NOTE:
[1]. Lib. VII c. 2.
[2]. Cajo Quinzio Valgo, figlio di Cajo, e Marco Porcio, figlio di Marco, duumviri, hanno, per decreto dei duumviri, fatto fare il teatro coperto e i medesimi lo hanno collaudato.
[3]. «L’Odeo che s’incontra a sinistra nell’uscire dal teatro.»
[4]. Apologia c. VI. Ne hieme voluptas impudica frigeret.
[5]. Cap. XLIV.
[6]. Trad. di Vincenzo Lancetti.
[7]. Marco Oculazio Vero, figlio di Marco, duumviro sopra i giuochi — Bréton, pel contrario, constatando essersi qui scritto Olconius e non Holconius, come più spesso altrove, ne fa maraviglia; ma maggiore in me avrebbe a fare vedendo che, ammonito pure da ciò, non volle leggere, come altri lessero, invece di Olconius, Oculatius.
[8]. Svet. Nero, c. 12; Juven. Sat., II. v. 147.
[9]. Lib. V. c. 7.
[10].
Tal se ’l teatro il ricco arazzo adorna,
Mentre s’innalza al ciel la seta e l’opra,
Delle varie figure, ond’ella è adorna,
Prima lascia apparir la testa sopra;
Poi, secondo che al panno alzan le corna
Le corde, fa che il busto si discopra:
Come poi giugne al segno, ivi si vede
D’ogni effigie ogni membro insino al piede.
Trad. di Gio. Andrea Dell’Anguillara, Lib. X, ott. 37.
[11]. Diz. delle Antich. alla voce Aulæa.
[12]. Epist. II. I. 189.
[13]. Metam. lib. III.
[14]. «Calato sotto l’auleo, e ripiegati i siparii, si disporrà la scena.» Lib. X. Discorre Apulejo di ciò, come se avesse luogo nella rappresentazione d’un balletto pantomimico, il cui soggetto era il Giudizio di Paride.
[15]. Georgica 3. 24:
Come volte le fronti a un tratto muti
Nel teatro la scena ed i Britanni
Tolgan gli auléi purpurei, in cui ritratti
Appajon essi.
Lo che significa che sui scenarj fossero tessute le vittorie, tra cui quelle singolarmente di Giulio Cesare nella Britannia, da cui i diversi schiavi o mancipi venuti di colà erano stati applicati a’ teatrali uffici.
[16]. C. IV. v. 1186.
[17]. Lib. V. c. 3 e 5. De Theatri vasis.
[18]. «Turbato dallo schiamazzo che nel mezzo della notte facevano coloro che avevano ad occupare nel Circo i posti gratuiti.»
[19].
Non assediin gli schiavi i posti ond’essi
Per i liberi sien, a men che ognuno
Paghi un asse per testa e, ove non l’abbia,
Ritorni a casa.
Così nel prologo della commedia.
[20]. «Sorgon in luogo eletto i tre teatri.»
[21].
Sovente assisi sulla molle erbetta,
Lungo il margin d’un rivo e al rezzo amico
D’un’arbore frondosa, allegramente
Senza dispendi avean essi riposo,
Gli scherzi allora, il conversar, le risa
Scoppiettavan graditi in mezzo a loro;
Però che onor l’agreste musa avesse.
[22].
Non per colpa s’immola a Bacco il capro
Sovra l’are dovunque e i ludi antichi
Sulle scene compajono, solenni
Della Tesea città[23] gli abitatori
Immaginaron premj intorno ai grandi
Popolosi villaggi e nelle vie,
E fra le colme coppe in su gli erbosi
Prati danzâr fra l’untüose pelli
Degli immolati capri. Istessamente
Gli Ausonj pur dalla trojana gente
Qui derivati con incolto verso
E irrefrenato riso han passatempo
E di cave corteccie orrendi visi
Assumono, e ne’ loro allegri carmi
Te invocan, Bacco, e sul gigante pino
Ti sospendon votive immaginette.
Mia traduzione.
[23]. Gli Ateniesi sono così dal Poeta chiamati Thesidæ da Teseo re, che primo ridusse dagli sparsi villaggi entro la città che circondò di mura.
[24]. «I primi ludi teatrali nacquero dalle feste di Bacco.»
[25].
Grecia già doma il vincitor feroce
Giunse a domar, e nell’agreste Lazio
L’arti guidò per man; indi quell’irto
Cadde saturnio ritmo, e fu respinto
Dal fior d’ogni eleganza il grave lezzo.
Ma rimasero ancor lungh’anni, e ancora
Rimangon oggi le salvatich’orme
Chè tardo acuti su le greche carte
Sguardi volse il Roman, e alfin deposte
Le punich’arme, cominciò tranquillo
Quella ad investigar, ch’Eschilo e Tespi
E Sofocle apprestava util dottrina.
Trad. Gargallo.
[26]. Storia degli Italiani, Vol. I, cap. XXXI.
[27].
Ma però se grecizza il mio subbietto,
Non atticizza, ma piuttosto in vero
Sicilizza.
[28].
Che d’altri personaggi ora non lice
Valersi, e ch’altro scriver si costuma
Che di schiavi correnti e di pietose
Matrone o di malvagie cortigiane,
Di parassito crapulon, ovvero
Di spavaldo soldato e di supposto
Fanciullo; o pur da vecchio servitore
Venir tradito; amare, odiar, gelosi
Restar in scena? Oh! nulla cosa insomma
Scriver si può che non sia stato scritto.
Mia trad.
[29].
Molti incerti restar abbiam veduto
Cui conceder di comico poeta
La palma; a te, col mio giudizio adesso
Il dubbio solverò, sì che tu possa
Altra sentenza rigettar contraria.
Prima a Cecilio Stazio io la concedo,
Plauto di poi ogn’altro certo avvanza;
Quindi l’ardito Nevio ha il terzo posto;
E se il quarto, ad alcun dar lo si deve,
A Licinio è dovuto, ed a lui presso
Attilio viene; il sesto loco ottiene
Publio Terenzio, e il settimo Turpilio;
Ha Trabëa l’ottavo e il nono a Luscio
Giustamente si dee; Ennio, in ragione
Solo di vetustà, decimo venga.
Tr. id.
[30]. Traduco:
Vi avran di quei che mi diran: che è questo
Matrimonio di schiavi? E quando mai
Torran moglie gli schiavi? Ecco una cosa
Strana così che in nessun luogo è vista.
Ma io v’accerto che ciò s’usa in Grecia,
A Cartagin, qui nella terra nostra,
In Apulia, ove più che i cittadini
Soglion gli schiavi andar tra loro a nozze.
[31].
Tutto ciò che piace
Potè ai mimi concedere la scena.
Lib. 2.
[32]. Apologia. XV.
[33]. «Il capo e la faccia coperti colla maschera.»
[34]. Le Maschere Sceniche e le Figure Comiche d’antichi Romani descritte brevemente da Francesco De Ficoroni. — Roma. Nella stamperia dei Bernabò e Lazzarini MDCCXLVIII. I versi di Fedro così tradurrei:
Gli occhi in maschera tragica
Un dì la volpe affisse;
Oh quanto è bella, disse,
Ma ahimè! cervel non ha.
[35]. Se taluno avrà cantato innanzi al popolo, o avrà fatto carme che rechi infamia o offesa altrui, venga punito di bastone.
[36].
Fescennina licenza, a cui ben questo
Costume aprì la via, con versi alterni
Rustici prese a dardeggiar motteggi,
E omai l’ammessa libertà, cogli anni
Rinnovandosi ognor, piacevolmente
Folleggiò, sinchè poi l’inferocito
Scherzo scosso ogni fren, cangiato in rabbia,
Già minaccioso gli onorati Lari
Impunemente penetrare ardio.
Quei che sentiro i sanguinosi morsi,
Muggir di duolo, e quegli ancor non tocchi
Su la sorte comun stetter pensosi:
Ch’anzi legge e castigo allor fu imposto,
Perchè descritto in petulanti versi
Alcun non fosse. Ecco littor temuto
Cangiar fe’ metro, e sol diletto e lode
Ormai risuona su le aonie corde.
Trad. Gargallo.
[37].
Magno tu sei per la miseria nostra....
E di codesta tua virtute alfine
Giorno verrà che te’ n dorrai tu forte,
Se legge non l’infrena, oppur costume.
[38]. Ad Atticum, II, 19.
[39].
Quiriti, ahimè, la libertà perdemmo.
[40].
È da fatal necessità voluto
Che i molti tema chi è da lor temuto.
[41]. «E che? colui che soccorse la Republica, la sostenne e rassodò tra gli Argivi.... dubbia l’impresa, non dubitò però espor la sua vita, nè curarsi del capo suo.... d’animo sommo in somma guerra e di sommo ingegno adornato.... o Padre! queste cose vidi io ardere. O ingrati Argivi, o Greci inconseguenti, immemori del beneficio!... Lo lasciate esulare, lo lasciate espellere, ed espulso, il sopportate.»
[42].
Io son Talia, che a’ comici presiede
Poemi e il vizio sferza
Per genial via di teatrali scede.
[43].
Nè la nostra Talia dentro le selve
Vergognò soggiornar.
[44]. Tom. II. pl. 3 nella nota 7. Vedi anche Plutarco Simp. IX 14.
[45].
Di Melpomene aver l’ignoto carme
Tespi inventato, è fama, e aver su plaustri
Tratti gli attor, di feccia il volto intrisi,
Che adattassero al carme il gesto e il canto.
Trad. Gargallo.
[46]. Costui è quell’Eraclide, che Diogene Laerzio e Suida dicono essere stato uomo grave, cantore di opere ottime ed elegantissime, e liberatore della sua patria oppressa, emulo di Platone, che nel partire per la Sicilia lo incaricò di presiedere alla sua scuola. Egli ne’ frammenti dell’opera Delle Republiche, ci lasciò testimonianza che Omero sè dicesse, in un componimento andato perduto, di patria toscano: Omero attesta dalla Tirrenia esser egli venuto in Cefallenia ed Itaca, ove per malattia perdè la vista, onde il nostro Manzoni il chiamasse:
«Cieco d’occhi, divin raggio di mente.»
[47].
Chi per vil capro in tragico certame
Pria gareggiò.
Trad. Gargallo.
[48].
Vien la truce Tragedia a grande passo,
Torva la fronte d’arruffata chioma
E il lungo peplo che le casca in basso.
Ovid., 3. Amor. I. II. Mia trad.
[49].
De la maschera autor, e del decente
Sirma, appo lui Eschilo il palco stese
Su poche travi, e ad innalzar lo stile,
E a poggiar sul coturno ei fu maestro.
Trad. Gargallo.
[50]. Chi poi abbia introdotto le maschere, i prologhi, la moltitudine degli attori ed altrettali cose, si ignora. — Della Poetica, cap. V.
[51].
Se dì solenne a festeggiar talvolta,
D’erbe un teatro si compone e nota
Una commedia[52] recitar si ascolta,
In cui l’attor pallida al volto e immota
Maschera tien dalla beante bocca,
Il bimbo, di terror pinta la gota,
Nel sen materno si nasconde.
[52]. Ho tradotto la parola exodium per Commedia; ma l’exodium era propriamente una farsa licenziosa che d’ordinario si rappresentava in seguito ad una tragedia e più spesso ancora in seguito ad un’atellana, qualche volta pure tra un atto e l’altro di quest’ultima. Il più delle volte l’esodio non aveva che un solo attore, chiamato per ciò exodiarus.
[53]. «Laddove un oratore convien che abbia l’acutezza de’ dialetti e i sentimenti de’ filosofi e quasi il parlar de’ poeti, e la memoria de’ giuristi e la voce de’ tragici e poco meno che il gesto de’ più applauditi attori di teatro.» — Cicerone, De Oratore, lib. I, c. XXVIII, Trad. di Gius. Ant. Cantova.
[54].
Queste son l’opre e queste l’arti invero
Del generoso prence: ei s’abbandona
A oscene danze su palco straniero;
Beato allor che la nemea corona
D’appio mertò[55]. Del tuo trillo sonante
Alle immagin’ degli avi i trofei dona;
E di Domizio al più la trascinante
Sirma di Tieste o Antigone e la cetra
A quel gran marmo tu deponi innante.
Mia trad.
[55]. Plinio, Nat. Hist. lib. 19. 5. 46, fa sapere che ne’ grandi spettacoli della Grecia Nemea venisse data al vincitore una corona di appio, erba palustre, detta anche, helioselinum.
[56]. Egloga VIII. 10.
Che sol del sofocleo coturno degni
Sono i tuoi carmi.
[57]. Lib. VII. 2.
[58]. Hist. Nat. 35. 12. 46.
[59]. Id. 57. 2. 6.
[60]. Saturnaliorum. Lib. III. C. XIV.
[61].
Mentre il tosco tibicine strimpella
Muove il ludio il suo piè a grottesca danza.
V. 112. Mia trad.
[62].
Non grave d’oricalco e de la tromba
Qual oggi è omai, la tibia emulatrice,
Ma semplice e sottil per pochi fori
Spirando, al coro utile accordo univa,
E del suo fiato empiea gli ancor non troppo
Spesso sedili.
Tr. Gargallo.
[63]. Flacco di Claudio suonò colle tibie pari.
[64]. «Il Tibicine intanto or vi diverta.»
[65]. «Non comprendo di che abbia egli a temere, da che sì bei settenari egli reciti al suono della tibia.»
[66]. Lo Scoliaste d’Apollonio, Argonaut. III V. I., e lo Scoliaste dell’Antologia, lib. I. cap. 57.
[67].
Co’ suoi tragici giambi reboante
S’accalora Melpomene.
[68]. Martorio Primo, liberto di Marco, architetto.
[69].
E del nudo teatro e del coperto
Il gemino edificio.
[70]. Lib. II. c. 45. 6. «Quinto Catulo, imitando l’effeminatezza della Campania, primo coprì dell’ombra del velario gli spettatori.»
[71]. Cap. XXVI.
[72].
«Sederò teco al pompejan teatro,
Quando il vento contende
Di spiegar sovra al popolo le tende.»
Lib. XVI. 29. Trad. di Magenta.
[73].
Sovente ancora
Il medesmo color diffuso intorno
È dal sommo de’ corpi; e l’aureo velo,
E le purpuree e le sanguigne spesso
Ciò fanno, allor che ne’ teatri augusti
Son tese, o sventolando in su l’antenne
Ondeggian fra le travi: ivi il consesso
Degli ascoltanti; ivi la scena e tutte
Le immagini de’ padri e delle madri
E degli dei di color vario ornate
Veggonsi fluttuare, e quanto più
Han d’ogni intorno le muraglie chiuse,
Sicchè da’ lati del teatro alcuna
Luce non passi, tanto più cosperse
Di grazia e di lepor ridon le cose
Di dentro, ecc.
Trad. Marchetti.
[74]. «Avanti tutti, Gneo Pompeo col far iscorrere le acque per le vie, temperò l’ardore estivo.» Lib. II. c. 496.
[75]. «Oggi per avventura credi più sapiente quegli che trovò come con latenti condotti si porti a immensa altezza e si sprizzi acqua profumata di zafferano.»
[76].
Non ondeggiava sulla curva arena
Pompa di veli, nè odoroso croco
Spirava intorno ognor la molle scena.
Lib. IV, el. I Trad. di M. Vismara.
[77].
Non si stendean sulla marmorea arena
Le vele allor, nè s’era vista ancora
D’acqua di croco rosseggiar la scena.
Lib. I. v. 103-104. Mia versione.
[78].
Testè, solo fra tutti, Orazio in bruno
Mantello agli spettacoli assistea,
Mentre la plebe, il maggior duce, e l’uno
Ordine e l’altro in bianco vi sedea.
Spessa neve dal ciel cadde repente:
In mantel bianco Orazio ecco sedente.
Lib. IV. 2. Trad. Magenta.
[79]. «Un giorno (Augusto) avendo in un’assemblea di popolo veduto una gran turba in mantelli neri, pieno di corruccio si diè a gridare: Ecco son questi
I togati Romani arbitri in tutto?
e commise agli edili che quind’innanzi più alcun cittadino non comparisse nel foro o nel circo, se non deposto prima il mantello.» C. XL.
[80]. «A Marco Olconio Rufo, figlio di Marco, duumviro incaricato per la quinta volta dell’amministrazione della giustizia, quinqueviro per la seconda volta, tribuno dei soldati eletto dal popolo, flamine d’Augusto, patrono della colonia, per decreto de’ decurioni.»
[81]. «Marco Olconio Rufo e Marco Olconio Celere a propria spesa eressero una cripta, un tribunale, un teatro a lustro della Colonia.»
[82]. «A Marco Olconio Celere duumviro di giustizia, cinque volte designato sacerdote d’Augusto.»
[83]. De Rich, Diz. d’Antichità, voce Thymele.
[84]. Parte I, cap. I, p. 6.
[85]. Lib. cap. 13. 2.
[86]. Epist. Ex Ponto. Epist XVI.
[87].
Indi fidai con gravi accenti al tragico
Coturno, qual dovea, regal subbietto.
Trad. dell’ab. Paolo Mistrorigo.
[88].
Io salvarti potei e mi domandi
Se struggerti non possa?...
Instit. Orat. VIII. 5.
[89].
Quasi invasa da un Dio, qua e là son tratta.
[90].
Le pugne de’ centimani
Sacrileghi giganti
Cantar tentai: ho cetera
Pe’ carmi altisonanti.
[91]. Tristium, lib. II. 519.
[92]. Id. lib. V. 7. 25.
[93]. Inst. Orat. X. I. «che può essere paragonata a qualunque tragedia greca.»
[94].
LA NUTRICE.
Partiro i Colchi; nulla fu la fede
Del tuo consorte e di dovizie tante
Più nulla resta a te.
MEDEA.
Resta Medea.
Atto II. Sc. I.
[95].
TESEO.
Di’, qual delitto colla morte intendi
D’espiar?
FEDRA.
Quello ch’io vivo.
[96].
Tempo vegg’io propizio
In avvenir lontano,
In cui torrà gli ostacoli
Fremente l’oceano,
Ed ingente una terra apparirà;
Nè Tile fia più l’ultima;
Ma nuovi mondi Teti scoprirà.
Mia trad.
[97]. Lipsia, 1822.
[98]. Lipsia, 1852.
[99]. Antichità di Pompei. Vol. IV.
Ecco d’eroici sensi menar vampo
Cianciator grecizzante.
Sat. I. v. 69. Trad. V. Monti.
[101]. Le publicai tradotte in un volume: Publio Siro — I Mimiambi. — Pagnoni, 1871.
[102]. Nat. Hist., IX. 59.
Quei cui parrà tuo genio al suo conforme
Con l’un pollice e l’altro avvien che innalzi
Fautor suoi plausi a’ marzïal tuoi ludi.
Epist. lib. 1. ep. XIX 66. Trad. Gargallo.
Vedi anche Plinio Nat. Hist. XXVIII, II. 3.
Nè l’opra tua puoi vendere a cotesta
Gente nel foro o nel teatro.
Epig. Lib. VII. 64.
[105]. Lib. IV. 15.
[106]. Paradox. III, 2. De Orat. III.
[107]. Pag. 46.
[108]. In Pericle 13.
[109]. Lib. V. 9. 10.
[110]. Cap. V.
[111]. «Egualmente sono a lui dovuti e il tempio della gente Flavia e uno stadio e un odeum ed una naumachia, delle cui pietre di poi valsero alla riparazione del gran circo, i due lati del quale erano stati incendiati.»
[112]. I giuochi di Achille in onor di Patroclo sono narrati nel libro XXIII dell’Iliade.
Questi torneamenti, e queste giostre
Rinnovò poscia Ascanio, allor ch’eresse
Alba la lunga; appresegli i Latini;
Gli mantenner gli Albani; e d’Alba a Roma
Fur trasportati, e vi son oggi; e come
E l’uso e Roma e i giochi derivati
Son dai Trojani, hanno or di Troja il nome.
Æneid. Lib. V. 596-601. Trad. Annib. Caro.
[114]. Annales. Lib. XI. C. XV.
[115]. Da αμφι, da ambe le parti, e da θεατρον, teatro.
[116]. Nat. Hist. Lib. XXXVI.
[117]. «Ciò che non fecero i Barbari fecero i Barbarini.»
[118]. Narra a tal proposito Dione che Nerone accolse benignamente e onorevolmente quel re, facendo, oltre altre solennità, anche ludi gladiatorj in Pozzuoli. Fu prefetto di essi Patrobio Liberto, e ne fu tanta la magnificenza, che nessuno nello spazio d’un sol giorno potesse entrar nell’anfiteatro all’infuori degli uomini, delle donne e dei fanciulli Etiopi; onde Patrobio ne riportasse onore. Ivi il Re Tiridate, sedendo in luogo principale, con dardo colpiva le fiere e con un solo colpo ferì due tori ed uccise. Queste feste compiute, Nerone lo condusse a Roma e gl’impose la corona.
[119]. «Cajo Quinzio Valgo figlio e Marco Porcio figlio di Marco Duumviri Quinquennali, hanno per onore della Colonia costruito col proprio denaro l’anfiteatro, concedendone ai Coloni il posto in perpetuità.»
[120]. Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, pontefice Duumviro incaricato di rendere giustizia.
[121]. Cajo Cuspio Pansa figlio di Cajo, padre, Duumviro per la giustizia, quattroviro quinquennale, prefetto, per decreto de’ Decurioni, al mantenimento della legge Petronia.
[122]. Gli scavi ripresi nel 1813 e durati fino al 1816 lo misero interamente alla luce, come trovasi di presente.
[123]. «Il Patrono del sobborgo Augusto Felice sopra i ludi per decreto de’ decurioni — T. Atullio Celere figlio di Cajo Duumviro sopra i ludi, le porte e la costruzione de’ cunei, per decreto de’ Decurioni. — Lucio Saginio, Duumviro, incaricato dalla giustizia fece, per Decreto de’ Decurioni, gli aditi. — Nonio Istacidio figlio di Nonio, cilice, Duumviro sopra i ludi fe’ gli aditi. — Aulo Audio Rufo figlio di Aulo Duumviro sopra i ludi, e fe’ gli aditi. — Marco Cantrio Marcello figlio di Marco Duumviro sopra i ludi e fece tre cunei, per decreto de’ Decurioni.»
[124]. Io ho creduto di tradurre sopra i ludi e non pour les jeux, come tradusse Bréton, e la parola lumina, non come il Garrucci e il Mommsen e altri per illuminazione, ma per aditi, cioè i vomitorj, porte e spiragli de’ sotterranei, perchè mi parve più naturale e probabile che coi cunei si facessero i relativi aditi, androni ecc., e nel diritto romano si trovi sempre usata la parola lumina per indicare le finestre. Così anche l’abate Romanelli.
[125]. Pompeja p. 227 e 228 seguendo la lezione di Rénier: la ragione ne è fornita dopo la lettera di Rénier.
[126]. Lib. 5, 24:
Ermete de’ Locarii arricchimento.
Trad. Magenta.
All’alte file io giunsi, ove la turba,
Dalla bruna e vil veste, spettatrice
Tra le femminee cattedre sedea;
Però che tutto quanto era all’aperto
Di cavalieri e di tribuni in bianco
Abbigliamento si vedea stipato.
Mia trad.
[128]. La famiglia gladiatoria di Numerio Popidio a 28 ottobre darà in Pompei una caccia, e a’ 20 di aprile si metteranno le antenne ed i velarj.
[129]. La famiglia gladiatoria di Numerio Festo Ampliato giostrerà di nuovo a’ sedici maggio e vi sarà la venazione e si metteranno i velarii.
[130]. Senec. Epist. 95 e Lamprid. Commod. 18 e 19.
Scorpo son io, del circo onor solenne,
Tuo plauso, o Roma, e breve tuo contento.
Morte al ventisettesmo anno m’ha spento;
Contò mie palme, e già vecchio mi tenne.
Lib. X, ep. 57. Trad. Magenta
Oggi.... il solo Circo
Tutta nel suo giron comprende Roma....
Sì, dal fragor che intronami l’orecchio,
Vincitor ne argomento il verde panno.
Sat. XI. v. 195-96. Trad. Gargallo
De’ vincenti ronzon proclamatore,
Siede il Pretor in trionfal corredo.
Sat. XI. 191-93. Trad. Gargallo.
[134]. «Abbia contro sè irata Venere pompejana chi a questa insegna porterà offesa.»
Gli abbattimenti
Colla sinopia, e col carbon dipinti,
Quand’io talor di Rutuba, di Flavio,
O di Placideian, a gamba tesa
Stommi a guatar, qual se verace fosse,
Di que’ prodi il pugnare, il mover l’arme,
Lo schermirsi, il ferir....
Trad. Gargallo.
[136]. Hist. Lib. 11. 88.
[137]. «Giurammo fede ad Eumolpione, sotto pena di essere abbruciati, legati, battuti, ammazzati, e quant’altro fosse esatto da lui, consecrandogli religiosamente, come i veri gladiatori consacrano a’ loro padroni, i corpi nostri e la vita.» Satyricon. Cap. XXVII, trad. Vinc. Lancetti.
Di peggio che si può, tranne l’arena?
E ancor qui trovi il disonor di Roma.
Eccoti un Gracco: mirmillonic’arme
Egli non veste: non impugna scudo,
O adunca falce: arnesi son cotesti
Ch’egli condanna; anzi condanna e abborre.
Nè il volto asconde sotto l’elmo; il mira:
Squassa il tridente, e poi che mal librata
La mano scaglia le sospese reti,
Dassi a fronte scoperta e a gambe alzate
Spettacolo a l’intorno. — È desso, è Gracco!
(Gridan tutti); la tunica l’attesta,
E l’aurea nappa che gli fascia il collo
E avvolta al pileo sventolando ondeggia.
Ond’è che il seguitor, vistosi astretto
Con un Gracco a pugnare, in sè ne freme
Qual d’un’onta peggior d’ogni ferita.
Sat. VIII. Trad. Gargallo.
[139]. «I Campani, per odio de’ Sanniti, armarono di quelle ricche spoglie i gladiatori, che appellarono col nome di Sanniti.»
Chi non le ha viste impalandrate e d’unto
Atletico incerate; e chi non vide
Lor colpi, bagordando a la quintana?
Con l’asta in pugno e con lo scudo in braccio
Assal, ferisce, martella, disbarba,
Tutte osservando del giostrar le leggi....
O matrona arcidegna de la tromba
Che di Flora all’agon le prodi invita!
Se non che, a maggior opra il cor rivolto,
Già s’apparecchia a la verace arena.
Qual vuoi trovar pudor in una donna,
Che il biondo crin in lucid’elmo accolga;
Che, schiva al sesso, a vigor maschio aneli?
Sat. VI, 218 e segg. Trad. di T. Gargallo.
[141]. Atto III.
Cogniti a tutti i borghi un di costoro
Cornette e trombettier, de’ gladiatori
Girovaghi compagni, indivisibili;
Questi già un dì spettacolo, son ora
Que’ che danno spettacoli; e del popolo
Adulatori, a un suo volger di pollice,
Uccidon chi si sia popolarmente.
Trad. Gargallo.
...... il pollice chinato,
La pudibonda vergine commanda
Che sia trafitto del giacente il petto.
[144]. Atto V.
[145]. Nat. hist. lib. XXXIV. «Fece un ferito morente, in cui si potesse comprendere quanto in lui restasse ancora di anima.»
[146]. Byron. Pellegrinaggio di Childe Harold c. IV. st. CXL., CXLI.
[147]. «Stima (il popolo) ingiuria, perchè non periscano volontieri.»
[148]. «Il cadavere del gladiatore venga trascinato coll’uncino e lo si ponga nello spoliario.»
[149]. Bond, scoliaste d’Orazio, le vuol dette Ambubaje dall’essere per ebrietà balbuzienti.
Or qual mai sia la razza prediletta
A’ nostri maggiorenti, e che mi sprona
A fuggir come lepre, in brevi detti
(Nè pudor men ritiene) io ti confesso
Roma, o Romani, divenuta greca
(Benchè la feccia achea qual può formarne
Picciola quota?) digerir non posso.
Pria di questa nel Tebro il siro Oronte
Era sboccato; e già sermon, costumi,
E flauti e cetre da le corde oblique
Seco tratti vi avea, frigi timballi,
E merce di fanciulle al Circo esposta.
Voi, cui fan gola barbare lupatte
Vario-mitrate, itene pure a loro.
Trad. Gargallo.
E truppe d’ambubaje e speziali,
Mimi, accattoni e zanni, afflitta è tutta
Questa bordaglia dell’estremo fato
Di Tigellio cantor, poichè per essa
Generoso fu sempre.
Mia trad.[152]
[152]. A Gargallo mi sono sostituito, non avendo egli serbato fedeltà al primo verso d’Orazio, che tradusse:
Troppo di canterine e vendi-empiastri.
La citazione, mettendo in disparte la parola ambubaje, sarebbe stata perfettamente inutile.
Ditelo voi di Lepido nepoti,
Di Fabio il ghiotto e di Metello il cieco,
Qual gladiatrice (ludia) mai vestì tai vesti.
Trad. Gargallo.
[154]. Svetonio, in Neronem. Cap. XII.
Vedemmo Pasifae dal toro coperta
E la prisca favola or fede ha più certa.
Gli antichi più, o Cesare, non vantin lor gesta:
Checchè fama celebra l’arena ci appresta.
Trad. Magenta.
[155]. In Claud. c. XXI.
[156]. Id. In Neron. 12.
[157]. Id. In Tit. c. VII.
[158]. In Domitianum, c. V.
Checchè ti mostrano di più preclaro
L’Anfiteatro e il Circo i splendidi
Flutti di Cesare qui ti mostraro.
Il lago scordinsi Fucin le genti,
E di Nerone gli stagni: ai posteri
Questo spettacolo sol si rammenti.
Trad. Magenta.
[160]. In August. c. XLIII.
[161]. Ad V. Æneid. 114.
[162]. Epist. VII, ep. 1.
[163]. Hist. Lib. XXXIX, c. 22.
Quel toro, che già poco
Scorrea, punto dal fuoco,
Nell’arena i bersagli a rovesciar,
Cadde alfin, dal suo tratto
Cieco furor, nell’atto
Che credea l’elefante in aria alzar.
De Spectaculis. Ep. 21. Tr. Magenta.
[165]. In Cæsar. c. 39.
[166]. Nat. Hist. Lib. VIII, c. 2.
[167]. In Galbam, c. 6.
[168]. Lib. LXI. c. 17, anche Svetonio il riporta In Neronem, c. XI.
[169]. Epig. lib. 1. 7.
L’aquila, onde su l’etere
Recare il putto illeso,
Al sen con l’ugne timide
Si strinse il caro peso.
Tr. Magenta.
[170]. Id. Lib. V. 55.
Dimmi, o regina degli augei, chi porti?
Il Tonante.
Trad. id.
[171]. In Domit. c. 4.
Che il Dio belligero
Per te distinguasi
Nell’armi ognor,
Non basta, o Cesare,
Per te distinguesi
Venere ancor.
La fama d’Ercole
Vantava l’inclita
Nobil tenzon,
Quando nell’ampia
Nemea boscaglia
Spense il lion.
Taccian le favole,
Chè fatti simili
Per tuo favor
Oprarsi, o Cesare,
Da man femminea
Vedemmo or or.
Epigr. 8. Trad. Magenta.
Come al scizio ciglion Prometeo stretto
Nutre l’augel col rinascente petto,
Laureol così da vera croce pende,
E ad orso caledonio il fianco stende.
Palpitavan sue viscere, grondanti,
Lacere, e a corpo uman più non sembianti.
La pena alfin scontò del parricidio,
Del fero nel padron commesso eccidio,
Del rapito nei templi oro nascosto,
O dell’iniquo fuoco a Roma posto.
Nei delitti costui gli antichi ha vinti;
Ma fur gli strazj suoi veri e non finti.
Lib. De Spectæ. Epig. 9. Trad. Magenta.
[174]. Storia della Prostituzione, Vol. I. Cap. XVIII.
[175]. Ode, La Ghigliottina.
[176]. Schroek: Christliche Kirchengeschichte. Vol. VII, p. 254.
[177]. Storia degli Italiani, vol. I, pag. 277.
[178]. In Ner., c. XI.
[179]. Diz. delle Antichità.
[180]. Varr. 8 L. L. 41.
[181]. Delle antiche Terme di Firenze, pp. 67 e 68.
[182]. La camicia di tela che usiamo noi, imitò l’uso ed il nome dal camiss persiano, e pare introdotta verso la metà del XII secolo.
L’ottava ora tien fissa:
Di Stefano sai quanto ha i bagni accosto.
Ci laverem tantosto:
Tr. Magenta.
Il bel verde, sottil marmo caristo,
L’agata, il tasio e la gentil corniola,
Non han qui luogo, e di restarne escluso
Lagnasi ancora il serpentin più raro:
Sol qui fan pompa e il porporin granito
Porfido di Numidia e il marmo frigio
Cui d’Ati il sangue colorì la vena;
E i più preziosi di Sidonia e Tiro.
Per ornamento delle porte, appena
S’ammette il verde di Laconia unito
Al sinadico marmo in lunghe strisce,
Onde si forma un color misto e vago.
De’ chiari vetri al vario raggio opposte
Splendon le stanze e gli archi d’or fregiati,
E di chi parte od entra in essi i volti
Stupido il foco stesso in tante avvolto
Lucide spoglie men superbo impera;
Il sole allor che l’ampia casa investe
Sè stesso adorna e fa più chiaro il giorno,
E nel passar fra queste fiamme ardenti
Acquista forza, e ’l proprio foco accresce.
Nulla v’è di plebeo, nè qui si vide
Faticar l’arte in liquefar metalli.
Son d’argento i canali, ove felice
Ha l’onda il corso e son d’argento i vasi
Ov’ella cade, e di sè stessa amante
Si specchia in essi e di partir ricusa.
Trad. dell’ab. Fr. Maria Biacca.
Chi di Neron peggiore?
E quale di sue terme opra migliore?
Trad. Magenta.
Di Tigellin nei bagni, o in quei si pone
D’Agrippa o Tito?
[187]. Roma. Amstelodami apud Io. Wolters 1689, p. 491.
[188]. Diz. delle antich. Greche e Rom. Vol. 2 p. 342.
[189]. «Che mai convenga provvedere nelle pubbliche terme e ne’ ninfei per l’abbondanza de’ cittadini.» — Impp. Theodos. et Valent. Cod. II. 42. 5 e al n. 6: «Amiam meglio che l’acquedotto del nostro palazzo abbia a servire alle commodità delle pubbliche terme e de’ ninfei.»
[190]. «Se diligentemente alcuno avesse a tener conto delle copiose acque pubbliche nei bagni, nelle piscine, nelle case, negli sbocchi, nelle ville suburbane, e la grandezza degli archi costruiti per condurre, i monti scavati, le convalli appianate, confessar dovrebbe nulla esservi di più maraviglioso nell’universo.»
[191]. «Agrippa, nella sua edilità, annessa l’Acqua Vergine, le altre regolate ed emendate, fece 700 laghi (grandi serbatoj), oltre 105 salti, 130 castelli e molte altre cose magnifiche di manutenzione. Alle opere impose 300 statue tra di bronzo e di marmo e 400 colonne marmoree e tutte queste cose nel solo spazio di un anno.»
[192]. «E il soprintendente delle acque debbe pertanto essere non solo diretto dalla scienza del periti, ma eziandio dalla propria esperienza, e non deve servirsi dei soliti architetti che s’impiegano in quella tal parte, ma ancora consultare non meno la fedeltà che l’acutezza dell’ingegno di altri per conoscere quali cose domandino un pronto riparo, quali ammettano dilazione; quali opere debbansi compire dagli appaltatori, quali si abbiano a far eseguire dagli artefici delle famiglie.»
Frontin. De Aquæduct. CXIX. Tr. di Baldassare Orsini.
[193]. Pompejanarum Antiquitatem Historia Curante, J. Fiorelli edita. Neapoli 1860. I. 8.
[194]. «Nelle Terme di Marco Frugio, da bagni di acqua marina e di acqua dolce, Gennaro Liberto.»
[195]. «Per la dedicazione delle terme, a spesa di Cneo Allejo Nigidio Majo, vi saranno caccia, atleti, spargimento di profumi e velario. Viva Majo principe della Colonia!»
Per finirla, tu re, mentre ne andrai
Al bagno d’un quattrin.[197]
Trad. Gargallo.
[197]. Quadrante più propriamente, ed era una piccola moneta di rame pari in valore di un asse.
Dopo i torridi bagni vi tuffate
Nell’onda algente, onde così col gelo
La calda cute più in vigor rendiate
Carm. IX.
Petronio afferma la stessa cosa.
[199]. «Marco Nigidio Vaccula con denaro proprio.»
[200]. «Gneo Melisseo Apro; figlio di Gneo, e Marco Stajo Rufo, figlio di Marco, Duumviri incaricati di nuovo della giustizia, hanno per decreto de’ decurioni e con pecunia publica fatto fare questo bacino che costa settecentocinquanta sesterzi.»[201]
[201]. Circa 160 lire Italiane.
[202]. Era una stanza ove apprendevano i giovani i primi rudimenti degli esercizi ginnastici.
[203]. Forse luogo dove giuocavasi alla palla. Alcuni lo vorrebbero destinato agli esercizi ginnastici per le fanciulle.
[204]. Ho già spiegato altrove il valore di questa parola: indicava cioè il luogo ove stava la polvere di cui servivansi i lottatori onde detergere il sudore e involgere l’avversario per poterlo meglio abbrancare.
[205]. Era la stanza delle unzioni. Vi si conservavano a tal uopo olj ed unguenti, sia per ungersi prima della lotta e rendere così le membra sfuggevoli; sia dopo la lotta a ristoro delle membra scalfitte, sia come cura prima di entrare nel bagno. Il P. Ilario Casarotti, dotto e purgato scrittore e mio maestro nel milanese Collegio Calchi-Taeggi, solevami dire essere da questa antica consuetudine originata l’unzione della cresima cristiana, quasi a simbolo della lotta coll’avversario eterno.
[206]. Forse sinonimo di hypocausis, più latinamente præfurnium, luogo della fornace per riscaldare le stanze e i bagni.
[207]. Ricordo che lo stadio denota una lunghezza di 125 passi; ma vale altresì come luogo atto agli esercizi atletici e per gli spettatori dei medesimi.
[208]. Non isfuggirà al lettore che Vitruvio usa della parola sisto per esprimere l’opposto del suo valore primitivo greco. Infatti i latini chiamarono sisto un luogo scoperto mentre per i greci significava un luogo coperto.
[209]. De Architect. L. V. c. XI. Trad. Galiani.
[210]. «Cajo Vulio figlio di Cajo, Publio Aninio figlio di Cajo, duumviri, incaricati della giustizia, han fatto eseguire un laconico e un districtario e rifare i portici e la palestra col denaro che, per decreto dei decurioni, dovevano spendere in giuochi od in monumento, e i decurioni hanno approvato.» Pompejan. Antiqu. Hist. V. 648. È testuale l’error grammaticale nell’iscrizione pequnia quod invece di pecunia quam; ma non è il primo, nè forse sarà l’ultimo che avrò a notare.
[211]. «Mi pare ora, ancorchè non sieno di moda italiana, dovere spiegare la forma della palestra, e dimostrare come la costruiscano i Greci.» De Arch. c. XI.
[212]. «Mario Atinio figlio di Mario, questore, fece fare per decreto dell’Assemblea col denaro prodotto dalle multe.»
[213]. «All’imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Cesare, comandante per la tredicesima, tribuno per la decimaquinta, padre della patria, console per l’undicesima volta.»[214]
[214]. Il XV tribunato e l’XI consolato d’Augusto corrispondono all’anno di Roma 755 e 2 dell’Era Volgare.
. . . : Va recami, garzone,
Le stregghie al bagno di Crispin.
Sat. V. v. 126. Trad. di Vinc. Monti.
Il Sarno ondoso i pingui colti irriga
E col placido corso al mar sospira.
Jacobi Sannazzarii Poemata. Patavii 1751.
Trajano Cabanilio Salices.
[217]. «Verna co’ suoi discepoli vi prega di eleggere Cajo Capella duumviro di giustizia.»
[218]. Pompejan. Antiqu. Hist. Vol. III, 169.
[219]. «Valentino e i suoi scolari invocano Sabino e Rufo edili degni della Republica.»
[220]. Epist. Lib. II, I. 70.
E ancor noi finalmente abbiam sottratto
La mano alle spalmate.
[222]. Lib. VII. c. 3.
[223]. Del Commercio dei Romani, Cap. III.
[224]. Hist. Nat. Lib. VI. c. 60.
[225]. Vedi Cicero, De Oratore, 37.
[226]. Cic. Pro Flacco. 15. Dionis. Alicarnas. VII. 70.
[227]. Plin. Nat. Hist. XIII. 13. «Abbruciati, perchè fossero scritti di filosofia.»
[228]. Epist. II. 1.
Questi Greci, ravvolti in lor mantello,
Colla testa coperta, intorno vanno:
Son carichi di libri e ne’ panieri
Hanno i rilievi della mensa: or questi
Disertor’ ch’hanno l’aria di trattare
Fra lor di cose gravi, ora s’arrestano,
Ora vanno, sputando lor sentenze;
Ma poi li trovi sempre al termopolio[230]
Che trincan e così, coperto il capo,
Bevono caldo quel ch’hanno rubato,
Poi tristi e brilli incedono.
Curculio. Atto II. Sc. 3. Mia trad.
[230]. Venditorio di bevande calde, come vedremo nel capitolo venturo delle Tabernæ.
[231]. «Essere i nostri uomini simili agli schiavi siri, che quanto son più periti del greco, tanto sono più nequitosi.»
Chi loda il carme salïar di Numa
E dotto ei solo in quel, che meco ignora,
Vuolsi ostentar, non favorisce, e applaude
Gli estinti ingegni; ma nostr’opre impugna,
Le cose nostre, e noi livido adonta.
Che se stata odïosa a’ Greci fosse
Novità, quanto a noi, che avrian di antico?
Degli uomini a ciascuno il public’uso
Or che darebbe a logorar, leggendo?
Epist. lib. II. Epist. I.
[233]. Divina Comm. Inf. c. IV.
[234]. In Bruto.
Voi su greci esemplar’ la man stancate
La notte, voi le man stancate il giorno.
De Arte Poetica. Tr. id.
[236]. Lib. 11.
[237]. Satira I.
[238]. Epigr. Lib. 2.
[239]. Lib. 3, epist. 5.
[240]. Lib. 1, cap. 9.
Medico fosti, gladiator se’ omai;
E medico facevi
Appunto quel che gladiatore or fai.
Epigr. VIII. Lib. 74. — Tr. Magenta.
[242]. Primum e medicis venisse Romam Peloponneso Archagatum Lysaniæ filium anno urbis DXXXV... Vulnerarium eum fuisse e re dictum, etc. Hist. Nat. lib. XX. c. 6.
Tum primum artis medicæ nomen auditum Romæ agnitumque est. Tit. Liv. Lib. XXV. 2.
[243]. «Giurarono fra loro i Barbari (chiamavano i Romani barbari i forestieri) di uccider tutti colla medicina. E questo fanno, ripetendo per sopraggiunta la mercede, onde acquistar maggior credenza e più agevolmente sperdere. Vanno inoltre dicendo noi barbari e più sporcamente con siffatta appellazione noi insozzano che non gli altri Opici. In quanto a me, mi sono interdetto i medici.» Hist. Nat. XXIX. 1.
[244]. I libri superstiti sono dal VI al XIV e sono una compilazione per via d’estratti, di cui avanza tuttavia una parte sulla medicina e la chirurgia; abbracciava molte scienze, come la giurisprudenza, la filosofia, la rettorica, l’economia, l’arte militare. Sono scritti con purità di stile e sono di gran pregio segnatamente le istruzioni dietetiche e la parte che ha riferimento alla chirurgia.
E ormai da un pezzo
Tua vota zucca le ventose invoca.
Sat. XIV. v. 58, trad. Gargallo.
[246]. Celsus, lib. 11.
[247]. Storia degli Italiani, I. 1, c. XLI.
[248]. «Udite per tanto, ma non ascoltate come fareste d’un farmacista. Imperocchè le parole di costui si odono, ma nessuno che malato sia gli si commette in cura.» Gell. Notti Att. 1. 15.
[249]. Vedi tutta l’ultima Ode degli Epodi di Orazio, che è appunto rivolta a Canidia.
[250]. Pompei, pag. 350.
[251]. «I nostri maggiori così lodavano l’uomo dabbene, chiamandolo buon agricoltore, buon colono, e stimavasi essere amplissimamente lodato colui che così chiamavasi.»
[252]. Lib. III. 22:
Terra più ch’alla offesa, all’armi adatta.
[253]. «Razza d’uomini agreste, senza legge e comando, libero e indipendente.»
[254]. «Ire incontro ai nemici, e coprire dagli avversi attacchi la libertà, la patria, ed i parenti.» Catilin. 6.
[255]. Epoca Prima. Capitolo I.
[256]. «Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.» Or. pro Murena.
[257]. «Rimase chiusa in casa e filò la lana.»
[258]. Lib. III. c. 22. 23. 24.
[259]. Zonara. Lib. VIII. c. 6.
[260]. Or. Pro Lege Manilia.
[261]. Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza, che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e popolazione maggiori e com’io scrissi.
Mandaci o Nil, le messi tue copiose,
Da noi ricevi le fragranti rose.
Degli Etiopi le selve, ove la lana
Morbida cresce.
[264]. «In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.» De Bello Catilin.
[265]. «Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo, perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.» Hist. Natur. Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.
Gli arditi rivenduglioli
Avean già tutte le contrade invase,
E sin gli usci turavano alle case.
Tu, di sgombrar, Germanico,
Quegli spazii ordinasti, e in larga via
Si cangiarono i vicoli di pria.
Da incatenate bombole
Or più nessun pilastro interno è stretto;
Nè più il pretor nel fango è agir costretto.
Fra densa moltitudine
Non più il cieco rasojo alzasi, e tutti
Da bettole non sono i calli ostrutti.
Ebbe il barbier suoi limiti,
L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi:
In una gran taverna eri poc’anzi.
Epig. Lib. VII 61. Trad. Magenta.
[267]. Pœnulus. 4. 2. 13:
E si mangia e si bee come in popina.
Siccome il pan dal panattier cerchiamo,
Dall’enopolio il vino, e se il denaro
Loro si dà, cedon la merce.
Act. 1. x. 3.
[269]. «Qui dimora la felicità.»
[270]. Paris, Michel Lévy Frères, 1872.
[271]. Cic. Philip. XII, 9, De Senectute 23. — T. Liv. 28.
[272]. Cic. Philip. II, 28; Plaut. Pœnulus, att. IV, sc. 2.
[273]. Descrizione delle Rovine di Pompei, dell’arch. Gaspare Vinci. Terza edizione, Napoli, pag. 68.
[274]. «Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente ommessa la lettera H in capo alla parola elephantum. Qui poi mal si comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.
[275]. «Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle relative commodità.»
[276]. «Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri legge TVTILLVM.
PSEUDOLO
V’hanno dolci bevande ad abbondanza?
CARINO
E tu il domandi? Havvi del vin mirrato,
Del vin cotto, idromele e d’ogni miele:
Anzi, già un dì fin nel suo cuore aveva
Un termopolio aperto.
Pseudolus Act. II Sc. IV.
[278]. Pallad. 1. 42.
[279]. «Nè di giorno soltanto, ma quasi tutta l’intera notte con non interrotto volger di macchine producevano continua farina.» Apulej. Metam. Lib. IX.
[280]. Così ce li descrive Apulejo. Metam. Lib. I. X.
LIBANO
Forse mi meni là dove una pietra
Stritola l’altra pietra?
DEMENETO
Or che è codesto?
Dove è mai questo luogo in su la terra?
LIBANO
Dove piangon quegli uomini infelici,
Che di polenta cibansi.
Asinaria At. I. 4. 1. V. 16-18.
[282]. «Plauto fu pistore, avendo locato la propria opera a gran mole a mano. Perocchè codesto pestamento e fatica di stritolar grani fosse la più grave di tutte, e si dicesse il pistrino un luogo pieno di fatica e travaglio e che distruggeva le forze.»
[283]. Pur ne’ tempi moderni v’ebbero e v’hanno re, che attesero a mestieri volgari. Si sa di Luigi XVI abilissimo nell’orologeria e fabbro espertissimo; e il Principe ereditario dell’attuale imperatore di Germania si perfezionò ne’ rudi lavori fabbrili, e i giornali di questi giorni recarono che il di lui fratello minore s’applicò all’arte di legare i libri.
[284]. Nuova serie, n. 3 ottobre 1868, colonna 57.
[285]. «Talamo cliente invoca P. Paquio Proculo duumviro incaricato della Giustizia.»
[286]. Anche nelle Metamorfosi d’Ovidio, così vien immaginata dal Poeta la sua Bibli nell’atto che medita la propria lettera a Cauno:
Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram.
Lib. IX v. 520.
[287]. Metam. Lib. X.
[288]. Giornale degli Scavi, 1861, p. 106.
[289]. «Tutti i fruttivendoli con Elvio Vestale supplicano Marco Olconio Prisco duumviro di Giustizia.»
[290]. Lib. XIII. 55, Svet. in Augustum, 4.
[291]. Storia della Prostituzione, Cap. XXI.
Perchè, per fede mia, olezza bene
La donna allor che di niente olezza.
Però che quelle vecchie che sè stesse
Vanno d’unguenti ognor impiastricciando,
Decrepite, sdentate e di lor corpo,
Col belletto occultando i rei difetti,
Quando il sudor sen mischia, incontanente
Putono al par d’intingolo malvagio
In cui confuse molte salse il cuoco.
Di che odoran non sai, se non di questo
Che di pessimo odor puton, comprendi.
Atto I, Sc. 3, v. 116 e segg.
Numi immortali, almen trovassi in casa
Perifane, mi son quasi disfatto
A cercarlo per tutta la città:
Nelle botteghe mediche ed in quelle
Del barbier, nel ginnasio, in tutto il foro,
Da’ profumieri, da beccai, dappresso
I banchieri e, col chiederne, la voce
Ho fatta rauca.
Atto II. Sc. 2, 12 e segg.
Tu conoscesti la barbiera nostra,
Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelle
Case.
Atto II, Sc. 4, v. 51.
. . . . ma non mai
Tal barbiera, Ammian, rade. — Mi svela
Che fa ella dunque se non rade? — Pela.
Mart. Epigr. lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.
Pria che la man d’Eutrapelo sia giunta
Le guance e il mento di Luperco a radere,
In volto a questo un’altra barba spunta.
Id., ibid.
[297]. Pompei, étude sur l’art antique.
[298]. Bucolica VII, 32.
[299]. Vellej. Paterc. II, 82.
[300]. Philip. III, 6.
[301]. Philip. XIII, 13.
[302]. Nat. Hist. IX, 56.
[303]. Sen. Fra. III, 18. Cic. Decr. II, 5, 33.
[304]. «Quelli che tingono la lana d’altro colore: gli offectores quelli che la ritingono dello stesso colore.» — Insomma i primi lo mutano, i secondi lo conservano.
[305]. P. 278, n. 170 e 171.
Sì puzzolente è Taide,
Che putir non suol tanto
Di tintor gretto un vecchio
vaso dïanzi infranto.
Trad. di Magenta.
Ora, in talun luogo si usufrutta delle orine per ragione di ingrasso. Già Vittor Hugo nei Miserabili mostrò di quanta utilità sarebbe il trar profitto in Parigi degli égouts: in Milano si è stabilita una società con tale intento sotto la denominazione di Vespasiano, dall’Imperatore di tal nome, che primo impose la tassa sugli orinatoi. Vedi Svetonio nella vita di questo Cesare.
[307]. Metam. L. IX, Plin. XXXV, 57.
[308]. Pompeja, Pag. 279.
[309]. Magenta tradusse:
Il nostral rosso ti versar le botti.
Ma come facilmente vedrà il lettore, il traduttore assegnò al vino il colore che il Poeta assegna al cadus; onde più fedelmente sarebbesi detto:
non peregrini
Il rosso caratel diffonde i vini.
Epig. Lib. IV, 66.
E il flavo mele da rubiconda
Fiala versare.
Epig. Lib. I, 56, trad. Magenta.
[311]. Petron. Satyricon, 34.
[312]. V. 31.
Anfora a far s’imprende; ond’è che poi
Gira la ruota, e n’esce orciuol?
Trad. Gargallo.
[313]. Ruines de Pompei, 4 vol. in folio. Parigi presso Firmin Didot. Il 4 volume fu compilato da L. Barré.
[314]. Museo Borbonico, 1 vol. in 4 ogni anno con tavole a bulino.
[315]. Ercolano e Pompei, Venezia 1841, Tip. Antonelli.
[316]. Vi furono dotti che congetturarono che le vôlte della Cloaca Massima facessero parte di canali coperti di un’antica città, forse Pallantea, sulle cui ruine si pretese fabbricata Roma; ma se così fosse Tarquinio non avrebbe fatto altro che restaurare quanto rimaneva dei vecchi acquedotti. Infatti le rendite del suo piccolo regno non avrebbero per avventura bastato a tanta opera. I lavori di essa ingranditi successivamente in diverse epoche, furono poi così spinti da Agricola, genero di Augusto, che, al dir di Plinio, formò, per così esprimersi, sotto il recinto di Roma una città navigabile.
[317]. Storia dell’Architettura di Tommaso Hope, pag. 25. Milano, 1840. Tip. Lampato.
[318]. Le Drame de Vésuve, chap. Herculanum.
[319]. Non voglio defraudare i lettori de’ venturi anni di conoscere l’autore di questa teorica, che lascia addietro ed eclissa ogni economista: essa appartiene al piemontese Quintino Sella, ministro più volte del Regno Subalpino e d’Italia.
[320]. Pompei qual era e qual è. Per Gustavo Luzzati. — Napoli, 1872.
[321]. Æneid., Lib. VI, v. 847 — 853.
Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;
Avvivino i colori e i bronzi e i marmi;
Muovano con la lingua i tribunali;
Mostrin con l’astrolabio e col quadrante
Meglio del ciel le stelle e i moti loro;
Chè ciò meglio saprem forse di voi.
Ma voi, Romani miei, reggete il mondo
Con l’imperio e con l’armi, e l’arti vostre
Sien l’esser giusti in pace, invitti in guerra;
Perdonare a’ soggetti, accor gli umili,
Debellare i superbi.
Trad. di Annibal Caro.
[322]. Epist. Lib. II, ep. 1, 32.
Tutto sorte ci diè; pittor, cantori,
Lottator siam degli unti Achei più dotti.
Trad. Gargallo.
[323]. Id. Ibid. 94-98:
Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameni
Studj si volse, e l’aura di fortuna
Nel vizio a dar la spinse; or di corsieri
Infiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,
Gli sculti avori amò; talor dipinta
Tavola gli occhi le rapiva e il core.
Trad. Gargallo.
[324]. «Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.» In Verrem, Lib. IV, De Signis.
[325]. Vedi Plin. Nat. Hist. XXXV, 7, che enumera questi colori e li dice alieno parietibus genere, cioè stranieri alle muraglie... udoque illini recusant, e rifiutano di appigliarsi agli intonachi umidi.
[326]. Dizion. delle Antichità.
[327]. Pompeja, Pag. 425, nota 2.
[328]. Opere, Ediz. Silvestri di Milano vol. secondo, p. 305.
[329]. «Aver l’effigie di Epicuro non nelle tavole (quadri) soltanto, ma ne’ bicchieri eziandio e negli anelli.» Fin. 5. 1. extr.
[330]. «Le tavole ben dipinte collocare in buona luce.» In. Brut. 75.
[331]. Natur. Hist. XXXV, 2.
[332]. «Nerone principe aveva ordinato lo si pingesse colossalmente della grandezza di 120 piedi sopra tela, genere fin allora sconosciuto; ma appena ultimata, una folgore piombata negli orti di Maja, la incendiò in un colla parte migliore degli orti.» Id. Ibid. 7.
[333]. Nat. Hist. XXXV, 135.
[334]. Pompéi et les Pompéiens. Paris 1867, p. 207.
[335]. Vedi Beulé, pag. 301, e La Peinture de genre, di M. Gebhart.
[336]. «Io in questo sol uomo trovo accogliersi qualunque vizio che immaginar si possa in uom perduto e scellerato: non v’è alcun tratto, io ritengo, di libidine, di scelleratezza e di audacia che voi non possiate vedere nella vita di questo solo.»
[337]. Sen. In Suasoriis. Lib. 1; in Lactan. Lib. 2, c. 4.
[338]. «Nerone ebbe non mediocre abilità tanto nel pingere che nello scolpire.»
[339]. «Opere da anteporsi a tutte l’altre sì di pittura che di scultura.»
[340]. Così chiamata perchè il 3 novembre 1753 vi si scoprirono 1756 volumi, o papiri, che, comunque in apparenza ridotti allo stato di carbone, poterono tuttavia essere svolti e letti, come già dissi a suo luogo.
[341]. Vol. I, pag. 267.
[342]. «I pavimenti di pietruzze passarono dal suolo alle camere e si fecero di vetro: è questa nuova invenzione. Agrippa (del tempo d’Augusto), certamente nelle Terme da lui fabbricate in Roma, dipinse all’encausto quant’era di terra cotta, nelle altre opere si valse degli stucchi: ma egli indubbiamente avrebbe fatto le camere co’ musaici di vetro, se il musaico allora fosse stato conosciuto, od anche dalle pareti della scena del teatro di Scauro sarebbero passati alle camere.» Histor. Natur. Lib. XXXVI, 25.
[343]. Senofonte, Ciropedia IV, 7.
[344]. Idem, VII, 3, 7.
[345]. Napoli, novembre 1831.
Nota del Trascrittore
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