Tempio d’Esculapio o di Giove e di Giunone.

Un altro tempio è nella strada di Stabia, stato scoperto dal 1766 al 1768, nel lato destro; e per una statua figulina rappresentante Esculapio, il Dio preposto all’arte medica, venne dai più ritenuto per sacro a quella divinità e nelle Guide è così designato, e sotto questo titolo l’ha pur descritto Dyer nella sua Pompeii (pag. 138). Gau, continuatore di Mazois, invece lo pensò dedicato a Nettuno: a questo Dio marino credendo attribuire una testa barbuta e di gran carattere vedutavi su di un capitello, e del resto si sappia da medaglie, bassorilievi e statue in altri luoghi trovati, non che dagli scritti d’uomini dottissimi, che anche Esculapio venisse rappresentato con gran barba. Altri, scrive Galanti, lo pretende tempio di Priapo, pur senza che ragion di sorta ne venga addotta[211].

Ma scostandosi da tutti questi chiari scrittori, Ernesto Breton nella sua Pompeja (pag. 53) lo proclama sacro a Giove e Giunone, rifiutando così l’opinione di altri che l’assegnavano a Minerva o alle tre divinità del Campidoglio.

«Deux statues, scrive egli, médiocres en terre cuite, trouvées dans ces ruines et placées aujourd’hui au Musée, représentent, dit-on, Jupiter et Junon; mais elles ont été prises aussi pour Esculape et Hygie, et de là sont nées des nouvelles conjectures qui ont étés émises par Winkelmann dans le premier volume de l’Histoire de l’Art. D’un autre côté, comme on y a trouvé aussi un buste de Minerve, Overbeck a cru pouvoir supposer que le temple était dédié aux trois divinités du Capitole. Aucune de ces suppositions ne nous paraît suffisamment justifiée; cependant nous avons cru devoir donner à cet édifice le nom que lui assignent les plans et les ouvrages les plus récentes, tout en reconnaissant que des nombreux ex-voto, pieds, mains, etc. en terre cuite, aient pu fournir un argument puissant en faveur de la dédicace du temple aux divinités de la médicine.»

Gli intenti dell’opera mia non sono, e l’ho già detto, di misurarmi in polemiche co’ dotti che dichiararono le preziose antichità di Pompei; nondimeno se m’è lecito esprimere un dubbio sull’assegnazione che si dice fatta di questo tempio a Giove e Giunone, le due maggiori divinità dell’Olimpo pagano, io l’appoggerei alla circostanza che un tal tempio sia il più piccolo di tutti gli altri pompejani, non misurando che 21 metri in lunghezza e sette in larghezza, e che forse a quelle maggiori divinità sarebbesi eretto più grande e dicevole delubro. D’altronde, poichè in Pompei abbiam trovato un altro tempio, anzi il più grande di tutti i templi di Pompei e tale da annoverarsi fra i più vasti anche d’altrove, dedicato al Tonante, perchè in città non amplissima sarebbesi alla medesima divinità un secondo tempio consacrato?

Non entrerò pure in disquisizioni mitologiche, trattando di parecchi Esculapii esistiti; ma mi giova per altro combattere qui l’opinione di coloro che vorrebbero questo nume proveniente d’altra regione che dalla Fenicia. Sanconiatone, venerando scrittore dell’antichità, afferma questa sentenza ch’io reco, e dichiarandolo figlio di Sydic e di una delle Titanidi, lo presenta qual fratello dei Cabiri o grandi dei, come significa il loro nome orientale, anzi il più distinto di tutti sotto il nome di Esmuno.

Secondo lo stesso Sanconiatone, la Titanide madre d’Esculapio era Astarte bellissima Dea; secondo Ovidio, nei Fasti, è Arsinoe; comunque sia, Esculapio essendo fra gli Dei Cabiri, mi persuade ognor più che i Pompejani gli avessero dedicato un tempio, perchè provenienti essi da’ Pelasgi, od anche da’ Greci, i Dioscuri o Cabiri, che ho già detto altrove essere una cosa sola[212], vi erano in grande venerazione. Or come conciliare cosifatta somma venerazione col non avere essi in Pompei alcun tempio, se questo di cui tratto non era sacro ad Esculapio?

Un’altra ragione io deduco dall’aver veduto in sommo onore in Pompei il culto d’Iside. Venuto questo, come superiormente dissi, dall’Egitto, poteva essere stato parimenti recato quello d’Esculapio dall’Egitto, ove i Fenicj il portarono e dove ottenne d’essere adorato, forse più che presso ogni altro popolo, perchè, secondo l’autorità di Ammiano Marcellino, gli Egizj vantavansi che questo Dio più d’ogni altro popolo li onorasse di sua presenza[213].

Narra la favola come Esculapio inventasse un gran numero di salutari rimedj, unisse la chirurgia alla medicina, e accompagnando Ercole e Giasone nella spedizione della Colchide, prestasse grandi servigi agli Argonauti. E aggiunge che non contento di risanare i malati, risuscitasse anche i morti; onde Plutone l’avesse a citare davanti al tribunale di Giove, lagnandosi che l’impero dei morti si fosse notabilmente diminuito e corresse rischio per lui di rimanere interamente deserto; di modo che Giove irritato avesse con un colpo di fulmine a uccidere Esculapio, il quale vendicato poi da Apollo, ottenesse quindi gli onori divini[214]. Questo ammesso, si capisce perchè i medici lo eleggessero a propria divinità tutelare.

Certo è che Pausania e Diodoro Siculo ne fan sapere come gli ammalati traessero in folla ne’ templi di questo Dio, ond’essere dalle loro infermità risanati; d’ordinario vi passassero la notte e allorquando avevano ricevuto qualche sollievo o guarigione, vi lasciassero delle immagini rappresentanti le parti del loro corpo che erano state guarite.

È questa allora altra particolarità che vale d’argomento non lieve a ritenere questo piccolo tempio pompejano sacro ad Esculapio, appunto per i numerosi ex voto, piedi e mani ecc. che Bréton conferma esservisi rinvenuti.

Se non che, dopo tutto, con maggior probabilità potrebbe questo delubro essere stato ad un tempo stesso sacro ad Esculapio e a Giove e Giunone, da che si ponga mente che in uno stesso giorno si celebrava a queste tre divinità ed a Giano dai Romani la festa. Nel Kalendarium, che dicesi d’Ovidio, il quale venne stampato in capo a molte edizioni delle opere di tal poeta e riprodotto pur da Heinzius nella nitidissima edizione di esse fatta nel secolo scorso a Parigi da J. Barbou e ch’io pure posseggo, Kalendarium che ha molta attinenza coi Fasti dell’illustre Poeta, m’accadde appunto di constatare tale particolarità consegnata nel primo di gennajo sotto questa precisa rubrica: A. Kal. Januari; Jani festum, Junonis, Jovis et Æsculapii. Così potrebbe essere allora ogni differenza conciliata, collo ammettere, cioè, che sacro fosse il tempio in questione a tutte e tre queste divinità.

Tale delubro era ipetro, per dirla con termine greco, o subdiale con parola latina, vale a dire scoperto, e le mura già rivestite di stucco, ora sono affatto scrostate. Si ascende al santuario per nove gradini; doveva avere colonne, scomparse affatto, e nel centro dell’area sta una grand’ara di tufo ornata di triglifi dorici, di buon gusto, e che taluni paragonano al celebre sarcofago trovato a Roma ne’ sepolcri degli Scipioni, conservato ora nel museo del Vaticano. Il santuario poi aveva il pavimento di mosaico e le pareti erano tutte quante istoriate di pitture, di cui appena è rimasta qualche traccia.