufo, duumviro, tre volte quinquennale, pontefice, tribuno dei militi per voto di popolo, prefetto de’ fabbri, per decreto de’ Decurioni, eretto dopo la morte.
[260]. A Quinto Sallustio figlio di Publio, duumviro, incaricato della giustizia, quinquennale, patrono delle Colonie, per decreto de’ Decurioni.
[261]. A Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, duumviro incaricato della giustizia, quattro volte quinquennale, per decreto de’ decurioni, col danaro publico.
[262]. A Cajo Cuspio Pansa, pontefice, duumviro, incaricato della giustizia, per decreto de’ decurioni eretto con denaro publico.
[263]. «Scrive Rutilio avere i Romani istituito le nundine, perchè per otto giorni i contadini dessero opera a’ lavori de’ campi, nel nono poi interrottili venissero a Roma pel mercato e per ricevervi le leggi e riportassero con maggior concorso di popolo gli sciti e consulti (voti popolari), i quali, proposti per diciasette giorni, facilmente si potevano da tutti conoscere.»
[264]. «A Marco Claudio Marcello figlio di Marco patrono.»
[265]. Lib. VII c. 70.
[266]. Così parmi di dover tradurre:
«Possano i Numi esterminar chi primo
L’ore inventò, chi primo in questa nostra
Città poneva un quadrante solare!
Lo sciagurato m’ha per mio malanno
Tagliato a pezzi il giorno! Oh! non avevo
Ne’ miei giorni d’infanzia altro orologio
Che lo stomaco mio, ed era quello
Il migliore, il più esatto ad avvertirmi,
A men che nulla da mangiar vi fosse.
Ora, quantunque la cucina piena,
Non si serve la tavola che quando
Al sol talenta, e di tal guisa avviene
Che dall’istante in cui la città intera
Da’ quadranti solar’ venne segnata,
Quasi tutta la gente non si vegga
Che scarna trascinarsi ed affamata.»
[267]. I. Sylv. I. 29.
Quivi i Giulii delubri venerati,
Del belligero Paolo indi la reggia
Sublime.
[268]. Satyra IV. Lib. I.
Del foro
Nel bel mezzo, e nel bagno (in chiuso luogo
S’ode più grata risonar la voce)
Recitan molti i loro scritti.
Trad. Gargallo.
[269]. Satyra III. Lib. I.
Ecco a tutti i cantor vizio comune;
Pregati, non c’è capo che s’inducano
A cantar tra gli amici: non pregati,
Non la finiscon mai.
Id. ibd.
[270]. Æneid. Lib. VIII:
E come pria cader vedrai le stelle,
Porgi solennemente a la gran Giuno
Preghiere e voti.
Trad. del Caro.
Convien pregar perchè la mente sia
Sana nel corpo sano.
[272]. «La miglior parte di ciascun giorno sono le sette delle prime, non delle ultime ore del giorno.» Lib. I.
Poichè del dì la miglior parte è scorsa,
Quel che avanza cercate allegramente
Di ben esercitar le vostre membra.
[274]. Satyra V Lib. I. Sermonum:
Al giuoco Mecenate,
A letto andiam Virgilio ed io; chè il giuoco
De la palla a’ cisposi e agli indigesti
Certo non fa buon pro.
Trad. Gargallo.
[275]. Specie di lettiga, o palanchino, portato da due muli, uno davanti, l’altro di dietro, ad uso più specialmente delle donne.
[276]. Quando si annunzia l’ora del bagno, cioè la nona nel verno, e la ottava nella state. Plinio Lib. III. Epist. I.
Con i clienti ei dissipa
La prima e second’ora mattutina;
L’altra ai rauci causidici destina.
Sino alla quinta s’occupa
In varie cure; alla quiete è data
La sesta; ogni opra a settima è cessata.
L’ottava della nitida
Palestra basta agli esercizii e sprona,
Gli eccelsi letti a premere la nona.[278]
Alta, Eufemo, è la decima
Ora a’ miei libri, quando per tua cura
Le dapi eterne al ventre suo misura.
Epig. Lib. IV. 8. Trad. Magenta.
[278]. I letti del triclinio sui quali i Romani sedevano a mensa. Nel capitolo che tratterà delle Case ne parleremo.
[279]. «Imperocchè quivi erano e i mercati delle merci e le trattative dei contratti, le proposte delle nozze e le pratiche delle transazioni.»
[280]. «Paolo, Maria, Pietro, Lorenzo e Giovanni tengono nella città il nome di patriarcato.»
Nefasto è allor che taccionsi i tre stili
Del pronunziare[283]; e quello è giorno fasto,
In cui lice trattar cause civili.
Nè creder già che il giorno quanto è vasto
Sua ragion serbi: talor fasto fia
La sera quel che al mattin fu nefasto.
Che quando fatto il sagrificio sia,
Può di tutto parlarsi; e al pronunziare
Si apre al nobil pretor libera via.
Trad. di G. B. Bianchi.
Quando grida il Liburno: olà correte,
Egli già siede.
[283]. I tre stili, tria verba, sono le tre seguenti formule del pretore: Do, Dico, Addico; ed ecco, secondo il Sigonio, il significato di queste parole: «Il Pretore dicebat ex. gr. aliquem liberum esse. Addicebat v. g. ad un’altra famiglia come nell’adozione. Dabat, ex. g. il possesso dei beni, o i giudici, poichè il Pretore era cosa straordinaria che facesse da giudice.»
Nembo d’altre faccende al capo, a’ fianchi
Ecco assalirmi. «In tribunal ti prega
Roscio pria delle due trovarti seco
Per domani.» I notai, Quinto, per oggi
Preganti di tornar: l’affar rammenta
Ch’è di tutto il collegio: è grande, è nuovo.
Fa che Mecena a queste tavolette
Ponga il suggel. Mi proverò; le dici,
Replica, insiste — «Purchè il vogli, il puoi.
Trad. Gargallo.
Fugge intanto il ribaldo, e me abbandona
Sotto il coltel. Quand’ecco l’avversario
Gli vien tra’ piedi e — O tu svergognatissimo
Dove? dove? gli introna ad alta voce.
E a me — Mi faresti tu da testimonio?
Allor subito subito l’orecchio
Gli presento, strascinalo in giudizio;
Di qua, di là rumor.
Trad. Gargallo.
[286]. Se scientemente sbaglio, allora Giove mi respinga, salva però sempre la città, dai buoni, come io getto questa pietra.
«Ai Triumviri andrò e i vostri nomi
Denunzierò.»
Asinar. I. 2. 4.
Nè la bianca benda
La composta ricopra onesta chioma,
Nè la stola che a pie’ lunga discenda.
Epist. ex Ponto III. 3, 51. Art. Am. 1, 31.
Vergogna egli è che due, testè già amanti,
Veggansi avversi divenir d’un tratto:
Odia Venere tali litiganti.
Sovente avvien che sia processo fatto
A chi s’adora, ma trïonfa amore,
Se un odio acerbo non dettò quell’atto.
Un dì assistetti a giovane amatore:
Stava l’amante sua nella lettica,
Fieri oltraggi ei diceale in suo furore.
«Che principio al processo ora s’indica,
Grida, e avanzi la rea» — ella apparia; —
Ma restò muto nel veder l’amica.
L’una tabella e l’altra allor gli uscìa
Dalle mani, per correre all’amplesso,
Dicendo: hai vinto, hai vinto, amica mia!
Meglio è così ch’ora ne sia concesso
Ambo in pace partir, anzi che al foro
Dal talamo passar per un processo.
E sia per tanto la sentenza loro:
«Senza lite ella tenga i doni tuoi.»
Remed. Amor. v. 659-671,
mia traduzione.
Se de’ suffragi suoi libero avesse
Il popolo a venir, qual mai ribaldo
Seneca preferir dubiteria
Un istante a Neron, al cui supplicio
Vi vorrebbe più assai che d’un serpente,
D’una scimia e d’un sacco?
Mia trad.
A codesto sguajato, acciò non chiaccheri,
Si spezzeran in fede mia le gambe.
[292]. «È delitto imprigionare un cittadino romano: scelleraggine il farlo battere con verghe; quasi parricidio l’ucciderlo; ma che dirò il sospenderlo in croce?» Cicero, Orat. In Ver.
A far baldoria andrai
Fiaccola in mezzo a quei che per la gola
Ritti e fitti all’uncin fumano ed ardono.
Sat. I. v. 155. Trad. Gargallo.
[294]. «Rifletti al carcere ed alla croce, e all’albero infitto per mezzo all’uomo sì che gli esca dalla bocca.»
Ei diverrà l’adultero di Roma,
Tremando ognor ch’abbia a pagar il fio
Del maritale onor dovuto a l’onta:
Nè credersi vorrà più fortunato
De l’astrifero Marte, a non lasciarsi
Coglier mai nella rete. Ira gelosa
Vendetta più crudel talor ne trae
Che quella dalle leggi al reo prescritta:
Uno uccide col ferro, un altro sbrana
Con sanguigno staffil: ci ha sin di quelli
Che sviscerar si sentono per altra
Bocca che per l’usata, un mugil vivo.
Sat. X. III. 317. Trad. Gargallo.
Oh allor te misero ti colga il danno,
Che stretti i piedi, dentro le viscere
Rafani e mugili ti cacceranno.
Carmen XV.
[297]. Dufour. Storia della Prostit. Vol. I. Cap. XV.
Una gran causa trattasi nel foro
D’un amico e vuo’ essergli avvocato.
Epidicus. Act. III. x. W.
Lo scoppiante polmon rompiti, o gramo,
Per veder, lasso alfin, di palme intesti,
De le tue scale onor, verdi festoni.
Qual prezzo a tanti strilli? Un presciutello
Ben magro, di pelamide salate
Qualche bariglioncin, viete cipolle
(Mensil dono degli Afri), ovver del vino,
Per Tevere approdato, un cinque fiaschi.
Che se quattro comparse un aureo in saldo
T’abbian valuto, pattüita usanza
Parte di quello a’ curïali addice.
— Emilio ottien più del dover; e a noi
Qual merito si dà di maggior opra? —
N’è cagion la superba ne l’androne
Quadriga in bronzo eretta; e n’è l’equestre
Sua statua la cagion. Vè come, assiso
Su feroce destrier, del curvo astile,
Già da lunge ammiccando, i colpi assesta;
Già medita fra sè pugne e trofei.
Così sossopra va Pedon: Matone
Va fallendo così: ne fia diversa
Di Tongillo la fin, c’usa lavarsi
Con immenso alicorno, e col seguace
Suo treno inzaccherato infesta il bagno;
O il collo a Medi gestator premendo,
In lettiga a lung’aste il foro scorre;
Vasi argentei e mirrini, e ville, e servi
Sceso a comprar. Quel suo piratic’ostro
Di tirio stame a pro di lui fidanza.
Pur queste appariscenze a lor son lucro:
La porpora dà prezzo; le ametiste
Dàn prezzo a l’Orator: compie a costoro
E strombettar, ed ostentare un censo
Maggior del vero: omai già più non serba
A lo splendor confin prodiga Roma.
I bisnonni orator tornino al mondo:
Sesterzi chi darìa, se grossa gemma
Non gli vedesse sfolgorar dal dito?
In prima in prima il litigante adocchia
Se otto servi ti portino: se diece
Ti circondino intorno; se una seggiola
Ti tenga dietro, ed i togati avanti.
Quindi arringando Paolo fea pompa
D’un cammeotto a fitto, e quindi a prezzo
Maggior che Cosso e Basilo arringava:
Va di rado facondia in cenci avvolta.
E quando il duol di lacrimosa madre
Lice a Basilo esporre? e chi su’ rostri
Soffre un Basilo udir, benchè facondo?
Te Gallia accolga, o meglio, di causidici
Nutricatrice l’Africa, se agogni
Espor la lingua mercenaria a prezzo.
[300]. «Per passare poi la vecchiaja con decoro e con credito, qual può mai essere più onorata via che l’occuparsi dello interpretare le leggi? Io per me insin dalla mia giovinezza mi son provveduto di questo soccorso, non solamente per farne uso nelle cause e nel foro, ma per aver eziandio un ornamento ed un pregio col quale, quando mi sieno colla vecchiezza venute meno le forze (il qual tempo già s’avvicina), io mi assicuri di non avere in casa mia a patir solitudine.» De Oratore Lib. 1. XLV. tr. di Gius. Ant. Cantova.
[301]. Lib. 1, c. 13.
[302]. «La curia, dove il Senato cura la republica.»
[303]. L’erario, la carcere e la curia si hanno a situare accanto al foro; ma in modo tale, che la grandezza loro sia proporzionata a quella del foro. E soprattutto dee principalmente la curia corrispondere all’eminenza del municipio, o città che sia... Oltre a questo, a mezza altezza delle mura vi si hanno a tirare attorno attorno delle cornici o di legname o di stucco. Che se queste non vi si fanno, dissipandosi in alto la voce de’ disputanti, non giungerà chiara all’orecchio degli ascoltatori; come all’incontro quando le mura avranno queste cornici attorno attorno, si sentirà bene la voce, perchè vien trattenuta da quelle, prima che si dissipi in alto. — Trad. di Berardo Galiani.
[304]. Le basiliche unite ai Fori si hanno a situare nell’aspetto più caldo, acciocchè possano i negozianti radunarvisi l’inverno senza sentire l’incommodo della stagione... E se il luogo fosse più lungo del bisogno, si situeranno piuttosto nell’estremità le Calcidiche, appunto come si veggono nella Basilica Giulia Aquiliana. — Vitruvio, De Architect. Lib. V. e I
[305]. Dec. IV, c. 36.
[306]. Pompeja. Pag. 125 in nota.
[307]. L’usò il Salvini nella versione dell’Iliade per camera degli sposi:
Egli scese nel talamo odorato
Di cedro e in alto soffittato.
[308]. Ad Eumachia figlia di Lucio, sacerdotessa publica, i Tintori.
[309]. Parole della classica traduzione di Tacito del Davanzati il quale le voci arcta ed obscura rende per prigionia nè stretta nè dubbia.
[310]. «Sentirà esistere in questa città una carcere, la quale vollero i maggiori nostri che fosse vendicatrice degli uomini malvagi e delle più aperte scelleratezze» c. 12.
[311]. Juvenal. Sat. III:
Tante son le maniere onde si foggia
Per ceppi il ferro, da temer che manchi
Al vomere ed al sarchio ed alla marra.
[312]. Vers. 312-314. Traduco:
Ben felici puoi dir gli avi, beata
Puoi appellar l’antica età, quand’era
Da’ suoi Re e dai Tribuni governata
Che un carcer sol bastava a Roma intera.
Così gli otto littor’ d’incude al pari
Me infelice martellino.
Atto I. Sc. I. 7.
Comanda a quei che meco ho qui condotti
Per essere al carnefice affidati
Che a me dalla città vengano al porto
Incontro; poi qua di ritorno, tienli
Ben custoditi.
Atto III. Sc. VI. 18.
«Io vo scrivendo come amor mi spira[316],
E pera io pur, se di mutarmi in Dio,
Senza di te, la volontà m’attira.»
[316]. Dopo dell’Innamorato Pompejano, scrisse pur l’Allighieri in questo verso il medesimo concetto.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 390-91 sono state riportate nel testo.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.