CAPITOLO XX. Le Case.

Differenza tra le case pompejane e romane — Regioni ed Isole — Cosa fosse il vestibulum e perchè mancasse alle case pompejane — Piani — Solarium — Finestre — Distribuzione delle parti della casa — Casa di Pansa — Facciata — La bottega del dispensatorPostes, aulæ, antepagmentaJanua — Il portinajo — ProthyrumCavædiumCompluvium ed impluviumPuteal — Ara dei Lari — I Penati — Cellæ, o contuberniaTablinum, cubicula, fauces, perystilium, procœton, exedra, œcus, tricliniumOfficia antelucanaTrichila — Lusso de’ triclinii — Cucina — Utensili di cucina — Inservienti di cucina — Camino: v’erano camini allora? — Latrina — Lo xisto — Il crittoportico — Lo sphæristerium, la pinacoteca — Il balineum — L’Alæatorium — La cella vinaria — Piani superiori e recentissima scoperta — CœnaculaLa Casa a tre piani — I balconi e la Casa del Balcone pensile — Case principali in Pompei — Casa di villeggiatura di M. Arrio Diomede — La famiglia — Principio costitutivo di essa — La nascita del figlio — Cerimonie — La nascita della figlia — Potestas, manus, mancipiumMinima, media, maxima diminutio capitis — Matrimonii: per confarreazione, uso, coempzione — Trinoctium usurpatio — Diritti della potestas, della manus, del mancipiumAgnati, consanguineiCognatioMatrimonium, connubiumSponsali — Età del matrimonio — Il matrimonio e la sua importanza — Bigamia — Impedimenti — Concubinato — Divorzio — Separazione — DiffarreatioRepudium — La dote — Donatio propter nuptias — Nozioni sulla patria podestà — Jus trium liberorum — Adozione — Tutela — Curatela — Gli schiavi — Cerimonia religiosa nel loro ingresso in famiglia — Contubernium — Miglioramento della condizione servile — Come si divenisse schiavo — Mercato di schiavi — Diverse classi di schiavi — Trattamento di essi — Numero — Come si cessasse di essere schiavi — I clienti — Pasti e banchetti romani — Invocazioni al focolare — Ghiottornie — Leggi alla gola — Lucullo e le sue cene — Cene degli imperatori — Jentaculum, prandium, merenda, cœna, commissatio — Conviti publici — Cene sacerdotali — Cene de’ magistrati — Cene de’ trionfanti — Cene degli imperatori — Banchetti di cerimonia — Triumviri æpulonesDapes — Triclinio — Le mense — Suppellettili — Fercula — Pioggie odorose — Abito e toletta da tavola — Tovaglie e tovaglioli — Il re del banchetto — Tricliniarca — Coena recta — Primo servito — Secunda mensa — Pasticcerie e confetture — Le posate — Arte culinaria — Apicio — Manicaretto di perle — Vini — Novellio Torquato milanese — Servi della tavola: Coquus, lectisterniator, nomenclator, prægustator, structor, scissor, carptor, pincerna, pocillator — Musica alle mense — Ballerine — Gladiatori — Gli avanzi della cena — Le lanterne di Cartagine — La partenza de’ convitati — La toletta d’una pompejana — Le cubiculares, le cosmetæ, le calamistræ, ciniflones, cinerarii, la psecas — I denti — La capigliatura — Lo specchio — Punizioni della toaletta — Le ugne — I profumi — Mundus muliebris — I salutigeruli — Le VenereæSandaligerulæ, vestisplicæ, ornatrices — Abiti e abbigliamenti — Vestiario degli uomini — Abito de’ fanciulli — La bulla — Vestito degli schiavi — I lavori del gineceo.

Conosciuta che abbiamo la vita publica de’ Romani, se non desunta interamente da quanto offrirono gli scavi di Pompei, certo tuttavia avvalorata e grandemente da essi, facciamoci ora a chiedere ai medesimi tutto quanto ha tratto alla vita privata. Entriamo nelle case di Pansa e di Sirico, di Cornelio Rufo e di Caprasio Primo, di Olconio e di Giulia Felice, non che de’ molti altri facoltosi pompejani: affacciamoci anche alle più modeste ed a quelle dell’uomo del popolo e interroghiamo. Quelle mute rovine ne avranno di eloquenti rivelazioni a fare. Collo ajuto degli scrittori di quel tempo indovineremo l’uso d’ogni singola stanza, come con essi ci siam resa ragione d’ogni altra cosa, che siam venuti fin qui discorrendo, e risaliam dopo alle più elevate considerazioni toccanti la famiglia e il costume, gli usi e le consuetudini. Ampio è codesto argomento che piglio a svolgere; ma vedrò modo di rapidamente farlo.

Avanti tutto, esaminiamo, o lettore, la casa, nel suo materiale.

La prima osservazione che si presenta è quella, che abbiamo insieme già fatta, parlando nel capitolo dell’Arti dell’Architettura: la piccolezza cioè, di esse, della quale a stento possiamo capacitarci, accostumati come siamo ad ammirare la vastità de’ palazzi de’ nostri grandi, e l’ampiezza pur delle nostre case. Ricorderà il lettore che non solo credetti attribuire questa piccolezza delle case pompejane alla vita che que’ cittadini facevano frequentemente in istrada e in piazza, ma piuttosto alle abitudini, alle tradizioni ed al gusto de’ Greci che vi si conservavano. Ecco perchè mai si terrebbe ad esempio una casa pompejana, per formarsi un’esatta idea di una casa romana. I Greci studiarono più presto le bellezze delle forme architettoniche, che lo splendore della grandezza seguìta da’ Romani. Questi d’altronde non avrebbero potuto colle anguste abitazioni greche mantenere il costume superbo d’essere sempre seguiti e corteggiati da una folla di clienti, d’essere sempre assistiti e serviti da una quantità di servi. Alla finezza del gusto finalmente sopperirono i Romani colla magnificenza.

Colle case pompejane pertanto argomentiamo in quelle vece solamente come potessero essere le case di Pericle e di Aristide, di Socrate e di Platone, di Atene, di Sparta e di Corinto.

Contuttociò, la distribuzione delle parti puossi dire comune tanto alle case greche che alle romane; suppergiù una casa pompejana è distribuita come era una casa romana, eccettuata l’ampiezza maggiore di quest’ultima; come pure si possa dire che visitata una casa, siensi visitate tutte, perocchè a un di presso siano tutte egualmente conformate: nelle sole decorazioni consistendo per avventura la differenza.

Un’altra diversità si riscontra per avventura nel mancare le case pompejane di vestibulum. Tal nome non davasi già a quella parte della casa che così designiamo oggidì, ma bensì come raccogliesi da Vitruvio e da Aulo Gellio[57], a quella corte o piazza che stava avanti alla casa, od a qualunque altro grandioso edificio, subito sulla fronte dell’entrata principale, lo che ottenevasi col prolungare le mura laterali al di là della facciata dell’edifizio, come del resto suole, di frequentemente vedersi massime ne’ palazzi di campagna, chiuse per lo più cotali corti o piazzali da muri o cancellate, od anche determinate da albereti. In Pompei, città di terz’ordine, adagiata su d’un pendio, che non poteva disporre di larghi spazi, che le case erano piccolette, non vi potevano essere vestiboli nel senso che assegnavasi allora ad essi, convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare per altro dal luogo stesso di Vitruvio che in greco dicendosi prothyra i vestiboli che sono avanti alle porte, e prothyra da’ Romani quelli che in greco si dice diathyra, cioè cancello o riparo, vestibolo potesse essere detta pur quella parte subito successiva dove stava l’ara o focolare, di cui dirò fra breve, se si deve aggiunger fede ad Ovidio:

Huic quoque vestibulum dici reor: inde precando

Adfamur Vestam; quæ loca prima tenes[58].

Or venendo a dire dell’altezza delle case di Pompei, se in Roma si spinse talmente la fabbrica delle case fino ad esservi undici piani, tal che Augusto fosse costretto a rendere un editto che conteneva l’ardimento degli architetti acciò non varcassero l’altezza di settanta piedi, e Trajano a ridurla a sessanta, per la maggiore sicurezza e salubrità: in Pompei, sa già il lettore, come quasi tutte le case sembri non abbiano avuto che il pianterreno e un primo piano, che appellavano solarium, onde il nostro solajo. Taluna appena, come vedrà più avanti, si riconobbe aver avuto due piani e il solajo.

Qui altra osservazione è dato di fare avanti queste casette pompejane, prima di mettervi il piede: la mancanza, cioè, assoluta di finestre sulla via. Poteva ciò essere l’effetto delle imposizioni che gravitavano su di esse; ma più perchè la casa tenevasi per santuario chiuso all’occhio profano; perocchè le imposte gravi, non avrebbero trattenuto gli Olconj e i Pansa, e i tanti altri maggiorenti dallo averle. Del resto anche nell’interno le camerette il più sovente ricevevano luce dall’uscio e da lucernari dall’alto. La luce piovente dall’alto era anche in Roma in quasi tutte le case: avvertimento codesto non inutile pel giusto collocamento de’ capolavori dell’arte antica, e pel modo più sicuro di apprezzamento.

Sa già del pari il lettore come Pompei si dividesse in regioni, regiones, e queste in isole, insulæ, le quali assumevano il nome del proprietario principale delle case o dell’unica casa onde si costituiva, come questa di Pansa, che invito il lettore a visitare come esempio di tutte nella via delle Terme.

Scoperta dal 1811 al 1814, si ritenne appartenente a Pansa, edile, poichè un’iscrizione dipinta su di una spalla o pilastro della porta così dicesse:

PANSAM ÆDILEM PARATVS ROGAT[59].

Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ricordata nell’Anfiteatro: essa doveva essere tra le più influenti e autorevoli nella città; Fiorelli, nella Storia delle Antichità Pompejane, riferisce quest’altra iscrizione che rammenta Cuspio Pansa:

CVSPIUM PANSAM
AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS
LIBERTINORVM[60].

La facciata principale ha sei botteghe, nel cui mezzo vi è la porta: le botteghe per altro, come in quasi tutte le altre case, non hanno comunicazione coll’interno della casa, all’infuori di una che riusciva all’atrio, occupata forse dallo schiavo, dispensator, che là vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo del padrone, come, massime in Firenze, veggiam praticarsi tuttodì. Delle botteghe non ci intratterremo, perchè l’abbiam già fatto nell’apposito capitolo.

Della porta d’ingresso della casa esistono ancora i due pilastri, o stipiti, postes, non le antæ o fores, o battenti, diremmo noi, perchè consumate dal fuoco del Vesuvio, ma che secondo lo stile de’ Romani, dovevano essere di cedro o d’altro legno prezioso, di nobile architettura, o a specchi ornati di intagli, o a grosse borchie a capocchie dorate, e si dicevano antepagmenta; e si aprivano al di dentro della casa, onde non essere d’impaccio sulla via, in ciò diversificando dal costume greco. Chiudevansi poi internamente con ispranghe di ferro che dall’alto scendevano a configgersi in terra come pur oggidì si usa.

Janua dicendosi la porta, janitor era detto il portinajo, od anche ostiarius, al qual ufficio destinavasi uno schiavo incatenato che stava a sedere nella cella ostiaria, ed aveva la cura dell’ingresso, tenendo una verga nella mano. Nella casa di Pansa, come nella più parte delle case pompejane, l’ostiarius doveva stare nel prothyrum, o stretto corridojo corrispondente alla porta e che metteva all’atrium. A fianco dell’ostiarius stava spesso un grosso cane, ma già espressi come si fosse sostituito al cane vivo, uno di musaico, che lo rappresentasse, od anche la semplice leggenda cave canem. Ricordai pure come sul limitare dell’atrium vi fossero anche altre leggende, come salve, salve lucru, ecc. In questa casa di Pansa leggevasi la sola parola SALVE in musaico, la quale fu trasportata nel Museo di Napoli.

L’atrium, detto eziandio cavædium, quasi la parte cava e vuota della casa, cava ædium, è nella casa di Pansa un cortiletto della specie tuscanica, recinto di portici e semplice, sostenuto da quattro mensole affrancate nel muro, e sul quale venivano a poggiare le quattro parti del tetto che versavano la pioggia nel compluvium, o bacino, nel mezzo del cortile. Talvolta dagli scrittori si confondono il compluvium coll’impluvium e si scambiano promiscuamente. Plauto medesimo ha nel Soldato Millantatore, Miles gloriosus, questi versi:

Mihi quidem jam arbitri vicini sunt, meæ quid fiat domi,

Ita per impluvium intro spectant[61].

A togliere siffatto inconveniente del guardar de’ vicini per l’impluvio nella casa, Plinio ne fe’ sapere come si usassero cortine che coprissero tutto il compluvio. A fianco dell’impluvium era il più spesso un puteal o bocca del serbatojo d’acqua: qui era pure un altare per gli Dei domestici, lares, su cui ardevansi profumi.

Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva avere un altare, e su di esso della cenere e dei carboni accesi. I Greci questo altare appellavano ἑστὶα, parola colla quale si designò di poi la dea Vesta, la quale, per testimonianza d’Ovidio, non era che fiamma viva.

Nec tu aliud Vestam, quam vivam intellige flammam[62],

e più sotto:

Effigiem nullam Vesta nec ignis habent[63].

I latini lo chiamavano ara ed anche focus. Impedivasi che questo fuoco si estinguesse, curando che anche la notte, coperto dalle ceneri, non si consumasse interamente. Al mattino era prima sollecitudine di ravvivarlo, perchè la sua estinzione equivaleva a funesto presagio; tanto così che focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta. Nè doveva essere codesta alimentazione del fuoco sull’ara una costumanza indifferente, se v’erano regole e riti all’uopo. Non era buona ogni sorta di legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata empietà, meno poi gittarvi su materie immonde. Tuttavia Macrobio, ne’ suoi Saturnaliorum, ricordò come presso i Romani alle calende di Marzo ciascuna famiglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro, per riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel lib. III, Fastorum:

. . . . vires flamma refecta capit[64],

ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il ferro, ma si dovesse concentrare in un punto solo i raggi solari, o forse far uscire la scintilla dal rapido sfregamento di due legni.

A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con offerte di fiori, d’incenso, di vino e di vittime, veggendosi in esso un dio provvido, benevolo e protettore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere in Virgilio di Ecuba, che quando il palazzo di Priamo fu invaso da’ Greci, visto Priamo stesso venirle innanzi giovenilmente armato, ella gli avesse a dire:

. . . . quæ mens tam dira, miserrime conjux,

Impulit his cingi telis, ant quo ruis? inquit.

Non tali auxilio, nec defensoribus istis

Tempus eget: non si ipse meus afforet Hector

Huc tandem concede: hæc ara tuebitur omnes,

Aut moriere simul[65].

Focolare, lare domestico e Penati erano poi tutti una medesima cosa nel linguaggio ordinario. Infatti scrive Servio, lo scoliaste di Virgilio: «Per focolari gli antichi intendevano gli Dei Lari, e così Virgilio ha potuto indifferentemente ora dire focolare, per Penati, ora Penati per focolare[66]

I numi poi che gli antichi chiamavano Lari od Eroi, non erano che le anime de’ morti, alle quali assegnavano sovrumana potenza, la cui memoria era sempre annessa al focolare.

Di queste divinità costituivasi la religione domestica, di cui il solo padre famiglia era il pontefice, non essendovi per essa regole uniformi, giusta l’espressione di Varrone: Suo quisque ritu sagrificia faciat:[67] epperò le pratiche di questa religione, su cui il Pontefice aveva solo diritto a vigilare perchè si compissero, seguivano nell’interno della casa ed erano circondate dal segreto.

I Cavedj delle altre case pompejane erano più ricchi di quello della casa dell’edile Pansa, perchè recinti di colonne, e vi si annetteva infatti una certa importanza, perchè nel cavedio ricevevansi spesso i clienti e i forestieri. Dalla istituzione, che già ricordai trovata da Romolo, de’ patroni e de’ clienti originò l’affollarsi di questi ultimi alle case de’ primi. Quanto più ricchi ed influenti fossero i patroni, tanto era maggiore ed assidua la presenza de’ clienti. Fin dall’alba ne assediavan le porte, cercavano affezionarsene i servi, onde penetrare dal patrono per dargli il buon giorno, e queste sollecitudini dicevansi officia antelucana, e Giovenale, a far la loro caricatura, dipinse Trebio, che per accorrere ai mattutini saluti, non ha pur tempo di attaccarsi alle scarpe i legacci:

. . . habet Trebius propter quod rumpere somnum

Debeat et ligulas dimittere, sollicitus ne

Tota salutatrix jam turba peregerit orbem

Sideribus dubiis, aut illo tempore quo se

Frigida circumagunt pigri serraca bootæ[68].

Tutt’all’intorno del cavedio sonvi camerette, cellæ o contubernia, non illuminate che dall’aprirsi delle loro porticine, per uso degli schiavi.

Dopo il cavedio, seguiva il tablinum, detto pur tabulinum, stanza destinata dapprima a contenere gli archivii delle famiglie e le imagini degli avi, imagines majorum, delle quali già dissi in addietro; adoperata poi anche come sala da pranzo.

A destra ed a sinistra del tablinum sono due sale: quella a sinistra con pavimento a musaico doveva essere una biblioteca, a giudicar dai papiri carbonizzati e distrutti che vi si rinvennero: quella a destra doveva servire da camera da letto, cubiculum, da cuba, nicchia, nella quale entrava il capo del letto. Al Museo di Napoli veggonsi letti di bronzo trovati a Pompei: dovevan essere de’ ricchi, i quali li avevano anche di più preziosa materia. Nelle case più modeste eran di legno ed anche di materiale di fabbrica, su cui stendevano materassi o pelli.

Il passaggio fra il cubiculum e il tablinum chiamavasi fauces e per esso passavasi all’appartamento interno. Pel servizio della casa spesso le fauces giravano tutto all’intorno di essa.

Oltre il tablinum, era il perystilium, corrispondente alla Gyneconitis d’una abitazione greca. Nella casa di Pansa era un cortile circondato da sedici colonne d’ordine jonico con capitelli ornati. Spesso in questo spazio trovavasi un giardino, xystum, che in questa casa esiste separatamente, come vedremo più avanti; ma più ordinariamente, come qui, una piscina od un impluvium col suo puteal per attingervi l’acqua.

Il Perystilium è poi fiancheggiato da due camere, entrambe da letto, appena capaci a contenerlo, quella a sinistra preceduta da un’anticamera detta allora procœton.

Non è inopportuno osservare in un angolo del peristilio di questa casa di Pansa un corridojo, per il quale da una porticina detta posticum, si usciva sulla via della Fullonica, opportunissima al patrono per sottrarsi all’importunità de’ clienti, come nota Orazio nella epistola 5 del Lib. 1.

et rebus ommissis

Atria servantem postico folle clientem.

Dalla parte opposta al posticum evvi un’ala e nel fondo del peristilio alto di due gradini, la sala principale detta exedra, o meglio exedrium, come Cicerone chiama nelle sue epistole famigliari un diminutivo di exedra[69], od anche œcus, che serviva a convegno, alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha una gran finestra che dava sul giardino. Ma qui per sala da pranzo o triclinium, come appellavasi, era la sala sull’angolo destro del peristilio, avente a fianco il tinello per il vasellame e per tutto ciò che serviva al banchetto. Triclinium dicevasi dalla riunione di tre letti da mensa insieme disposti in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto lato aperto, perchè potessero i servi passare e porre su quella i vassoi. Diverse stanze di questo genere si scoprirono nelle case di Pompei, ma curioso è il vedere come fossero tutte piccole e invece di letti mobili avessero stabili basamenti su cui si adagiavano i convitati. V’erano anche i biclinia, tavole da pranzo di due soli letti.

Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo esposto agli occhi di tutti e a porte aperte, e le leggi Emilia, Antia, Julia, Didia, Orchia l’uso tradussero in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: ne singularitas licentiam generet[70]. Nella calda stagione si cenava anche sotto qualche albero fronzuto, operando in modo, a mezzo di cortinaggi (aulea), che la mensa e i convitati fossero riparati dal sole, dalla polvere o da altro pericolo di immondizia, come leggiam descritto da Orazio nel convito dato da Nasidieno a Mecenate, e la cui caduta produsse così deplorevole scompiglio:

Interea suspensa graves aulea ruinas

In patinam fecere, trahentia pulveris atri

Quantum non aquilo campanis excitat agris.

Nella casa d’Atteone in Pompei esiste uno di questi luoghi da pranzo di pergolati, detti Trichila, in cui si mangiava all’aperto sotto padiglioni di verdura; vi sono solidi muramenti a ricevere i materassi di tre letti triclinarii e con fontana davanti che zampillando dovea produr vaghezza e frescura.

Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii: alle tavole primitive di abete o di faggio successero quelle di avorio, di scaglia, di testuggine, di bosso, d’acero, di cedro, e poscia vi incastonarono pietre preziose e vi applicarono piastre d’oro e d’argento come ai letti triclinari che erano di comunissimo legno; ma caduta la repubblica, anche ad essi si estese la ricercatezza, talchè i tappeti babilonici di Nerone valutaronsi quattro milioni di sesterzi, cioè 840,000 lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talchè posar il gomito in casa d’alcuno, ponere cubitum apud aliquem, equivaleva pranzar da alcuno, come leggesi in Petronio: hic est, inquit Menelaus, apud quem cubitum ponetis[71], e come direbbesi da noi mettere i piedi sotto la tavola. Così sternere lectulos, voleva dire preparare la tavola: onde si legge in Terenzio:

Et lectulos jube sterni nobis et parari cætera[72].

Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assistere il lettore ad una mensa pompeiana, o romana, che val lo stesso.

Divisa dal triclinium per un corridoio, fauces, ed a mano sinistra, è la cucina nella casa di Pansa. Questa distanza rese dubbio in taluni la designazione del triclinio; ma dove si consideri che ciò provvedeva ad impedire che il fumo e gli odori della cucina giugnessero, l’esitazione sparirà. La cucina, culina, ha presso una piccola cameretta pel migliore servizio, ed un’altra per il pranzo, forse de’ servi, che aveva un’uscita sulla via di Fortunata. Nella retrocucina stanno de’ podii o muricciuoli per appoggiarvi le giarre d’olio e gli utensili, e una tavola per la confezione del pane o di cose dolciate.

Nella cucina veggonsi dipinte due persone che sacrificano, e al disotto due serpenti che proteggono l’ara sacra alla dea Fornax, protettrice dei fornelli. Ai lati vi sono dipinti in rosso presciutti, pesci, pezzi di cinghiale, lepri ecc. In essa poi si rinvennero stoviglie e molti utensili di bronzo e nei fornelli la cenere.

Qui credo dare il nome d’alcun utensile di cucina usato in Pompei ed in Roma. Ahenum era un calderone, che sospendevasi al disopra del fuoco per iscaldarvi l’acqua; cortina era un profondo calderone circolare per farvi bollir carne; cacabus una specie di casseruola che ponevasi su d’un treppiede, tripus, al fuoco per cuocervi carni, legumi, ecc. Tripus dicevasi anche un calderotto su tre piedi per far bollire commestibili, come si vede in una pittura che rappresenta una scena del mercato di Ercolano; hirnea echytra, vasi di terra cotta, per bollire e cucinare; mateola, la pala; forcipes, le mollette da camino; foculus, l’aiuola del camino, ed anche lo scaldavivande e il veggino per iscaldarsi le mani; testum, detto anche da noi testo; craticula, la graticola; batillus, la nostra paletta; sarago, specie di padella; rudis, la tazza per ischiumare; scutriscum, la padella; situlus aquarius, il secchio; trulla, vaso che versava l’acqua nel lavatojo a mezzo d’un manubrio; trullens, catino; trua, cucchiaione per ischiumare la superficie dei liquidi; mutellio, vaso d’acqua con manico; cucuma, fosse la nostra cocoma per far bollire l’acqua; haenum coculum, la marmitta da minestra; fistula, pila per tritare il farro; cribra incernicola, il crivello; colum, il colatojo; culter coquinarius, coltello da cucina; formella, la forma per accomodarvi più vagamente il pesce; ovulare, strumento per cuocere le uova. Anthepsa era un apparecchio contenente il suo proprio fuoco e gli scaldatoi dell’acqua in modo da essere acconci a cucinare in qualunque parte di una casa, e di tali arnesi se ne trovarono diversi negli scavi di Pompei. Carnarium dicevasi l’arnese sospeso al soffitto e fornito di chiodi ed uncini onde appendervi salumi, erba, frutta ecc., e designavasi con tal nome anche moscajuola o dispensa per conservare i commestibili; clibanus, vaso coperto traforato in giro a piccoli buchi per cuocervi il pane, al qual effetto si circondava di ceneri calde, e Trimalcione, in Petronio, per ridicola ostentazione si valeva del clibano d’argento; mortarium, il mortaio, pilum, pistillum, pila e pestello; vera, lo spiedo, vara, l’alare per sostenerlo; infundibulum, l’imbuto; olla, vaso d’argilla cotta adoperato per cucinare come la nostra pignatta: più piccola e fatta di metallo, dicevasi lebes.

Gli inservienti della cucina erano coqui, i cuochi; focariæ le cuciniere, piuttosto guattere; focarii i mozzi da cucina.

Prima di lasciar la cucina, farò cenno se la voce caminus possa intendersi pel nostro camino, ossia per quella gola che mena via il fumo attraverso i varj piani della casa e lo scarica al disopra del tetto. «I passi, scrive Rich, che si potrebbero citare non sono punto concludenti, e la mancanza di qualsiasi cosa che somigli a un fumajuolo, in cima d’una fabbrica, nei numerosi paesaggi dipinti dagli artisti di Pompei e di qualunque effettiva traccia d’un simile congegno negli edifizj publici e privati scoperti in quelle città, porse prova sufficiente che s’egli era noto agli antichi, devono però averne fatto uso molto di rado; quindi nella più parte delle case il fumo deve avere avuto l’uscita o da un semplice buco nel tetto o dalla finestra o dalla porta. Se non che dei congegni per fare fuoco nel centro d’una stanza, accompagnanti almeno a una certa gola, sono stati scoperti in parecchie parti d’Italia, uno a Baja, uno presso Perugia, ed un terzo a Civitavecchia, e di questo si vede la pianta nell’incisione che sta nel manoscritto di Francesco di Giorgio, che si conserva nella libreria publica in Siena. La forma è un parallelogramma chiuso per intiero da un muro alto dieci piedi (m. 3,047) da tre de’ suoi lati, ma con un’apertura o porta. Dentro questo guscio sono allogate quattro colonne con un’architrave sopra di esse, che reggevano una cupoletta piramidale, sotto la quale si accendeva il fuoco sul focolare: la cupoletta serviva a raccogliere il fumo a misura che saliva su, e lo lasciava passare a traverso un foro in cima. Se gli edifici, nei quali quelle stufe erano costrutte avevano un piano solo, non si usava, forse, gole di sorta: ma se, com’è probabilissimo, ci erano degli appartamenti di sopra, par quasi certo, che una piccola gola o canale dovesse essere collocata sopra lo spiraglio della cupola nella stessa maniera che egli è in un forno di panettiere in Pompei, quantunque l’altezza originaria non può essere determinata, stantechè non rimanga che una porzione del pian terreno.»

La latrina, parrà strano, era quasi sempre, come nella casa del Questore, vicina alla cucina! Non consisteva per lo più che in una cameretta con una seggia, perchè non vi avevano pozzi neri. Del resto nulla ci deve maravigliare se nella bassa Italia queste segge si videro nella cucina stessa anche in case agiate.

Dal lato opposto alla cucina, a fianco alla exedra, vi sono le altre fauces, o corridoio, che da questo lato fu diviso in due parti: la prima convertita ad uso di tabularium per la conservazione dei papiri importanti e delle cose preziose; la seconda è una camera forse destinata allo studio e riesce allo xisto o giardinetto, dove fiori ed arboscelli crescevan vaghezza alla casa e ne profumavan l’ambiente. Una fontana alimentata da un serbatoio in fondo dello xisto irrigava le ajuole: si rinvennero tubi di piombo e due grandi caldaje di bronzo che or si conservano nel Museo. Tra lo xisto e il peristilio era una specie di galleria coperta, che chiamavasi da’ Romani cryptoporticus e permetteva, anche nell’ore più soleggiate, rimaner nel giardino all’ombra. Fu qui che venne trovato il più bel candelabro di bronzo che si ammiri nel suddetto Museo. Orazio così accenna simili giardini di una casa di campagna:

Nempe inter varias nutritur silva columnas

Laudaturque domus longos quæ prospicit agros[73].

E Plinio, descrivendo a Gallo il suo Laurentino, o villa che teneva nella campagna romana, presso al luogo ove è l’odierna Torre di Paterno, e lungo il mare, così parla dell’ufficio dello xisto e della galleria attigua: Ante cryptoporticum xystus violis odoratus. Teporem solis infusi repercusso cryptoporticus auget quæ ut tenet solem, sic Aquilonem inhibet submovetque: quantumque caloris ante, tantum retro frigoris. Similiter Africum sistit, atque ita diversissimos ventos, alium alio latere, frangit et finit. Hæc jucunditas ejus hieme, major æstate: nam ante meridiem xystum, post meridiem gestationem hortique proximam partem umbrania temperat, quæ ut dies crevit decrevitque, modo brevior, modo longior hac vel illac cadit. Ipse vero cryptoporticus tum maxime caret sole, quum ardentissimus culmini ejus insistit. Ab hoc petentibus fenestris Favonios accipit transmittitque: nec unquam aere pigro et manente ingravescit[74].

Tale era dunque il pian terreno d’una casa signorile pompejana: od almeno questa era la distribuzione più generale e più regolare; poche sarebbero le modificazioni che si rinverrebbero nelle altre case. Tuttavia sarebbero in talune rimarchevoli lo sphæristerium pel giuoco alla palla, la pinacoteca o sala delle pitture; il balineum o il bagno; l’alæatorium o sala del giuoco, e la cella vinaria per la conservazione del vino e dell’olio, che non esistevano in tutte.

Rimarrebbe a dire del piano o piani superiori: ma non ne rimane esempio in Pompei, perchè rovinati interamente nel seppellimento della città, o caduti nello sterramento: sembra tuttavia che fossero destinati più specialmente all’abitazione delle donne ed alla servitù della casa, e le camere di essi piani dicevansi cœnacula. Tracce di esistenze di tali piani si riscontrano in Pompei in certe scalette che veggonsi praticate nelle fauces di più case, e se in questa città dovevano essere tutte le costumanze di Roma introdotte, dovevano esistere anche scale esterne che mettevano a questi piani superiori[75].

Quasi in prova di case a più piani, una viene additata appunto col nome di casa a tre piani, presso alla casa della Danzatrice; ma di questi tre piani non rimane adesso vestigio, solo vedendosi che sotto al livello della via publica era il pian terreno, ed un resto di scala che metteva al primo piano.

A proposito di piani superiori, non lascierò qui di riferire quanto si legge nel Giornale di Napoli dell’otto novembre (1872):

«A Pompei in ottobre gli scavi furono continuati negli stessi luoghi del mese innanzi, cioè sulla sinistra della porta antica più vicina alla ferrovia, ed in un’isola che ha la fronte sulla strada Stabiana. Questa via, dove s’avvicina alla porta dello stesso nome, s’insinua nel fondo di una piccola valletta, e sulle coste laterali si dispiegano con varia pendenza edifici privati e pubblici. Il lato occidentale è opportunamente coperto dai due teatri, nei quali il declivio del suolo serve a sostenere le gradazioni ove sedevano gli spettatori. Sul lato opposto od orientale è situata l’isola, che ora si restituisce a luce, e che precisamente sta in parte di fronte ai teatri, e in parte si prolunga più al nord. In ottobre vi fu interamente messa allo scoperto una bella e grandiosa abitazione, che, per la indicata accidentalità del suolo, ha nel piano della via l’atrio con le stanze attinenti, ed il resto ad un livello tanto più elevato, che forma un vero secondo piano, quantunque non sovrapposto a quello inferiore. È la prima volta che s’incontra nelle case di Pompei una disposizione siffatta.»

Avevano poi questi piani superiori, finestre e balconi? Non lo si può dire; ma è permesso congetturarlo e credere di sì, se sussista tuttavia in Pompei la casa detta del Balcone pensile, sterrata nel 1862. A vero dire più che un vero balcone, esso è ciò che dicevasi mœnianum, ossia terrazzino coperto sporgente sulla strada da uno dei piani superiori e sostenuto da mensole infisse nei muri; quantunque da quell’esempio unico che si ebbe in Ercolano d’un edificio in piedi, e che si dovette demolire, perchè tutto il legname e gli architravi che lo sorreggevano si trovarono pressochè carbonizzati, siasi raccolto che dodici camerette, cœnacula, fabbricate sui corridoi superiori alla corte, ricevessero luce da finestre che guardavano nell’interno. Di congeneri balconi pensili offrivano gli scavi pompejani diversi esempi, ma trascurati o non compresi, caddero in rovina: questo solo che diè nome alla casa fu con tutta diligenza restaurato, onde riesca una delle più importanti case che si additino in Pompei.

Recentemente, ossia nel 28 luglio 1872, secondo leggesi nel Giornale degli Scavi[76], Appendice III, nella Relazione officiale dei lavori eseguiti in Luglio ed Agosto 1872, nel disterro dell’isola settima nella Regione settima, a nord-ovest del Tempio di Venere si è scoperto un altro balcone pensile, che affaccia sopra un vicoletto, che ha una direzione perpendicolare al lato occidentale del Tempio.

Dopo quanto ho detto circa la somiglianza che si hanno quasi tutte le case pompejane, non parmi consentaneo a’ miei intenti venir descrivendo parte a parte ognuna che fu scoperta e che pur richiamerebbe l’attenzione per la particolarità degli oggetti ritrovati: pur nonpertanto ne segnalerò almeno il nome ottenuto nella designazione degli scavi.

La Casa del Poeta Tragico in Pompei Vol. III, Cap. XX.

Presso la porta della Marina è la casa detta di Championnet, così chiamata perchè vi si praticarono scavi alla presenza del francese generale di questo nome; la casa del Cinghiale fu così nomata da un cinghiale contro il quale si slanciano due cani, rappresentato nel mosaico del vestibolo; Nuova Casa della Caccia, perchè la parete sinistra del peristilio offre una bellissima pittura esprimente una caccia d’animali, e si vede un orso che si scaglia contro un cinghiale, e in distanza un leone che sta per superare un dirupo e trarre in soccorso dell’orso: è detta nuova, perchè altra ne portava già identica denominazione; la casa di Sirico nella via del Lupanare, fu detta da un sigillo che si rinvenne, su cui si lesse tal nome. Presso alla soglia dell’atrio leggesi in musaico il saluto SALVE LVCRV, che già m’avvenne di ricordare nel chiudere il discorso delle tabernæ. Nella via d’Augusto evvi la casa della nuova fontana o dell’Orso, essendovi nel prothyrum un musaico che lo raffigura accosciato e ferito da una lancia; la casa di Marte e Venere per la bellissima pittura che li rappresenta in un bellissimo specchio circolare su d’un pilastro fra la prima e la seconda camera da letto, cubicula, dell’atrio. La casa di Cornelio Rufo ha il busto in marmo del proprietario con sotto scolpite le parole CORNELIO RVFO; la casa detta del numero 4 è interessante per le sue molte pitture: quella del Citarista deve il suo nome alla superba statuetta in bronzo d’Apollo Citarista che vi si rinvenne e che fu trasferita al Museo. La casa di Olconio, tra i maggiorenti più rispettabili di Pompei, dà il nome alla strada e offrì, nel 1853, quando vi si praticarono gli scavi, interessanti oggetti d’arte e dati importanti della vita pompejana. Tutta l’insula di M. Epidio Sabino, che sta rimpetto alla casa del Citarista, contiene due abitazioni di cui una certamente era dello stesso M. Epidio Sabino, proclamato duumviro di giustizia per avviso di Tito Svedio Clemente, come si lesse nella facciata esterna della casa. Importantissima per le sue decorazioni e per le sculture è la casa di Marco Lucrezio, questo nome essendosi desunto da una pittura d’una camera del peristilio, che raffigurava una tavoletta pugillare con uno stilo, un calamaio, un sigillo e le parole M. Lucretio Flam. Martis Decurioni Pompeis[77]. Il lettore conosce già la casa del Fauno per la stupenda statuetta in bronzo trovata nell’atrio, per il musaico della Battaglia d’Isso e per altre molte preziosità; così quella di Castore e Polluce, detta anche del Questore, e che è pure considerata come una delle più belle di Pompei, e dove già notai tante degnissime cose d’arte. La casa dell’Ancora, dal musaico della soglia, presenta una particolarità, un sotterraneo, cioè, nel fondo di essa, da cui si passava in una gran sala circondata da nicchie al livello stesso del sotterraneo. La casa del Poeta già visitò il lettore, quando vi trovò il musaico all’ingresso, rappresentante il cane alla catena, col motto CAVE CANEM, e vi ammirò molte altre artistiche cose. Casa del Maestro di Musica fu nominata quella non discosta dalla casa di Pansa, sulle cui pareti interne si videro dipinti varii istrumenti musicali; e di Sallustio quella sul cui muro esterno si lesse l’iscrizione, pressochè interamente cancellata adesso:

C. SALLVSTIVM. M. F.

Nell’impluvium di questa bella casa, sovra base di marmo, si rinvenne un gruppo in bronzo del più puro stile greco e di rimarchevole bellezza, raffigurante Ercole che ha raggiunto alla corsa la cervetta, dalla bocca della quale usciva un getto di acqua, e che per la poca cura che s’ebbe dapprincipio degli scavi si lasciò che se ne privasse il Museo di Napoli, che solo ne serba una copia in gesso, l’originale trovandosi nel Museo di Palermo. In questa casa, come in diverse altre, nel fondo della abitazione si osserva un lararium, nicchia o piccolo tabernacolo, con frontispizio, a custodia dei domestici numi o lari, spiriti guardiani della famiglia. Vi si trovò diffatti un idoletto di metallo, un vasetto e una moneta d’oro, e dodici altre di bronzo di Vespasiano.

Per ciò solo che comprenda tre abitazioni e senza alcun altro apparente motivo, dove non fosse un altare pel fuoco sacro nella terza corte che somiglia a un tempio, non lungi dalla casa del Chirurgo, della quale a suo luogo ho già intrattenuto il lettore, fu detta casa delle Vestali, quella che è in Via delle Terme, e la quale ha sulla soglia il saluto: SALVE. Ha essa tre cortiletti con portico all’ingiro a colonne. Al lettore tenni già parola della casa di Cicerone, che è nel Pagus Augustus Felix, nè vi aggiungerò altro.

Di moltissime altre già scoperte dovrei fare menzione, come di quella dell’Argenteria, per molti vasi di questo metallo rinvenuti; di Cajo Memmio, di Cajo Vibio, di Caprasio Primo, di Fusco, di Polibio, di Pomponio, di Popidio Prisco, di Popidio Secondo, di Gavio Rufo, dei Diadumeni, di Spurio Meseor (mietitore), di Giulia Felice, per non dire di quelle altre moltissime che ricevettero nome da pitture o sculture, o da qualche particolare circostanza come le case di Zeffiro e Flora, di Venere, e Marte, delle Nereidi, di Nettuno, delle Amazoni, di Atteone, delle Danzatrici; dell’Arciduca di Toscana, dell’Imperator di Russia, di Giuseppe II, del Re di Prussia, della Regina d’Inghilterra; dei vasi di vetro, dei tre piani, del torchio di terra cotta, della muraglia nera, dei bronzi, dei fiori e vie via di tante altre; ma come dissi, suppergiù l’una all’altra somiglia: le sole decorazioni più o meno ricche distinguendole; rese poi più o meno interessanti dalla preziosità dagli oggetti che vi si ritrovarono.

D’una sola tuttavia m’incombe il debito di particolarmente descrivere, per ciò appunto che nella sua distribuzione e nelle diverse sue attinenze diversifichi dalle altre: essa è posta nel sobborgo, nella via delle Tombe, e si designa piuttosto come una casa suburbana o di campagna.

Posta rimpetto al sepolcreto di Marco Arrio Diomede, liberto di Arrio, maestro del Pagus Augustus Felix, come leggeremo sull’iscrizione di esso nell’ultimo capitolo di quest’opera, si credette che la casa fosse a lui spettata; onde proseguiamo noi pure a ritenerla per sua. Essa è l’ultima abitazione a sinistra della via delle Tombe, e presentando due piani, riesce indubbiamente di particolare interesse. La descrizione di essa e la descrizione delle sue ville che fa Plinio il Giovane nelle sue Epistole ci forniscono l’idea completa d’una romana villeggiatura.

Si entra nella casa di M. Arrio Diomede, discendendo alcuni gradini di marmo aventi a ciascun dei lati una colonnetta di materia laterizia. Subito si presenta, come osserva Vitruvio parlando delle case di campagna, una corte aperta, atrium, recinta da quattordici colonne di ordine dorico pur di mattoni rivestiti di stucco che dovevano formar portico. Questo medesimo piano, avendo verso il giardino una loggia scoperta, lo dominava. Nella detta corte c’era un impluvium e da ciascun lato stavano due puteali per attingervi l’acqua. A destra dell’atrio, le camere per gli schiavi e una scaletta per ascendere al piano superiore destinato forse alle donne; a sinistra, l’appartamento per il balineum, o bagno privato, che già il lettore trovò parte a parte descritto nel capitolo delle Terme. Dall’un dei portici dell’atrium si va alla dispensa, dove intorno ad una tavola di marmo si trovarono stoviglie da cucina. Quindi seguono i cubicula, o camere da letto, già ricche di pitture e musaici. Il triclinium era nel mezzo di forma semicircolare e le pareti dipinte a pesci natanti nell’acqua. Tre larghe finestre riguardavano alla campagna e lo rendevano più allegro. Ancora dalla corte scoperta si accedeva ad altro appartamento, costituito da un’exedra, o sala da conversazione, e da altri salotti, da cui si entrava in una galleria, su di una sala maggiore, oecus, e da ultimo sulla loggia scoperta, sul giardino e per isfondo il mare. A livello del giardino, v’è un appartamento terreno, le cui camere erano a volte decorate di pitture e i pavimenti a musaici che or sono al Museo. Sotto il portico era una fontana, e dal giardino si discendeva alla lunga cella vinaria, che corre tutta la lunghezza di tre portici, dove ho già detto altrove quanti scheletri e preziosi oggetti siano stati rinvenuti e che era rischiarata da spiragli. Da un lato del giardino vedesi un recinto che già notai essere stato un sphæristerium, e all’angolo sinistro s’aprivano due piccole camere, dove pure fu trovato uno scheletro con un braccialetto di bronzo ed un anello d’argento.

Veduta così come fosse la casa pompejana, ed osservato ad un tempo in che differisca la casa romana, naturale è il passaggio a ragionare della famiglia, e lo farò con quella maggiore brevità che ponno comportare l’economia dell’opera e l’importanza del subbietto.

Anzi tratto, parmi doveroso accennare quale fosse il vero principio che tenesse unita e compatta la famiglia romana, perocchè tutto quanto la riguarda sembrerà allora subordinato ad esso.

Chi per avventura lo ebbe ad indagare più profondamente e giustamente, è per mio sentimento il signor Fustel de Coulanges nell’opera già superiormente citata La Cité Antique, che meritamente venne coronata dall’Accademia Francese e dovrebbe ancor meglio essere apprezzata. Io indicherò un tale principio colle parole e dimostrazioni di quell’illustre e dotto scrittore.

Il principio della famiglia antica — scrive egli — non è unicamente la generazione. Ciò che lo prova è che la sorella non è nella famiglia quello che vi è il fratello; è che il figlio emancipato o la figlia maritata cessano completamente di farne parte, e per ultimo lo provano parecchie altre disposizioni delle leggi greche e romane.

Il principio della famiglia non è tampoco, come potrebbe agevolmente reputarsi dal lettore, l’affezione naturale. Imperocchè il diritto greco e il diritto romano non tengono conto alcuno di un tal sentimento. Esso può esistere in fondo dei cuori, ma non si trova nel diritto. Il padre può esser tenero della sua figliuola, ma non può legarle l’aver suo. Le leggi di successione, vale a dire, tra le leggi quelle che più fedelmente attestano delle idee che gli uomini si facevano allora della famiglia, sono in flagrante contraddizione, sia coll’ordine della nascita, sia coll’affezione naturale[78].

Gli storici del diritto romano, avendo assai giustamente osservato che nè la nascita, nè l’affetto fossero il fondamento della famiglia romana, hanno creduto che questo fondamento si dovesse trovare nella potenza paterna o maritale. Ma di tale potenza essi fecero una specie di istituzione primordiale; non ispiegando per altro com’essa siasi formata, a meno che non sia che per la superiorità del marito sulla moglie, del padre sui figli.

Ora è un grave errore il collocare così la forza all’origine del diritto. L’autorità paterna o maritale, ben lungi dall’essere stata una causa prima, fu essa stessa un effetto: essa è derivata dalla religione e fu stabilita da questa. Essa adunque non è il principio che ha costituito la famiglia.

Ciò che nei membri della famiglia antica, fu qualche cosa di più possente della nascita, del sentimento, della forza fisica: fu la religione del focolare e degli antenati. Essa operò che la famiglia formasse un corpo in questa e nell’altra vita. La famiglia antica è una associazione religiosa più ancora che una associazione di natura. La donna infatti non vi era veramente contata se non in quanto la sacra cerimonia del matrimonio l’avesse iniziata al culto: il figlio non vi contava pure, se rinunziava al culto, o se era emancipato, e l’adottato invece vi era un vero figlio, perchè se non aveva il vincolo del sangue, aveva qualche cosa di più, la comunanza del culto; e il legatario che rifiutava d’adottare il culto di questa famiglia, non conseguiva la successione e finalmente la parentela e il diritto all’eredità erano regolati, non dietro la nascita, ma dietro i diritti della partecipazione al culto, come gli ha stabiliti la religione. Certo che non è la religione che ha creato la famiglia, ma è dessa sicuramente che le ha dato le sue regole, e di là conseguitò che la famiglia antica ebbe una costituzione così diversa da quella ch’essa avrebbe avuto se i sentimenti naturali fossero stati soli a fondarla.

L’antica lingua greca aveva una parola ben significativa per designare una famiglia; dicevasi επίστιον, parola che significa letteralmente ciò che è appresso ad un focolare. Una famiglia era un gruppo di persone alle quali la religione permetteva d’invocare lo stesso focolare e d’offrire il banchetto funebre ai medesimi avi[79]. Si comprende così l’importanza delle espressioni: pro aris et focis.

Premesso così quanto concerneva il principio fondamentale della famiglia, pel migliore intendimento, debbo far precedere la spiegazione, secondo il concetto romano, delle tre parole potestas, manus, mancipium, nelle quali si compendiano i diritti esistenti nella famiglia, ed allora meglio ancora verrà compresa la costituzione della stessa.

Per la parola potestas, intendevano i Romani la potestà del padrone sullo schiavo e quella del padre sui figli: per la parola manus, la podestà alla quale le donne erano in certi casi sottomesse: e per la parola mancipium, un diritto d’una certa natura, che se non è sì agevole il definire, verrà nondimeno chiarito dalle dimostrazioni che ne farò.

Qual fosse il potere del padrone sugli schiavi, dirò più avanti parlando di costoro; quasi egualmente esteso era quello del padre sui figli. L’ingresso del figlio nella famiglia, dice il sullodato signor Fustel de Coulanges, era segnalato da un atto religioso. Era mestieri dapprima che fosse accettato dal padre. Questi, a titolo di padrone e di custode vitalizio del focolare, di rappresentante degli antenati, doveva pronunciare se il nuovo arrivato fosse, o non fosse della famiglia. La nascita non formava che il legame fisico: la dichiarazione del padre costituiva il legame morale e religioso. Questa formalità era egualmente obbligatoria a Roma come in Grecia.

Occorreva di più pel figlio una specie d’iniziazione. Essa aveva luogo poco tempo dopo la nascita, il nono giorno a Roma, il decimo in Grecia. Quel giorno il padre riuniva la famiglia, chiamava de’ testimonj e faceva un sagrificio al suo focolare. Il figlio veniva presentato al dio domestico; una donna lo portava nelle sue braccia e correndo gli faceva fare più volte il giro del fuoco sacro. Questa cerimonia aveva un duplice scopo, di purificare il bambino, cioè di togliergli la macchia che gli antichi supponevano avesse contratto pel solo fatto della gestazione e di iniziarlo al culto domestico. Da tal momento il figlio era ammesso in questa specie di santa società e di piccola chiesa che si chiamava la famiglia. Ne aveva la religione, ne praticava i riti, era atto a dir le preghiere e più tardi dovrà essere egli stesso un onorato antenato.

Tali solennità non si richiedevano per la figlia, appunto perchè ella non potesse esser chiamata a continuare il culto della famiglia, potendo il matrimonio applicarla ad un altro culto, come si dirà tra poco.

Al punto di vista del diritto pubblico, era il figlio libero e indipendente e poteva però esser magistrato, tutore e votare nella tribù e nella classe del padre suo; ma al punto di vista del diritto privato, in qualunque età rimaneva sotto la podestà del padre.

La donna in manu era considerata come la figlia del proprio marito, e se questo medesimo era figlio di famiglia, veniva essa considerata, come la figlia del figlio: nelle relazioni del padre di famiglia, diventava mater familias e abbandonava la famiglia d’origine. La conventio in manum, importava per sè una minima capitis diminutio, cioè il cambiamento di famiglia; da non confondersi colla capitis diminutio media, che significava una certa diminuzione di libertà, cioè la perdita della cittadinanza, come la capitis diminutio maxima era la perdita completa della libertà, lo che traeva seco la piena incapacità civile. — Cessavano così nella donna i diritti d’agnazione o di parentela civile fra lei e la sua antica famiglia.

Tuttavia la manus non era una conseguenza necessaria del matrimonio; ma s’acquistava colla confarreazione, coll’uso e colla coemzione. La prima consisteva in un solenne sacrificio, al quale assistevano il gran pontefice, il flamine diale e dieci testimoni cittadini romani, ma era riservato a’ patrizii, e i matrimoni così celebrati si avevano per sacri. Dirò per altro più sotto degli altri riti che precedevano od accompagnavano questa prima sorta di matrimonio. L’uso, era quando la donna aveva abitato col marito durante un anno senza interruzione e la donna che evitar voleva la conventio in manum, bastava che ogni anno ella passasse tre notti fuori del domicilio coniugale, lo che dicevasi trinoctium usurpatio. In questo modo ella poteva farsi rivendicare dal padre suo, o dal tutore e così riacquistare la libertà. La coemzione era una specie di vendita, nella quale la donna, autorizzata dal padre o dal tutore, si vendeva al suo marito. Questa era la forma primitiva del matrimonio ed era certo anche la più semplice: epperò durò più lungo tempo.

Il padre investito della potestas e il marito della manus, potevano vendere il loro figlio o la loro moglie ad un terzo e questa vendita che aveva luogo colla mancipazione, dava al compratore un diritto che si chiamava mancipium, equivalente alla proprietà; sì che mentre la patria potestas e la manus cessavano alla morte del padre o del marito, il mancipium passava agli eredi del compratore. Ciò malgrado, la persona in mancipio, se non poteva esercitare i diritti politici, non perdeva la sua prima condizione d’ingenuità, o civile. Questo diritto si venne poco a poco restringendo, ridotto quasi esclusivamente al caso che il figlio avesse cagionato un danno, nel quale il padre lo cedeva alla persona lesa in mancipium, a titolo di indennità.

Il debitore insolubile e chi si vendeva gladiatore, auctoratus, e il romano prigioniero di guerra riscattato da un altro romano, si trovavano nella medesima condizione di chi era in mancipio.

Ciò premesso, la famiglia romana si componeva di tutti gli individui discesi da maschi da un autore comune, od entrati nella famiglia per mezzo dell’adozione o della manus, che creavano dei veri vincoli di figliazione. I diversi membri della famiglia si chiamavano agnati, e di questi coloro che succedevano in linea retta, i figli ed altri discendenti, dicevansi sui hæredes, i fratelli e sorelle consanguinei. L’agnazione era la parentela del diritto civile, e però non poteva appartenere nè ai latini, nè ai peregrini, cioè ai forastieri.

I Romani, inoltre, conoscevano la parentela naturale che dicevano cognazione, cognatio, e si estendeva fino al settimo grado, ed una terza parentela, l’affinità, ossia le relazioni esistenti fra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge.

Se il matrimonio presso i Romani era un’istituzione del diritto delle genti, non era meno un’istituzione di diritto civile, regolandone il diritto romano le condizioni e gli effetti, assolti i quali, si chiamava legitimum matrimonium, ed anche justæ nuptiæ. La capacità di contrattar un simile matrimonio, appellavasi connubium, e per regola generale non era questo concesso che fra cittadini romani: per esser concesso a’ peregrini, abbisognava dell’autorizzazione del potere legislativo.

Modestino definiva il matrimonio: consortium totius vitæ, divini atque humani juris comunicatio e Giustiniano vi aggiungeva: individuam vitæ consuetudinem continens, ossia la completa e indivisibile unione dell’uomo e della donna: ma ciò malgrado, il divorzio era ammesso e ne veniva anche spesso abusato. Va per altro detto come pel corso di cinque secoli non uno se ne avesse a contare: e rimase ricordato dalle storie il nome di Carvilio Ruga che fu il primo che ricorse a codesta misura. Non si creda però che ad essa fosse fomite pensiero di lussuria od altra condannevole causa: egli teneramente amava la moglie e di nulla aveva a lagnarsene, se non che di sua sterilità; ma siccome nella formula del maritaggio aveva giurato menarla sposa per aver de’ figli, ella non avendogliene dati, sacrificò l’amore alla religione del giuramento[80]. La religione diceva che la famiglia non doveva estinguersi e che ogni affezione e diritto naturale dovessero cedere davanti a questa regola assoluta. Nè era altrimenti in Grecia, dove Senofonte[81] e Plutarco[82] narrano che quando il matrimonio fosse stato sterile per fatto del marito, dovesse il fratello od un parente del marito sostituirsi a lui e la donna accondiscendervi, e il figliuolo che ne fosse nato si avesse a considerare come figlio del vero marito.

Ma del divorzio, col progredire del tempo, venne come dissi, abusato, nè fu la voce della sola religione che il reclamò; ma bastarono i litigi colla nuora, od anche l’impudicizia; e Paolo Emilio ne allegò unicamente a causa l’essere stato dalla moglie offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta volgare; Publio Sempronio, perchè ita a’ giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent’anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publio perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l’ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella dei vini, ch’e’ temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Fannia, per espellerla poi come impudica e tenersene la dote. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso, e v’erano donne che, al dir di Seneca (De Benef. III, 26) contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[83].

Il matrimonio era di consueto preceduto dagli sponsali, o promessa, consistente in una stipulazione tra il futuro marito e il padre della futura sposa: chi vi avesse dipoi mancato, era passibile dapprincipio dell’azione di indennizzo: più innanzi si limitò a colpire d’infamia colui che avesse mancato alla data fede e contratto altri sponsali.

L’età pel matrimonio era di dodici anni nella donna, di quattordici nell’uomo, e quando gli sposi fossero alieni juris, occorreva il consenso delle persone nella cui podestà si trovavano; per le fanciulle, comunque sui juris, era indispensabile il consenso de’ loro parenti e tutori.

L’importanza del matrimonio presso i Romani, come presso i Greci, non si è presto compresa se non si designano i caratteri essenziali di esso. Già superiormente ho toccato della religione domestica o del focolare, e del come da casa a casa potesse differenziare, poichè ogni padre-famiglia, essendo pontefice di tal religione nella propria casa, serbasse o adottasse que’ riti che meglio a lui fossero piaciuti. Ora è evidente che la fanciulla che andava a nozze dovesse rinunciare alla religione del proprio focolare, per abbracciar quella del focolare del marito. Così doveva dimenticare quelle cerimonie, quelle preghiere, quelle pratiche nelle quali era fin allora cresciuta, per apprenderne altre, e per dirla con Stefano di Bisanzio: «a datar dal matrimonio, la donna ha nulla più di comune colla religione domestica de’ suoi padri; ella sacrifica al focolare del marito.» E Fustel de Coulanges che cita codesto scrittore nell’opera sua La Cité Antique[84], soggiunse: «Così quando si penetra nel pensiero di questi uomini antichi, si capisce di qual importanza dovesse essere per essi l’unione conjugale e quanto l’intervento della religione vi fosse necessario. Non era forse mestieri che la fanciulla avesse ad essere da qualche sacra cerimonia iniziata al culto che doveva quind’innanzi seguire? Per divenire sacerdotessa di questo focolare, al quale la nascita non l’aveva legata, non le occorreva forse una specie di ordinazione o di adozione?»

Il matrimonio era dunque la cerimonia santa che doveva produrre questi grandi effetti. Gli scrittori infatti, latini e greci, indicano il matrimonio con parole esprimenti un atto religioso. Polluce, che viveva al tempo degli Antonini, istruttissimo ne’ vecchi usi e nella antica lingua, dice che ne’ primi tempi, in luogo di designare il matrimonio col suo nome particolare (γάμος), lo si designava semplicemente colla parola τέλος, che significa cerimonia sacra[85], quasi il matrimonio fosse stato la cerimonia sacra per eccellenza.

E tal cerimonia non si compiva ne’ templi degli Dei, ma nella casa, ed era il Dio domestico che vi presiedeva. Certo che in seguito, quando la religione degli dei del cielo, divenne preponderante, si adottò di adire preventivamente i templi e di offrire a questi Dei sacrifici che si chiamavano preludii del matrimonio; ma la parte principale ed essenziale della cerimonia dovevasi sempre compiere davanti il focolare domestico.

Il matrimonio romano, quello almeno che si considerò per più legale e fu il più usitato, perchè procedente dal mutuo consenso, mutuus consensus, somigliava d’assai al matrimonio greco, e comprendeva com’esso tre atti: traditio, deductio in domum, confarreatio.

La prima si compiva dal padre, che distaccando la figliuola dal domestico focolare e dalla propria autorità, la consegnava al marito che l’assumeva nella propria.

Quindi la sposa veniva condotta a casa dello sposo, velata, recinta il capo d’una corona, mentre una face nuziale precedeva il corteggio, e si cantava un inno col ritornello Io! Hymen, Hymenee, e coll’altro Talassia, parola quest’ultima della quale i Romani del tempo di Orazio non comprendevano tampoco il senso. Il corteggio giungeva avanti la casa del marito, dove veniva alla sposa presentato il fuoco e l’acqua; il primo, il lettore già lo sa, emblema della divinità domestica: la seconda è l’acqua lustrale che serve alla famiglia per tutti gli atti religiosi. Allora lo sposo, a simulare il ratto, sollevava la sposa nelle sue braccia e la portava in casa, senza che i piedi di lei toccassero la soglia.

Finalmente ella è condotta davanti il focolare, dove sono i Penati, gli dei domestici e le immagini dei maggiori: gli sposi fanno un sacrificio, versano la libazione, profferiscono preghiere e mangiano insieme il panis farreus, o focaccia di fior di farina; onde il nome al matrimonio di confarreatio.

Codesta grave e solenne cerimonia produceva così importanti effetti giuridici e sociali, da non potersi ammettere la poligamia.

La bigamia pertanto era severamente proibita: principale impedimento al matrimonio era la parentela e l’affinità: il divieto fra cognati e cognate non fu introdotto che sotto Teodosio. Si proibiva pure il matrimonio fra liberi e schiavi, e nell’antico diritto anche fra liberi e liberti; ma la proibizione di sposare liberti fu ristretta dalla legge Giulia ai senatori ed ai loro discendenti, nè fu soppressa che sotto Giustiniano.

Altre proibizioni esistevano, come fra una patrona e il suo liberto, una donna libera e il colono d’un terzo — e colono era un uomo libero sì, ma vincolato al suolo, tal che il proprietario del fondo avesse una sorta di potestà su di lui, un diritto di correzione, non potesse da lui esser tratto in giudizio e lo potesse, fuggitivo, trattar come schiavo fuggiasco. — Era pur conteso il matrimonio tra il tutore e la sua pupilla, l’adultera ed il suo complice, il rapitore e la rapita, Romani e barbari, il governatore e una donna della sua provincia; a meno che non ne avesse ottenuto dispensa dal Senato, e più tardi dall’imperatore.

Più sopra ho detto del divorzio, ora veggiamo come seguisse la separazione de’ coniugi.

Quando il matrimonio era seguito per confarreazione, la separazione si compiva con una cerimonia detta diffarreatio. Siccome la religione aveva operata la confarreatio; così anche la diffarreatio doveva essere compiuta dalla religione, perchè essa sola poteva slegare ciò che aveva congiunto. I due sposi che volevano dividersi comparivano per l’ultima volta davanti il focolare: presenti un sacerdote e i testimonj. Si presentava ai conjugi, come al dì del loro matrimonio, una focaccia di fior di farina ed essi in luogo di spezzarla e mangiarla, la respingevano, quindi in luogo di preghiere pronunciavano formule d’un carattere strano, severo, odioso e spaventevole, come assicura Plutarco[86], una specie insomma di maledizione per la quale la moglie rinunciava al culto ed agli dei del marito. Da quel punto il legame religioso era rotto e cessando la comunanza del culto, cessava pure di pieno diritto ogni altra comunanza e il matrimonio era disciolto. Ma il divorzio vi succedette di poi, talmente che bastò la volontà d’un solo conjuge a far cessare il matrimonio dietro la semplice formula, Res tuas tibi habeto, cioè pigliati le tue robe. Anche la donna sottomessa alla manus era libera di divorziare, mandando al marito il libello del repudium e forzandolo ad affrancarla dalla manus: se la donna divorziava senza motivo, il marito riteneva il sesto della dote per ciascun figlio sino alla concorrenza di tre sesti, il marito adultero perdeva il beneficio del termine alla restituzione della dote.

Il marito investito della manus aveva sulla moglie il diritto più esteso di correzione, poteva ucciderla persino quando colta in flagrante adulterio: ne’ casi gravi dovea pigliar avviso da’ parenti. Il marito che non aveva la manus, dovevasi limitare al repudium, perchè il diritto di correzione spettasse soltanto al padre di lei od a’ parenti.

La moglie, andando a marito, poteva portare la dote, a minorazione delle spese del matrimonio, anzi le leggi Giulia, Papia e Poppea ne imposero l’obbligo al padre. Essa poteva eziandio costituirsi da un terzo o dalla sposa medesima, quando fosse stata sui juris. Costituivasi la dote in tre modi, colla dizione, colla stipulazione, o colla dazione, ossia collo sborso reale della stessa. Doveva farsene il pagamento, pei mobili entro dieci mesi, per denaro in uno, due, o tre anni; e circa i lucri e la restituzione, potevasi convenire, come si fa pur oggidì. Libera la donazione per causa di matrimonio, donatio propter nuptias: era nulla e revocabile fino alla morte del donatore, se fatta fra sposi.

La vedova, pena l’infamia, non poteva rimaritarsi che dopo dieci mesi dalla morte del marito; gli imperatori portarono questo tempo ad un anno.

Esisteva poi un altro modo di convivenza della donna coll’uomo autorizzata dalla legge e in ispecie dalle suddette leggi Giulia, Papia e Poppea, e dicevasi concubinato, ed aveva d’ordinario luogo fra quelle persone che non potevano sposarsi fra loro. La concubina era stata per consueto la donna di cattiva fama, la liberta o la schiava. Il concubinato tra il patrono e la liberta era il più frequente e il più protetto dalle leggi.

Or tocchiamo qualche cenno sulla patria podestà.

Il Padre era quello, dissero i romani giureconsulti, che è dimostrato tale da giuste nozze: pater est quem justæ nuptiæ demonstrant: il figlio legittimo era dunque colui che derivava da queste giuste nozze. Fuori di queste, il figlio non poteva invocare che la figliazione materna. Se vi era stato connubium, il figlio seguiva la condizione del padre; se no, quella della madre: nel primo caso era sottomesso alla potestà del padre; ma conveniva per ciò che padre e figlio fossero e restassero cittadini romani, e allora essa podestà durava tutta la vita dell’investito, ed estendevasi a tutti i discendenti in linea diretta, senza distinzione di grado.

Aveva il padre diritto di vita e di morte sul figlio, poteva giudicarlo in caso di crimine e condannarlo, escludendo i tribunali publici; e la severità dei costumi stava mallevadrice che il colpevole non sarebbe impunito. Più tardi fu imposto a’ padri il concorso de’ magistrati nei casi gravi; ma così restò sempre il potere de’ padri, che giammai si accordasse l’azione d’ingiuria ne’ figli contro di essi.

Potevan essi vendere i figli; ma cessava il potere paterno dopo la terza vendita, per le figlie dopo la prima: i figli non perdevano però la loro qualità di ingenui.

Tutto quanto i figli acquistassero era pel padre, ma esercitandone un mestiere diverso, per consueto il padre loro abbandonava quel peculio, che per altro non potevano senza il di lui consenso alienarlo a titolo gratuito o per testamento. Augusto tuttavia concesse a’ figli disporre liberamente per testamento ed anche tra’ vivi del peculium castrense, ossia del peculio guadagnato all’armata.

Uno speciale diritto trovasi ricordato dagli storici concesso alle famiglie che fossero numerose di figliuolanza, e veniva perciò denominato jus trium, quatuor, vel quinque liberorum, o natorum, diritto, cioè, dei tre, dei quattro o dei cinque figli.

Importa se ne dica qui alcuna cosa.

A Roma, fin dal tempo della repubblica, come altrove in questa mia opera ho già scritto, le continue guerre avevano d’assai diminuito la popolazione, e tale diminuzione di cittadini era venuta crescendo in ragione diretta del lusso e della corruzione. Metello Numidico censore tenne, appunto in vista di una tale straordinaria diminuzione di popolazione, a’ suoi concittadini una allocuzione tendente ad esortarli a pigliarsi moglie, e se le parole da lui dette e riferite da Aulo Gellio furono veramente le sue, ebbe questo scrittore ragione di soggiungere che fossero poco proprie a conseguirne l’intento, perocchè enumerando esse le cure e gli inconvenienti del matrimonio, non fosse il modo più conveniente per persuaderlo. Tito Castrico invece, opinando che il linguaggio d’un censore dovesse essere ben diverso da quello di un retore, trovò che Metello avesse la sua concione debitamente conformata al soggetto. Giudichi ora il lettore a qual dei due la ragione.

«Romani — avrebbe così parlato il Censore — se noi potessimo vivere senza moglie, tutti noi eviteremmo tal noja; ma poichè la natura abbia voluto che non ci fosse dato nè vivere tranquillamente con una moglie, nè viverne senza, occupiamci allora della perpetuità della nostra nazione anzi che della felicità d’una vita che è sì corta. La potenza degli Dei è grande, ma la loro benevolenza a riguardo nostro non deve andar più in là di quella de’ nostri parenti. Questi, se noi perfidiamo nella via dell’errore, ci diseredano: che dovremmo attenderci dagli Dei immortali, se noi non imponiamo un fine a’ nostri traviamenti? L’uomo, per meritare i favori loro, non deve essere il suo proprio nemico. Gli Dei debbono ricompensare la virtù ma non darla»[87].

Ciò che le guerre esterne ed il lusso avevano incominciato, le guerre civili compirono; de’ pochi cittadini rimasti, la più parte non erano ammogliati; onde Cesare, pervenuto alla dittatura, sua prima cura era stata di studiare il modo di por freno al male. Parvegli dapprima potessero giovare le ricompense, epperò, come riferisce Svetonio, distribuì le terre della Campania fra venti mila cittadini padri di tre o più figli e vietò alle donne al disotto de’ quarantacinque anni e che non avessero nè marito nè figli di portar giojelli e di valersi di lettiga.

Dopo di lui, Augusto nel 736 u. c. pubblicò la legge De Maritandis Ordinibus, che ventisette anni poi si rifuse nella legge Papia Poppea, così denominata dai suoi due proponenti Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo, e nuovi oneri vennero imposti a quelli che non fossero ammogliati e nuovi privilegi aggiunti per contrario a’ matrimoni fecondi. De’ due consoli, a cagion d’esempio, colui che avesse avuto numero maggiore di figli prendeva pel primo i fasci; tra più candidati veniva accordata la preferenza al padre di più numerosa figliuolanza. Ma tra i più importanti capitoli di questa legge e di cui l’applicazione era la più frequente, era quello che esentava da ogni carico il padre che in Roma avesse avuto tre figli; in Italia, il padre di quattro; nelle provincie, il padre di cinque.

Altri molti privilegi erano consentiti a questo jus trium, quatuor, quinque natorum, ed appetiti assai eran quelli che apportavano a chi ne fosse investito la triplice porzione di frumento nelle distribuzioni che si facevano dagli imperatori e la facoltà di sedere in un posto distinto negli spettacoli.

Pel contrario, eranvi pene per coloro che si fossero serbati celibi. Così costoro non potevano raccogliere eredità, nullo era il legato a lor favore disposto, che però devolvevasi al fisco; ed è a coteste disposizioni della legge Pappia Poppea che l’acre Giovenale allude in que’ versi:

Nullum ergo meritum est, ingrate ac perfide, nullum

Quod tibi filiolus vel filia nascitur ex me?

Tollis enim et libris actorum spargere gaudes

Argumenta viri. — Foribus suspende coronas,

Iam pater es: dedimus quod famæ opponere possis:

Iura parentis habes; propter me scriberis hæres,

Legatum omne capis, nec non et dulce caducum

Commoda præterea jungentur multa caducis;

Si numerum, si tres implevero[88].

Ma siccome non v’abbia cosa, per savia che possa essere, della quale non venga abusato; così ben presto le eccezioni a questa provvida legge divennero numerose più che non fossero le applicazioni e il jus trium natorum con tutti gli inerenti privilegi vennero concessi anche a persone che non contassero tre figli e vivamente sollecitati.

Sappiam dagli epigrammi di Marziale come egli avesse ottenuto questo diritto dei tre figli da Tito e da Domiziano, esso annunziandolo alla moglie siccome ottenuto in mercede de’ suoi poetici studi[89]; e dalle Epistole di Cajo Plinio Cecilio Secondo, denominato il Giovane, com’egli lo avesse sollecitato da Trajano ed anche conseguito a favore di Svetonio Tranquillo, lo storico dei Dodici Cesari.

Quanta importanza si aggiungesse a cotale diritto è agevole comprendere, oltre che dal valore dei surriferiti privilegi che vi erano annessi, dalla risposta altresì che l’Imperatore faceva a quella domanda del suo diletto Plinio e che mette conto di riferire nella fedele e buona versione del Paravia.

«Trajano a Plinio.

«Quanto sia parco nel conceder sì fatte grazie, tu lo sai certo, o mio carissimo Secondo, protestando io di continuo anche in Senato di non averne mai trapassato quel numero, che io dissi bastarmi dinanzi a quell’illustre consesso; ciò nondimeno io satisfeci al tuo desiderio, ordinato avendo che si noti ne’ miei registri, aver io conceduto a Svetonio Tranquillo il privilegio de’ tre figliuoli con le solite condizioni»[90].

Forse di questi scrupoli di Trajano, non ebbero gli altri imperatori.

La patria podestà poteva risultare anche dall’adozione, e dalla legittimazione. Quest’ultima aveva luogo quando il padre pigliava la concubina per legittima sposa, quando faceva inscrivere il figlio sulla lista de’ curiali, e quando, come poi fu disposto da Giustiniano, l’imperatore l’accordava con suo rescritto.

Quanto all’adozione, essa era altro necessario effetto di quel principio che ho già ricordato, o piuttosto dovere che vi era di perpetuare il culto domestico. Adottare, disse Cicerone nell’orazione Pro Domo sua, è chiedere alla religione ed alla legge ciò che non si è potuto ottenere dalla natura; e tanto era ciò vero, che si compiva mediante una sacra cerimonia, che sembra essere stata eguale a quella che facevasi al nascere di un figlio. Così, divenendo al figlio adottato comuni col padre adottivo numi, oggetti sacri, riti e preghiere, dicevasi di lui in sacra transiit, come l’Oratore potè dire nella succitata arringa amissis sacris paternis, per rinunziare coll’adozione al domestico culto paterno. L’adottato addiveniva poi così affatto straniero alla sua antica famiglia, che morendo, il padre naturale di lui non aveva il diritto d’incaricarsi de’ suoi funerali o di condurre il mortoro, precisamente perchè adoptio naturam imitatur, come si esprimono i romani giureconsulti, e dei diritti, come degli obblighi paterni, diveniva l’adottante assuntore.

L’emancipazione era poi l’atto che sottraeva il figlio alla patria podestà, affinchè potesse accettar l’adozione. Precipuo effetto di essa era la rinunzia al culto della famiglia, nella quale s’era sortito i natali, e l’abdicazione a tutti gli inerenti doveri. Consuetudo, scrisse Servio, apud antiquos fuit ut qui in familia transiret et prius se abdicaret ab ea in qua natus fuerat[91]. Si chiamava però l’emancipazione da’ Romani, secondo Cicerone e come abbiam veduto, amissio sacrorum[92], e secondo Aulo Gellio, sacrorum detestatio[93].

Le persone sui juris, che per l’età si fossero trovate incapaci d’esercitare i loro diritti, ricevevano un tutore. D’ordinario veniva designato dal padre; la madre lo poteva del pari eleggere nel testamento, ma conveniva intervenisse l’approvazione del magistrato. In difetto di tutore testamentario, la tutela passava agli agnati. La tutela de’ liberti spettava al patrono ed a’ suoi discendenti. In difetto anche di essi, devolvevasi ai gentiles, cioè, come dice Cicerone citando l’autorità di Scevola, a quelli che hanno lo stesso nome e discesero da’ maggiori che mai non furono schiavi[94], e questi puro mancando, su domanda delle parti interessate, si conferiva da’ magistrati competenti. Le donne, eccettuata la madre, i pupilli, e dopo Giustiniano, i minori de’ venticinque anni, erano incapaci ad assumere la tutela. Se lo schiavo venisse per testamento nominato tutore, per ciò solo significava ch’esso veniva fatto libero, non potendo come schiavo esercitar l’ufficio di tutore.

Il tutore amministrava i beni del pupillo e completava col proprio intervento ciò che a quest’ultimo mancasse per compiere validamente i diversi atti della vita civile. Circa l’educazione del pupillo, questa non era cosa che spettasse al tutore. La tutela finiva per gli uomini a quattordici anni; la legge Pletoria accordò nondimeno l’azione penale e infamante contro chi avesse abusato della inesperienza de’ minori di 25 anni.

La tutela delle femmine era d’una durata indeterminata: le Vestali però e la madre prolifica erano prosciolte dalla medesima.

Eravi anche la curatela. Il pazzo e il prodigo tenevansi incapaci di far alcun atto della vita civile; epperò o tra gli agnati o tra i gentili eleggevasi il curatore e in loro mancanza eleggevalo il pretore.

Ma nella casa romana, o pompeiana che si voglia dire, non erano soltanto codesti gli individui che vi abitavano; anzi, fin dal primo ingresso, non era nei padroni, nelle persone, cioè, che finora abbiam considerato, che si scontrava; ma nell’ostiarius, nello janitor, nel nomenclator, nell’atriensis, ecc., in esseri infelici insomma, che la civiltà, ajutata dal Vangelo, tolse di mezzo, negli schiavi intendo dire, servi, i quali reclamano adesso da me particolari cenni.

Tutti i popoli dell’antichità avendo avuto schiavi, i giureconsulti collocarono la schiavitù fra le istituzioni del diritto delle genti. Diventando lo schiavo un membro della famiglia, e dovendo però parteciparne al culto, la sua prima introduzione in casa era accompagnata da cerimonia religiosa. Comuni ai due popoli greci e latini molti riti e consuetudini, lo schiavo entrava in famiglia mettendolo in presenza della divinità domestica: quindi gli si versava sulla testa dell’acqua lustrale e divideva colla famiglia la focaccia e le frutta. Prendeva poscia parte alle preghiere ed alle feste della casa, come Cicerone ricordò in quelle espressioni Ferias in famulis habento[95], e così il focolare proteggeva pur esso, e la religione dei Lari apparteneva tanto a lui che al padrone: quum dominis, tum famulis religio Larum[96], di qui il diritto dello schiavo ad essere sepolto nel sepolcreto della famiglia.

Lo schiavo apparteneva come cosa al padrone, il quale però poteva venderlo, punirlo e uccidere perfino. Ecco il conto che ne faceva Giovenale e che riassume la generale estimazione che si aveva di essi:

Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus

Supplicium? quis testis adest? quis detulit? audi:

Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.

O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto

Sic volo, sic jubeo; stet pro ratione voluntas[97].

Non poteva lo schiavo scendere in giudizio, non contrar matrimonio; e l’unione sua era come semplice relazione di atto e dicevasi contubernium, nome che, secondo Columella, significava anche il domicilio di una coppia di schiavi, maschio e femmina[98].

Tuttavia ho già in addietro reso conto della legge Petronia, forse del tempo d’Augusto, perocchè non mi consti che gli scrittori ne accertassero l’epoca di sua promulgazione, e la quale comminava severe pene a chi vendesse schiavi per farli combattere contro le belve nel circo e vietava punirli di morte, senza permesso di magistrati, classificandolo anzi come crimen publicum: qui era l’opportunità di ricordarla di nuovo.

E fu il principio d’un miglior trattamento, finchè Ulpiano ebbe a consegnare nelle sue opere questa ancor più umana sentenza: ipsi servo facta injuria inulta a prætore reliqui non debuit[99].

Nondimeno, malgrado però che la giurisprudenza riconoscesse in progresso di tempo che lo schiavo fosse un uomo, in pratica non poteva togliersi di dosso mai la qualità di schiavo, nè considerarsi eguale all’uomo libero.

Eranvi molti modi di diventare schiavo. Lo si era per nascita, quando la madre al momento del parto fosse schiava; lo divenivano i prigionieri di guerra, come già dissi altrove; i cittadini che non si prestavano al censimento od alla leva; la persona libera che si lasciava vendere per frode onde rivendicare in seguito la libertà e finalmente, pel senato-consulto Claudiano, la donna libera che viveva in concubinato collo schiavo d’un terzo e rifiutava separarsene malgrado gli avvertimenti del padrone. I condannati a morte, alle miniere, alle bestie, al circo, diventavano schiavi della pena, servi pœnæ.

Tutto ciò che acquistava lo schiavo, l’acquistava per il padrone; ma come già narrai nel capitolo delle Tabernæ, essendo la gran parte della popolazione industriale schiava, i padroni trovavano di loro convenienza di interessare i loro schiavi nei profitti delle loro industrie e di lasciar loro la libera disposizione d’un peculio, il qual valeva ad alimentare il lavoro loro. Se lo schiavo agiva in suo proprio nome, in caso di frode veniva perseguitato coll’actio tributoria; ma se agiva come mandatario del suo padrone, era obbligato come qualunque altro mandatario.

Gli schiavi si compravano sul mercato, ivi portati dagli speculatori e dai pirati e, se provenienti da nazione indipendente, godevano di miglior favore. Gli schiavi spagnuoli e côrsi costavano poco, perchè facili al suicidio per sottrarsi alla schiavitù; ma i Frigi lascivi e le gentili Milesie erano in comparazione carissimi. Fu stabilita in seguito una tariffa secondo l’età e la professione; sessanta soldi d’oro per un medico, cinquanta per un notaio, trenta per un eunuco minore de’ dieci anni, cinquanta se maggiore.

Ho detto più sopra che anche speculatori recavano gli schiavi al mercato; ne recherò due esempj di reputati uomini: Catone li comperava gracili ed ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pomponio Attico, l’amico di Cicerone, faceva altrettanto, per rivenderli letterati.

Nella casa gli schiavi compivano tutti gli uffizii dai più elevati agli umili; sed tamen servi, come diceva ne’ paradossi Cicerone, parlando di quelli che erano applicati a’ più nobili servigi; epperò ve n’erano varie classi. Vernæ chiamavansi gli schiavi nati nella casa del padrone; ascrittitii quelli che per lo spazio di 30 anni stavano in un campo e non potevano vendersi che col fondo; consuales quelli che servivano al Senato; ordinarii quei dell’alta servitù, e avevan sotto di essi altri schiavi; vicarii, mediastini, quelli che esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava il nome allo schiavo: nomenclator era quello che ricordava ed annunziava i nomi di coloro che giungevano, ed alla cena il nome e i pregi delle vivande; ostiarius e janitor il portinajo, atriensis quello che stava a cura dell’atrio ed aveva la sorveglianza degli altri schiavi; tricliniarchas il servo principale a cui spettava la cura di ordinare le mense e la stanza da pranzo, archimagirus il maestro de’ cuochi o sovrintendente alla cucina, dispensator il credenziere, pronus il cantiniere, viridarius e topiarius lo schiavo il cui officio particolare consisteva nell’occuparsi dell’opus topiarium, che comprendeva la coltura e conservazione delle piante e degli arboscelli, la decorazione dei pergolati e de’ boschetti, anagnostæ erano i lettori, notarii o librarii gli schiavi segretari del padrone, silentiarius quel che manteneva il silenzio e impediva i rumori: per servigio poi delle dame, la jatromæa era la schiava levatrice; le cosmetæ e le psecæ le schiave il cui ufficio era attendere alla toaletta delle signore ed ajutarle a vestirsi ed ornarsi, come sarebbero le nostre cameriere; sandaligerulæ quelle che portavano le pantofole delle loro padrone, seguendole quando uscivan di casa; vestispicæ quelle che curavano e rimendavano gli abiti della padrona; vestisplicæ quelle che le custodivano, o come diremmo noi, guardarobiere; ornatrices le schiave che attendevano all’acconciatura del capo della padrona, focaria la guattera, ecc.

V’erano poi i pædagogiari, giovani schiavi scelti per la bellezza della persona ed allevati nella casa dei grandi signori a’ tempi dell’impero per servir da compagni e pedissequi dei figliuoli de’ loro padroni, come anteriormente v’erano i pædagogi, che vegliavan alla cura ed agli studj de’ medesimi, i flabelliferi, giovinetti d’ambo i sessi, che portavano il ventaglio della padrona, i salutigeruli che recavano i saluti e i complimenti agli amici e famigliari del padrone; i nani e nanæ, pigmei cui si insegnavano musica ed altre arti per diletto de’ padroni; fatui, fatuæ e moriones erano quelli idioti deformi che si tenevano per ispasso, i quali

acuto capite et auribus longis

Quæ sic moventur, ut solent asellorum

come li descrisse Marziale[100]; il coprea, o giullare per movere a riso; perfino gli ermafroditi, che talora erano artificiali.

Nè son qui tutti, perchè il Gori nella sua Descriptio columbarii, il Pignario De Servis e il Popma, De servorum operibus, enunciassero con particolari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più di trecento di schiavi.

Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può essere immaginato, ricordando solo che Antonio e Cleopatra sperimentassero sui loro schiavi i veleni, che Pollione ne facesse gittare uno alle murene per avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di ciò lo ebbe a rimproverare, non ristasse tuttavia di farne appiccare uno che gli aveva mangiata una quaglia. Negli ergastuli poi si accatastavan la notte schiavi e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatica de’ campi e incatenati, epperò detti compediti; e Seneca rammenta i molti ragazzi schiavi, che dovevano aspettare da’ loro padroni, usciti alterati dalle orgie, infami oltraggi. Vecchi poi, od impotenti, si abbandonavano barbaramente a morire d’inedia.

Ho già detto altrove in questa opera il numero strabocchevole di essi; ma a persuaderci della quantità, giovi il citare quel detto di Seneca che avrebbesi dovuto paventar gran pericolo se gli schiavi avessero preso a contare i liberi: quantum periculi immineret si servi nostri nos numerare cœpissent[101]; ed era per avventura ad ovviare un tale pericolo, che non venne adottato che gli schiavi avessero abito particolare e distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per quanto n’ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi e delle guerre servili che diedero grande travaglio ed a moltissimo temere di propria sicurezza e libertà a Roma.

Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in più modi cessare. La legge rendeva libero lo schiavo che indicava l’assassino del suo padrone, un rapitore, un monetario falso, od un disertore. Claudio imperatore dichiarò libero lo schiavo che era stato vecchio ed infermo abbandonato dal proprio padrone. Così diveniva libera la donna che il padrone avrebbe voluto prostituire. Anche la prescrizione era un modo di vindicarsi in libertà. Ma il modo più comune era l’affrancamento, ed anche questo operavasi in tre guise: vindicta, censu, testamento. La prima era una rivendicazione simulata dello schiavo che il pretore abbandonava all’assertor in libertatem, rinunziando il padrone a sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a dichiarare come affrancato lo schiavo, quando si compiva l’operazion del censimento, od a legargli la libertà per testamento. Quattro anni dopo l’era volgare, la legge Ælia Sentia e quindici anni dopo di questa, la legge Junia Norbana crearono una mezza libertà per gli schiavi fatti liberti senza aver esaurite le pratiche legali.

In quanto alla formula dell’affrancamento per vindicta, consisteva nel condurre il padrone avanti il pretore od altro magistrato competente lo schiavo che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla testa che aveva fatto prima radere, o sovr’altra parte del corpo e pronunciare le parole sacramentali: «Io voglio che quest’uomo sia libero e goda dei diritti di cittadinanza romana» e così dicendo lo faceva girar su di sè stesso come per scioglierlo colle sue mani, e il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quattro volte colla bacchetta, vindicta, segno del potere, alla testa e con ciò restava ratificato l’atto del padrone e lo schiavo era libero. Questa che dicevasi manumissio gli conferiva i diritti di cittadino in modo irrevocabile, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo antico padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia e proteggerlo contro ogni abuso del potere; il liberto doveva personalmente a lui deferenza ed assistenza, non intentargli azione diffamatoria; venirgli in ajuto di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multato d’esiglio, e di condanna alle miniere, se avesse contro lui commesso atto di violenza, e di ricaduta in ischiavitù, se colpevole di atti più gravi.

Finalmente partecipavano alla famiglia i Clienti. Ho già altrove in quest’opera detto qualcosa di loro istituzione facendola rimontare ai tempi di Romolo: ma forse a chi considera che la clientela sussisteva dapprima in Grecia e nel restante d’Italia, parrà che essa fosse una istituzione ancora più antica. Uopo è peraltro non si confondano i clienti del primo tempo con quelli dell’epoca di Orazio. Quelli erano piuttosto una specie di servi attaccati al padrone e quindi associati alla religione ed al culto della famiglia. Avevano però le stesse cose sacre del patrono, del quale anzi dividevano il nome, quello aggiungendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo cotali relazioni di reciprocanza e doveri, che il patrono non poteva persino testimoniar in giudizio contro il cliente, mentre non lo fosse conteso contro il cognato, perchè costui essendo legato da vincoli solo di donna, non ha parte alla religione della famiglia, giusta il concetto di Platone che la vera parentela consiste nello adorare gli stessi dei domestici. Il patrono aveva pertanto l’obbligo di proteggere in tutti i modi il cliente, colla sua preghiera come sacerdote, colla sua lancia come guerriero, colla sua legge come giudice, e l’antico comandamento diceva: se il patrono ha fatto torto al suo cliente, sacer esto, ch’ei muoja.

I clienti del tempo d’Orazio erano invece gente che si legava alla fortuna del patrono, non propriamente servi, ma persone che speravano protezione da lui, che gli porgevano offerte e sportule e che ne assediavano la casa dai primi albori del giorno e gli facevano codazzo d’onore quando appariva in publico: ma a vero dire, per quel che ne ho detto più sopra, non c’entravano punto colla vera famiglia.

Abbiamo così passato in rassegna gli individui tutti, ed abbiamo menzionate le discipline che regolavano la famiglia; abbiamo sentito un riflesso di quanto era quel calore di vita morale che animava la casa; or vediamone gli usi e le consuetudini della vita materiale.

Già il lettore conosce come si impiegasse la giornata e la sua ripartizione generalmente accettata: conosce come il facoltoso e il patrono avessero i proprj clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del mattino, questo comprendendo gli offici antelucani: sa del tempo degli affari, di quello del pranzo, della pratica al foro e alla basilica, del bagno, degli esercizi corporali, della cena e del passeggio, per quanto ne ho già detto in addietro; resta a completarsi il quadro domestico, col far assistere il lettore al triclinio, additandogli, come si costituisse, che cosa vi si mangiasse, cosa il rallegrasse; col dirgli degli abiti degli uomini e poscia co’ sollevare la cortina del gineceo, per farlo spettatore della toletta d’una dama pompejana, e quando dico pompejana, dico anche romana, perocchè si sappia — e l’ho già più volte ripetuto — che uomini e donne delle provincia e delle colonie si fossero perfettamente conformati ai costumi ed abitudini dell’urbe, della città, cioè, per eccellenza, Roma.

Vi sarebbe tutto un trattato a comporre per dire convenientemente dei pasti e banchetti de’ Romani, sì publici che privati, e infatti la nostra letteratura vanta fra i testi di lingua le lezioni di Giuseppe Averani Del vitto e delle cene degli antichi[102], delle quali mi varrò alquanto pur io in queste pagine, e malgrado la molta erudizione di lui e il sapere, non fu tutto da lui scritto nell’argomento. Io vedrò modo di riassumere in breve quello che meglio importi di sapere.

Anzi tutto non posso passarla dallo accennare come il pasto si ritenesse l’atto religioso per eccellenza. Opinione eguale o di poco difforme è quella di parecchi padri della Chiesa Cristiana, che dissero che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a queste necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior gloria di Dio. Era inteso che a’ domestici prandj intervenisse sempre il genio tutelare della casa, i lari o penati che si voglian dire. Era il focolare che aveva cotto il pane e preparati gli alimenti; così a lui si doveva una preghiera tanto al principio che alla fine del pasto. Prima di esso si deponevano sull’altare le primizie del cibo, prima di bere si spargeva la libazione del vino. Era la parte dovuta al dio. Erano antichissimi riti: Orazio, Ovidio, Petronio cenavano ancora davanti al loro focolare e facevano la libazione e la preghiera[103].

Come in tutti i popoli primitivi, anche i primi Romani eran sobrii e frugali, paghi della sola polenta, ciò che in seguito si tenne per indizio di barbarie:

Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus[104]

e dopo, la questione del mangiare venne poco a poco così crescendo, da costituire una preoccupazione continua della loro esistenza, ed anzi da considerare i varii pasti come altrettanti atti di pietà. È inutile osservare come in questo punto di religione fossero esatti e scrupolosi osservatori. Ebbero quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che arrivava; quello d’addio pel viaggiatore che partiva; banchetto di condoglianza nove giorni dopo i funerali, banchetto dopo i sacrificj, banchetto anniversario della nascita, banchetto d’amici, di famiglia, di cortigiani, insomma banchetti per tutte le occasioni. Persino la gioventù, la procace gioventù romana, tanto dedita alle lascivie, al dir di Orazio, era tuttavia ancor più ghiottona:

Donandi parca juventus

Nec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ[105].

Tanto, in una parola, si trasmodò, che si dovette dal governo imporre de’ freni alla gola. Già ho detto più sopra che fosse obbligatorio il cenare a porte aperte sotto gli occhi di tutti; poi le leggi Orchia, Fannia e Didia e Licinia, Anzia e Giulia prescrissero il numero di convitati e la spesa dei banchetti privati, e il genere delle vivande, esclusa l’uccellagione. Tiberio allargò meglio la mano e lasciò che le spese fossero alquanto maggiori; ma con tutti questi freni, ognun sa quanto lusso e quanta spesa si facesse da’ facoltosi romani. Basti per tutti rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e ognuno di essi importava una determinata spesa quando vi si doveva cenare. Quando ciò seguiva e. g. nella sala d’Apollo, era prefisso che la cena costar dovesse trentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirà poi de’ pazzi imperatori che, morta la republica, ressero le sorti romane? Caligola in una cena gittò un milione e cinquecentosessantaduemila lire delle nostre, il tributo cioè di tre provincie; Nerone e Vitellio intimavano cene a’ loro cortigiani che costavano circa settecentomila lire, e quel più pazzo imperatore che fu Eliogabalo non ispendeva meno di lire sedici mila nella cena di ciascun giorno.

L’asciolvere chiamavanlo essi jentaculum e facevanlo al mattino; il pranzo, prandium, che sarebbe piuttosto la nostra seconda colazione, seguiva all’ora sesta del giorno, cioè sul meriggio; per taluni ghiottoni e per gli operai eravi più tardi la merenda, specie di colazione che di poco precedeva la cœna, che era il pasto più abbondante della giornata, il nostro pranzo odierno, verso l’ora nona o la decima, cioè tra le tre e le quattro pomeridiane; ciò che non toglieva che molti vi facessero succedere anche la commissatio, colazione notturna, quella che noi chiamiamo la cena.

Poichè siam sull’argomento del mangiare, credo dir qualcosa dapprima de’ conviti publici de’ Romani, quantunque, a vero dire, non si contenga ciò nell’argomento delle case, di cui principalmente trattiamo.

Si facevano essi da’ sacerdoti, da’ magistrati e poi si fecero talvolta dagli imperatori.

I primi si chiamavano adiciali, perchè s’aggiungevano a’ banchetti consueti molte vivande e avvenivano allora che i sacerdoti imprendevano l’ufficio. Le più sontuose eran quelle de’ Pontefici, come è detto in Orazio:

Absumet heres cœcuba dignior

Servata centum clavibus, et mero

Tinget pavimentum superbo

Pontificum potiore cœnis[106].

Nè minori eran quelle de’ Salii, testimonio lo stesso Orazio:

. . . nunc Saliaribus

Ornare pulvinar Deorum

Tempus erat dapibus, sodales[107].

Imbandivano le cene i magistrati al popolo quando conseguivan la carica, come ho già fatto conoscere ne’ capitoli del teatro, e come nota Cicerone nella quarta Tusculana in quelle parole: Deorum pulvinaribus, et epulis magistratuum fides præcinunt[108]. Averani ricorda che Marco Crasso sublimato al consolato, sacrificando ad Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i convitati non dovessero essere meno di cencinquantamila.

Più superbi e costosi erano i banchetti offerti al popolo da’ trionfanti. Prima però si convitavano i soli amici, come nel libro Delle Guerre Cartaginesi scrisse Appiano, parlando di Scipione, che arrivato in Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed egli, secondo il costume, banchettò quivi gli amici nel tempio. Lucio Lucullo distribuì al popolo oltre a diecimila barili di vino greco, allora in gran pregio, che si beveva parcamente, e ne’ più lauti conviti una volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque magnificentissimi trionfi, banchettò sempre il popolo, e in quelli che furono dopo il ritorno d’Oriente e di Spagna imbandì ventidue mila tavole o triclini, come riferisce Plutarco, con isquisite vivande e preziosi vini, sedendovi, cioè, non meno di trecentotrentamila persone. Plinio, in aggiunta di questo trionfo e di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma che Cæsar dictator triumphi sui cœna, vini Falerni amphoras, Chii cados in convivia distribuit. Idem Hispaniensi triumpho Chium, et Falernum dedit. Epulo vero in tertio consulatu suo Falernum, Chium, Lesbium, Mamertinum[109].

Svetonio poi ricorda di lui che banchettasse il popolo anche in onoranza della morte della propria figliuola.

In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che mandando a Roma gli ornamenti trionfali, banchettò il popolo, e Livia e Giulia banchettarono le donne: si sa degli altri che convitavano i senatori, cavalieri e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e Domiziano, secondo cantò Stazio:

Hic cum Romuleos proceres, trabeataque Cæsar

Agmina mille simul jussit discumbere mensis[110].

V’erano anche, oltre i surriferiti, de’ banchetti di cerimonia, detti epulæ, ma erano, a vero dire, banchetti sacri, dati in onore di numi in certe feste religiose. Dicevansi triumviri æpulones i sacerdoti incaricati di tali banchetti. Silla e Cesare istituirono poi, il primo de’ settemviri, il secondo dei decemviri, onde ammanire siffatti banchetti sul Campidoglio in onore di Giove. Dapes appellavansi più propriamente gli alimenti che durante la festa s’offrivano agli dei.

Veniamo ora alle cene private.

Triclinium chiamavasi, come già sa il lettore, la sala da pranzo, e le mense costituivansi di tre letti, lecti tricliniares, riuniti insieme in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perchè potessero passare i servi a porre su quella i vassoi. V’erano anche i biclinii o lettucci da adagiarvisi due persone a’ lor desinari, e Plauto menziona il biclinium nella commedia Bacchides, atto IV, sc. 3, vv. 84-117.

Diverse stanze tricliniari si scoprirono, come vedemmo, in Pompei, quasi tutte piccole ed offriron la particolarità che, invece di letti mobili, avessero stabili basamenti per adagiarvisi i convitati.

Questi triclinii ammettevano raramente molte persone: sette il più spesso, nove talvolta; onde il vecchio proverbio Septem convivæ, convivium; novem, convicium; ossia: sette, banchetto; nove, baccano.

Ecco, ad esempio, la forma del triclinium, o tavola, e la distribuzione del banchetto di Nasidieno, secondo la descrizione che ne è fatta nella satira VIII del libro II d’Orazio:

2 3
V. Turinio Porcio
1 2
Fundanio Nasidieno
3 1
Vario Nomentano
Lec. summus 3 1 2 Lectus imus
S. Batatrone Mecenate Vibidio
Medius Lectus.

Da ciò si vede, come non sedessero, ma giacessero a tavola, e per istare alquanto sollevati si appoggiavano col gomito sinistro al guanciale. Solo le donne stavano prima assise, ma poi imitarono presto gli uomini: i figli e le figlie pigliavano posto a piè del letto; ma sino all’epoca in cui ricevevano la toga virile restavano assisi.

Queste mense erano spesso di preziosa materia e di ingente lavoro. Così le descrive Filone nel Trattato della vita contemplativa, citato dall’Averani: «Hanno i letti di tartaruga o di avorio, o d’altra più preziosa materia, ingemmati per lo più, coperti con ricchi cuscini broccati d’oro e mescolati di porpora o tramezzati con altri vaghi e diversi colori per allettamento dell’occhio.» — Che ve ne fossero anche d’oro lo attesta Marziale nel libro III de’ suoi Epigrammi, epigr. 31:

Sustentatque tuas aurea mensa dapes[111].

Eguale era la ricchezza nelle altre suppellettili e nei vasi: usavano bicchieri e coppe di cristallo egizii e di murra, — che molti dotti e gravi scrittori reputano possa essere stata la porcellana, ciò potendosi confermare coi versi di Properzio:

Seu quæ palmiferæ mittunt venalia Thebæ

Murrheaque in Parthis pocula cocta focis[112], —

tazze d’argento e d’oro, cesellate o sculte mirabilmente e tempestate di gioje e il vasellame tutto di non dissimil lavoro.

Nè bastavano queste preziosità, perocchè si giungesse anche a disporre le soffitte de’ triclini in modo che si rivolgessero e rinnovassero, come si adoprerebbe da noi degli scenari in teatro, e l’una appresso all’altra si succedesse ad ogni mutar di vivanda. Ce lo dice Seneca: Versatilia cœnationum laquearia ita coagmentat, ut subinde alia facies, atque alia succedat et toties tecta quoties fercula mutentur[113]. Come reggessero a tutte queste infinite portate, ciascuna ricca di molte vivande, lo spiega l’invereconda costumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di provocarsi con una piuma il vomito.

Poichè sono a dire de’ Fercula, o portate, uopo è sapere fossero essi come barelle piene di piatti di diverse vivande. Petronio, nel Satyricon, alla cena di Trimalcione, ne descrive una che conteneva dodici statue, da’ nostri scalchi addimandate trionfi, ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Eliogabalo, scrive Averani, siccome uomo per golosità e prodigalità sovr’ogn’altro mostruoso, in un convito mutò ventidue volte la mensa di vivande: e vuolsi osservare che ciascheduna muta di vivande era per poco una splendida cena; e però ogni volta si lavavano, come se fosse terminata la cena. Questi ventidue serviti rispondevano alle lettere dell’alfabeto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle quali i nomi cominciano per A, e poscia quelle i cui nomi principiano per B e simigliantemente le susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile bizzarria nelle cene di Geta; e pare che Giovenale per avventura accennasse che l’usassero i golosi del suo tempo, scrivendo nella satira undecima:

Interea gustus elementa per omnia quærunt

Numquam Animo pretiis obstantibus[114].

Tornando alle soffitte, Nerone immaginò di far iscendere dalle medesime una pioggia d’unguento e di fiori, per diletto de’ convitati. Svetonio lo ricorda nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, e come nei teatri, pioggia di croco e d’altre profumate essenze tolsero alle nari de’ voluttuosi conviva i graveolenti odori dei diversi cibi.

Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco gli abiti ordinarj: ognuno vestiva una toga leggiera, detta synthesis, o cœnatoria, che veniva fornita o dal padrone di casa, o che il convitato si faceva recare dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, spiegano com’essa lasciasse o la parte superiore del corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura, talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne’ pasti dimettevansi persino gli abiti di lutto, acciò la mestizia non producesse indigestione. Si levavano i calzari, calcei, per mettere dei sandali, soleæ, che poi si abbandonavano, a miglior pulitezza de’ preziosi tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio dice alessandrini, giovani schiavi versassero sì alle mani che ai piedi acqua fresca ed anche gelata, sovente profumata. E profumi, come essenze di nardo e di croco, spargevansi su’ capegli, che poi incoronavan di rose, fiori ed erbe odorose che serbavano durante tutta la cena. Anche il pavimento era tutto sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrettanti preservativi contro l’ebrietà. Dopo spiegavansi le tovaglie, mantilia, portavasi i tovagliolini, mappæ, che troviam ricordati da Marziale nel seguente epigramma:

Attulerat mappam nemo, dum furta timentur:

Mantile e mensa surripit Hermogenes[115].

Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre, molti nondimeno le avevano di porpora o di broccato d’oro.

Fatti questi preparativi, ne’ banchetti più solenni, costumavasi eleggere il re del festino: si portavano i dadi od astragali, tali, e si gettavano le sorti per la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccie piane; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 2 e 3 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano insieme. Il miglior tiro, chiamato venus, avveniva quando ciascuna faccia presentava un numero differente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l’otteneva veniva dichiarato re. Era il tiro peggiore detto canis, quando tutti e quattro i numeri riuscivano gli stessi. Fritillus dicevasi il bossolo, entro cui agitavansi gli astragali e da cui si gittavano sulla tavola.

Eletto il re, tutti gli altri convitati dovevano, sotto pena d’ammenda, eseguire gli ordini suoi. Egli fisserà il numero delle coppe che si dovranno bevere, comanderà ad uno di cantare, all’altro, se poeta, di improvvisar versi, designerà la persona, in onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infrangeva gli ordini, veniva dal re multato nel bere un nappo di più e dicevasi cuppa potare magistra. Non si confonda il re del convito col Tricliniarcha, che era quegli che aveva su tutti gli altri servi addetti al banchetto la maggioranza e l’amministrazione della mensa.

La cena regolare, cœna recta, componevasi, oltre del pane che portavansi ne’ canestri, come c’insegna Virgilio

. . . . Cereremque, canistris

Expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis[116],

il più spesso di tre serviti, talvolta fin di sei. Valeva il primo a solleticar l’appetito e cominciavasi per consueto colle ova, onde venne l’espressione d’Orazio cantare ab ovo usque ad mala, cantar dalle ova alle frutta, e la attuale nostra cominciare ab ovo, per significare che si pigliavan le mosse del dire dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le ova si recarono in fine. Poi seguivan lattuche, fichi, olive, radici, ortaggi e salse acri e stimolanti la fame, secondo avverte Orazio:

Acria circum

Rapula, lactucæ, radices, qualia lassum

Pervellunt stomachum, siser, alec, fæcula coa[117].

Cicerone conta in questo primo servito, ch’ei chiama promulsidem, dal vin melato, mulsum, che si beveva, Petronio gustationem, Apuleio antecœnia, Varrone principia convivii e Marziale gustum, come noi appelleremmo antipasto e i francesi hors-d’œuvre; conta, dicevo, anche la salsiccia, nell’epistola 16 del libro IX: I[118].

Il secondo servito, o anche secunda mensa, costituiva il pasto sodo, e componevasi d’arrosti di vitella, di lepre, di oche, tordi, pesci, gigotti e cosiffatte leccornie, delle quali parla distesamente Ateneo nel libro XIV delle Cene dei Savi. E contavansi in esse le pasticcerie, i latticinj, e mille cose dolci, che comprendevano sotto il nome di bellaria. Non essendo ancor conosciuta la manipolazione dello zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele, che sapevano impiegare maravigliosamente[119]. — Noto qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non consta che conoscessero la forchetta; onde avendo a prender tutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, che il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso.

Qui potrebbesi tutto distendere un trattato di gastronomia romana e pompejana, ricordando i piatti più succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii[120], (i Carême e i Vatel di allora), onde anzi fu detta l’arte culinaria arte d’Apicio, da quello principalmente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò per la gola un ingente patrimonio, e giunto alle ultime duecentocinquantamila lire, preferì uccidersi di veleno, anzi che non potervi più soddisfare e lasciando dietro di sè un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo in lunghezze. Oltre di che già sa il lettore dei cinghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per averne uno pronto ad ogni istante; sa del garo pompejano, di cui già gli tenni parola; delle murene che si ingrassavano ne’ vivai ed alle quali Pollione gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che il figliuol del comico Esopo, strappata dall’orecchio della sua amica Metella e stemprata nell’aceto, e che Orazio tramandò ricordata a’ posteri ne’ versi che piacemi rammentare:

Filius Æsopi detractam ex aure Metelli

(Scilicet ut decies solidum exsorberet), aceto

Diluit insignem baccam[121].

Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Caligola, di cui narra Svetonio: Pretiosissimas margaritas aceto liquefactas serbabat[122].

Egualmente dovrei dire de’ vini; ma già il lettore non ha dimenticato che ne’ capitoli della Storia io l’avessi ad erudire dei tanti e celebrati vini che produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorrentino, del Massico, del Celene, del Cecubo, del Pompejano, che bevean in coppe coronate di fiori, sicchè allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Italia Ænotria, quasi regione dei vini; ma non pareva bastassero alla gola di que’ ghiottoni che furono i Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co’ meglio rinomati di Germania e di Francia, dalla Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, e tutti ambissero di vecchia data, sì che si contassero per consolati e ne tracannassero all’ubbriachezza uomini e donne, come lasciò Seneca scritto: Non minus potant et oleo et mero vires provocant, atque invitis ingesta visceribus per os reddunt et vinum omne vomita remediuntur[123]. Nè priverò di commemorazione a questo punto quel mio concittadino Novellio Torquato milanese[124], ricordato da Plinio, ammesso a que’ tempi in Roma a’ primi onori della città, il quale fu cognominato Tricongio[125], dal bere che faceva tre cogni di vino tutto d’un fiato, senza nè riposarsi, nè respirare, nè lasciarne pur una gocciola nel boccale da gittare in terra per far quel rumore che addimandavano cottabo.

E a tutte queste sontuose mense private servivano molti schiavi, al cenno del tricliniarca.

Prima era il coquus, che nella cucina confezionava le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo che s’agguagliò alla spesa d’un trionfo; poi il lectisterniator, che sprimacciava i letti su cui giacevano i commensali; il nomenclator che annunziava le vivande e i loro pregi, il prægustator, cui era commesso di gustare i piatti a tavola, onde conoscere se fatti a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno, lo structor che disponeva le vivande su’ vassoi nei diversi serviti e collocavali sul portavivande, che Petronio chiama repositorium, e fungeva altresì da scalco, lo scissor che trinciava le vivande, il carptor che le tagliava in parti; il pincerna o coppiere che mesceva a’ convitati il vino ed erano per lo più eletti a tale ufficio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schiavi, e il vocillator che compiva suppergiù la stessa cosa.

I banchetti poi rallegravansi con musicali istrumenti, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione descritta nel Satyricon; con danze di leggiadre e lascive fanciulle, saltatrices, celebri in questo le ballerine gaditane, ossia venute da Cadice, come le più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rappresentate nelle pitture pompejane, e per lo più apparivano vestite d’un ampio e trasparente pezzo di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno alla persona in pieghe graziose, talora lasciavano spandersi a modo d’un velo su parte del corpo, e tal altra affatto rimovendo dalle membra e facendo svolazzare per aria così da mostrarle tutte all’occhio degli spettatori. Costume codesto pur in Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi, o suonatrici di flauto, che pria durante il banchetto facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi, allorchè le vivande e i vini avevano mandati i fumi alla testa e convertito in orgia il banchetto, si mescolavano a’ lubrici conviva.

Quando poi, per dirla col Parini,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse,

si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spettacolo di lotte gladiatorie, non ischifando avanti il pericolo che il sangue avesse zampillato fin sulla sintesi e sul mantile o sovra il piatto medesimo.

A tutte queste distrazioni che allietavano le mense, Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote nelle sue Epistole, sappiamo com’egli preferisse udir buone letture d’alcun autore greco o latino. Ma pochi erano allora del gusto e dell’onestà dell’insubre magistrato e letterato.

Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi dell’ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero d’inviar quanto gli fosse piaciuto a’ parenti od agli amici. Qualche parasita, che fornì materia alle arguzie di Marziale, li serbava per goderseli l’indomani.

V’erano poi di quelli che non avevan portato seco il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello che aveva loro fornito il padrone di casa: e il medesimo Marziale li ha personificati in Ermogene, quello stesso che già ricordai, il quale non avendo potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di vederseli rubati, nessuno gli aveva portati, pur d’esercitare l’industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia:

Ad cœnam Hermogenes mappam non attulit umquam

A cœna semper retulit Hermogenes[126].

Ciò fatto, si recavano dagli schiavi i calzari, si accendevano le torcie per rischiarare i convitati che toglievan congedo dall’anfitrione e, quand’erano in senno, salutavansi fra loro augurandosi la salute del corpo e dello spirito.

Sovente erano alla porta attesi da’ loro schiavi con le lanterne di Cartagine, non tanto per illuminare le tenebre, giacchè allora per le vie non fosse illuminazione, o per proteggerli dai ladri, quanto per respingere gli attacchi de’ giovinastri, perocchè a que’ tempi anche figli di buone famiglie si recassero a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di applicar loro una buona bastonatura, o far loro qualche cattivo scherzo, come nel primo quarto del nostro secolo vedemmo praticarsi egualmente in Milano dalla Compagnia della Teppa. Si sa che Nerone imperatore aveva pure di simili gusti, e si camuffava perfin da schiavo, affine d’abbandonarvisi le notti, e di brutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita stessa fu posta a repentaglio più d’una volta.

Rivelati i misteri della mensa antica, cerchiamo adesso di indagare quelli della toaletta, nè forse riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare anche le vesti femminili, farò pur un cenno di poi delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e così imporrò fine a questo capitolo, nel quale la sovrabbondante materia mi affaticò a contenermi nei limiti proporzionati dell’opera.

Ho già superiormente accennate le diverse schiave od ancelle addette al servizio delle matrone: ora veggiamole in movimento intorno a queste. — Sono tutte silenziose e nude fino alla cintura ad attendere il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto d’avorio incrostato d’oro e di gemme nel cubiculo vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l’inerzia lasciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le chiama, e senza far rumore entrano le più favorite cubiculari e l’aiutano a scendere dalle sofici piume. La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e liscia la pelle, suppergiù come le moderne signore, pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata, il cold cream. Gli adoratori del giorno non la ravviserebbero in quel punto. Oltre quella maschera screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste il volume di sua superba capellatura, nè le ben arcuate sopracciglia, nè le perle della bocca. A ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto attiguo. Una schiava ne custodisce l’ingresso, perocchè occhio profano non debba sorprendere i misteri della sua artifiziata toaletta, giusta il precetto d’Ovidio, erudito maestro nell’arte d’amare:

Hinc quoque præsidium læsæ petitote figuræ:

Non est pro vestris ars mea rebus iners.

Non tamen expositas mensa deprendat amator

Pyxidas: ars faciem dissimulata juvet.

Quem non offendat toto fex illita vultu

Cum fluit in tepidos pondere lapsa sinus?[127]

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Multa viros nescire decet; pars maxima rerum

Offendat, si non interiora tegas[128].

Anzi, aggiunge il Poeta:

Tu quoque dum coleris, nos te dormire putemus[129].

E le cosmete si pongono all’opera. Con tepido latte di giumenta appena emunto l’una rammollisce le arse molliche della faccia e la lava; l’altra mastica le pastiglie greche che debbonsi applicare, dopo avere sullo specchio di metallo fiatato e provato aver ella sano e profumato l’alito; una terza l’imbelletta col rossetto, fucus; una quarta, sciolto in una conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia; poi v’ha chi pulisce col dentifricium i denti e colloca i posticci nelle gengive, assicurandoli con un filo d’oro. Il medesimo Ovidio dell’artificio del liscio ne dettò un poema: De Medicamine faciei, che non ci giunse per altro completo.

Succedono alle cosmete le parrucchiere, Calamistræ, ajutate dai ciniflones, dai cinerarii e dalle psecas[130]. L’opera loro è tutto un faticoso lavorio. Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la moda, e però usavan del sapo, pallottole di sego e semi di faggio, per colorirli di un color bruno chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre, quando il color favorito era il rosso e vi spendevano di grosse somme; oppur si tingevano a celare la canizie. È sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne ammonisce:

Femina canitiem Germanis inficit herbis;

Et melior vero queritur arte color.

Femina proceda densissima crinibus emptis;

Proque suis alios efficit ære suos[131].

Talvolta disponevano i capelli a ricevere la tintura, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i canuti colla volsella, che noi diremmo pinzetta. Pettinati, poscia calamistrati, unti e profumati, il pettine o quello più precisamente detto il discerniculum[132] e la mano industre acconciano in mille fantasie le chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi, galeri, grappoli od eriche, corymbia, mitre orientali; vi infiggono spilloni aurei ed effigiati, acus domatorio, e topazj e rubini e ametiste e perle e, dopo tutto, la dama si specchia nel lucidissimo disco d’argento. Pompei offrì esempi di siffatti specchi d’argento; uno si rinvenne di forma circolare il più usuale, con un manico per reggerlo quando si adoperava; altro di forma oblunga rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla padrona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la toaletta. Mantenevasi lucente la superficie dello specchio con una spugna, per consueto attaccata al telajo dello specchio stesso con una corta cordicella e con polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie non saranno state ben rannodate! guai se non ben foggiato il galerus, se alcun capello sfuggirà indisciplinato, se verrà usata lentezza! perocchè la crudele elegante le punzecchierebbe il seno o le braccia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando pure non la rimetterebbe al lorario, che sospesa la sventurata penzolone pe’ capelli, la flagellerebbe finchè non piacesse alla padrona di cessare.

Quindi è alle ugne che dona le sue cure e insomma ogni istrumento è adoprato a diversi altri ufficj, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o polveri fine di fiori odorosissimi istropicciati sul corpo, respingendo l’epilimna, perchè unguento della qualità più comune.

Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una camera della terza corte, si trovò una quantità di questi oggetti di toaletta femminile, che i Romani compendiavano col nome di mundus muliebris: uno dei suddetti specchi di metallo, decorato nel rovescio d’arabeschi, dei fermagli d’oro di forma rotonda, degli spilloni d’avorio per i capelli, un pettine, una cassettina di manteche, vasetti di vetro che contenevan belletto, boccette d’acqua d’odore, braccialetti d’avorio, orecchini, dentiscalpia o stuzzicadenti, monili, forbici, ecc., ecc.

Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l’uno un vassoio d’argento con latte per lavarsi le dita che la dama asciuga ne’ capelli ricciuti di lui, gli altri i cibi dello jentaculum, o colazione, e il vin di Cipro, o retico; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col filosofo di casa, o col mercante, o coll’unguentario che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta veneria, la schiava che presiede ai piaceri de’ suoi amori, ed alla quale dischiude le confidenze de’ suoi adoratori, chiedendo se costoro abbian mandato nella mattina i salutigeruli, o tal altro messaggio per lei.

Una breve parola adesso di queste veneriæ, perocchè in Pompei più d’una iscrizione vi faccia cenno. E basti per tutte citare quella di una Tiche, che fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue, si è indotti a conchiudere che la qualità di tali femmine o schiave non dovesse essere ignobile e turpe, come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del tempo portavano che le schiave favorite, o liberte, fossero destinate a tale officio di osceno lenocinio. I lessici non recano, e neppur quello del Forcellini, spiegazione di sorta di tal nome applicato a schiava avente incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò avrebbero rivelato gli scavi pompejani. Notarono per altro i lessici il venereum come luogo addetto a’ bagni e destinato per avventura alle amorose voluttà, e si riferirono all’iscrizione da me riportata nel dire dell’annunzio d’appigionarsi nei predii di Giulia Felice, dove, fra gli altri molti locali, presso al balneum, si ricorda il venereum. E le venereæ erano esse particolarmente addette al servizio di codesti venerei? Nulla di più probabile. Veggasi più avanti il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto.

La volta è venuta delle sandaligerulæ, delle vestisplicæ, e delle ornatrices, le funzioni delle quali ho già al lettore spiegato. Vediamo adesso i diversi abiti ed abbigliamenti ond’erano chiamate a vestire ed adornare la loro padrona.

La tunica era per le donne il primo e più indispensabile de’ vestimenti di sotto, e la portavano sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma dopo le frequenti relazioni coll’Egitto, si mutò in lino. Gli abiti di seta e i fini e trasparenti tessuti di Cos, che Petronio chiamò nel suo Satyricon vento tessile, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tunica interior, chiamata eziandio intima, era quella che vestivasi sotto un’altra tunica, portandosene fin quattro dalle persone dilicate. Dicevasi anche intusiasta una specie di camicia o veste che portavano in casa.

La stola, ho detto altrove come fosse una lunga veste bianca, che si portava sopra la tunica, e si attaccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio: discendeva fino a terra coprendo ben anche i piedi, ed aveva fimbrie d’oro e di porpora. Ho già riferito i versi di Ovidio, che così la ricordano:

Scripsimus hæc istis, quarum nec vitta pudicos

Contingit crines, nec stola longa pedes[133].

Nell’altro poema De Arte amandi, vi accenna in questo distico del pari:

Este procul villa tenues, insigne pudoris;

Quæque tegit medios, instita longa pedes[134].

La calthula era un piccolo mantello d’una stofa color della caltha, la calendula officinalis di Linneo, fiore di color giallo.

Il cerinum era un abito di stofa pur gialla.

La crocota era la veste di gala del colore del zafferano, imitata dalle greche, che la portavano alle feste Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo crocotula.

La cymatilis, abito del color dell’acqua marina e di stofa marezzata, come potrebbe essere il moderno moerro.

La impluviata era veste di color bruno, riquadrata a’ quattro lati, come appunto l’impluvium d’una casa. Sebbene Varrone parli dell’impluvia come di un mantello contro la pioggia, pure vi doveva essere anche l’impluviata o l’impluvium come veste, se così lo noma Plauto nella scena seconda del secondo atto dell’Epidicus.

Ecco in qual modo fa narrare l’incontro di una cortigiana col suo ganzo:

EPIDICUS

Sed vestita, aurata, crocote ut lepide! ut concinne! ut nove!

PERIPHANES

Quid erat induta an regillam induculam, an mendiculam,

Impluviatam? ut istæ faciunt vestimentis nomina.

EPIDICUS

Utin’impluvium induta eat?

PERIPHANES

Quid istuc est mirabile?

Quasi non fundis exornatæ multæ incedant per vias?[135]

Vi è dunque ricordato l’impluvium, ma con esso anche la regilla. Plauto nella stessa scena ricorda altresì le seguenti vestimenta:

. . . vesti quotannis nomina inveniunt nova:

Tunicam vallam, tunicam spissam, linteolum cæsicium,

Indusiatam, patagiatam, callulam, aut crocotulam!

Supparum, aut subminiam, ricam, basilicum aut exoticum,

Cumatile, aut plumatile, cerinum aut melinum gerræ maximæ

Cani quoque etiam ademptum ’st nomen.

EPIDICUS

Qui?

PERIPHANES

Vocant laconicum[136].

La patagiata era veste ricca del patagium, ossia della larga striscia di porpora e d’oro sul davanti, simile al clavus che avevano gli uomini.

La plumatilis era un abito, la cui stofa in certi punti di luce offriva come piume d’uccelli, nel modo stesso che la Cymatilis illudeva vedersi, come già dissi, onde marine.

Ralla dicevasi il mantello di una stofa chiara e leggiera, o di velo.

Rica era un pezzo rettangolare di panno lano orlato di frangia, vestimentum quadratum, fimbriatum, como lo ha descritto Festo, portato a modo di velo sulla testa: il suo diminutivo ricinium, recinium, ricinus, o recinus, era pure a modo di velo portato sulla testa, più specialmente assunto come segno di lutto. Trovansi pure mentovati nei surriferiti versi il basilicus, l’exoticus, il laconicum, il linteolum cæsicium, il melinum, la mendicula, la spissa, il supparum come altri effetti di vestiario, ma forse non saprebbesi precisarne il rispettivo uso.

Flammeum nomavasi il velo di color giallo carico e brillante che copriva tutta la persona, e portavasi dalle giovani spose nel giorno delle nozze.

Palla, come spiegai altrove in quest’opera, era l’ampio mantello in cui s’avvolgeva la dama romana, che vietava vedersi il disegno della persona, e s’aggiustava mediante un fermaglio sopra le spalle. La statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei, e di cui già feci menzione, offerse esempio della stola, della palla e dell’amiculum, o velo della testa.

Ho già detto nel capitolo delle Tabernæ della calzatura delle donne, non che in molte parti dell’opera de’ giojelli e preziosità onde le donne si fregiavano, e tanto poi e in una parola dirò essere stato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell’abbigliamento muliebre, che non alle sole cortigiane, come fece Plauto nel surriferito brano della commedia l’Epidico, ma a tutte applicar si potesse quel verso, che testè ho riportato, che, cioè, camminassero per le vie adorne di case e di terre.

Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli uomini.

La toga era il vestito distintivo del cittadino romano, che sempre si portava da tutti in tempo di pace: coprendo tutto il corpo, nè lasciando libero che un braccio, non potevasi tenerla durante il lavoro, nè in casa. Era di lana e bianca, e per lavarla davasi a’ fulloni, de’ quali gli intrattenni il lettore; onde argomentare è dato quanta fosse la importanza di costoro. Quelli che brigavano una carica publica, presentavansi al popolo colla toga resa d’un candore più brillante, usando di una preparazione cretacea, onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne perciò agli aspiranti il nome di candidati pervenuto infino a noi. Della toga bruna, pulla, usavano solo i poveri, detti perciò anche pullati, come ci avvenne di ricordare nel trattar de’ teatri, o quelli eziandio che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori, cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga.

La toga prætexta, lunga veste bianca e tutta unita, bordeggiata di porpora, d’origine etrusca, portavano i fanciulli ingenui d’ambo i sessi, l’abbigliamento de’ quali compivasi colla bulla o piccolo globo o cuore d’oro pei ricchi, di cuojo pei poveri, sospesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio Prisco, che donolla al figliuol suo, il quale, pretestato ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico: nell’uscir di puerizia, cioè nell’entrare dell’anno decimosettimo, la dimettevano colla pretesta per assumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio ricorda:

Cum primum pavido custos mihi purpura cessit,

Bullaque succinctis Laribus donata pependit[138].

Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, dittatori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.

Trabea era la toga di porpora vestita dagli imperatori. Vedemmo già, parlando dell’ordinamento guerresco, cosa fosse la toga palmata, detta anche picta, portata dai trionfatori.

Meno lunga che la toga, era la tunica, che pur gli uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero fino al gomito: più lunghe, la toga dicevasi manicata, ed era propria de’ disonesti. La mollezza fece adottare più d’una tonaca. Il portarla dimessa fino ai talloni, ciò che dicevasi tunica dimissitia, come il tener rilasciata la toga, era indizio d’animo effeminato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:

Sane genus hoc muliebrosum est timide dimissitiis.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Heus tu, tibi dico mulier[139].

La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i senatori portavano il laticlavium, che era una tonaca bordeggiata dal petto fino al basso d’una larga striscia di porpora. Angusticlavium fu detta la tonaca de’ cavalieri; la striscia di porpora che la frangiava era più stretta.

Penula, era il mantello con cappuccio, che in luogo della toga portavasi in viaggio, o in tempo di pioggia; lacerna era un altro mantello aperto sul davanti come il pallium de’ Greci, ed aveva pure cappuccio: già riportai l’epigramma di Marziale che la lasciò ricordata. La læna era un largo mantello d’inverno e di colore scarlatto, coccinea, pei ricchi e dignitari; purpurea pei sacerdoti. Abolla, un ferrajuolo di panno a due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in cima alla spalla: era lo stesso che il sagum, tranne che questo era di più ampia dimensione e di stofa più grossolana. Endromis appellavasi un mantello, o piuttosto una coperta di panno lano, in cui s’avviluppava dopo i giuochi ginnastici a prevenire il pericolo d’una infreddatura. Della synthesis, detta anche cœnatoria, ho già detto che fosse l’abito per il pasto: Nerone che si mostrava con essa in pubblico, veniva biasimato come di grave sconvenienza.

De’ calzari de’ Romani ho già informato il lettore nel capitolo delle Tabernæ, nè occorre però aggiungere verbo. In testa nulla portavano d’ordinario, solo coprivanla nelle solennità religiose. Ne’ saturnali portavano il pileus, più berretto che cappello; il petasus, che usavasi in viaggio e che Caligola permise portarsi in teatro per difendersi dal sole, aveva le tese larghe: galerus era una specie di elmo di pelle; apex, fu quello de’ sacerdoti. A difesa della testa solevasi altresì recare un lembo della toga su di essa, ma si toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna persona distinta.

In quanto al vestito degli schiavi, all’infuor della toga, propria dell’uom libero, della stola e della palla delle matrone, era eguale a quello delle donne e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la testa col cappuccio della lacerna o della penula. Vuolsi notare tuttavia che gli schiavi degli imperatori, massime nei servizio della tavola, vestivano bianco.

Varrone ricordò tuttavia come i citaredi si servissero della stola: apud Q. Hortensium, cum in agro Laurenti essem, Orphea vocari jussit: qui cum eo venisset cum stola et cithara, et cantare esset jussus, buccinam inflavit, ubi tanta circumfluxit cervorum, aprorum et cæterarum quadrupedum multitudo, ut non minus formosum mihi visum sit spectaculum, quam in circo maximo aedilium, sine africanis bestiis, cum fiunt venationes, etc.[140] Le meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola.

Detto così del vestire, i lavori femminili, che si compivano nel gynæceum, o appartamento delle matrone, chiuderanno il capitolo.

Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, nella guerra, e gli schiavi nelle tabernæ e nelle industrie: veggiam le donne adesso nell’interno della casa.

Si imbiancava da esse, si nettava, e cardava la lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e vestimenta per sè, e tonache e toghe per gli uomini, e già notai che l’occuparsi in siffatti lavori muliebri, ai primi tempi della republica, e l’incumbere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode della donna: domum mansit, lanam fecit. L’imperatore Augusto non volle mai vestirsi d’altro che di quel che lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercitavano le matrone anche al ricamo, che dicevano acupingere, pitturar coll’ago; e da ultimo, al dir di Tertulliano, nel suo trattato sulla Esortazione alla Castità, si aggiunsero altre occupazioni: l’amministrazione, cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte che le sterminate ricchezze e la effeminatezza del popolo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde la matrona non pensò più quind’innanzi che alla toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la famiglia da’ suoi cardini, si preparò la corruzione sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel gran popolo e di quel maraviglioso impero.