CONCLUSIONE

Mi fu detto, all’apparire del primo volume di questa mia opera, come il tuono spigliato e leggero col quale l’avevo incominciata nullamente annunziasse che poi sarebbesi mutato sì presto per diventare accigliato talvolta e grave sempre; che d’un libro, il qual sarebbesi creduto di solo amena lettura, quale avrebbe potuto essere se unicamente di impressioni e ricordi di un viaggio, ne sarebbe poi uscito fuori un gazofilacio di classica erudizione. L’osservazione, od appunto che si voglia appellare, era giustissimo, e a dir vero non era stato pure ne’ miei primi intendimenti di riuscire al lavoro che solo adesso ho ultimato; ma, come con ragione sentenziarono i nostri vicini di Francia c’est en mangeant que l’appetit vient, toccando cose ed argomenti che furono sempre l’amore e lo studio miei fin da’ più giovani anni di mia vita, m’era stato impossibile farlo senza lasciarmi andare a percorrere tutto intero l’arringo.

M’addiedi allora di poter mirare anche a proficuo fine. Addentrarmi nelle questioni di pura archeologia e impancarmi co’ suoi campioni, nè avrei avuto la forza, nè parevami perdonabile tampoco l’ardimento, da che allora avrei dovuto, come gli altri fecero, eleggermi per lungo tempo a soggiorno i luoghi medesimi delle mie indagini ed intraprendere studj che le peculiari mie condizioni mi contendevano, per non giungere forse, in ultimo risultamento, a recar qualsiasi buon contributo alla scienza, alla quale sopra luogo attendono diggià nobilissimi intelletti pur del nostro paese. Mi sembrò quindi più profittevole scopo convergere quanto già l’archeologia aveva degli scavi pompejani illustrato, a chiarire più direttamente la vita pubblica e privata degli antichi Romani, da che Pompei ne fosse stata una colonia e così quanto era stato esumato della gentile città porre in armonia con quanto scrittori, storici e poeti di quell’età avevano lasciato a’ posteri ricordato a giovarsi così reciprocamente di commentario e illustrazione.

I giovani uscenti dalle scuole carico il capo di quella indigesta erudizione che loro infarciscono antologie e crestomazie, presto la dimenticano, perchè appunto confusamente e forse a mala voglia appresa ne’ brani scelti degli autori latini o greci che loro pongonsi avanti. Carità mi pareva venire loro in soccorso con opera che ordinata e distribuita seriamente, servisse a collocare tutta quella farragine di nozioni a proprio posto e rendere queste per tal guisa indimenticabili e di utilità efficace; onde per dirla con un concetto dantesco, moleste nel primo gusto, lasciassero, digeste, vital nutrimento[312]. Quello che in qualche modo avevano il barone di Theis ottenuto col suo Policleto a Roma, e Barthelemy coll’Anacarsi in Grecia, ed altri coi Viaggi di Antenore e di Trasibulo nella Grecia e nell’Asia, io vagheggiai poter fare con Pompei e le sue Rovine in Italia, discorrendo alla mia volta delle romane istituzioni[313].

Vi sarò io riuscito?....

Non chieggo la risposta nè a Fiorelli, nè a Minervini, nè agli altri severi cultori delle archeologiche discipline. Il mio libro non è fatto per essi: v’ha un altro pubblico e più numeroso, quello che sulle opere loro irte di greco e di osco si addormenterebbe, il quale ha pur d’uopo d’essere confortato di buoni studj, ma che s’acciglierebbe e darebbe addietro davanti a forma troppo severa, a discettazioni troppo erudite, e il cui fine e la cui utilità non si vedon poi sempre coronate da esito felice.

La forma quindi leggiera stessa e per avventura amena colla quale aveva il mio lavoro esordito, così stando le cose, disponeva, a mio avviso, acconciamente l’animo de’ miei giovani lettori ad accostarsi più volonteroso al medesimo, s’egli è vero quel che cantò l’immortale Torquato:

Sai che là corre il mondo, ove più versi

Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso

E che il vero condito in molli versi

I più schivi allettando ha persuaso:

Così all’egro fanciul porgiamo aspersi

Di soave licor gli orli del vaso:

Succhi amari ingannato intanto ei beve,

E dall’inganno suo vita riceve[314].

Avranno essi forse notato soverchie le citazioni degli autori; ma con quanto or dissi ne troveranno la giustificazione: non era il ripeto, un libro di solo amena lettura che intendevo di fare, ma opera quasi di complemento di classica educazione. E perchè più generale ne fosse il vantaggio, curai apporre in calce la traduzione delle testuali citazioni, approfittando all’uopo delle migliori e più conosciute versioni. Vero è che più d’una volta mi occorse di sostituire a quelle i miei volgarizzamenti; ma il feci allora o che si trattasse di traduzioni non ancor suggellate dalla fama, o di quelle che fatte alla libera, riproducendole, non avrebbero giustificata la ragion della citazione. Il più spesso ne avvisai con particolare mia nota il lettore.

Havvi poi un interesse ancor più generale in questi studj che mi sono proposto ed è che una più profonda conoscenza della antica società romana avesse a valere ad aprire gli occhi de’ presenti sovra erronee credenze ed estimazioni che si son venute facendo di essa infino ad ora e che tuttavia non sono senza discapito nostro.

Precettori e scrittori non hanno ancor cessato di mezzo a noi di mettere i tempi e le istituzioni dell’antica Roma a raffaccio coi nostri tempi e colle istituzioni nostre, di giudicare l’antica storia coi criterii dell’attuale, e di spiegare persino le storie dei nostri politici rivolgimenti colla storia di quel gran popolo, dicendosi continua la riproduzione degli eventi, identiche le passioni, virtù e vizi eguali in tutti i tempi. Epperò argomentarono essi possibile ed utile il risuscitare i provvedimenti di allora, mentre la nostra intelligenza, che s’è venuta di età in età modificando, e in continuo movimento di progresso, esiga che leggi della umana associazione non abbiano ad essere più le medesime.

Come vorreste voi conciliare infatti le antiche istituzioni, che sì strettamente si collegano colle credenze religiose, colle moderne che tendono a emanciparsi da ogni vincolo religioso? Come spiegarci tante leggi adesso, che allora avevano la ragion d’essere nelle istituzioni di patrizii e di plebei, di patroni e di clienti, di signori e di schiavi? Come invocare al nostro tempo, giusta quanto adoperiam sì sovente noi avvocati, seguiti anche troppo spesso da’ giudici, l’autorità de’ romani giureconsulti, quando la patria podestà antica non era che una mostruosa tirannide del diritto di vita e di morte, e di vendita per tre volte perfino del figlio; quando sproporzionata la successione tra il fratello e la sorella; quando, per non dir d’ogn’altra anomalia, il patriotismo stesso toglieva di mezzo ogni sentimento naturale e la libertà veniva così compresa da escludere qualsiasi guarentigia per quella individuale?

Richiamare pertanto adesso, in cui non è cessato ancora in Italia il periodo della incubazione legislativa, l’attenzione allo studio dell’epoca romana, mi sembrò di non lieve importanza ed anche di assai pratica utilità.

Dopo enunciati cotali intenti, avanti di congedarmi dal lettore, mi sia concesso rivolgere un ultimo sguardo agli scavi di Pompei. Essi procedono sotto la intelligente e dotta direzione di quell’illustre che è il summentovato comm. G. Fiorelli e sta bene, e sono con amore e studio seguiti da egregi cultori delle dottrine archeologiche, che li vengono illustrando principalmente nel Giornale degli Scavi che si publica in Napoli, ma che sventuratamente è in mano di pochi, ed al quale ho io sì di sovente ricorso in questa mia opera, e sta bene ancora; ma intanto che si affatica da una parte ad esumare quanto è ancora sepolto, che fa dall’altra il Tempo? Prende la sua terribil rivincita di quanto non ha potuto distruggere sinchè la terra che vi stava sopra gli vietò l’opera demolitrice. Smantellati i tetti delle case, distrutti i piani superiori, arsi e caduti gli impalcati, spezzate e giacenti le colonne, disperse le pietre sepolcrali, la pioggia, il sole, il vento hanno presa sui ruderi antichissimi e già in più luoghi essi non serban pur l’ombra di quel che furono in addietro. Invano si ricorre a riparazioni, proteggendo alcune muraglie con tegole, ricoprendo di tetti recenti taluni edifici; invano si procura lasciare quanto si può in luogo, acciò ne sia conservato il carattere[315]; invano si creano regolamenti e discipline; il tempo, più potente di tutto, permette intravvedere, in epoca non lontana, che pria che tutta la restante città venga dissepolta, quella che già lo è abbia a ridursi a un monte di indistinte macerie e si avveri quel che Foscolo constatò degli antichi monumenti, che

Il Tempo colle fredde ali vi spazza

Fin le rovine[316].

Già più pareti di camere delle loro dipinture non hanno che qualche traccia appena: altre l’hanno perduta affatto; già segni ed emblemi caratteristici scomparvero, caddero graffiti, scomparvero iscrizioni, rovinarono muri, da che la distruzione dei tetti fosse già opera del cataclisma vesuviano, e chi visita con interesse Pompei se ne preoccupa e tanto più in quanto la parte primamente scoperta si giudichi, come provai, la più interessante.

Che avrebbesi dunque a fare?

V’ha chi crede che por mano a riparazioni e ristauri sia opera profana poco meno di empia e si ha forse ragione: epperò per que’ tratti almeno, ne’ quali la rovina si determina così da togliere ogni ulteriore interesse per l’archeologo e pel curioso osservatore, non potrebbe mo’ cavarsene partito, purchè ceduti, dietro apposite discipline e dicevoli corrispettivi, a ricchi privati, si imponesse ai cessionari di ricostruire sulla originaria architettura pompejana? Delle migliaja di ricchi sfondolati che visitano ogni anno gli scavi, chi può dire non si trovi alcuno che ami avere in questo ridentissimo ed ubertoso pendio che il Vesuvio sogguarda, al par di Cicerone, il suo vaghissimo Pompejanum?

Come Cuvier ha dalle ossa fossili rinvenute ricostruito perfino animali preistorici e da più secoli scomparsi dalla terra, più facilmente potrebbesi dalla pianta degli edifici rifare gli alzati e l’architetto governativo e la commissione che si dovrebbe creare fornirebbero le architetture e così mano mano sull’antico verrebbesi riedificando il novello Pompei, perenne e non indegno scopo di curiosità e di studio a nazionali e forestieri.

È un’idea codesta siccome un’altra.

Una ne emise assai prima l’illustre autore dei Martyrs e del Génie du Christianisme nel suo Voyage en Italie nel brevissimo cenno che vi dettò su d’Ercolano, di Portici e di Pompei, e parmi che giovi di riferire, perocchè al medesimo fine essa miri della mia proposta. «En parcourant cette cité des morts — scrive il visconte di Chateaubriand, une idée me poursuivoit. A mesure que l’on déchausse quelque édifice à Pompeïa, on enlève ce que donne la fouille, ustensiles de ménage, instruments de divers métiers, meubles, statues, manuscrits, etc., et l’on entasse le tout au Musée Portici. Il y auroit selon moi quelque chose de mieux à faire: ce seroit de laisser les choses dans l’endroit où on les trouve et comme on les trouve, de remettre des toits, des plafonds, des planchers et des fenêtres, pour empêcher la dégradation des peintures et des murs; de relever l’ancienne enceinte de la ville; d’en clore les portes, afin d’y établir une garde de soldats avec quelques savants versés dans les arts. Ne seroit-ce pas là le plus merveilleux Musée de la terre, une ville romaine conservée toute entière, comme si ses habitants venoient d’en sortir un quart d’heure auparavant?

«On apprendroit mieux l’histoire domestique du peuple romain, l’état de la civilisation romaine dans quelques promenades à Pompeïa restaurée, que par la lecture de tous les ouvrages de l’antiquité. L’Europe entière accourroit: les frais qu’exigeroit la mise en œuvre de ce plan seroient amplement compensés par l’affluence des étrangers à Naples. D’ailleurs rien n’obligeroit d’exécuter ce travail à la fois, on continueroit lentement, mais régulièrement les fouilles; il ne foudroit qu’un peu de brique, d’ardoise, de charpente et de menuiserie pour les employer en proportion da déblai. Un architecte habile suivroit, quant aux restaurations, le style local dont il trouveroit des modèles dans les paysages peints sur les murs mêmes des maisons de Pompeïa.»

Come si può accorgere il lettore, di poco la mia idea si discosta da codesta di Chateaubriand, la quale per altro, limitandosi ad una semplice opera di restauro, oltre che è combattuta fieramente dagli archeologi, è forse di poco pratica attivazione, avuto riguardo alla condizione delle muraglie in generale che mal sopporterebbero la sovrapposizione di quell’altra parte di muro che valesse a completarla, senza dire che in più luoghi il salnitro e altre ragioni di degradazione vieterebbero il ritorno delle dipinture.

Qualunque sia il pensiero tendente alla conservazione di Pompei, di questa così interessante città che si va ogni dì più evocando dal suo sepolcro in cui giacque presso a due mila anni, mette conto esser preso in considerazione ed esame, principalmente da chi è preposto alla pubblica cosa. Se lo stato trova di sua convenienza e decoro di consacrare alla conservazione de’ monumenti e de’ cimelii antichi disseminati per tutta Italia, istituti e somme ragguardevoli, per ragione maggiore volger deve le sue cure alla conservazion di questa antica città, perocchè ben dicesse l’inglese Taylor, scrivendo a Carlo Nodier intorno appunto ad essa e ad Ercolano:

«Roma non è che un vasto museo; Pompei è un’antichità vivente.»

Bacone, parlando di antichità, di storie sfigurate e di storici frammenti sfuggiti per avventura alla distruzione del tempo, li paragona alle tavole che galleggiano dopo il naufragio; ebbene le Rovine di Pompei sono preziose reliquie di un naufragio che meritano essere ad ogni costo salvate, che vogliono ad ogni modo essere strappate al continuo e latente processo di loro completa distruzione e allora soltanto potremo sclamare con Schiller:

L’are

Sorgono ancor. Venite e il sacro foco

Raccendete agli dei, chè troppo lunghi

Secoli di votiva ostia l’han privi[317].

FINE.

APPENDICE PRIMA I busti di Bruto e di Pompeo[318].

La lentezza colla quale ha proceduto, senza alcuna mia colpa e contro anzi ogni mia volontà, la stampa di quest’opera ha prodotto, fra gli altri, anche questo inconveniente, che si avesse a smarrire quella parte di manoscritto che recava la dichiarazione dei due busti di Pompeo e di Bruto, che doveva avere il suo luogo nel capitolo XVIII, che tratta dell’Arti Belle, e là proprio dove io venni intrattenendo il lettore della statuaria e ne notai lo scadimento allo invalere più frequente di questo genere di scultura che sono i busti, e avrei voluto recar esempi pompejani di questo genere. I disegni di tali busti furono tuttavia collocati a quel posto e li avrà veduti il lettore nel secondo volume: ora occorre che al difetto involontario sopperisca la presente appendice.

Nelle ultime stanze della casa di Lucio Popidio Secondo in Pompei nella Regione seconda ed alla altezza di pochi metri dal suolo vennero in questi ultimi anni (19 e 24 novembre 1868) ritrovati i due busti de’ quali è argomento[319]. Gli archeologi non esitarono a sentenziare raffigurare l’uno Cneo Pompeo, il gran capitano che rivaleggiò con Giulio Cesare, epperò denominato Magno, e il qual fu vinto da quello nella battaglia di Farsalia e quindi ucciso; e l’altro le sembianze di Marco Bruto, ultimo repubblicano di Roma e uccisore di chi aveva alla sua volta uccisa la romana libertà.

Comunque io abbia dovuto notare che la furia de’ busti in Italia segnasse l’era della decadenza dell’arti; pur tuttavia questi che si esumarono in Pompei sono ben lungi dallo accusare degenerazione di gusto. I migliori giudici e buongustai affermarono arditamente che considerevole sia il valore artistico di queste opere, e che appartengono a greco scalpello. Sono esse del più puro e fino marmo pario; ma ciò non tolse che la moda di allora non li avesse a colorire, come è dato di convincersene per alcune traccie che vi si riconoscono tuttavia di colore: lo che è importante per la storia dell’arte di tener conto.

E venendo prima a dire del busto del magno Pompeo, dinanzi ad esso è mestieri ammettere che dove la storia non ci avesse nel narrare le gesta di questo illustre appreso il carattere di lui, questa opera elettissima del greco artista sarebbe venuta opportuna a riempiere la lacuna, perocchè l’espressione che vi assegnò attesterebbe di quella nobiltà naturale, di quella piena coscienza di sua nobiltà onde andava altamente distinta questa grandiosa figura storica sin dalla sua giovinezza. «Molte erano le cagioni, scrisse Plutarco di lui, che amar lo facevano: la temperanza nella maniera del vitto, l’esercitarsi che faceva nell’armi, l’attività di persuadere che aveva nel suo ragionare, la fermezza de’ suoi costumi e la gentilezza e l’affabilità nell’accogliere e nel trattar le persone; non essendovi alcun altro che men di lui molesto fosse in pregare, nè che s’impiegasse con più di piacere in servizio di chi nel pregava; mostrando egli alacrità nel far benefizii, e ritegno e gravità mostrando in riceverli. Da principio aveva egli ben anche l’aspetto che non mediocremente cooperava a cattivargli la propensione degli animi e che parlava in di lui favore prima ch’ei movesse parola. Imperciocchè l’aria amabile, che in esso appariva, maestosa era ad un tempo stesso e soave; e dalla sua giovine e florida età a tralucer cominciaron ben tosto i suoi onorevoli ed augusti costumi»[320]. Anche Vellejo Patercolo e Plinio il Vecchio, attestarono di questa sua decorosa bellezza dicevole alla grandezza del suo stato ed alla sua fortuna[321].

Qual maraviglia allora, che Lucano, nella sua Farsaglia, lui apostrofando nei giorni che la Fortuna aveva preso in fastidio i suoi trionfi, così gli dicesse:

Cum conjuge pulsus,

Et natis, totosque trahens in bella penates,

Vadis adhuc ingens, populis comitantibus exul?[322].

Questo busto pompejano che lo rappresenta vuolsi d’assai superiore, così per sentimento, che per esecuzione, alla statua di Pompeo che si trova nel palazzo Spada a Roma, e che si pretende essere quella a’ cui piedi, come ci raccontò e riferisce il succitato Plutarco, Giulio Cesare venne in senato assassinato da Marco Bruto.

Il secondo busto, quello cioè che raffigura la testa di quest’ultimo, fa al primo degnissimo riscontro per merito d’arte: epperò ha naturalmente una espressione ben diversa dall’altro. Il suo carattere è per lo appunto quello che Cicerone ed altri autori attribuirono a Marco Bruto; e poichè parlando di Pompeo m’avvenne di invocar l’autorità dello Scrittore delle Vite degli uomini illustri, farò la stessa cosa trattando di quest’altro personaggio.

«Bruto, scrive egli, modificando i costumi suoi cogli studi delle belle discipline e colla ragione per mezzo della filosofia, ed eccitando ad intraprendere grandi azioni il proprio suo naturale, che grave era e mansueto, sembra che avesse un’ottima e affatto acconcia temperatura al bello e all’onesto: cosicchè anche quelli che in odio lo hanno per la congiura contro Cesare, se in quella operazione v’ha pur nulla di generoso, lo attribuiscono a Bruto; e rivolgono quanto v’ha di dispiacevole addosso a Cassio, che famigliare era ed amico di Bruto, ma non già simile ad esso nella semplicità e gravità de’ costumi[323]

Fra codesto busto di Bruto esumato a Pompei e quello che si conserva al Museo Capitolino di Roma non si riscontra soverchia differenza; perocchè perfettamente eguali nella loro espressione di risoluzione profonda e concentrata. Della quale così testimonia il medesimo Plutarco: «Si racconta che Cesare la prima volta che il sentì disputare, disse verso gli amici: Io non so quello che questo giovane si voglia; ma tutto ciò che ei si vuole, il vuol con gran forza. Imperciocchè per la ferma costanza sua e pel suo non accondiscendere di leggieri ad ognuno che lo pregasse, ma voler operare, mosso da buon ragionamento e da determinazion di consiglio, tutto ciò che onesto fosse, avveniva che dov’ei rivolgevasi, uso faceva della più forte ed efficace energia per effettuar ciò che voleva».[324] Cicerone del pari così rammenta il summentovato detto di Cesare a riguardo di Bruto: quidquid vult valde vult[325].

In quanto alla parte che riguarda in questo busto l’esecuzione, questa non è solo valentissima, ma si attrae tutta la maggiore considerazione, e direbbesi fors’anco, nel sentimento de’ più competenti uomini, superiore a quella del busto di Pompeo.

E poichè nel dir più sopra di quest’ultimo, ho richiamato il confronto d’altro ritratto di lui contemporaneo, piacemi far altrettanto a riguardo del busto di Bruto, giovandomi all’uopo d’una nota di quell’eccellente studio sulla Società Romana, che è Cicéron et ses Amis di Gastone Boissier[326].

Nell’antico museo Campana in Roma era una statua assai curiosa di Bruto. L’artista che la scolpì non vi aveva cercato di idealizzare il suo modello e sembra non avesse aspirato che ad una volgare realtà; pur tuttavia vi si riconosceva Bruto. A quella fronte bassa, a quelle ossa facciali pronunciate con tanta pesantezza, vi si indovinava uno spirito ristretto e un’anima ostinata. Il volto ha un’aria febbrile e malaticcia, è giovane e vecchio ad un tempo, come avvien di coloro che non hanno avuto giovinezza. Vi si sente principalmente una strana tristezza, quella d’uomo accasciato sotto il peso d’un destino grande e fatale. Nel bel busto invece di Bruto conservato nel museo del Campidoglio, il volto è più pieno e più bello. Vi stanno la dolcezza e la tristezza, l’aria malaticcia è sparita. I lineamenti vi rassomigliano affatto a quelli che si veggono sulla famosa medaglia che fu coniata negli ultimi anni di Bruto e che porta al suo rovescio un berretto frigio fra due pugnali colla leggenda: Idus Martiæ.

Michelangelo aveva pure cominciato un busto di Bruto, del quale si può vedere il magnifico abozzo agli Offici di Firenze. Non era certo uno studio di fantasia, ma si scorge ch’ei s’era valso di ritratti antichi, idealizzandoli.

Queste due preziosissime reliquie della statuaria antica, che sono i busti di Pompeo e di Bruto, che son venuto illustrando andarono, come la più parte delle opere trovate ad Ercolano e Pompei, ad impreziosire il nazionale Museo di Napoli, dove io pure le ho ammirate.

L’egregio artista scultore cav. De Crescenzo di Napoli, potè eseguire il restauro nelle parti rotte e scheggiate, e il dotto archeologo G. De Petra, che nel Giornale degli Scavi[327] ne fece una ragionata dichiarazione, lodandonelo, avverte che «ci è piuttosto motivo di congratularsi, anzi che di dolersi intorno allo stato di conservazione, in cui ci sono pervenuti questi due monumenti. Il carattere di realtà e di verità, sì profondamente scolpiti in tutti i loro lineamenti, li fa senza alcun dubbio definire per ritratti.»

APPENDICE SECONDA L’eruzione del Vesuvio del 1872 detta del 26 aprile[328].

Nel Capitolo primo di questa mia opera, ebbi a notare come ne’ giorni del mio soggiorno in Napoli, verso, cioè, la metà del dicembre 1869, il ch. cav. Luigi Palmieri, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, avesse segnalato agitazioni nel sismografo, le quali dovessero essere precorritrici di sotterranee commozioni. Notai del paro come infatti si avessero a tradurre in iscosse di tremuoto in qualche città italiana e nella catastrofe poscia toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leucadia, la cui capitale Amaxichi, stando a’ dispacci telegrafici ed ai giornali dell’ultima settimana del dicembre di quell’anno, avesse ad essere interamente rovinata[329].

Queste agitazioni, queste scosse e codesti considerevoli guasti erano i prodromi d’un periodo di commovimento vesuviano, che offrì nel 1871 spettacolo di accensione e di infocate lave, non che nel successivo anno 1872, dove aveva la sua massima attività e intensità, periodo che pur ai giorni che scrivo non è per avventura ancor chiuso, come n’abbiamo prova in alcune importanti manifestazioni avvenute nel mese di marzo ed anche successivamente nel corrente anno 1873.

Io reputo conveniente, avanti impor termine a questo lavoro, di raccogliere in poche pagine la terribile e lagrimosa storia della eruzione vesuviana suddetta seguita nello andato anno 1872; perocchè, al giudizio dei dotti, essa annoverare si debba tra le più celebri e disastrose, e sarà compimento della rapida monografia, che del Vesuvio ho nel detto primo Capitolo dettata.

Nè far di meglio io credo quanto spiccare dalle varie pubblicazioni avvenute in Napoli a que’ giorni, nelle quali sentesi ancora tutta l’impressione di chi fu spettatore di quei formidabili furori vesuviani, tenendo conto per altro di que’ giorni soltanto, in cui la furia del monte fu maggiore e l’eruzione al colmo.

Questa eruzione vien designata del 26 aprile 1872, perchè fu in tal giorno che si manifestò nella sua maggiore violenza. Ma se questa maniera di distinguere le conflagrazioni del monte, disse il Palmieri nella Conferenza tenuta in Napoli pubblicamente il 9 maggio di quell’anno, è commoda per la storia, è invece falsa innanzi alla scienza; poichè questi grandi incendii non sono che fasi e manifestazioni di più o meno lunghe durate de’ grandi periodi eruttivi. L’eruzione quindi di che ora tratto, secondo l’illustre professore, rimonterebbe al 1 gennajo 1871.

«Io al primo gennajo 1871, soggiunse egli, annunziava sulla stampa che un periodo eruttivo era definitivamente stabilito, che sarebbe di lunga durata, e le cui fasi non poteva prevedere; al 13 gennajo comparve il piccolo cono come un piccolo fanale che sembrò poi fare sosta: era il finale del primo atto. Nel gennajo 1872 ricomparve il piccolo cono ed accanto ad esso delle bocche tonanti, con tutta la serie degli avvenimenti vesuviani che occorsero in quest’anno... Deve però dirsi che quello che abbiamo noi veduto è veramente la fase ultima della lunga eruzione che ha avuto incominciamento il gennajo del 1871»[330].

La notte del 21 aprile incominciava splendidissimo lo spettacolo delle lave incandescenti che scendevano dal cono del Vesuvio. Tale spettacolo si poteva ammirare anche in Napoli e a Santa Lucia, infinita era la gente che stava a contemplarlo; ma moltissimi ben anco coloro che dalla città facevansi colle carrozzelle trasportare alle falde del monte. Ma prima che il giorno spuntasse le lave avevano arrestato il loro corso, una sola avvanzavasi nell’Atrio del cavallo maestosa.

Un telegramma del Palmieri del mattino (ore 6 ant.) del 25 aprile così l’annunziava: «Grande incremento nella eruzione del Vesuvio, coincidente col tempo dal plenilunio, siccome avvenne nello scorso mese. Il fuoco si mostra per quattro bocche, ma la lava esce più copiosa per quella che si aprì alla fine di ottobre dello scorso anno. Essa scende pel lato meridionale del cono occupando la sabbia che serviva alla discesa.

«La maggiore attività dei crateri si notava da jeri l’altro con agitazione dei soliti strumenti.»

La notte che seguì un tal giorno è così descritta da Martino Cafiero in una lettera al signor Zerbi, redattore del giornale Il Piccolo di Napoli:

«Giunti, dopo un cammino di due ore almeno, a pie’ dell’Eremitaggio e dell’Osservatorio, smontammo di carrozza, e cavalcando, il mio amico ed io, due cavalli che avevamo fatti venir da Resina, ci dirigemmo, accompagnati da due guide con fiaccole, alla volta del monte. Dall’Osservatorio un sentieruzzo erto, arenoso, sfranato di qua e di là, conduce a piè d’un gran piano di vecchia lava — lava del 1871 — sul quale piano la nuova eruzione si riversa. Lasciammo i cavalli là; e c’inerpicammo su per quei massi ineguali, ancora caldi dopo un anno che furono spenti. Sai la superficie d’un mare in tempesta, che s’eleva, s’abbassa, s’increspa in flutti e gobbe ed avvallamenti tutti intorno per l’ampio spazio? Ebbene fa di pietra quella superficie di mare sconvolto; falla nera, rotta e ferrigna, ed aspra, e sonante sotto i passi, d’un suono schiacciato ed acre: e ti sarai fatta l’imagine del luogo pel quale condotti passavamo. A stento, saltando di picco in picco, incespando nei crepacci e nelle screpolature, sorretti dalle guide, poggiandoci sopra lunghi bastoni a punta, giungemmo in un luogo ch’era discosto dalla punta d’una lava quanto è il largo della Carità dallo Spirito Santo. Le guide volevan condurci sino al foco: io però mi sentiva rotto tutto, e volli sostare; ci ponemmo a sedere su d’uno di quei massi pungenti e rivolgemmo lo sguardo al monte.

«Vedevamo, alla nostra destra, in alto alla montagna un centro di foco vivissimo, dal quale uscivano, a sbuffi violenti, ora fiamma, ora fumo, ora massi, lanciati, come enormi carboni accesi, ad una altezza portentosa. Da quel centro, in una lunghissima linea zig-zag sulla schiena del monte, vedevasi scendere la lava: questa però luminosa in alcuni punti e già oscura in altri, pareva proceder lentamente e quasi star immobile, ad onta della gran vivacità ed attività dei cratere originario. Il cielo non era limpido, ma sparso di nubi leggere e bianche; nessun’aura di vento, un gran silenzio ed una quiete pressochè sinistra tutto intorno: da quell’alto monte tutto valli nere sino a quel mare in cui si rifletteva, come in un cristallo opaco, una velata luna. Lo stesso vulcano non dava nè boati nè tuoni, e solo l’alta bocca che t’ho detto facea sentir come l’ebollizione d’una mostruosa caldaia. La scena non era imponente tanto, quanto sinistra; quel mare di pietre e di ferrigne schiume su cui stavamo seduti, pallidamente rischiarate da una triste luna annebbiata, metteva, nella sua immane vastità, raccapriccio e spavento; nè si poteva guardare senza brivido quel tetro monte con quella fiammaccia in cima, sovra cui, a guisa di schiuma sanguigna che circondasse le infocate fauci d’una belva sovrannaturale, un fumo bianco, qua e là macchiato di chiazze rossicce.

«Ed ecco che come noi, taciti e tutti compresi da quel tremendo spettacolo, guardavamo lungamente il cielo e il monte e quella valle fosca, tutto ad un tratto una vista improvvisa e rapida ci colpì. Al disotto non molto del cratere di cui t’ho parlato, inopinatamente una gran macchia di foco comparve; la quale, senza strepito, senza rumore, silenziosamente, come una immensa cortina di foco s’allargò sulle spalle del monte, con un movimento laterale e perpendicolare insieme. Vedemmo allora come una gran muraglia di fiamma viva; e il calore e il riverbero ci percosse tutt’ad un tratto il viso, e vedemmo l’immenso foco ripercosso dal fumo, dal cielo, dalle nubi circostanti, e laggiù laggiù era il mare immobile, di cui un pezzo divenne come di sangue. La luna era uscita fuori dalle nubi, e splendeva limpidissima; e quella luce candida e quella luce infocata, quell’astro, quel vulcano, quel cielo, quel mare, che riflettevano a gara l’uno e l’altro; tutti quegli splendori, tutti quei riflessi; que’ terreni, quelle mitezze, quella vastità di spazii e quella selvaggia, indomita, superba potenza di fenomeni, fecer subitamente magnifico l’indescrivibile spettacolo e spiegarono sotto i nostri occhi stupefatti un quadro che avrebbe fatto poeti sin certi scrittori di versi del tempo presente.

«Delle nostre due guide una, la migliore, era andata presso l’estremità della prima lava per recare, come usa, pezzi di quella con monete conficcatevi dentro.

«L’altra guida stava presso di noi e ci spiegava, col buon senso d’una guida, come tutto quel nuovo foco, il quale in un attimo aveva allagata la montagna, non potesse in meno di tre ore giungere sino a noi.

«La spiegazione non ci parve evidente e volemmo tornare. Prendemmo infatti la via, insieme a tre nostri amici, nei quali ci abbattemmo, e che ci debbono la vita poichè li dissuademmo dall’andare innanzi; e saltando e dirupandoci balzelloni su per quelle pungenti e scoscese rocce, in mezz’ora fummo là dove avevamo lasciato i cavalli.

«Come tornavamo, lungo quegli aspri greppi, in molti ci scontrammo, che andavan su come noi eravamo andati, e che forse non tornarono come noi tornammo. Molte forestiere favelle colpirono i nostri orecchi, e mi si stringe il core pensando ora a chi venne forse di lontane terre, e cercando i diletti della vita e gli spettacoli della diversa natura, incontrò lontana dai cari suoi, la morte.

«In un punto, su d’un alto masso, seduti l’uno accanto all’altro, vedemmo una donna ed un uomo.

«Si tenean per mano e non si parlavano; ma su’ loro visi giovani era dipinta l’estasi della contemplazione e dell’amore. Gli occhi dell’uno scintillavano come quelle fiamme vulcaniche, quelli dell’altra eran dolci, immobili e puri, come quell’astro d’argento che tutta la circondava de’ suoi bianchi splendori.

«La vista dei due amanti m’è rimasta immobile nella mente. Vorrei saper di loro, e pure, se lo potessi, come chiederne notizie? non oserei farlo! Tornarono? o......? Ed erro e mi tormento in questo dubbio, e non so se essi vivono, o se, morendo, furon degni d’alta pietà o d’infinita invidia.

«..... Ad un tratto un suono basso e cupo ci fece girar l’occhio indietro. E vedemmo come se tutta la montagna s’incendiasse. Le nere macchie che prima vedevansi tra le due grandi lave, scomparvero in un baleno; e non si vide che tutta una fiamma che s’avanzava e si dilargava sul piano di vecchia lava, su cui poco innanzi eravamo.

«Non era ancor nato nell’animo nostro lo spavento di quella terribile vista, quando già essa ci fu tolta. E vedemmo irromperci innanzi alla faccia quasi una nuova montagna più fosca della prima, ed incalzarci ed esserci sopra con movimento precipitoso. Era orribile sbuffo di fumo così fitto che fece la tenebra dove poco innanzi era tanta la luce d’incendio; e da quello si svolgeva tale puzzo di zolfo e di bitume che subito rivolgemmo altrove il viso e quasi il respiro ci venne meno.

«Cercammo scampo nella fuga e dietro di noi s’udiva il grido disperato, pompeiano, d’altri fuggenti...

«Era già l’alba ed il cielo era diventato limpido e sereno. Splendeva ancora la luna e spirava un venticello di primavera pei vigneti vesuviani. Tanto sorriso da una parte; dall’altra tanto disastro: e mentre l’immensa colonna di fumo, elevandosi in un estremo dal vertice del monte e piegandosi con l’altro estremo nella vallata sottostante, formava un arco come di roccia nera, solcato in lungo da strisce sanguigne, nel mezzo di quell’arco vedevasi un lembo di cielo azzurro che lentamente s’illuminava nei chiarori d’un’alba incantevole[331]

Il Palmieri dall’Osservatorio mandava queste due parole:

Ore 6 a. m. Nuove bocche verso Nord; molti feriti. A domani il resto. — Questi feriti erano vittima della curiosità che li avea spinti sulle falde del monte, che ognora più si andava rendendo pericoloso.

Spaventevole era la vista della sterminata fornace anche per chi la guardava da Napoli. La nuvola che si levava e copriva parte dell’orizzonte era quale Cajo Plinio la descrisse dopo l’eruzione che seppellì Pompei; «bianca e talvolta sordida e macchiata, a seconda che sorreggesse terra o cenere»; e fin nelle ultime spire dei densi vortici. Si avvertiva ogni respiro del monte, poichè questi si muovono come il fumo ch’esce dalla bocca d’un cannone. Più volte s’udì il tremare dei vetri in molte case di Napoli; in parecchi edifici si fecero screpolature; e quasi tutto il giorno dalle terrazze e dall’interno delle case si udivano boati spaventevoli pari al rumore che fa la locomotiva quando vi passi dappresso.

Dinanzi all’Ospedale dei Pellegrini grandissima folla accorreva per vedere i feriti ed i morti che arrivavano. Ogni tanto ne arrivava uno. Questi nudo, arso dal capo alle piante, messo in un lenzuolo mandava grida strazianti. Quegli colle vesti intatte era presso alla morte, avea le carni rosse quasi fosse stato tirato fuori da una caldaia d’acqua bollente.

Otto giovani studenti di medicina sparvero sotto le lave: erano giovani di liete speranze e tutti pugliesi. Ecco i loro nomi, che il Palmieri scrisse aversi a ricordare in nera lapide marmorea da collocarsi presso l’Osservatorio: Girolamo Sargini, Antonio e Maurizio Fraggiacomo, Vitangelo Poli e Francesco Binetti di Molfetta, Giuseppe Carbone di Bari, Francesco Spezzaferri da Trani e Giuseppe Busco da Casamassima.

Indescrivibile il terrore a Resina, San Giovanni, Torre del Greco e in tutti i paesi alle falde del Vesuvio. I ruggiti spaventevoli del monte, l’avvicinarsi della lava, l’allargarsi della densa caligine, il tremare della terra, tutto incute timore grandissimo. Piangendo, urlando, cercando i loro cari con le voci, fuggono ricchi e poveri abbandonando le case, chi raccomandandosi a Dio, chi bestemmiandolo. Vedonsi povere vecchie trascinarsi a stento ed affrettare il passo più che la grave età nol consenta, appoggiata al bastone una mano, con l’altra portando un fardello; vedonsi madri con un bambino in braccio e con un altro per mano accanto al marito carico di fardelli e masserizie correre disperate verso Napoli. Da Portici, da Somma, da Resina, da San Giovanni, da Torre tutti cercano scampo a Napoli, dove li precede la densissima nuvola, che s’avanza vorticosa sull’orizzonte.

Poco dopo il meriggio si ripetevano molte dolorose notizie. Chi parlava di dugento morti, chi di trecento. Dicevasi che molti forestieri mancassero agli alberghi. Assicuravasi che una ventina di persone fossero circondate dalle lave e gridassero invano chiedendo soccorso.

Alle ore 2 pom. il prefetto di Napoli marchese D’Afflitto mandava il seguente telegramma:

«Vesuvio screpolato vomita fuoco da molte bocche. Per ora non si può determinare direzione che lave prenderanno. Punto più minacciato San Sebastiano. Feriti già trasportati ospedale Pellegrini sono dodici: tre morti. Molti sono rimasti morti sotto lave. Qui non fa bisogno d’altri soccorsi da Napoli.»

Il chiarissimo professore Palmieri assicura che a tutti i curiosi che la sera del giovedì, 25, erano accorsi per visitare la lava, egli avesse sconsigliato di inoltrarsi dopo l’Osservatorio dov’egli si trovava, non essendo prudente lo avventurarsi di notte per luoghi impraticabili e lontani; una nube stessa bastando per non farli tornare: se fosse stato ascoltato l’avviso, non sarebbonsi lamentate vittime.

Ma lasciando gli episodj dolorosi ed occupandoci soltanto del fatto dell’eruzione, la fenditura aperta nell’Atrio del Cavallo, che accennai più sopra, era in continuazione della fenditura del cono, e in essa si vide alzata una collina, o piccola catena di montagne, formata dalle lave precedenti, e dalla base di questa collina uscivano le lave in modo tranquillo, perchè tutti gli oneri della conflagrazione se li aveva serbati il cratere centrale. Queste lave si condussero nel fosso della Vetrana, e come questo si fosse quasi riempito, presentava allora una larghezza di circa un chilometro.

«Su questa valle, notò il Palmieri, nelle sue conferenze, ebbi a contemplare de’ fenomeni, i quali attiravano l’attenzione dei geologi. Nel seno stesso della lava si stabilivano delle bocche d’eruzione, dei piccoli crateri, sicchè era la lava che faceva l’eruzione; queste bocche emanavano globi di fumo cinereo, gittavan proiettili, insomma erano come crateri in mezzo alla lava. Dunque la lava esplode per conto suo, dunque abbiamo svelato i misteri dell’interno del cono, dunque i fenomeni eruttivi dipendono dalla lava. Noi adunque possiamo dire di non sapere come questa materia fusa possa prodursi in eruzione, ma non possiamo dire che sia un mistero la eruzione nell’interno de’ coni[332]».

Questa dimostrazione che l’illustre Palmieri fa ed è certo una scoperta importantissima, era implicitamente preceduta dalle esperienze fatte e ripetute col suo plutonio dal nostro Paolo Gorini. Pure il di costui plutonio, raffreddandosi, si determina in monticuli, in avvallamenti, e dalle punte assodate del suo liquido eruttasi la lava che, sovrapponendosi strato a strato, forma le montagnole stesse.

Questa lava scesa nel fosso di Faraone, divergendo per altro in parte sulle Novelle, altra fra Massa e S. Sebastiano, altra abbatte e copre case e ville, fra le quali quella che apparteneva al celebre pittore Luca Giordano, altra si dirige verso la Favorita, ed altra scendendo dall’alto del cono volge verso i Camaldoli di Torre.

Fu un momento nel quale si sospettò che il cono sarebbe crollato; perocchè tante piccole fumarole si fossero venute aprendo tutto all’intorno di esso, le quali di notte, diventando tanti fori, di giorno sembravano avessero reso insostenibile il cono.

Ma la forza di projezione da cima del cono diminuiva; le lave la mattina del 27 o cessarono o scemarono di loro attività e apparvero le ceneri, indizio che il periodo igneo fosse finito. E infatti cessava prima di sera, quantunque continuasse il fragore de’ crateri con forza maggiore, il fumo erompesse misto a proiettili, e in mezzo ad esso guizzassero belle e frequenti le folgori, che ne’ dì susseguenti le ceneri seguirono così da annuvolare il giorno e in Napoli e circa otto miglia all’intorno, cadde spessa, fitta e nera così da coprire le campagne e le strade dell’altezza di parecchi centimetri.

Il 28, la cenere e i lapilli, sempre in mezzo al fragore, cadevano in copia e ne furono sgominati i circostanti paesi; il 29, col lapillo caddero scorie grosse che ruppero i vetri delle finestre non difese da persiane: verso la mezzanotte cessò il mugolar dei crateri, solo a quando a quando facendosi udire isolate detonazioni. Al tempo stesso, come fu notato in tutte le più terribili eruzioni, orribili temporali si scatenarono sulla Campania con poca pioggia; ma non per questo la desolazione fu minore in tutti i colti, che sembrò ricondotto il verno. Il 30 fumavano i crateri tuttavia, ma scemati i fragori, e il 1 maggio l’incendio era finito e diradato il giorno, onde fu dato riconoscere mutata la configurazione del cono e sparito quello in cui nel 1821 il francese Luigi Contral vide finire i suoi giorni. Dalla dottissima Relazione pubblicata nel corrente anno dall’illustre professore Palmieri Sulla Conflagrazione Vesuviana del 26 aprile 1872[333], e della quale il ringrazio pubblicamente pel dono onde mi volle gentilmente onorare di un esemplare, piacemi togliere le seguenti cose importanti a sapersi per completamento di questa mia narrazione intorno all’eruzione dello scorso anno.

«Non solo il cono vesuviano, ma tutta la campagna sotto l’azione del sole si facea bianca quasi fosse coperta di neve: era il sal marino contenuto nella cenere, che veniva a fiorire alla superficie di essa.

«Gran copia di coleotteri si raccolsero sul tetto dell’Osservatorio, che a milioni si toglievano insieme con la cenere e col lapillo che quivi si elevava per 15 centimetri. Lo stesso trovai sul cono, ove mancavano molte specie altre volte notate, come la Cuccinella 7-punctata, la Crysomelia populi, ec. essendovene invece delle altre. Questo fenomeno di straordinario concorso di alcuni animali sulla cima del Vesuvio, per andare a morire nelle fumarole più di tutto prima o dopo le grandi eruzioni, è per me un fatto, di cui non mi so dare ragione.

«Si trovavano per la campagna animali morti o feriti: uccelli, volpi, ec.

«Tutte le lave uscite in questo incendio occupano una superficie di circa 5 chilometri quadrati, cui dando una grossezza media di 4 metri si ha una mole di 20 milioni di metri cubici. Quasi i 3⁄5 di queste lave non hanno recato danni, perchè sonosi soprapposte ad altre lave. Pure quelle che nelle Novelle sono andate a soprapporsi alle lave del 1868 hanno coperto gli scavi di ottima pietra che da quelle si era cominciata a tagliare, hanno coperti molti sentieri aperti sopra di esse, ed hanno sepolta la nuova chiesa di S. Michele con alcune case che la circondavano, la quale era stata edificata sopra quella sepolta nel 1868.

«Il danno pe’ terreni occupati, pe’ fabbricati distrutti e pel raccolto perduto oltrepassa tre milioni di lire.

«Le mofete solite ad apparire alla fine delle grandi conflagrazioni verso i luoghi più bassi, salvo rare eccezioni, questa volta sono cominciate a manifestarsi alcuni giorni dopo la fine totale dell’incendio, quando i crateri non davano più fumo.

«Coteste mofete sonosi mostrate tra la Favorita e il Palazzo reale di Portici. Le più elevate le ho trovate alle cave di Sabato Aniello ed a’ Tironi. Si contano tre o quattro casi di morte di persone per aver respirato l’acido carbonico delle mofete.

«Le acque de’ pozzi questa volta non mancarono, ma sonosi in alcuni siti alquanto alterate con l’apparizione delle mofete.

«La luttuosa conflagrazione del 26 aprile è stata da me considerata come l’ultima fase di un lungo periodo eruttivo, cominciato nel mese di gennaio del 1871.»

Ma il dottissimo professore, dalla eruzione del 26 aprile dedusse osservazioni, studi ed esperienze importantissimi, ed io rimando il lettore che li vuol conoscere e approfondire a leggere la di lui Relazione, che reputo aver recato nuovo e preziosissimo contributo alla scienza.

Il prof. Palmieri diede, in questi ultimi mesi, cioè della prima metà del 1874, del Vesuvio le seguenti notizie:

«Dopo il memorabile e luttuoso incendio del 26 aprile del 1872, sulla cima del Vesuvio restò un ampio e profondo cratere, diviso in due compartimenti da una specie di muro ciclopico di grossi pezzi di lava compatta, alternati con sottili letti di scorie. Il diametro medio di questo gemino cratere era di circa 300 metri e la profondità di 250, e però aveva una capacità di circa 17 milioni di metri cubici. La parte superiore delle pareti era composta di materia frammentaria, rigettata dall’attività eruttiva, e le parti inferiori erano compatte. Dall’orlo perciò del cratere spesso si staccavano scorie e lapilli, i quali finora non avevano sensibilmente scemata la profondità di quelle ampie voragini. Ora in pochi giorni il muro ciclopico è sparito, ed il cratere, senza fenomeni eruttivi, è quasi ripieno. È stato scoscendimento delle pareti franate entro il cratere o sollevamento del fondo di questo? Il fumo e la stagione non hanno permesso di vedere bene tutto ciò che conveniva esaminare per risolvere la questione. Se si dovesse accettare una elevazione del cratere, si troverebbe un indizio di conato eruttivo, in quello che una semplice frana non avrebbe un significato.

«I forestieri che volessero entrare nel cratere potranno farsi condurre non pel solito sentiere, ma per la linea di N. O. ove la fenditura del 1872 presenterà loro un ampio varco per siffatta esplorazione.»

Con questi cenni, la monografia del Vesuvio giunge infino alle sue ultime e interessanti manifestazioni e colle quali impongo fine a questa appendice.

IL GUARDIANO POMPEJANO o
L’ITINERARIO PER LA VISITA DELLA CITTÀ

Il lettore che ha avuto la longanimità di percorrere dal principio al fine questa mia opera, rammenterà avergli io detto, come sceso dal vagone della ferrovia che mi condusse da Napoli a Pompei, dopo pochi passi, giunto alla Porta della Marina o, come fu recentemente denominata, della Strada Ferrata, pagate le due lire all’ingresso della città, mi si accompagnasse un guardiano, per essermi guida nella visita delle interessanti ruine. Ma di lui non mi sono più occupato, rapito dagli studj onde quella vista mi fu occasione e una volta cintami la giornea a dir di tante cose, non era sì facile lo smetterla presto.

Giunto al fine del mio lavoro adesso, m’accorgo che a rendere più utile e accetta l’opera, mi sia proprio d’uopo riedere al mio bravo guardiano, bastevolmente istrutto e cortese per farmi pago delle prime e più necessarie inchieste.

Supponendo ora che taluno almeno di coloro ai quali quest’opera mia verrà alla mano, valer si voglia per prepararsi a vedere, o fors’anco per averla a compagna nella peregrinazione di sua curiosità per Pompei, riprodurrò suppergiù per lui quanto a me avesse ad indicare il buon guardiano che mi seguiva a fianco, rimettendo, per ciò che spetta alle più ampie dichiarazioni, a’ capitoli e pagine de’ miei volumi.

Porta della Marina.

La porta per la quale entriamo dicesi della Marina: essa venne scoperta nel 1863 dal comm. Fiorelli. Reputavasi dapprima che per declinare appunto la città al mare, dalla Porta d’Ercolano a quella di Stabia non corresse cinta di mura, ma essa doveva indubbiamente esistere; la porta ne fa fede: la guerra l’avrà smantellata e distrutta, l’eruzione confuse le ruine.

Come ebbi a dirlo più volte nel corso dell’opera, è da questa parte che sorgono i più interessanti edifici pubblici e privati.

E prima di tutto, eccoci entrati nel Foro, intorno a cui si accoglievano i principali.

La Basilica, o luogo nel quale si rendeva la giustizia. Vedine la descrizione. Vol. I. cap. X pag. 525.

A sinistra la Casa di Championnet, perchè scoperta del generale di questo nome, in onore del quale fu detta. Vol. III. cap. XX pag. 83.

Il tempio di Venere è nel mezzo. Vol. I. cap. VIII pag. 228.

Dietro di questo tempio, volgendo a destra, si vede il Modello di capacità per gli aridi, o Mensa Ponderaria, in una pietra di tufo vulcanico rettangolare con tre cavità coniche. Vol. I, cap. IV pag. 103.

Il tempio di Giove. Vi si conservavano gli archivii e il tesoro della colonia. Contigua al lato sinistro è la Casa di Cissonio descritta nel n. 10 del 1871, del Giornale degli Scavi nuova serie, ma della quale non m’intrattenni specialmente nel Capitolo delle Case, come di altre, perocchè a dir di tutte sarei ito in soverchie lunghezze, senza beneficio del mio compito, e avrei dovuto ripetere spesso le medesime cose. Del tempio vedi invece Vol. I, cap. VIII pag. 240.

Foro Civile, in cui i Pompejani vi trattavano gli affari pubblici. All’epoca della catastrofe era in ricostruzione pei gravi guasti del tremuoto del 65. Vol. I, cap. IX pag. 313.

Il tempio d’Augusto. Vol. I, cap. VIII pag. 283.

Subito presso è la Sala del Senato in un edificio semicircolare. Vol. I, cap. XI pag. 366.

A fianco è il Tempio di Mercurio. Vol. I, cap. XI pag. 274.

Edificio di Eumachia o Calcidico. Vol. I, cap. XI pag. 373.

Scuola di Verna. Vol. II, cap. XVI pag. 232.

Le tre curie, o sale di Consiglio, dipendenza della Basilica. Vol. I, cap. XI pag. 366.

Le vie, qual più qual meno lunghe e larghe, bordeggiate di marciapiedi rialzati, con fontane, frequenti. Veggansi in parecchi luoghi sulle pareti esterne delle case affissi pubblici di spettacoli, d’appigionasi e richiami elettorali in rosso ed in nero. Vol. I, cap. VII pag. 189.

Via dell’abbondanza prima dei mercanti. Vol. I, cap. VII pag. 196.

Casa del cinghiale così denominata dal musaico del vestibolo che raffigura un cinghiale inseguito da due cani. Vol. III, cap. XX. pag. 83.

Viottola dei dodici dei, ricordati nel verso di Ennio, Vol. I, cap. VII, pag. 197.

Viottola del Calcidico, Id. Ibid.

Nuova casa della caccia. Vol. III, cap. XX pag. 83.

Vicolo del balcone pensile, da un balcone appunto di una casetta che vi esiste. Vol. I, cap. II pag. 197.

Via del lupanare. Vol. I, cap. VII pag. 196.

Casa di Sirico. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Lupanare. Vol. III, cap. XXI pag. 277.

Fabbrica di sapone, lutus fullonicus. Vol. II, cap. XVII pag. 357.

Via d’Augusto. Vol. I, cap. VII pag. 197.

Casa della nuova fontana, detta anche dell’orso. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Casa di Marte e Venere. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Forno publico. Vol. II, cap. XVII pag. 307.

Terme Stabiane. Vol. II, cap. XV pag. 214.

Casa di Cornelio Rufo. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Piedistallo della statua di Marco Olconio Rufo. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Casa N. 4. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Foro triangolare o nundinario. Vol. I, cap. IX pag. 319.

Ludo gladiatorio o quartiere de’ soldati. Vol. III, cap. XIX pag. 4.

Teatro comico. Vol. II, cap. XII pag. 4.

Teatro tragico. Vol. II, cap. XIII pag. 53.

Tempio d’Iside. Vol. I, cap. VIII pag. 244.

Dietro di esso è la Curia Isiaca, detta anche Trebus secondo l’indica l’iscrizione osca che vi si trovò. Vol. I, cap. VIII pag. 268. A sinistra montando è

Il Tempio d’Esculapio o di Giove e di Giunone. Vol. I, cap. VIII pag. 269.

Casa del Citarista. Fu così denominata dalla statua in bronzo d’Apollo colla cetra rinvenutavi. Vol. III, cap. XX pag. 84.

Di fronte è forse più propriamente a dirsi la Casa di Lucio Popidio Secondo. Vedi n. di dicembre 1868 del Giornale degli Scavi, e che però fa ritenere che l’isola I della Regione I in cui si trovava si appellasse Popidiana Augustiana. La Regione VII isola II di Marco Epidio Sabino che è sulla via dell’Anfiteatro, così fu detta per una casa principale appartenente a proprietario di tal nome.

Casa di Marco Lucrezio. Vol. III, cap. XX pag. 85.

Forno e casa di Paquio Proculo. Vol. II, cap. XVII pag. 308.

Tintoria. Vol. II, cap. XVII pag. 332.

Vicolo fra la via Stabiana e vicolo Storto.

Via della Fortuna.

Casa degli Scienziati, perchè scoperta nel 1845 alla presenza dei dotti riuniti al settimo congresso in Napoli.

Casa della caccia, a sinistra. Senza ripetere il rimando alla pagina per ogni casa, veggasi il cap. XX nel vol. III dalla pag. 83 alla 89.

Casa dei capitelli colorati, id.

Casa del gran duca, id.

Casa della parete nera, id.

Casa del Fauno, a destra. Vol. II, cap. XVIII pag. 399 e vol. III, cap. XX pag. 83. Vi si trovò il famoso Fauno di bronzo.

Tempio della Fortuna. Vol. I, cap. VIII pag. 278.

Via di Mercurio.

Edificio del Fullone. Vol. II, cap. XVII pag. 333.

Casa della gran fontana in musaico.

Casa della piccola fontana.

Quadrivio e fontane a sinistra. Vol. II, cap. XV pag. 226.

Casa d’Adone.

Casa d’Apollo.

Casa di Meleagro.

Casa del Centauro.

Casa di Castore e Polluce, detta anche del Questore merita essere particolarmente osservata, come una delle più belle, come fu anche fra le più ricche di cose artistiche.

Osteria. Vol. II, cap. XVII pag. 298.

Casa dell’Ancora.

La Casa di Cajo Vibio, scoperta in questi ultimi anni, è nella Regione VII isola II N. 18: si distingue dalle altre per la solidità e la buona conservazione delle mura. Vedine l’illustrazione nel numero d’Agosto 1868 del Giornale degli Scavi, nuova serie. Quella di Gavio Rufo è vicina: porta il n. 16 ed è illustrata nello stesso giornale, numero di settembre. Quella di Caprasio Primo è al N. 48. Di fronte è la taberna di M. Nonio Campano. Vol. II, cap. XVII pag. 327.

Via delle Terme.

Terme pubbliche. Vol. II cap. XV pag. 207.

Casa del poeta. Vol. III cap. XX pag. 83.

Son presso de’ termopolii o venditorii di bevande calde. Vol. II, cap. XVII.

Casa di Pansa edile, e secondo alcuni, di Paratus. Vol. III cap. XX pag. 62.

Casa del maestro di musica, in cui v’è il musaico all’ingresso, raffigurante il cane col motto Cave Canem. Id. pag. 85.

Fontana. Vol. II, cap. XV 226.

Forno e Mulini. Vol. II, cap. XVII.

Casa di Cajo Sallustio. Vol. III cap. XX.

Forno pubblico. Vol. II, cap. XVII pag. 307, passim.

Cisterna pubblica. Vol. II, cap. XV.

A destra è un vicolo che mette capo alla Via di Mercurio, e di fronte a tal vicolo presentasi un atrio con all’intorno alcune camere, nelle quali è installata la Scuola archeologica di Pompei.

Scheletri di una madre e di una figlia, di una matrona e d’un uomo. Vol. I, cap. V.

Telonium o Dogana. Vol. I, cap. IV pag. 103.

Casa detta del Chirurgo.

Casa delle Vestali.

Termopolio. Vol. II.

Albergo. Idem.

Fortificazioni e porta d’Ercolano a tre archi colle traccie della saracinesca nell’arcata di mezzo. Vol. I, cap. VII pag. 187.

Via delle Tombe. Vol. III, cap. XXII pag. 345.

A sinistra:

Tomba di M. Cerrinio. Id. Ibid. pag. 346. A schivare ripetizioni, da questa pagina in avanti stanno, fino a pag. 368, le dichiarazioni delle pur seguenti tombe.

Tomba di Vejo e suo emiciclo.

Monumento ed emiciclo di Mammia.

A destra:

Tomba delle ghirlande.

Gran nicchia per riposo dei visitatori.

Giardino delle colonne in musaico.

Albergo e scuderia.

A sinistra:

Il Pompejanum, o casa di Cicerone. Non soltanto in questo capitolo XXII, ma anzi più largamente è trattato di essa anche nel Vol. I, cap. III pag. 83.

Tomba di Scauro.

Tomba circolare.

A destra:

Tomba della porta di marmo.

A sinistra:

Mausoleo di Cajo Calvenzio Quieto. Anche nel Vol. I, cap. IV pag. 101.

Cippi della famiglia Istacidia.

Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto. Vedi anche nel Vol. I, cap. VI pag. 101.

Triclinio funebre.

Tomba di Marco Allejo Lucio Libella padre e Marco Libella figlio.

Tomba di Cajo Labeone.

Tomba del fanciullo Velasio Grato.

Tomba del fanciullo Salvio.

Chiudesi la Via delle Tombe e la serie quindi di esse coi sepolcri della famiglia Arria di Marco Arrio Diomede, di Marco Arrio primogenito, di Arria l’ottava figlia di Marco, di un’altra Arria e di quelli tutti della famiglia di Diomede.

Casa di campagna di Marco Arrio Diomede. Vedi anche Vol. I, cap. V pag. 143, Vol. II, cap. XV e Vol. III, cap. XX pag. 87.

Visitata così tutta la parte della città che è esumata, alla estremità di essa, al fianco opposto a quello delle Tombe che abbiamo appena lasciato, al basso della Via di Stabia, dopo alcuni passi oltre gli scavi, e a traverso de’ campi coltivati, che celano ancora parte della città, si giunge all’Anfiteatro, del quale si son date in questa edizione incise la fronte esterna nel titolo del secondo volume dell’opera e nel corpo, la veduta interna. Vol. II cap. XIV.

Questa rapida corsa potrà durare quattro ore e, se appena il lettore ha sentimento artistico, ne ritrarrà di certo da una prima visita il desiderio di altre, le quali certo gli verranno rivelando nuove cose degnissime di osservazione e di nota, e sarà allora, io spero, che gli torneranno più accetti questi miei studi, nel compire i quali, non fatica e stanchezza, ma diletto e conforto ho ricavato sempre contro la cospirazione del silenzio e la viltà di politici avversari, le codarde compiacenze di insipienti Eliasti e la stupidità degli Iloti onde abbonda la nostra terra, Saturnia tellus, che mantien vivo l’appetito del vecchio Nume divoratore de’ suoi figliuoli e che così ne compensa le veglie sudate e le opere generose.

Non mi mancarono tuttavia i plausi de’ buoni e gli onesti ed onorevoli incoraggimenti e poichè nel pigliar le mosse di questi miei studj, io ne proclamavo auspice quel fior di senno e d’onestà che è il mio carissimo Pietro Cominazzi; così piacemi chiuderli ancora nel suo nome e il lettore non ascriva a mia vanità, ma al volere di quell’egregio, se finisco qui riferendo i versi de’ quali egli per quest’opera mi voleva onorato

A P. A. CURTI

Sonetto

Lascia ch’io teco ammiri a parte a parte

Le combuste rovine, e di Pompei,

Col sagace poter delle tue carte,

L’immagine si desti agli occhi miei!

Qui s’ergeano i delubri, e qui dell’Arte

Del bello eternatrice e degli Dei

Immortale custode, ecco le sparte

Reliquie, onde il disìo pungi e ricrei.

Del suo classico peplo rivestita,

— Tanta innanzi mi scorre onda di vero, —

Pompei ne’ marmi e nello spirto ha vita.

Tu la vorace ira del tempo hai doma...

Nel passato io risorgo, e col pensiero

Teco son fatto cittadin di Roma.

FINE DEL VOLUME III E DELL’OPERA.