Tempio d’Iside.
In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che si presenta forse più interessante d’ogni altro.
Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.
Il Tempio d’Iside in Pompei. Vol. I. Cap. VIII. I Templi.
Infra l’altre, la superstizione egiziana, la più spregevole ed abbietta di tutte, venne più volte bandita da Roma e dall’Italia; ma Silla, se per ispirito di devozione o per ragioni d’interesse non saprei dire, l’aveva ricondotta nel suo ritorno dall’Egitto. Nell’anno di Roma 701, a cagion d’esempio, il tempio di Iside e di Serapide fu demolito in questa città per ordine del Senato, portandovi a tale fatto la mano stessa del Console[187]; ma dopo la morte di Cesare fu riedificato a spesa del publico erario, perchè lo zelo di fanatismo prevalse ai freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati numi dalle sponde del sacro Nilo tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i templi furono riedificati con maggior lustro ed Iside e Serapide ebbero alfine un posto fra le romane divinità. Quali ne fossero anzi gli entusiasmi, e quanto generali, ce lo dicano i seguenti versi di Tibullo:
Nile pater, quænam possum te dicere causa,
Aut quibus in terris occuluisse caput?
Te propter nullos tellus tua postulat imbres.
Arida nec pluvio supplicat herba Iovi.
Te canit, atque suum pubes miratur Osirim
Barbara, Memphitem piangere docta bovem.
Primus aratra manu solerti fecit Osiris,
Et teneram ferro sollecitavit humum.
Primus inexpertæ commisit semina terræ,
Pomaque non notis legit ab arboribus.
Hic docuit teneram palis adjungere vitem,
Hic viridem dura cædere falce comam.
Illi jucundos primum matura sapores,
Expressa incultis uva dedit pedibus.
Ille liquor docuit voces inflectere cantu,
Movit et ad certos nescia membra modos.
Bacchus et agricolæ magno confecta labore
Pectora tristitiæ dissoluenda dedit.
Bacchus et afflictis requiem mortalibus affert,
Crura licet dura cuspide inulta sonent.
Non tibi sunt tristes curæ, nec vultus, Osiri:
Sed chorus, et cantus, et levis aptus amor.
Sed varii flores, et frons redimita corymbis,
Fusa sed ad teneros lutea palla pedes,
Et Tyriæ vestes, et dulcis tibia cantus,
Et levis occultis conscia cista sacris.[188]
Facevasi Iside presiedere singolarmente alla Navigazione ed alla Medicina; onde si capisce perchè Tibullo nella sua Elegia III del Lib. I, lamentando la malattia che lo incolse in Corcira, l’odierna Corfù, e gli aveva vietato seguir Messala, dice a Delia sua amante:
Quid tua nunc Isis mihi, Delia, quid mihi prosunt
Illa tua toties æra repulsa manu?
Quidve, pie dum sacra colis, pureque lavari
Te memini et puro secubuisse toro?
Nunc, Dea, nunc succurre mihi; nam posse mederi
Picta docet templis multa tabella tuis.[190]
Come malato e come viaggiatore per mare, Tibullo aveva più titoli alla protezione della Dea: quelli infatti che redimevansi da alcuna grave malattia, o che si erano salvati da naufragio, non mancavano di consacrare quadri votivi che si sospendevano nel tempio della Dea, di che fa cenno ne’ surriferiti versi il poeta, e fece dire a Giovenale:
. . . . Pictores quis nescit ab Iside pasci?[191]
e noi di presente facciamo del resto nè più nè meno davanti agli altari della Madonna e dei Santi nelle nostre chiese.
Proverà poi l’estensione del culto Isiaco in Roma e le ragioni del favore che vi aveva ottenuto, il lamento di Properzio per l’anniversario che ogni anno ad una determinata stagione vi si faceva delle feste di Iside, nelle quali le donne, colla scusa di un ritiro di dieci giorni e dieci notti, durante il qual tempo non ammettevano consorzio d’uomini e neppur de’ mariti, e dormivano sole nel tempio della Dea, davansi liberamente in braccio ad altri amanti.
Tristia jam redeunt iterum solemnia nobis:
Cynthia jam noctes est operata decem.
Atque utinam Nilo pereat quæ sacra tepente
Misit matronis Inachis Ausoniis.
Quæ Dea tam cupidos toties divisit amantes,
Quæcumque illa fuit, semper amara fuit.[192]
Anche Giovenale stigmatizza l’abuso di questi riti, chiamando Isiacæ lenæ (mezzane) queste sacerdotesse, o devote di Iside, che sotto il manto della religione si davano alla più sfrenata prostituzione.
Augusto stesso, nella sua dimora in Egitto aveva rispettato la maestà di Serapide, quantunque proibisse nel pomerio di Roma ed un miglio all’intorno il culto dei numi egizii. Questi per altro finchè durò il suo regno ottennero voga moltissima, non perduta pur sotto del suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta, al dir di Tacito[194], ad usare qualche severità, dalla quale si scostarono i suoi successori ben presto, e Gibbon è dell’avviso che il sicuro e pieno stabilimento del culto di questa egizia divinità si possa attribuire alla pietà della famiglia Flavia[195].
Se tali erano state sotto la republica e sotto i Cesari in Roma le condizioni del culto isiaco, più fiorenti, nè mai turbate erano state nella bassa Italia e massime in Pompei. Esercitandovelo sacerdoti non provenienti dall’Egitto, ma romani e greci, vi avevano fatto tale un miscuglio di riti superstiziosi che poco del carattere primitivo vi ritenesse. Nondimeno a tanto fu mantenuto e spinto l’entusiasmo che le matrone pompejane spacciassero a loro spesa proprj incaricati in Egitto a pigliare l’acqua del Nilo stesso per le sacre cerimonie; lo che pur facevano le romane, stando alla testimonianza di quel verso dì Giovenale:
A Meroe portabat aquas, quæ spargat in ædem
Isidis[196]
e Meroe era tra le più grandi isole del Nilo e città interessante dell’Africa,
Toccando l’argomento di questo culto, si è invogliati di indagarne le origini e il vorrei fare, molto più che alcuna idea mi sarebbe ingenerata che scostandosi dalle ipotesi più generali, le quali seguendo una interpretazione data a un passo di Erodoto, derivar vorrebbero la famiglia Egizia dalla Etiopia, avvalorando l’opinione colla testa della Sfinge delle piramidi, la quale offre i caratteri distintivi del tipo negro. Io, il carattere dell’architettura principalmente egizia raffrontando con quello del Messico e Indiano e l’analogia fra i riti e le istituzioni di un luogo e dell’altro, argomento piuttosto ad una comune sorgente nell’India; se pure, rammentando quello immenso fenomeno ricordato da Platone della graduata sparizione di quella grande Isola che fu l’Atlantide, non si possa con più ragione congetturare che i popoli che l’abitavano dovendo per necessità abbandonarla, chi da una parte volgesse e chi dall’altra, gli uni passando al Messico, gli altri a popolare le terre fecondate dall’onda sacra del Nilo. La cronaca d’Eusebio appoggierebbe in certo qual modo codesta ipotesi mia, affermando che a un’epoca assai remota Etiopi venuti dall’India si sarebbero stabiliti nell’Egitto.
Ma ciò non accenno che di volo: la materia sarebbe vasta, ardua a trattarsi e superiore alle mie forze ed al tempo che mi è concesso: mi restringerò piuttosto a fornire sotto brevità alcune nozioni intorno alla teogonia egiziana.
Il politeismo egizio riducevasi a stretto rigore all’unità; tutti que’ Dei venendo considerati come altrettante emanazioni d’Amon-Ra, l’essere increato, immutabile, onnipossente, autore, conservatore ed anima della natura, costituente una trinità formata di lui stesso, di Moûth la femmina e la madre, e di Khons il figliuolo nato da essi. Questa trinità ne creava altre e la continua catena scendeva ben anco dai cieli e si materializzava sotto forme umane. Ogni regione dell’universo aveva la sua triade: quella che aveva la direzione della terra componevasi d’Osiride, d’Iside e di Horo, poi d’Horo, d’Iside e di Malouli. Il regno di quest’ultima triade aveva immediatamente preceduto la generazione degli uomini. Ella rappresentava il principio d’ordine nel mondo, mentre Tifone, fratello e nemico d’Osiride, rappresentava il principio del male.
«La leggenda egizia — scrive Clavel — raccontava che dopo aver civilizzato l’Egitto e fondata Tebe, Osiride volle estendere i suoi beneficj alla terra intera, e che visitò tutti i popoli, che sotto i diversi nomi le avevano inalzato altari. Ma al suo ritorno, Naphtis sposa e sorella di Tifone, si invaghì di sua bellezza e rivestendo l’apparenza d’Iside per ingannarlo si unì a lui e diede alla luce Anubi. Tifone così oltraggiato, ne concepì un fiero risentimento, tese agguati ad Osiride, l’uccise e gettò il suo corpo nel Nilo. Iside si mise alla ricerca della spoglia del proprio sposo, e giunse a rinvenirla, meno gli organi della generazione, ch’erano stati divorati da un pesce della specie chiamata fagro. Osiride ritornò dagli inferni, ma nella persona di Horo suo figlio. Poco a poco crebbe in forza e potenza, assunse il nome di Serapide e vinse il cattivo principio, che, latente nell’universo, non cessa di sconvolgerne l’ordine e di produrre ogni sorta di mali.»[197]
Il citato Clavel spiega nella seguente forma il senso che si asconde
Sotto il velame degli versi strani
della leggenda.
«Tifone è la personificazione delle tenebre e del freddo; Horo il sole del solstizio d’inverno; Serapide il sole del solstizio d’estate: Osiride il sole dell’equinozio d’autunno, che perisce sotto i colpi del suo eterno avversario. Gli organi della virilità sono il phallus, emblema della fecondità solare. Iside è la luna, sposa e sorella del Re, da cui ella riceve la influenza e ch’ella segue costantemente nella sua immensa carriera[198].» Plutarco ci porge del pari identica la chiave della astronomica allegoria, ed io d’altronde in questa mia opera, pur d’Ercole parlando, ho chiarito l’allegoria astronomica del pari che si cela sotto le famose sue gesta; sì che paja che la sapienza degli antichi sacerdoti nascondesse dei veri sotto tutti i miti, sotto tutte le leggende della pagana teogonia, nè fossero essi soltanto stranezze ed ubbie superstiziose.
Le divinità egizie ebbero per simbolo un animale qualunque, ed anzi questo emblema vivente teneva luogo quasi sempre nei templi della statua del Dio stesso e riceveva così le adorazioni de’ fedeli. Erodoto dice che gli Egizi rappresentavano Iside colle corna di bue, forse come emblema di potenza: Plutarco afferma che Mercurio posò una testa di bue su quella di Iside invece del diadema che Horo le aveva levato.
Addetta al culto di questi numi eravi tutta una casta sacerdotale, che formava la parte sapiente della nazione, consacrata a studiare le scienze positive, la fisica, l’astronomia, la storia naturale, la geografia, la medicina; a coltivare la teologia, la filosofia, la divinazione, occupandosi altresì di architettura, pittura e musica, ed a raccogliere gli annali e le cronache del proprio paese e dell’altrui. Essa era investita dell’amministrazione della giustizia, della riscossione delle imposte, e della disposizione degli impieghi. Dividevasi in profeti, in comasti e zaconi: i primi eran d’ordine superiore e vivevano assai sobrii e puri. Il desiderio di conservarsi in uno stato della più rigorosa purezza, aveva introdotto in mezzo ad essi il costume della circoncisione, e gli aveva impegnati a vestire stoffe di lino candidissime, in memoria altresì ch’Iside fosse stata, come afferma Ovidio, l’introduttrice del lino; onde così vennero designati da Marziale in un epigramma:
Linigeri, fugiunt calvi, sistrataque turba,
Inter adorantes cum stetit Hermogenes[199].
Malgrado questo, io credo giustificare la qualifica di spregevole e abbietta superstizione, che ho dato testè alla egiziana, oltre che coll’autorità di Properzio, già riferita, e colle orgie cui eran pretesto i riti isiaci, ch’eran pur quelli detti eleusini in Grecia, e che di là in Roma aveva Claudio derivati[200], pure col seguente passo di Erodoto.
«Anche i sepolcri di lui, del quale in tale occasione mi saria sacrilegio confessare il nome, sono in Sais, nel sacrario di Minerva, dopo il tempio, contigui a tutta la parete di Minerva e nel sacro terreno, stanno grandi obelischi di pietra e v’ha dappertutto un lago col bacino incrostato di pietre e ben lavorato in giro, di grandezza, come parevami, quanto il lago, chiamato in Delo in forma di ruota. In quel lago fanno di notte la rappresentazione delle passioni di lui, e gli Egizii le chiamano misterii; ma intorno ad essi, quantunque mi sappia assai ogni particolarità, sarà non pertanto bello il tacere»[201]. Si han poche nozioni sui misteri di Serapide e Osiride, dice Clavel; si sa solamente che negli ultimi, si commemorava con un cerimoniale emblematico il fine tragico d’Osiride, proditoriamente messo a morte da Tifone.
Per chi sa che in Egitto i misteri d’Iside, la generatrice di tutte le cose, fossero sempre casti e irreprensibili, perocchè soltanto sotto allegorie rappresentassero la creazione del mondo e degli esseri, il destino dell’uomo, l’investigazione della sapienza e la vita futura delle anime, non potrà rendersi ragione del severo giudizio che di tal culto i dominatori di Roma portassero così da proscriverlo sì spesso: ma ogni sua maraviglia cede ove si pensi come in Roma il culto vi giungesse travestito all’asiatica, molto diverso però dalla egizia ed anche dall’origine italica[202].
«Presso i Romani, scrive Pietro Dufour nella sua Storia della Prostituzione[203], come in Asia, tali misteri erano meri pretesti ed occasioni di disordine d’ogni sorta; la prostituzione singolarmente v’occupava il primo posto. Ecco perchè il tempio in Roma fosse distrutto e riedificato per ben dieci volte; ecco perchè il Senato alla fine non tollerasse le isiache, che per la protezione interessata, accordata loro da cittadini ricchi e possenti; ecco perchè non ostante la prodigiosa diffusione del culto d’Iside sotto gli imperatori, gli onesti s’allontanassero con orrore, e nulla più disprezzassero quanto un sacerdote d’Iside. Apulejo, nel suo Asino d’Oro, ci fa una ben mite descrizione di tali misteri, a cui s’era iniziato e non permettevasi di svelarne i riti segreti; descrive la processione solenne, in cui un sacerdote porta nelle sue braccia la venerabile effigie della Dea onnipotente, effigie che nulla ha dell’uccello, nè del quadrupede nostrale o selvaggio e più non somiglia all’uomo, ma nella stranezza sua medesima venerabile, e che ingegnosamente caratterizza il misticismo profondo e l’inviolabil segreto di cui si cinge codesta augusta religione. Davanti l’effigie, che non era che un phallus d’oro, cioè l’emblema dell’amore e della fecondità, andava una folla di gente iniziata d’ogni sesso, età e condizione vestita di lini bianchissimi; le donne cingevano di veli trasparenti i capelli pregni d’essenze, gli uomini, rasi sino alla radice de’ capelli, agitavano sistri metallici. Ma Apulejo serba prudente il silenzio su quanto si faceva nel santuario del tempio, ove compivasi l’iniziazione a suon di sistri e piccole campane. Gli scrittori antichi tacquero tutti intorno al soggetto delle misteriose iniziazioni, che dovevano essere sinonimo di prostituzione. Gli imperatori stessi non arrossirono di farsi iniziare e di prendere per ciò la maschera a testa di cane in onore di Anubi figliuolo di Iside.»
Era quindi questa Dea, ben più di Venere, la regina della prostituzione sacra a Roma e in tutto il romano impero ed aveva semplici cappelle dappertutto, al momento della maggior depravazione dei costumi. Il tempio principale era nel campo di Marte; le adiacenze, i giardini, i sotterranei d’iniziazione dovevano essere bene ampii, ascendendo a più migliaja d’uomini e donne gli iniziati che accorrevano a processione nelle feste isiache.
Di più nel recinto sacro eravi commercio continuo di dissolutezza, al quale i sacerdoti d’Iside, lordi di ogni vizio e capaci di ogni delitto, prestavano volentieri l’opera loro. Formavano essi un ben numeroso collegio, che viveva in una oscena famigliarità; lasciavansi andare a’ traviamenti tutti de’ sensi, nella sfrenatezza delle passioni, ubbriachi sempre e ripieni di cibo, giravano le vie della città vestiti dei loro lini macchiati e sudici, colla maschera da muso di cane sulla faccia, ed in mano il sistro, scrollando il quale chiedevano l’elemosina, battevano alle porte e minacciavano la collera d’Iside a chi si rifiutava di farla. Essi esercitavano nello stesso tempo l’infame mestiere di lenoni, incaricavansi, concorrendo colle vecchie meretrici, di tutti i negozj amorosi, delle corrispondenze, degli erotici convegni, dei traffici e delle seduzioni. Il tempio e i giardini erano asilo ai protetti amanti e agli adulteri da lor travestiti con abiti e veli di lino. I mariti ed i gelosi non penetravano impunemente in quei luoghi consacrati al piacere, ove non si vedevano che coppie amorose, ove non si ascoltavano che sospiri coperti dai suoni dei sistri. Giovenale — come gli altri poeti che già citai — parla in più luoghi nelle sue Satire delle pratiche dei santuarj d’Iside. Rammento questi versi della Satira IX a Nevolo Cinedo:
Nuper enim, ut repeto, fanum Isidis et Ganymedem
Pacis, et advectæ secreta palatia matris,
Et Cererem (nam quo non prostat femina templo?)
Notior Aufidio mœchus et celebrare solebas[204].
Il tipo di Arbace nel bel romanzo di Bulwer è l’espressione fedele della dottrina e della brutale passione ad un tempo del sacerdote di Iside: quello di Caleno del sacerdote lenone, scellerato e schifoso. Apecide, il severo fratello di Jone, aveva avuto ben d’onde d’essersi presto stomacato di quelle sacerdotali nefandità.
Era stato in Pompei questo culto introdotto dagli Alessandrini, che pei loro commerci avevano assai frequenti occasioni di venirvi; e però molti di que’ del paese eransi presto a’ misteri Isiaci iniziati, questi essendo in venerazione di tutti. Più tardi s’era infiltrata indubbiamente anche in Pompei la corruzione isiaca, greca e romana. Se non temessi dilungarmi di troppo e non avessi presente l’economia dell’opera, riferirei i riti dell’iniziazione, diversi assai nell’origine loro egizia dalla degenerazione europea, e l’importanza che vi si assegnava; ma essi inoltre avevan luogo, nel solo Egitto, e non riguardavano d’altronde i misteri minori che celebravansi, ne’ templi altrove.
Mi restringerò dunque alla descrizione materiale del tempio d’Iside pompeiano.
Sul frontispizio della porta di questo tempio in una tavola di marmo si leggeva un’iscrizione che importa riferire per racchiudere essa dati storici di non dubbio interesse:
N . POPIDIVS . D . F . CELSINVS
ÆDEM . ISIDIS . TERRÆ . MOTV . CONLAPSAM
A . FVNDAMENTO . P . S . RESTITVIT . HVNC
DECVRIONES . OB . LIBERALITATEM
CVM . ESSET . ANNORVM . SEXS . ORDINI . SVO
GRATIS . ADLEGERVNT[205].
Poco monta a noi di risollevare la questione agitatasi calorosamente tra i dotti sulla interpretazione di quell’abbreviatura sex, parendomi d’accettare quella che mostrasi più razionale, cioè, di sexsaginta, non sex, perocchè basti l’avvertire quel che Cicerone ebbe a dire essere, cioè, più difficile venir nominato decurione in Pompei che senatore in Roma, per respingere senz’altra discussione l’assurda pretesa di coloro che avrebbero voluto leggere in questa iscrizione l’aggiunzione gratuita di Numerio Popidio Celsino all’ordine dei decurioni nell’età di anni sei, non già in quella d’anni sessanta. Come avrebbe l’infante di sei anni potuto disporre di tanta liberalità, s’anco si volesse supporre che la massima delle dignità si fosse voluto conferire ad un fanciullo?
Piuttosto noterò e in questa e nelle altre iscrizioni che pur riferirò nella descrizione di questo tempio, come la famiglia Popidia fosse tutta benemerita del culto isiaco che si osservava in Pompei.
All’ingresso del tempio stava una cassetta per ricevere le offerte in denaro e due fonti lustrali, che si appellavano aquiminaria, su d’una delle quali l’iscrizione: Longinus Duumvir.
Esso appartiene al novero di que’ templi che si dicono ipetri, parola greca che significa scoperto, ed è assai piccolo, per la ragione che ho già superiormente addotta, della costumanza cioè che il popolo non vi fosse ammesso, deponendo egli le sue offerte sul sacro limitare. Molto più il culto d’Iside aveva bisogno d’essere circondato da misticismo e segreto, per meglio accreditarne i misteri. Infatti sotto il podio su cui posava il simulacro della Dea, ancor di presente si vede una fornice od angusta cameretta cui si accede per una dissimulata scaletta, dalla quale non visti i sacerdoti dalla vuota statua emettevano responsi, accreditandone autrice la Dea: esempio strettamente imitato da certi cattivi ministri dell’altare fino a’ nostri giorni nel far muovere gli occhi o nel farli piangere di madonne e di crocifissi.
Lungo i lati esterni del tempio corrono otto colonne di stucco per ogni parte e sei si accampano di fronte e sono d’ordine dorico, senza base e dell’altezza di nove piedi e mezzo. L’edificio di materia laterizia è per altro ricoperto di un intonaco assai duro.
Il santuario, o cella, come si soleva denominare, che non è che un tempietto quadrato nel fondo dell’edificio, aveva due nicchie per parte, mentre nel prospetto sorgevano due are fiancheggiate da due podii, su cui si rinvennero due tavole isiache, di cui una affatto intera con caratteri geroglifici, come sogliono osservarsi nel rovescio delle statuette d’Iside e de’ Pastofori nei musei, giusta l’osservazione che ne fa il Romanelli.
Due are erano ai lati, una per ardervi le vittime, l’altra per accogliervi le ceneri, che allo scoprirsi del tempio vennero ancora vedute. Altre are minori appoggiate alle colonne servivano per ardervi timiami ed incensi di continuo per aggiungere reverenza al luogo.
Presso all’ara sinistra vedesi un’altra cameretta con sotterranea scala e deve essere stata destinata alle lustrazioni, o purificazioni volute dal rito, a cagione del lavacro che nel fondo si osserva. Bassorilievi di stucco ne decorano le pareti e in una nicchia è dipinto un Arpocrate che, il dito sulla bocca, intima silenzio. Una statua d’Iside in terra cotta ed una d’Anubi colla testa canina, ch’eran pur qui, andarono ad arricchire in un colle altre immense preziosità scoperte il Museo Nazionale. Quella d’Iside dorata aveva nel suo piedistallo questa iscrizione:
L . CÆCILIVS
PHOEBVS . POSVIT
L . D . D .[206]
Diversi oggetti di non dubbio interesse ed attinenti il culto si rinvennero del pari, come lettisterni di bronzo, su cui era inteso si assidessero le divinità in certe feste; lampade, lucerne, pàtere, lebeti, turiboli, accerre, prefericoli, simpuli, mallei, secespiti, cultri, litui, crotali, aspergilli[207], utensili tutti religiosi, aghi augurali per iscrutare entro le viscere delle vittime, e sistri, istrumenti, questi ultimi specialmente in uso nelle cerimonie isiache, come anche nel dipinto della Dea in questo tempio trovato su d’una parete, si vede stringere un sistro nella destra, e del quale perchè caratteristico di questo culto, e perchè spesso si riscontri accennato nelle poesie e negli scritti antichi, convien che ne dica qualche parola.
Già vedemmo, citando Tibullo, come il poeta ricordasse la sua Delia agitare e rintronar l’aria de’ sistri in onore di Iside, e questo istrumento di argento o di bronzo che certo non poteva rendere alcuna armonia, ma solo un suono acuto che congiunto alla grossolana tibia, appellata chnoue nell’Egitto, ed al muggito del bove Api, produceva quell’orribil frastuono che Claudiano espresse in questi versi imitativi:
Nilotica sistris
Ripa sonat phariosque modos Ægyptia ducit
Tibia, submissis admugit cornibus Apis[208].
Nè vanno obbliate la statua di Venere Anadiomene in marmo, qui del pari trovata posata su d’un pilastro, avente le braccia, il collo e l’ombelico dorato, e quelle di Bacco e di Priapo in marmo greco; non inutile osservazione codesta, perocchè tenga a provare come il tempio sacro ad una divinità non escludesse i simulacri di altre. Sul plinto della statua di Bacco, che era lo stesso che presso gli Egizi Osiride, si legge questa iscrizione:
N . POPIDIVS . AMPLIATVS
PATER . P . S[209].
Passando alla sala de’ Misteri, voglionsi riguardare alcune pitture, ma più ancora l’iscrizione nel pavimento di mosaico che così suona:
N . POPIDI . CELSINI
N . POPIDI . AMPLIATI
CORNELIA . CELSA[210].
Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’ sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano, altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero 360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte nell’opera sua di questi due personaggi.
Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca. È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si trovò e che fu letta da Jannelli per Cereiiai Pumpaiianai, cioè Curia Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure scoperta e che, letta, si chiamava trebus.
Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al 1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento, l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran patera, erme e teste di numi.
Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo culto bandite.
Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside, misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri, vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati. Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale, conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi ancora ci inspirano rispetto.»