ATTO I.
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Scena I.—Pag. 20.
Basta, buffone,
E vieni all’argomento.
Questo Menecrate è un personaggio storico, carissimo a Nerone, e da esso regalato di ville e di poderi rubati ad uomini insigni nel patriziato e che avevano meritato gli onori del trionfo (Svetonio nella Vita di Nerone, cap. XXX). Nè era nuova ai costumi dei Romani anche locati nelle più alte magistrature questa famigliarità con pantomimi, commedianti, citaredi, ed altre persone di simil genere. Silla il dittatore, che uomo politico e conduttore di eserciti valeva assai più di mille Neroni messi insieme, si compiaceva sommamente d’una tale compagnia (Vedi Plutarco nella Vita di Silla).
Scena I.—Pag. 20.
Gli affari dell’imperio
Innanzi a tutto.
Quest’ironia era nel carattere di Nerone. Come accennai nella Prefazione, egli non pensò mai all’imperio. Augendi propagandique imperii nec voluntate ulla neque spe motus unquam, etiam ex Britannia deducere exercitum cogitavit, nec nisi, verecundia ne obtrectare parentis gloriae videretur, destitit (Svet. XVIII). Ciò in risposta a quelli che volevano ad ogni costo in Nerone l’imperatore e l’uomo politico.
Scena II.—Pag. 22.
Ieri nel circo atterrammo il più forte
Pugillatore della Gallia.
Comodo imperatore combatteva nel circo contro i gladiatori armati d’una spada di legno, mentre egli ne imbrandiva una vera ed acutissima; Nerone per contrario pigliava la cosa sul serio e, nelle lotte principalmente, il giuoco suo favorito, obbediva scrupolosamente a tutte le regole ch’erano in uso. In certando vero ita legi obediebat ut, numquam excreare ausus, sudorem quoque frontis brachio detergeret (Svet. XXIV).
Scena II.—Pag. 25.
...Ed io son troppo
Benefico.
Divitiarum et pecuniae fructum non alium putabat quam profusionem: sordidos ac deparcos esse quibus ratio impensarum constaret (Svet. XXX).
Scena II.—Pag. 27.
...Uno ad esempio
Nominerò: Cassio Longino.
L’uccisione di questo insigne giureconsulto è storica, ed il crimine di lesa maestà che gli fu apposto è quello di avere conservato nella propria casa la statua di Cassio, suo antenato ed uno dei feritori di Giulio Cesare (Svet. XXXVII).
Scena II.—Pag. 30.
...Romana
È per noi quanta gente abita il mondo.
E tale fu il concetto di Cesare dittatore. Aprire la cittadinanza romana al mondo. I figli di quella plebe che s’era ritirata sdegnosamente sul monte sacro erano ridotti a scarso numero, decimati dalle guerre esterne e civili, e già sotto Nerone s’incontrano rari i nomi appartenenti alle illustri famiglie repubblicane. Grande fu da principio lo stupore quando per decreto di Cesare si videro entrare e sedere nel Senato alcuni Galli avvolti nella toga romana; ma ben presto lo stupore si mutò in abitudine, e Roma divenne la sede d’un popolo nuovo formato dai vagabondi di tutte le nazioni che v’accorrevano ad esercitarvi il loro mestiere di cittadini; mestiere facile e che si contentava d’un pugno di farina in ogni giorno e dei giochi del circo. Questa fu la politica costante degli imperatori, e se vogliamo dare alle parole il significato vero che ànno, Roma si mostrò ben più CATTOLICA, regnando Giove ottimo massimo, che sotto i successori di san Pietro.
Scena II.—Pag. 33.
Anzi mi sembra che sarebbe giusto
Dal nome mio chiamare non l’Aprile
Ma Roma.
Questa vanagloria di Nerone è attestata dal suo biografo (Svet. LV), e lo splendore degli edifizi inalzati sotto il suo imperio, se non la scusa, almeno la spiega.
Scena II.—Pag. 34.
Oggi darò spettacolo, cantando
Nel pubblico teatro.
E questa era la occupazione sua prediletta, sebbene avesse una piccola e stridula voce, costringendo amici e nemici ad ascoltarlo per più ore continue. Supplizio nuovo, poichè a niuno era lecito uscire di teatro mentr’egli cantava. Alcune donne vi partorirono, altri si finsero malati ed anche morti per essere trasportati via. Cantò in Grecia, in Napoli, in Roma. Il Repertorio dell’imperiale cantore ci è stato conservato da Svetonio (cap. XXI); era composto dell’Oreste, dell’Edipo, dell’Ercole furibondo, e di molte altre tragedie; anzi il biografo racconta che, rappresentando Nerone la parte di Ercole, mentre era avvolto da catene, come richiedeva l’argomento, un soldatuncolo pretoriano, presa la cosa sul serio, accorse sulla scena per liberarlo. In una delle repubbliche dell’America meridionale avvenne un fatto quasi simile; la schiavitù dei negri era in pieno fervore, e si rappresentava l’Otello; nella terribile scena quando il geloso sta per soffocare la moglie, un soldato ch’era di guardia in platea appunta il suo fucile e stende morto il povero Otello, esclamando: Non sarà mai che in mia presenza un negro ammazzi una bianca! Strano zelo dell’antico soldato imperiale e del moderno soldato della repubblica!
Scena IV.—Pag. 37.
...La plebe è mia, m’adora...
E fino ad un certo punto Nerone avea ragione. Non profondeva egli tesori per dare banchetti pubblici e spettacoli d’ogni genere? E la plebe non chiedeva di meglio, e attestò il suo affetto per l’artista imperatore; e se all’annunzio della sua morte la città parve rallegrarsi, questa esultanza si può in parte attribuire all’amore di mutare padrone, novità sempre cara alle serve moltitudini. Per lunghissimo tempo il suo sepolcro e nell’estate e nell’inverno fu visto coperto di fiori, e Svetonio racconta (cap. LVII) che, essendo egli giovanetto e trascorsi già vent’anni dalla morte di Nerone, avvenne tra i Parti una terribile ribellione perchè un impostore aveva sparsa voce di essere il redivivo imperatore.
Scena VI.—Pag. 50.
...Tu dunque sei
Atte liberta?
Poche notizie ci pervennero di questa donna, ma bastevoli a dimostrare quanto sia stato il dominio esercitato da lei sull’animo di Nerone. Tacito ne parla una volta sola, ma in quale circostanza! L’immortale istorico afferma che fu essa la quale impedì l’incesto fra Nerone ed Agrippina. Svetonio invece è in contraddizione con Tacito su tale turpe argomento, ed il lettore se n’avrà voglia potrà consultarlo da sè stesso. Questo secondo scrittore narra però che Nerone, preso da amore ardentissimo per Atte, fece giurare in Senato da personaggi consolari ch’essa era nata da sangue di re e che aveva stabilito di assumerla al trono imperiale come sua legittima moglie—ed avvenuta la morte dell’imperatore, la ricorda fra le liberte che bruciarono e seppellirono il suo cadavere (cap. XXVIII e L).