CAPITOLO XXI. I Lupanari.
Gli ozj di Capua — La prostituzione — Riassunto storico della prostituzione antica — Prostituzione ospitale, sacra e legale — La Bibbia ed Erodoto — Gli Angeli e le figlie degli uomini — Le figlie di Loth — Sodoma e Gomorra — Thamar — Legge di Mosè — Zambri, Asa, Sansone, Abramo, Giacobbe, Gedeone — Raab — Il Levita di Efraim — David, Betsabea, la moglie di Nabal e la Sunamite — Salomone e le sue concubine — Prostituzione in Israele — Osca profeta — I Babilonesi e la dea Militta — Venere e Adone — Astarte — Le orgie di Mitra — Prostituzione sacra in Egitto — Ramsete e Ceope — Cortigiane più antiche — Rodope, Cleina, Stratonice, Irene, Agatoclea — Prostituzione greca — Dicterion — Ditteriadi, auletridi, eterìe — Eterìe celebri — Aspasia — Saffo e l’amor lesbio — La prostituzione in Italia — La lupa di Romolo e Remo — Le feste lupercali — Baccanali e Baccanti — La cortigiana Flora e i giuochi florali — Culto di Venere in Roma — Feste a Venere Mirica — Il Pervigilium Veneris — Traduzione — Altre cerimonie nelle feste di Venere — I misteri di Iside — Feste Priapee — Canzoni priapee — Emblemi Itifallici — Abbondanti in Ercolano e Pompei — Raccolta Pornografica nel Museo di Napoli — Sue vicende — Oggetti pornografici d’Ercolano e Pompei — I misteri della Dea Bona — Degenerazione de’ misteri della Dea Bona — Culto di Cupido, Mutino, Pertunda, Perfica, Prema, Volupia, Lubenzia, Tolana e Ticone — Prostituzione legale — Meretrici forestiere — Cortigiane patrizie — Licentia stupri — Prostitute imperiali — Adulterii — Bastardi — Infanticidi — Supposizioni ed esposizioni d’infanti — Legge Giulia: de adulteriis — Le Famosæ — La Lesbia di Catullo — La Cinzia di Properzio — La Delia di Tibullo — La Corinna di Ovidio — Ovidio, Giulia e Postumo Agrippa — La Licori di Cornelio Gallo — Incostanza delle famosæ — Le sciupate di Orazio — La Marcella di Marziale e la moglie — Petronio Arbitro e il Satyricon — Turno — La Prostituzione delle Muse — Giovenale — Il linguaggio per gesti — Comessationes — Meretrices e prostibulæ — Prosedæ, alicariæ, blitidæ, bustuariæ, casoritæ, copæ, diobolæ, quadrantariæ, foraneæ, vagæ, summenianæ — Le delicatæ — Singrafo di fedeltà — Le pretiosæ — Ballerine e Ludie — Crescente cinedo e Tyria Percisa in Pompei — Pueri meritorii, spadones, pædicones — Cinedi — Lenoni — Numero de’ lupanari in Roma — Lupanare romano — Meretricium nomen — Filtri amatorii — Stabula, casaurium, lustrum, ganeum — Lupanari pompejani — Il Lupanare Nuovo — I Cuculi — Postriboli minori.
Sa il lettore, per quel che gliene ho detto nel capitolo de’ Templi, come in Roma, massime a’ tempi dell’impero e quindi a’ giorni in cui specialmente lo richiama quest’opera, meglio che a Venere celeste, si sagrificasse alla Venere Pandemos, la Iddia dal facile ed osceno costume, e già sa del pari della lussuria campana, onde Plauto, facendosi eco della brutta riputazione che s’avean fatta, designava gli abitatori di quella zona molles et libidinosi[141]. Egli sa pure di quegli ozj passati in proverbio, duraturo anche adesso, e che riuscirono tanto fatali al massimo capitano cartaginese, Annibale, che prima d’abbandonarsi ad essi era stato invincibile. Tutta questa plaga ridentissima del Tirreno, e massime le città in riva alla marina, avevano inoltre accolto, come delle buone istituzioni, così il contributo eziandio delle cattive, che portava seco quella immigrazione la quale avean causato le romane guerre in Grecia, in Africa e nelle Gallie, o l’andirivieni de’ mercatanti che accorrevano a recar merci all’Italia; onde agli ingeniti costumi e vizi del paese si fossero venuti annestando i vizii pur dello straniero. Il culto di Iside, venendo dall’Egitto, vi aveva dedotto la prostituzione sacra: i misteri di Eleusi importati da Grecia lo avevano più intristito, e la Grecia già alla sua volta li aveva avvalorati de’ riti osceni dei popoli asiatici. Di tutto ciò io dissi già a suo luogo.
È agevol cosa accorgersi, comparando la prostituzione greca colla romana, che entrambe si avessero per avventura una comune origine, nell’Asia; vale a dire che Grecia avesse direttamente derivato di là le pratiche della sua dissolutezza e che Roma e l’Italia le avessero adottate coi molti altri costumi dalla vinta Grecia; con questo solo di divario peraltro, che l’asiatico costume così assunse un tal carattere in Grecia da, per così dire, divinizzarsi e farsi perfino simpatica talvolta e recinta di poesia, mentre in Roma restò brutale e schifosa. Indarno quindi si cercherebbe a Roma la storia della sua prostituzione tale da poter esser letta, senza arrossir sin nel bianco dell’occhio. Invano le domandereste le Targelie, le Aspasie, le Frini, le Diotime, le Glicere, le Bacchidi e le cento altre cortigiane, che la Grecia salutò ispiratrici o di savia politica, o di dottrina o di poesia, e che anzi segnano, puossi dire, il progresso della greca civiltà: la cortigiana di Roma, ignorante e vendereccia, volubile e lussuriosa, segna invece il precipizio della gloria e della dignità della nazione.
Quanta differenza fra la Via Sacra, i boschetti di Pompeo, il portico di Livia di Roma e il Ceramico, od anche il Pireo d’Atene, fra il dicterion greco e il lupanare romano!
Gli scavi pompeiani dovevano portare una luce e costituir quasi un commento sul lupanare romano descritto da Giovenale, dove la imperial consorte dello stupido Claudio faceva copia di sè, come la più abbietta meretrice, alla feccia della plebe che vi traeva, e d’onde non partiva la svergognata che sfiaccata, ma non satolla:
Et lassata viris nec dum satiata recessit[142].
La mia mano deve adesso sollevare un lembo della cortina del lupanare pompejano, per iscriverne i possibili particolari, e dico possibili, perocchè tutto non sia lecito ripetere, da che l’età nostra siasi fatta estremamente pudibonda, se non dei fatti, certo delle parole: il contrario di quel diceva Catullo dovesse essere il poeta, al quale correva obbligo d’essere casto, mentre poi non fosse necessario che casti fossero i suoi versi:
Non castum esse decet pium poetam
Ipsum: versiculos nihil necesse est[143].
Ardua impresa io mi assumo: lo farò con quel riserbo che il lettore domanda, al quale per altro non ispiacerà che a larghi tratti io gli narri la storia dapprima e la condizione di questo abbrutimento dell’uomo, contro il quale finora invano lottarono la sapienza de’ legislatori e la civiltà dei tempi per diradicarlo, paghi soltanto d’averlo infrenato; ond’esso si accampi nella società sotto l’egida delle leggi, quasi una professione ed un diritto, e si convenne nomarsi prostituzione legale. Per ciò appunto che già notai che lo svolgimento più ampio e sfrenato di questa lebbra in Roma dati dall’epoca delle sue conquiste e dall’affluirvi delle diverse nazionalità, uno sguardo retrospettivo sulla storia, in cotale materia, degli altri popoli, varrà a notarne i punti di contatto ed a illustrare, quella che più presso riguarda il mio soggetto.
Ogni traffico osceno del proprio corpo è quanto corrisponde alla parola prostare, d’onde è derivata quella di prostituzione. Questo traffico, questo infame commercio ha pur troppo la sua storia, antica quanto il mondo, nè interrotta mai nelle sue più orribili tradizioni; nè, per quanto si ingentiliscano i costumi, per quanto splenda lume di civiltà, non può nutrirsi speranza che siffatta mala pianta si divella di mezzo agli uomini; solo essendo dato di credere che possa venir meglio infrenata e disciplinata. Importa altresì seguirne le fasi storiche, potendo giovare il conoscerne i particolari, i suoi periodi più accentuati e quelli di decrescimento, onde dallo studio delle medesime dedurne gli accorgimenti utili al miglioramento del costume.
Gli scrittori — e fra questi anche il Dufour nella sua Storia della Prostituzione, alla quale mi è impossibile non ricorrere, massime in queste prime pagine nelle quali ne indago le origini, — si accordano nel considerare tre distinte forme sotto cui si manifestò la prostituzione e la distinsero in prostituzione ospitale, in prostituzione sacra o religiosa e in prostituzione legale o politica. Originò la prima dalla prevalenza della forza dell’uomo sulla donna, per la quale questa fu presto ridotta sotto la sua schiavitù; ond’essa, perduta ogni dignità e divenuta all’uomo, cui era compagna, indifferente col tempo, nel primitivo stadio sociale in cui la face non brillava della civiltà, passò fra le concessioni dell’ospitalità. Perocchè vediamo presso tutti i popoli primitivi l’ospitalità spesso elevarsi a dogma e legge inviolabile, e la prostituzione divenire parte integrante della medesima. I doni che in ricambio la donna riceveva dall’ospite straniero e che soddisfacevano la cupidigia del marito, valsero a generalizzare la prostituzione ospitale. E l’ospite straniero, a rendere più ardenti, anzichè obbligatorie o di cerimonia, le carezze, lasciava talvolta credere la propria origine celeste e così poco a poco si venne a dare a codesta prostituzione il carattere di sacra. La mitologia infatti reca più esempi di numi presentatisi alle dimore ospitali di semplici mortali ed ivi avere beate di loro amplessi divini le mogli degli ospiti loro. Gli eroi più celebrati del poema omerico, quelli della storia greca ed anche della romana, fino a Cesare, che voleva da Venere esser disceso, tutti vantano origine divina. Non re, non capo di tribù potè far senza di questi fasti di famiglia; finchè tra le offerte che si facevano ne’ templi, la religione pagana accolse anche la prostituzione, il cui prodotto manteneva l’avarizia e la libidine sacerdotale. Facile allora era il passaggio della prostituzione dalla religione nei costumi e nelle leggi. Certo è tuttavia che tra l’esistenza della prostituzione antica e anteriore al Cristianesimo e quella posteriore corra una differenza enorme. Se ora la religione la vietò, se la morale la condannò; la legge, autorizzandola, la ridusse nondimeno entro determinati confini: mentre prima, se la sola filosofia la proscriveva, i costumi la consacravano ai dogmi religiosi.
Tutte queste transizioni appariranno dalle seguenti storiche narrazioni che rapidamente accennerò.
È nella Caldea, nella patria di Abramo, che si riscontrano le prime traccie della prostituzione ospitale e sacra e ce le additano da una parte la Bibbia ed Erodoto dall’altra.
Per la prima, sappiamo come gli angeli discesi sulla terra per conoscere le figlie degli uomini, ne avessero avuto figliuoli, ch’erano i giganti. A questa credenza avevan dato luogo i seguenti versetti del capo IV della genesi:
«Or avvenne, che gli uomini cominciarono a moltiplicare sopra la terra, e che furono loro nate delle figliuole:
«I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole degli uomini erano belle, si presero per mogli quelle che si scelsero d’infra tutte»[144]. Poi ci fa sapere del corrotto costume e della malvagità così cresciuta, che pentissi il Signore d’aver creata la terra onde ebbe a mandar il diluvio a sterminare la razza umana; salva solo la famiglia di Noè. Vediam poi, sempre nella Genesi, che è il primo libro della sacra Bibbia, neppur rispettata più l’ospitalità; perocchè vi leggiamo che in Sodoma gli angeli che si fermarono nella casa di Loth per passarvi la notte, vi fossero fatti segno agli assalti de’ Sodomiti, che circondando la casa ne li reclamavano sì che Loth offrisse loro, a rispetto dei suoi ospiti, le due figlie, che non avevano conosciuto ancora gli uomini. Le quali figlie, ci dice poi lo stesso libro santo, come abusassero un giorno, a cagion di libidine, dell’ebbrietà del loro padre. L’incendio di Sodoma e Gomorra provano il traffico, più osceno ancora, contro natura; l’episodio di Thamar che si prostituisce a Giuda suo suocero per averne un figlio e il modo cui è narrato pongono in sodo che la prostituzione legale esisteva, sedendosi le meretrici perfino a capo delle vie ad attendere i loro avventori. Mosè poi, il grande legista, dovè ricorrere a penalità terribili pei crimini di bestialità e di sodomia; prova indubbia che gli Ebrei si abbandonassero troppo a questi brutti peccati.
I lupanari tuttavia degli Ebrei non erano che di meretrici straniere, avendole Mosè escluse dalla prostituzione legale. La lebbra onde s’affliggeva quel popolo altro non era che un male, conseguenza dello abuso e delle diverse forme d’impurità, e le frequenti abluzioni ordinate dalla legge erano prescrizioni igieniche per chi pativa di taluno de’ malefici effetti, come argomentasi da quanto è detto nel Cap. XV del Levitico. Così la pena di morte comminata contro gli Ebrei, che in onore di Moloch commettevano impurità, prova come si fosse generalizzato l’onanismo. La dissolutezza degli Ebrei aveva generato terribile malattia: Mosè e i giudici ne erano gravemente preoccupati e Finea nipote d’Aronne, saputo che Zambri giaceva con una meretrice madianita, li coglie e li uccide. Lo stesso Mosè fa sgozzare 24,000 de’ suoi seguaci, perchè uno di loro aveva bazzicato con una Madianita; ciò che per altro non aveva impedito che quel grande legista si fosse tolta per moglie una figliuola di quel popolo. Asa, re, caccia perfino la madre sua che sacrificava a Priapo e ne distrugge l’oscena statua. Nè pure i capitani più eletti d’Israello andavano immuni da tal peccato. Sansone nelle braccia di Dalila perdeva la forza che gli aveva data il Signore. Abramo aveva la sua concubina e prostituiva due volte per denaro a re stranieri la moglie, facendo loro credere fosse sua sorella. Giacobbe ebbe la sua; Gedeone del pari. La Raab che tradì Gerico, la propria città, a codesto condottiero del popolo Ebreo, vuolsi fosse una cortigiana. Pietosa è la storia del Levita di Efraim, che nella città di Guibha, ospitando presso un buon vecchio, i cittadini ne assalirono la casa per abusare di lui. Egli e l’ospite suo cercarono stornarli; poi a nulla valendo le preci, concesse il levita a que’ miserabili la propria concubina, che alla dimane, rotta da quelle bestiali lussurie, non appena potè ridursi presso l’amante levita, che miseramente spirava e fu causa codesta che Israello, a vendicar tanta infamia, si armasse a fiera guerra contro i Beniamiti. David, il santo re Profeta, a saziar la sua lussuria, invaghitosi di Bath-Scebah o Betsabea, come è chiamata per lo più, da lui veduta ignuda nel bagno, la fa rapire e la rende madre; poi fa che Uria marito di lei venga esposto nella furia maggiore della battaglia sì che vi perisca e così si appropria la moglie. Non altrimenti aveva fatto il santo patriarca con Nabal, cui saccheggiava la casa, e toglieva la moglie per farla sua. Lascierò poi agli spiriti più ingenui l’apprezzare il rimedio suggerito da’ servitori suoi allo stesso re David, quando vecchio non poteva per copertura di vestimenta riscaldarsi, collo avergli cercato una giovinetta vergine, la bellissima Abisag, perchè si tenesse davanti a lui e gli dormisse in seno. Buon per la vezzosa Sunamite ch’ei non abbia potuto conoscerla. Che diremo di Salomone, del sapientissimo re? Egli ebbe settecento donne e trecento concubine e il suo cuore, già sì saggio, si pervertì, tanto da assassinare il fratello Adonias, che gliene aveva domandata una, della qual s’era invaghito.
Finalmente la prostituzione, dietro l’esempio dei grandi, si popolarizzò e si portò perfin nel tempio, come si legge nel libro de’ Maccabei. Ciò che poi apparirà incredibile si è il leggere in Osea queste strane parole poste in bocca dell’Eterno stesso: dixit Dominus ad Oseam: Vade, sume tibi uxorem fornicationum, et fac tibi filios fornicationum[145] ed egli infatti, sposò la meretrice Gomer figliuola di Debelaim e n’ebbe un figlio, cui impose il nome di Gesraele. Ma non basta: lo stesso Dio dice al medesimo Profeta di poi: Et dixit Dominus ad me: Adhuc vade, et dilige mulierem, dilectam amico et adulteram... et fodi eam mihi quindecim argenteis et coro hordei[146], e, già s’intende; il Profeta obbedisce all’Eterno.
Lascio che se la sbrighino i commentatori della Bibbia, che essi sapranno giustificare questi bei Comandamenti che un delirante ebbe ardimento di dire gli venissero dal Signore.
E per lasciare i libri santi, della prostituzione caldaica ho detto come informi Erodoto. Hanno i Babilonesi, egli scrive, una legge infame. Ogni donna nata nel paese è obbligata una volta almeno nella sua vita di andare al tempio di Venere ed ivi abbandonarsi ad uno straniero. Gli stranieri vi passeggiano e scelgono le donne che più gli piacciono ed esse non ponno tornare a casa, se prima qualche forestiero non le abbia avute, invocando la dea Militta, piacendo agli Assiri di dare a Venere questo nome. Nè gli stranieri ponno ricevere rifiuto, perocchè ciò vieti la legge e sacro essendo il denaro che ne è frutto. Quelle che hanno in dote bellezza, non fanno lunga dimora nel tempio; le brutte vi restano fin tre o quattro anni, finchè non abbiano soddisfatta la legge. È agevole capire allora come facilmente avesse ragione Quinto Curzio, quando nella vita d’Alessandro Magno ebbe a dire che nessuna nazione fosse più corrotta della Babilonese; la prostituzione sacra ingenerando l’altra dei costumi. E il fatale esempio si diffuse colle guerre e la prostituzione attecchì presto nella Grecia. Nacque allora il culto di Venere e di Adone, a personificare la passione, perchè gli uomini tendano a divinizzare i loro affetti, e questi poi degenerando nelle diverse manifestazioni, originarono l’Astarte, il dio ermafrodito, che rappresentava i due sessi ad un tempo stesso.
E si fecero misteri e feste a Venere, ad Adone, ad Iside ed alle altre divinità, che con diverso nome rappresentavano la medesima cosa. Pafo, Amatunta, Cipro, Eleusi furono teatro a queste sacre lascivie, che poi ebbero tempio in ogni città greca e quindi in ogni città romana. Nè meno sfrenate furono le sacre orgie dei Persiani in onore di Mitra, i quali del resto, afferma Plutarco, le avessero dedotte dai Parti, passate di poi nella Cilicia, e più tardi, al tempo di Trajano, in Roma, secondo l’opinione di Fréret.
Ho detto che Iside ebbe i suoi misteri; essa era quanto la Venere degli Egizi[147], che sotto quel nome e quello d’Osiride avevano divinizzato la natura fecondante e generatrice.
Il phallus, distintivo della virilità, veniva dalla sacerdotessa d’Iside nelle sacre cerimonie portato chiuso in una teca d’oro. La prostituzione sacra era dunque nel massimo vigore sulle sponde del Nilo; ma ciò che non parrà vero e che proverà ognor più com’essa passasse agevolmente ne’ costumi, si è che Ramsete, re dell’Egitto, 2244 anni prima di Cristo, prostituì nel lupanare la propria figlia, come mezzo politico per discoprire il ladro del suo tesoro, e Ceope fece altrettanto dodici secoli avanti l’era volgare, per provvedere alla spesa d’una piramide, e narra Erodoto che quella brava figliuola volendo inoltre erigerne un’altra per proprio conto, pregasse quelli che la visitavano fornissero ciascuno una pietra per compirne l’opera, e la nuova piramide sorse infatti accanto a quella del padre. — A’ matematici il computare quanti potessero essere gli erotici visitatori di quella virtuosa figlia di re.
Io non posso ricordare il nome delle cortigiane tutte de’ tempi i più remoti, che si resero celebri; pur di taluna farò il nome. L’Iliade cantò le conseguenze del rapimento di Elena, l’infedele consorte di Menelao, nella cui casa Paride violò l’ospitalità, onde ne derivò la Guerra di Troja. Negli episodi di quel divino poema, massime in quelli di Briseide, di Tecmessa e di Cassandra, appartenenti ad Achille, ad Ajace e ad Agamennone, vediamo la prostituzione cui eran sottoposte le schiave, ancor che figlie di re, ma venute per le vittorie in servitù. Poi la storia dei tempi eroici ricordò ancora in Grecia gli adulterj di Clitennestra e d’altre eroine, e i bestiali accoppiamenti di Pasife ed altre molte lussurie infami ed incesti, che parvero perfino parti dell’immaginazione e si confusero colle leggende incredibili della mitologia.
Solo volendo pertanto ricordare quelle che di sè trafficarono a cagion di lucro, terrò conto di Rodope, cortigiana di Tracia, che 600 anni prima di Cristo, fu celebre in Egitto e cui si deve un’altra delle piramidi. La sua bellezza e riputazione è rivelata al re Amasi da un’aquila, che avendole rapita una pianella, ebbe a lasciarla cadere a’ piedi di lui, il quale, fatte le indagini a chi appartenesse, scopriva essere di Rodope e se la volle per amante.
Ma la grande epoca delle cortigiane d’Egitto fu quella de’ Tolomei, tre secoli cioè avanti l’era volgare, e si rammentano i nomi di Cleina cui furon rizzate statue, di Stratonice greca, cui ne onorò Tolomeo Filadelfo la memoria, rizzandole, morta, un mausoleo: Irene, che volle morire col suo reale amante Tolomeo Evergete; e Agatoclea, che appartenne a Tolomeo Filopatore e resse per lui l’Egitto.
Dalla egizia passando alla prostituzione greca, vi troviamo del pari quella sacra; ma cessando questa ben presto, lasciò nei riti le sue traccie. Varie furono le Veneri che si crearono a rappresentare le diverse forme della bellezza e dell’amore; ma Socrate le riassunse in due; nella Venere celeste o dell’amor casto e nella Venere Pandemos o popolare, che ricordai al principiar del capitolo, ossia dell’amore impudico e criminoso. Solone, il severo legislatore, fondò il dicterion o lupanare e coi prodotti di esso eresse un tempio alla Venere Pandemos. E templi sorsero in tante altre città di Grecia a questa Dea, perfino sotto il nome di Eteria o cortigiana e di Peribasia, qualificativo che descriveva l’azione del più svergognato amor fisico. E a questa Dea si consacravano speciali eterie e il culto veniva da esse esercitato. La prostituzione in Grecia si poteva dividere in tre classi: alla prima appartenevano le ditteriadi o le meretrici del popolo; alla seconda le auletridi, o suonatici di flauto, che dopo avere colle tibie rallegrati i banchetti, si mescevano alle orgie che vi ponevano fine; alla terza le eterie. Queste ultime erano bensì cortigiane, ma elette, di peregrina bellezza o d’ingegno, le quali si abbandonavano non a tutti, ma a chi credevano, a seconda del capriccio o della simpatia e il più spesso per ammirazione del talento. Queste tre classi non avevano alcuna relaziona fra loro e le eterie serbavano la loro fierezza, come a un di presso farebbero le lorettes parigine oggidì. Esse infatti frequentavano il Ceramico, dov’erano boschi e portici, giardini e sepolcri dei cittadini morti in guerra e dove traeva la parte ricca e intelligente d’Atene; mentre alle ditteriadi ed alle auletridi riserbavasi il Pireo. Quelle, quantunque non venissero considerate come cittadine, vivevano nondimeno tra uomini eminenti e letterati; queste invece considerate come schiave, liberte o straniere.
Celebri fra le eterie furono Glicera, amante del primo dei poeti comici, Menandro; Lamia amante di Demetrio Poliorcete re dei Macedoni; Taide amata da Alessandro il Grande e che lo seguiva nelle sue spedizioni militari; Cleonice amata da Pausania, che fu anche filosofa, come lo fu Targelia amante ed emissaria di Serse e sposa di poi del re di Tessaglia; Leonzia amata forsennatamente da Epicuro; Archippe e Terride amanti di Sofocle; Archeanassa di Platone, Laide di Diogene, Frine di Iperide, Bacchide di Procle, Teodota di Socrate e più che tutte, che sarebbe troppo lungo enumerare, Diotima la cui saviezza fu encomiata da questo grande filosofo, Erpilli che passò la sua vita con Aristotile ed alla quale ei legò la casa de’ suoi padri, e Aspasia, che bella e filosofa, maestra prima di retorica a Socrate, amica di Alcibiade e Fidia, fu poi amatissima da Pericle, in guisa che l’avesse a sposare, e cui la Grecia andò debitrice di progresso e incivilimento.
Tanto era costei considerata in Atene, che la sua casa divenisse il convegno de’ più dotti e celebrati uomini d’allora, come i filosofi Anassagora e Socrate, Sofocle ed Euripide i due sommi tragici, Iclino l’architetto del Partenone e Fidia lo scultore degli Dei, e gli si assegnasse tanta dottrina, che per molti si tenne che i discorsi che Pericle pronunciava nello Pnice, e alla cui eloquenza nulla resisteva, fossero composti da Aspasia, come il discorso in commemorazione dei morti ne’ primi anni della guerra del Peloponneso e riferito da Tucidide. L’aristocrazia, nemica di Pericle, così ne temeva l’influenza e il consiglio, che a perderla facesse accusare Aspasia di empietà da Ermippo, poeta comico, e tratta avanti agli Eliasti, avrebbe corso gravissimo pericolo d’esserne condannata a morte, se per lei non avesse perorato Pericle stesso, il qual fu visto piangere per la prima volta.
È strano il vedere codeste eterie amare e darsi ad uomini unicamente per le virtù di essi, come la Teodota di Socrate e la Laide dello schifoso Diogene: la loro storia sarà però sempre più poetica e simpatica che non quella delle cortigiane di altri paesi. E più strano parrà che Aspasia venga raffigurata nei dialoghi di Platone come propugnatrice della più pura morale e, in capo d’ogni altra cosa, della morale della famiglia.
E così savii infatti ne erano gli ammonimenti, che le più rispettabili matrone vedevansi condurre a lei le proprie figliuole; onde non saprebbesi poi comprendere come colla retorica si facesse altresì maestra d’amore a Socrate, come taluni scrissero di lei, che si scostasse della virtù, e meno ancora che servisse mezzana agli impudici ardori di lui per il bello Alcibiade. Molto di lei si favoleggiò, si scrisse contrariamente a verità e si calunniò, massime da Aristofane nelle sue commedie-libelli e credo rimanga ancor molto a studiarsi per rivendicarla interamente dalle brutte accuse, motivate unicamente forse da ire di parte.
Nè le altre classi della greca prostituzione mancarono di nomi celebri e basti il ricordare Boa auletride, che fu madre di Filetario re di Pergamo e Abrotone ditteriade tassata un obolo, che in onta a ciò, fu madre di Temistocle.
Prima di congedarmi dalla prostituzione greca, dovrò far cenno della poetessa Saffo, che nacque da distinta famiglia di Lesbo e ricca e la quale, se non prostituivasi a denaro, teneva tuttavia scuola di prostituzione la più dannosa, predicando l’amor delle donne, detto perciò l’amor lesbio. Platone la disse bella; Massimo di Tiro, seguito pure da Ovidio, nera e piccola: vi fu chi avrebbe voluto riabilitarne la dottrina e i costumi; ma Dionisio Longino, avendoci conservata l’ode di lei, capolavoro di passione isterica, tolse ogni attendibilità alla difesa[148].
L’Egitto, la Fenicia, la Grecia, colonizzando l’Italia, vi importarono coi costumi anche la religione e il culto di Venere vi attecchì primo fra tutti. La prostituzione ospitale regnava tra’ monti e nelle foreste, la sacra nelle città. I dipinti e vasi etruschi che si rinvennero, sono altrettanti monumenti che attestano in Etruria la prostituzione. Altrettanto nei primordi di Roma. Romolo e Remo allattati da una lupa, Aurelio Vittore e Aulio Gellio spiegano che la lupa non fosse che una meretrice, Acca Laurenta denominata, amante del pastore Faustolo. In memoria di questa lupa o meretrice, si istituirono le feste Lupercali, che per rispetto si attribuirono al Dio Pane. Giustino e Servio con più ragione pretendono che Romolo altro non abbia fatto se non che dar forma più decente e regolare alle grossolane istituzioni di Evandro. Tuttavia non modificaronsi di molto le indecenti azioni de’ Luperci, ovveramente arguir si deve che ben fossero scandalose ed oscene, se rimasero, sebben modificate, rozze e invereconde cose e che Cicerone medesimo trattasse il corpo de’ Luperci come agresta società anteriore a qualunque civiltà. In queste feste lupercali alcuni giovani e i sacerdoti preposti al culto di Pane, correvano per le vie affatto ignudi tenendo da una mano i coltelli di cui si eran serviti per immolare le capre e dall’altra delle sferze, colle quali percuotevano tutti coloro che incontravano. L’opinione che si aveva che quelle percosse contribuissero a render feconde le donne o rendessero felice il parto, faceva sì che lungi dall’evitarne l’incontro, esse si avvicinassero loro per ricevere de’ colpi, a’ quali attribuivano una sì grande virtù.
Feste e riti congeneri reclamava in Roma anche il culto del Dio Bacco, epperò designaronsi col nome di Baccanalia, come in Grecia, da cui vennero, chiamavansi Dionysia. Si appellarono eziandio Orgiæ ad indicare lo strepito o baccano che si soleva fare ne’ tre giorni di loro durata. Non altrimenti che in Grecia, anche in Italia venivano accompagnate dalle più sfrenate dissolutezze. Dapprincipio si celebravano tre volte all’anno; quindi quasi mancassero le occasioni alle baldorie ed alle lascivie, si ripetevano più spesso. Seguendo le tradizioni greche, ed anche egizie, Erodoto e Diodoro Siculo vogliono che le feste dionisiache procedessero dalle sacre terre fecondate dal Nilo, non erano che le donne chiamate in Roma a celebrarne i misteri: poscia, bandito ogni ritegno, si mescolarono i due sessi, e orribili disordini ne conseguitarono, tal che il Senato nell’anno 568 di Roma, emise decreto che tali orgie proscrisse in tutta Italia. L’abolizione dei Baccanali formò soggetto ad una tragedia di Giovanni Pindemonti, al suo prodursi applaudita.
Come pratichiamo noi pure di presente nelle feste cristiane di Madonne e Santi, nelle quali si portano i sacri simulacri processionalmente, nelle feste di Bacco recavasi la statua del nume in processione seguita da canefore o portatrici di panieri, coperte di pampini e da saltanti Tiadi o sacerdotesse con cimbali e trombe, e da Baccanti con tirsi, dette pur Menadi o furibonde, come si argomenta dal seguente brano onde si chiude il Carme XVIII del Lib. 1. delle Odi di Orazio:
.... Non ego te, candide Bassareu,
Invitum qualiam: nec variis obsita frondibus.
Sub divum rapiam: sæva tene cum Berecynthio
Cornu tympana, quæ subsequitur cœcus amor sui,
Et tollens vacuum plus nimio gloria vorticem,
Arcanique Fides prodiga, perlucidior vitro[149].
Sopra molte pitture in Pompei ed Ercolano si riconobbero rappresentati Baccanali e Baccanti, soggetto del resto usitatissimo in bassorilievi antichi e su vasi greci.
Il nome di Baccanti, per le oscene loro opere, diventò presto sinonimo di femmine rotte ad ogni dissolutezza.
Nè questi erano i soli nomi, che valevano di pretesto alla sacra prostituzione.
La cortigiana Flora, sotto Anco Marzio, morta ricchissima, avendo lasciato erede di sua fortuna il Popolo Romano, questi in riconoscenza ne celebrò la memoria coi giuochi Florali, confondendoli con quelli istituiti in onore della Dea dei fiori. Quanto fossero lascivi ed infami, sì che gli attori dei medesimi ne vergognassero alla presenza dell’austero Catone, ho già in questa mia opera narrato, nè ho quindi bisogno ritornarvi sopra.
Venere ebbe in Roma molti templi sotto tutti i nomi, di libertina, di salace, di volupia, di verticordia, ecc., secondo le diverse forme di lascivia che la fantasia intendeva di divinizzare, e tutti cotali templi erano ridotti di dissolutezza. Venere Mirtea, così nomata dai boschetti di mirto che ne circondavano il delubro, era un convegno alle maggiori lubricità e le veglie che vi si facevano nell’aprile, a’ banchetti, balli e canti si mescevano le oscenità della più sfrenata prostituzione.
Già nel Capitolo ottavo di quest’opera, il quale tratta dei Templi, io dissi di queste vigilie che si facevano in onore di Venere, celebrandosene le feste al primo d’aprile, che per ciò appellavasi il mese di Venere; narrai come le donzelle vegliassero pel corso di tre notti consecutive, si dividessero in parecchie schiere e in ognuna di queste si formassero parecchi cori, aggiungendo come tutto un tal tempo si impiegasse nel danzare ed inneggiare alla Dea e citai un brano di un ritmo antico che ne aveva lasciato memoria. Esso non era che il Pervigilium Veneris, intorno al quale si stancarono gli eruditi per ricercarne l’Autore. Aldo Manuzio ed Erasmo il dissero di Catullo, l’amante di Lesbia, ma è troppo casto per esser suo; Giusto Lipsio l’attribuiva a penna del secolo d’Augusto; Scaligero lo vorrebbe assegnare ad altro Catullo dei dintorni di Roma, e del quale parlano Giovenale e Marziale; Boullier, riconoscendovi i segni della decadenza del gusto, non senza ragione, il credette di Anneo Floro, del tempo di Adriano, e con lui lo opinò Wernsdorf, ritrovandovi il metro eguale ad altro poema attribuito allo stesso Autore e intitolato De Qualitate Vitæ. Vossio finalmente vorrebbe che questo Floro fosse il medesimo Lucio Anneo Floro, che dettò il Compendio della Storia Romana, e che io ho pur qualche volta citato in quest’opera.
In ogni modo, se questo Pervigilium Veneris accusa la decadenza, se non ne è sempre squisita la latinità, reputo opportuno farne luogo alla traduzione che ne ho condotta, perchè porge i dati acconci a darne l’idea delle feste di Venere, che si celebravano in Roma e nelle Colonie, e prima che altrove in Pompei, dove la città stessa chiamavasi Colonia Veneria e vi aveva culto ed altare. Non è poi fuor di luogo osservare come, malgrado il libertinaggio più sfrontato che presiedeva a cotali feste, pure il Pervigilium Veneris si riduca ad essere un Canto sulla Primavera, senza che vi sia concetto od immagine, che offender possano il pudore.
PERVIGILIUM VENERIS[150].
Cras amet, qui nunquam amavit,
Quique amavit, cras amet.
Ver novum, ver jam canendum:
Vere natus est orbis.
Vere concordant Amores,
Vere nubunt alites,
Et nemus comam resolvit
Ex maritis imbribus.
Cras Amorum copulatrix,
Inter umbras arborum,
Implicat casus virentes,
Et flagella myrtea;
Cras Dione jura dicit,
Fulta sublimi toro.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, eras amet.
Tum cruore de superno, ac
Spumeo pontus globo,
Cærulas inter catervas,
Inter et bipedes equos,
Fudit undantem Dionen
In paternis fluctibus.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Ipsa gemmeis purpurantem
Pingit annum floribus;
Ipsa turgentes mamillas
E Favoni spiritu
Mulget in toros tepentes;
Ipsa roris lucidi,
Noctis aura quem relinquit,
Spargit humentes aquas.
Lacrymæ micant trementes
A caduco pondere:
Gutta præceps orbe parvo
Sustinet casus suos.
Hinc pudorem florulentæ.
Prodiderunt purpuræ.
Humor ille, quem serenis
Astra rorant noctibus,
Mane virgines papillas
Solvit hærenti peplo:
Ipsa jussit, mane ut udæ
Virgines nubant rosæ
Facta Cypridis cruore,
Atque Amoris osculo,
Facta gemmis, atque flammis,
Atque cotte purpura,
Cras ruborem, qui latebat
Veste tectus, igneum
Invido, marita, nodo
Non pudebit solvere
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Ipsa nymphas Diva luco
Jussit ire myrteo.
It puer comes puellis;
Nec tamen credi potest
Esse Amorem feriatum,
Si sagittas gesserit:
Ite, Nymphæ; ponit arma,
Feriatus est Amor.
Jussus est inermis ire,
Nudus ire jussus est,
Ne quid arcu, neu sagitta,
Ne quid igne læderet.
Sed tamen, Nimphæ, cavete,
Quod Cupido pulcher est:
Totus est, inermis, idem,
Quando nudus est Amor.
Cras amet, qui nunquam amavit.
Quique amavit, cras amet.
Compari Venus pudore
Mittit ad te virgines;
Una res est, quam rogamus;
Cede, virgo Delia,
Ut nemus sit incruentum
A ferinis stragibus
Ipsa vellet te rogare,
Si pudicam flecteret;
Ipsa vellet ut venires,
Si deceret virginem.
Jam tribus choros videres
Feriatos noctibus
Congreges inter catervas
Ire per saltus tuos,
Floreas inter coronas,
Myrteas inter casas.
Nec Ceres, nec Bacchus absunt
Nec poetarum Deus.
Te sinente, tota nox est
Pervigilanda canticis.
Regnet in sylvis Dione:
Cede, virgo Delia.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Jussit Hyblæis tribunal
Stare Diva floribus.
Præses ipsa jura dicet:
Adsidebunt Gratiæ.
Hybla, cunctos mitte flores,
Quidquid annus attulit;
Hybla, florum rumpe vestem,
Quantus Ennæ campus est.
Ruris hic erunt puellæ,
Et puellæ montium,
Quæque sylvas, quæque lucos,
Quæque fontes incolunt.
Jussit omnes adsidere
Mater alitis Dei,
Jussit et nudo puellas
Nil Amori credere.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Cras recentibus Venustas
Ridet ipsa floribus;
Cras et is, qui primus Æther
Copulavit nuptias,
Ut paternis recrearet
Vernus annum nubibus,
In sinum, maritus imber;
Fusus almæ conjugis,
Inde vitam mixtus ardet
Ferre magno corpore.
Ipsa, venas atque mentem
Permeante spiritu,
Intus occultis gubernat
Procreatrix viribus;
Perque cœlum, perque terras
Perque pontum subditum,
Pervium sibi tenorem
Seminali tramite
Imbuit, jussitque mundum
Nosse nascendi vias.
Cras amet, qui nunquam amavit
Quique amavit, cras amet.
Ipsa Trojanos penates
In Latinos transtulit;
Ipsa Laurentem puellam
Conjugem nato dedit,
Moxque Marti dat pudicam
E sacello virginem.
Romuleas ipsa fecit
Cum Sabinis nuptias;
Unde Rhamnes, et Quirites,
Proque gente postera
Romuli, Patres crearet,
Ac nepotem Cesarem.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Rura fæcundat voluptas;
Rura Venerem sentiunt:
Ipse Amor, puer Diones,
Rure natus dicitur.
Hunc ager, quum parturiret
Illa, suscepit sinu,
Atque florum delicatis
Educavit osculis.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Quisque cœtus continetur
Conjugali fœdere:
Ecce jam super genistas
Explicant tauri latus:
Propter undas cum maritis
Ecce balantum gregem
Et canoras non tacere
Diva jussit alites:
Jam loquaces ore rauco
Stagna cycni perstrepunt.
Adsonat Terei puella
Subter umbram populi;
Ut putes motus amoris
Voce dici musica,
Et neges queri sororem
De marito barbaro.
Illa cantat; nec tacerem,
Quando ver venit meum,
Quando feci et ut Chelidon,
Meque Phœbus respicit.
Perderem Musam tacendo;
Ni tacere desinam:
Sic Amyclas, dum silebant,
Perdidit silentium.
Cras amet, qui nunquam amavit;
Quique amavit, cras amet.
Ovidio, nel quarto libro dei Fasti, forse prima dell’autor del Pervigilium, aveva splendidamente descritte le feste e le veglie di Venere, e data la ragione dell’essersi scelta la primavera a celebrarle. E narra in tal libro come, fra l’altre cerimonie, madri e spose latine traessero al mirteto di Venere, dove sorgeva il simulacro della Dea e quivi sciogliessero dal di lei candido collo il monile d’oro e le gemme e la lavassero interamente, e prosciugata poi di loro mano la riornassero di quelle preziosità e fregiassero di corone; poi dovessero esse medesime lavarsi pure, in memoria di quando la bella Iddia uscita dal mare e ignuda, tergendo gli umidi crini, sorpresa da impura frotta di satiri, ebbe a riparare appunto sotto un bosco di mortella. E il lavacro che tutte le vedeva denudate era presso il tempio della Fortuna Virile, quasi a dire ch’esse le dovesse proteggere dagli sguardi degli uomini e intanto, pur in memoria di quel che Venere bevve, quando fu condotta al marito, bevessero esse bianco latte con pesto papavero e miele; e tutte queste supplicazioni e cerimonie compissero, a renderla propizia, perchè reputassero procedere dalla Dea, bellezza, costume e buon nome:
Supplicibus verbis illa placate; sub illa
Et forma et mores, et bona fama manent[157].
Nè erano le peggiori inverecondie quelle che si commettevano in onore di Venere: i misteri d’Iside ho già detto altrove quanto fossero peggiori ed orribili, e come avessero, per le loro infami oscenità, a provocare ben dieci volte il bando da Roma il culto dell’egizia Dea; nè qui pertanto mi farò a ripetere le stesse cose, rinviando il lettore a quelle pagine[158].
Oltre le feste di Flora e di Pane, di Bacco, di Iside e di Venere, tutte invereconde, celebravansi eziandio le Priapee in onore di Priapo. Sa già il lettore come in Egitto si portasse in processione il phallus, suo primo attributo e distintivo, e i mitologi anzi affermano che Oro colà fosse quanto in Grecia e in Italia Priapo. Se tale l’origine, il suo culto passò quindi in Grecia, dove naturalizzando il dio, lo fecero nativo di Lampsaco, frutto degli adulteri amori di Venere e di Bacco. Grecia ne fe’ dono all’Italia ed ebbe tempio in Roma sul colle Esquilino. Come in Grecia, anche in Roma, gli impotenti mariti faceangli offerte e sagrifici e le donne dissolute tributavangli un particolare culto, nel quale la licenza era spinta all’ultimo eccesso.
Poscia crebbe in venerazione, perchè a questo nume si assegnò la speciale protezione e custodia degli orti e inalberavasi a spauracchio degli uccelli voraci, onde Virgilio il chiamasse custos furum ed avium[159] e fu ben anco tenuto come scongiuro contro le male influenze e detto perciò Fascinus, come già m’avvenne di dire, e così gli emblemi itifallici portati perfin da fanciulli e da donzelle al collo, come farebbesi ora del più innocente gingillo, e publicamente esposti su’ fondaci e botteghe. Si sa inoltre che le nuove spose fossero dal rito obbligate disporsi a cavalcione d’un priapo, di che è memoria in una piccola statua che si conserva in Roma, e forse vi accenna quel grande fallo di bronzo rivestito di lamina d’argento, rinvenuto in Pompei e che si conserva nel gabinetto degli oggetti riservati al Museo Nazionale di Napoli, e il quale è in forma di quadrupede itifallico, avente le sole gambe posteriori, e la coda di cui termina pure in fallo. Esso è cavalcato da una donna. Pendono dalle zampe, affidati a piccole catene, due tintinnabuli quadrati, ed è sospeso ad una catena con anello[160].
Le feste Priapee celebravansi dalle donne soltanto. Un basso rilievo fatto incidere da Boissart, che riproduce la cerimonia, rappresenta la sacerdotessa che asperge la statua del Dio, mentre le altre donne gli presentano canestri di frutta ed anfore di vino. Altre ancora sono in atto di danzare suonando uno strumento molto somigliante ad un cerchio: due suonano la tibia, una tiene il sistro, in che manifesta l’origine egizia; un’altra vestita da Baccante porta sulle sue spalle un fanciullo; altre quattro sono occupate al sagrificio dell’asino che veniagli offerto, questo essendo l’animale appunto odioso al Dio, per avergli co’ suoi ragli più volte turbati i suoi impudici tentativi sulla ninfa Lotide dormiente e sulla Dea Vesta egualmente addormentata. E priapee dicevansi pure certe oscene composizioni fatte in onore del Dio di Lampsaco, che s’appendevano alle statue di lui, per lo più in esse rappresentato sotto la forma di Erme con corna di becco, orecchie di capra e con corona di foglie di vite o d’albero, e collocate ne’ giardini ne’ boschetti e presso le fontane.
Ma se in Roma aveva l’impuro nume culto ed altare, maggiore venerazione otteneva nella Campania. Ercolano e Pompei ne fornirono irrecusabili prove. Io pure ho qualche segno itifallico di quei luoghi: l’opera mia ha già di tali prove più d’una volta tenuto conto al lettore.
Odasi Winkelmann che ne dica:
«Gli amatori e gli intelligenti dell’arte distinguono a Portici (nel Museo), nel numero delle figure, un Priapo che è veramente degno di tutta l’attenzione. Non è egli più lungo di un dito, ma è desso eseguito con tant’arte che si potrebbe riguardarlo come uno studio di notomia, tanto preciso che Michelangelo, per quanto fosse egli gran notomista, nulla di meglio avrebbe potuto eseguire. Sembra che questo Priapo faccia una specie di gesto comune agli italiani, ma affatto ignoto agli stranieri, quindi difficilmente potrò far loro intendere la descrizione che m’accingo a farne. Questa figura tira al basso l’inferiore palpebra coll’indice della destra mano appoggiato all’osso della gota, mentre la testa verso la stessa è inclinata. Convien credere che un tal gesto fosse usato dagli antichi pantomimi e che avesse diversi espressivi significati. Quello che lo faceva stava in silenzio e parea che mediante quel muto linguaggio volesse dire: non fidarti di lui; egli è scaltro e ne sa più di te; oppure: ei crede di prendermi per giuoco: io l’ho colto: o finalmente: tu t’incammini bene! Tu hai trovato pane pei tuoi denti. Colla mano sinistra, la figura medesima fa quello cui gli italiani appellano far castagne, gesto il quale consiste nel collocare il pollice fra l’indice e il dito di mezzo, per far allusione alla fessura che si fa alla scorza delle castagne, prima di arrostirle.
«Nello stesso gabinetto, si vede un Priapo di bronzo, attaccato con una piccola mano facendo il medesimo gesto. Tal sorta di mani frequentemente s’incontrano ne’ gabinetti, e tutti sanno che presso gli antichi tenean luogo di amuleti, oppure, lo che è lo stesso, si portavano siccome preservativi contro gli incantesimi e le cattive occhiate. Per quanto ridicola fosse quella superstiziosa pratica, nulladimeno si è essa conservata sino a’ nostri giorni nel basso popolo del regno di Napoli. Io ho vedute parecchie di queste mani, che alcuni hanno la semplicità di portare appesa al braccio o al petto. Il più di sovente si attaccan eglino al braccio una mezzaluna d’argento chiamata nel loro vernacolo la luna pezziara, vale a dire la luna puntata, e che essi riguardano come un preservativo contro l’epilessia; ma è d’uopo che quella luna sia stata fabbricata coll’elemosina raccolta da quella persona stessa che dee farne uso; e che poscia venga portata a un sacerdote affin ch’egli la benedica. Potrebbe darsi che il gran numero di mezze lune, le quali trovansi nel gabinetto di Portici servissero allo stesso oggetto di superstizione. Gli Ateniesi le portavano al cuojo del tallone della loro calzatura sotto la cavicchia del piede.
«Nel gran numero dei Priapi, alcuni se ne veggono con ali e con campanelli appesi a catene intrecciate, e spesse volte la parte superiore in una groppa di un lione, il quale si gratta colla sinistra zampa, come fanno i piccioni sotto le loro ali, quando sono in amore, e per eccitarsi, da quanto dicasi, al piacere. I campanelli sono di metallo, legati in argento; il loro suono doveva produrre probabilmente un effetto a un di presso somigliante a quello de’ campanelli che veniano posti sugli scudi degli antichi; questi erano per ispirare terrore; quelli avevano per iscopo di allontanare i cattivi geni. I campanelli facean parte eziandio del vestimento di coloro che ai misteri di Bacco erano iniziati.»
Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove tutti gli oggetti più importanti degli scavi, sì d’Ercolano che di Pompei, sono stati diligentemente radunati e si vanno illustrando sotto la direzione dell’illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove furono rinchiusi tutti gli oggetti d’arte pornografici, come pitture erotiche, statuette lubriche, emblemi itifallici ed altre congeneri curiosità, ed anzi dagli studiosi, che pur da tutto argomentano per la storia del costume antico, può essere acquistata separatamente presso l’Economo della Amministrazione la Raccolta Pornografica, che forma una sezione del Catalogo del Museo Nazionale.
Mette conto di qui far cenno delle sorti subite dalla Raccolta Pornografica, epperò lascerò che parli il Fiorelli nello speciale proemio mandato innanzi da lui al Catalogo summentovato di essa.
— La Raccolta Pornografica, scrive egli, fondandosi anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Marchese Arditi, venne costituita nell’anno 1819, a richiesta di Francesco I, Duca di Calabria, il quale nel visitare il Museo osservò che sarebbe stata cosa ben fatta di chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza, alla quale avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale[161]. Essa fu composta di 102 oggetti, ed ebbe nome di Gabinetto degli oggetti osceni, che il 28 agosto 1823 mutò in quello degli oggetti riservati, con l’assoluta inibizione di mostrarsi a chichessia, senza averne prima ottenuto il permesso dal Re. Durò in tal guisa più o meno visibile sino al 1849, quando la ipocrita religiosità degli agenti del Governo provocò ordini severi, onde fossero chiuse e ribadite le porte di quella Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Veneri ed altre figure ignude dipinte o scolpite, qualunque ne fosse l’autore.
E questo sacro fervore andò tant’oltre, che nel 1852 il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un antro tutti i monumenti che già avevano formata quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva che si distruggesse qualunque esterno indizio della funesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse, per quanto era possibile, la memoria. Nè contento di ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rinchiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido ed oscuro la Danae del Tiziano, la Venere che piange Adone di Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo con Venere ed Adone, le Virtù di Annibale Caracci ed altri 29 dipinti, insieme a 22 statue di marmo, giudicate corrompitrici della morale, tra cui la Nereide sul pistrice, che sarebbe stata distrutta, se lo scultore Antonio Calì non si fosse ricusato più volte ad occultare con restauri di marmo le nudità della figura.
Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per ordine del Dittatore, gli oggetti riservati rividero la luce, e si procedette al riscontro dell’antico inventario nel 19 dicembre dello stesso anno. Fu allora che molti se ne rinvennero non descritti, perchè trovati in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle sale, e furono aggiunti all’antica collezione, che venne più opportunamente denominata Raccolta Pornografica.
Un accurato esame di tali oggetti avendo dimostrato che non tutti erano veramente osceni, e che molti di essi avrebbero potuto ritornare alle rispettive collezioni senza offendere per nulla il pudore de’ riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle varie classi, onde per tal ragione non fanno più parte del Catalogo pornografico.
Il quale enumera 206 oggetti, divisi in due classi principali: la prima de’ Monumenti greci ed etruschi; la seconda de’ Monumenti romani; suddivisa quest’ultima in varie sezioni: a, dipinture e musaici; b, sculture; c, amuleti; d, utensili: e di tutti questi oggetti descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispenso dallo scenderne a maggiori particolari e il discreto lettore ne comprenderà di leggieri la ragione.
Faccio ora ritorno al più concreto argomento della prostituzione sacra, per compiere il quale, finalmente debbo dire della festa che si celebrava in onore della Buona Dea, i cui misteri già narrai come fossero stati violati da Publio Clodio introducendovisi sotto spoglie femminili, quando essi celebravansi nell’anno di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Cesare pretore. Forse codesta dea rappresentava la terra, la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente sorgesse tra Aricia e Bovilla, secondo si raccoglie dall’orazione di Cicerone pro Tito Annio Milone, la sua festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la riforma del calendario fatta dallo stesso Giulio Cesare, nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror delle torce, nella casa de’ primi magistrati, come consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si ammettevano che donne, intervenivano anche le Vestali. Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela d’escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue o quadri che avessero alcun maschio rappresentato.
La superstizione insinuava che un uomo che avesse assistito a questi misteri, anche senza intenzione di sorta, sarebbe rimasto cieco; quegli che vi fosse studiosamente penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse multato di un quinquennio di carcere mamertino e quindi di perpetuo esiglio; se plebeo, di morte. Clodio provò il contrario rispetto alla cecità, e alla pena seppe sottrarsene per corruttela di giudici.
La narrazione di questo curioso episodio è splendidamente pennelleggiata da quel robusto ed originale ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani, nella sua dotta, amena e squisitissima opera La Giovinezza di Giulio Cesare, testè uscita per le stampe alla luce a soddisfare la universale legittima aspettazione, e vi rimando il lettore che amasse gustarvi la leggiadria di tutto quanto il racconto: io credo far cosa grata al lettore collo spiccarvi qui almeno quelle eleganti pagine le quali forniscono la descrizione della festa:
«Varcato il pronao e un ampio spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro un cerchio; a quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano di serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari, ma l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.
«Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il cuore dai desiderj tentatori.
«Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo dei doni immortali della divinità.
«Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, e Mellario il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare che quelle donne stessero innanzi alla dea, velate di devota incontinenza, preparando così la frase al poeta futuro.
«Quando la vestale damiatrice s’inginocchiò davanti al simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono, e con esse quante matrone e spose e fidanzate e fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono lustro: pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime accensioni.
«Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della casa Imperiosa. Colla chioma biondissima e l’alba pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la cæruleam pubem.
«Ma la damiatrice pronunciò la preghiera, maritandola ad una antichissima cantilena del Lazio:
«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso nella propria luce, inspira e consiglia e sgomenta il senso delle mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata Roma, e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo romano.»
«Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si ribellavano all’alto concetto della preghiera.
«Quando tacquero i canti, la damiatrice s’accinse a compiere il sagrificio che chiamavasi Damium, da Damia, altro nome che teneva la dea, donde venne l’appellativo alla sagrificatrice. Questa immolò alcune galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel Mellario altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne bevettero, e le vergini ivano e redivano colle coppe ognora vuotate e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il Mellario rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in lingua greca. Evviva il frutto di Bacco — e tosto cominciarono le danze bacchiche, e alquante donne, tra le più giovani e formose, e indarno devote alla moglie del Fauno, travestitesi in Menadi e Tiadi e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, svestirono le stole e i pepli prolissi e apparvero in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è perciò che agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze»[162].
Ignorasi ciò che veramente accadesse in questi misteri della Bona Dea. Clodio v’andò in tutti i modi sospinto da soli intenti di lussuria, e come che scoperto, si vociasse per Roma, che a tanto avesse trascorso per amor di Pompea, figliuola del magno Pompeo e moglie di Cesare, questi, sebbene nell’orgoglio suo diniegasse la cosa, pur l’addusse a causa di divorzio, con quelle parole, delle quali pur a’ dì nostri si usò tanto ed abusò, che la moglie di Cesare non debba tampoco venir sospettata, adoperandosi per altro alla assoluzione del dissoluto profanatore dei sacri misteri.
Nell’epoca imperiale, il velame di questi si squarciò, e quali cerimonie si compissero non fu più uomo che ignorasse. Giovenale, l’implacabile poeta satirico, così li rese noti alla posterità:
Nota Bonæ secreta Deæ quam tibia lumbos
Incitat et cornu pariter vinoque feruntur
Attonitæ crinemque rotant ululantque Priapi
Mænades. O quantus tunc illis mentibus ardor
Concubitus! quæ vox saltante libidine! quantus
Ille meri veteris per crura madentia torrens![163]
Lo stesso caustico poeta più giù nella stessa satira constata che l’esempio di Clodio trovò imitatori di poi, nè i misteri della Bona Dea soltanto venissero profanati, ma quelli pure d’altri numi ed ogni altare:
Sed nunc ad quas non Clodius aras?
Audio quid veteres olim moneatis amici:
Pone seram, cohibe. Sed quis custodiet ipsos
Custodes?[164]
La memoria della festa della Buona Dea dovevasi per tali ragioni e invereconde costumanze nel presente capitolo dell’opera mia menzionare e molto più ancora perchè si sappia che certamente degenerasse sempre più col tempo in licenza ed in abbominazioni; tanto così che il medesimo Giovenale, parlando dei sacerdoti di essa, li avesse a paragonare a quelli di Cotitto, che si celebravano egualmente di nottetempo in Grecia fra le più sconce dissolutezze, onde i Bapti, che così nomavansi i suoi ministri, fossero venuti nel generale disprezzo de’ concittadini, ed Alcibiade che s’era fatto iniziare a’ loro misteri, avesse ad uccidere il poeta comico Eupoli, che di ciò l’aveva canzonato in una sua commedia.
In quel luogo Giovenale accenna che i misteri della Buona Dea si fossero anzi fin da’ suoi giorni così sconvolti, che non più alle donne, ma agli uomini si aprissero solamente.
Accipient te
Paulatim, qui longa domi redimicula sumunt
Frontibus, et toto posuere monilia collo,
Atque Bonam teneris placant abdomine porcæ,
Et magno cratere Deam. Sed more sinistro
Exagitata procul non intrat fœmina limen.
Solis ara Dea maribus patet. Ite, profanæ!
Clamatur: nullo gemit hic tibicine cornu.
Talia secreta coluerunt orgia tæda
Cecropiam soliti Baptæ lassare Cotytto[165].
Dissi finalmente, nel cominciar a parlare della festa della Buona Dea, non già perchè fosse ultimata la storia della prostituzione sacra in Roma, ma perchè si assomigliassero poi tutti gli altri molti abbominevoli culti che le più abbiette passioni avevano potuto immaginare, ed ai quali piegavano anche quelle matrone romane che pur affettavano schifiltose di non volersi mescere alle orgie di Venere. Cupido, a cagion d’esempio, aveva i suoi riti; li aveva Mutino e Pertunda, Persica e Prema, Volupia e Lubenzia, Tulana e Ticone, ed altri infiniti quanti erano i modi di estrinsecar la lascivia, tutti oscenissimi iddii che si facevano presiedere ad uffici che il pudore vieta di qui spiegare.
Alla prostituzione religiosa, tenne dietro ben presto la legale, per l’affluenza a Roma delle donne forestiere in cerca di fortuna e massime delle auletridi greche condotte schiave; ma le donne che vi si dedicavano erano notate d’infamia. Imperocchè le leggi cercassero sempre di proteggere il costume, tal che le adultere venissero ne’ primi tempi ad essere condotte all’asino, e dopo essere state vittima di questo animale, andassero abbandonate al popolaccio. Ho nel capitolo della Basilica, parlando delle pene dell’adulterio, fatto cenno di quelle specialmente in vigore in Pompei, d’una specie di gogna, cioè, che all’adultera si infliggeva costringendola a percorrere le vie della città a cavalcion d’un asino col dorso volto alla testa e rimanendo così perpetuamente notate di indelebile vitupero. Ma il marchio d’infamia non impedì che ne’ tempi del basso impero femmine libere e di nobile schiatta, si dedicassero alla prostituzione, conseguendo dagli edili il brevetto relativo, che si chiamava licentia stupri, il qual consisteva nel farsi iscrivere nei ruoli meretricii col nome di nascita e con quello che adottavano nell’infame commercio, e che dicevasi nomen lupanarium e tale iscrizione che le assoggettava alla vigilanza dell’edile, implicava tal nota indelebile di infamia, che anco il ritorno alla vita onesta, il matrimonio, o qualunque potere non avevan forza di riabilitarle interamente o di farne cancellare il nome dal libro infame.
Il dichiararsi cortigiana e farsi iscrivere tale nei registri dell’edilità sottraeva l’adultera alle severe pene dell’adulterio, e sotto l’impero — incredibile a dirsi — furon viste figlie e mogli di senatori inscrivervisi sfrontatamente. Le matrone poi per abbandonarsi alla vita dissoluta e sottrarsi al rigore delle leggi, vestivansi da schiave e prostitute, esponendosi a que’ publici oltraggi cui le schiave e le prostitute non avevano dritto a reclamo. Si sa di Messalina moglie di Claudio imperatore, per l’episodio che di sfuggita accennai più sopra, narrato da Giovenale, ch’essa, togliendosi al talamo imperiale, sotto le vesti ed il nome di Licisca, si offerisse nel più lurido lupanare di Roma agli abbracciamenti di schiavi e mulattieri, e così spinse la impudenza nella libidine, che durante un viaggio dell’imbecille marito, immaginò di contrarre publicamente un secondo imeneo con Silio, lo che peraltro costò a quest’ultimo la testa. Nè più savia fu l’altra moglie di Claudio, Urgalanilla; nè migliori erano state quelle altre impudiche imperiali, che furono Giulia, Scribonia e Livia; nè la Ippia, moglie del senatore Vejentone, che abbandonando marito e figli seguì delirante Sergio, il guercio gladiatore, comunque coperto di schifose deformità; nè Domizia, adultera con Paride istrione.
Giovenale, nella succitata Satira sesta, denunzia che non poche mogli di cavalieri, di senatori e di più illustri personaggi si abbandonassero a’ gladiatori ed istrioni, che avevano saputo piacer loro, e nella terza satira accenna alla deplorevole introduzione nelle primarie famiglie de’ frutti di questa infame prostituzione, quando toccando della legge d’Ottone che nell’anfiteatro aveva assegnato i posti alle varie classi di spettatori, grida:
Exeat inquit,
Si pudor est, et de pulvino surgat equestri,
cujus res legi non sufficit; et sedeant hic
Lenonum pueri quocumque in fornice nati.
Hic plaudat nitidi præconis filius, inter
Pinrirapi cultos juvenes, juvenesque lanistæ[166].
L’adulterio pertanto era divenuto comune, la vera piaga sociale: è ancor Giovenale che la proclama un’antica cancrena:
Antiquum et vetus est alienum, Postume, lectum
Concutere, atque sacri genium contemnere fulcri[167].
Se spurii rampolli si mischiavano così alle famiglie, d’altro maggior disordine erano gli adulterj cagione, negli infanticidi e nelle esposizioni. Tenevan mano agli uni e alle altre le sagæ, venditrici di filtri tessalici e di unguenti afrodisiaci troppo spesso perniciosi. I luoghi che più d’ogni altro vedevano codeste esposizioni erano alla Columna lactaria nel Foro Alitorio, e più ancora sulle rive del Velabro, da dove poi la Fortuna, più mite e compassionevole delle loro madri, vegliando su gli infelici bambini, raccogliendoli, prestavali alle sterili matrone che simular volevano un parto, od a coloro che si volevan di essi giovare ad altri fini inonesti. Non puossi a meno che ricorrere a Giovenale ancora, che ha lasciato della incontinenza di allora la più fedele pittura:
Transeo suppositos, et gaudia vota que sæpe
Ad spurcos decepta lacus, atque inde petitos
Pontifices Salios, Scaurorum nomina falso
Corpore laturos. Stat fortuna improba noctu,
Arridens nudis infantibus; hos fovet ulnis
Involvitque sinu: domibus tunc porrigit altis,
Secretumque sibi mimum parat: hos amat, his se
Ingerit, ut que suos ridens producit alumnos[168].
Davanti a sì enormi fatti che minacciavan turbare l’ordine sociale, dovevansi le leggi risentire e se più non si tornò alle esorbitanti penalità di un tempo, e che più sopra ho ricordato, della legge Giulia, la Papia Poppea vi provvide nell’anno u. c. 762, emanata nell’occasione che si dovette pensare al modo di accrescere una popolazione che le guerre civili e le sedizioni avevano decimata.
Questa legge prescrisse pene severe contro coloro che si rendevano colpevoli di incesto e di adulterio.
Come facilmente può essersene accorto il lettore, la prostituzione romana non porse spettacolo di quello spiritualismo, per così dire, che presentò la prostituzione greca. Invano, ho già detto, si cercherebbe nè un’Aspasia, nè una Leena, nè una Cleonice filosofe, nè una Saffo poetessa, nè una Nicarete matematica; invano una bellissima Laide, che per reverenza alla scienza ama e si prostituisce al cinico e sordido Diogene, nè una politica Targelia, nè una buona e virtuosa Bacchide e va dicendo: è appena appena se troverete le famosæ, che per solo il desiderio di pubblicità e fama affettano d’essere amiche di Tibullo, di Orazio, di Catullo, di Properzio e di Ovidio, ai quali saranno, dopo d’averli ben innamorati o spiumati, infedelissime.
Nè per altro tutte costoro appartenevano alla classe volgare delle sciupate, date per lucro alla prostituzione, ma ben anco uscivano da patrizie e rispettate famiglie; epperò i loro appassionati poeti, per una certa reverenza al casato, ne’ loro canti sostituivano ai veri, simulati nomi. Così la Lesbia di Catullo, forse così nomata dal suo Poeta per la particolarità de’ suoi gusti erotici, vuolsi altra non fosse che la Clodia, discendente da una delle più cospicue famiglie di Roma, la Claudia, alla quale appartennero e il tribuno Claudio e Appio il Cieco, che ambo Cicerone circonda di tutta venerazione nella sua arringa Pro Marco Cœlio, per quel giovine Celio, cioè, ch’egli difese calorosamente appunto dalle accuse dategli da Clodia d’averle preso dell’oro e di avere tentato d’avvelenarla, accuse che si conobbero effetto di vendetta per essersi veduta da lui abbandonata. Era ella inoltre sorella di quel Publio Clodio, che più sopra ho ricordato come l’eroe della profanazione de’ misteri della Bona Dea e che fu l’acerrimo nemico del Romano Oratore, e moglie di Quinto Metello, cui Cicerone stesso tributò gli encomj maggiori come chiarissimo, valorosissimo uomo ed amantissimo della patria. Comunque lo sventurato Poeta avesse ogni dì prova delle lascivie di lei, sì che scendesse a commetterle in quadriviis et angiportis[169], com’ei ne scrive al suddetto Celio, e venisse designata coll’infame nomignolo di Quadrantaria, a significare il vil mercato che faceva di sè medesima, non seppe tuttavia levarsene l’amore dal cuore, tanto da morire amandola ancora del più costante amore:
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio; sed fieri sentio et excrucior[170].
Anche la Cinzia di Properzio pretendesi fosse una Ostilia, che si vorrebbe da’ commentatori far discendere da Tullo Ostilio terzo re di Roma, certo da un Ostilio, che dicono erudito scrittore, autore d’una storia della guerra dell’Istria. Ella stessa di maestosa ed elegante statura, di bionda capellatura e di man delicata e aristocratica, come Properzio medesimo la dipinge, era appassionata assai dell’arti belle e più che tutto della poesia, onde a lei pure rendessero omaggio quelli altri esimii che furono Cornelio Gallo, Orazio e Virgilio, i quali a lei leggevano gli immortali loro carmi e ne chiedevano il suffragio. Tuttociò non impedì che la leggiadra e capricciosa Cinzia, per recarsi a’ notturni convegni col suo Poeta, si calasse giù poco maestosamente da’ balconi della propria abitazione[171]; non impedì che gli facesse infedeltà frequenti e che traesse in casto Isidis, agli esercizi non sempre spirituali, soventissime volte pretesto ad orgie oscenissime; onde Properzio a quest’anniversario Isiaco avesse ben ragione d’imprecare e maledire, come già ne appresi al lettore nel metterlo a parte de’ misteri di quella Dea nel capitolo de’ Templi.
L’episodio tuttavia della gelosia di Cinzia verso Properzio, quale è da quest’ultimo descritto nell’elegia ottava del Lib. IV, allorchè ella il sorprende alle Esquilie colle cortigiane Fillide e Teja in mezzo alle coppe del vin di Lesbo, è tal gustosissimo quadretto di genere, che mette conto di riferirlo, riducendolo dallo splendido verso originale all’umile mia prosa.
Cinzia, nell’occasione che a Lanuvio, antico municipio del Lazio tra Riccia e Velletri, ove esisteva un santuario singolare pel culto di un drago, che poteva essere per avventura il Genio del luogo, si celebrava la festa del drago stesso e ad un tempo quella di Giunone Sospita, ossia della salute, tratta in un carpento d’un suo vagheggino da due gallici corridori bai, volle pure recarvisi. Ella medesima guidava i cavalli e via trapassando per chiassi impuri, la gentaglia che si trovava in una bettola sul suo passaggio, ne fece argomento di discorso e tale come ben si meritava. Quindi i parlari e gli alterchi sulla bellezza, sull’età, sui costumi di lei, sull’oggetto della sua gita, e tuttociò alle spalle del suo povero amatore. Properzio, a vendicarsi di cotale perfidia, volle renderle pan per focaccia e invitate seco certa Fillide, che abitava presso il tempio di Diana Aventina e cui i fumi del vino crescevano vaghezza,
Sobria grata parum; quum bibit omne decet[172],
e certa Teja, che dimorava nel boschetto Tarpeo e che ne’ bagordi avrebbe sfidato il più fiero bevitore,
Candida; sed potæ non satis unus erat[173],
si pose con esse sul letto tricliniare a mensa, serviti dallo schiavo Ligdamo di vino di Metimno, e facendo accompagnar l’orgia dai suoni della tibia e dal tamburello, suonata la prima da garzone egizio, il secondo da donzella di File, isola tra l’Egitto e l’Etiopia. Non mancava nell’intermezzo il nano buffone co’ suoi lazzi, colle sue capriole e colle castagnette che scuoteva.
Ma la lampada non dava la fiamma vivace, la tavola cadde, e quando si pose a giuocar coi dadi, sempre gli usciva il cane, cioè il punto più disgraziato: indizii tutti codesti di non lieto augurio.
Intanto le baldracche, eccitate dal vino, cantavano alla distesa e si scoprivano il petto lascivamente a provocare il Poeta; ma Properzio, sempre il pensiero alla sua Cinzia, non curante di esse, viaggiava col cuore a Lanuvio.
Quand’ecco, stridono i cardini della porta, s’ode un parapiglia, è Cinzia, ella stessa che rovescia l’uscio, furibonda si scaglia in mezzo all’orgia, e primieramente caccia le unghie in faccia a Fille. Teja non attende che la tempesta si scaraventi pur su di lei, si precipita a fuga gridando acqua, quasi si trattasse d’incendio, ed a Properzio, che attonito aveva lasciato cader tosto la tazza colma, Cinzia fa sfregio al volto colle mani, addenta e sanguina il collo e più specialmente, come quelli che sieno i più rei, cerca offendergli gli occhi. Quindi fa sbucar dal letto, dove disotto s’era accovacciato, Ligdamo lo schiavo, gli strappa di dosso gli abiti e chi sa cosa gli stava per toccare, se il Poeta supplichevole non ne avesse frenata la furia. Cinzia allora porge a Properzio, in segno di perdono, a toccare il piede; ma detta al tempo stesso le seguenti condizioni di pace:
Tu neque Pompeja spatiabere cultus in umbra,
Nec quum lascivum sternet arena forum.
Colla cave infectus ad summum obliqua theatrum,
Aut lectica tuæ sidat operta moræ.
Ligdamus in primis omnis mihi causa querelæ
Veneat et pedibus vincula bina trahat[174].
Properzio sottoscrive alle condizioni, Cinzia sorride della vittoria, quindi fa dappertutto fumigazioni, quasi a cacciare ogni miasma lasciato dalle partite meretrici, solfora i panni del Poeta, poi tre volte descrive un cerchio intorno al capo di lui coll’acceso zolfo, e quando la purificazione è compiuta, suggella seco lui la pace.
Dopo tutto, ella lo amava profondamente: fu vista dopo una lunga malattia di lui, prosternata al piè degli altari, propiziar Iside e ringraziarla della riavuta salute del suo fedele.
Ma Cinzia, la gentile amante ed ispiratrice di Properzio, nel fior dell’età moriva, avvelenata da Nomade, laida cortigiana, per non so quale affronto ricevuto, e lui non presente: egli ne fu inconsolabile, ne onorò con dolenti elegie la memoria, sparse di fiori la sua tomba, anche quando altri per tema di possenti vendette non l’osava, e di poco le sopravvisse.
Anche la Delia di Tibullo, vuole Apulejo che velasse il proprio nome di Plania, la quale varii commentatori additano come un’illustre patrizia romana, mentre altri la vorrebbero semplicemente liberta. Vogliono pure che una sola fosse quella che il Poeta nominò nelle sue elegie come Delia, come Nemesi, come Neera, come Sulpicia e come Glicera. Che se fossero invece tante distinte amanti, avremmo allora la prova della sua incostanza.
Preferisco credere al sentimentalismo delle sue elegie e ritenere che la sua Delia gli abbia veramente tutto rapito ed occupato il cuore, come la Lesbia tenne quello di Catullo e Cinzia quello di Properzio.
Se non che, se la Sulpicia fu amante di Tibullo, se non forma che una sola persona colla Delia, non sarebbe più la patrizia Plania, come vorrebbe Apulejo, ma la figliuola di Servio Sulpicio, uno de’ più grandi personaggi della sua epoca, e la quale peraltro si sa non arrossisse di dire essere stanca di comporre il suo volto per la cura del suo buon nome.
I rigori poi di Glicera, di cui si lagna il Poeta, potevano essere causati da quel suo decadimento di forze fisiche, le quali prima, per testimonianza di Orazio, interamente possedeva, congiunte alla bellezza, alla grazia, alla nobiltà dell’animo ed all’abbondanza dei beni di fortuna; e forse trovavano altresì la loro ragione d’essere nella dissipazione di questi ultimi, che l’avevan ridotto, se non all’indigenza, certo alla povertà; e queste famosæ avevan davvero animo di dar fondo a ben più che un ricco patrimonio.
Vengo ora al poeta maestro in amore, al cantor delle Eroidi e delle Metamorfosi, del Rimedio d’Amore e del Liscio.
Non è dato scoprire chi si celasse sotto il nome della Corinna di Ovidio. Aveva ella marito, ma ciò, stando al Poeta, nulla ostava a’ suoi amori con lei, s’egli lo chiama lenone marito. Ovidio la canta e fervidamente mostra di amarla; ma ella non è più pudica delle altre sue pari, nè più fedele; ond’egli, soventi volte posposto ad altri, passava le notti davanti la porta di lei, quando pure non lasciavasi consolare dalla bella Cipassi. Ma finalmente gli amici suoi, ponendogli sotto gli occhi la impudente prostituzione di Corinna, ch’egli aveva continuato a immortalar ne’ suoi versi, non impedito dall’affetto casalingo per la moglie, casto e freddo così da non esserne seguitato nell’esiglio del Ponto, — ne lo distolsero, ma fu grande cordoglio pel suo cuore, perchè egli avevala fortemente amata; onde il Petrarca nel Trionfo dell’Amore, potesse Ovidio mettere così giustamente insieme agli altri tre poeti, degli amori dei quali ho testè narrato:
L’uno era Ovidio, e l’altro era Catullo,
L’altro Properzio, che d’amor cantaro
Fervidamente, e l’altro era Tibullo.
E buttossi allora ad altri e più volgari amori, senza che per altro ne impegnasse seriamente il cuore. Scrisse sulle ginocchia di queste figlie del piacere quel codice di voluttà, che intitolò Artis Amatoria, ma eran lascivie estranee al sentimento; perocchè ai teneri amori avesse, come dissi, veramente detto addio per sempre e chiusa la carriera di essi, dicendo:
Quære novum vatem, tenerorum mater amorum[176].
D’un suo episodio giudiziario d’amore avanti ai Treviri, e del quale fu egli per avventura il protagonista, ho già informato chi legge, recando nel capitolo della Basilica i suoi versi medesimi che lo descrivono e sono altresì prezioso documento di storica giurisprudenza.
Taluni attribuirono ad Ovidio un altro amore, e più illustre, cagione del suo esiglio a Tomi nel Ponto Eusino, da dove invano ebbe a supplicare tanto da Augusto che da Tiberio, d’essere richiamato, e lo dedussero da’ seguenti versi della Elegia I. del libro II. dei Tristi:
Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?
Cur imprudenti cognita culpa mihi?
Impius Actaeon vidit sine veste Dianam,
Præda fuit canibus non minus ille suis[177].
Voltaire istesso si lasciò andare per ciò a questa sua conghiettura: «Il poeta acceso di segreta fiamma per la moglie di Augusto, ebbe la sventura di vederla nel bagno e ciò indusse il geloso marito a relegare a Tomi l’indiscreto osservatore de’ fatti altrui.» Ma Voltaire, osserva a tale proposito Ermolao Federico[178], dimentica al certo che la bella Livia quando lasciavasi così incautamente sorprendere dal novello Atteone, era madre di un figliuolino di anni cinquanta.
Meglio è avessero essi avuto di mira gli altri versi di Ovidio nella Elegia V, lib. III dei medesimi Tristi:
Inscia quod crimen viderunt lumina plector
Peccatumque oculos est habuisse meum[179]
e l’altro:
Perdiderint cum me duo crimina: carmina et error[180],
ed altri ancora, e l’Ermolao che vagliò a fondo la questione, così stabilisce nel modo che segue i fatti, che io pure riferendo, credo illustrare ognor più le nozioni storiche della prostituzione.
Il giovane Postumo Agrippa, nipote di Augusto, era stato in pena delle sue stramberie relegato verso la fine dell’anno di Roma 761 dall’avo in Sorrento. Giulia, sorella di lui, giovane donna al pari della madre di coltissimo ingegno e di questa al pari sfrenatissima ne’ costumi, veniva pure pei molteplici adulterii esiliata da Augusto nell’isola di Tremiti dapprima e poscia sul continente. Arbitra dunque la moglie di Paolo Emilio delle proprie azioni, non ci meraviglia che le prendesse desiderio di visitare in Sorrento il giovane fratello, che forse da due anni ella non aveva veduto.
E non ripugna alla ragione, scrive l’Ermolao Federico, che a quella visita il vecchio Augusto consigliasse la nipote, acciocch’ella potesse conoscere l’indole feroce del giovinetto; o per lo meno vi acconsentisse. Comunque ciò fosse, non poteva al certo quel divisamento rimanere ascoso alla Livia, alla quale stava troppo a cuore tuttociò che riguardava il giovane Agrippa, che quantunque allora in disgrazia dell’avo, pure era il solo che avesse potuto contrastare al suo diletto Tiberio la successione al trono imperiale. Nè credette forse opportuno di porre impedimento a quella visita, sperando anzi che dalla unione di quei due capi sventati fosse per uscirne un qualche grave disordine favorevole a’ suoi disegni: riserbandosi però l’usato diritto di spiarne tutte le mosse attentamente.
Essendo Ovidio familiarissimo della giovane Giulia, come può credersi di uomo famoso per le opere del poetico ingegno e per la gentilezza de’ costumi, e che trovavasi allora in età abbastanza avanzata per poter esser considerato quasi a lei padre, non è maraviglia ch’ella il prendesse a compagno in quel viaggio, proponendosi forse nel suo bizzarro pensiero che l’animo rozzo e brutale del giovane relegato potesse inclinare a gentilezza, udendo forse per la prima volta la dolcezza dei versi di quel provetto maestro dei teneri amori. Il giovane prigioniero, annoiato dalla lunga solitudine, accoglie lietamente gli ospiti amabili. Siedono a lauta mensa in numero non maggiore delle Grazie ed allontanata l’incomoda turba di servi, il precettore degli amori viene eccitato dalla Giulia a recitare innanzi al rustico giovinetto quei versi che gli procacciarono tanta fama presso al gentil mondo romano. In mezzo agli spumanti bicchieri, il poeta s’abbandona liberamente a tutte le ispirazioni della Sotadica musa[181]. Gode la Giulia di osservare il rustico fratello commoversi ad amabili sensazioni, e non che reprimerle, le fomenta. Troppo tardi il poeta s’accorge del periglioso effetto de’ suoi versi, imperciocchè gli sfrenati giovani tra le fiamme di Venere e di Bacco, spinti inoltre dalla pravità dell’indole loro, non rispettano la presenza del vecchio cantore per differire ad altro momento lo sfogo de’ loro infami desiderj.
Questo fu il delitto al qual Ovidio trovossi mal suo grado testimonio, e del quale a lui ripugnò farsi per avventura ad Augusto delatore.
Le tante ragioni che rendono probabile questa essere stata la causa della sua disgrazia chi vuol conoscere parte a parte, vegga i suddetti discorsi di Ermolao Federico, che l’Antonelli di Venezia mandò inanzi alla sua edizione dei volgarizzamenti dei poemi d’Ovidio col testo a fronte.
Progredendo a dire delle famosæ de’ poeti, non lascerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo, figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Cesare, e alle libere comessazioni della quale non isdegnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori, perocchè omai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo di sostituire ai veri, nomi supposti ne’ carmi che dovevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a Gallo. Reduce dalla guerra coi Parti e ferito, non trovò più fedele la sua Licori, ch’egli aveva sì amorosamente cantato: onde cercò allora altri affetti nelle due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia leggiadra e ingenua; ma per quanto si studiasse di esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero la forza del primo, fenomeno consueto in codesta passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È un vero peccato che il poema in quattro canti sugli amori per Licori non sia giunto infino a noi, se veramente ha meritato che Quintiliano ne paragonasse l’autore a Tibullo, a Properzio ed Ovidio e del suo vivente godesse dell’universale rinomanza come degno di star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui sono attribuite, son soggetto di molte controversie tra i filologi, e la parte che gli è attribuita con meno di inverosimiglianza consiste in una elegia, della quale parecchi versi sono per soprammercato taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre soli epigrammi.
Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cinzie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a’ loro poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni e maledizioni, che ci sono pervenute del pari ne’ loro mirabili versi.
Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo: l’infelice poeta invocava dagli Dei d’essere liberato da questo amore che chiamava la sua peste, perocchè tanto più sentiva d’amarla, quanto meno sentiva di stimarla:
Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
Vere, quantum a me, Lesbia, amata mea es.
Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,
Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.
Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,
Atque ita se officio perdidit ipsa pio;
Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,
Nec desistere amare, omnia si facias[182].
La Cinzia, tuttochè la provai gelosa e colta e stimata da Properzio non solo, ma pur dagli altri illustri di allora; non ne procacciò meno colle sue incostanze gli sdegni, e senza dir delle altre elegie, nelle quali sfoga i suoi risentimenti contro di lei, leggasi l’elegia XXV del Lib. III, che altro non è che un addio di maledizione ch’egli le manda per averlo reso la favola di tutti.
Bastino al mio proposito questi versi:
Risus eram positis inter convivia mensis
Et de me poterat quilibet esse loquax[183].
Delle querimonie per i rigori di Delia e di Glicera e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo; e quelle di Cornelio Gallo per l’infedeltà della Licori, e in difetto del suo poema, che perì come dissi, dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo di Virgilio, di Servio scoliaste di Virgilio stesso e di Quintiliano.
Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti d’ira e di maledizione per le amanti sue, è Orazio Flacco, il più epicureo de’ poeti latini, ma in ricambio principe della lirica della sua lingua.
Se non che Orazio, che aveva detto amare la facile Venere e le cortigiane più alla mano e sguaiate:
. . . . namque parabilem amo Venerem facilemque
Illam, post paulo, sed pluris, si exierit vir[184],
parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ragionevole e attendersi queste infedeltà ed epicureo com’era, volando da questa a quella simpatia, appare assurdo che pretender volesse da quelle donne costanza negli amori.
Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima che si affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed era valente cantatrice. Povero scriba e non anco famoso per le sue poesie e non ancora protetto da Mecenate discendente da atavi regi, nè però avendo di che pagarla, tornava assai difficile legarla a sè con vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù e se ne ricatta predicando egual sorte al proprio successore.
Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente, gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei seppe accalappiarlo e l’ebbe alcun tempo nella sua soggezione, finchè egli seppe scuoterne il giogo e quand’ella a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la nuova amante di lui, questi allora ne rintuzzò gli strali co’ più sanguinosi epigrammi.
Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e di lei si rammenta anche quando le brine dell’età presero a imbiancarle il capo. Ma egli l’abbandonava per cedere agli artifici di Gratidia, bella, ma vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodisiaci ed esercitava magia, ma che però non seppe valersene tanto da rattenerlo a lungo. Egli anzi, per sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò a comune disprezzo, rivelandone co’ suoi terribili versi le esecrabili pratiche libidinose all’Esquilino, e le turpitudini tutte sotto il nome di Canidia, che quind’innanzi per lui passò nel volgare linguaggio come sinonimo di avvelenatrice, accusandola perfino che a’ suoi nemici ella cercasse propinare veleno, del quale egli, che le si era nimicissimo dichiarato, non ne morì per altro:
Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum[185].
La dipintura ch’egli ne fa nella Satira VIII, lib. I è orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla.
Ebbe di poi Inachia, quindi Lice tirrena, che molto amò e alla porta della quale, facile per tutti, rigorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sembra inutilmente; ma dopo alcun tempo, venuta meno la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena l’amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sorprenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò poi per la giovinetta Lalage, liberta e amante del suo amico Aristio Fusco; poscia per Giulia Varina, liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome di Barina.
Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua passione e le profferse il suo cuore; ma la madre di lei, amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall’accoglierlo, come quegli che sì indegnamente avesse trattato coll’amica sua, esponendola alla universale abominazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa, esaltandone la bellissima madre e riuscì.
Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo, a cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu messo alla porta. Non si diè ciò malgrado per vinto ancora e curato che Telefo fosse alla sua volta scalzato da Calaide, ritornò a lei e seguì infatti la riconciliazione. L’interregno non lo aveva tuttavia tenuto inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi con Cloe, la bella schiava di Tracia.
Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe, che presto abbandonò per Fillide liberta di Santia, e questa pure per la Glicera, ch’era stata, come vedemmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per irritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle passate amanti, vituperandole ne’ suoi versi, giusta il suo mal vezzo, spesso diviso dal genus irritabile vatum[186], lo che non impedì che venisse dall’attempata cortigiana un bel dì congedato.
Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispettato, perocchè ella si fosse invaghita di Gige, che alla sua volta correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi del rifiuto, incoraggiava co’ suoi carmi gli amori di Gige ed Asteria.
Si volse allora a Lida, auletride, ma l’amore che li stringe qualche tempo risente dell’età, la qual più si piace dell’orgia che non del tenero sentimento, e con questa passione tutt’altro che gentile chiuse l’immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco dicevole carriera de’ suoi amori libertini.
Più inanzi dirò di altri più depravati gusti di Orazio, ch’ei divideva d’altronde coll’età ed anche cogli altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che prima di lui ho ricordato; con ciò vedendosi come al libertinaggio del tempo, in essi si congiungesse quello di una più ardente fantasia.
Dovendomi ora arrestare in questo storico compendio della romana prostituzione a dire degli uomini e delle cose infino all’epoca della catastrofe pompejana, con che per altro ritraesi più che abbastanza per fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante non essendo che varianti di epoca e di nomi, non mi posso dispensare dall’accennare a Petronio Arbitro, ed a Marziale, del Satyricon del primo e degli Epigrammi del secondo già m’occorse di allegare in quest’opera l’autorità, da che que’ due volumi costituiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio, i documenti più autentici e irrecusabili della romana dissolutezza al tempo dell’impero.
Sa già il lettore essere il Satyricon di Tito Petronio Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de’ costumi della Roma dell’impero, e l’universale consenso de’ commentatori ed interpreti ha determinato, sulla fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto il nome di Trimalcione, uomo estremamente appassionato d’ogni sorta di voluttà e fornito di vivacità e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo Petronio avuto il sopranome di Arbitro, perchè fosse a comune notizia esser egli il direttore de’ piaceri del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch’egli ha fatto di essi.
Marco Valerio Marziale venuto verso l’anno 40 dell’era volgare dalla nativa sua Bilbili — piccola città della Spagna nel regno d’Aragona e poco lungi dalla moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse nella sua concittadina Marcella, della quale celebra l’ingegno, le grazie e la gentilezza nell’Epigramma 21 del lib. XII, la sua famosa, se pure ella non fosse, come opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Marcella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del poeta, all’infuori che nella villa di lei egli andasse a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che realmente egli ebbe, se in più d’un epigramma ne parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede de’ suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli, il che implicava la concessione di diversi privilegi, come già ebbi ad esporre nel capitolo antecedente delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta, togliesse da ciò pretesto per congedarla:
Natorum mihi jus trium roganti
Musarum pretium dedit mearum,
Solus qui poterat: valebis uxor:
Non debet domini perire munus[187].
Il volume degli Epigrammi di Marziale ribocca di oscenità, quantunque non lo disdegnassero perfino le matrone padovane, che andavano celebrate per castigatezza di morale, e così aperte e senza velo esse sono, che il Pontano ebbe ragione di dire che taluni epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo stesso delle pitture e delle statue, che meno impudiche appajono quando rappresentino senza adombramento di sorta il nudo, mentre, pel contrario eccitino vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della figura sia dall’artefice lasciata ignuda.
Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti sono ricordate tutte le forme di libidini famigliari a quel tempo depravato, e l’italiano traduttore infatti, — il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore della lingua nostra, com’egli avvisa, dovette omettere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi anche sentimenti proprii, a palliare l’osceno.
Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta satirico del tempo di Marziale, quando lamentava nel suo poema In Musas infames (del quale non abbiamo sventuratamente che un frammento), che la poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depravazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso poeta, stimo riesca gradito al lettore il presentargliene il testo e in nota l’intero volgarizzamento, da me stesso espressamente condotto. È d’altronde così strettamente connesso al tema che svolgo nel presente capitolo, che parmi vi abbia tutta l’opportunità.
IN MUSAS INFAMES[188].
Ergo famem miseram, aut epulis infusa venena
Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,
Et molle imperii senium sub nomine pacis,
Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,
Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,
Ut formosum aliquid, nigræ et solatia noctis.
Ergo re bene gesta, et leto matris ovantem,
Maternisque canent cupidum concurrere Diris,
Et Diras alias opponere, et anguibus angues,
Atque novos gladios, pejusque ostendere letum!
Sæva canent, obscena canent, fœdosque hymenæos
Uxoris pueri, Veneris monumenta nefandæ!
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famæquæ juvat meminisse prioris.
Ah! pudor exstinctus, doctæque infamia turbæ.
Sub titulo prostant: et quis genus ab Jove summo.
Res hominum supra evectæ, et nullius egentes,
Asse merent vili, ac sancto se corpore fœdant.
Scilicet aut Menæ faciles parere superbo,
Aut nutu Polycleti, et parca laude beatæ;
Usque adeo maculas ardent in fronte recentes,
Hesternique Getæ vincla et vestigia flagri.
Quin etiam patrem oblitæ et cognata deorum
Numina, ed antiquum castæ pietatis honorem.
Proh! Furias et monstra colunt, impuraque turpis
Facta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi est
Transcripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,
Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsos
Quondam Terrigenas superis imponere regnis,
Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi.
Nè solo Turno alzava la poderosa voce a stimmatizzare quel tempo: perocchè non meno terribile scagliasse il giambo d’Archiloco il severo Giovenale, del quale ben disse il Nisard che basterebbe con Tacito alla completa storia del costume d’allora. Tutte le satire da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della infame prostituzione dell’epoca. Le altre pingono e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli, altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettore quante volte dovessi ricorrere alle citazioni di questo poeta per aggiungere autorità e fede a cose che altrimenti sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella vita dei Cesari, la Storia Augusta e la Vita d’Eliogabalo lasciata da Lampridio, forniscono solo diversi osceni particolari, il parossismo della depravazione spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre lo stesso.
L’austerità nondimeno di Giovenale mal saprebbesi conciliare coll’impudicizia di Marziale, entrambi essendo da franca amicizia legati. Il poeta epigrammatico con alcuni versi gli accompagna il dono delle noci ch’ei chiama saturnalizie[195]; con altri diretti ad un Maledico si scaglia contro costui, perchè avesse tentato mettere discordia fra lui e l’amico suo Giovenale[196]; e con altri finalmente gli descrive la vita che conduce a Bilbili[197]; lo che dimostra come col satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conservata l’amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti e di parole, s’accordasse col poeta delle satire, che denunziava terribilmente alla posterità le infamie e le lussurie de’ suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò spiegare dicendo: non essere vero che la satira sia sempre la espressione fedele del carattere dell’autore, nè che a prima giunta scuoprasi l’uomo sotto il poeta; che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dall’intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con un’anima più superba e forse con più pratica onestà[198]. Nell’ultimo epigramma succitato di Marziale diretto a Giovenale, come ne’ due precedenti, vi sono infatti imagini oscene, ciò che prova sempre più che i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale non era così rigido nel conversare come si mostra ne’ suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di frequentare il rumoroso rione della Suburra, dove dimoravano le cortigiane, nè di stancarsi sul grande e piccolo Celio a far la corte ai grandi, nè farsi vento alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei loro palazzi, come dice ancora il suo amico Marziale. Ed io v’aggiungo: che per quanto potesse essere stato castigato il costume di Giovenale, pur tuttavia, essendo di depravazione così costituita e satura quell’epoca e per così dire l’aria perfino, che dovesse riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il non parteciparvi in qualche porzione. Catone, il severo e rigido Catone, sebben di qualche generazione antecedente, e quindi di secolo non così corrotto come quello di Domiziano e de’ suoi successori, quante colpe e peccati non avrebbe a confessare! Ma eran colpe e peccati più del tempo che non dell’uomo.
Non entrerò poi qui in maggiori particolari della satira di Giovenale, perocchè dai frequenti brani che ne son venuto citando in questo capitolo ed anche altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che han tratto al tema della prostituzione e de’ lupanari, e mi prema d’altronde di procedere più spedito in questa rapida rassegna delle antiche vergogne.
Sembrerà incredibile questo quadro che io sono venuto abbozzando della dissolutezza di quell’epoca; ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; perocchè se la riverenza verso il lettore non mi frenasse, assai e assai più dovrei dire. Era infatti così generale la scostumatezza, che la prostituzione si esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse, come dissi, prostituzione, che allora più non se ne facesse gran caso.
L’invito alla lussuria era pubblicamente fatto più con gesti che con parole. Ovidio, nel poema De Arte Amandi, che pare scritto sotto dettatura della più raffinata cortigiana, chiama questo infame linguaggio furtivæ notæ, e Tibullo dell’abilità in esso concede il vanto alla sua Delia:
Blandaque compositis abdere verba notis[199].
Ed anzi vuolsi citare al proposito di questo muto e inverecondo linguaggio, che anche i più licenziosi usassero del gesto assai più che della parola ad esprimere un lussurioso pensiero. Svetonio ci rammentò di Caligola che nell’atto di presentare la sua mano a baciare le desse una forma oscena: formatam commotamque in obscenum modum; e Lampridio, di quel mostro che fu Eliogabalo, che mai non si fosse permessa una parola oscena, anche allora che la esprimevano le sue dita: nec umquam verbis pepercit infamiam, quum digitis infamiam ostenderet. Non si comprende come si fosse adottata la frase parcite auribus, risparmiate le orecchie, ed egual reverenza non si fosse poi concessa agli occhi.
Se tale era la scostumatezza in publico, le scene più libidinose e tutte le evoluzioni della prostituzione compivansi nelle orgie e festini notturni, detti comessationes, o da comes, compagno, o da comedere, mangiare, e nelle quali perfino le coppe erano foggiate a phalli, e le ciambelle a figure oscene, e che però Cicerone mette a fascio cogli adulteri amori: libidines, amores, adulteria, convivia, commessationes[200]; ciò che per altro non tolse che egli pur non isdegnasse seder commensale, presso la greca cortigiana Citeride.
Come codeste orgie nuocessero a’ corpi non se lo dissimulavano; pur nondimeno non avrebbero saputo scompagnarne l’esistenza, chè loro non avrebbe sembrato di vivere senza di esse. Petronio, che fu, come già ne informai più sopra il lettore, il direttore della voluttà di Nerone, suggellò questo concetto nel seguente distico:
Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora sana,
Et vitam faciunt balnea, vina, Venus[201].
In Roma le donne che trafficavano del loro corpo distinguevansi in meretrices e prostibulæ, e il grammatico Nonnio Marcello ne dà la differenza dicendo che la meretrice esercita con più decenza il mestiere non disponendo di sè che la notte; mentre la prostituta trae il suo nome dallo stare davanti al suo stabulum, o abitazione per mercanteggiarvi e di notte e di giorno. V’erano poi altre particolari distinzioni, come le prosedæ e le alicariæ che ponevansi, come Plauto ricordò, alle botteghe de’ panattieri:
. . . . . an te ibi vis inter istas vorsarier?
Prosedas, pistorum amicas, reliquias alicarias
Miseras scæno delibutas, servolicolas sordidas[202].
le blitidæ ch’erano della razza più vile, abbrutite dal vino e dalla dissolutezza, giusta il medesimo Plauto;
Blitea et lutea est meretrix, nisi quæ sapit in vino ad rem suam[203].
le bustuariæ che attendevano alla prostituzione nei cimiteri; le casoritæ, prostitute dei tugurii; le copæ o taverniere; le diobolæ che non domandavano più di due oboli o di un dupondio, le quadrantariæ perchè si contentavano d’un quadrante, ossia di qualunque vile moneta[204], e Quadrantaria appunto veniva, per cagion di dispregio e di sue lascivie, generalmente chiamata la sorella di Publio Clodio, che è la Lesbia che già conosciamo essere stata di Catullo; le foraneæ, campagnuole che venivano per vendersi alla città; vagæ, le erranti, summentanæ, quelle de’ sobborghi, ecc.
Per la prostituzione elegante, oltre le famosæ che già ricordai e potevan essere patrizie, madri di famiglia e matrone, come pur troppo ha già veduto il lettore, ve n’avevan di quelle fra costoro che si prostituivan ne’ lupanari sia per libidine, sia per denaro; v’eran ben anco le delicatæ che non si concedevan che ai cavalieri e ricchi d’ogni condizione.
Anzi sovente si stipulavano da codeste mantenute co’ loro amatori contratti di fedeltà a tempo, e la scritta che si redigeva a firmare da esse chiamavasi syngrapha ed anche syngraphus, perocchè in ambe le maniere io trovi questo libello così denominato dal medesimo Plauto nella sua commedia dell’Asinaria. Questo poeta e fedele dipintore de’ costumi di quelle basse classi, ne dà contezza del singrafo nella scena terza dell’atto primo di tale commedia:
ARGIRIPPUS
Non omnino jam perii: est reliquum quo peream magis,
Habeo, unde istuc tibi quod poscis dem: sed in legis meas
Dabo, ut scire possis, perpetuum annum hunc mihi uti serviat,
Nec umquam interea alium admittat prorsus quam me, ad se virum.
CLEÆRETA
Quin si tu voles, domi servi qui sunt castrabo viros.
Postremo ut voles nos esse syngrapham facito afferas.
Ut voles, ut tibi lubebit, nobis legem imponito:
Modo tecum una argentum afferto, facile patiar cœtera.
Portitorum simillime, januæ lenoniæ:
Si affers tum patent: ei non est quod des, ædes non patent[205].
DIABOLUS
Agedum, istum ostende quem conscripsit syngraphum
Inter me et amicam et lenam: leges perlege
Nam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206].
E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafi non si smettesse così presto il vezzo, ma se ne serbasse l’usanza sin presso a’ dì nostri, se quel dotto critico che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamente mi onoro, nell’interessantissimo suo libro Precursori del Goldoni, me ne avverte l’esistenza riferendo in una nota del suo studio intorno a Giovan Battista Porta il Contratto fra Gostanzo amoroso e Andriana lena, che sta nella commedia Gli Inganni del Secchi, atto terzo, scena IX[207].
V’erano anche le pretiosæ che imponevano alle loro grazie un alto prezzo. Tutte queste meretrici affluivano a’ bagni massime di Baja, di Clusio e di Capua, dove era più facile, pel concorso dei fannulloni e de’ più sfondolati ricchi, l’andare a caccia di generosi amatori.
La prostituzione poi si esercitava da ballerine, massime le Gaditane, ossia giovani donne di Cadice, della più provocante lascivia; le Sirie, le lesbie e le jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente, a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi, di suoni e di balli, e ad incitar la lussuria de’ banchettanti, alla quale prestavansi istromento, imitate più tardi dalle corrottissime matrone, giusta quanto ne disse l’inesorabile poeta che le satireggiò nei versi della Satira VI (314-319) che ho superiormente riferiti, parlando dei misteri della Dea Bona. Le Commessazioni poi erano l’arringo più frequente alle lubricità di queste svergognate.
Quella che per altro fu la più vergognosa prostituzione, era quella de’ cinedi: uomini, schiavi, fanciulli prestavansi alla dissolutezza de’ romani, e fu un tempo, quello dell’Impero, che s’era così generalizzata da impensierire a tanta concorrenza la prostituzione femminile. Chiamavansi pueri meritorii quelli che volenti o no prestavansi alla vergognosa passione del loro padrone: v’erano poi gli spadones, per lo più eunuchi che erano pazienti ed agenti, e pædicones, coloro che avevano subìto l’evirazione completa. Catullo ne’ suoi carmi, che certamente non van lodati per riservatezza di linguaggio, bollò a fuoco i nomi di Tallo, Vibennio e di quei due sciagurati libertini, Furio ed Aurelio, notissimi in Roma per tale vizio; ciò che non gli impedì ch’egli medesimo, il poeta, fosse intinto dell’egual pece, che più d’uno sono i carmi da lui lasciati in cui sono espressi i suoi delirii pel vago giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo romano una cotal bruttura invalsa da non mandarne immune perfino quel grandissimo uomo che fu Giulio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre le indecenti libertà avute con Nicomede re di Bitinia, a lui rimproverate da Cicerone in Senato. Così bruttò Orazio la sua virilità cogli spasimi per Licisco e Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare incensi; così quella di Cornelio Gallo, testimonio Properzio, spasimò per Ila; come quella più casta di Virgilio non aveva rifuggito in un’egloga di poetizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago Alessi:
Formosum pastor Corydon ardebat Alexin
Delicias domini[208].
È poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome del pastore Coridone ascondesse le proprie fiamme per Alessandro, fanciullo di Asinio Pollione.
Tutto il Satyricon di Petronio ha per eroi cinedi e per soggetto i loro laidi amori, e Marziale osa perfino giustificarsi colla moglie, perchè divida egli pure col cinedo i proprii abbracciamenti.
E come no, se a fianco di Giove, la loro religione aveva posto il leggiadro Ganimede?
Sclamiam noi pure coll’Oratore Romano: O tempora! o mores!
In Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella Regione IX, Isola II, la casa che si designò col n. 18 all’entrata sul vicolo che forma il prolungamento di quello d’Augusto, offrì, dopo l’androne d’ingresso, la seguente iscrizione graffita sulla parete:
CRESCENS
PVBLICUS
CINÆDVS
oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell’esistenza della oscena piaga in codesta città, come attesta infame lussuria l’iscrizione graffita nella casa di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che così è ripetuta
TYRIA PERKISA
TYRIA PERCISA
lo che vale pedicata, per non dir l’altre molte congeneri sconcezze[209].
Tanto personale della prostituzione completavasi coi lenoni, uomini e donne ch’erano mediatori di lascivie. Esercitavasi il lenocinio eziandio dalle schiave, dalle veneree, ch’erano assai spesso liberte, dalle fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan perduta la clientela per conto proprio.
Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma, senza tener conto che il meretricio si esercitasse nei bagni, nelle terme, nei pistrini o botteghe da fornaj, nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli enopolj o botteghe da vinaj, nelle ganeæ o taverne sotterranee, e nelle cellæ e fornices, intorno ai circhi e durante i ludi.
Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale ci dice nella sua implacabile Satira che fosse per così dire Roma intera un solo lupanare; che nobili o plebee fossero tutte depravate del pari, che colei che calcava la polvere non valesse più della matrona portata sulle teste de’ suoi grandi soriani; questa poi peggiore della vile e scalza baldracca?
Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,
Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum[210].
La disposizione dell’interno d’un lupanare era stato dapprima un soggetto di controversia e cercavasi coll’aiuto degli scrittori antichi e massime di Giovenale, che ne disse alcuni particolari nell’episodio della imperiale prostituta che sotto il mentito nome di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio, aventi appena lo spazio d’un letto formato di materia laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A sera una lampada itifallica accesa sull’esterno della porta, annunziava il luogo impuro, il cui ingresso era difeso da una coltrina. Sugli usci dei cubiculi stava sospeso il cartello recante il nome della prostituta che vi operava dentro, il quale spesso era nome di battaglia, meretricium nomen, come quello di Licisca era di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si chiamava nuda. Camere e cortile avevano poi sporche le pareti di figure e di iscrizioni oscene. In uno de’ lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra le altre inverecondie la seguente graffita: Phosforus hic f....
Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti a maggiore spesa.
Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo presso che tutte le romane nera la capellatura, vietato poi loro di portare la benda alla fronte e la stola o tunica che scendeva al tallone, come portavano le matrone. Petronio nel suo Satyricon, che è il quadro, come sappiamo già, de’ cattivi costumi di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi amori: de’ filtri afrodisiaci, degli unguenti, de’ fascini, che Ovidio nel Remedium Amoris affermò nuocere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prostituzione nelle medicæ juratæ o levatrici, nelle sagæ, nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i nomi di alcuni fra i più usitati filtri afrodisiaci: Orazio menzionò il poculum desiderii che preparava Canidia, Marziale le aquæ amatrices, Giovenale l’hippomane in quel verso:
Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum[211].
Voglion taluni fosse l’ippomane un liquore virulento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece che fosse un’escrescenza di carne nera che talvolta si forma sulla fronte d’un puledro appena nato e che gli antichi credevano materia a filtro potente. Teofrasto dice essere una composizione immaginata dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una pianta che produce il furore ne’ cavalli, ed altri pel contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buffon ne parla nel vol. IV dell’edizione in quarto dell’opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni.
La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a’ propri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi luoghi, come nelle tabulæ sullo strame, nel casaurium o baracca per lo più fuori di città, nel lustrum o ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati dalla depravazione.
Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani misero alla luce, e siccome la parte scoperta di questa città, come già dissi più volte, doveva essere la più nobile perchè prossima alla marina e perchè ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei maggiorenti, così è dato arguire che altri e più se ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti infami ritrovi fossero più frequentati dalle classi infime della società, ciò rivelando eziandio la nessuna eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, nè importa, da che quanto fu a quest’ora trovato può sopperire alle indagini nell’argomento.
Una casetta che fu detta dei Cinque scheletri, per gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe nel punto che cercavano involarsene col loro piccolo tesoro che si rinvenne ad essi vicino, consistente in armille, anelli d’oro e monete, scoperti nel 1872, in novembre, permise che nel successivo mese si trovasse la comunicazione con una taverna e unito lupanare, forse quella località che i latini denominavano ganeum, e già al lettore ho detto come ganeum o ganæa fosse appunto una taverna sotterranea, ove commettevansi oscenità, ed anche bottega che si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora della casetta de’ Cinque scheletri non sarebbe stato anche il proprietario o conduttore di quell’infame ritrovo? È permesso trarne l’induzione. La taverna si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rivestito di marmi con una lastra di porfido verde, sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di marmo che doveva servire alla mostra de’ comestibili e de’ vasi. A destra della stanza è un fornello per cuocervi le vivande e nel profondo s’aprono due porte, conducenti l’una in una specie d’anticamera, che doveva essere stata dipinta grossolanamente, ma che di presente nulla lascia intravedere che mai vi potesse essere un dì rappresentato, dove eran due usci, che davan accesso questo alla casetta de’ cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto pei bevitori; l’altra porta ad una camera che dava sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino e sporche eran distribuite sulle sue pareti: sopra di una raffigurante un garzoncello d’osteria che versa a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte con qualche arnese a punta:
DA FRIDAM PUSILLVM[212]
Nel Vicolo degli Scienziati, che è in continuazione con quello che si noma Vico Storto, nel tempo che i Dotti erano riuniti pel settimo congresso in Napoli, e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella casa, dai particolari della quale fu concesso imporle il tristo nome di Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni confermano la giustezza della denominazione: il possibile riserbo che mi sono proposto mi toglie di riferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle che son leggibili anche da occhi pudici e riferite altrove di quest’opera, come la seguente che suona:
Candida me docuit nigras odisse puellas[213].
coll’arguta risposta che altro bizzarro spirito vi scrisse di sotto.
Altre si lessero non indecenti del pari, come questa gentile:
NOLANIS FELICITER
STABIANAS PUELLAS[214].
L’atrio di questa casa è d’ordine toscano, ed ha un compluvium di marmo bianco, sovra il quale vedesi ancora il tubo di bronzo da cui versavasi l’acqua piovana.
Il peristilio è per metà recinto da portici sostenuti da quattro colonne joniche ed ha nel fondo una fontana di musaico ben conservato e conchiglie, avente in mezzo un piedistallo, che un giorno avrà servito a reggere qualche figura, forse di bronzo. Sotto il portico è un larario o sacello per gli dei della casa e vi sta dipinto un serpente che divora una sacra offerta. Da questa casa così poco poetica vennero nondimeno tolte alcune non ispregevoli pitture come Dedalo e Pasife e Arianna abbandonata, che furono trasportate al Museo di Napoli.
Dalla Via degli Augustali s’entra per quella tortuosa, però più acconcia ai libertini, denominata del Lupanare, a cagione di altro lupanare che si scavò nel 1862 e che prese il nome di nuovo, a differenziarlo dall’altro, del quale ho appena parlato. È quello medesimo di cui mi son valso non ha guari per descrivere l’interno d’un postribolo romano, perocchè sia forse l’unica località che si presenti con carattere spiccato e tale da non ammettere una diversa supposizione di destinazione.
Non a tutti i quali visitano la esumata città è dato di liberamente penetrar nel Lupanare Nuovo: il guardiano l’apre agli uomini soltanto. S’entra in una specie di vestibolo o corridojo che non raggiunge due metri di larghezza, e sei e mezzo di lunghezza, e doveva essere tanto di giorno che di notte rischiarato da lampade, perchè altra luce non vi potesse giungere che dalla porta d’ingresso, coperta anch’essa dalla coltrina che già accennai. Le parti di questo corridojo che da un leggiero fregio rosso son divise a comparti, in mezzo a’ quali stanno ippocampi e cigni, mette a cinque cellette, cellæ, come le chiama Giovenale, tre a destra e due a sinistra, sull’uscio delle quali doveva affiggersi il cartello col nome della sciupata che vi stava. Siffatte cellette maraviglia come fossero tanto anguste, misurando cioè due metri quadrati di superficie, e tanto più ciò sorprende in quanto vi sussista ancora il letto, rialzato dal lato della testa per l’origliere, di materiale laterizio, sul quale si sarà disteso alcun materasso, che vi occupa quello spazio per settanta centimetri.
Superiormente agli usci delle cellette, nel vestibolo o corridojo, stavano, come in ispecchi, delle pitture oscene e rispondenti per lo appunto al luogo, oltre le varie iscrizioni graffite del genere stesso, fra cui quella surriferita di Fosforo che ricorda le proprie erotiche prodezze.
Le cellette del lato sinistro più irregolari sono poveramente arieggiate da alte finestrelle munite di inferriate e respicienti sul Vico del Balcone, nel quale si usciva a comodo degli avventori, che amavano per avventura essere meno veduti a procedere di là e che a cagione d’ingiuria, si dicevano cuculi, parola codesta eziandio, secondo spiega Erasmo commentando quel verso:
At etiam cubat cucullus: surge, amator; i domum[215],
che si applicava una volta pur a coloro i quali venissero sorpresi in casa che fosse poco onesta.
Così un tal Vico si denomina del Balcone, da una specie di mœnianum, che sporgendosi all’infuori del piano superiore e chiuso, valeva a rendere più grande lo spazio del piano stesso. Là vi dovevano esercitare il loro traffico infame cortigiane di maggior considerazione di quelle rilegate al pian terreno: infatti e le camerette vi si veggono più del doppio spaziose, nè deturpate, come vedemmo in basso, da oscene pitture ed iscrizioni.
Argomentasi che questo lupanare sia stato frugato dopo la catastrofe, perchè non vi si scoprissero che pochi oggetti, fra’ quali, per altro, un bellissimo candelabro di bronzo, un gran cacabus, contenente cipolle e fagiuoli, che dovevan costituire la povera cena di quelle sciagurate, qui devolute alla venale prostituzione.
Sulla parete di una casa vicina a questo lupanare si lesse una iscrizione che avvertiva della presenza del luogo infame:
HIC NON EST OTIOSIS LOCVS, DISCEDE VIATOR[216].
Negli scavi di questi ultimi due anni, praticati sempre verso la marina e nella parte occidentale della città, un altro luogo venne ritenuto siccome abitazione meretricia alle sue proprie particolarità. Ma una speciale vi fu riconosciuta in una specie di podio laterizio a lato dell’ingresso, al quale evidentemente assisteva il lenone o la lenona che teneva il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione dagli avventori che vi capitavano.
È codesta una particolarità illustrativa del lupanare romano e che però mostra come piuttosto all’ingresso, anzi che all’uscita da esso si dovesse il detto prezzo pagare.
Altri postriboli si trovarono negli scavi pompejani, ma ancora più angusti ed ancor meno decenti: anzi si può credere che quel vico nel quale si è trovato il lupanare, del quale ho finito di parlare, non fosse che una serie continuata di essi, od almeno di ganei, come del resto fino ai nostri giorni, parve essere la via Capuana a Napoli. Pur un postribolo era, a mo’ d’esempio, quel bugigattolo che era dirimpetto alla panetteria che è sull’angolo del Vico Storto, e dalla quale originò il nome della via su cui si apre e però detta del Panatico: una oscena pittura che vi si distinse non lascia dubbio sulla sua destinazione.
Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri di una cella meretricia, la camera che si apre sola e senza comunicazione con altre sul Vico del Balcone; e tali devonsi pur dire quelle tre celle, isolate egualmente, che si trovano nella Via degli Scheletri prima di giungere al vicolo d’Eumachia. In vicinanza ad esse sull’angolo del Vicolo della Maschera, quasi a loro indicazione, sta una grossa pietra angolare avente in rilievo una imagine fallica e scrittovi presso il nome di Dafne.
Che fosse stata così spinta la spudoratezza del meretricio in Pompei, da mettersene i richiami perfino agli angoli delle vie, come farebbesi d’una vantaggiosa ed importante officina l’esistenza della quale importasse grandemente che si conoscesse da tutti?
I costumi dell’epoca imperiale, omai noti al lettore che mi ha seguito fin qui, ne danno autorità a credere per possibile anche questo.
Ma la poco simpatica peregrinazione per questi volgarissimi luoghi di peccato parmi m’abbia serrato le fauci, quasi vi si respiri ancora il pestifero aere pregno del graveolente puzzo del fumo della lucerna che li schiarava miseramente, onde quella sozza baldracca che fu Messalina risentiva, allorquando, lasciando la cella, l’abito e il nome di Licisca, reddiva al talamo imperiale:
Obscurisque genis turpis fumoque lucernæ
Fœda, lupanaris tulit ad pulvinar odorem[217].
Epperò usciamo all’aperto. Meglio è che affrettiamo al fine del nostro lungo cammino.
Solo chiuderò il delicato argomento, esternando un pensiero, quasi cenno a chi possa meditarvi sopra più di proposito e farne subbietto di studi. Nello esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequentemente credenze, riti e sacerdozio degenerare nelle lubricità della prostituzione, o questa anzi ammantarsi, a proprio sfogo maggiore, di religione. Il phallus è emblema sacro che entra ne’ misteri di esse, e i segni itifallici accompagnano le cerimonie più serie e solenni. A’ sepolcri perfino, intorno al rogo sorgono i cipressi e gli scrittori indicandoli come alberi di dolore e di morte e sacri a Dite, li designano ben anco come alberi itifallici: or, perchè ciò?
Gli è forse perchè accanto alla morte sta il mistero della riproduzione?
La mitologia è presso che tutta costituita di episodii, di deificazioni di persone e cose, che noi registriamo nella storia della prostituzione. Il Tonante medesimo non isdegna convertirsi in pioggia, in cigno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti: gli altri numi si modellano su di lui e gli uomini danno loro adorazione ed incenso: i savii pur dei nostri tempi pretesero e pretendono ascondere tutto ciò reconditi veri; ed io medesimo in quest’opera ho toccato di che cosmico significato sieno state intese le fatiche di Ercole, di quale non meno profondo i misteri elusini e di Iside, e così d’altri grandi avvenimenti della pagana mitologia.
Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato personaggi e passi biblici, le azioni de’ quali e il cui senso non appajon migliori degli uomini e delle cose del paganesimo: e nondimeno trovarono reverenza o interpretazione diverse da quelli apprezzamenti che a prima giunta sembrano provocare. Tutto poi è superato da quel canto epitalamico che è il Cantico de’ Cantici, e che malgrado l’aperto senso letterale e le più carnali immagini che esse esprimono, pur tuttavia permise che i più timorati padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose adombrate e condannassero alla riprovazione maggiore i profani che osarono, attenendosi al solo valore delle parole, maravigliarsi ch’esso fosse accolto tra libri santi.
Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di questo libro, premise una prefazione tendente a rilevare la sublimità di esso, e dopo avere invocata l’autorità di gravissimi scrittori e santi, così si esprime: «Per le quali cose non sia meraviglia se lo Spirito Santo volendo alcuni secoli avanti non di passaggio, ma specificatamente, e pienamente annunziare e predire, e quasi direi dipingere questa divinissima unione del Verbo colla umana natura, e colla Chiesa, e gli effetti di essa; se essendo annunziare a tutti i venturi tempi l’altissima carità dello stesso Verbo, verso quel mistico corpo, il quale dovea da lui aver l’essere e il nome, ordinò e dispose che in questo Cantico con bella continuata allegoria, e con immagini prese dalle nozze terrene dipinto fosse questo mistero, perocchè avvenimento sì nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva (come osservò S. Agostino) che in molte guise fosse annunziato, affinchè ora repentinamente si effettuasse, non cagionasse negli uomini stordimento e terrore, ma si aspettasse con fede, e con fede e amore si abbracciasse quando fosse eseguito. In Psal. CIX.»
Se così è, l’argomento che ho svolto in questo capitolo doveva richiamare, a petto degli altri, maggiore estensione di trattazione da parte mia, nè credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere veramente materia di più profondo studio, come ebbi a dire più sopra, per la ricerca di que’ veri che si nascondono
Sotto il velame delli versi strani.