CAPITOLO XXII. La Via delle Tombe.

Estremi officii ai morenti — La Morte — Conclamatio — Credenze intorno all’anima ed alla morte — Gli Elisii e il Tartaro — Culto dei morti e sua antichità — Gli Dei Mani — Denunzia di decesso — Tempio della Dea Libitina — Il libitinario — Pollinctores — La toaletta del morto — Il triente in bocca — Il cipresso funerale e suo significato — Le imagini degli Dei velate — Esposizione del cadavere — Il certificato di buona condotta — Convocazione al funerale — Exequiæ, Funus, publicum, indictivum, tacitum, gentilitium — Il mortoro: i siticini, i tubicini, le prefiche, la nenia; Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, i Popi e i Vittimari, le insegne onorifiche, le imagini de’ maggiori, i mimi e l’archimimo, sicinnia, amici e parenti, la lettiga funebre — I clienti, gli schiavi e i familiari — La rheda — L’orazione funebre — Origine di essa — Il rogo — Il Bustum — L’ultimo bacio e l’ultimo vale — Il fuoco alla pira — Munera — L’invocazione ai venti — Legati di banchetti annuali e di beneficenza — Decursio — Le libazioni — I bustuari — Ludi gladiatorii — La ustrina — Il sepolcro comune — L’epicedionOssilegium — L’urna — Suffitio — Il congedo — Monimentum — Vasi lacrimatorj — Fori nelle tombe — Cremazione — I bambini e i colpiti dal fulmine — SubgrundariumSilicerniumVisceratioNovemdialiaDenicales feriæ — Funerali de’ poveri — SandapilaPuticuli — Purificazione della casa — Lutto, publico e privato — Giuramento — Commemorazioni funebri, Feste Parentali, Feralia, Lemuralia, Inferiæ — I sepolcri — Località — Eccezioni e privilegi — Sepolcri nelle ville — Sepulcrum familiareSepulcrum comune — Sepolcro ereditario — Cenotafii — Columetiæ o cippi, mensæ, labra, arcæ — Campo Sesterzio in Roma — La formula Tacito nomine — Prescrizioni pe’ sepolcri — Are pei sagrifizj — Leggi mortuarie e intorno alle tombe — Punizioni de’ profanatori di esse — Via delle tombe in Pompei — Tombe di M. Cerrinio e di A. Vejo — Emiciclo di Mammia — Cippi di M. Porcio, Venerio Epafrodito, Istacidia, Istacidio Campano, Melisseo Apro e Istacidio Menoico — Giardino delle colonne in musaico — Tombe delle Ghirlande — Albergo e scuderia — Sepolcro dalle porte di marmo — Sepolcreto della famiglia Istacidia — Misura del piede romano — La tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto — Urna di Munazio Atimeto — Mausoleo dei due Libella — Il decurionato in Pompei — Cenotafio di Cejo e Labeone — Cinque scheletri — Columelle — A Iceio Comune — A Salvio fanciullo — A Velasio Grato — Camera sepolcrale di Cn. Vibrio Saturnino — Sepolcreto della famiglia Arria — Sepolture fuori la porta Nolana — Deduzioni.

Abbiamo, o paziente lettore, assistito insieme alla vita, anzi alla vita più rigogliosa del mondo romano, interrogando più spesso gli scavi e i monumenti pompejani: ora, percorso quanto fu disumato della infelice città, visitiamo l’ultima parte che ci siam di essa riserbata, la Via delle Tombe che faceva parte del Pagus Augustus Felix, e quindi tocchiamo di tutto quanto riguarda la morte, le pompe funebri, cioè, i sepolcri ed i riti. Non sarà certo privo d’interesse l’argomento, se l’esempio antico rammemorato a’ presenti da Foscolo nel suo carme immortale de’ Sepolcri, potè condurre la generazione attuale egoista a più onesta e dicevole religione e venerazione delle tombe.

Prima però che mettiamo il piede nel pompejano sobborgo, demandiamo a’ libri antichi le costumanze che precedevano la tumulazione: la visita a’ sepolcri non sarà che il complemento del nostro tema. E avanti tutto, ricostruendo colla nostra fantasia sui ruderi d’una di queste case l’intero edificio e animandolo de’ suoi antichi abitatori, conduciamoci al cubiculum, dove sul ricchissimo letto giace il pater familias in preda a morbo letale.

Sul monopodium marmoreo, o tavola di un sol piede, di cui gli scavi offersero un esemplare, stanno i vasi e le ampolle del seplasarius, o farmacista e che il medico ha prescritte; ma l’aspetto dei congiunti accusa che poco oramai si attenda da que’ farmachi studiati.

Quando il medico o la natura avvertivano finalmente che all’infermo più non restava speranza di vita, e che era prossimo al suo estremo fato, la famiglia e i parenti di lui gli si raccoglievano intorno al letto, come se si trattasse di dar l’ultimo saluto a chi fosse per partire per un lungo viaggio. Era infatti per il viaggio che non aveva ritorno. Essi iscongiuravano altresì la morte ed impetravano da Mercurio la grazia che volesse servire di guida all’anima che stava per entrare nella regione de’ morti. E quando l’agonia pareva incominciata, si aveva cura di chiudergli gli occhi, acciò non fosse egli contristato dallo spettacolo che precede la morte, o perchè meno formidabile gliene apparissero le dimostrazioni. Il figlio, o il più prossimo parente, dandogli l’ultimo bacio, ne raccoglieva l’estremo sospiro, e tale era un conforto che auguravansi le madri di ciò fare coi loro figli, giusto quanto Cicerone afferma: Matresque miseræ nihil orabant nisi ut filiorum extremum spiritum excipere sibi liceret[218]. Nè altrimenti era in Grecia fin da più remoti tempi e ce ne persuade Omero nell’Odissea, dove Agamennone si lagna di Clitennestra:

. . . . al marito,

Che fra l’ombre scendea, non chiuse il ciglio

E non compose colle dita il labbro[219]:

e Virgilio attesta dell’uso recato in Italia, quando mette sulla bocca della madre d’Eurialo il lamento:

. . . . nec te, tua funera, mater,

Produxi, pressive oculos...[220]

uso continuatosi sempre dipoi; onde Lucano nella Pharsalia disse pure:

. . . . tacito tantum petit oscula vultu,

Invitatque patris claudenda ad lumina dextram[221].

Reso il quale, per tre volte, a distinti intervalli, si chiamava ad alta voce il morto, ciò che dicevasi conclamatio; e conclamatum est, significava adunque che una cosa più non esisteva.

Ma per apprezzare convenientemente questa cerimonia e le numerose altre che praticavansi in occasione di morte presso i Romani, gioverà vedere dapprima quali fossero presso di essi le credenze sull’anima e sulla morte.

E mi affretto a mettere in sodo come il non omnis moriar non fosse già un principio suggerito al poeta dalla coscienza della immortalità delle sue concezioni intellettuali, sibbene la radicata credenza che si aveva in una seconda vita, dopo questa terrena. Non fu quindi il portato d’una dottrina speculativa o filosofica qualunque, ma fu veramente una credenza questa di lunga mano anteriore all’almanaccar de’ filosofi, anzi precorritrice d’assai alla loro esistenza; di modo che la morte venisse considerata come una semplice mutazione della vita.

Dove poi versasse questa seconda esistenza al di là della tomba, variò la credenza.

Secondo le più antiche opinioni de’ Greci e degli Italioti, che per lo più divisero costumi e credenze insieme, come veramente usciti d’un solo ceppo, per testimonianza di Cicerone: sub terra censebant reliquam vitam agi mortuorum[222], ed anzi pensavano restasse l’anima tuttavia consociata al corpo; onde così spiegar ci possiamo l’espression di Virgilio ne’ funerali di Polidoro:

animamque sepulcro

Condimus, et magno supremum voce ciemus[223].

E l’iscrizione che apponevasi al sepolcro diceva infatti: hic jacet, qui giace, qui posa il tale, non già solo la spoglia del tale, dicitura che, malgrado le ben diverse credenze, pur a’ dì nostri è pervenuta e l’usiamo pure nei nostri ipogei. Era pertanto ragione che si curasse allora di chiudere nel sepolcro dallato al cadavere gli oggetti di cui reputavasi potesse sentire necessità e si spargesse al di sopra vino, latte e miele e si immolassero vittime, come vedremo più avanti, allo scopo di soddisfargliene la fame e la sete, ed anche a quello che avesse il defunto a valersi nella tomba di quel che sulla terra godeva.

Dopo ciò, non è più lecito credere che negli spiriti delle popolazioni greco-italiche avesse potuto attecchire l’idea della metempsicosi ossia della trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. Nè di meglio credevasi che l’anima, lasciando il corpo, volasse al cielo; perocchè cotale credenza non trovò seguaci che assai più tardi, tutt’al più reputandosi che il soggiorno celeste convenisse, come straordinaria ricompensa a certi eroi, o benefattori della umanità.

Le più antiche generazioni credevano adunque unicamente che l’anima non si separasse dal corpo, che rimanesse fissa a quella parte di suolo, dove erano sepolte le sue ossa; che non dovesse rendere conto alcuno di sua vita anteriore, che non avesse ad attendere nè ricompensa, nè punizione.

Comunque più innanzi s’allargasse la fede e si credesse nel Tartaro, e ne’ Campi Elisi, come luoghi di punizione il primo e di premio i secondi per i fatti della vita terrena, i riti funerarii che mi faccio ora ad esporre risentirono sempre delle primitive credenze, le quali sebbene ci possano sembrare viete e perfino ridicole, secondo giustamente osserva Fustel de Coulanges, hanno tuttavia esercitato l’impero sull’uomo durante gran numero di generazioni: esse hanno governato le anime, rette le società, e la più parte perfino delle istituzioni domestiche e sociali degli antichi sono prevenute da questa sorgente[224].

Ma ho ricordato ora gli Elisii e il Tartaro: debbo darne alcuna nozione, perchè, come dissi, la credenza in essi divenne poi generale e costituì il mistero pagano d’oltretomba.

Secondo i Greci, i Campi Elisi o l’Elisio era la quarta divisione dell’inferno; secondo i Romani invece era la settima.

Vi regnava, per quanto ne testimoniò Pindaro ne’ suoi inni immortali, eterna la primavera, vi alitavano zefiri profumati, vi sfolgoravano sole e astri perpetuamente, vi crescevano fiori e frutta, v’era bandita la vecchiaja, ignoti i mali, senza fine la vita e l’onda di Lete, che tutt’all’intorno circondava quel beato soggiorno, procurava l’obblio delle dolorose memorie del passato. Lo stesso Pindaro ne fa re dell’Eliso Saturno: altri lo volle retto dalle leggi di Radamanto. Diverse pure le opinioni sulla località di esso: Omero ed Esiodo lo collocarono nel centro della terra e sulle rive dell’Oceano.

L’inferno, o Tartaro, era pei Greci un luogo sotterraneo, ove scendevano le anime dopo la morte per esservi giudicate da Minosse, Eaco e Radamanto, e Plutone vi regnava sovrano. Aveva vari spartimenti: l’Erebo ove stava il palazzo della Notte, quello del Sonno e dei Sogni, il soggiorno di Cerbero, cane ringhioso dalle tre gole, delle Furie e della Morte; l’inferno delle anime prave punite nel fuoco o nel ghiaccio; il Tartaro propriamente detto, dove i nuovi Numi avevano precipitato gli antichi, i Ciclopi, i giganti e i titani.

I Romani lo dividevano in sette scomparti: nel primo soggiornano i bambini; nel secondo gli innocenti stati condannati a morte; nel terzo i suicidi; nel quarto gli amanti spergiuri o sfortunati; nel quinto gli eroi che si macchiarono di crudeltà; nel sesto, detto più propriamente il Tartaro, stavano i martiri; nel settimo i Campi Elisii che già vedemmo essere luogo di riposo e di beatitudine pei giusti.

Facile è qui constatare come la dottrina pur del Cristianesimo ammettesse suppergiù, con quasi identità di nome e di destinazione, la credenza dell’Eliso e dell’Inferno, e il Cattolicesimo vi aggiungesse un terzo luogo di depurazione, cioè il Purgatorio, ammettendo in certo qual modo una tal qual legge di progresso, secondo anche la dottrina spiritica moderna, che cioè permettesse alle anime non al tutto superiori ed elette di espiare le colpe non gravi, prima d’essere ammesse nella sede dei santi.

È poi curioso osservare da ultimo, intorno a tale argomento, come i tre più grandi poeti dell’Umanità, Omero, Virgilio e Dante, l’abbiano consacrato nelle loro immortali epopee: perocchè il primo, nel canto undecimo dell’Odissea, guidasse Ulisse ne’ luoghi inferni a trovarvi i campioni della guerra trojana: il secondo vi conducesse, nel canto sesto dell’Eneide, il suo eroe, dove appunto divise tutti quegli scompartimenti che ho più sopra accennati, così lasciandovi memoria di tutte le antiche dottrine circa il soggetto; e l’Alighieri poi, della credenza dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, costituisse anzi tutta la macchina della sua Divina Commedia, nella quale agli scomparti pagani sostituisce di suo capo le bolge ed i gironi, dove pure colloca, secondo il maggiore o minor merito, la maggiore o minore pravità, gli spiriti de’ suoi personaggi, tra’ quali con nova fantasia vede taluni degli uomini del suo tempo ancor viventi.

I morti poi ebbero sempre tra’ Romani una religione: il culto che loro si prestava divenne anzi così obbligatorio, che nelle XII Tavole i relativi diritti degli Dei Mani, — che con questo nome chiamavano generalmente i morti, — vennero positivamente sanciti, secondo il testo conservato di questa particolare legge da Cicerone: Deorum Manium jura sancta sunto; hos leto datos divos habento: sumptum in illos, luctumque minunto[225]. Il medesimo Cicerone, nel Libro De Legibus, rammentò come fosse stato volere de’ maggiori che gli uomini che avevano lasciato questa vita, fossero annoverati tra gli Dei[226].

L’uomo ch’era stato del suo vivente tristo, morto era egualmente un dio: solo serbava nella seconda vita le malvagie tendenze della prima.

Se non che Apulejo lasciò detto che quando i Mani fossero malevoli, si dovessero chiamare larvæ, e quando benevoli, lares; perocchè infatti Manes, Genii e Lares si dicessero promiscuamente. Udiam lui stesso: Manes animæ dicuntur melioris meriti, quæ in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvæ; contra ei faventes essent, Lares familiares[227].

Questa religione de’ morti, scrive il dotto Fustel, che ho già citato, sembra essere stata la più antica in questa razza d’uomini. Prima di concepire e d’adorare Indra o Zeus, l’uomo adorò i morti: ebbe paura di essi e indirizzò loro preghiere. Sembra così che il sentimento religioso abbia di là avuto la sua origine. È forse alla vista della morte che l’uomo ebbe per la prima volta l’idea del soprannaturale e che volle sperare al di là di quel che vedeva. La morte fu il primo mistero: ella mise l’uomo sulla via degli altri misteri: essa sollevò il suo pensiero dal visibile all’invisibile, dal passeggiero all’eterno, dall’umano al divino.

Pur Ugo Foscolo ne’ suoi Sepolcri fe’ rimontare il culto de’ morti allo istituirsi del contratto sociale:

Dal dì che nozze, tribunali ed are

Diero alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi

All’etere maligno ed alle fere

I miserandi avanzi che Natura

Con vece eterna a sensi altri destina[228].

Era forse anche per questo culto che gli Dei Mani si chiamassero Dii patrii ed anche Dii sacri, come si veggono così, indicati sovra alcuni monumenti. — Più avanti toccherò di feste ed onoranze istituite per gli Dei Mani.

Come facciamo oggidì che denunziamo al Municipio l’avvenimento d’una morte, e trattiamo della spesa de’ funerali, allora veniva denunciato il decesso al tempio della dea Libitina, istituito da Numa, nel quale si custodivano tutti gli apparati ed addobbi richiesti per mettere in ordine un funerale e quivi col libitinario, o intraprenditore delle pompe funebri, convengasi sull’indole di quella che ricercavasi e sulla spesa.

Il libitinario spacciava alla casa del morto i suoi schiavi, detti pollinctores, dal polline, dice Servio, o fior di farina onde lievemente spargevasi la faccia del defunto, dopo che il corpo fosse stato dalle donne con acqua calda lavato. — Tale costume di preparare, imbiancandolo, il viso agli estinti si conserva tuttavia in Rumenia, dove lo portarono i Romani antichi, che vi lasciarono indelebili tracce di loro soggiorno e colonizzazione in altre molte consuetudini, nel linguaggio e perfino nella denominazione del paese, che fino a’ dì nostri vanta con noi comune le origini. — Quindi i medesimi pollinctores l’ungevano e imbalsamavano con appositi aromi:

. . . corpusque lavant frigentis et ungunt[229].

Ciò eseguito, lo si rivestiva dell’abito ch’era solito portar vivo, colle insegne che s’era meritato. Così il semplice cittadino d’una toga bianca, il magistrato della pretesta, i censori della porpora; d’una semplice tonaca invece gli abitanti della campagna e i plebei. Gli si poneva in bocca un triente, cioè la terza parte di un’asse, la moneta di rame corrispondente a due centesimi di lira italiana con cui intendevasi pagare Caronte,

Il nocchier della livida palude,

pel tragitto di essa, pur descritto nella Cantica dell’Inferno da Dante, e come il rammenta Giovenale:

. . . . at ille

Jam sedet in ripa, tetrumque novicius horret

Porthmea, nec sperat cænosi gurgitis alnum

Infelix, nec habet quem porrigat ore trientem[230].

Le leggi delle XII Tavole vietando di seppellire l’oro nelle tombe, — osserva giustamente quel dotto scrittore e orientalista che è il prof. Angelo De-Gubernatis, confermano soltanto la esistenza dell’uso nell’antica Roma[231].

Coronandogli di fiori la testa, lo si deponeva su d’un alto letto, d’avorio, se ricco, e coperto di preziose stofe, nel vestibolo, co’ piedi rivolti verso l’uscita di casa, quasi ad indicarne la partenza. Persio così ricorda sommariamente, nella satira III queste funerali cerimonie:

Hinc tuba, candelæ; tandemque beatulus alto

Compositus alto lecto, crassisque lutatus amomis,

In portam rigidos calces extendit[232].

Quest’uso di collocare i cadaveri che si dovevano trasportare, co’ piedi vôlti all’uscita della casa, nota a questo passo Vincenzo Monti, era antichissimo. Omero ne fa menzione nel XIX canto dell’Iliade, ove Achille addolorato per l’estinto amico (Patroclo), così parla:

D’acuto acciar trafitto egli mi giace

Nella tenda co’ piè vôlti all’uscita.

Davanti la porta si piantava il funerale cipresso, l’albero consacrato a Plutone, perocchè esso una volta tagliato più non ripulluli, secondo lasciò ricordato Plinio il vecchio. La presenza del cipresso era indizio di lutto patrizio, come avvertì Lucano nel seguente verso:

Et non plebejos luctus testata cupressus[233].

Di tal guisa restava avvertito il pontefice di tenersi lontano da quella casa, da cui sarebbe stato polluto; così evitavanla coloro che disponevansi a compiere alcun sagrificio, perocchè quell’impuro contatto non avrebbe più loro concesso d’accostarsi agli altari. Così all’eguale intento, e per tutto il tempo che duravano le funebri cerimonie, si solevano velare le immagini degli Dei.

Per sette giorni lasciavasi esposto il cadavere, acciò si avesse tutto l’agio di riprendere i sensi dove un letargo avesse simulato la morte, e vegliava a studio di esso uno schiavo della casa e durante un tal tempo facevansi da que’ della famiglia le maggiori dimostrazioni di dolore:

. . . it clamor ad alta

Atria; concussam bacchatur fama per urbem;

Lamentis, gemituque et fœmineo ululatu

Tecta fremunt; resonat magnis plangoribus aether[234].

L’ottavo giorno un pubblico banditore, percorrendo le vie principali adiacenti alla casa mortuaria, convocava il popolo per celebrare i funerali. Terenzio ci lasciò nelle sue commedie rammentata la formula di tale convocazione:

Quirites exsequias... quibus est commodum ire jam tempus est[235].

Siccome poi, giusta quanto superiormente dissi, le anime delle persone buone si consideravano ricevute nel novero degli Dei benefici, comunque d’ordine inferiore; così ci restò qualche documento che prova come si ponesse nel feretro, presso il cadavere, un attestato di buona condotta, rilasciato dal Pontefice, perchè fosse agevolato il compito de’ giudici eterni. Bannier ne riferisce un esempio in quello che fu posto accanto ad un cadavere dal Pontefice Sesto Anicio, ch’io pur trascrivo, acciò si conosca anche di questo curioso documento la formula. Eccolo: Ego Sextus Anicius Pontifex testor hunc honeste vixisse: Manet ejus inveniant requiem[236].

Funus dicevasi il funerale, a cagione che negli antichi tempi i romani seppellissero di notte al lume di candele, o torcie, che si formavano di funi ritorte, funalia, intrise di pece, portate dai piagnoni. Non fu che più tardi che l’uso di seppellire di notte si restrinse alle classi più povere, le quali non potevano sostener la spesa di splendide esequie.

Ed oltre di tal distinzione, diverse altre erano le specie di funerali. Publicum era quel funerale che si faceva a spesa dello Stato, come in quest’anno in cui scrivo (1873, 29 maggio), Milano praticò a riguardo di Alessandro Manzoni, morto il 22 dello stesso mese e riuscì così imponente e pomposo da potersi dire per lo appunto quel che Plinio scrisse a Romano del funerale pubblico di Virginio Rufo, il quale, se non come Manzoni ebbe a vivere ottantotto anni, ne visse nondimeno ottantatre, compiuti in una beatissima quiete e in non minore venerazione, che stato console per tre volte, arrivò all’apice degli onori privati e sopravvivendo trent’anni alla sua gloria, lesse versi, lesse storie, scritti in suo onore e conversò in certa guisa co’ posteri: Post aliquot annos insigne, atque etiam memorabile populi romani oculis spectaculum exhibuit publicum funus Virginii Rufi maximi et clarissimi civis, perinde felicis[237]. Il Paravia in nota a questa lettera di Plinio, affermò chiamarsi anche censoria questi publici funerali, rimettendo circa alle cerimonie, al lusso ed anche alla stravaganza di queste funebri solennità alle antichità Romane di Adam (vol. III e IV) che ne fece la descrizione. Ma il funerale publico, fatto a spesa dello Stato, che in quest’anno medesimo rimase più memorabile ancora, fu quello che si celebrò in Roma nel 7 giugno 1873, per Urbano Rattazzi, il più eminente uomo di Stato che aveva l’Italia, stato sei volte ministro di re Vittorio Emanuele, morto il 5 dello stesso mese in Frosinone, e il cui nome, come quello di carissimo e venerato amico, io rammenterò nelle lagrime finchè vita mi rimarrà. Non fu pompa solo ufficiale, ma, come fu egregiamente detto, fu vero plebiscito: poichè tutte le città vi partecipassero nel lutto, e con essa i principi reali, i più alti dignitari, senatori e deputati, illustri stranieri e d’ogni ordine cittadini. Splendidissimi del pari poi, ed a spesa del Municipio, Alessandria sua patria gli rinnovò l’undici giugno successivo, quando essa ebbe il cadavere che reclamò e che venendo da Roma ebbe lungo il viaggio le ovazioni delle popolazioni in mezzo alle quali passava.

Funus indictivum appellavasi quel grande funerale in cui veniva invitato il popolo a’ ludi gladiatorii ed alle militari rassegne, che si offerivano ad onoranza di illustre defunto; mentre tacitum o translatitium dicevasi il funerale comune ed ordinario senza veruna ostentazione di potenza. Funus gentilitium era poi quello nel quale si recavano in processione le imagini de’ maggiori della medesima prosapia, gens.

Fatta dal banditore l’ultima conclamazione, il designator, o maestro della funebre cerimonia, assistito da’ suoi littori, o da un suo accolito, accensus, ordinava che la processione si incamminasse per trasferire il cadavere all’ultima dimora, tutti recando, comunque fosse di giorno, torcie accese nelle mani, in memoria dell’antico costume. Apriva la marcia una banda di musicanti, siticines, che suonavano la tibia longa, o flauto funebre, accompagnando con essa un canto lugubre in lode del trapassato, come ci spiegò Novio Marcello: Siticines dicti sunt qui funeratos et sepultos canere soliti erant causa honoris cantus lamentabiles[238].

Il mortoro de’ grandi e delle persone attempate, quando il publico era stato convocato, veniva accompagnato da trombettieri, tubicines, i quali annunciavano che il defunto non era stato tolto di vita dal ferro o dal veleno.

Dietro i musici venivano le prefiche, præficæ, schiave del libitinario incaricate di fare il piagnisteo; ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto, mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli, ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la loro simulata desolazione:

Mercede quæ

Conductæ fient alieno in funere præficæ

Multo, et capillos scindunt et clamant magis[239].

L’uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi di Milano vennero proibite dall’Arcivescovo S. Carlo Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del defunto col canto, nænia, e tal altra recitando passi de’ poeti più rinomati che avessero qualche analogia colla circostanza. Erano così insinceri siffatti canti laudativi, che passò di poi nænia per sinonimo di nugæ, ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta, l’insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua volta bosard come on cartell de mort, bugiardo come un cartellone da morto, o, come potrebbesi anche dire, al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che dietro le prefiche venissero altre donne: Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices, ed erano sacerdotesse che presiedevano a’ sacrificj impetratorj per ottenere l’ingresso del defunto negli abissi, ed espiatorj per purgarsi dai peccati[240].

Seguivano i Popi e i Victimarii: ufficio dei primi era di abbattere gli animali più diletti al defunto padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla pira funebre: dei secondi di predisporre gli arredi necessarii all’uopo. Essi apparivano nudi fino alla cintura.

Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa però capovolta a dimostrazione di lutto. Portavansi pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine cronologico su’ carri, pilenta, le insegne delle magistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto privilegio spettava pure alle donne ne’ loro funerali, dove avessero avuto negli antenati loro taluno che avesse sostenuto una magistratura curule.

Teneva dietro tutto ciò una schiera di mimi e l’archimimus o capo di essi. I primi ballavano danze grottesche al suon de’ crotali, le quali danze chiamavansi sicinnia, i cui salti regolavansi in misura co’ piedi dattili dell’anapesto, metro simile a un dipresso al quinario nostro e del quale eccone esempio tolto a Seneca il tragico:

Fundite fletus,

Edite planctus,

Fingite luctus,

Resonet tristi

Clamore forum, ecc.[241]

Il secondo, imitava coll’incesso e co’ gesti il costume, i modi più spiccati e la persona del defunto, come viene attestato dallo storico de’ Cesari, Svetonio[242].

Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le dita d’anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della penula oscula, abito di rigore nelle funerali pompe, nelle quali non era permesso portare la toga e comprendevasi essa fra i vestimenta clausa. I figliuoli incedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza ornamento, colle chiome disciolte ed in nere gramaglie. Le donne solevano mostrare un vivo dolore, straziandosi il seno nudo ed il volto, tanto da spicciarne il sangue, e invocando l’amato defunto ad alta voce, come Properzio desiderava avesse a fare per lui la bella Cinzia:

Tu vero nudum pectus lacerata sequeris.

Nec fueris nomen lassa vocare meum[243]

e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perchè, secondo spiegano i commentatori, i mani amano il latte ed il sangue.

Dopo di costoro, procedeva la bara, capulum, feretrum, lectica funebris, come poteva venire con tutti questi nomi designata, ed era un letto od anche una lettiga coperta da più o men ricco drappo, a seconda della varia dignità dell’estinto e portata da’ più prossimi parenti o dagli amici, in numero di sei o di otto, e per ciò detta anche exaphorum, od octophorum. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi dichiarati liberi nel testamento, e tenevano allora in segno di loro recente libertà coperto il capo. I personaggi alto locati erano portati da dignitarj o funzionarj dello stato; la bara di Lucio Cornelio Silla dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati, quella di Augusto da’ senatori, quella di Tiberio da’ soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germanico venisse portato sulle spalle de’ tribuni e de’ centurioni[244]; ma poi e più innanzi l’urna dell’imperatore Severo fu portata per mano dei consoli medesimi.

Dietro la bara succedeva la caterva de’ clienti, degli schiavi e de’ familiari, conducendo a mano gli animali che dovevano essere sagrificati al bruciamento del cadavere, e finalmente chiudevasi la processione colla carrozza vuota, rheda o carpentum, del defunto e colla turba de’ curiosi e sfaccendati che mai non mancano agli spettacoli che si offrono gratuitamente.

Il funerale corteggio, quando trattavasi di persona illustre o ricca, soffermavasi un tratto nel foro, dove, posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo congiunto, o l’erede beneficato, pronunciava l’orazione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una musica mesta, ciò che diede origine alla frase latina laudare pro rostris. Ricorda il lettore come Svetonio, nella vita di Cesare, lasciasse memoria aver questi alla sua volta arringato dai rostri l’orazion funebre per la sua zia (amita) Giulia e per la moglie Cornelia, cogliendo il destro così di vantarsi disceso per una parte da regale prosapia e per l’altra da Venere, affine poi d’inferirne: est ergo in genere et sanctitus regum, qui plurimum inter homines pollent, et cærimonia deorum, quorum ipsi in potestate sunt reges[245].

Il De-Gubernatis nella sua opera sullodata degli Usi Funebri Indo Europei[246], ricorda come Plutarco nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo console l’origine della istituzione delle orazioni funebri romane. «Ebber cari i Romani — queste son le parole dello scrittore delle Vite degli uomini Illustri — quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l’orazion funebre che recitò in di lui lode egli stesso, la quale riuscì di tanta soddisfazione e fu sì grata ai Romani medesimi, che introdotto indi venne il costume di encomiarsi dopo morte, in tal guisa, tutti i grandi, e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche di quella de’ Greci, se pure anche ciò non fu una istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico Anassimene.» Dionigi d’Alicarnasso, nel libro quinto delle sue Antichità Romane, scrive non poter affermare se Valerio sia stato il primo a pronunciare in Roma un discorso funebre, o s’egli abbia invece seguito un costume già invalso tra i re; ma in ogni modo ritiene il costume come romano e rimprovera i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito alla loro città, che non conobbe, a suo avviso, le orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Maratona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di Bruto.

Ripigliava quindi la processione il suo corso e uscendo dalla città[247] pel Circo Massimo e la porta Capena per mettersi nella via Appia, ch’era quella delle tombe, si avviava al rogo, rogus, ed anche grecamente pira, πυρά, che era una specie di altare, o catasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto bustum, o contiguo alla tomba, di ciocchi d’alberi resinosi, non digrossati ne’ squadrati, in masse ad angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di cipresso, sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, detto Ustor, il cadavere, asperso di preziosi liquori e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il più prossimo congiunto o l’erede ne aveva riaperto gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio il privare il cielo degli sguardi di un morto, e curavasi che portasse al dito il suo anello e prima di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli deponevano sulle gelide labbra di esso l’estremo bacio, tributo ultimo che pur a sè stesso augurava ricevere dalla sua Cinzia Properzio:

Osculaque in gelidis pones suprema labellis

Quum dabitur Syrio munere plenus onyx[248].

E si staccavano dalla cara spoglia colle parole consacrate dal rito: Vale. Nos te ordine quo natura voluerit cuncti sequemur[249].

Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla pira e mentre questa ardeva, gittavansi su d’essa incensi, profumi, vino, capelli e fiori, e lo stesso Poeta or ricordato, pone in bocca alla sua Cinzia, che morte gli toglieva anzi tempo e l’ombra della quale gli era ne’ sogni apparsa, il lamento perchè nè di profumi, nè di vino e neppure di giacinti avesse egli onorato il suo rogo:

Cur ventos non ipse rogis, ingrate, petisti?

Cur nardo flammæ non oluere meæ?

Hoc etiam grave erat nulla mercede hyacinthos

Inficere, et fracto busta piare cado[250].

Altri buttavan su quella fiamma le armi, le phaleræ[251] e le vestimenta preziose del defunto, i cavalli a lui prediletti, i molossi, i papagalli e quanto in vita aveva di meglio amato, e accadde ancora che in mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi stessi, come per essere compagni al trapassato nel viaggio d’oltre tomba. Così Virgilio menzionò nell’Eneide il devoto costume:

Hic alii spolia occisis direpta Latinis

Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoros

Frænaque, ferventesques rotas: pars munera nota,

Ipsorum clypeos, et non felicia tela[253].

perocchè munera appunto si chiamassero le preziose cose avute in pregio del suo vivente dal defunto.

Nè il popolo restava inoperoso in mezzo alla cerimonia; ma pregava i venti spirassero secondi, giusta il costume de’ Greci rammentato nell’Iliade nei funerali di Patroclo:

Ma del morto Patròclo il rogo ancora

Non avvampa, allor prende altro consiglio

Il divo Achille. Trattosi in disparte,

Ai due venti Ponente e Tramontana

Supplicando, solenni ostie promette,

E in aurea coppa ad amendue libando,

Di venirne li prega, e intorno al morto

Sì le fiamme animar, che in un momento

Lo si struggano tutto esso e la pira[254].

Se il funerale era di condottiero di esercito, cavalieri e fanti riccamente ornati tre volte giravano intorno al rogo, ciò che chiamavasi decursio, mandando dolorosi lai:

Ter circum accensos, cincti fulgentibus armis,

Decurrere rogos: ter moestum funeris ignem

Lustravere in equis, ululatusque ore dedere

Spargitur et tellus lacrymis, sparguntur et arma[255].

Così leggesi anche in Svetonio nella vita di Claudio, come intorno al tumulo di Druso Germanico corresse ogni anno un soldato; e Tacito scrive: Chatti tumulum super varianis legionibus structuri, ad aram Druso sitam disiecerant. Restituit Cæsar arum honorique patris princeps ipse cum legionibus decucurrit[256].

Ed intanto che il fuoco divampava, si facevano le libazioni di vino, di latte e di sangue, alla quale ultima fornivanlo le vittime immolate, i prigionieri, gli schiavi od anche i gladiatori detti bustuari, per ciò che innanzi al rogo combattessero combattimento mortale, avendosi fede, come già notai, che i mani si placassero col sangue.

I più ricchi e prestanti cittadini, siccome m’accadde di mentovare nel capitolo dell’Anfiteatro nel dire de’ ludi gladiatorii, crescevano onoranza con gli spettacoli di gladiatori, che si offerivano gratuitamente al pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Silla li dispose grandiosissimi pe’ suoi funerali nel proprio testamento, secondo si raccoglie nell’orazione di Cicerone, pur da me già citata nei capitoli della Storia Pompejana, recitata pro Publio Sylla.

Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi vi erano. La lettera XVIII del Lib. VII. delle Epistole di Plinio il Giovane ci apprende come Caninio Rufo, per eternare la memoria della propria moglie, disponesse un annuale convito a’ suoi concittadini Comaschi e in un rottame di lapide conservatoci dal Giovio si legge che altri due Caninii della stessa città lasciassero similmente una somma per celebrare un annuale banchetto: eccone il frammento:

ORNAMENTVM ET ROSA PONERETVR
RELIQ. INTER SE SPORTVLAS DIVIDERENT
IN CVIVS TVTEL. DEDERVNT CANINIVS VIATOR
ET CANINIVS EVPREPES HS.

Più munificente e assennato appare dalla medesima lettera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver assegnato 500 mila sesterzi alla sua patria Como per educare i giovani.

Le persone povere, o quelle non così facoltose e in grado di comperarsi il bustum, portavansi all’ustrina, terreno publico destinato a bruciare i cadaveri, le ceneri de’ quali venivano quindi trasportate ne’ sepolcreti di famiglia se l’avevano, o se non l’avevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio nel verso:

Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum[257];

perocchè la legge proibisse di appiccare il fuoco ad un rogo sul terreno d’altrui proprietà.

Consumatasi la salma, estinguevansi le fiamme col vino: il più prossimo parente, cantandosi da’ musici l’epicedum o poemetto funebre in onore del morto, (da ἐπὶ sopra, e κὴδος, funerale), raccoglieva le ossa ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte e le asciugava con un lino, ciò che chiamavasi ossilegium.

Siffatta costumanza di lavare nel vino, nel latte e talvolta anche nell’olio le ossa, era stata vietata come inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole; ma non per questo era stata meno e sempre in vigore e in Roma e presso tutte le nazioni a’ Romani soggette. Giova anzi a tal proposito ricordare il grazioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo, che così si chiudeva:

Ossibus infundam quot numquam vina bibisti[258].

alludendo al divieto de’ Romani che i fanciulli avessero a bever vino.

Riponevansi da ultimo le ossa in un’urna talvolta di bronzo, il più spesso di terra cotta, di marmo, di alabastro o di vetro, del quale ultimo materiale è l’urna cineraria, scoperta in Pompei, riempita per metà di un liquido e nel quale si discernono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche. Un sacerdote per ultimo aspergeva d’acqua lustrale i parenti onde purificarli, ciò che dicevasi suffitio, e dopo, il capo della cerimonia, designator, od anche la prefica, diceva loro: I licet, cioè potete ardarvene e la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l’urna nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta monimentum, onde fu poi generalizzato il nome di monumento agli edifizi funebri e sovr’esso l’inscrizione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi saggi di quelle trovate e lette negli scavi della Via delle Tombe in Pompei.

E i vasi lacrimatorj, mi si chiederà, a che non li avete voi accennati, prima di chiudere col monimentum il sepolcro?

È di fatto che ne’ sepolcri antichi, e pur in quelli di Pompei si rinvenissero vasi e cucchiai detti lagrimatorii; ma servivano essi davvero a raccogliere, come fu preteso, le lagrime de’ veraci dolenti e delle prezzolate prefiche?

Il Baruffaldi lo credette nella sua Dissertazione De Præficis e lo credettero il Fabbretti nel suo libro delle Iscrizioni ed altri ancora; e il Fabbretti volle anzi da certi fori praticati sovente sul coperchio delle antiche tombe, argomentare l’usanza d’introdurvi per essi le lagrime de’ congiunti ne’ giorni anniversarii o nelle feste commemorative de’ loro cari defunti, molto più che in taluni vasi si sieno vedute delineate le orbite degli occhi, e sui monimenta si riscontrino scolpite tazze ed espresse le lagrime negli epitaffi; ma colla dovuta reverenza a questi dotti, io non mi sono mai capacitato che tal costume avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzolate, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di dolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso del caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta materia a’ cucchiai e vasi lacrimatorii? Questi arnesi, queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastro o d’altro, non sarebbero stati piuttosto adoperati a raccogliere balsami ed aromi che gittavansi sul rogo, o libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle tombe?

Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più d’una iscrizione, fra le cui parole vedevansi scolpite cucchiaj o patere, come più propriamente dicevansi, le quali erano appunto vasi circolari con manichi, atti a contenere liquidi, ma più specialmente usati, dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una libazione[259].

I fori adunque praticati ne’ coperchi delle tombe debbono indubbiamente aver servito a far penetrare le libazioni di vino e di latte, di che Foscolo pur tenea conto in que’ versi de’ suoi Sepolcri:

Le fontane versando acque lustrali,

Amaranti educavano e viole

Su la funebre zolla; e chi sedea

A libar latte e a raccontar sue pene

Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].

Questi fori si praticavano ad esempio nei loculi, o bare, quando i cadaveri non si abbruciavano ancora ma si collocavano in essa interi. Entro codesta bara spesso di terra cotta, eravi ad una estremità una soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un foro tondo pei balsami aromatici, che si versavano dentro per mezzo d’un corrispondente orificio nella parete esterna della cassa.

Il costume della cremazione de’ cadaveri, del cui procedimento presso i Romani ho intrattenuto il lettore, non era antico a’ tempi di Plinio, voglio dire al tempo della catastrofe di Pompei, siccome egli l’attesta. Era la cremazione usata solo in Grecia fin dai tempi di Cecrope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i cadaveri, il Persiano li sotterra, l’indiano li avvolge di grasso porcino, lo Scita li divora, l’Egizio li imbalsama. L’essersi adottata da Romani originò dall’oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i romani morivano in lontane contrade, e che però vi si voleva ovviare. Lucio Cornelio Silla, che a cagione delle tante proscrizioni aveva ragione a temere l’insulto al proprio cadavere, com’egli stesso aveva fatto a quello di Mario, dissotterrandolo e facendolo gittare nel Teverone, fu il primo che ordinasse di ardere, dopo morte, il proprio corpo, e così invalse il costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nel verso:

Corpora debentur mæstis exanguia bustis[261].

Siccome poi essi pensassero che l’anima fosse della natura del fuoco, e che il rogo le facilitasse l’uscita dal corpo e però l’onore del rogo non s’avesse a concedere che alle persone dotate di ragione e sentimento; così, per testimonianza dello stesso Plinio il Vecchio, non s’accordava a’ bambini, a’ quali non fossero ancora spuntati i denti, perocchè sarebbe stata considerata siccome empietà che contaminerebbe la casa e vi allude pur Giovenale nella Satira XV ne’ seguenti versi:

Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæ

Virginis occurrit, vel terra clauditur infans,

Et minor igne rogi[262].

Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle faci. Le loro ossa poi deponevansi in luogo detto subgrundarium, sotto di un tetto, cioè, o gronda sporgente, a modo di nido di rondine[263].

Nè abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che erano colpiti dalla folgore: Hominem ita exanimatum, cremari fas non est; condi terra religio tradit, disse il medesimo Plinio[264].

Ora il costume della cremazione divien soggetto alle più serie investigazioni e discussioni in Italia, che lo si vorrebbe sostituire a quello della sepoltura de’ cadaveri. Ragioni specialmente di igiene lo pongono innanzi e lo propugnano calorosamente, e se adottato, come pare dall’Italia, verrà seguito pure dalle altre nazioni incivilite, avrà avuto una volta di più suggello l’osservazione del francese Ipp. Lucas dell’Istituto di Francia che «all’Italia è affidata per diritto l’iniziativa del progresso umanitario[265].» È principalmente nella mia Milano che l’importante questione si agita, sicchè egregiamente quell’ottimo uomo che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione è per Milano il ritorno ad un’antica usanza, additando una località nei pubblici giardini che era ad essa destinata, e rivendicando per tal modo alla nostra città il doppio merito di aver sempre spento con la violenza della sua riprovazione i roghi della Inquisizione, e di avere all’opposto innalzato pei cadaveri il rogo purificatore. Fra noi, a tale scopo, si istituì un comitato promotore sotto la presidenza dell’illustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e del qual fan parte quei chiari suoi colleghi che sono il Pini, lo Strambio, il Dell’Acqua, il Griffini e il Tarchini-Bonfanti. E solenne conferenza indissero costoro nel giorno 6 aprile 1874, per trattarvi dell’argomento e del modo migliore di cremazione, dove appunto si udirono le suddette parole del Sacchi, dove Amato Amati espresse il concetto che la nuova usanza, restaurando coll’urna cineraria domestica il culto della famiglia, vi alzerà il carattere morale della nazione, e il dotto prete prof. Bucellati in una bella sua lettera diretta per quell’occasione al Comitato, scaltrì di pregiudizio la credenza che essa possa ledere i diritti della cristiana religione[266]. Concesse queste brevi parole ad un argomento di tutta attualità, faccio ritorno al mio tema.

La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano invitati ad un banchetto funebre. Prima di mettersi a tavola si purificavano col lavarsi. Se ricco il defunto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed appellavasi silicernium. A differenza di Grecia, dove il Silicernium compivasi nella casa del parente più prossimo del defunto e subito dopo l’esequie, come si trova ricordato in Demostene (De Coron.); in Roma e nella romana colonia questo convivio aveva luogo presso il sepolcro stesso; e le camere squisitamente decorate, che così comunemente s’incontrano nelle loro tombe, come accessorie di queste, ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza dubbio intese a questo fine. In Pompei, nella Via delle Tombe, troveremo un Triclinium funebre stabile presso le tombe, costituito da un recinto, con entro tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a renderli più comodi, si saranno all’occasione distesi materassi, pulvinares.

Il più spesso il silicernium misuravasi dalla entità dell’asse redato o dalla gratitudine dell’erede; Persio lo attesta:

Sed cœnam funeris hæres

Negliget iratus si rem curtaveris, urnæ

Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,

Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267].

Se poi l’erede limitavasi a sola distribuzione al pubblico di carni crude, dicevasi essa visceratio. Esempio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Cesare per la morte di Giulia a ventiduemila persone; altri dicono sessantaseimila.

Un altro banchetto funebre famigliare facevasi nove giorni dopo e designavasi col nome di novemdialia e nel dì susseguente, denicales feriæ[268], purificavasi la casa mortuaria contaminata dalla presenza del morto e quindi per consueto distribuivansi ancora largizioni alla plebe.

Non era per altro così de’ funerali de’ poveri. Non sorgeva cipresso avanti la porta, non difilava processione, non intendevansi suoni, non celebravansi le altre cerimonie e solennità.

Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro necrofori, vespillones, sul cader della notte, a levarli di casa in una cassa da nolo, detta sandapila, ed a portarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi detti puticuli ed anche putiluci, a causa, disse il dotto Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e tutto era presto finito.

Reduce la famiglia dal funerale, si purificava la casa contaminata dalla presenza del cadavere spazzandola con iscopa di tamerigia o di palma ed invocando Deverra (da verrere, spazzare), divinità che presiedeva appunto alla pulitezza delle case.

A tutte le predette cerimonie teneva dietro il lutto: per gli uomini ristretto a dieci giorni di isolamento o ritiro nella propria casa; per le donne ad un anno o a dieci mesi almeno.

Eravi poi il lutto publico, quando si volevano onorare grandi virtù di illustri trapassati o piangere la perdita di qualche grande battaglia, come fu quella toccata a Canne, in cui perirono quarantacinque mila romani, il Console Paolo Emilio e ottanta senatori. Esso indicevasi dal Senato ad ogni ordine di cittadini.

In tal tempo sospendevasi dal rendere giustizia, i consoli non sedevan sulle loro sedie curuli, i littori portavano capovolti i fasci, i senatori deponevano il laticlavio, gli anelli d’oro, nè radevan la barba, o tagliavano i capelli, proibiti i conviti festosi, l’accender fuoco nelle case e il fabbricare.

Nel lutto privato poi esponevansi le imagini del defunto ad incitamento di virtù, come s’esprime al proposito Sallustio: Sæpe audiri præclaros civitatis nostræ viros solitos dicere, cum majorum imagines intuerentur vehementissime sibi animum ad virtutem accendi: scilicet non ceram illam, neque figuram, tantam vim in se habere: sed memoriam rerum gestarum eam flammis egregiis viris in pectore crescere, neque prius sedari quam virtus eorum famam atque gloriam adæquaverit[269]. Doveva Foscolo di certo aver rammentato questo passo, del quale serbò perfino qualche parola, quando cantava ne’ Sepolcri:

A egregie cose il forte animo accendono

L’urne de’ forti[270].

E il medesimo nostro grande Poeta aveva poco prima cantato come tanto venerata e sacra fosse la memoria de’ cari defunti, che venisse perfino giurato su di essa:

. . . . e fu temuto

Su la polve degli avi il giuramento[271].

Properzio presta uno di tali giuramenti, per le ossa del padre e per quelle di sua madre:

Ossa tibi juro per matris, et ossa parentis.

E Quintiliano, più tardi, così esprime il dolore provato per la moglie e pel figlio statigli da morte immatura rapiti: io giuro pei loro mani, divinità del mio dolore,

Per illos manes, numina doloris mei.

Nè con queste dimostrazioni aveva fine il lutto.

V’erano commemorazioni funebri altresì durante l’anno, come nelle feste Parentali che seguivano in febbrajo e in giorni fasti detti anche Feralia, e come nelle feste Lemuralia, e, com’altri dice, Remuralia, perchè istituite da Romolo in onore del fratello Remo da lui ucciso, che avvenivano in maggio, nelle quali la famiglia recavasi ad onorare il sepolcro del diletto defunto e là nel vicino triclinio, fra le dapi del banchetto, non dovevan mancare l’appio, il sale, il miele, le lenti, il farro, le uova e le fave.

La cerimonia incominciava a mezza notte: il padre di famiglia alzavasi dal letto, e tacito e invaso da sacro terrore, a piedi scalzi, solo facendo scricchiolare le dita per allontanare le ombre dal luogo pel quale passava, incamminavasi a una fontana. Quivi lavate per tre volte le mani, rifaceva il cammino gittando al di sopra del suo capo delle fave nere che aveva in bocca e mormorando questo scongiuro: con queste fave io mi riscatto insieme con quelli della mia famiglia. Tali parole doveva ripetere per ben nove volte senza guardare dietro di sè, supponendosi che l’ombra dalla quale era seguitato raccogliesse non vista le fave. La festa lemurale chiudevasi dal medesimo padre di famiglia, prendendo dell’acqua un’altra volta, battendo su di un vaso di bronzo e pregando l’ombra di uscire dalla sua casa, ripetendo ancor nove volte le parole: uscite, o mani paterni.

Le offerte poi che si facevano sulle tombe in codeste funebri commemorazioni, che feralia appunto si chiamavano da questo pio costume di donativi ai morti, come lasciò scritto ne’ Fasti il già citato Poeta latino:

Hanc, quia justa ferunt, dixere Feralia lucem[272];

si vennero poco a poco aumentando. Pur nondimeno tenevasi che non eccessive fossero le esigenze degli Dei Mani. Udiamo Ovidio:

Est honor et tumulis. Animas placate paternas,

Parvaque in extinctas munera ferte pyras.

Parva petunt Manes: pietas pro divite grata est

Munere; non avidos Stix habet ima Deos.

Tegula projectis satis est velata coronis,

Et sparsæ fruges, parcaque mica salis.

Inque mero mollita Ceres violaque solutæ;

Hæc habeat media testa relicta via.

Nec majora veto: sed et his placabilis umbra est.

Adde preces positis et sua verba focis[273].

Non lascerà il lettore in codesta citazione di rilevare la costumanza d’offrire ai morti i doni su d’una tegola o coccio. Venivano sporti anche su d’una pietra.

Anche Giovenale accennò alla tenuità delle offerte che si facevano a’ defunti, nella Satira V, dicendola Exigua feralis cœna patella[274].

Chiudevansi in questi giorni i templi degli Dei celesti, erano interdette le nozze e vietato l’uso del fuoco, perocchè si reputassero giorni immondi: di che pure ne avvisa il succitato Ovidio, nel medesimo libro secondo Fastorum, dove pure ricordò che in quelle feste, feralia, facevasi altresì sagrificio alla dea Tacita o Muta, della quale canta la sventura e i casi avventurosi, per avere garrula rivelato ella alla ninfa Giuturna gli amorosi intendimenti del Tonante verso di lei e accesa pur colla sua indiscrezione le furie gelose di Giunone, onde Giove resola muta e affidata a Mercurio perchè la scorgesse a’ regni inferni, venisse da questo Dio fatta madre dei gemini Lari, divenuti poi questi custodi della romana città.

V’erano poi anche le Inferiæ, e sacrifizi in onore degli Dei d’Averno, che celebravansi a notte dal sagrificatore seguito dagli Editui, o guardiani, che avevano la cura de’ templi, dai Camilli e Camille, giovanetti che assistevano ai sagrifzi, dai popi o ministri che menavan le vittime, le quali erano in tale occasione un bue ed una pecora, e dai vittimarj, e talvolta anche dai littori preceduti dal suono dei siticini e dai præclamitatores, che ingiungevan la sospensione del lavoro. Accoltisi questi intorno all’ara uno de’ præclamitatores bandiva alla accorsa plebe silenzio, acciò non isfuggisse pur una voce di sinistro augurio:

. . . . Vos pueri et puellæ

Iam virum expertæ, male ominatis

Parcite verbis[275].

E il sacerdote compiva allora il sagrificio, invocando i nomi terribili di Ecate e di Proserpina, ed aspergeva di vino il sepolcro.

Da’ riti funerarii è naturale il passaggio a ragionar de’ sepolcri, che i romani ergevano a memoria ed onoranza de’ loro cari ed illustri defunti. Dirò di essi prima di particolareggiar di quelli che troveremo schierati lungo la Via delle Tombe di Pompei, per la quale mi sono proposto di condurre il mio benevolo lettore.

Come semplici erano stati i primi costumi di Roma; semplici e modeste erano pure state le loro tombe; ma poichè ebbero i nipoti di Romolo a fare prima cogli Etruschi e poi colla Grecia, impararono così dall’un popolo e dall’altro solennità e pompe che vennero ogni dì più, anche per loro aggiunzioni, crescendo. Già dissi de’ ludi gladiatorj introdottisi ne’ funerali allorchè volevansi splendidi e solenni: ora delle sepolture, le quali furono grandiose spesso, maravigliose talvolta, a seconda delle fortune del trapassato.

La legge delle XII Tavole vietò il seppellire in città: epperò convien rintracciare le tombe e i mausolei fuori di essa, lungo le vie più frequentate e vaste. Così sorsero sulla via Appia principalmente, sulla Aurelia, Lavicana, Ostiense, Flaminia, Prenestina, Salaria e Tiburtina, e a’ nostri giorni ancora trovansi molti cippi e colonne sepolcrali che attestano dell’estensione del terreno, in antico consacrato all’inumazione, ed anche Giovenale chiude la Satira I coi versi che ricordano la via Flaminia e la Latina come frequentatissime di sepolture:

Experiar quid concedatur in illos,

Quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina[276],

alludendo appunto a siffatto costume.

Se, al dir di Varrone, i monumenti si collocavano lunghesso le vie per tenere continuamente viva nel pensiero del viandante l’idea della loro fralezza: sic monimenta quæ in sepulcris; et ideo secundam viam quo prætereuntes admoneant et se fuisse et illos esse mortales[277]; non mancavano tuttavia di coloro che aborrissero avere loro tomba in luoghi così publici e rumorosi; e tra questi il già più volte citato Properzio fa voti perchè la sua Cinzia, lui morto, non gli abbia ad alzare in essi la tomba.

Dî faciant, mea ne terra locat ossa frequenti,

Qua facit assiduo tramite vulgus iter.

Post mortem tumuli sic infamantur amantem;

Me teget arborea devia terra coma.

Aut humet ignotæ cumulus vallatus arenæ:

Non juvat in media nomen habere via[278].

Non altrimenti, se mi è lecito esprimere qui il mio proprio sentimento, io direi per me de’ moderni cimiteri monumentali, dove la curiosità e l’arte sostituiscono sempre il dolore e il religioso raccoglimento.

Fuor di Pompei, la Via delle Tombe s’aprì nel sobborgo Augusto Felice, cioè immediatamente fuori della città, nè più nè meno dunque che in Roma e in tutte le città, si può dire, del mondo romano.

V’erano per altro eccezioni: le Vestali avevano il privilegio del sepolcro entro le mura e l’ebbero, per singolar privilegio, Valerio Publicola, Tuberto, Fabrizio, Cesare; e Trajano fu il solo degli imperatori cui venisse concessa la sepoltura in città. La famiglia Claudia aveva pure tal privilegio della sepoltura sotto il Campidoglio. I discendenti di Publicola, che con lui avevano ottenuto il diritto della sepoltura in città, in fatto non se ne valsero, poichè, al dir di Plutarco, contentavansi di mettere un ardente torchio sulla tomba di famiglia al verificarsi d’ogni morte, facendo del resto i loro congiunti seppellire nella contrada di Velia.

Di grandi e spesso enormi spese, come dissi, profondevano ne’ sepolcri e ne’ monumenti i Romani e ne stanno a testimonianza ancora la piramide di Cajo Cestio, la tomba di Cecilia Metella e la Mole Adriana e non era sempre un pensiero di sfarzo e d’orgoglio che presiedeva a queste opere, ma più sovente il sentimento di pietà e d’amore che li animava e ciò leggiadramente espresse il francese Roucher ne’ seguenti versi che reco nel loro idioma:

Ce respect pour les morte, fruit d’une erreur grossière,

Touchait peu, je le sais, une froide poussière,

Qui, tôt ou tard s’envole éparse au gré des vents,

Et qui n’a plus enfin de nom chez les vivants;

Mais ces tristes honneurs, ces funèbres hommages

Ramenaient les regards sur des chères images;

Le cœur près des tombeaux traissaillait ranimé

Et l’on aimait encore ce qu’on avait aimé.

Epperò i ricchi fabbricavano nelle proprie ville i sepolcri in forma di edicole di buona e severa architettura e le quali decoravano di statue, di pitture e musaici, di vasi e di urne di eletti marmi. E siccome sa il lettore che degli estinti non serbavansi che le ceneri leggiere, come Paolo Emilio in Properzio dice alla consorte:

En sum quod digitis quinque levatur onus[279];

così non ad un solo defunto destinavasi ciascun sepolcreto, ma a tutti i defunti d’una famiglia, compresi pure i liberti, collocandosi le ceneri in altrettante nicchie; onde appellavasi sepulcrum familiare, perchè sibi quis familiæque suæ constituebat[280], di che se ne trovò esempio in Pompei; Sepulcrum comune dicevasi quella stanza che riceveva le ceneri di più persone appartenenti a più famiglie, disposte a due ollæ cinerariæ per colombajo.

Sepolcri ereditarj eran poi quelli quæ sibi hæredibusque suis, o quæ paterfamilias jure hæreditario aquisivit[281]; ma se dovevan servire per determinate persone, solevano apporvi le lettere H. M. H. N. S. cioè Hoc monumentum hæredes non sequitur, o alle tre ultime lettere sostituivansi queste A. H. N. T., vale a dire Ad Hæredes non transit[282], come se ne ha memoria in quel passo di Orazio:

Mille pedes in fronte, trecentos cippus in agrum

Hic dabat, heredes monumentum ne sequeretur[283].

Co’ sepolcri propriamente detti non voglionsi confondere i cenotafi, monumenti onorarii, che venivano dal popolo eretti alla memoria di quegli illustri uomini ch’erano morti per la patria; onde egregiamente e con tutta ragione poteva Ugo Foscolo nel succitato suo Carme de’ Sepolcri dire:

Testimonianza a’ fasti eran le tombe,

e le annuali feste e le cerimonie religiose che inoltre vi si praticavano valevano veramente a tramandare a’ posteri la memoria de’ nomi e delle gesta gloriose:

Religïon che con diversi riti

Le virtù patrie e la pietà congiunta

Tradussero per lungo ordine di anni[284].

Nondimeno questi monumenti che si elevavano a spesa pubblica e per cagione d’onore, rispondendo al significato delle due parole greche onde il nome si componeva, non contenevano le ceneri o gli avanzi del corpo della persona che si voleva onorare: erano costruzioni semplicemente commemorative, come sono oggidì talune di quelle che sorgono nel tempio di Santa Croce in Firenze, che si vorrebbe fare il Panteon degli illustri italiani; onde Virgilio nel lib. III dell’Eneide appellò eziandio tal sorta di tumuli tumulus inanis, o vuoto, là appunto dove ricorda il cenotafio rizzato da Andromaca ad Ettore suo marito.

I luoghi per altro, sui quali si innalzavano i cenotafi non erano sacri, come quelli de’ sepolcri.

Ma se a sepolcri e monumenti di ricchi e maggiorenti erigevansi cenotafii, mausolei, vôlte sepolcrali, piramidi ed altrettali opere architettoniche e scultorie; per cittadini minori, o poveri, adottavansi corrispondenti segni meno dispendiosi. Tali erano le columellæ, dette anche dai Latini cippi; le mensæ, le tavole quadrangolari più lunghe che larghe; i labellæ o labra, che erano pietre a forma di bacino; le arcæ somiglianti a forzieri, sorrette per lo più su’ piedi di lione o d’altro animale.

Ageno Orbico ricordò varii luoghi ne’ sobborghi di Roma, dove stavano moltissimi sepolcri di persone del volgo e di schiavi. Sestertium denominavasi il campo, pure fuori delle mura, dove seppellivansi le persone ch’erano state per ordine degli imperatori mandate a morte; nè a me è dato ricordarle, senza ad un tempo rammemorare la interessantissima scena che vi fa svolgere nel suo bello e dotto romanzo Tito Vezio il patriotta Luigi Castellazzo, cui una straordinaria modestia ha consigliato ascondersi sotto il pseudonimo di Anselmo Rivalta.

Allorchè sulle iscrizioni de’ sepolcri leggevansi le parole tacito nomine, sottacendosi ad un tempo il nome delle persone alle quali appartenevano, significavano esse che racchiudessero persone dichiarate infami.

A’ sepolcri de’ semplici cittadini era espressamente vietato di aggiungere fregi, ove non fossero o una colonna di non oltre i tre cubiti di altezza, statue ed emblemi della professione che il defunto aveva esercitata.

Le iscrizioni incominciavano colle due lettere greche Θ Κ, che corrispondevano a Diis Manibus, come assai sovente usiam pur noi sostituendo, secondo la nostra credenza, le lettere D. O. M. cioè, Deo Optimo Maximo, o pΧ il monogramma di Cristo.

Era poi concesso piantare presso le tombe olmi e cipressi, perchè alberi non producenti frutti; ed educarvi olezzanti fiori, come testimonia Ugo Foscolo nel lodatissimo suo Carme già citato:

Ma cipressi e cedri

Di puri effluvii i zefiri impregnando,

Perenne verde protendean sull’urne

Per memoria perenne....

Le fontane versando acque lustrali

Amaranti educavano e vïole

Su la funebre zolla[285].

Frequenti poi erano le piccole are accanto alle tombe pei sacrifici, che nelle feste summentovate facevansi da congiunti ed eredi, a placar l’ombre dei diletti loro morti.

Era tutta adunque una religione, venerata e profonda questa verso i defunti, e dinnanzi alla quale s’arrestavano le disquisizioni ed i dubbi anche de’ filosofi più miscredenti.

Nulla quindi di più consentaneo a tale comune reverenza pei defunti e per le loro dimore, che l’esistenza di apposite leggi, le quali guarentissero l’inviolabilità e il rispetto delle tombe. Troviamo infatti nel Corpus Juris, prima nel Lib. XLVII il Tit. XII; poi tutto il Titolo XIX che trattan De sepulcro violato. Nel primo è comminata l’infamia come conseguenza dell’azione di violato sepolcro, oltre diverse altre pene inflitte a chi manomettesse cadaveri, ossuarj e tombe: nel secondo è irrogata la condanna alle miniere allo schiavo colto a demolire sepolcri, ed alla relegazione se il faceva d’ordine od autorità del padrone. Chiunque poi avesse violato i sepolcri domos defunctorum, sottraendovi sassi, marmi, colonne, od altro qualunque materiale, per servirsene ad uso di fabbrica, o turbando corpi sepolti o reliquie, multato di ingente pena pecunaria; punito il giudice perfino in venticinque libre d’oro quando avesse negletto di castigare i violatori di sepolcri. E come per legge antica codesti profanatori di tombe punivansi della pena del sacrilegio; così anche ai tempo del basso impero si fu costretti a richiamare la medesima severa sanzione penale; argomento codesto a ritenere che si fosse infiltrato poco a poco ne’ degeneri nipoti la mancanza di rispetto a’ sepolcri. Così era assolutamente vietato l’impedire, sotto pretesto di debito, la sepoltura del defunto, colla comminatoria di cinquanta libre di multa, e in difetto pagasse di sua persona avanti il giudice competente; non potendosi tampoco nè molestare il moribondo, nè turbare il funerale, pena l’infamia, e posta al bando la terza parte de’ beni del disturbatore.

Nel libro XLVIII Digestorum, Tit. XXIV De cadaveribus Punitorum, apprendiamo come non si potessero negare a’ congiunti i corpi di coloro che fossero stati condannati nel capo, citandosi l’autorità del divo Augusto, che nel libro X De Vita sua, ebbe a scrivere aver egli ciò voluto che si osservasse. Il giureconsulto Paolo poi lasciò ricordato che i cadaveri de’ condannati, dietro domanda di chicchessia, si lasciasse che venissero dati alla sepoltura; solo i deportati nelle isole ed i relegati, restando anche dopo la morte la pena, non fosse lecito che venissero trasferiti e sepolti senza licenza del Principe; ciò che del resto il Principe soventissime volte accordava.

Finalmente, nel Lib. I. Receptarum sententiarum di Giulio Paolo, Tit. XXI, che versa De sepulcris et Lugendis, è sancito come allora che per invasione di fiume, o timore alcuno abbiasi a togliere un cadavere già consegnato a perpetua sepoltura, compiuti prima solenni sagrifici, abbiasi a compiere la traslazione di notte tempo; che a non funestare i luoghi sacri della città, non sia lecito portar cadaveri dentro di essa sotto minaccia di punizione; che colui che trovasi in tempo di corrotto astener si debba dai convivii, dagli ornamenti e dalle vesti bianche; che la spesa funeraria debbasi imputare avanti tutti i debiti ereditarj, e per ultimo quegli che abbia spese per seppellire un morto od a cagione de’ funerali di lui, possa rivalersi appo l’erede, il padre od il padrone.

Il giureconsulto Paolo, alla legge ff. de injuriis, contemplò il fatto di chi avesse lapidato la statua di un defunto, e non ammettendo nè distinzioni, nè limitazioni, perchè l’animo maligno fosse evidente; rispose doversi quel fatto punire siccome ingiuria: nè a lui fece velo il vantaggio qualunque che da simile fatto ritenesse la storia, registrando che le male opere di quel cittadino avessero condotto a tanto sdegno il paese da meritare che dalla furia del popolo la sua statua saxis cæsa fuisset venisse da’ sassi abbattuta.

Intorno a che l’illustre scrittore di penale diritto prof. Francesco Carrara, nella sua dotta memoria Sulle ingiurie ai defunti, letta nello Ateneo di Brescia, nella tornata del 15 giugno 1873 e pubblicata nella Temi Zanclea, a modo di epifonema commenta: «Così ragionavano gli antichi e così si durò a ragionare per secoli in Italia ed in Germania, dove lo spirito non usurpa le veci della sapienza, e dove una questione giuridica non si scioglie con un motto brillante.» E venne con copia d’argomenti a conchiudere, pur tenendo conto dell’interesse della storia, che sì sovente si invoca a diffamazione de’ defunti, che ultima conseguenza alla quale meni diritto un tale interesse sia che le calunnie lanciate contro i defunti nei fatti relativi alla vita pubblica dovrebbero dichiararsi perseguitabili ad azione popolare, cioè ad azione pubblica esercitata dal Pubblico Ministero nella sua rappresentanza dei contemporanei e dei posteri, cioè della società tradita ed ingannata da maligno calunniatore; osservando che Platone come moralista ci avrebbe guidato a questa conclusione con la sua nota formula dei doveri che legano i vivi verso gli estinti[286].

Via delle Tombe in Pompei. Vol. III, Cap. XXII.

Poichè li lettore sa tutto ciò, che sull’argomento de’ trapassati e de’ sepolcri praticavasi in Roma e fuori di essa ne’ luoghi ad essa soggetti, restringendomi ora più presso al mio tema di Pompei, usciamo insieme dalla Porta Ercolanese ed inoltriamo nella Via delle Tombe di questa città, della quale era parte, anzi attraversava, com’egli già conosce, il Borgo Augusto Felice, dissotterrato dalle ceneri dal 1763 al 1770 e dal 1811 al 1814. La vista è imponente, presentandosi tutta fiancheggiata da sontuosi monumenti. E monumenti eziandio debbono essere stati sparsi per tutto il pendio della collina, tanto essendoci dato d’argomentare dalle varie elevazioni verdeggianti di essa.

È da questo punto, in cui s’è posto il piede nel sobborgo, il qual potrebbesi dire dei morti, che è dato comprendere in un sol colpo d’occhio tutto il corso della via antica infino ad oggi scoperta e di ammirare nel suo complesso l’elegante magnificenza di tanti ipogei, de’ quali fu detto a ragione presentare forme sconosciute all’architettura attuale ed all’arti moderne.

È all’uscire del pari di questa porta, che m’avvenne di ricordare altrove esservisi scoperto lo scheletro della sentinella, qui morta fedele alla sua consegna. Era eziandio prossima a tal luogo la tomba di M. Cerrinio Restituto, come ce lo appresero le due seguenti iscrizioni, di cui l’una è la fedele ripetizione dell’altra:

M. CERRINIVS
RESTITVTVS
AVGVSTAL. LOC. D. D. D.

Nel mezzo della cappella, sacellum, era una piccola ara, avente l’iscrizione medesima, ripetuta come dissi, ma disposta in questo modo:

M. CERRINIVS
RESTITVTVS
AVGVSTALIS
LOCO DATO
D. D.[287].

Un semicerchio a manca, che dicevasi schola, perchè ad uso di sedile, di tufo e pietre pomici, recava la seguente iscrizione, che chiarisce aver appartenuto al sepolcro di Anio di Marco Vejo:

A. VEIO M. F. II VIR. I. D.
ITER QVINQ. TRIB. MILIT. AB. POPVL. EX D. D.[288].

Più grande è l’emiciclo detto di Mammia, scoperto nell’anno 1763, che racchiudeva il sepolcro di questa donna, che fu sacerdotessa pubblica, e al quale s’ascendeva per un passaggio aperto alle spalle dell’emiciclo. Era il sepolcro meglio costruito che siasi scoperto in Pompei. Aveva già un ordine di colonne joniche al di sopra di altro ordine dorico, su cui posavano alcune statue. L’interno era decorato da nicchie e pitture: in una delle prime stavano le ceneri di Mammia in un’urna di terra cotta chiusa in altra di piombo. L’iscrizione, in caratteri forti, così fu letta:

MAMMIAE P. F. SACERDOTI PVBLICAE LOCVS
SEPVLTVRAE DATVS DECVRIONVM DECRETO[289].

Su d’un piccolo pilastro a fior di terra e non discosto dal sepolcro di Mammia, leggevasi l’iscrizione, che rammenta i versi che ho appena riferiti del Venosino Poeta:

M. PORCI
M. F. EX DEC.
DECRET. IN
FRONTEM
PED. XXV
IN AGRVM
PED. XXV[290].

Avanti a questa tomba venne trovata una statua in abito consolare, forse quella di Porcio stesso, il quale era per avventura il padre della sacerdotessa Mammia.

Fra la tomba e l’emiciclo si rinvennero sedici cippi funerarii, parecchi di essi di marmo, su taluno dei quali si decifrarono le seguenti iscrizioni:

C. VENERIVS
EPAPHRODITVS

ISTACIDIA. N. F.
RVFILLA SACERD. PVBLICA

N. ISTACIDIO
CAMPANO

CN. MELISSAEVS
APER

ISTAC....
MENOIICI

Nello stesso luogo si trovarono frammenti di statue ed una lucerna in terra cotta con una figuretta avente nelle mani un fiore in basso rilievo, e colla iscrizione:

ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICEM MIHI[291].

È da questa parte sinistra della via che si incontra quella casa che comunemente vien detta essere il Pompejanum, o villeggiatura di Cicerone, ch’egli col Tusculum prediligeva sovra tutte l’altre sue ville, se per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, come lasciò scritto in una sua lettera ad Attico[292]. Ne ho già parlato altrove, nè però mi ripeterò: solo piacendomi far notare al lettore come a ogni modo, sia questa od altra la casa del grande Oratore Romano, sarebbe sempre stata una ricca abitazione, che non tolse al suo proprietario di abitarla e decorarla riccamente. L’essere nella non lieta via delle tombe, dimostrerà ognor più come la religione de’ sepolcri non fosse accompagnata allora quanto adesso, per forza di superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove poi si rifletta aver Cicerone difeso Publio Silla, che fu il primo patrono della Colonia Veneria Cornelia, nulla di più probabile apparirà che ne abbia ricevuto in guiderdone il terreno di quella casa e poi anche la casa stessa, che per essere nel Pagus Felix, spettava alla Colonia militare, la quale, giusta quanto m’accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Silla vi aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.

Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro, della tribù Menenia, che vuolsi dal punto di vista archeologico considerare siccome il più interessante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pompei. La base è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa poggia con tre gradini sovra altra base più grande della stessa forma e materia, e nella quale è praticata la camera sepolcrale, o columbarium, con quattordici nicchie, come quadrato ne è il cippo. Il lato che è ora rivestito d’un ampio tavolo di marmo, il cui angolo superiore sinistro, essendo spezzato e perduto, lasciò imperfetta la iscrizione, che completata non a guari dallo studio, suona così:

A VMBRICIO A. F. MEN
SCAVRO
II VIR. I. D.
HVIC DECVRIONXES LOCVM MONVM.
ET HS ∞ ∞ IN FVNERE ET STATVAM AEQUESTR
FORO PONENDAM CENSVERVNT
SCAVRVS PATER FILIO[293].

Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga. In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a costoro; era curioso che dovessero menar botte all’orba, perchè le visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi. Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate. L’uno è nominato Bebrix, cioè della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il suo avversario è Nubilior e ne conta undici; di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori, due secutores e due retiarii, alle prese fra loro, leggesi il nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e di Hippolitus, secutor, degli altri due no. Quello che pugna con Nitimus vedesi ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome di Quintus Ampliatus, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.

Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.

Sepolcro circolare è quello che segue subito, con base quadrata e torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto del 63.

Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle, rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa, è questa iscrizione:

IVNONI
TYCHES IVLIAE
AVGVSTAE VENER[295].

Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al servizio di Giulia figliuola d’Augusto.

Non credasi qui che la parola Junoni accenni alla Dea di questo nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio tutelare di Tiche; perocchè Junones si dicessero appunto le fate e gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva che uno nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suo Dizionario delle Antichità, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre l’angelo maschile (Genius, Silvanus) fosse abitualmente rappresentato nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.

Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto:

Natalis Juno sanctos cape thuris honores

Quos tibi dat tenera docta puella manu[296].

In quanto all’ultima parola della iscrizione, Vener, io seguii la comune interpretazione, leggendo Venerea; altri però lessero Augustæ Veneri, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il dire Augustæ Veneris, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.

Che per altro Venerea fosse una condizione di schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare al Venerium o luogo aggiunto al bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato il Venerium nell’annunzio già riportato da una parete pompejana: In prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ, pergulæ, cœnacula. Rosini nella già citata Dissertatio Isagogica, trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano i Venerii, li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto venerio[297].

Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio, viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito, fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse arbitro?[298]

Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per sè solo esprime gentilissimo affetto: SERVILIA AMICO ANIM...[299]; ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nel columbarium si trovò un cippo colla iscrizione LVCCEIA IANVARIA. La struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto, che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nè columbarium, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:

C. CALVENTIO QVIETO
AVGVSTALI
HUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM
DECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300]
HONOR DATVS EST.

Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O. C. S. (ob civem servatum) che si leggono sullo scanno. Le muraglie del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or più non si distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.

Del triclinium funebre, che è pur a sinistra formato da tre panchi di fabbrica e servienti al silicernium o banchetto funerale, dissi più sopra.

Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si designò col nome di Giardino delle colonne in musaico od anco di Sepolcro del Vaso blu, da quattro colonne in musaico, che sono uniche finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca, dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.

Segue la tomba detta delle Ghirlande da alcuni festoni sorretti da tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due are, denominate acerræ secondo Pompeo Festo, o aræ turicremæ, come vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (Æneid. IV, 453), perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio (Heroid. 2. 18) chiamò turicremi foci le vampe che levavansi da esse e Lucano (Phars. lib. 9. 989) turicremi ignes.

L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo, l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.

Il sepolcro dalle porte di marmo è in opus reticulatum, cioè in materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco. La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi ora al Museo Nazionale.

In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti iscrizioni:

N. ISTACIDIVS
HELENVS PAG.

N. ISTACIDIAE
SCAPIDI[302].

Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:

N. ISTACIDIO HELENO
MAG. PAG. AVG.
N. ISTACIDIO IANVARIO
MESONIAE SATVLLAE IN AGRO
PEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].

Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.

Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.

Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche: ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali, colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela, mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo. Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio si sarebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la poppa termina in collo di cigno.

A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto, o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.

Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra comune.

Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, ma nulla si sa di positivo, all’infuori di quel che ne dice l’iscrizione; una liberta, cioè, di Giulia, figliuola dell’imperatore Augusto, forse concubina dipoi di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva sua condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze con Munazio, augustale e maestro del sobborgo Augusto Felice, lo che equivarrebbe a sindaco o confaloniere de’ nostri giorni.

Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò un’urna coll’epigrafe:

C. MVNATIVS ATIMETVS
VIX. ANNIS LVII[305].

Un bel mausoleo scoperto nell’anno 1812 in forma di ara, con zoccolo e cornice eleganti, sormontata quest’ultima da un plinto e da un bel fogliame d’alloro, sorge, perfettamente conservato, in travertino e la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meridionale ed occidentale, lo dice spettante a Marco Allejo Lucio Libella padre e Marco Allejo Libella figlio. Eccola:

M. ALLEIO LVCIO LIBELLAE PATRI AEDILI
II. VIR PRAEFECTO QUINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F.
DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI
PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS
PVBLICA CERERIS FACIVNDVM CVRAVIT VIRO ET FILIO[306].

Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come mai a soli diciasette anni il figlio Marco Allejo Libella potesse essere già decurione in Pompei. Perocchè ognun rammenti che lesse le Epistole di Cicerone, come questi constatasse essere i pompeiani assai gelosi dell’onore del decurionato. Avendo uno de’ suoi amici sollecitato presso di lui perchè gli ottenesse una tal carica, egli rispose: Romæ si vis, habebis. Pompeis difficile est[307], significando essere più difficile cosa diventar decurione in Pompei, che non divenire Senatore in Roma.

Presso i Romani, non si poteva essere decurione in età al disotto de’ venticinque anni, come si può raccogliere nel libro secondo del Digesto: De Decurionibus: tuttavia potevasi derogare a questa legge in virtù di privilegio accordato a determinata famiglia che se ne fosse resa meritevole. Di questo novero doveva certamente essere stata la famiglia dei Libella in Pompei.

Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla pietà di sposa e di madre, si passa al cenotafio di Cejo e Labeone, epperò senza colombaio. Guasto assai di presente, un dì, attese le sue proporzioni grandiose quantunque irregolari, deve essere stato di non dubbia importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di stucco e statue: forse quelle medesime che vennero rinvenute presso ed erano un personaggio in toga e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi nel zoccolo del gran piedistallo delle iscrizioni in grossi caratteri rossi, ma così sbiaditi che non si poterono leggere. Si lesse invece quella nello stesso monumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola:

L. CEIO L. F. MEN. L. LABEON
ITER D. V. I. D. QVINQ.
MENOMACHVS L.[308].

Come superiormente ho fatto, nel leggere l’iscrizione sul monumento di Scauro, interpretando la parola MEN, abbreviatura della prima linea, per della Tribù Menenia; io pure, in questa di Lucio Cejo, interpretai con Mazois ed altri l’egual abbreviatura nella stessa maniera: Bréton nondimeno la dichiarò per Menomachus, adducendone una ragione abbastanza plausibile. Un usage, scrive egli, presque constant, était que les affranchis empruntassent le nom ou le surnom de leurs patrons, et que c’est sans doute ce qu’avait fait Menomachus fondateur du monument[309].

Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.

Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro, si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di bronzo e un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sorpreso e punito[310].

Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansi columellæ, perchè appunto erano colonnette, columella essendo diminutivo di columna. Su d’una di essa era scritto:

ICEIVS COM
MVNIS

Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere l’iscrizione:

SALVIVS PVER
VIX. ANNIS VI.

Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:

N. VELASIO GRATO
VIX. ANN. XII.

Poichè sono a dire delle columelle, ne trovo ricordata una nel Viaggio a Pompei dell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli Accademici Ercolanensi nella Dissertazione Isagogica. Si esprimeva nell’epigrafe essere il simulacro di Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni.

Così almeno traduce il Romanelli il seguente testo dell’epigrafe

C. NORBANI SORICIS
SECVNDARVM
MAG. PAGI AVG. FELICIS
SVBVRBANI
EX D. D. LOC. D.

Ed una tale traduzione egli eseguì dopo certo aver veduto le illustrazioni fattene dal signor Millin che appella erudito e dal signor De Clarac in due dissertazioni stampate in Napoli. Ma a me è pur lecito di domandarmi come mai ad un attore delle seconde parti nelle tragedie si potesse concedere l’onore dapprima di essere maestro del pago, e poscia l’onor del posto speciale, per decreto de’ decurioni, se noi sappiamo che se a’ più grandi attori non isdegnavano i più eminenti uomini intimità ed affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri, massime se minori, riserbavasi l’ignominioso titolo di istrione, la fustigazione del larario e il trattamento servile?

L’iscrizione d’altronde tace della qualità di Cajo Norbano Sorice, nè la parola secundarum parmi, congiuntamente al resto dell’epigrafe, non autorizzi a sottintendere le parole che le si affibbiano actoris secundarum partium in tragœdiis.

Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di Gneo Vibrio Saturnino figlio di Quinto, della tribù Falerina, come si leggeva al di fuori del triclinio funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione:

CN. VIBRIO Q. F. FAL.
SATVRNINO
CALLISTVS LIB.

Dissi che si leggeva, perchè ora l’iscrizione fu trasferita al Museo di Napoli. Piace anzitutto constatare nell’atto pietoso del liberto Callisto che a propria spesa rizza un monumento all’antico padrone come la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù de’ secoli andati; siffatti omaggi di liberti non erano infrequenti. Io ne ho già recati più d’uno.

Dopo di questo, ci troviam dinnanzi alle sepolture della famiglia Arria o di Diomede, state scoperte nell’anno 1774, le quali, per trovarvisi di fronte, diedero il nome alla casa di campagna, che già ho descritta, e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Diomede liberto.

La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più importante che esamineremo. La fronte del monumento la indica nella seguente iscrizione:

M. ARRIVS I. L. DIOMEDES
SIBI SVIS MEMORIAE
MIGISTER PAG. AVG. FELIC. SVBVRB[311].

La sigla che segue al nome di Arrius, che io d’un tratto supplii con un I, ma che nel marmo ben non si comprende, fu interpretata diversamente. La più parte ritennero significare Arrii, seguendo l’ermeneutica adottata da Bréton nel leggere l’iscrizione di Cejo; ma Bréton è poi curioso che, abbandonandola in questa iscrizione, abbia voluto leggere nella sigla una J, che interpretò per Juliæ. La ragione sola che costei potesse essere la Julia Felix, una de’ più ricchi proprietarj di Pompei, non pare nè seria, nè da accettarsi. Piuttosto dovrebbesi essere meglio inclinati a ritenerlo liberto di Giulia la figliuola di Augusto, che avanti la morte del padre chiamavasi Livia, e così sarebbe stato conservo di questa imperiale matrona colle due Tichi, di cui menzionammo più sopra le tombe. Greche di nome codeste due liberte, parimenti greco sarebbe il nome di Diomede: forse quindi tutti compatrioti.

Il monumento pompeggia sull’altezza d’un muro con un terrapieno che serve di base a questa tomba di famiglia; esso si costituisce di un frontispizio con pilastrini d’ordine corintio ai lati ed è in cattivo stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcuni fasci nella facciata, e due teste di marmo l’una di uomo, l’altra di donna, appena abozzate, che gli antichi avevano costume di collocar nei sepolcri per distinguerli.

Dietro la testa d’uomo, era questa iscrizione:

M. ARRIO
PRIMOGENI

e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede. Dietro la testa della donna eravi quest’altra:

ARRIAE M. L.
VIIII

e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede liberto.

Sul detto muro inferiore poi che serve di monumento sepolcrale ad un’altra figlia del medesimo, sta questa iscrizione:

ARRIAE M. F.
DIOMEDES L. SIBI SVIS

Tutta insomma una famiglia.

Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto recinto che si prolonga verso la strada ed è tutto circondato da un solido muro che sosteneva un terrapieno, nel quale si videro de’ tubi per lo scolo delle acque: forse era tal luogo il sepulcrum comune o cimitero delle classi inferiori, ed anche l’ustrinum. Vi si riconobbero infatti ossa umane in copia e reliquie di funebri banchetti.

E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illustrare quanto m’accadde di dire intorno alla religione de’ morti nell’antichità romana.

Solo mi corre obbligo adesso, a pieno compimento e prima di congedarmi da questo capitolo onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segnalare al buon lettore che mi ha seguito fin qui, una particolarità, che vale egualmente a confermare l’uso romano che tutti i sobborghi d’una città servissero a sepolture. Gli scavi eseguiti ne’ mesi di maggio e giugno 1854 fuori dell’altra porta pompejana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati cadaveri, e chi sa che altrettanto non venga forse di constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in sodo che non solo a Roma, ma fuori quasi tutte le porte di tutte le città conformate agli usi di Roma, e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppellire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — perocchè non si costumasse inumarli — e rizzare monumenti funebri ed ipogei.

La quale consuetudine rispondeva al bisogno che provavasi e che son venuto dimostrando di onorare la memoria dei cari trapassati, avendone le dilette reliquie in vicinanza delle abitazioni, nè punto comprometteva la pubblica igiene. Non era come de’ nostri cimiteri suburbani, che raccogliendo non le ceneri, ma i cadaveri, saturano delle loro decomposizioni la terra, corrompono di loro esalazioni l’aere e infettano le acque che vi filtrano e via trascorrono seco traendo i tristi elementi della putrefazione, germi ignorati di epidemie e d’altri mali: il fuoco invece lasciava ceneri purificate ed innocue, e spogliava le tombe di quell’orrore — sia pur sacro — che adesso ispirano, malgrado vadano i sacri recinti eretti con superbe architetture e decorati di splendidi e marmorei monumenti.

Ond’è che naturalmente son condotto a chiudere l’argomento coll’associarmi al voto di chi in oggi si fè apostolo del ritorno al sistema della cremazione, come quello che sia per essere il solo che ci permetterà d’aver per sempre e senza nocumento a noi vicini i preziosi avanzi dei nostri cari.