CAPITOLO UNDICESIMO Le Curie, il Calcidico e le Prigioni.
Origine ed uso delle Curie — Curie di Pompei — Curia o Sala del Senato — Il Calcidico — Congetture di sua destinazione — Forse tempio — Passaggio per gli avvocati — Di un passo dell’Odissea d’Omero — Eumachia sacerdotessa fabbrica il Calcidico in Pompei — Descrizione — Cripta e statua della fondatrice — Le Prigioni di Pompei — Sistema carcerario romano — Le Carceri Mamertine — Ergastuli per gli schiavi — Carnifex e Carnificina — Ipotiposi
È opinione di molti che in Pompei, se le cause di maggior momento venissero come in Roma trattate nella Basilica, quelle di minor importanza fossero giudicate nelle sale o Curie, come con linguaggio forense appellavansi, pur conservato fino a’ nostri giorni, in cui curia e curiali significano tuttavia luoghi di giudizio e persone addette agli stessi. Che il luogo poi delle Curie fosse alle cause minori disposto è rivelato altresì dal valore della parola stessa. Essa indicava la parte minore del popolo romano, che Romolo appunto distribuì dapprima in tre tribù e le tribù suddivise poscia in dieci curie ciascuna, così chiamate, secondo ne fa fede Tito Livio, dai nomi delle donne sabine che vennero dai Romani rapite[301]. Queste curie, nella dissepolta città, si vedono presso l’entrata della Basilica, di cui si giudicarono dipendenza e che furono scoperte nell’anno 1814. Il fabbricato, essendo di mattoni rossi e di essi intera la costruzione, fu ritenuto che fosse opera posteriore, o rifatta dopo il tremuoto del 63. Ciò che per altro più probabile appare, è che non fossero ristaurate che dopo il 63; perocchè, nota opportunamente a questo riguardo il signor Bréton, non trovandosi esse nell’asse del Foro, dovessero necessariamente essere anteriori al Foro stesso; senza di che infatti sarebbero state coordinate al medesimo.
Il fondo di esse sale è semi-circolare, vi sono nicchie e vi sono podii, se han potuto giovare a farle ritenere siccome luoghi sacri addetti a’ magistrati incaricati appunto di conoscere e giudicare di quelle minori cause.
Appajono tutte di forma rettangolare, le mura dovevano essere già state rivestite di marmo, e Dyer, senza recar prove di sorta, vorrebbe nella seconda sala che vi fosse stato un tesoro pubblico; forse ciò indotto a credere dalla sola circostanza che in essa si rinvennero de’ vuoti forzieri in pietra e qualche moneta d’oro e d’argento.
Queste tre sale, o curie, non vanno tuttavia essere confuse colla Curia, più propriamente così designata in quel monumento scoperto dal 1817 al 1818, che è nelle Guide con questo nome indicata, o coll’altro eziandio di Sala del Senato. Malgrado il significato superiormente riferito che alla voce curia solevasi dare da’ Romani; nondimeno s’adoperava da essi altresì a chiamare il luogo del Senato; onde Varrone ne fornisce la diversa definizione: curia, ubi Senatus rempublicam curat[302].
È un edificio codesto di Pompei, come le altre minori curie, semi-circolare, molto aperto dal lato del Foro: decorata ne è la gran sala, o senaculum, di stalli elevati, di nicchie e di colonne e certo un giorno deve essere stata anche di statue.
Bonucci opina che in questo recinto l’ordine dei Decurioni tenesse le proprie adunanze pubbliche, non già forse un comitium, o luogo in cui il popolo votasse nelle elezioni dei magistrati; perocchè il piano delle sue rovine non risponda a quei dati che di un luogo di comizj ci forniscono gli scrittori dell’antichità; mentre l’ipotesi di esso Bonucci e d’altri molti venuti nella stessa sentenza s’accordi colla speciale sua situazione sul Foro, giusta quanto è scritto al capo II, del Lib. V. De Architectura di Vitruvio. Ærarium, scrive egli, carcer, curia, foro sunt conjungenda, sed ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat. Maxime quidem curia imprimis est facienda ad dignitatem municipii sive civitatis... Præterea præcigendi sunt parietes mediis coronis ex intestino opere aut albario ad dimidiam partem altitudinis. Quæ si non erant, vox ibi disputantium elata in altitudinem intellectui non poterit esse audientibus: cum autem coronis præcincti parietes erunt, vox ab imis morata prius quam in aera elata dissipabitur, auribus erit intellecta[303].
Dipendenza della Basilica, a quanto ne riferisce il medesimo Vitruvio, è il Calcidico; e però ne tengo qui partitamente parola.
Basilicarum loca adiuncta foris quam calidissimus partibus oportet constitui, ut per hiemem sine molestia tempestatum se conferre in eas negotiatores possint!.... Sin autem locus erit amplior in longitudine, Calcidica in extremis partibus constituantur, ut sunt in Julia Aquiliana[304].
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Se ho già, nel Capitolo de’ Templi, parlando di quel probabile di Cerere, messa fuori una congettura che il Calcidico di Pompei potesse aver servito alle cerimonie sacre a quella divinità, e dissi alla meglio qualche ragione che non mi parve po’ poi troppo cattiva: ora per altro, indipendentemente da quella congettura che abbandono volontieri agli archeologi, seguendo e la detta autorità di Vitruvio e l’uso che al Calcidico hanno diversamente assegnato gli illustratori tutti, giusta eziandio la fattane riserva, ne tratterò a questo punto più diffusamente.
A che veramente servir dovesse il Calcidico, non è nè sì prestamente, nè con giustezza irrecusabile facilmente detto.
Perocchè taluni pretesero trovarne la destinazione, decomponendone il nome di greca origine ὰπὸ τῶ χαλκω καὶ δικης, cioè dal rame e dalla giustizia, e però ne fecero fuori una zecca; ma Filandro, citato nelle note della traduzione di Vitruvio dal Galiani, che confessa aver egli creduto per un tempo essere stati i calcidici passeggi per comodo degli oratori e degli avvocati, quelli che con vocabolo francese noi diremmo ora sale dei passi perduti; si arresta poi a credere che fossero così dette invece da quel che leggesi in Pompeo Festo, essere cioè nominata Calcidica una specie di edifizio dalla città di Calcide nell’Eubea.
Tito Livio nomina un tempio di bronzo di Minerva detto Calciaecon[305]; Cornelio Nipote, nella Vita di Pausania, lo ricorda in quelle parole: ædem Minervæ quæ Calciaecus vocatur; ma Leon Battista Alberti, che è il più antico de’ critici in questa materia, vorrebbe i calcidici essere stati una galleria traversale, posta ai lati del tribunale delle basiliche, dando così all’edificio la forma di un T.
«La verité, osserva saviamente Bréton, et en cela nous sommes d’accord avec le savant architecte florentin Bechi, qui a publié une dissertation sur la question qui nous occupe, la verité nous parait être dans ce passage de Vitruve (che riferii più sopra) sin autem locus erit amplior in longitudine, chalcidica in extremis constituantur. L’incertitude est venue d’une fausse interpretation de ce passage; on en a traduit les premiers mots: mais si le terrain le permet.... Ce n’est pas rendre la pensée de l’auteur. Vitruve a fixé par des régles le rapport de la longueur de la basilique avec sa largeur, et c’est alors qu’ il ajoute: mais si le terrain est trop long (en proportion de la largeur) on construira à l’extrémité des chalcidiques.
«Il est evident que Vitruve indique ici d’une manière positive que le chalcidique était une grande salle précédant la basilique et non pas une addition latérale, comme le veut L. B. Alberti, puisque en adoptant sa supposition, le chalcidique aurait elargi le plan de la basilique au lieu de diminuer sa longueur.»[306]
Ed io, senza pregiudizio, ripeto sempre, dell’opinione emessa intorno al tempio di Cerere, per quanto riguarda la specialità del Calcidico di Pompei, nella tesi generale de’ Calcidici, m’accosto volontieri a questa sentenza. L’uso poi superiormente accennato di passeggio degli oratori e de’ pragmatici o causidici, può giustificare il perchè siensi chiamati anche Causidiche.
Nelle controversie per altro de’ significati di questo genere di edificj, non posso lasciar di rilevare un’altra leggierezza di parecchi illustratori, che preferirono copiarsi l’un l’altro, anzichè ricorrere a consultarne le fonti.
Furonvi taluni, e tra gli altri il Bonucci e il medesimo Bréton, che riferendone la parte storica, pretesero ritrovar menzione del Calcidico, — oltre nel fatto della casa reale di Tebe, in cui Merope nel Calcidico appunto sarebbesi condotta coll’ascia alla mano per uccidere Egisto mentre dormiva credendolo l’assassino di suo figlio — anche nel vigesimo terzo canto dell’Odissea, dove Omero, dicon essi, fa ad Euriclea, nutrice d’Ulisse, traversare il Calcidico, per correre ad annunciare a Penelope l’arrivo dello sposo di lei. Io ricorsi, per ciò constatare, al testo greco e propriamente al primo verso di quel canto trovai bensì la parola υπερωιοθεν e poco più sotto l’altra ὑπερῶον, che significano la parte superiore della casa, — ciò che forse latinamente può dirsi cœnaculum, — ma nullamente consacrata la parola calcidico; ciò che non poteva quindi avvalorare d’autorità alcuna la pretesa d’Ausonio, copiato senza più dai detti illustratori, che quella parte superiore di casa fosse il calcidico.
Gli è per questo che più sapientemente il mio illustre amico cav. dottor Paolo Maspero, nella sua nuova e superba versione dell’Odissea, che già fin dal cominciar di quest’opera m’avvenne di circondare di meritati encomj, così tradusse i primi versi del canto XXIII:
Ma gongolando alle superne stanze
Salìa la buona vecchia annunciatrice
Del ritorno d’Ulisse alla regina;
ed il secondo passo in cui ricorre la medesima parola, rendendo il senso intimo del Poeta, usò la parola talamo, la qual significa a un tempo e letto nuziale e la stanza nella quale esso sta[307], ad indicare la più precisa parte delle stanze superne da cui procedeva la casta moglie:
. . . . in questo dire,
Dal talamo scendea fra sè pensando
Se lo straniero interrogar da lunge,
O se corrergli incontro ella dovesse
E la mano stringendogli, baciarne
La fronte e gli occhi.
Tale, a mio credere, è la più verace e filosofica interpretazione del greco d’Omero qual venne fatta per parte del mio dotto amico; abbenchè, in quanto al resto, egli m’abbia poi confessato che, pur raccogliendo tutti i dati disseminati per il poema, non fosse giunto a potersi nella mente mai ricostruire il palazzo d’Ulisse; comunque egli avesse potuto raffigurarsi e vasta la corte che s’apriva dopo la porta e ampia la sala ove banchettavano così numerosi i Proci e dai succitati passi fosse indotto a ritenere l’esistenza di un piano superiore, ove tenevasi Penelope in disparte da quei dilapidatori del patrimonio dell’assente marito suo e concorrenti alla sua mano.
Dopo ciò e più propriamente intrattenendomi del Calcidico pompejano, ripeto qui ancora, come esso sia stato eretto con denaro di Eumachia sacerdotessa publica, unitamente ad una cripta ed ai portici dedicati alla Concordia ed alla Pietà Augusta, giusta quel che ne fa sapere l’iscrizione più addietro da me riferita, scoperta sull’architrave di marmo del Calcidico; onde vengano congiuntamente designati eziandio col nome di Edificio di Eumachia.
Esso è di forma rettangolare e l’architettura è romana; l’ordine però delle sue parti è corintio.
Il Calcidico è una specie di spazioso vestibolo, ornato di nicchie e doveva essere stato, secondo le rimaste vestigia, rivestito di marmi e sorretto da sedici pilastri. Da esso si accede ai portici interni formati da quarantotto colonne di marmo pario di squisito lavoro, che per quattro lati circondano una spaziosa corte, ossia quell’impluvium, dove già ebbi a rilevare quelle vasche o piuttosto pietre, non incavate per altro profondamente, che parecchi credettero aver servito a’ tintori, fullones, a’ quali si vorrebbe fosse deferita la lavatura delle biancherie sacerdotali, e che a me invece servirebbero per afforzare ognor più la congettura espressa intorno alla possibilità che il luogo fosse invece sacro alla dea Cerere.
Una magnifica nicchia era nel fondo della corte e vi era collocata dentro la statua della Concordia, o piuttosto della Pietà Augusta, cui la sacerdotessa Eumachia aveva l’edificio dedicato. Una tale statua fu rinvenuta rovesciata, senza testa però e conservando ancora le dorature miste alla porpora tutt’all’intorno del laticlavio, o fimbrie della veste.
La Cripta è forse la grande galleria, o secondo ordine di portici più interni e meglio riparati dall’intemperie delle stagioni, e le cui pareti eran, come quelle del portico, decorati di pitture in cui campeggiavano i colori rosso e giallo assai adoperati nei dipinti di Pompei. In una nicchia quadrata di questa galleria vi fu trovata una bellissima statua di marmo raffigurante Eumachia medesima, erettale a titolo d’onoranza da’ Tintori, che portata al Museo, è ora sostituita da una copia. Essa venne al certo eseguita di naturale, avendo la testa i caratteri tutti d’un ritratto: la sua fisonomia è grave e triste, e le vesti ond’è mirabilmente palliata serbano tuttavia le tracce dei colori rosso e verde de’ quali erano esse dipinte. Sul basamento si legge questa iscrizione:
EVMACHIÆ L . F .
SACERD . PVBL .
FVLLONES[308].
È questa per avventura la circostanza che portò i più a credere che l’intero edificio d’Eumachia fosse luogo dedicato al collegio de’ Tintori o negozianti di stoffe e di lane, che si pretende aver avuto in Pompei una grande importanza, per l’estensione che avevano de’ loro commerci.
E v’han di coloro che a cosiffatti dati ed appoggiati eziandio al voto di coloro che ho superiormente citato, spingonsi ad argomentare più in là, volendo che l’edificio intero di Eumachia non dovesse essere che un palazzo tutto ed esclusivamente dedito all’industria pompejana, o in altri termini, una specie di moderna Borsa pompejana, dove tutti i negozianti traessero a’ loro commerci e a stipularvi contratti; quivi in estate rimanendo all’aperto sotto il portico e nell’inverno ricoverando nella Cripta. Ed entrati una volta in codesta supposizione, spiegano che vi siedesse perfino il tribunale di commercio nell’emiciclo al piede della statua della Concordia, colà innalzata appunto per pacificare i dissensi de’ negozianti. I grossi massi di pietra ancor sussistenti nella corte sarebbero state le tavole, sulle quali essi avrebbero spiegate le loro merci; le nicchie dovevano essere le tribune de’ giurati e così vie via discorrendo d’ogni altra particolarità che applicar si vorrebbe a’ determinati usi della Borsa.
Ma mi sia lecito allora il domandare a costoro: perchè avrebbe Eumachia sacerdotessa rivolto il suo pensiero e il denaro a tale uso e a codeste persone del commercio; e che di comune aver si poteva fra questi chiassosi uomini e la malinconica statua della fondatrice del luogo?
Ad ogni modo non potrà essere inopportuno ai fautori di qualunque opinione di osservare come una porta segreta ponesse in comunicazione questo edificio di Eumachia col vicino tempio, sacro secondo alcuni a Mercurio, secondo altri a Quirino e ch’io inclinando a dividere la sentenza dei primi, tenni sacro a Mercurio.
Questo monumento controverso nella sua destinazione dal Calcidico, venne sterrato dal 1819 al 1821 e vi si trovarono ad un tempo presso due scheletri d’uomini, di cui l’uno, all’elmo, doveva essere indubbiamente soldato.
Ecco tutto quanto mi paja poter dire intorno a questo edificio che si denomina da Eumachia e che dalla sua fondatrice, come risulta dalla iscrizione da me riferita, fu pur appellato Calcidico, e intorno al significato del quale si sono tanti scrittori dicervellati.
Il quadro di tutto ciò che spetta alla amministrazione della giustizia e quindi della Basilica, che ne era il principal tempio, si completa ora col dire delle Prigioni.
Ho mostrato già come il carcere fosse tra le pene corporali che s’infliggessero a’ delinquenti colla catena a’ polsi ed a’ piedi: ho pur tocco di quella prigione in Pompei, che trovasi sotto il tribunale della Basilica, la quale esiste e vedesi tuttavia, e dove l’accusato stava in pendenza del giudizio attendendo la sentenza; ora brevemente ricordo come presso alla porta del Foro, sotto il suo portico occidentale, si ritrovi un gruppo di costruzioni rovinate che si ritorcono sulla Via or appellata de’ Soprastanti, che per la situazione loro nel Foro, per avervi riconosciuto in esse parecchie camerette prive di finestre, non che per la scoperta di qualche scheletro umano, ha fatto ravvisare in esso le prigioni.
Non presentando esse tuttavia particolarità alcuna interessante, per quanto riguarda alla materialità del luogo, molto più che non sono a un di presso che un mucchio di rovine; e d’altra parte non apparendo conformi a quel sistema di detenzione che le leggi e le consuetudini romane avevano introdotto, mi basta l’averne fatto cenno, dispensandomi dall’intrattenerne ulteriormente il lettore e dall’indagarne le differenti ragioni.
Piuttosto, mi chiama l’indole del mio libro a qui soggiungere qualche generale nozione sulla natura e gradazioni di prigioni, carceres, secondo il sistema romano, pur propagato e adottato nel restante delle province conquistate e massime là dov’erano state dedotte colonie militari.
Di tre sorta o gradi erano le prigioni e venivano applicati a seconda delle persone e de’ reati e in un solo edificio accumulavansi di sovente tutti e tre questi gradi.
Il primo grado era quello della detenzione pei colpevoli di minori delitti e per i condannati ad una prigionia comune a tempo, e dicevasi custodia communis. Naturalmente questo grado di carcere non importava grande e vigorosa severità di trattamento: non aveva la stretta custodia, nè la privazione della luce: concedendosi a chi ne fosse punito il passeggiare e l’aria e di non essere tenuto in catene. Doveva appartenere a questo grado la detenzione nella colonia d’Aquino, alla quale Ottone sobbarcò Cornelio Dolabella, non per peccato alcuno, ma per essere in lista de’ gran casati[309], se Tacito, nel Lib. I, c. 58 della sua Storia, potè giudicarla neque arcta custodia, neque obscura.
In quegli edificj carcerari in cui tutti i tre gradi di carcere esistevano cumulati, il primo ne occupava il piano superiore; come puossi anche riscontrare in Roma nelle carceri costruite da Anco Marzio e Servio Tullio presso il Foro maggiore e che, riparate più tardi dal Pretore Lucio Pinario Mamertino, dal nome di quest’ultimo le denominarono Carcer Mamertinus.
Sotto un tal piano, a livello del terreno, eravi il carcer interior, o di secondo grado, e chiamavasi di stretta custodia, arcta custodia, in cui il condannato stava in catene, e fors’anco attendeva il tempo della esecuzione della pena capitale. A questo carcere non accedevasi per porte, ma per aperture anguste praticate nel soffitto. — Parmi che a questo genere di carcere alluder volesse Cicerone, quando nella seconda Orazion sua contro Lucio Sergio Catilina, verso la fine, uscì a dire: Sentiet in hac urbe esse carcerem, quem vindicem nefariorum et manifestorum scelerum majores nostri esse voluerunt[310].
Così da questa carcere interna, o da altra cella terrena, per una angusta botola praticata nel pavimento, scendevasi al carcer inferior, o sotterraneo, ed era il terzo grado di carcere, formato a mo’ di fornice; ma non ora propriamente luogo di detenzione, ma sì di supplizio; perocchè ivi il reo venisse calato soltanto per subire la pena, se condannato a morte.
Pare poi che in Roma, come tutte le fucine fumassero e le incudini stancassero i fabbri a foggiar catene:
Maximus in vinclis ferri modus, ut timeas ne
Vomer deficiat, ne marræ et sarcula desint[311];
molte così dovessero essere le carceri, se Giovenale, nella stessa Satira III, potè rimpiangere i tempi in cui a Roma una carcere sola, la mamertina, potesse bastare:
Felices proavorum atavos, felicia dicas
Sæcula, quæ quondam sub regibus atque tribunis
Viderunt uno contentam carcere Romam![312]
Esisteva poi una sorta di prigione, denominata ergastulum; ma era dessa piuttosto d’uso privato che publico, perocchè solesse essere un’attinenza di fattorie campagnuole di ricchi proprietarj, in cui questi tenevano castigati gli schiavi, o guardati coloro che, presentando alcun pericolo di ribellione o di efferatezza, si fosse costretti a tener sempre in catene.
Tra questi erano coloro che destinavansi alle dure fatiche de’ campi, ed è strano a tal riguardo che Columella, il quale lasciò un eccellente trattato intorno alla cosa rustica, abbia in esso lasciato raccomandazione che siffatti ergastoli avessero ad essere costruiti sotto terra: come se fosse stata la medesima cosa quanto raccomandare al buon massajo che i grani si avessero pel meglio a conservare in profonde fosse praticate entro terra.
Fu già invalsa presso molti la opinione che la custodia delle carceri fosse in Roma deferita a Triumviri Capitali: ma pare che ciò non fosse. Questi triumviri, detti anche Nocturni, perchè loro ufficio speciale fosse pure di vegliare alla notturna sicurezza contro i grassatori e i perturbatori della pubblica quiete, avevano al proprio seguito otto littori, armati de’ soliti fasci e delle scuri, come si ha da quel passo della commedia Amphitirionis di Plauto:
. . . . . . . . . . . . . ita
Quasi incudem me miserum octo validi cædant...[313]
è più verisimile che fossero preposti alla cura della custodia delle carceri, ma non alla diretta custodia, la quale piuttosto, ed è anche più probabile, spettasse al Carnefice, Carnifex, lo che è stabilito pure dalla sinonimia delle due espressioni in carcerem trahere e ad carnificem trahere che gli antichi usarono promiscuamente e nel medesimo senso e che significarono entrambe condurre alcuno in prigione.
Il summentovato Plauto, nell’altra sua commedia intitolata Rudens, adopera con tale significazione, la seconda frase ad carnificem trahere:
Jube illos in urbem ire obviam ad portum mihi,
Quos mecum duxi, hunc qui ad carnificem traderent
Post huc redito, atque agitato hic custodiam[314].
Il carnifex era poi anche il boja, o esecutore pubblico, onde il senso conservato pur da noi alla parola carnefice, ed era quello che infliggeva la tortura e la flagellazione a’ rei e giustiziava i condannati con lo strangolarli mediante un canapo o corda. Da lui quindi pigliava nome il luogo dove questi tormenti e queste esecuzioni compivansi, carnificina, cioè quel carcere sotterraneo, sottostante a tutte le altre celle della prigione di cui ho detto più sopra.
Col trattar delle prigioni, si chiude l’argomento del Foro, nel quale, amo dire anco una volta, si compendiasse tutta la vita pubblica de’ tempi più gloriosi di Roma, e più specialmente del secolo ottavo della sua fondazione, nel quale seguì pure l’avvenimento del Cristianesimo e la catastrofe pompejana che è soggetto dei nostri studj.
Nella vaghezza d’ogni edificio ed opera circostante del Foro di Pompei abbiam veduto insieme, o lettore, in minori proporzioni, quanto in maggiori si trovasse nel Foro Romano. In Pompei, cioè, abbiam trovato quasi in un’ampia corte, recinta tutta all’intorno, i più importanti monumenti, come sono tre templi, la Basilica, le Curie e le Prigioni, e chiusa da’ cancelli agli sbocchi e decorata da archi, da colonne e da statue, essere il centro degli affari e della agitazione cittadina. Aggiungetevi coll’immaginazion vostra la restaurazione della parte demolita dal tremuoto o dall’eruzione, il concorso di uomini togati e di schiavi, di magistrati e di operai, di matrone dalle lunghe stole, di liberte e di donne del popolo; rammentatevi il suono del maestoso idioma del Lazio e prestategli un cotal po’ di quell’accento meridionale che pur nell’idioma italiano vi fa distinguere dal lombardo o dal toscano il napoletano, e voi, senza grande sforzo, vi sarete capacitati del vero stato e delle condizioni di Pompei al momento della sua distruzione.
A me, sorretto dalla memoria delle antiche storie e de’ classici scrittori e de’ poeti di Roma antica, percorrendo fra i più concitati sussulti del cuore le vie dissepolte di Pompei, davanti le macerie e gli avanzi solenni di questi pubblici edificj, quest’opera di immaginosa ricostruzione riuscì agevole e spontanea. Fu per poco, se nel varcar la soglia della Basilica, non udissi le arringhe degli avvocati, nel rasentar le colonne del Foro non mi togliessi per reverenza il cappello al passar delle maestose figure di Pansa e di Olconio e non mi commovessi alla passione di questo giovane innamorato, che lungi dall’aver guasto il cuore dalla general corruzione, così io credessi vedere graffire sentimentalmente sulla muraglia:
Scribenti mi dictat amor monstratque Cupido
Ah! peream sine te si Deus esse velim[315].
FINE DEL PRIMO VOLUME
[ INDICE]
| Dedica | [Pag. V] |
| Intendimenti dell’Opera | [VII] |
| Introduzione | [1] |
| CAPITOLO I. — Il Vesuvio. — La carrozzella napoletana — La scommessa d’un Inglese — Il valore d’uno schiaffo — Pompei! — Prime impressioni — Il Vesuvio — Temerità giustificata — Topografia del Vesuvio — La storia delle sue principali eruzioni — Ercole nella Campania — Vi fonda Ercolano — Se questa città venisse distrutta contemporaneamente a Pompei — I popoli dell’Italia Centrale al Vesuvio — Combattimento di Spartaco — L’eruzione del 79 — Le posteriori — L’eruzione del 1631 e quella del 1632 — L’eruzione del 1861, e un’iscrizione di V. Fornari — L’eruzione del 1868 — Il Vesuvio ministro di morte e rovina, di vita e ricchezza — Mineralogia — Minuterie — Ascensioni sul Vesuvio — Temerità punita — Pompejorama | [15] |
| CAPITOLO II. — Storia. Primo periodo. — Divisione della storia — Origini di Pompei — Ercole e i buoi di Gerione — Oschi e Pelasgi — I Sanniti — Occupano la Campania — Dedizione di questa a Roma — I Feciali Romani indicon guerra a’ Sanniti — Vittoria dell’armi romane — Lega de’ Campani co’ Latini contro i Romani — L. Annio Setino e T. Manlio Torquato — Disciplina militare — Battaglia al Vesuvio — Le Forche Caudine — Rivincita de’ Romani — Cospirazioni campane contro Roma — I Pompejani battono i soldati della flotta romana — Ultima guerra de’ Sanniti contro i Romani | [41] |
| CAPITOLO III. — Storia. Periodo secondo. — La legione Campana a Reggio — È vinta e giustiziata a Roma — Guerra sociale — Beneficj di essa — Lucio Silla assedia Stabia e la smantella — Battaglia di Silla e Cluenzio sotto Pompei — Minazio Magio — Cluenzio è sconfitto a Nola — Silla e Mario — Vendette Sillane — Pompei eretto in municipio — Silla manda una colonia a Pompei — Che e quante fossero le colonie romane — Pompei si noma Colonia Veneria Cornelia — Resistenza di Pompei ai Coloni — Seconda guerra servile — Morte di Spartaco — Congiura di Catilina — P. Silla patrono di Pompei accusato a Roma — Difeso da Cicerone e assolto — Ninnio Mulo — I patroni di Pompei — Augusto vi aggiunge il Pagus Augustus Felix — Druso muore in Pompei — Contesa di Pompejani e Nocerini — Nerone e Agrippina — Tremuoto del 63 che distrugge parte di Pompei | [61] |
| CAPITOLO IV. — Storia. Periodo secondo. — Leggi, Monete, Offici e Costume — Il Municipio — Ordini cittadini — Decurioni, Duumviri, Quinquennale, Edili, Questore — Il flamine Valente — Sollecitazioni elettorali — I cavalieri — Gli Augustali — Condizioni fatte alle Colonie — Il Bisellium — Dogane in Pompei — Pesi e misure — Monete — La Hausse e la Baisse — Posta — Invenzione della Posta — I portalettere romani — Lingua parlata in Pompei — Lingua scritta — Papiri — Modo di scrivere — Codicilli e Pugillares — Lusso in Pompei — Il leone di Marco Aurelio — Schiavi — Schiavi agricoltori — Vini pompejani — Camangiari rinvenuti negli scavi — Il garo o caviale liquido pompejano — Malati mandati a Pompei | [91] |
| CAPITOLO V. — Storia. Periodo secondo. — Il Cataclisma — T. Svedio Clemente compone le differenze tra Pompejani e Coloni — Pompei si rinnova — Affissi pubblici — La flotta romana e Plinio il Vecchio ammiraglio — Sua vita — La Storia Naturale e altre sue opere — Il novissimo giorno — Morte di Plinio il Vecchio — Prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito — Diversa pretesa morte di Plinio il Vecchio — Seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito — Provvedimenti inutili di Tito Vespasiano | [127] |
| CAPITOLO VI. — Gli Scavi e la Topografia. — I Guardiani — Un inconveniente a riparare — Ladri antichi — Vi fu una seconda Pompei? — Scoperta della città — Rinvenimento d’Ercolano — Preziosità ercolanesi — Possibilità d’un’intera rivendicazione alla luce di Ercolano — Scavi regolari in Pompei — Disordini e provvedimenti — Scuola d’antichità in Pompei — C. A. Vecchi — Topografia di Pompei — Le Saline e le Cave di pomici — Il Sarno | [161] |
| CAPITOLO VII. — Le Mura — Le Porte — Le Vie. — Le Mura, loro misura e costruzione — Fortificazioni — Torri — Terrapieno e Casematte — Le Porte — Le Regioni e le Isole — Le Vie — I Marciapiedi — Il lastrico e la manutenzione delle vie — La via Consolare e le vie principali — Vie minori — Fontane pubbliche — Tabernacoli sulle vie — Amuleti contro la jettatura — Iscrizioni scritte o graffite sulle muraglie — Provvedimenti edili contro le immondezze — Botteghe — Archi — Carrozze — Cura delle vie | [181] |
| CAPITOLO VIII. — I Templi. — Fede e superstizione — Architettura generale de’ templi — Collocazione degli altari — Are ed altari — Della scelta dei luoghi — Tempio di Venere — Le due Veneri — Culto a Venere Fisica — Processione — Descrizione del tempio di Venere in Pompei — Oggetti d’arte e iscrizioni in esso — Jus luminum opstruendorum — Tempio di Giove — I sacri principj — Tempio d’Iside — Culto d’Iside — Bandito da Roma, rimesso dopo in maggior onore — Tibullo e Properzio — Notti isiache — Origini — Leggenda egizia — Chiave della leggenda — Gerarchia Sacerdotale — Riti — Descrizione del tempio d’Iside in Pompei — Oggetti rinvenuti — Curia Isiaca — Voltaire e gli Zingari — Tempio d’Esculapio — Controversie — Cenni mitologici — Il Calendario Ovidiano concilia le differenze — Descrizione — Tempio di Mercurio — Descrizione del tempio — Tempio della Fortuna — Venerata questa dea in Roma e in Grecia — Descrizione del suo tempio — Antistites, Sacerdotes, Ministri — Tempio d’Augusto — Sodales Augustales — Descrizione e Pittura, Monete — Tempio di Ercole o di Nettuno — Detto anche tempio greco — Descrizione — Bidental e Puteal — Tempio di Cerere — Presunzioni di sua esistenza — Favole — I Misteri della Dea Bona e P. Clodio — Il Calcidico era il tempio di Cerere? — Priapo — Lari e Penati — Cristianesimo — Ebrei e Cristiani | [219] |
| CAPITOLO IX. — I Fori. — Cosa fossero i Fori — Agora Greco — Fori di Roma — Civili e venali — Foro Romano — Comizj — Centuriati e tributi — Procedimento in essi per le elezioni de’ magistrati, per le leggi, per i giudizii — Foro Civile Pompejano — Foro Nundinario o Triangolare — Le Nundine — Hecatonstylon — Orologio Solare | [305] |
| CAPITOLO X. — La Basilica. — Origine della denominazione di Basilica — Sua destinazione in Roma — Poeti e cantanti — Distribuzione della giornata — Interno ed esterno delle Basiliche — Perchè conservatone il nome alle chiese cristiane — Basiliche principali cristiane — Basilica di Pompei — Amministrazione della giustizia, procedura civile e penale — Magistrati speciali per le persone di vil condizione — Episodio giudiziario di Ovidio — Giurisprudenza criminale — Pene — Del supplizio della croce — La pena dell’adulterio — Avvocati e Causidici | [325] |
| CAPITOLO XI. — Le Curie, il Caldicico, le Prigioni. — Origine ed uso delle Curie — Curie di Pompei — Curia o Sala del Senato — Il Calcidico — Congetture di sua destinazione — Forse tempio — Passaggio per gli avvocati — Di un passo dell’Odissea d’Omero — Eumachia sacerdotessa fabbrica il Calcidico in Pompei — Descrizione — Cripta e statua della fondatrice — Le prigioni di Pompei — Sistema carcerario romano — Le Carceri Mamertine — Ergastuli per gli schiavi — Carnifex e Carnificina — Ipotiposi | [365] |
| ERRORI | CORREZIONI | ||
| Pag. | lin. | ||
| 4 | 17, | vi morisse | e Stazio e Silio Italico e altri illustri vi si ispirassero |
| 6 | ultima linea: | S’intromette il Tirreno. | S’intromette il Tirreno infuriato |
| 13 | 19, | mi do dovea | mi dovea |
| 28 | 12, | dice chè | dice che |
| 41 | 17, | horrendum, ingens | horrendum, informe, ingens |
| 44 | 24, | dovendo poggiare | dovendo appoggiarsi |
| 71 | 5, | soggetta persona | ligia persona |
| 74 | 6, | Lucio Cornelio parente | Lucio Cornelio congiunto |
| 76 | 11, | non veridiche | non sempre veridiche |
| 79 | 9, | la dissenzione | la dissensione |
| 81 | 22, | patrizii e plebei | i patrizii e i plebei |
| 203 | 15, | distici di Ovidio | distici che erroneamente alcuni dissero di Ovidio |
| 325 | in fine del sommario | La pena dell’adulterio — Avvocati e Causidici | |